Seneca
Questioni naturali
LIBRO I
I FUOCHI CELESTI
Prefazione.
Importanza e valore della conoscenza di Dio e dei misteri della natura
[1] O Lucilio, che sei il migliore tra gli
uomini, la stessa differenza che c’è tra la filosofia e le altre discipline
ritengo che ci sia all’interno della filosofia stessa tra quella parte che
concerne gli uomini e quella che concerne gli dèi; quest’ultima è più elevata e
più ardita, si è concessa molto: non si è accontentata degli occhi, ha
sospettato che ci fosse qualcosa di più grande e di più bello che la natura ha
posto al di fuori della nostra vista.
[2] Insomma, fra le due parti c’è la stessa
differenza che fra Dio e l’uomo: l’una insegna che cosa si debba fare sulla
terra, l’altra che cosa si faccia in cielo; l’una dissipa i nostri errori e ci
avvicina la luce che ci consente di discernere i casi dubbi della vita, l’altra
si innalza molto al di sopra di questa oscurità in cui ci dibattiamo e, dopo
averci strappato alle tenebre, ci conduce là donde proviene la luce.
[3] Da parte mia, rendo grazie alla natura
quando la osservo non da quella parte che è accessibile a tutti, ma quando sono
entrato in ciò che essa ha di più segreto, quando apprendo quale sia la materia
dell’universo, chi ne sia l’autore o il custode, che cosa sia Dio, se sia
rivolto tutto a se stesso o se di tanto in tanto guardi anche verso di noi, se
faccia ogni giorno qualcosa o l’abbia fatto una volta per tutte, se sia una
parte del mondo o si identifichi col mondo, se gli sia possibile prendere
decisioni ancor oggi e derogare entro certi limiti alla legge del fato, oppure
sia una diminuzione della sua maestà e una confessione di aver commesso un
errore l’aver fatto cose che dovranno poi essere cambiate (<ma> devono
necessariamente piacere sempre le medesime cose a colui al quale non possono
piacere se non le cose migliori; e non per questo egli è meno libero né ha meno
potere, poiché è egli stesso la necessità da cui è vincolato).
[4] Se non fossi ammesso a queste realtà,
non sarebbe valsa la pena di nascere. Che motivo c’era, infatti, perché mi
rallegrassi di essere stato posto nel novero dei viventi? Forse per fare da
filtro a cibi e bevande? Per rimpinzare questo corpo cagionevole e languido e
sul punto di venir meno, se non viene di volta in volta riempito, e per passare
la vita al servizio di un malato? Per aver paura della morte, per la quale
soltanto nasciamo? Togli questo bene inestimabile, e la vita non vale il sudore
e l’affanno che mi costa.
[5] Oh che cosa spregevole è l’uomo, se non
si sarà innalzato al di sopra delle cose umane! Fino a quando lottiamo contro
le nostre passioni, che cosa facciamo di magnifico? Anche se ne usciamo
vincitori, abbiamo riportato una vittoria su dei mostri: che ragione abbiamo
per ammirarci, perché non assomigliamo ai peggiori? Non vedo perché debba
compiacersi chi in un ospedale è più robusto di altri: [6] c’è una gran differenza tra l’avere forze e il godere di buona
salute. Sei sfuggito ai vizi dell’anima: non porti una maschera sul volto e il
tuo discorso non si adegua alla volontà di altri, il tuo cuore non simula, e
sei alieno da quell’avidità che nega a se stessa tutto ciò che ha sottratto ad
altri e da quell’amore del lusso che sperpera vergognosamente il denaro che si
procurerà di nuovo ancor più vergognosamente, e da quell’ambizione che ti
conduce a cariche onorifiche solo attraverso azioni disonorevoli; finora non
hai ottenuto nulla: sei sfuggito a molti mali, non ancora a te stesso. Infatti,
quella virtù cui aspiriamo è magnifica non perché l’essersi liberati dal male
renda di per sé felici, ma perché allenta la tensione all’anima, la prepara
alla conoscenza delle cose celesti e la rende degna di entrare a far parte
della vita divina.
[7] L’anima raggiunge il bene pieno e
perfetto della condizione umana quando, calpestato ogni male, si volge verso
l’alto e penetra nel seno più profondo della natura. Allora, mentre vaga in
mezzo agli astri, gioisce nel deridere i pavimenti dei ricchi e tutta la terra
con il suo oro, e intendo non soltanto quello che è stato estratto e consegnato
alla zecca per essere coniato, ma anche quello che essa conserva nascosto per
l’avidità dei posteri.
[8] Non può disprezzare portici e soffitti a
cassettoni risplendenti d’avorio e boschetti tagliati con cura e corsi d’acqua
deviati per farli giungere nei palazzi, prima di aver fatto il giro di tutto
l’universo e di aver detto, guardando dall’alto in basso il mondo angusto e per
gran parte coperto dal mare, con vaste regioni desolate anche nelle terre
emerse e con zone o bruciate o ghiacciate: «È tutto qui quel punto che viene
diviso col ferro e col fuoco fra tanti popoli? [9] Oh come sono ridicoli i confini posti dagli uomini! Il nostro
impero tenga lontani i Daci al di là dell’Istro, blocchi i Traci con l’Emo,
l’Eufrate ostacoli i Parti, il Danubio segni il confine fra i territori dei
Sarmati e quelli dei Romani, il Reno ponga un limite alla Germania, i Pirenei
innalzino le loro creste in mezzo fra la Gallia e la Spagna, una vasta landa
desolata e sabbiosa si estenda fra l’Egitto e gli Etiopi.
[10] «Se si desse alle
formiche l’intelletto umano, non dividerebbero forse anch’esse un’unica aia in
molte province? Ma quando ti sarai innalzato a quelle realtà veramente grandi,
ogni volta che vedrai eserciti marciare a bandiere spiegate e i cavalieri, come
se si facesse qualcosa di importante, ora precederli in avanscoperta, ora
portarsi ai lati, ti verrà voglia di dire: va
per i campi la nera fila: questo è un andirivieni di formiche che si
affaticano in uno spazio angusto. Che differenza c’è fra noi e loro, se non le
dimensioni di un minuscolo corpicciolo?».
[11] È un punto questo su
cui navigate, su cui guerreggiate, su cui fondate regni, di pochissima
importanza anche quando l’oceano li bagna da entrambi i lati: in alto si trovano
spazi immensi, e l’anima è ammessa a possederli, ma a condizione che porti con
sé il meno possibile di ciò che viene dal corpo, che si sia tersa da ogni
impurità e si sia innalzata libera e leggera e contenta del poco.
[12] Quando ha toccato
quelle altezze, vi trova il suo nutrimento, cresce e, come liberata dalle
catene, ritorna alla sua origine e ha una prova della sua natura divina nel
fatto che è piacevolmente attratta dalle realtà divine, cui partecipa non come
a cose d’altri, ma come a cose che le appartengono: guarda tranquilla il
tramontare e il sorgere degli astri e le loro orbite così diverse eppure così
armoniose; osserva il luogo in cui ciascuna stella cominci a mostrare alla
terra la propria luce, dove si trovi l’apogeo e il punto più alto del suo corso
e sin dove essa discenda; e, spettatrice curiosa, fa ricerche e si interroga su
ogni singola cosa. E perché non dovrebbe? L’anima sa che tutto ciò la riguarda
direttamente.
[13] Allora disprezza la
limitatezza della sua precedente dimora. Qual è, infatti, la distanza che
intercorre fra le coste più lontane della Spagna e l’India? Uno spazio di
pochissimi giorni, se un vento favorevole spinge la nave. Ma quella regione
celeste offre un viaggio che dura trent’anni al pianeta più veloce e che non si
ferma in nessun punto e procede a velocità costante. Là finalmente impara ciò
che a lungo ha ricercato, là comincia a conoscere Dio. Che cos’è Dio? La mente
dell’universo. Che cos’è Dio? La totalità di ciò che vedi e di ciò che non
vedi. Così finalmente si riconosce alla divinità la sua grandezza, della quale
non si può pensare nulla di più grande, se è vero che Dio da solo è tutto, se
abbraccia la sua opera sia dall’interno sia dall’esterno.
[14] Che differenza c’è,
dunque, tra la natura di Dio e la nostra? La parte migliore di noi è l’anima:
in Lui non c’è nessuna parte all’infuori dell’anima; Egli è tutto ragione,
mentre invece così grande è l’errore che domina i mortali che gli uomini
guardano a questo universo, di cui non esiste niente di più bello o meglio
ordinato o più costante nel conformarsi ai fini che gli sono stati assegnati,
come a qualcosa di fortuito e mutevole a caso e perciò agitato tra fulmini,
nubi e tempeste e tutti gli altri fenomeni che sconvolgono la terra a le
regioni vicine dell’atmosfera.
[15] E questa follia non è
circoscritta al volgo, ma riguarda anche uomini che hanno fatto professione di
saggezza: alcuni pensano di avere un’anima e per di più capace di prevedere il
futuro, che distribuisce equamente ogni cosa che appartiene a lei o ad altri, e
che invece questo universo nel quale anche noi ci troviamo, privo di capacità
di deliberare, sia trascinato come da un cieco caso o dalla natura che non sa
quello che fa.
[16] Quanta importanza
attribuisci al conoscere queste cose e a determinare i limiti delle cose, al
sapere quanta sia la potenza di Dio, se Egli stesso si crei la materia o se
utilizzi una materia che gli è stata data, quale delle due realtà abbia
preceduto l’altra: se la ragione si sia aggiunta alla materia o la materia alla
ragione, se Dio faccia tutto ciò che vuole o se <in> molte circostanze le
cose che deve realizzare lo deludano e dalle mani del grande artefice escano
molte opere difettose, non perché l’arte venga meno, ma perché la materia su
cui si esercita l’arte oppone resistenza?
[17] Esaminare a fondo
questi problemi, studiarli, lasciarsi assorbire totalmente da essi non
significa forse oltrepassare i limiti della propria condizione mortale e
passare in una condizione migliore? «Che giovamento ne trarrai?», chiedi. Se
non altro, certamente questo: mi renderò conto della limitatezza di tutte le
cose, quando avrò misurato Dio.
1. Fuochi che
l’aria spinge trasversalmente
[1]
Ora, per venire all’opera che mi sono proposto, ascolta la mia opinione sui
fuochi che l’aria spinge trasversalmente. Che essi siano scagliati da una
grande forza è dimostrato dal fatto che seguono una traiettoria obliqua e che
la loro velocità è travolgente: è evidente che essi non avanzano per moto
proprio, ma sono scagliati. Gli aspetti di questi fuochi sono molti e svariati.
[2]
Aristotele chiama capra una delle loro varietà: se tu mi domandassi perché,
risponderei che prima devi dirmi per quale ragione altri siano chiamati
capretti; se, invece, come è molto più conveniente, ci saremo messi d’accordo
perché nessuno dei due interroghi l’altro su questioni alle quali sa che non è
in grado di rispondere, sarà più utile indagare sul fenomeno stesso che non
meravigliarsi perché Aristotele ha assegnato il nome di capra a un globo di
fuoco. Tale, infatti, fu la forma di quel fuoco che apparve, grande come la
luna, quando Paolo conduceva la guerra contro Perseo.
[3]
Anche noi abbiamo visto più di una volta una fiamma a forma di enorme palla,
che tuttavia si è dissolta durante la sua stessa corsa. Abbiamo visto un simile
prodigio alla morte del divo Augusto, l’abbiamo visto al tempo in cui fu
condannato Seiano; e neppure la morte di Germanico fu priva di tale
preannuncio.
[4]
Tu mi dirai: «Sei, dunque, talmente in preda all’errore da credere che gli dèi
inviino dei segni che preannuncino la morte e da pensare che sulla terra ci sia
qualcosa di così importante che l’universo debba essere informato della sua
morte?». Affronterò tale questione in un altro momento: vedremo allora se ci
sia un ordine prestabilito a regolare tutte le cose e se ogni cosa sia così
strettamente intrecciata all’altra che ciò che precede sia o causa o presagio
degli eventi che seguono; vedremo se gli dèi si prendano cura degli uomini, se
la concatenazione stessa dei fatti annunci con determinati segni ciò che
avverrà.
[5]
Per il momento, penso che i fuochi di questo tipo si generino dall’aria
compressa con violenza, quando una massa d’aria inclinatasi da un lato non ha
ceduto a questo movimento, ma ha lottato contro se stessa: da questo conflitto
hanno origine le travi, i globi, le fiaccole e le meteore ardenti. Ma quando la
collisione è stata meno violenta e si è verificato, per così dire, solo uno
sfregamento, si originano luci più deboli, e
le stelle, volando, traggono dietro a sé una chioma.
[6] Allora fuochi molto sottili disegnano e
prolungano nel cielo una tenue scia. Perciò, non c’è notte priva di spettacoli
di questo genere, poiché non c’è bisogno di grandi movimenti d’aria per
produrli. Insomma, per essere breve, questi fenomeni hanno la medesima causa
dei fulmini, che però agisce qui con forza minore: come le nubi, se si urtano
leggermente, provocheranno dei lampi, ma se il colpo è più violento, dei
fulmini, così quanto minore sarà la forza e quanto minore la compressione
prodotta, tanto più deboli saranno i fulmini emessi.
[7] Aristotele spiega il fenomeno in questo
modo: «Il globo terrestre emette corpuscoli numerosi e diversi, alcuni umidi,
altri secchi, alcuni caldi, altri atti a prender fuoco». E non c’è da meravigliarsi
se le emanazioni della terra sono di ogni genere e diverse, poiché anche in
cielo non è tutto di un solo colore, ma il rosso di Sirio è più acceso, quello
di Marte più debole, mentre è assente in Giove, il cui splendore arriva alla
luce pura.
[8] È, dunque, necessario che nella grande
quantità di corpuscoli che la terra emette e manda nelle regioni sovrastanti,
alcuni giungano fino alle nubi a costituire nutrimento dei fuochi, che possono
accendersi non solo in seguito a collisione, ma anche sotto l’azione dei raggi
del sole. Infatti, anche presso di noi residui vari sparsi di zolfo prendono
fuoco a distanza.
[9] Dunque, è verosimile che tale materia
ammassata all’interno delle nubi si infiammi facilmente e dia origine a fuochi
più o meno grandi a seconda della sua forza maggiore o minore. Sarebbe,
infatti, completamente insensato pensare che le stelle cadano o attraversino
rapidamente il cielo o che qualcosa sia loro sottratto e portato via: [10] infatti, se ciò avvenisse,
sarebbero già venute a mancare, poiché non c’è notte in cui non ne passino
molte e sembrino essere trascinate in direzioni opposte. Eppure, ciascuna si
trova poi al solito posto, e la grandezza di ciascuna rimane immutata: ne
consegue, dunque, che questi fenomeni si verificano più in basso e che si
esauriscono rapidamente, perché sono privi di una base e di una sede stabile.
[11] «Perché, dunque, non si
spostano anche durante il giorno?». Che cosa dovrei risponderti, se tu dicessi
che di giorno le stelle non ci sono perché non si vedono? Come le stelle sono
nascoste e oscurate dallo splendore del sole, così anche le fiaccole si
spostano anche durante il giorno, ma le nasconde il chiarore della luce del
giorno. Se, tuttavia, talvolta splendono con tanto vigore da poter rivendicare
a sé il proprio fulgore anche durante il giorno, allora sono visibili.
[12] La nostra epoca ha
visto certamente più di una volta fiaccole diurne, alcune dirette da oriente
verso occidente, altre da ponente a levante. I naviganti pensano che sia indizio
di tempesta, quando molte di queste stelle attraversano il cielo. Ma se questo
fenomeno è un segno che indica vento, si verifica là donde hanno origine i
venti, cioè nell’aria che si trova fra la luna e la terra.
[13] In una grande tempesta
di solito si vedono delle specie di stelle che si posano sulle vele: coloro che
si trovano in pericolo ritengono allora di essere aiutati dalla protezione di
Castore e Polluce, ed è motivo di migliore speranza il fatto che ormai la
tempesta sembra attenuarsi e i venti cessare: altrimenti i fuochi si
muoverebbero, non starebbero fermi.
[14] Una stella è sembrata
fermarsi proprio sulla lancia di Gilippo che si dirigeva verso Siracusa. Negli
accampamenti romani sono stati visti ardere giavellotti, evidentemente a causa
di fuochi caduti su di essi, fuochi che sono soliti colpire come i fulmini sia
animali sia piante; me se hanno minor forza, scivolano giù soltanto e si posano
senza colpire né ferire. Alcuni fuochi escono fra le nubi, altri quando è
sereno, se l’atmosfera è stata resa adatta a sprigionare fuochi: [15] Infatti, talvolta tuona anche a
ciel sereno, per lo stesso motivo di quando è nuvoloso, cioè che l’aria si
scontra con se stessa, perché, anche se è abbastanza trasparente e secca,
tuttavia può condensarsi e dare origine a masse simili a nubi, che, urtate,
producono un suono. Quando, dunque, si formano le travi? Quando gli scudi
rotondi e le immagini di fuochi enormi? Quando su quel tipo di materia cade una
causa analoga, ma più potente.
2. Gli aloni
[1] Vediamo ora come si produca quel fulgore
che circonda gli astri. È stato tramandato che nel giorno in cui il divo
Augusto, di ritorno da Apollonia, entrò a Roma, attorno al sole fu visto un
cerchio di vario colore, come di solito si trova nell’arcobaleno. I Greci
chiamano questo fenomeno a[lw", noi possiamo benissimo chiamarlo corona.
Esporrò in che modo si dice che esso si verifichi.
[2] Quando si getta una pietra in una
piscina, vediamo che l’acqua si allontana in molti cerchi: dapprima si forma un
cerchio molto piccolo, poi più largo e poi
altri sempre più ampi, finché l’impulso non si esaurisce e non si perde
nella quiete della superficie immobile dell’acqua; qualcosa di simile pensiamo
che accada anche nell’aria: quando è diventata abbastanza densa, può sentire i
colpi che riceve; la luce del sole o della luna o di qualsiasi astro che la
colpisce la costringe a ritirarsi formando dei cerchi. Infatti, i liquidi,
l’aria e ogni sostanza che prende forma dal colpo che riceve, sono spinti ad
assumere la forma di ciò che li colpisce; ma ogni oggetto luminoso è rotondo:
dunque, anche l’aria, colpita dalla luce, assumerà questo aspetto.
[3] I Greci hanno chiamato questi fulgori
aie, proprio perché le aree destinate alla trebbiatura del grano sono quasi
sempre rotonde. Non c’è motivo per pensare che questi fenomeni, siano essi aie
o corone, avvengano nelle vicinanze degli astri. Sono, infatti, molto lontano
da essi, benché sembrino circondarli a mo’ di corona: si forma non lontano da
terra quell’immagine che la nostra vista, ingannata dalla sua debolezza
congenita, crede si trovi intorno all’astro stesso.
[4] Ma nelle vicinanze delle stelle e del
sole non può avvenire niente di simile, poiché lì l’etere è sottile. Infatti,
le forme si imprimono di solito soltanto su corpi grossi e spessi, mentre su
quelli sottili non hanno la possibilità di fermarsi e di aderire: anche nei
bagni si è soliti vedere qualcosa del genere intorno alla lucerna, a causa
dell’oscurità dell’aria densa, e molto spesso con l’austro, quando l’atmosfera
è particolarmente pesante e spessa.
[5] Talvolta gli aloni si dissipano a poco a
poco e svaniscono, talvolta si squarciano da una parte, e i marinai aspettano
che il vento si levi di là donde l’intreccio della corona è venuto meno: se a
nord sarà aquilone, se a ovest sarà zefiro. Questa è la prova che queste corone
si formano entro quella parte di cielo nella quale di solito soffiano anche i
venti: le regioni superiori non hanno corone, poiché non hanno neppure venti.
[6] A queste prove aggiungi anche questa:
una corona non si raccoglie mai, se non con l’aria tranquilla e il vento
debole; in altre condizioni non è visibile. Infatti, l’aria che resta immobile
può venire spinta, separata e plasmata in qualche forma; quella che, invece, è
in movimento non può essere neppure colpita dalla luce (infatti, non oppone
resistenza e non assume una forma determinata, poiché si dissolve a poco a
poco): [7] dunque, nessun astro si
circonderà mai di tale immagine, se non quando l’aria sarà densa e immobile e
perciò capace di conservare i contorni di un corpo luminoso rotondo che la
colpisce con i suoi raggi. E non senza ragione: ritorna col pensiero
all’esempio che ho addotto poco fa: una pietruzza gettata in una piscina o in
un lago o in acque immobili produce innumerevoli cerchi; ma non fa lo stesso in
un fiume (perché? Perché l’acqua scorrendo distrugge ogni figura): la stessa
cosa avviene, dunque, nell’aria che, quando resta ferma, può ricevere figure,
mentre quando si muove velocemente e corre, non può essere controllata e
respinge qualsiasi colpo, rovinando la forma che ne potrebbe conseguire.
[8] Queste corone di cui ho parlato, quando
si sono dissolte uniformemente e sono svanite riassorbendosi in se stesse,
indicano che l’atmosfera è quieta, immobile e tranquilla; quando, invece, si
sono ritirate da una parte, c’è vento che soffia da quella parte dove si è
creata l’apertura; se si sono squarciate in più punti, c’è tempesta.
[9] Perché ciò avvenga, si può capire dalle
spiegazioni che ho già dato. Infatti, se il fenomeno è scomparso del tutto, è
evidente che l’atmosfera è in equilibrio e che il tempo è bello; se si è
spezzato da una parte sola, è evidente che l’aria irromperà da lì: e perciò il
vento verrà da quella regione. Ma quando si è lacerato e strappato dappertutto,
è chiaro che è stato colpito da più parti e che l’aria lo ha assalito di qua e
di là; perciò è chiaro che da questa agitazione di un’atmosfera che moltiplica
i suoi assalti e che si sforza da tutte le parti deriverà una tempesta con
molti venti.
[10] Queste corone si
osservano per lo più di notte attorno alla luna e alle altre stelle, di giorno
raramente, tanto che alcuni Greci hanno negato del tutto che esse possano
formarsi, benché i racconti storici li confutino. La ragione di questa rarità è
che la luce del sole è più forte e l’aria stessa, agitata e riscaldata da esso,
si rarefà: quella della luna, invece, ha minor vigore, e perciò gli aloni sono
mantenuti dall’aria che la circonda; [11]
gli altri astri emanano una luce ugualmente debole che con la propria forza non
è in grado di aprirsi un passaggio attraverso l’atmosfera: la loro immagine
viene accolta e conservata in una materia più solida e meno cedevole. L’aria,
infatti non deve essere né così spessa da non lasciar passare e da respingere
la luce, né così sottile e rarefatta da non offrire alcun ostacolo al passaggio
dei raggi. Questo equilibrio si verifica di notte, quando gli astri colpiscono
con una luce tenue senza violenza e senza durezza l’aria che li circonda, e la
colorano perché è più densa di quanto suol essere durante il giorno.
3.
L’arcobaleno: l’origine secondo diversi scienziati e secondo Aristotele
[1] Di notte non si forma, invece,
l’arcobaleno, o si forma molto raramente, perché i raggi della luna non hanno
abbastanza forza da attraversare le nubi e da diffondere in esse quel colore
che assumono quando sono toccate dai raggi del sole.
Così,
infatti, alcuni sostengono che si formi l’arco variopinto: poiché nelle nubi
alcune parti sono più gonfie, altre più avvallate, alcune troppo dense per
lasciar passare la luce del sole, altre troppo rarefatte per non lasciarla
passare, questa disuguaglianza dà luogo a una mescolanza di luce e ombra, e
crea quella mirabile varietà dell’arcobaleno.
[2] Un’altra spiegazione proposta per l’origine
dell’arcobaleno è di questo tipo: vediamo che, quando un tubo si è bucato in
qualche punto, l’acqua esce dal forellino e, se si sparge ed è colpita
obliquamente dai raggi del sole, presenta l’aspetto di un arcobaleno. La stessa
cosa vedrai accadere, se una volta o l’altra vorrai osservare un lavandaio:
quando si è riempito la bocca d’acqua e spruzza delicatamente i vestiti stesi
sulle cordicelle, vediamo apparire in quell’aria piena di goccioline vari
colori, simili a quelli che di solito risplendono nell’arcobaleno.
[3] Non dubitare che la causa di questo
fenomeno sia nel liquido (l’arcobaleno, infatti, non si forma se non quando è
nuvoloso), ma ricerchiamo in che modo avvenga. Certi affermano che ci sono
alcune gocce che lasciano passare i raggi del sole e altre troppo compatte per
lasciar filtrare la luce: perciò, da quelle proviene il fulgore, da queste
l’ombra, e così dall’intersecarsi delle due trae origine l’arcobaleno, nel
quale la parte che lascia entrare il sole risplende, quella che non lo ha
lasciato passare e ha proiettato la sua ombra sull’area vicina è piuttosto
scura.
[4] Altri negano che le cose stiano così.
Questa spiegazione potrebbe, infatti, sembrare vera, se l’arcobaleno avesse
soltanto due colori, se fosse costituito solo da luce e ombra: ora, invece, benché brillino con mille diversi colori,
tuttavia il passaggio dall’uno all’altro sfugge agli occhi di chi guarda: a tal
punto sono simili i colori a contatto; ma quelli posti agli estremi sono
diversi.
Vediamo in
esso qualcosa color fiamma, qualcosa arancione, qualcosa azzurro e altri colori
stesi in linee sottili come in un dipinto, come dice il poeta, cosicché non
riesci a capire se i colori siano diversi, se non dopo aver messo a confronto
il primo e l’ultimo: infatti, la transizione ci sfugge, tanto mirabile è l’arte
della natura; ciò che comincia con una grandissima somiglianza finisce con una
grandissima diversità. Dunque, a che cosa servono questi due colori della luce
e dell’ombra, quando si deve render ragione di innumerevoli colori?
[5] Alcuni ritengono che l’arcobaleno si
formi così: in quella parte del cielo in cui già piove, le singole gocce di
pioggia che cade costituiscono ciascuna uno specchio, e ciascuna restituisce
un’immagine del sole; ora molte, anzi innumerevoli immagini, scendendo
precipitosamente, si confondono: perciò, l’arcobaleno è prodotto dalla
moltitudine confusa di immagini del sole.
[6] Questa è la loro argomentazione: in una
giornata serena, essi dicono, esponi mille catini; tutti rifletteranno l’immagine
del sole; poni una goccia d’acqua su ciascuna foglia, ogni goccia rifletterà
l’immagine del sole. Al contrario, una grande distesa d’acqua non presenterà
che un’unica immagine. Perché? Perché ogni superficie liscia, circoscritta e
delimitata da confini propri è uno specchio. Perciò, dividi una piscina molto
grande inserendovi delle pareti, ed essa rifletterà tante immagini del sole
quanti saranno gli scompartimenti; lasciala così com’è: senza suddivisioni,
rifletterà una sola immagine. Non ha importanza quanto poca sia l’acqua o
piccolo il bacino: se è delimitato, è uno specchio. Dunque, quelle infinite
gocce che cadono con la pioggia sono altrettanti specchi e riflettono
altrettante immagini del sole; a chi le guarda di fronte appaiono confuse, e non
si distinguono gli intervalli che separano l’una dall’altra, perché la distanza
lo impedisce; di conseguenza, al posto delle singole immagini, ne appare una
sola confusa, nata dalla fusione di tutte.
[7] Aristotele dà la medesima spiegazione:
«Da ogni superficie liscia», dice, «vengono riflessi i raggi della vista; ma
niente è più liscio dell’acqua e dell’aria: dunque, anche dall’aria densa i
nostri raggi visivi ritornano a noi. Ma quando la vista è debole e inferma, di
qualunque genere sia l’aria, i suoi raggi non verranno riflessi. Per tal
motivo, alcuni soffrono di questo tipo di malattia per cui sembra loro di
venire incontro a se stessi, e vedono ovunque la loro immagine. Perché? Perché
la debolezza della loro vista non riesce a penetrare neppure l’aria più vicina,
ma rimbalza.
[8] «Pertanto, ciò che sugli altri è
prodotto dall’aria densa, su questi è prodotto da ogni genere di aria; infatti,
essa, in qualunque condizione sia, ha abbastanza forza per respingere una vista
debole». A maggior ragione la nostra vista è riflessa dall’acqua, perché è più
densa e non può essere attraversata completamente, ma trattiene i raggi emanati
dai nostri occhi e li rimanda là donde sono usciti. Dunque, essendo numerose le
gocce, altrettanto numerosi sono gli specchi; ma, poiché sono piccole,
riproducono il colore del sole senza la figura. Inoltre, quando il medesimo
colore è riflesso da gocce innumerevoli e che cadono senza intervallo, comincia
ad apparire una figura che è data non da molte immagini separate, ma da una sola
lunga e continua.
[9] «Ma come puoi affermare», obietti, «che
ci siano molte migliaia di immagini là dove io non ne vedo nessuna? E perché,
mentre il colore del sole è uno, quelli delle immagini sono diversi?». Per
confutare queste obiezioni che hai sollevato e altre che bisogna ugualmente
confutare, devo dire questo: niente è più ingannevole della nostra vista, non
solo in quelle cose che la lontananza impedisce di distinguere con esattezza,
ma anche in quelle che vede a portata di mano: un remo coperto da un sottile
strato d’acqua sembra spezzato; dei frutti a chi li guarda attraverso un vetro
appaiono molto più grandi; un portico un po’ lungo fa sparire gli intervalli
fra le colonne.
[10] Ritorna al sole in se
stesso: i calcoli dimostrano che esso è più grande di tutto il globo terrestre,
ma la nostra vista lo ha reso così piccolo che alcuni scienziati hanno
sostenuto con convinzione che avesse il diametro di un piede; noi sappiamo che
è il corpo più veloce di tutti, ma non crederemmo che si muova, se non fosse
evidente che si è mosso. Il cielo stesso, che ruota a velocità elevatissima e
ripete in un attimo il sorgere e il tramontare, nessuno di noi s’accorge che si
muove. Perché, dunque, ti meravigli se i nostri occhi non distinguono le gocce
di pioggia e se l’intervallo fra immagini minuscole scompare per chi guarda da
molto lontano?
[11] Non può esserci alcun
dubbio sul fatto che l’arcobaleno sia un’immagine del sole che si è formata in
una nube rugiadosa e concava. Ciò ti sia chiaro da queste argomentazioni:
l’immagine è sempre opposta al sole, alta o bassa a seconda che il sole si sia
abbassato o alzato; si muove in senso inverso al sole: quando il sole scende, è
più in alto, quando è alto, è più in basso. Spesso una nube di questo tipo si
trova a fianco del sole, ma non dà origine a un arcobaleno, perché non riceve
l’immagine di fronte.
[12] La varietà dei colori
ha la sua spiegazione nel fatto che parte del colore viene <dal> sole,
parte dalla nube: in essa l’umidità traccia delle linee ora azzurre ora verdi,
ora quasi purpuree e arancioni o color fiamma, e due colori producono questa
varietà: il debole e il vivace. Così, infatti anche la porpora ricavata dal
medesimo mollusco non è della stessa tinta: a fare la differenza è quanto a
lungo la stoffa è rimasta a bagno, se si è impregnata di una tintura più
concentrata o più diluita e se è stata immersa più volte e si è cotta fino in
fondo oppure è stata immersa una sola volta.
[13] Non c’è, dunque, da
meravigliarsi se, essendoci due realtà, il sole e la nube, cioè un corpo e uno
specchio, si formano tanti tipi di colori quante sono le sfumature per cui
possono essere più o meno intensi: infatti, altro è il colore che proviene da
una luce viva, altro quello che proviene da una luce più debole e tenue.
[14] Per altri fenomeni,
quando non possiamo toccare con mano, l’indagine è incerta e le congetture
hanno un vasto spazio; in questo caso è chiaro che le cause dell’arcobaleno
sono due: il sole e la nube, poiché esso non si forma né quando il cielo è del
tutto sereno, né quando è così nuvoloso che il sole rimane nascosto: dunque,
esso ha certamente origine da queste due cause, poiché in assenza di una delle
due non si verifica.
4.
L’arcobaleno: l’origine secondo i geometri e secondo Artemidoro di Pario
[1] Si aggiunge anche
l’osservazione, altrettanto evidente, che l’immagine è prodotta come da uno
specchio, perché appare solo in posizione opposta, cioè solo quando da una
parte sta l’oggetto che è riflesso, dall’altra quello che lo riflette. I
geometri adducono altre argomentazioni che sono non solo convincenti, ma
cogenti e non lasciano alcun dubbio che l’arcobaleno sia un’immagine del sole
raffigurato male a causa di un difetto nella forma dello specchio: intanto, noi
andiamo in cerca di altre dimostrazioni che risultino facilmente comprensibili
al lettore.
[2] Fra le argomentazioni a sostegno di tale
origine dell’arcobaleno, pongo il fatto che esso si forma molto rapidamente.
Infatti, questo oggetto enorme e variopinto si dispiega nel cielo in un attimo
e altrettanto rapidamente scompare; ora niente si forma così velocemente come
l’immagine riflessa da uno specchio, poiché non crea nulla, ma semplicemente
mostra qualcosa che esiste.
[3] Artemidoro di Pario aggiunge anche di
che genere debba essere la nube che riflette una tale immagine del sole: «Se
prenderai uno specchio concavo», dice, «che sia una parte di una sfera, e ti
metterai al di fuori del fuoco, chiunque si troverà vicino a te ti apparirà
capovolto e più vicino a te che allo specchio; [4] la stessa cosa accade quando guardiamo da una parte una nube
rotonda e concava: l’immagine del sole si allontana dalla nube ed è più vicina
a noi e rivolta maggiormente verso di noi. Il suo color fuoco proviene dal
sole, l’azzurro dalla nube, gli altri dalla mescolanza di questi due».
5.
L’arcobaleno: obiezioni alla teoria speculare
[1] Contro queste
argomentazioni si sollevano queste obiezioni. Sugli specchi ci sono due teorie:
alcuni, infatti, pensano che in essi si vedano dei simulacri, cioè le figure
dei nostri corpi emanate dai nostri corpi e separate da essi; altri sostengono
che nello specchio si vedano non delle immagini, ma i corpi stessi, dato che i
raggi visivi sono rimandati indietro e ritornano verso se stessi. Ora non ha
assolutamente importanza come noi vediamo; [2]
qualunque cosa noi vediamo <e> in <qualunque> modo la vediamo,
un’immagine simile deve essere riflessa dallo specchio. Ma che cosa c’è di più
diverso che il sole e l’arcobaleno, nel quale non appare né la figura né il
colore, né la grandezza del sole? L’arcobaleno è molto più grande del sole e,
nella parte in cui brilla, molto più rosso del sole, e diverso per tutti gli
altri colori.
[3] Inoltre, se vuoi che l’aria si comporti
come uno specchio, bisogna che tu mi dia una superficie altrettanto levigata,
uniforme, lucente. Eppure, nessuna nube assomiglia a uno specchio: spesso
passiamo in mezzo alle nubi e non ci vediamo riflessi in esse; coloro che
salgono sulle vette dei monti vedono dall’alto le nubi, e tuttavia non vedono
in esse la propria immagine.
[4] «Ciascuna gocciolina costituisce uno
specchio». Lo ammetto; ma nego che una nube sia costituita da goccioline. Essa,
infatti, contiene qualcosa da cui possono formarsi le goccioline, ma non le
goccioline vere e proprie; e una nube non contiene neppure acqua, ma qualcosa
da cui si potrà formare l’acqua.
[5] Ammettiamo pure che nelle nubi ci siano
innumerevoli gocce e che esse riflettano un’immagine: tuttavia, esse non
riflettono un’unica immagine, ma ciascuna una diversa. Poi unisci fra loro gli
specchi: non si fonderanno in un’unica immagine, ma ciascuna racchiuderà in sé
un’immagine simile all’oggetto. Esistono certi specchi composti da innumerevoli
piccoli specchi, i quali, se mostrerai a essi una sola persona, faranno
apparire una folla, poiché ciascuna particella dello specchio mostra la propria
immagine particolare; anche se questi specchietti sono uniti e posti l’uno
accanto all’altro, ciò nondimeno tengono separate le loro immagini e
trasformano un uomo solo in una folla, e d’altra parte non confondono quella
moltitudine, ma tenendola distinta, la distribuiscono in immagini singole:
l’arcobaleno, invece, è delimitato da un’unica linea, nel suo insieme presenta
una sola figura.
[6] «E allora?», si dice. «Non è vero che
anche l’acqua uscita da un tubo rotto e agitata da un remo di solito ha un
colore simile a questi che vediamo nell’arcobaleno?». È vero, ma non per la
ragione alla quale tu vorresti ascrivere il fenomeno, cioè perché ciascuna
goccia accoglie l’immagine del sole. Le gocce, infatti, cadono troppo
velocemente per poter formare tali immagini: dovrebbero stare ferme, per
conservare l’immagine di ciò che riproducono. E allora che cosa succede? Esse
fissano il colore, non l’immagine. Altrimenti, come dice con molta eloquenza
Nerone Cesare, i colli delle colombe di
Citera brillano a ogni movimentoe la nuca dei pavoni risplende di vari
colori, ogni volta che si piega: forse per questo potremo chiamare specchi
piume di questo genere, alle quali ogni diversa inclinazione fa assumere nuovi
colori?
[7] Le nubi hanno una natura diversa dagli
specchi, così come gli uccelli che ho menzionato, e i camaleonti e gli altri
animali, il cui colore cambia spontaneamente, quando accesi dall’ira o dal
desiderio cambiano il colore della pelle per un umore diffuso o per la
posizione della luce, a seconda che provenga di lato o di fronte.
[8] Infatti, che cos’hanno di simile agli
specchi le nubi, dato che quelli non sono trasparenti, queste lasciano passare
la luce; quelli sono densi e compatti, queste rarefatte; quelli sono fatti di
una sola materia, queste sono composte di sostanze diverse riunite
accidentalmente e destinate a non restare insieme a lungo? Inoltre, vediamo
che, al sorgere del sole, una parte del cielo diventa rossa, vediamo talvolta
le nubi del colore del fuoco: che cosa impedisce, dunque, che come esse
assumono quest’unico colore incontrando il sole, così ne prendano molti altri,
pur non avendo le proprietà di uno specchio?
[9] Or ora fra le prove a favore della tua
tesi ponevi il fato che l’arcobaleno si forma sempre di fronte al sole, poiché
anche uno specchio non darebbe un’immagine dell’oggetto se questo non si
trovasse di fronte. Anche noi possiamo servirci di questa prova: infatti, come
bisogna mettere di fronte allo specchio l’oggetto di cui esso deve ridare
l’immagine, così, perché le nubi possano colorarsi, bisogna che il sole sia
messo in una posizione adatta a questo scopo; infatti, l’effetto prodotto non è
il medesimo da qualunque parte risplenda, ma per tale fine c’è bisogno che i
raggi colpiscano le nubi in modo adeguato.
[10] Questo è ciò che dicono
quelli che sostengono che la nube sia colorata.
Posidonio e
coloro che pensano che il fenomeno dell’arcobaleno si verifichi per le leggi
della riflessione, rispondono così: «Se nell’arcobaleno ci fosse qualche
colore, vi rimarrebbe sempre e sarebbe visibile tanto più distintamente quanto
più ci si avvicina: ora l’immagine dell’arcobaleno, che da lontano è chiara,
sparisce quando si è arrivati vicino».
[11] Non sono d’accordo con
questa replica. Perché? Ecco: perché la nube è sì colorata, ma in modo che il
colore non sia visibile dappertutto (infatti, anch’essa non è visibile
dappertutto; chi si trova dentro di essa non la può vedere): che cosa c’è,
dunque, di strano se il suo colore non è visibile a chi non vede la nube
stessa? Eppure, benché non sia visibile, essa esiste: dunque, anche il colore
esiste. Perciò, non è una prova che il colore non esista il fatto che esso
scompaia alla vista quando ci si avvicina. La stessa cosa accade alle nubi
stesse, che non sono immaginarie perché non sono viste.
[12] Inoltre, quando ti si
dice che la nube è colorata dai raggi del sole, non ti si dice che quel colore
sia impresso indelebilmente come in un corpo duro, stabile e resistente, ma
come in un corpo fluido, instabile e che non accoglie nulla più di un’immagine
passeggera. Ci sono anche certi colori che mostrano la loro vivacità a
distanza: la porpora di Tiro, quanto migliore è la qualità e quanto più è
impregnata di tintura, tanto più ti conviene tenerla in alto perché mostri
tutto il suo splendore. Ma non è che essa non abbia colore perché non mostra il
suo colore migliore in qualunque modo venga distesa.
[13] Io sono dello stesso
parere di Posidonio, ritengo che l’arcobaleno si formi da una nube che ha
assunto l’aspetto di uno specchio concavo e rotondo, con la forma di una
calotta di sfera. Questo non si può dimostrare se non con l’aiuto dei geometri,
i quali, con argomentazioni che non lasciano spazio ad alcun dubbio, insegnano
che l’arcobaleno è un’immagine del sole, ma un’immagine infedele.
[14] Infatti, non tutti gli
specchi danno un’immagine corrispondente al vero: ce ne sono alcuni che ti
spaventeresti a guardare (tanta è la deformazione con cui riflettono
l’immagine, conservando la somiglianza, ma in peggio); ce ne sono altri che,
quando ti specchi, possono renderti fiero delle tue forze (fino a tal punto
fanno crescere il corpo, dandogli proporzioni sovrumane); ce ne sono alcuni che
mostrano solo il lato destro del volto, altri solo quello sinistro, altri
ancora che distorcono e capovolgono: che cosa c’è, dunque, di strano che anche
in una nube si formi uno specchio di questo genere, che rifletta l’immagine del
sole alterandola?
6.
L’arcobaleno: altre osservazioni sulla teoria speculare
[1] Fra le altre prove ci
sarà anche questa: l’arcobaleno non appare mai più grande di un semicerchio, ed
è tanto più piccolo quanto più alto è il sole [...].
[2] Perché, tuttavia, se l’arcobaleno è
un’immagine del sole, appare molto più grande del sole stesso? Perché la natura
di alcuni specchi è tale da far apparire molto più grandi gli oggetti riflessi
e da ingrandire le figure a dimensioni mostruose; la natura di altri, invece, è
tale da rimpicciolire le immagini.
[3] Dimmi: perché la forma dell’arcobaleno è
circolare, se esso non riproduce un oggetto sferico? Forse mi dirai donde gli
derivi la varietà di colori, ma non mi dirai donde gli venga tale figura, se
non mi mostrerai qualche esemplare su cui si modelli. Ma non ce n’è altri all’infuori
del sole, dal quale anche tu ammetti che l’arcobaleno riceve il colore; ne
consegue che dal sole gli venga anche la forma. Insomma, siamo d’accordo che
quei colori dei quali si dipinge una regione del cielo provengono dal sole; non
siamo d’accordo su questo soltanto: tu dici che quel colore è reale, io che è
un’apparenza; ma, reale o apparente, proviene dal sole. Tu non spiegherai
perché quel colore svanisca all’improvviso, mentre tutte le luci si spengono
gradatamente.
[4] A mio favore sta la sua apparizione
repentina e la sua sparizione repentina; questa, infatti, è una proprietà dello
specchio, in cui ciò che appare non si costruisce un pezzo per volta, ma è
subito completo; in esso ogni immagine svanisce con la stessa velocità con cui
compare. Infatti, per formare o per eliminare le immagini, non c’è bisogno di
nient’altro che di mostrare o di allontanare l’oggetto. Dunque, in questa nube
non c’è una sostanza specifica, non c’è un corpo, ma un’illusione, un’apparenza
senza consistenza. Vuoi essere sicuro che è proprio così? Se nasconderai il
sole, l’arcobaleno scomparirà. Metti davanti al sole, dico, un’altra nube: la
varietà di colori di questa sparirà.
[5] «Ma l’arcobaleno è notevolmente più
grande del sole». Ho detto poco fa che si fanno degli specchi che ingrandiscono
ogni corpo che riflettono. Aggiungerò che tutto appare più grande a chi guarda
attraverso l’acqua: le lettere, per quanto piccole e indistinte, attraverso una
sfera di vetro piena d’acqua si vedono molto più nitidamente; i frutti sembrano
più belli di quello che sono, se nuotano in un contenitore di vetro. Gli astri
sembrano più grandi a chi li osserva attraverso una nube, perché la nostra
vista si inganna nell’umidità e non riesce a cogliere fedelmente ciò che vuole.
E questo diverrà evidente, se riempirai d’acqua un bicchiere e vi getterai un
anello: infatti, benché l’anello giaccia proprio sul fondo, la sua immagine
appare sulla superficie dell’acqua.
[6] Tutto ciò che è visto attraverso un
liquido appare molto più grande di com’è in realtà: che cosa c’è di strano se
questo accade anche all’immagine del sole che si vede in una nube umida, dato
che ciò dipende da due cause? Poiché nella nube c’è qualcosa di simile al
vetro, che lascia passare la luce, qualcosa di simile all’acqua, che non è
ancora propriamente acqua, ma la prepara, cioè ha già una natura simile a
quella in cui si muterà abbandonando la propria.
7.
L’arcobaleno: altre difficoltà suscitate dalla teoria speculare
[1] «Poiché hai menzionato
il vetro», dici, «dal vetro trarrò un’argomentazione contro di te. Spesso si
costruiscono bastoncini di vetro con delle scanalature o nodosi e con molti
spigoli simili a una clava: se il sole li colpisce trasversalmente, questi
riflettono un colore tale quale di solito appare nell’arcobaleno, perché tu
sappia che lì c’è non un’immagine del sole, ma un’imitazione del suo colore per
riflesso».
[2] Prima di tutto, in questa argomentazione
ci sono molti punti a mio favore: perché è chiaro che il fenomeno dipende dal
sole; perché è chiaro che un corpo deve essere liscio e simile a uno specchio,
per poter riflettere il sole; infine, perché è chiaro che non compare alcun
colore, ma una falsa illusione del colore, simile a quella che, come ho detto,
assume e perde la nuca delle colombe, a seconda di come si piega. Ma questo
avviene anche in uno specchio, che non prende nessun colore, ma imita, per così
dire, il colore d’altri.
[3] Devo risolvere quest’unica difficoltà:
perché in questo bastoncino non si vede l’immagine del sole? Perché non è in
grado di rappresentarla fedelmente: così cerca di riflettere l’immagine, poiché
la materia di cui è costituito è levigata e adatta a ciò, ma non ci riesce,
perché ha una conformazione irregolare. Se fosse stato costruito adeguatamente,
rifletterebbe tanti soli quante sono le sfaccettature. Ma queste, poiché sono
fra loro distinte e non sono abbastanza lucide per svolgere la funzione di uno
specchio, abbozzano soltanto le immagini, non le rappresentano compiutamente, e
le confondono a causa della loro stessa vicinanza e le fanno apparire di un
solo colore.
8.
L’arcobaleno: osservazioni sulla teoria speculare. Opinione degli Stoici e di
Aristotele
[1] «Ma perché l’arcobaleno
non forma un cerchio completo, ma si vede soltanto un semicerchio quando è esteso
e incurvato al massimo?». Questo è il parere di alcuni: il sole, essendo molto
più alto delle nubi, le colpisce soltanto nella parte superiore; ne consegue
che la loro parte inferiore non è colorata dalla luce: dunque, poiché ricevono
il sole da una sola parte, imitano una sola parte del sole, che non è mai più
grande della metà.
[2] Questa argomentazione è poco probativa.
Perché? Perché il sole, pur trovandosi più in alto, colpisce tutta la nube,
dunque la colora anche. E come potrebbe essere altrimenti, dato che è solito
far passare i raggi attraverso le nubi e squarciare qualunque spessore?
Inoltre, l’argomentazione che adducono è contraria alla loro tesi. Infatti, se
il sole sta più in alto e perciò si diffonde soltanto sulla parte superiore
delle nubi, l’arcobaleno non scenderà mai fino a toccar terra: eppure, esso si
abbassa fino al suolo.
[3] Inoltre, l’arcobaleno non si vede mai,
se non dalla parte opposta rispetto al sole; ma non importa se il sole si trovi
sopra o sotto, perché il lato della nube che si trova di fronte viene colpito
per intero. E poi talvolta anche il sole al tramonto dà luogo all’arcobaleno:
allora certamente colpisce la parte inferiore delle nubi quando si trova vicino
alla terra: eppure, anche allora ha la forma di un semicerchio, benché le nubi
ricevano il sole da un luogo basso e sordido.
[4] I nostri, che sostengono che nella nube
la luce è riflessa come in uno specchio, pensano che la nube sia concava e sia
una parte di sfera, e che non possa riflettere una sfera per intero perché è
essa stessa parte di una sfera. Faccio buona la premessa, ma non condivido
l’argomentazione. Infatti, se in uno specchio concavo si riflette per intero
l’immagine di una sfera che sta di fronte, nulla vieta che anche in una
semisfera si veda un globo intero.
[5] Abbiamo anche detto che attorno al sole
e alla luna appaiono dei cerchi simili all’arcobaleno: perché quei cerchi sono
completi, mentre quello dell’arcobaleno non lo è mai? Inoltre, perché sono solo
le nubi concave a ricevere l’immagine del sole e mai quelle piane o convesse?
[6] Aristotele sostiene che dopo l’equinozio
d’autunno l’arcobaleno si può formare a qualunque ora del giorno, mentre
d’estate non si forma che all’alba o al tramonto. E la causa di questa
differenza è evidente: prima di tutto perché attorno a mezzogiorno il sole è
caldissimo, trionfa sulle nubi e non può riflettersi nelle nubi che fende; ma
di mattina o al tramonto ha minor forza e perciò può essere contrastato e
riflesso dalle nubi.
[7] Inoltre, poiché di solito il sole non dà
origine all’arcobaleno se non si trova di fronte alle nubi nelle quali lo
forma, quando i giorni sono più brevi i suoi raggi sono sempre inclinati
rispetto alle nubi: perciò in qualunque ora del giorno, anche quando il sole si
trova nel punto più alto, ha qualche nube che può colpire da una posizione
frontale. Ma durante l’estate passa al di sopra delle nostre teste: perciò a
mezzogiorno si trova nel punto più alto, e i suoi raggi arrivano sulla terra
troppo perpendicolarmente per potersi trovare qualche nube di fronte: le ha
tutte al di sotto di sé.
[8] Come dice il nostro Virgilio: l’immenso arcobaleno si abbeveraquando
si avvicina la pioggia, ma non porta le stesse minacce da qualunque parte
appaia: se nasce a sud, porterà grandi rovesci d’acqua (poiché le nubi non
hanno potuto essere vinte dal sole, per quanto forte, tanta è la loro forza);
se brilla verso ponente, piovigginerà e cadrà una pioggia leggera; se è sorto a
levante o nei dintorni, promette il sereno.
9. Le verghe
Ora bisogna parlare
delle verghe, che sono altrettanto colorate e variopinte dell’arcobaleno e che
sono parimenti considerate di solito come segni di pioggia. A proposito delle
verghe non c’è da sprecare molta fatica, perché le verghe non sono nient’altro
che arcobaleni imperfetti. Infatti, il loro aspetto è sì variopinto, ma privo
di qualsiasi curvatura: si estendono in linea retta. Si formano per lo più
nelle vicinanze del sole in una nube umida e prossima a disfarsi in pioggia.
Perciò hanno lo stesso colore dell’arcobaleno, cambia soltanto la forma, perché
anche quella delle nubi in cui si sviluppano è diversa.
10. Aloni,
arcobaleni e verghe a confronto
Una simile
varietà di colori si trova negli aloni, ma i tre fenomeni differiscono in
questo: gli aloni si formano dappertutto nel cielo, dovunque si trovi un astro,
gli arcobaleni soltanto in opposizione al sole, le verghe soltanto nelle
vicinanze del sole. Posso dare un’idea della loro differenza anche in questo
modo: se dividi in due un alone, ottieni un arcobaleno; se lo raddrizzi,
ottieni una verga. In tutti la colorazione è molteplice, e va dall’azzurro al
fulvo. Le verghe si trovano soltanto in prossimità del sole, gli arcobaleni
stanno di fronte al sole o alla luna, gli aloni attorno a ogni astro.
11. I pareli
[1] C’è anche un altro tipo
di verghe, quando i raggi del sole sottili, tesi e separati gli uni dagli altri
passano in linea retta attraverso strette aperture nelle nubi: anche questi
sono segni di pioggia.
[2] Come mi dovrei comportare a questo
punto? Come le dovrei chiamare? Immagini del sole? Gli storici le chiamano soli
e tramandano che sono apparsi due o tre per volta; i Greci le chiamano
parhvlia, perché quasi sempre si vedono in prossimità del sole o perché si
avvicinano a qualche somiglianza col sole. Infatti, non ne imitano tutte le
caratteristiche, ma solo la grandezza e la forma: d’altra parte, deboli e
languidi, non hanno nulla della sua vampa. Che nome possiamo dar loro? O mi
comporto come Virgilio, che si trovò in dubbio su un nome, e poi scelse proprio
quel nome su cui aveva avuto dei dubbi? E
con quale nome ti canterò, o uva di Rezia? Ma non gareggiare per questo con le
cantine del Falerno.
Niente,
dunque, ci impedisce di chiamarle pareli.
[3] Sono immagini del sole che si formano in
una nube densa e vicina come in uno specchio. Alcuni definiscono il parelio
così: una nube rotonda e splendente e simile al sole. Esso, infatti, segue il
sole e non resta mai più indietro di quanto era quando è apparso. Forse
qualcuno di noi si meraviglia se vede l’immagine del sole in una sorgente o in
un luogo calmo? Credo di no. Bene, l’immagine del sole può mostrarsi tanto in
cielo quanto sulla terra, a condizione di trovare una materia adatta a
rifletterla.
12. Le
eclissi
[1] Ogni volta che vogliamo
osservare un’eclissi di sole, esponiamo dei catini, che riempiamo di olio o di
pece, perché un liquido denso si intorbida più difficilmente e perciò conserva
le immagini che riceve; del resto, le immagini non possono apparire, se non in
qualcosa di liquido e immobile. Allora di solito notiamo come la luna si ponga
davanti al sole e , pur essendo molto più piccola di esso, lo nasconda, ora
parzialmente, se avviene che ne incontri una fascia laterale, ora totalmente;
si definisce eclissi totale quella che consente di vedere anche le stelle e
intercetta la luce del giorno, vale a dire quando i due globi giacciono sullo
stesso piano.
[2] Come, dunque, si può vedere l’immagine
del sole e della luna sulla terra, così si può vederla anche nell’atmosfera,
quando essa è così compatta, limpida e immobile da accogliere la figura del
sole. Anche altre nubi accolgono tale figura, ma non la conservano, se sono
instabili o rarefatte o opache: se si muovono, infatti, la disperdono, se
rarefatte si lasciano attraversare, se opache e sporche non se ne lasciano
impressionare, come presso di noi le superficie a macchie non riflettono
un’immagine.
13. I pareli
doppi
[1] Spesso i pareli, per gli
stessi motivi, si formano due per volta. Infatti, che cosa impedisce che essi
siano tanti quante sono le nubi adatte a riprodurre l’immagine del sole? Alcuni
sono convinti che tutte le volte che si producono due simulacri di questo
genere, uno riflette l’immagine del sole, l’altro l’immagine dell’immagine.
Infatti, anche presso di noi, quando più specchi sono disposti in modo che
siano l’uno in vista dell’altro, sono riempiti tutti della medesima immagine,
ma una sola immagine proviene dall’oggetto reale, le altre sono immagini di
immagini; infatti, non ha importanza che cosa sia ciò che viene mostrato a uno
specchio: qualunque cosa veda, la riflette. Così anche nel cielo, se per caso
le nubi si sono disposte in modo da potersi vedere vicendevolmente, una
riflette l’immagine del sole, l’altra l’immagine dell’immagine.
[2] Queste nubi che danno luogo a questo
fenomeno devono poi essere dense, lisce, brillanti, piane e di natura compatta.
Per questo tutti i simulacri di questo tipo sono bianchi e simili a dischi
lunari, perché brillano di luce riflessa e ricevono obliquamente i raggi del
sole: infatti, se la nube si trovasse al di sotto del sole e troppo vicina a
esso, ne verrebbe dissolta; se fosse lontana, non rimanderebbe i raggi e non ne
riprodurrebbe l’immagine. Così anche presso di noi gli specchi, quando sono
stati allontanati molto da noi, non riflettono la nostra immagine, perché i
nostri raggi visivi non hanno la forza di tornare fino a noi.
[3] Anche questi soli (userò la terminologia
degli storici) sono segni di pioggia, specialmente se si sono formati verso
sud, donde soprattutto le nubi si gonfiano di pioggia; quando una tale immagine
circonda il sole dai due lati, se crediamo ad Arato, si leva una tempesta.
14. Meteore
ignee: fosse, botti, voragini
[1] È ora di passare in
rassegna anche altre meteore ignee, che si presentano sotto forme diverse.
Talvolta è una stella che sfavilla attraverso il cielo, talvolta sono meteore
ignee, ora immobili e fisse, ora instabili. Di queste si vedono molti tipi:
fosse, quando una profonda rientranza del cielo, circondata nella parte interna
come da una cornice, è simile a una caverna scavata in forma circolare; botti,
quando un’enorme massa di fuoco rotondo simile a una botte o si sposta o brucia
sempre nel medesimo luogo; voragini, quando qualche regione del cielo è
sprofondata lasciando apparire in fondo una fiamma attraverso la fenditura.
[2] Anche i colori di tutti questi fenomeni
sono molteplici: alcuni sono di un rosso molto vivo, altri sono come una fiamma
fievole ed evanescente, altri una luce brillante, altri pulsano, altri ancora
rifulgono uniformemente e non mostrano né eruzioni né raggi; vediamo, dunque, lunghe scie di fiamme biancheggiare dietro
di loro.
Queste
meteore come stelle guizzano in alto e volano attraverso il cielo, e sembrano
tracciare una lunga striscia di fuoco a causa della loro elevatissima velocità,
perché la nostra vista non riesce a distinguere il passaggio da un punto
all’altro dello spazio, e crede che sia infiammato tutto il cammino che hanno
percorso. La rapidità del movimento, infatti, è tale che non si percepiscono le
singole fasi, ma lo si coglie solo nel suo complesso: ci rendiamo conto del
cammino percorso da una stella dopo che essa l’ha percorso, più che durante il
movimento.
[3] Perciò, essa segna il suo tragitto come
con una striscia di fuoco, perché la lentezza della nostra vista non riesce a
seguire attimo per attimo la sua corsa, ma vede contemporaneamente il punto dal
quale è balzata su e quello nel quale è arrivata. Questo accade anche nel
fulmine: il suo fuoco ci sembra lungo, perché attraversa rapidamente lo spazio
e ai nostri occhi si mostra tutto insieme il tratto che ha coperto nella sua
caduta; ma quel fuoco non appartiene a un corpo che si estende lungo tutta la
traiettoria che ha descritto. Corpi così allungati e assottigliati, infatti,
non avrebbero la forza di colpire.
[4] Come, dunque, penetrano nell’atmosfera?
Il fuoco acceso dall’attrito con l’aria è spinto con energia dal vento; non
sempre, tuttavia, il fenomeno può essere ascritto al vento o all’attrito,
talvolta nasce anche da certe condizioni favorevoli dell’atmosfera: nelle
regioni alte, infatti, ci sono molti corpuscoli secchi, caldi, terrosi, fra i
quali il fuoco ha origine e, seguendo ciò che l’alimenta, scende ed è
trascinato a gran velocità.
[5] «Ma perché la colorazione è diversa?».
Perché contano la natura della materia che si incendia, la sua quantità e la
violenza con cui si accende. La caduta di questi fuochi preannuncia il vento,
che verrà dalla regione dalla quale essi si sprigionano.
15. Altre
meteore ignee: sela, comete barbute, meteore-cipresso, fiaccole
[1] «Come si formano»,
chiedi, «quei fulgori che i Greci chiamano sevla?». In molti modi, a quanto
dicono: li può produrre la forza dei venti, il calore della regione superiore
del cielo (infatti, quando si è diffuso estesamente, assale talvolta anche le
regioni inferiori, se sono infiammabili); oppure il moto delle stelle con il
loro corso può accendere il fuoco e trasmetterlo alle regioni sottostanti. E
poi? Non può accadere che l’aria emani corpuscoli infuocati che arrivino fino
all’etere e che generino lampi o meteore infuocate o strisce luminose simili a
stelle?
[2] Di questi lampi, alcuni precipitano come
stelle cadenti, altri rimangono fermi in un determinato luogo ed emettono tanta
luce da dissipare le tenebre e riprodurre il giorno, finché, consumato
l’alimento, dapprima diventano più scuri, poi, come una fiamma che si spegne da
sé, diminuiscono progressivamente fino a ridursi a niente. Di questi, alcuni
appaiono nelle nubi, altri sopra le nubi, quando l’aria densa ha fatto salire
fino agli astri quel fuoco che aveva a lungo alimentato in prossimità della
terra.
[3] Di questi, alcuni non tollerano indugi,
ma attraversano rapidamente il cielo o si estinguono subito dopo essersi accesi
nella regione in cui hanno brillato: questi sono chiamati folgori, perché la
loro apparizione è breve e fugace, ma la loro caduta non avviene senza
provocare danni; spesso, infatti, hanno causato gli stessi mali dei fulmini.
Noi chiamiamo <siderata, cioè>
colpiti senza l’intervento del fulmine, gli oggetti toccati da esso, che i
Greci chiamano ajsterovplhkta.
[4] Ma quelli che hanno una vita più lunga e
un fuoco più potente che segue il movimento del cielo o anche che seguono una
propria orbita, i nostri li ritengono comete, delle quali si è già parlato. Del
genere di questi sono le comete barbute, le meteore-cipresso, le fiaccole e
tutte le altre meteore il cui fuoco termina nella forma di una coda diffusa; è
dubbio se fra queste si debbano mettere le travi e le botti che si vedono
raramente: essi, infatti, hanno bisogno di una grande massa di fuoco, dato che
la loro massa sferica supera sensibilmente le dimensioni del sole mattutino.
[5] Tra questi fenomeni puoi mettere anche
ciò che spesso leggiamo nelle storie, cioè che il cielo è apparso infuocato e
il suo fiammeggiare è talvolta così alto da sembrare proprio in mezzo alle
stelle, talvolta così basso da avere l’aspetto di un incendio lontano. Sotto il
regno di Tiberio Cesare le coorti accorsero in aiuto della colonia di Ostia
come se fosse in fiamme, mentre si trattava di una vampa celeste brillante
durata gran parte della notte, di un fuoco grasso e fumoso.
[6] Per queste meteore nessuno dubita che
posseggano realmente la fiamma che mostrano: esse sono fatte di una sostanza
ben determinata. Per le precedenti (parlo degli arcobaleni e degli aloni) ci si
chiede se ingannino la vista e si fondino su un’illusione o se anche in esse
ciò che appare esista realmente.
[7] Noi non crediamo che a fondamento di un
arcobaleno o di un alone ci sia qualche elemento di una determinata sostanza,
ma riteniamo che sia l’immagine ingannevole di uno specchio, il quale non fa
che imitare un corpo situato al di fuori di esso. Non esiste realmente,
infatti, l’oggetto che appare in uno specchio, altrimenti non ne uscirebbe e
non verrebbe immediatamente scacciato da un’altra immagine e non accadrebbe che
innumerevoli immagini ora spariscano ora si riformino.
[8] E allora? Questi sono simulacri e
imitazioni vane di corpi reali, che possono essi stessi essere deformati e
stravolti da specchi costruiti appositamente a tale scopo. Infatti, come ho
detto, ci sono specchi che deformano la figura di chi vi si guarda, ce ne sono
altri che la ingrandiscono a dismisura, al punto da farle superare i limiti e
l’aspetto umano dei nostri corpi.
16. Ostio
Quadra: gli specchi al servizio della lussuria
[1] A questo punto ti voglio
narrare un piccolo aneddoto, perché tu capisca come la dissolutezza non
disdegni alcuno strumento per eccitare il piacere dei sensi e come sia
ingegnosa per stimolare la propria passione. Ci fu un certo Ostio Quadra, il
cui comportamento osceno fu portato fin sulle scene. Il divo Augusto giudicò
che quest’uomo ricco, avaro, schiavo dei suoi cento milioni di sesterzi, non
fosse degno di essere vendicato, pur essendo stato ucciso dai suoi servi, e
poco mancò che non proclamasse pubblicamente che era stato ucciso con fondato
motivo.
[2] Quest’uomo non era dissoluto con uno
solo dei due sessi, ma fu avido tanto di maschi quanto di femmine, e si fece
costruire degli specchi con queste caratteristiche di cui ho appena parlato,
che riflettono immagini molto più grandi del vero, nei quali un dito supera in
lunghezza e in grandezza un braccio. E li collocava in modo tale che, quando
era lui a offrirsi a un maschio, potesse vedere in uno specchio tutti i
movimenti del suo stallone, pur essendo voltato di spalle, e poi godeva
dell’artificiosa grandezza del membro di quello come se fosse vera.
[3] Egli effettuava il reclutamento girando
tutti i bagni pubblici e sceglieva gli uomini conoscendo esattamente le loro
misure, ma ciò nonostante si dilettava a stimolare con immagini illusorie le
sue voglie sfrenate: ora vieni a dirmi che lo specchio è stato inventato per
motivi di pulizia e di eleganza. È orribile a dirsi ciò che quel mostro, che si
sarebbe dovuto dilaniare con la propria bocca, abbia detto e fatto, quando
aveva messo tutto attorno a sé degli specchi, per poter essere egli stesso
spettatore dei suoi atti sconci, per poter non solo godere con la bocca, ma
anche divorare con gli occhi quegli atti che, anche quando sono consumati in
segreto, opprimono la coscienza, e che nessuno ammette neppure con se stesso di
aver compiuto.
[4] Ma, per Ercole, la scelleratezza ha
paura di vedere se stessa. Anche negli uomini corrotti e usi a ogni vergogna
c’è un riserbo particolarmente verecondo nei confronti degli occhi: quello,
invece, come se fosse poco sottoporsi ad atti inauditi e sconosciuti, chiamò in
aiuto i suoi occhi e, non contento di vedere il suo peccato in tutta la sua
gravità, si circondò di specchi, per dividere e distribuire le varie fasi dei
suoi atti osceni; e poiché non poteva osservarli con accuratezza quando aveva
immerso il capo fra i genitali altrui e vi era rimasto attaccato, offriva a se
stesso lo spettacolo delle sue prestazioni attraverso immagini riflesse.
[5] Contemplava la lussuria della sua bocca,
contemplava gli uomini che si congiungevano a lui contemporaneamente in ogni
maniera; talvolta, diviso fra un maschio e un femmina e con l’intero corpo abbandonato
agli stupri, contemplava una scena abominevole: che cosa ha lasciato da fare
nell’oscurità quell’uomo depravato? Non ha avuto per niente paura della luce
del giorno, ma ha mostrato a se stesso quei coiti mostruosi, che trovò
perfettamente degni di approvazione: puoi essere sicuro che avrebbe voluto
essere ritratto mentre si esibiva in quelle prestazioni.
[6] Persino nelle prostitute c’è un certo
ritegno, e nascondono quei loro corpi offerti al pubblico oltraggio stendendo
un paravento: fino a tal punto anche in un lupanare c’è una certa discrezione.
Invece, quel mostro aveva trasformato in spettacolo la sua oscenità e mostrava
a se stesso azioni che nessuna notte, per quanto fonda, sarebbe bastata a
nascondere.
[7] «Mi offro contemporaneamente», diceva, «
a un maschio e a una femmina; ciò nonostante, mi do da fare anche con quella
parte del mio corpo rimasta libera oltraggiando qualche altro maschio: tutte le
membra sono impegnate in stupri: anche gli occhi partecipino al piacere
sfrenato e ne siano testimoni e sorveglianti; con artifici possa io osservare
anche ciò che la posizione del nostro corpo sottrae alla vista, perché nessuno
pensi che io non sappia quello che sto facendo.
[8] «La natura non è riuscita a nulla,
perché ha dato alla libidine umana degli strumenti così scarsi, mentre ha
dotato maggiormente per l’accoppiamento gli altri animali: troverò il modo di
prenderrmi la rivincita e di soddisfare le mie voglie morbose. A che cosa serve
la mia depravazione, se pecco rispettando i limiti della natura? Disporrò
attorno a me quel genere di specchi che riflettono le immagini incredibilmente
ingrandite.
[9] «Se ne avessi la possibilità, farei
diventare reali queste dimensioni: poiché non è possibile, mi pascerò di
un’illusione. Che la mia oscenità veda più di quanto può abbracciare e ammiri
tutto quello a cui si espone». Che cosa sconcia e indecente! Costui forse fu
ucciso rapidamente e prima che potesse vedere la scena: lo si sarebbe dovuto
immolare davanti al suo specchio.
17. Specchi e
decadenza morale
[1] Ora ci si faccia beffe
dei filosofi, perché discutono sulla natura dello specchio; perché ricercano
perché la nostra immagine ci sia riflessa così e cioè rivolta verso di noi,
quale intenzione avesse la natura che, dopo aver creato i corpi reali, ha
voluto che se ne vedessero anche le immagini; [2] a che cosa abbia mirato, approntando una materia in grado di
ricevere le immagini. Certamente non lo ha fatto perché noi davanti allo
specchio ci facessimo la barba o perché noi maschi ci lisciassimo il viso – in
nessun ambito la natura ha lasciato spazio all’azione della dissolutezza – ma
prima di tutto poiché i nostri deboli occhi, incapaci di sostenere direttamente
la vista del sole, ne avrebbero ignorato la forma, lo mostrò avendone attenuato
lo splendore. Infatti, benché lo si possa contemplare quando sorge e quando
tramonta, tuttavia non conosceremmo il suo aspetto più proprio, quello vero,
splendente di luce bianca, non rosseggiante, se non ci si presentasse più
smorzato e più facile a guardarsi, in qualche liquido.
[3] Inoltre, non vedremmo l’incontro dei due
astri, che interrompe la luce del giorno, e non potremmo sapere di che cosa si
tratta, se non vedessimo più liberamente sulla terra le immagini del sole e
della luna.
[4] Gli specchi sono stati inventati perché
l’uomo conoscesse se stesso, ricavandone molti vantaggi, prima di tutto la
conoscenza di sé, poi consigli in certi casi: se bello, per evitare azioni
disonorevoli; se brutto, per sapere che bisogna compensare con le virtù tutte le
carenze del corpo; se giovane, per essere avvertito nel fiore dell’età che è
quello il tempo di imparare e di osare azioni coraggiose; se vecchio, per
rinunciare a tutto ciò che non si addice alla canizie, per pensare un po’ alla
morte. Per queste cose la natura ci ha dato la possibilità di guardare noi
stessi.
[5] Una sorgente trasparente o un sasso
liscio rinvia a ciascuno la sua immagine: or
ora mi vidi sul lido, mentre il mare giaceva immobile senza venti. Quale
credi che sia stato il tipo di vita di coloro che si pettinavano davanti a uno
specchio di questo genere? Quell’età più semplice e contenta dei doni della
fortuna non trasformava ancora in strumenti del vizio i benefici e non si
appropriava delle invenzioni della natura per metterle al servizio della
dissolutezza e del lusso.
[6] Dapprima fu il caso a mostrare a
ciascuno la sua immagine. Poi, poiché l’amor di sé innato nei mortali rendeva
gradevole la vista del proprio aspetto, abbassarono più spesso gli occhi verso
quegli oggetti nei quali avevano visto la loro immagine. Dopo che un popolo più
depravato penetrò nelle viscere della terra per trarne fuori quello che vi si
dovrebbe seppellire, dapprima si cominciò a usare il ferro (e gli uomini
l’avrebbero estratto senza danno, se avessero estratto questo solo metallo),
poi altri malefici prodotti della terra, la cui levigatezza fece notare agli
uomini, impegnati in tutt’altro, il loro aspetto: uno si vide in una coppa, un
altro in un oggetto di bronzo che si era procurato per altri usi; e subito si
preparò appositamente per questo uso un disco che non aveva ancora lo splendore
dell’argento, ma era fatto di materia fragile e vile.
[7] Anche allora, in quei tempi antichi,
quando gli uomini vivevano rozzamente, considerandosi abbastanza eleganti se avevano
lavato via nell’acqua di un fiume il sudiciume accumulato lavorando, si
preoccupavano di sistemarsi i capelli e di pettinarsi la barba folta, e
ciascuno provvedeva a compiere da sé questa operazione, senza farsi aiutare da
altri; <neppure> la moglie metteva mano a quella capigliatura, che una
volta gli uomini avevano l’abitudine di lasciar sciolta, ma essi, belli di per
sé senza bisogno dell’aiuto di un artista, la scuotevano, come fanno gli
animali nobili con la criniera.
[8] Poi, quando ormai l’amore del lusso
aveva instaurato il suo dominio, furono fabbricati specchi delle dimensioni di
un intero corpo, cesellati in oro e in argento, e poi adornati di pietre
preziose; e uno di questi specchi costò a una donna più della dote data alle
spose nel tempo antico, quella dote che veniva data a spese pubbliche alle
figlie dei generali poveri. Tu credi forse che le figlie di Scipione avessero
uno specchio cesellato in oro, quando la dote per loro fu costituita da monete
di bronzo valutate a peso?
[9] O povertà fortunata, che fornì
l’occasione per un simile titolo di gloria! Non avrebbero meritato questa dote,
se avessero avuto uno specchio del genere. Ma colui per il quale il Senato
svolse la parte di suocero, chiunque fosse, si rese conto di aver ricevuto una
dote che non sarebbe stato lecito rendere. Ormai alle ragazzine figlie di
liberti non basta per comprare un solo specchio quella dote che il popolo
romano diede con fierezza.
[10] Infatti, a poco a poco
l’amore del lusso, stimolato dalla maggiore ricchezza, è progressivamente
peggiorato, e i vizi si sono estesi enormemente, e si è creata una tale
confusione a causa dei più svariati artifici, che tutto ciò che veniva chiamato
corredo per la toeletta femminile è diventato bagaglio maschile: di tutti gli uomini,
dico, anche dei soldati. Chi può ancora affermare che lo specchio è adoperato
solo per farsi belli? È diventato un elemento indispensabile per ogni genere di
vizio.