Seneca
Questioni naturali
LIBRO II
<I TUONI E I FULMINI>
1.
Tripartizione delle ricerche sull’universo: astronomia, meteorologia, geologia
[1] Tutte le ricerche
sull’universo si dividono in astronomiche, meteorologiche e geologiche. La
prima parte studia la natura dei corpi celesti, la grandezza e la forma dei
fuochi in cui è racchiuso il mondo, se il cielo sia un corpo solido e fatto di
materia robusta e compatta o sia intessuto di materia sottile e leggera, se sia
mosso o muova, se abbia gli astri al di sotto di sé o infissi nella sua
struttura, in che modo mantenga l’alternarsi delle stagioni, faccia muovere il
sole all’indietro, e altre questioni simili a questa.
[2] La seconda parte affronta i fenomeni che
hanno luogo fra il cielo e la terra. Si tratta di nubi, piogge, nevi,
<venti, terremoti, lampi>, e i
tuoni che spaventano le menti umane: qualunque fenomeno l’aria causi o
subisca, fenomeni che noi chiamiamo meteore, perché si producono più in alto
rispetto alle regioni inferiori. La terza parte indaga sulle acque, sulle
terre, sugli alberi e, per usare il linguaggio dei giuristi, su tutto ciò che è
attinente al suolo.
[3] «Come mai», chiedi, «hai posto la
questione del terremoto nel punto in cui stai per parlare dei tuoni e dei
lampi?». Perché il terremoto è provocato da un soffio, ma un soffio è aria
agitata, e anche se è penetrato sotto terra, non va studiato in quel contesto:
lo si esamini in quella sede che la natura gli ha assegnato.
[4] Affermerò qualcosa che sembrerà più
sorprendente: della terra si deve parlare fra le realtà celesti. «Perché?»,
chiedi. Perché quando esaminiamo attentamente le caratteristiche proprie della
terra, cioè se essa sia piatta, ma ineguale e irregolarmente allungata in una
direzione oppure tenda tutta verso la forma di una palla e raccolga in un globo
le sue parti, se essa tenga insieme le acque o le acque la tengano insieme, se
sia un essere animato o un corpo inerte e privo di sensibilità, pieno sì di
spirito, ma di uno spirito che viene dal di fuori, ogni volta che ci
capiteranno fra le mani questioni simili, esse andranno assieme alla terra e
saranno in basso: [5] ma quando ci si
interrogherà su quale sia la posizione della terra, in quale parte del mondo si
sia fissata, come sia situata rispetto agli astri e al cielo, questa indagine
lascerà il posto a indagini superiori e, per così dire, conseguirà una
condizione migliore.
2. L’unità
dell’aria. Che cos’è l’unità
[1] Poiché ho menzionato le
parti in cui si divide tutta la materia dell’universo, bisogna che spenda
qualche parola su di esse in generale; prima di tutto bisogna fare questa
premessa: l’aria appartiene a quei corpi che sono dotati di unità.
[2] Che cosa sia l’unità e perché si debba
porre questa premessa, lo capirai se riprenderò il discorso un po’ più a monte
e dirò che ci sono corpi continui e corpi composti: la continuità è la
congiunzione ininterrotta di parti fra loro, l’unità è una continuità senza
giunture; <la giuntura> è il contatto di due corpi posti l’uno accanto
all’altro.
[3] C’è forse qualche dubbio che fra questi
corpi che vediamo e tocchiamo, che sono percepiti o percepiscono, alcuni siano
composti (e questi stanno assieme o perché intrecciati o perché ammucchiati
<o perché connessi>, come per esempio una fune, il frumento, una nave),
altri invece non siano composti, come un albero, una pietra? Dunque, devi
ammettere che anche fra questi corpi che sfuggono sì ai nostri sensi, ma che
sono colti dalla ragione, esista almeno in alcuni un’unità di sostanza.
[4] Guarda come ho riguardo per le tue
orecchie: mi sarei potuto trarre d’impaccio, se avessi voluto usare la
terminologia filosofica, parlando di corpi uniti. Poiché te lo risparmio,
dovrai a tua volta ricambiarmi il favore. Dove voglio arrivare? Se talvolta
dirò «uno», dovrai ricordare che mi riferisco non al numero, ma alla natura di
un corpo, la cui coesione non dipende da alcun aiuto esterno, ma è dovuta alla
sua unità: l’aria appartiene a questa categoria di corpi.
3. Che cos’è
una parte e che cos’è la materia
[1] Il mondo abbraccia tutte
le realtà che sono o possono essere oggetto della nostra conoscenza; di queste
alcune sono parte integrante del mondo, altre sono lasciate da parte come
materiale di riserva: ogni cosa della natura richiede, infatti, una materia,
come ogni opera prodotta dalle mani dell’uomo.
[2] Chiarirò che cosa intendo: un occhio,
una mano, le ossa, i muscoli sono parte di noi; il chimo formato dal cibo
appena ingerito, che andrà a costituire quelle parti è la materia. Ancora, il
sangue è in certo qual modo una parte di noi, e tuttavia è anche materia: esso,
infatti, provvede a organi altri da lui e ciò nondimeno è uno degli organi dai
quali è formato il corpo nel suo insieme.
4. L’aria è
una parte del mondo
[1] In questo senso l’aria è
una parte del mondo, e una parte necessaria. È l’aria, infatti, che tiene uniti
il cielo e la terra, che separa le regioni più alte da quelle più basse,
congiungendole, però, allo stesso tempo. Le separa, perché vi si mette in
mezzo; le congiunge, perché attraverso di essa comunicano: trasmette a ciò che
si trova al di sopra tutto ciò che ha ricevuto dalla terra, e viceversa
trasmette alle realtà terrestri l’energia degli astri.
[2] La chiamo in certo qual modo parte del
mondo, come gli animali e gli alberi: infatti, il genere animale e il genere
vegetale sono parti dell’universo, perché rientrano nella completezza del tutto
e l’universo non esisterebbe senza di essi; ma un singolo animale o un singolo
albero sono in certo qual modo parte, perché, anche se sono morti, il tutto da
cui sono venuti a mancare rimane intatto. Ma l’aria, come dicevo, è legata al
cielo e alla terra: si trova naturalmente in entrambi; ora, possiede unità
tutto ciò che è parte innata di qualche cosa: niente, infatti, nasce senza
unità.
5. La terra è
sia parte sia materia del mondo
[1] La terra è sia parte sia
materia del mondo. Perché sia parte, non credo che me lo chiederai, oppure
chiedimi allo stesso modo perché il cielo sia parte del mondo: poiché è
evidente che l’universo non può esistere senza questo più di quanto possa
esistere senza quella. <La terra è materia del mondo>, perché essa
comprende tutte le sostanze dalle quali provengono gli alimenti che sono
distribuiti a tutti gli animali, a tutti i vegetali, a tutte le stelle.
[2] Di qui gli alimenti vengono
somministrati individualmente a ciascun essere e al mondo stesso, le cui
esigenze sono così numerose; di qui proviene ciò che serve al sostentamento di
tanti astri che si muovono giorno e notte e sono così instancabili nella loro
attività come nel loro nutrimento. In realtà, l’universo per natura prende
quanto basta al suo sostentamento, e il mondo si è appropriato di quanto
desiderava per esistere in eterno. Per una realtà immensa ti farò un esempio
minuscolo: le uova contengono tanta sostanza nutriente quanta è sufficiente per
lo sviluppo dell’animale che ne uscirà.
6. L’aria:
struttura, tensione e unità
[1] L’aria è contigua alla
terra e le è così vicina da trovarsi subito là donde essa si è ritirata. È una
parte del mondo nel suo insieme; tuttavia, riceve tutto ciò che la terra ha
inviato come alimento ai corpi celesti, cosicché deve essere considerata
materia, non parte: da ciò proviene tutta la sua instabilità e la sua
agitazione.
[2] Alcuni sostengono che l’aria sia formata
da corpuscoli separati, come la polvere, ma si allontanano moltissimo dal vero.
Infatti, un corpo non è capace di sforzo, se non è in un’unità, poiché le parti
devono concordare nella tensione e dare il contributo delle loro forze. Ora
l’aria, se è scissa in atomi, si disperde; ma ciò che è sparpagliato non può
essere in tensione.
[3] Ti mostreranno la tensione dell’aria gli
oggetti gonfiati che non cedono ai colpi; te la mostreranno gli oggetti pesanti
trasportati a grandi distanze dalla forza del vento; te la mostreranno le voci,
che sono fioche o chiare a seconda di come l’aria si è agitata. Che cos’è,
infatti, la voce, se non la tensione dell’aria, determinata dalla percussione
della lingua in modo da essere udita? [4]
E allora? La corsa e ogni movimento non sono forse opera della tensione
dell’aria che respiriamo? Essa dà forza ai muscoli e velocità a chi corre;
essa, quando, agitata violentemente, si contorce su se stessa, travolge alberi
e foreste e, trascinando verso l’alto interi edifici, li manda in frantumi;
essa agita il mare di per sé calmo e immobile.
[5] Veniamo a effetti meno appariscenti:
quale canto può prodursi senza tensione dell’aria respirata? Corni e trombe e
quegli strumenti che per mezzo della pressione dell’acqua producono un suono
più forte di quello che può essere reso con la bocca non svolgono la propria
funzione grazie alla tensione dell’aria? Prendiamo in considerazione quelle
cose che dispiegano per vie segrete una forza eccezionale: semi minuscoli, la
cui piccolezza consente loro di trovar posto nelle fessure delle pietre, si
rafforzano tanto da rovesciare massi enormi e da demolire monumenti; radici piccolissime
e sottilissime spezzano talvolta rocce e rupi. Che cos’è questo, se non la
tensione dell’aria, senza la quale niente ha forza e contro la quale non c’è
niente di forte?
[6] Che nell’aria ci sia unità si può capire
anche da questo, che i nostri corpi hanno una coesione interna: infatti, che
cos’altro è a tenerli uniti, se non l’aria (intesa come soffio vitale)? Che
cos’altro è a stimolare il nostro animo? Che cos’è il suo movimento, se non
tensione? Che cos’è la tensione, se non unità? Che cosa sarebbe l’unità, se non
ci fosse nell’aria? Che cos’altro fa nascere i frutti e solleva in alto i
deboli steli e innalza diritti gli alberi verdeggianti e li distende nei loro
rami, se non la tensione e l’unità dell’aria-soffio vitale?
7. La teoria
degli atomi e del vuoto è da rifiutare
[1] Alcuni sminuzzano l’aria
e la suddividono in particelle così da mescolarla con il vuoto; e considerano
una prova che l’aria non è un corpo pieno, ma contiene molto vuoto il fatto che
gli uccelli vi si muovano con tanta facilità e che sia i più grossi sia i più
piccoli possano attraversarla.
[2] Ma si sbagliano. Infatti, anche nelle
acque si riscontra una possibilità simile, e la loro unità non viene messa in
dubbio: esse accolgono i corpi in modo tale da rifluire sempre in senso
contrario a ciò che hanno accolto. Questa proprietà, i nostri la chiamano circumstantia, i Greci
ajntiperivstasi". Ciò avviene tanto nell’aria quanto nell’acqua; infatti,
l’aria avvolge ogni corpo da cui è spinta: non ci sarà, dunque, bisogno di
mescolarvi il vuoto. Ma di questo parleremo altrove.
8. Prove
della tensione dell’aria
Non occorrono
<lunghi> ragionamenti per dimostrare che in natura ci sono alcuni
elementi che hanno in sé impeto e veemenza: nessun elemento possiede una certa
veemenza, se non ha tensione, come, per Ercole, nessun elemento potrà mettersi
in tensione grazie a un altro, se non ne esiste uno che sia stato teso da sé
(infatti, allo stesso modo diciamo che nessun corpo può essere mosso da un
altro, se non ne esiste uno che ha in sé la ragione del proprio movimento): e
che cosa si può pensare che abbia in sé una tensione più che l’aria? Chi potrà
dire che essa non ha tensione, dopo aver visto scuotere la terra con le sue
montagne, gli edifici con i loro muri, grandi città con i loro abitanti, i mari
con tutti i loro litorali?
9. Altre
prove della tensione dell’aria
[1] Dimostrano la tensione
dell’aria la sua velocità e la sua espansione: gli occhi gettano lo sguardo
istantaneamente a molte miglia di distanza; un suono unico colpisce
simultaneamente intere città; la luce non si propaga un po’ alla volta, ma si
diffonde tutta in una volta su tutte le cose.
[2] E l’acqua in che modo potrebbe mettersi
in tensione senza l’aria? Dubiti forse che quegli spruzzi che salgono dalle
fondamenta in mezzo all’arena, giungendo fino ai gradini più alti
dell’anfiteatro siano dovuti alla tensione dell’acqua? Eppure, né la mano, né
alcun altro mezzo di pressione, se non quello dell’aria può mandare o mettere
in movimento acqua: all’aria l’acqua si adatta; è sollevata dall’aria che si è
introdotta in essa e la costringe; fa molti sforzi contro la propria natura e,
pur essendo nata per scorrere dall’alto verso il basso, sale.
[3] E allora? Le imbarcazioni basse per il
carico non mostrano a sufficienza che non è l’acqua, ma l’aria a opporre
resistenza al loro colare a picco? L’acqua, infatti, cederebbe e non potrebbe
sostenere il peso, se non fosse essa stessa sostenuta. Un disco gettato
dall’alto in una piscina non affonda, ma rimbalza: com’è possibile, se non
grazie all’aria che restituisce il colpo?
[4] La voce poi in che modo si trasmette
attraverso le barriere delle pareti, se non perché anche nei solidi c’è
dell’aria, che riceve e rinvia il suono venuto dall’esterno? Evidentemente
quest’aria tende con la sua forza non soltanto la superficie delle cose, ma
anche le loro parti nascoste e interne, e ciò le riesce facile perché essa non
è divisa in alcuna parte, ma è tenuta insieme per mezzo di quegli stessi
elementi che sembrano dividerla. Puoi anche mettere in mezzo muri e alte
montagne: quelle barriere impediscono a noi il passaggio, non a lei. Infatti,
risulta chiusa soltanto la via per cui noi possiamo seguirla; essa, invece,
passa proprio attraverso ciò che la divide, e non si diffonde soltanto attorno
e circonda l’oggetto, ma lo permea.
10. Le tre
zone dell’aria: superiore, intermedia, inferiore
[1] Dall’etere luminosissimo
l’aria si estende fino alla terra, più attiva certo, più sottile e più alta
della terra e non meno dell’acqua, ma più densa e più pesante dell’etere,
fredda di per sé e buia. Luce e calore le provengono da altro, ma non è uguale
a se stessa per tutta la sua estensione: è modificata da ciò che le sta vicino.
[2] La sua zona più alta è molto secca e
molto calda e per questo è anche molto rarefatta, a causa della vicinanza dei
fuochi eterni e di quei numerosi movimenti degli astri e della rotazione
continua del cielo; la zona più bassa e vicina alla terra è densa e caliginosa,
perché riceve le esalazioni terrestri; la zona intermedia è più equilibrata, se
la confronti con quelle più alte e più basse, per quanto concerne la secchezza
e la sottigliezza, ma è più fredda di entrambe.
[3] Infatti, le regioni superiori sentono il
calore degli astri vicini; anche quelle inferiori sono tiepide: prima di tutto
per le esalazioni terrestri, che portano con sé molto calore; poi perché i
raggi del sole vengono riflessi e, raddoppiando il loro calore, riscaldano
generosamente quella regione fino alla quale riescono a ritornare; infine, anche
per quel respiro caldo che è proprio di tutti gli animali, gli alberi e le
piante (niente, infatti, vivrebbe senza calore); [4] ora aggiungi i fuochi, non solo quelli accesi dall’uomo e noti,
ma anche quelli situati sotto terra, alcuni dei quali sono usciti
impetuosamente all’aperto, mentre innumerevoli altri ardono in eterno in oscuri
nascondigli. Tante sue parti, fertili di prodotti, hanno un certo tepore,
poiché il freddo è sterile, mentre il calore è fecondo. La regione intermedia
dell’aria, lontana da questi influssi, permane nel freddo che le è proprio: la
natura dell’aria, infatti, è gelida.
11. Cause
della mutevolezza e dell’instabilità dell’aria
[1] Poiché l’aria è così
suddivisa, nella sua regione più bassa è estremamente variabile, instabile e mutevole:
in prossimità della terra agisce e patisce al massimo grado, scuote ed è
scossa; eppure, non è sollecitata dappertutto allo stesso modo, ma è agitata e
disordinata in modo diverso a seconda del luogo.
[2] Ora, le cause della sua mutevolezza e
instabilità provengono alcune dalla terra, il cui orientamento da questa o da
quella parte è molto importante per l’equilibrio dell’aria, altre dall’orbita
degli astri, fra i quali bisogna attribuire un ruolo decisivo al sole: su di
esso si regola l’anno, secondo la sua orbita si succedono inverno ed estate;
subito dopo viene l’influsso della luna. Ma anche le altre stelle influiscono
sulle cose terrene non meno che sull’aria che si stende sopra la terra, e con
il loro corso e il loro incontro in direzione contraria portano ora il freddo,
ora le piogge e altre intemperie che la loro turbolenza infligge alla terra.
[3] È stato necessario porre questa
premessa, dato che sto per parlare dei tuoni, dei fulmini e dei lampi. Infatti,
poiché essi hanno luogo nell’aria, bisognava spiegare la sua natura, perché
fosse più chiaro che cosa essa può provocare o subire.
12. Lampi,
fulmini e tuoni: interpretazioni divergenti. Opinione di Anassagora e di
Aristotele
[1] Tre sono i fenomeni:
lampi, fulmini e tuoni; i tuoni, pur essendo simultanei, vengono percepiti più
tardi. Il lampo fa vedere il fuoco, il fulmine lo scaglia; quello è, per così
dire, una minaccia e un tentativo privo di effetto, questo un lancio che va ad
effetto.
[2] Ci sono alcuni punti sui quali tutti
sono d’accordo, altri sui quali esistono pareri divergenti. C’è accordo sul
fatto che tutti questi fenomeni abbiano origine nelle nubi e dalle nubi; c’è
accordo anche sul fatto che sia i lampi sia i fulmini siano di fuoco o ne
abbiano l’apparenza.
[3] Passiamo ora ai punti sui quali c’è
controversia: alcuni pensano che il fuoco sia dentro le nubi, altri che si
formi al momento e che non ci sia prima di essere lanciato; e non c’è accordo
neppure fra coloro che ritengono che il fuoco preesista, poiché ne indicano l’origine
chi in un luogo chi in un altro. Alcuni affermano che i raggi del sole che
corrono dentro alle nubi e ne corrono fuori, riflettendosi su se stessi
abbastanza di frequente, suscitano il fuoco; Anassagora afferma che il fuoco
cade a gocce dall’etere e che da un tale ardore del cielo vengono giù
numerosissime particelle, che le nubi tengono a lungo chiuse al proprio
interno; [4] Aristotele non crede che
il fuoco si raccolga molto prima, ma che guizzi fuori nello stesso momento in
cui si forma. Il suo parere è questo: «Due parti del mondo giacciono nella
regione più bassa: la terra e l’acqua. Entrambe restituiscono qualcosa di sé:
l’esalazione della terra è simile al fumo, e produce i venti, i fulmini e i
tuoni; l’esalazione dell’acqua è umida e si trasforma in pioggia e neve.
[5] «Ma quell’esalazione secca della terra,
dalla quale hanno origine i venti, quando si è accumulata, si sprigiona per il
colpo violento ricevuto lateralmente dalle nubi che si scontrano; poi, quando
espandendosi urta le nubi più vicine, questo colpo viene inferto producendo un
suono simile a quello che si ode nei fuochi accesi da noi, quando la fiamma
crepita per difetto della legna verde: anche lì la fiamma fa scoppiare l’aria
che ha dentro di sé un po’ di umidità che si è condensata. Allo stesso modo
quell’aria di cui poco fa ho detto che guizza fuori dalle nubi che si scontrano
fra loro non può né scoppiare né sprizzar fuori in silenzio.
[6] «Il rumore poi è diverso a causa della
diversità delle nubi, perché alcune hanno concavità più grandi, altre più
piccole. D’altra parte, quella forza che viene dall’aria che sprizza fuori è il
fuoco che ha il nome di lampo, acceso da un colpo leggero e inconsistente. Noi
vediamo il chiarore prima di udire il suono, perché il senso della vista è più
veloce e precede di gran lunga l’udito».
13. Non è
vero che il fuoco cade dall’etere ed è trattenuto dalle nubi
[1] Si possono addurre molte
prove per dimostrare che è errata l’opinione di coloro che trattengono il fuoco
nelle nubi. Se cade dal cielo, come mai ciò non avviene ogni giorno, benché
esso arda costantemente allo stesso modo? Inoltre, non hanno dato nessuna
giustificazione di perché il fuoco, che la natura chiama verso l’alto, vada
verso il basso. Infatti, è diversa la condizione dei nostri fuochi, dai quali
cadono scintille che hanno in sé un certo peso: così il fuoco non scende, ma è
trascinato e fatto precipitare verso il basso.
[2] Niente di simile accade in quel fuoco
purissimo, nel quale non c’è nulla che lo faccia scendere; o se una qualche sua
parte si è staccata, è il fuoco nel suo complesso in pericolo, perché può venir
meno nel suo insieme ciò che può essere scisso in parti. Inoltre, ciò che cade
è leggero o pesante? È leggero? Non può precipitare ciò cui la leggerezza impedisce
di cadere; esso <si> mantiene nascosto nel suo santuario. È pesante? Come
ha potuto stare là donde sarebbe dovuto cadere?
[3] «E allora? Di solito non si portano
alcuni fuochi verso il basso, proprio come questi fulmini sui quali stiamo
indagando?». Lo ammetto. Tuttavia, non vanno da sé, ma vi sono portati: li fa
scendere una qualche forza che non si trova nell’etere; lì, infatti, niente
viene costretto con la brutalità, niente viene spezzato, non accade niente di
insolito: [4] regna l’ordine, e il
fuoco purificato, che nella conservazione del mondo ha ricevuto in sorte la
regione più alta, circonda i confini di questa bellissima opera: da qui non può
discendere, ma non può neppure essere spinto giù da qualcosa di esterno, perché
nell’etere non c’è posto per un corpo instabile, quelli stabili e ordinati non
combattono.
14. Il fuoco
nasce non nell’etere, ma nelle regioni sottostanti
[1] «Voi», ribatte, «quando
spiegate le cause delle stelle cadenti, affermate che alcune parti dell’aria
possono attirare verso di sé il fuoco dalle regioni superiori, e così, con
questo calore, accendersi». Ma c’è una grandissima differenza se uno dice che
il fuoco cade dall’etere, cosa che la natura non permette, o se dice che da una
massa incandescente il calore si trasmette alle regioni sottostanti. Infatti,
il fuoco non cade da là, evento che non può verificarsi, ma nasce qui.
[2] Vediamo presso di noi con chiarezza che
quando un vasto incendio si propaga a gruppi isolati di edifici, che si sono
surriscaldati a lungo, essi prendono fuoco spontaneamente: perciò è verosimile
che anche nella regione più alta dell’atmosfera, ciò che ha una natura
facilmente infiammabile venga acceso dal calore dell’etere sovrastante. È,
infatti, necessario che l’etere abbia in basso qualcosa di simile all’aria e
che l’aria in alto non sia dissimile dall’etere più basso, perché il passaggio
da una sostanza a un’altra completamente diversa non avviene bruscamente: esse
mescolano poco per volta le loro proprietà peculiari nella zona di confine, cosicché
ti potrebbe sorgere il dubbio se sia aria o già etere.
15. Opinione
degli Stoici
Alcuni dei
nostri pensano che l’aria, essendo trasformabile in fuoco e in acqua, non
tragga dal di fuori nuove cause di fiamme: si accende, infatti, da sé col
movimento e, quando disperde ammassi di nubi densi e compatti, lacerando corpi
così grandi, produce inevitabilmente un suono che si ode lontano. Inoltre, la
resistenza opposta dalle nubi, che difficilmente cedono, contribuisce a
ravvivare il fuoco, così come la mano aiuta il ferro a tagliare, ma il tagliare
è proprio del ferro.
16.
Differenza tra lampo e fulmine
Che
differenza c’è, dunque, tra lampo e fulmine? Ecco: il lampo è un fuoco
compresso e scagliato per colpire. Noi di solito raccogliamo l’acqua con le
mani unite, e la spruzziamo serrando le palme l’una contro l’altra a mo’ di
pompa antincendio; pensa che anche nell’atmosfera avvenga qualcosa di simile:
lo stringersi di nubi compresse l’una contro l’altra spinge fuori l’aria che si
trova in mezzo, e con ciò stesso la infiamma e la proietta come una catapulta;
infatti, anche le balestre e gli scorpioni lanciano proiettili facendo rumore.
17. Opinione
di Anassimene
Alcuni
pensano che a produrre il rumore sia un soffio infuocato che attraversa una
zona fredda e umida. Infatti, neppure il ferro rovente si tempra in silenzio,
ma se una massa incandescente è immersa nell’acqua, si raffredda con un gran
sfrigolio. Così, come dice Anassimene, l’aria, cadendo nelle nubi, produce i
tuoni e, mentre lotta per passare attraverso gli ostacoli e le interruzioni,
accende il fuoco proprio con la sua fuga.
18. Opinione
di Anassimandro
Anassimandro
riconduce tutti i fenomeni all’aria. «I tuoni», afferma, «sono i rumori di una
nube colpita. Perché sono disuguali? Perché anche il colpo stesso è disuguale.
Perché tuona anche quando è sereno? Perché anche allora l’aria guizza fuori
attraverso l’aria densa che si è scissa. Ma perché a volte non ci sono lampi,
eppure tuona? Perché l’aria, troppo debole, non ha la forza di produrre il rumore.
Che cos’è, dunque, il lampo in sé? Uno scuotimento dell’aria che si divide e
precipita, emettendo un fuoco languido incapace di venir fuori. Che cos’è il
fulmine? Una corrente d’aria più energica e più densa».
19. Opinione
di Anassagora
Anassagora
afferma che tutti questi fenomeni accadono così: dall’etere una qualche forza
precipita verso le regioni inferiori: così il fuoco, spinto contro le nubi
fredde, risuona; ma quando le scinde, sfavilla e la forza minore dei fuochi
produce i lampi, quella maggiore i fulmini.
20. Opinione
di Diogene di Apollonia
[1] Diogene di Apollonia
sostiene che alcuni tuoni sono provocati dal fuoco, altri dall’aria: il fuoco
causa quelli che esso stesso precede e annuncia, l’aria quelli che fanno rumore
senza fulgore.
[2] Ammetto che ciascuno dei due elementi
possa talvolta esistere senza l’altro, in modo però che le loro azioni non
siano separate, ma che ciascuno possa essere causato dall’altro. Infatti, chi
negherà che l’aria, mossa da una forte spinta, mentre produce il rumore,
produca anche il fuoco? E chi non sarà disposto ad ammettere che talvolta anche
il fuoco possa irrompere nelle nubi e non venir fuori, se dopo averne
squarciate alcune, è schiacciato da una massa di nubi più numerose? Dunque, da
una parte il fuoco si trasformerà in soffio e perderà il suo fulgore,
dall’altra il soffio, mentre fenderà l’aria, la incendierà.
[3] Aggiungi ora che inevitabilmente il
colpo del fulmine si fa precedere e spinge davanti a sé una corrente d’aria e
si porta dietro un vento che la segue, avendo scisso l’aria con un colpo così
potente: perciò, tutti i corpi, prima di essere colpiti, si mettono a tremare,
scossi dal vento che il fuoco ha spinto davanti a sé.
21. Fulmini e
lampi sono di fuoco
[1] Congedati i nostri
precettori, cominciamo ora a muoverci da soli e passiamo da ciò che è
concordemente riconosciuto da tutti alle questioni controverse. Che cosa è
concordemente riconosciuto da tutti? Che il fulmine è fuoco, e così pure il
lampo, il quale non è nient’altro che una fiamma che sarebbe diventata fulmine,
se avesse avuto più forza: i due fenomeni differiscono non per natura, ma per
forza.
[2] Che il fulmine sia fuoco, lo mostra il
colore, che non si produce senza il fuoco; lo mostrano gli effetti: il fulmine,
infatti, è stato spesso causa di grandi incendi, foreste e quartieri di città
sono stati ridotti in cenere; anche gli oggetti che non sono stati investiti si
vedono ugualmente bruciati; alcuni poi sono anneriti come da fuliggine. E che
dire del fatto che tutti gli oggetti colpiti dal fulmine hanno odore di zolfo?
[3] È, dunque, evidente che entrambi i
fenomeni sono di fuoco e che differiscono l’uno dall’altro nel percorso: il
lampo, infatti, è un fulmine che non è arrivato fin sulla terra e, viceversa,
il fulmine è un lampo che è arrivato fin sulla terra.
[4] Mi soffermo un po’ a lungo su questo
punto non per fare un esercizio linguistico, ma per dimostrare che questi
fenomeni sono imparentati e hanno le stesse caratteristiche e la stessa natura.
Il lampo è quasi un fulmine; rovesciamo la frase: il fulmine è qualcosa di più
di un lampo.
[1] Poiché è evidente che
entrambi i fenomeni sono di fuoco, vediamo in che modo il fuoco di solito ha
origine presso di noi: allo stesso modo avrà origine nelle regioni superiori.
<Ha origine> in due modi: nel primo se è ottenuto <da un colpo>,
come da una pietra; nel secondo, se è ottenuto per attrito, come quando si
sfregano per un po’ due pezzi di legno l’uno contro l’altro (non ogni tipo di
legno produrrà questo effetto, ma bisogna scegliere quelli adatti ad accendere
il fuoco, come il lauro, l’edera e altri noti ai pastori per questo impiego).
[2] Può, dunque, accadere che anche le nubi
producano fuoco allo stesso modo, per percussione o per sfregamento. Osserviamo
con quanta forza si scatenino le tempeste, con quanta impetuosità turbinino gli
uragani: tutto ciò che incontrano viene disperso, trascinato via e gettato
lontano dal luogo in cui si trovava.
[3] Che c’è, dunque, da meravigliarsi, se una
forza così grande fa scaturire il fuoco o dal di fuori o da se stessa? Vedi,
infatti, quanto si surriscaldino i corpi sfregati dal loro passaggio; e non si
deve credere che ciò accada soltanto in questi fenomeni, la cui potenza è
concordemente riconosciuta da tutti,
[1] ma forse anche le nubi
spinte contro altre nubi da un vento che sibila e che incalza delicatamente
susciteranno un fuoco che risplenda senza guizzar fuori; infatti, perché si
sprigioni un lampo c’è bisogno di minor energia che perché si sprigioni un
fulmine.
[2] Con le osservazioni precedenti abbiamo
dimostrato a quale livello di surriscaldamento siano condotti alcuni corpi in
seguito a sfregamento: ora, poiché l’aria che può trasformarsi in fuoco, quando
si è trasformata in vento, è sottoposta all’attrito di forze enormi, è
verosimile che venga emesso un fuoco effimero e destinato a esaurirsi
rapidamente, perché non nasce da una materia compatta in cui possa prendere
consistenza; perciò, non fa che passare e la sua durata è limitata a quella del
tragitto da percorrere: è proiettato nello spazio senza niente che lo alimenti.
24. Prima
obiezione: il fuoco tende per natura verso l’alto
[1] «Com’è possibile»,
ribatte, «che il fulmine si diriga verso la terra, quando voi sostenete che la
natura del fuoco è tale da tendere verso l’alto? O <sbaglio io o> è falso
ciò che avete affermato del fuoco: esso, infatti, può muoversi sia verso l’alto
sia verso il basso». Possono essere vere entrambe le affermazioni. Il fuoco,
infatti, per natura si eleva verticalmente e, se niente lo ostacola, sale (come
l’acqua per natura scende; se, però interviene una qualche forza che la spinge
in senso contrario, si rivolge verso il luogo donde è caduta come pioggia); [2] ora il fulmine va verso il basso per
la stessa necessità per la quale <l’acqua sale> (a questi fuochi accade
la <stessa> cosa che agli alberi, le cui cime possono essere piegate fino
a toccare terra; ma, appena lasciate andare, ritorneranno nella loro posizione
naturale): perciò non c’è ragione di soffermarsi a considerare quegli aspetti
di ciascuna cosa che non sono conformi alla sua volontà: [3] se permetterai al fuoco di andare dove vuole, tornerà verso il
cielo, cioè verso la sede di tutti gli elementi più leggeri; ma se c’è qualcosa
che lo colpisce e lo distoglie dalla sua tendenza, esso agisce non per natura,
ma per sottomissione.
25. Seconda
obiezione: le nubi contengono acqua, che è nemica del fuoco
«Tu dici»,
ribatte, «che le nubi sottoposte ad attrito producono il fuoco, pur essendo
umide, anzi sature d’acqua: come possono, dunque, generare il fuoco, quando non
è più verosimile che questo <nasca> da una nube che dall’acqua?».
26. Il fuoco
nasce dalle nubi
[1] Il fuoco nasce da una
nube. Prima di tutto nelle nubi non c’è acqua, ma un’aria densa pronta a
generare l’acqua, non ancora trasformata in acqua, ma sul punto di farlo; e non
c’è motivo per credere che l’acqua prima si raccolga e poi cada: si forma e
cade simultaneamente.
[2] Inoltre, se anche ammetterò che la nube
piena di goccioline d’acqua sia umida, tuttavia niente impedisce che il fuoco
scaturisca anche dall’umido, anzi (cosa di cui ti meraviglierai ancor più)
dall’acqua. Alcuni sostennero che niente può mutarsi in fuoco, se prima non si
è mutato in acqua. Quindi, la nube può, lasciando immutata l’acqua che
contiene, produrre fuoco in qualche sua parte, come spesso in un pezzo di legno
una parte brucia, l’altra trasuda.
[3] Non dico, però, che questi elementi non
siano contrari fra loro e che l’uno non tenda ad annientare l’altro; ma, quando
il fuoco è più forte dell’acqua, trionfa; viceversa, quando la quantità d’acqua
sovrabbonda, allora il fuoco rimane senza effetto; perciò, la legna verde non
brucia: ciò che conta, dunque, è quanta acqua ci sia; infatti, se è poca, non
opporrà resistenza e non impedirà al fuoco di sprigionarsi.
[4] E come potrebbe essere altrimenti? Al
tempo dei nostri antenati, come ha tramandato Posidonio, essendo emersa
un’isola nel Mar Egeo, di giorno il mare spumeggiava e dal profondo si
innalzava del fumo: soltanto la notte rivelava la presenza del fuoco, che non
era continuo, ma risplendeva a intervalli, come i fulmini, tutte le volte che
la vampa sottomarina riusciva a vincere il peso dell’acqua sovrastante; [5] poi furono gettate fuori pietre e
rocce in parte intatte, quelle che la corrente d’aria aveva espulso prima che
fossero bruciate. Infine, emerse la vetta di un monte bruciato; poi si accrebbe
in altezza e quel masso si ingrandì fino a raggiungere le dimensioni di
un’isola.
[6] La stessa cosa avvenne ai nostri tempi,
durante il secondo consolato di Valerio Asiatico. A che scopo ho ricordato
questi eventi? Perché fosse chiaro che il fuoco non è stato spento dal mare che
lo ha ricoperto e che il peso di un’enorme massa d’acqua non ha impedito di
uscire al suo impeto. Asclepiodoto, discepolo di Posidonio, ha tramandato che
la profondità dell’acqua attraverso cui il fuoco emerse fondendole era di
duecento passi. [7] E se l’enorme
forza delle acqua non ha potuto soffocare la violenza delle fiamme che saliva
dalle profondità del mare, quanto meno potrà impedire il fuoco l’umidità
leggera e rugiadosa delle nubi? È tanto lontana dal costituire un ostacolo che
anzi è causa del fuoco che noi vediamo risplendere solo quando il cielo è
minaccioso. Quando è sereno non ci sono fulmini: una giornata limpida non
presenta di questi fenomeni che incutono queste paure, e neppure una notte, a
meno che non sia scura di nubi.
[8] «Ma come? Non lampeggia talvolta anche
quando si vedono le stelle e la notte è tranquilla?». Ma devi sapere che là
donde proviene il brillare ci sono delle nubi che un rigonfiamento del terreno
non ci consente di vedere.
[9] Aggiungi ora che può accadere che le
nubi basse e vicine a terra con il loro attrito producano il fuoco, che,
guizzato verso le regioni superiori, diventa visibile in una parte del cielo
pulita e tersa, ma si forma in una zona sudicia.
27. Tipi di
tuono
[1] Alcuni hanno distinto i
tuoni in questo modo: hanno affermato che ce n’è un tipo il cui boato è cupo,
come quello che precede il terremoto, quando il vento è rinchiuso e freme. Ecco
in che modo si formano, secondo loro: [2]
quando le nubi hanno rinchiuso dell’aria al proprio interno, questa, agitandosi
nelle loro parti concave, produce un rumore simile ai muggiti, cupo, uniforme e
continuo, soprattutto quando la regione in cui si aggira è umida e le impedisce
qualunque sfogo; perciò, i tuoni di questo tipo sono segni premonitori che la
pioggia sta per arrivare.
[3] Ce n’è un altro tipo, acuto, e io lo
definirei stridulo più che sonoro, <come> il rumore che di solito si ode
quando si fa scoppiare una vescica sopra la testa di qualcuno: tuoni di questo
genere si producono quando una nube addensata si dissolve e lascia uscire l’aria
dalla quale era tenuta distesa. Questo propriamente si chiama fragore,
improvviso e violento; quando si produce, gli uomini cadono a terra senza più
vita; altri, pur conservando la vita, rimangono storditi ed escono di senno;
noi li chiamiamo «attoniti», perché quel rumore celeste ha scombussolato la
loro mente.
[4] Questo genere di tuoni può prodursi
anche in questo modo: dell’aria, chiusa in una nube concava e rarefatta dal suo
stesso movimento, si dilata; poi, mentre va in cerca di uno spazio più grande
per sé, risuona urtando contro le nubi da cui è avvolta. E allora? Non è vero
che, come le mani battute l’una contro l’altra producono il rumore
dell’applauso, così può esistere un rumore delle nubi che si scontrano, un
rumore grande perché grandi sono le masse che si incontrano?
28. Come si
producono i tuoni
[1] «Noi», ribatte, «vediamo
nubi che vanno a sbattere contro le montagne senza fare alcun rumore». Prima di
tutto non fanno rumore in qualunque modo urtino, ma solo se sono disposte in
modo adatto a produrre il suono (batti l’una contro l’altra le mani dalla parte
del dorso: non applaudiranno; mentre palma contro palma produrranno l’applauso;
e c’è una gran differenza se vengono battute incavate o aperte e ben distese).
Inoltre, bisogna non solo che le nubi si muovano, ma che siano spinte da una
forza grande e tempestosa.
[2] E ancora, una montagna non fende una
nube, ma la disgrega e la dissolve man mano che sopraggiunge. Neppure una
vescica fa rumore in qualunque modo abbia lasciato uscire l’aria: se è stata
divisa con un coltello, l’aria esce senza che le orecchie lo percepiscano;
bisogna che sia fatta scoppiare, non che sia tagliata, perché faccia rumore. La
stessa cosa vale per le nubi: se non si spezzano per un colpo violento, non
fanno rumore. Aggiungi ora che le nubi spinte contro una montagna non si
rompono, ma si disperdono tutto attorno e si distribuiscono su alcuni punti dei
fianchi, sugli alberi, sui rami, sui cespugli, sui massi scoscesi e sporgenti,
cosicché, se contengono dell’aria, la emettono in più luoghi, ed essa non
risuona, se non esce tutta in una volta.
[3] Per rendertene conto, prendi il vento:
quando si divide attorno a un albero, emette un sibilo, non un tuono; c’è
bisogno di un colpo, per così dire, esteso e che dissipi d’un tratto tutta la
massa, perché erompa quel rumore che si ode quando tuona.
29. La
propagazione dei suoni nell’aria
Oltre a ciò,
l’aria è per natura adatta a trasmettere le voci: come potrebbe essere
altrimenti, dato che la voce non è nient’altro che aria colpita? Dunque, le
nubi devono ammassarsi da una parte e dall’altra, essere cave e tese; vedi,
infatti, quanto siano più sonore le cose vuote rispetto a quelle piene, quelle
tese rispetto a quelle allentate. Allo stesso modo risuonano timpani e cembali,
perché i timpani fanno vibrare l’aria che dalla parte opposta della membrana
oppone resistenza, i cembali non squillano che grazie alla cavità del metallo
di cui sono fatti.
30. Tuoni e
fulmini in assenza di nubi
[1] Alcuni, tra i quali
Asclepiodoto, ritengono che tuoni e fulmini possano essere provocati anche
dallo scontro di certi corpi. Una volta l’Etna traboccò per la quantità enorme
di fuoco ed eruttò una massa enorme di sabbia incandescente, la luce del giorno
fu avvolta da un velo di polvere e una notte improvvisa atterrì le popolazioni.
Dicono che allora si siano verificati numerosissimi fulmini e tuoni, prodotti
dallo scontro di corpi aridi, non di nubi, che è verosimile fossero del tutto
assenti in tanto calore dell’aria.
[2] Una volta Cambise inviò contro il tempio
di Ammone un esercito che la sabbia, sollevata dall’Austro e ricadente come
neve, ricoprì e poi seppellì: anche allora è verosimile che si siano verificati
tuoni e fulmini per l’attrito dei granelli di sabbia che sfregavano l’uno contro
l’altro.
[3] Questa opinione non contrasta con la
nostra tesi. Abbiamo, infatti, affermato che la terra emette sostanze di
entrambi i tipi, e che particelle secche e umide vagano per tutta l’aria:
pertanto, se è avvenuto qualcosa di simile, ha prodotto una nube più solida e
più densa che se fosse stata composta soltanto d’aria pura.
[4] Tale nube può spezzarsi e produrre un
suono: queste particelle di cui ho parlato, che abbiano riempito l’aria con
vapori incandescenti o con venti che spazzano la terra, inevitabilmente
producono la nube prima del suono. Ora si stringono a formare la nube sia
particelle aride sia particelle umide: infatti, come abbiamo detto, una nube è
la condensazione di un’aria spessa.
31. Effetti
mirabili del fulmine su corpi e oggetti
[1] Per altro, a ben
guardare, sono mirabili gli effetti del fulmine, e non lasciano alcun dubbio
che esso abbia una potenza divina e precisa: monete d’argento vengono fuse in
cassette che restano intatte e indenni; perfino una spada si liquefa senza che il
fodero si deformi; e il ferro sulla punta dei giavellotti cade a gocce, mentre
il legno rimane integro; andata in pezzi una botte, il vino non cola, ma non
resta coagulato per più di tre giorni.
[2] Ugualmente tra i fenomeni degni di nota
puoi mettere il fatto che la testa degli uomini e degli altri animali che sono
stati colpiti si volta verso il punto da cui è uscito il fulmine, e che le
schegge di tutti gli alberi colpiti si drizzano contro i fulmini. E che dire
del fatto che il veleno dei serpenti pericolosi e di altri animali che hanno il
potere di uccidere viene annientato quando essi sono colpiti dal fulmine? «Come
lo sai?», mi si chiederà. Nei cadaveri di animali velenosi non nascono vermi:
quelli degli animali colpiti dal fulmine si riempiono di vermi nel giro di
pochi giorni.
32. Proprietà
profetiche del fulmine
[1] E che dire del fatto che
i fulmini preannunciano il futuro e non solo danno presagi di uno o due eventi,
ma spesso rivelano una lunga serie di eventi concatenati, e lo fanno con segni
evidenti e di gran lunga più chiari che se lo mettessero per iscritto? [2] Questa è la differenza tra noi e gli
Etruschi, che sono i più abili nell’arte di interpretare i fulmini: noi
crediamo che i fulmini siano prodotti perché le nubi si sono scontrate; essi
pensano che le nubi si scontrino per produrre fulmini (infatti, poiché
riconducono ogni cosa a Dio, sono convinti non che i fulmini diano dei presagi
perché si sono verificati, ma che si verifichino perché sono destinati a dare
dei presagi): tuttavia, essi si verificano nello stesso modo, che il presagio
sia il loro scopo o il loro effetto.
[3] «Ma come possono preannunciare il
futuro, se non sono mandati per questo?». Come gli uccelli ci portano un
presagio favorevole o sfavorevole, pur non essendo mandati con lo scopo di
presentarsi ai nostri occhi. «Ma è Dio che li ha mossi», ribatte. Tu rendi Dio
troppo libero da impegni e lo fai occupare di cose da nulla, se ritieni che
disponga i presagi per alcuni, le viscere per altri. [4] Ciò nonostante, queste operazioni si svolgono con l’aiuto
divino, se le penne degli uccelli non sono dirette da Dio e le viscere degli
animali non si dispongono in certo modo quando si trovano già sotto la scure:
la concatenazione degli eventi stabilita dal fato si dispiega secondo un altro
principio, facendosi precedere da indizi del futuro. Di questi, alcuni ci sono
familiari, altri sconosciuti: qualunque cosa accada, è segno premonitore di
qualche evento futuro, i casi fortuiti, senza regola e incerti non ammettono
divinazione; ciò che si svolge in base a un ordine ammette la previsione.
[5] «Perché, dunque, all’aquila o al corvo e
a pochissimi uccelli è stato concesso l’onore di portare presagi di avvenimenti
importanti, mentre il verso degli altri non è profetico?». Perché alcuni
animali non sono ancora stati fatti rientrare nella scienza augurale, mentre
altri non possono neppure esserlo, poiché i nostri rapporti con loro sono
troppo lontani; del resto, non c’è animale che non preannunci qualcosa
muovendosi o venendoci incontro: certo non tutto, ma solo qualcosa viene notato
da noi.
[6] L’auspicio concerne l’osservatore:
riguarda, perciò, colui che vi ha rivolto la sua attenzione; per altro, vanno
ad effetto anche quelli che non vengono percepiti.
[7] L’osservazione dei Caldei ha colto gli
influssi dei cinque pianeti: che cosa? Tu pensi che tante migliaia di astri
brillino inutilmente? Inoltre, che cos’altro induce gli esperti in oroscopi a
commettere grossi errori, se non il fatto che ci fanno dipendere da pochi astri,
mentre tutti quelli che stanno sopra di noi rivendicano a sé parte di noi
stessi? Forse quelli più vicini fanno sentire la loro influenza in modo più
sensibile su di noi, e anche quelli che, per i loro movimenti più numerosi, ci
guardano sempre da una posizione diversa: [8]
del resto, anche quelli che sono immobili o che sembrano immobili per la
velocità uguale a quella dell’universo non sono senza potere e controllo su di
noi. <Ciascuno di noi> è guardato da un astro; essi adempiono al loro
compito secondo la ripartizione dei vari incarichi; ma è più difficile sapere
quale sia il loro potere che dubitare del loro potere.
33.
Tripartizione della disciplina che riguarda i fulmini
Ora
ritorniamo ai fulmini. La disciplina che li riguarda si divide in queste tre
parti: come osservarli, come interpretarli, come vincerli con le preghiere. La
prima parte concerne la classificazione, la seconda la divinazione, la terza il
propiziarsi gli dèi, che bisogna pregare se il fulmine è favorevole, implorare
se è sfavorevole: pregare che diano compimento alle promesse, implorare che
stornino le minacce.
34. Il
presagio del fulmine è più importante degli altri
[1] Si ritiene che il
fulmine eserciti l’influsso più potente, perché il suo intervento annulla tutto
ciò che preannunciano altri segni, e perché i suoi presagi sono definitivi e
non possono essere modificati dall’annuncio di un altro prodigio: tutte le
minacce provenienti dalle viscere o dal volo degli uccelli verranno annullate
da un fulmine favorevole, mentre tutto ciò che è stato preannunciato dal
fulmine non può essere cancellato dalle indicazioni contrarie né di viscere né
di uccelli.
[2] In questo mi sembra che sbaglino.
«Perché?». Perché non c’è niente di più vero del vero: se gli uccelli hanno
predetto il futuro, questo auspicio non può essere reso vano dal fulmine,
altrimenti non hanno predetto il futuro. Ora, infatti, non paragono l’uccello e
il fulmine, ma due segni della verità, che, se rivelano la verità, si
equivalgono. Pertanto, <se> l’intervento del fulmine rimuove le
indicazioni delle viscere e degli uccelli, significa che le viscere sono state
scrutate male e i voli sono stati osservati male. Infatti, non importa quale di
questi due presagi abbia un aspetto migliore o sia più potente per natura: se
entrambi portano segni della verità, quanto a questo sono equivalenti.
[3] Se affermerai che la fiamma ha più forza
del fumo, non mentirai; ma per indicare la presenza del fuoco, la fiamma e il
fumo hanno il medesimo valore. Pertanto, se sostengono questo: «Tutte le volte
che le viscere prediranno una cosa e i fulmini un’altra, il fulmine avrà
l’autorità maggiore», forse potrei essere d’accordo. Ma se sostengono questo:
«Benché l’altro segno abbia predetto il vero, il colpo di fulmine ha cancellato
le rivelazioni precedenti e ha rivendicato per sé tutta la credibilità», è
falso. «Perché?». Perché non ha alcuna importanza quanti siano gli auspici: il
fato è uno solo; se con il primo auspicio è stato compreso bene, non viene meno
con il secondo.
[4] Voglio dire: non importa se è diverso lo
strumento di cui ci serviamo per indagare, poiché l’oggetto dell’indagine è il
medesimo; il fato non può essere mutato dal fulmine: perché no, dato che il
fulmine stesso fa parte del fato?
35. La
concezione stoica dell’immutabilità del fato
[1] «Ma allora che scopo
hanno le cerimonie di espiazione e di scongiuro, se i fati sono immutabili?».
Permettimi di difendere quella rigida setta di coloro che accolgono queste
pratiche <con un sorriso> e ritengono che non siano nient’altro che
consolazioni di una mente malata.
[2] I fati esercitano il loro potere
diversamente da quel che crediamo, e non si lasciano commuovere da nessuna
preghiera; non deviano dal loro corso per compassione e non conoscono favori:
intrapresa una via dalla quale non si può tornare indietro, scorrono
conformemente all’ordine prestabilito. Come l’acqua di torrenti impetuosi non
scorre all’indietro su se stessa e non si arresta, perché quella che
sopraggiunge travolge quella che l’ha preceduta, così l’ordine del fato è fatto
ruotare dalla concatenazione eterna delle cose, la cui prima legge è quella di
conformarsi a ciò che è stabilito.
36. Che cosa
si intende per fato
Infatti, che
cosa intendi per fato? Ritengo che consista nella inevitabilità di tutte le
cose e di tutte le azioni, che nessuna forza può infrangere. Se ritieni di
poterla piegare con sacrifici o con l’immolazione di un’agnella candida, non
conosci le cose divine: dite che anche le decisioni del saggio non possono
mutare; quanto più quelle di Dio? Dal momento che il saggio sa che cosa è
meglio momento per momento, mentre alla divinità è tutto presente.
37. Come si
conciliano divinazione e fato
[1] Ora voglio difendere la
causa di coloro che ritengono che i fulmini debbano essere scongiurati e non dubitano
che le cerimonie di espiazione giovino talvolta a rimuovere i pericoli,
talvolta ad attenuarli, talvolta a differirli.
[2] Fra poco tratterò delle conseguenze che
ne derivano; per il momento dirò che costoro hanno questo in comune con noi:
che anche noi riteniamo che i voti giovino, senza però che ciò intacchi la
forza e la potenza dei fati. Certe cose, infatti, sono state lasciate in
sospeso dagli dèi immortali, in modo che si volgano in bene se saranno state
rivolte preghiere agli dèi, se saranno stati fatti dei voti: questo non va
contro il fato, ma è parte esso stesso del fato.
[3] «Ma», obietta, «la cosa deve essere o
non essere: se deve essere, sarà, anche se non avrai fatto dei voti; se non
deve essere, non sarà, anche se avrai fatto dei voti». Questa argomentazione è
falsa, perché trascura l’alternativa intermedia fra queste due: la cosa sarà,
ma se saranno stati fatti dei voti.
38. Il fato e
i voti
[1] «Anche questo, che tu
faccia voti o non ne faccia», obietta, «deve essere inevitabilmente già
abbracciato dal fato». Supponi che io mi arrenda alle tue argomentazioni e
riconosca che anche questo è compreso nel fato, che in ogni caso si facciano
voti: perciò saranno fatti.
[2] È destino che un uomo sia eloquente, ma
solo se avrà studiato; ma nello stesso destino è stabilito che egli studi:
dunque, bisognerà farlo studiare. Quest’altro sarà ricco, ma solo se sarà
andato per mare; ma in quell’ordine del fato, per il quale gli viene promesso
un ingente patrimonio, anche questo è stato prescritto, che egli anche vada per
mare: perciò andrà per mare. La stessa cosa ti dico a proposito delle cerimonie
di espiazione: uno scamperà ai pericoli, se scongiurerà con sacrifici le
minacce preannunciategli dagli dèi; ma anche che egli faccia questi sacrifici è
compreso nel fato: perciò li farà.
[3] Questi ragionamenti ci vengono di solito
opposti per provare che niente è stato lasciato alla nostra volontà e che ogni
nostro diritto alla libertà d’azione è stato consegnato <al fato>. Quando
prenderò in esame questo argomento, dirò in che modo, senza nulla togliere al
fato, qualcosa rimanga al libero arbitrio dell’uomo; per ora ho chiarito la
questione in esame: in che modo, se è irrevocabile l’ordine stabilito dal fato,
le cerimonie di espiazione e quelle per stornare i presagi funesti scongiurino
i pericoli, perché non sono in contrasto col fato, ma rientrano esse stesse
nella legge del fato.
[4] «E allora?», osservi, «a che mi giova
l’aruspice? Infatti, in ogni caso è inevitabile che io compia queste espiazioni,
anche se lui non me lo consiglia». Giova, perché è un intermediario del fato:
così, mentre la guarigione è dovuta al fato, è dovuta anche al medico, perché
il beneficio del fato giunge a noi per mezzo delle sue mani.
39. I tre
tipi di folgori secondo Cecina
[1] Cecina afferma che ci
sono tre tipi di folgori: consigliera, d’autorità e e quella detta di
posizione. La folgore consigliera si verifica prima dell’atto, ma dopo
l’intenzione di agire: è quando un colpo di fulmine ci persuade o ci dissuade
dall’attuare qualcosa su cui stiamo riflettendo. La folgore d’autorità si ha
quando arriva dopo l’avvenimento, di cui preannuncia le conseguenze nel bene e
nel male.
[2] La folgore di posizione si ha quando
l’intervento del fulmine è rivolto a persone tranquille, che non stanno
intraprendendo alcuna azione né se lo propongono: minaccia o promette o
ammonisce. Cecina chiama quest’ultima ammonitrice, ma non so perché essa non si
identifichi con quella consigliera: infatti, anche chi ammonisce dà un
consiglio.
[3] Ma ci sia una qualche distinzione e sia
separata da quella consigliera, perché quest’ultima persuade e dissuade, quella
si limita a far schivare un pericolo incombente, come quando temiamo il fuoco,
l’inganno da parte di chi ci sta vicino, il complotto da parte degli schiavi.
[4] Tuttavia, io vedo ancora un’altra
distinzione fra i due tipi di folgori: la consigliera è quella indirizzata a
chi ha intenzione di fare qualcosa, l’ammonitrice a chi non ce l’ha; ciascuna
poi ha una sua proprietà peculiare: si persuade chi prende decisioni, si
ammonisce in ogni caso.
40. Tipi di
fulmini
[1] Prima di tutto non si
tratta di tipi di fulmini, ma di tipi di rivelazioni. Infatti, i tipi di
fulmini sono: quello che perfora, quello che abbatte scuotendo, quello che brucia.
Quello che perfora è sottile e fiammeggiante, e sfugge attraverso passaggi
strettissimi, grazie alla finezza della sua fiamma intatta e pura.
[2] Quello che frantuma è concentrato e
mescolato a masse d’aria condensata e tempestosa; pertanto, il primo fulmine
torna indietro attraverso l’apertura da cui è entrato, e se ne va; questo
secondo, la cui potenza è diffusa su uno spazio esteso, manda in pezzi ciò che
colpisce, non lo perfora.
[3] Il terzo tipo, quello che brucia,
contiene molti elementi terrosi, e ha più del fuoco che della fiamma; pertanto,
lascia vaste tracce di fuoco, che aderiscono profondamente ai corpi percossi.
Certamente non giunge nessun fulmine senza fuoco, tuttavia noi designiamo come
fulmine igneo quello che imprime tracce evidenti, che brucia o che annerisce.
[4] Tre sono i modi in cui brucia: o scotta
e causa piccole lesioni o riduce in cenere o accende. Tutti questi fulmini
bruciano, ma presentano differenze nel tipo e nel modo di bruciare: tutto ciò
che è stato ridotto in cenere è comunque anche stato bruciato; ma ciò che è
stato bruciato non è stato comunque ridotto in cenere; [5] lo stesso vale per ciò che è stato acceso: infatti, il fuoco
può averlo bruciato per il solo fatto di averlo attraversato. Chi non sa che
certi oggetti bruciano senza prendere fuoco, ma che niente prende fuoco senza
insieme bruciare? Aggiungerò solo questo: una cosa può essersi ridotta in
cenere senza essere stata accesa, può essere stata accesa senza ridursi in
cenere.
[6] Ora passo a quel genere di fulmine che
annerisce gli oggetti colpiti; esso o li scolorisce o li colora (esporrò subito
la differenza esistente fra i due casi): si scolorisce ciò il cui colore si
guasta, ma non cambia; si colora ciò il cui aspetto muta rispetto a quello di
prima, come per esempio diventa azzurro o nero o livido.
41. Le tre
folgori di Giove secondo gli Etruschi
[1] Le tesi esposte fin qui
sono condivise dagli Etruschi e dai filosofi. Essi sono in disaccordo su questo
punto: gli Etruschi sostengono che i fulmini sono mandati da Giove e gli
assegnano tre folgori. La prima, come dicono, ammonisce benevolmente ed è
scagliata per decisione di Giove in persona. La seconda, la scaglia sì Giove,
ma in base al parere dei suoi consiglieri: chiama, infatti, a sé i dodici dèi;
questo fulmine produce talvolta qualche effetto benefico, ma anche allora
nuoce: non giova senza causare dei danni.
[2] La terza folgore, la scaglia sempre
Giove, ma dopo aver convocato in consiglio gli dèi che chiamano superiori e
avvolti nel mistero, perché devasta le cose su cui si abbatte e comunque
trasforma le condizioni di vita privata e pubblica che trova: il fuoco,
infatti, non permette a nulla di rimanere nello stato in cui era.
42.
Motivazioni alla base della credenza nei fulmini scagliati da Giove
[1] A proposito di questi
fenomeni, gli antichi sbagliano, se tu giudichi a prima vista. Che cosa c’è,
infatti, di così da ignoranti come credere che Giove scagli i fulmini dalle
nubi, mirando alle colonne, agli alberi, talvolta alle sue statue, per colpire
innocui animali domestici, lasciando impuniti i sacrileghi, gli assassini, gli
incendiari, e che gli dèi siano chiamati <a> consiglio da Giove, come se
egli non fosse in grado di deliberare, che quei fulmini che scaglia da solo
siano propizi e benevoli, funesti invece quelli che sono stati scagliati con la
partecipazione di un maggior numero di potenze divine?
[2] Se chiedi il mio parere, ritengo che gli
antichi non siano stati così stupidi da credere che Giove voglia qualcosa di
ingiusto o sia maldestro. Delle due alternative una: quando ha emesso i fuochi
con cui colpisce esseri innocenti e tralascia i criminali, non ha voluto
colpire con più giustizia o non gli è riuscito il lancio?
[3] Che cosa avevano in mente, quando
facevano queste affermazioni? Per tenere a freno gli ignoranti, quegli uomini
estremamente saggi giudicarono inevitabile ricorrere alla paura, perché
temessimo qualcosa al di sopra di noi. Dal momento che i delitti crescevano in
audacia, era utile che ci fosse qualcosa rispetto a cui nessuno si ritenesse
abbastanza potente: perciò, per spaventare coloro che si attengono all’onestà
solo se spinti dalla paura, posero sopra il loro capo un vendicatore, e per di
più armato.
43. I due
generi di fulmini scagliati da Giove
[1] Perché, dunque, quel
fulmine che Giove scaglia da solo è benevolo, mentre è pernicioso quello su cui
si è consultato e che ha scagliato in base alla decisione anche degli altri
dèi? Perché bisogna che Giove, cioè il re, possa giovare anche da solo, ma non
possa fare del male se non col consenso dei più.
[2] Imparino, tutti costoro che hanno
raggiunto una grande potenza fra gli uomini, che senza consultazione non viene
scagliato neppure il fulmine: convochino attorno a sé dei consiglieri, prendano
in considerazione il parere di molti, temperino una decisione destinata a far
del male, e, quando devono colpire, tengano presente che neppure a Giove è
sufficiente il suo giudizio.
44.
Motivazioni alla base della distinzione dei due tipi di fulmini
[1] Anche in questo non furono
così ignoranti da credere che Giove cambi le saette. Questo si addice alla
libertà della poesia: c’è un altro
fulmine più leggero, cui la destra dei Ciclopi ha aggiunto meno crudeltà e
fiamma, meno collera: gli dèi superi li chiamano saette di second’ordine.
[2] Ma quegli uomini saggi non caddero in
questo errore di ritenere che Giove si serva di fulmini ora <più pesanti,
ora> più leggeri. Ma hanno voluto ricordare a coloro che devono colpire con
i loro fulmini le colpe degli uomini che non bisogna colpirle tutte allo stesso
modo: alcune devono essere colpite leggermente, altre colpite violentemente e
represse, altre corrette con l’ammonimento.
45. La vera
natura di Dio
[1] Non credettero neppure
questo: che Giove quale noi lo veneriamo in Campidoglio e negli altri templi
scagli con le proprie mani i fulmini, ma hanno un’idea di Giove uguale alla
nostra: reggitore e custode dell’universo, anima e spirito del mondo, signore e
artefice di quest’opera, al quale si addice ogni appellativo; [2] se vuoi chiamarlo fato, non
sbaglierai: è colui dal quale tutto dipende, la causa delle cause; se vuoi
chiamarlo provvidenza, lo fai a buon diritto: è, infatti, colui che con le sue
deliberazioni provvede a questo mondo, perché proceda senza ostacoli ed
esplichi le sue attività; se vuoi chiamarlo natura, non sbaglierai: è, infatti,
colui dal quale sono nate tutte le cose, grazie al cui soffio vitale noi
viviamo; se vuoi chiamarlo mondo, non ti ingannerai: proprio lui, infatti, è la
totalità di ciò che vedi, inseparabilmente connesso con le sue parti, e
conserva se stesso e le cose che da lui dipendono. La stessa cosa è sembrata
anche agli Etruschi, e perciò hanno detto che i fulmini sono scagliati da
Giove, perché senza di lui non si fa nulla.
46. Il
comportamento di Dio
«Ma perché
Giove trascura di colpire quelli che lo meritano o colpisce gli innocenti?». Tu
mi coinvolgi in una questione più impegnativa, che dovrà essere affrontata a
suo tempo e a suo luogo: per ora dico solo che i fulmini non sono mandati da
Giove, ma tutto è stato disposto da lui in modo che anche ciò che non è fatto
direttamente da lui non avviene tuttavia senza ragione, e questa ragione viene
da lui. Infatti, anche se Giove non fa quelle cose adesso, Giove ha fatto in
modo che fossero fatte; non mette mano ogni volta a ciascuna cosa, ma ha dato a
tutte la forza e la causa.
47. La durata
del presagio dei fulmini secondo gli Etruschi
Non aderisco
a questa divisione: affermano che i fulmini sono di efficacia perpetua o per un
tempo determinato o prorogabile. Sono di efficacia perpetua o per un tempo
determinato quando il loro presagio vale per tutta la vita e non preannuncia un
avvenimento solo, ma abbraccia la concatenazione degli avvenimenti che si
verificheranno per tutto il tempo a partire da quel momento; questi sono i
fulmini che si producono per primi dopo che si è entrati in possesso di un
patrimonio e quando un uomo o una città vengono a trovarsi in una condizione
nuova. I fulmini il cui effetto dura per un tempo determinato compaiono in ogni
caso nel giorno stabilito. Sono prorogabili quando le loro minacce possono
venire differite, ma non stornate o annullate.
48. Critiche
alla tesi etrusca. È preferibile adottare la suddivisione di Attalo
[1] Esporrò il motivo per
cui non sono d’accordo con questa suddivisione. Anche il fulmine che dicono di
efficacia perpetua ha un limite determinato (infatti, compare ugualmente nel
giorno stabilito, e non è meno limitato per il fatto che preannuncia una
molteplicità di avvenimenti), e quello che sembra prorogabile ha un limite
determinato (infatti, anch’essi ammettono che è stabilito con certezza fino a
quando si può ottenere una dilazione; dicono, infatti, che le folgori
concernenti la vita privata non possono essere rinviate per più di dieci anni,
quelle concernenti la vita pubblica per più di trenta: in questo modo hanno
anch’esse un limite determinato, perché in esse è incluso un termine oltre il
quale non possono essere prorogate): dunque, per ogni fulmine e per ogni
avvenimento da esso annunciato è stato stabilito il giorno; infatti, non può
esserci alcuna comprensione di ciò che è incerto.
[2] Essi dicono in modo disordinato e
impreciso che cosa si debba osservare nella folgore, mentre potrebbero adottare
la suddivisione del filosofo Attalo, che si era dedicato a questa disciplina:
in modo da osservare dove si è verificato il fenomeno, quando, per chi, in
quale circostanza, con quali caratteristiche e con quanta intensità. Se io
volessi distribuire questa materia nelle sue parti, che cosa potrei fare ancora?
Mi avventurerei in un campo illimitato.
49.
Suddivisione delle folgori secondo Cecina
[1] Ora accennerò brevemente
ai nomi che Cecina assegna alle folgori e dirò che cosa ne penso. Egli afferma
che esistono folgori postulatorie, per le quali vengono celebrati di nuovo i
sacrifici interrotti o non compiuti secondo i riti; folgori ammonitrici, che
insegnano da che cosa ci si debba guardare; folgori pestifere, che
preannunciano la morte e l’esilio; folgori ingannatrici, che fanno del male
sotto l’apparenza di qualche bene (concedono un consolato che sarà dannoso per
chi lo eserciterà e un’eredità il cui utile dovrà essere pagato con gravi
danni); folgori rivelatrici, che fanno credere a pericoli in realtà
inesistenti; [2] folgori
annullatrici, che cancellano i sinistri presagi di fulmini precedenti; folgori
attestatrici, che concordano con le precedenti; folgori atterrate, che si
producono in luogo chiuso; folgori sepolte, che colpiscono oggetti già
fulminati precedentemente senza che siano stati compiuti riti di espiazione;
folgori regali, quando vengono toccati il foro o il comizio o i luoghi più
importanti di una città libera, il cui presagio è una minaccia di dispotismo
per lo Stato; [3] folgori
sotterranee, quando il fuoco è scaturito dalla terra; folgori ospitali, che
durante i sacrifici fanno venire o, per servirmi della loro terminologia più
cortese, invitano Giove presso di noi (ma egli non si adirerebbe, se fosse
invitato: ora essi affermano invece che viene con grande pericolo per coloro
che lo invitano); folgori soccorritrici, che arrivano invocate, ma per il bene
di chi le invoca.
50.
Suddivisione dei fulmini secondo Attalo
[1] <