Seneca

 

Questioni naturali

 

 

LIBRO IVa

<IL NILO>

 

 

Prefazione. Bisogna sottrarsi agli adulatori. Elogio di Lucilio e di Gallione. Bisogna ritirarsi in se stessi

[1] A quanto scrivi, Lucilio, che sei il migliore tra gli uomini, la Sicilia ti piace e ti piace anche la carica di procuratore, che ti lascia del tempo libero; e continuerà a piacerti, se vorrai mantenerla entro i suoi limiti, senza voler trasformare in potere supremo una procura. Sono sicuro che lo farai: so quanto tu sia alieno dall’ambizione e quanta familiarità tu abbia con la vita ritirata e la cultura. Ricerchino un sacco di cose e di gente coloro che non sanno sopportare se stessi: tu sei in totale armonia con te stesso.

[2] E non c’è da sorprendersi che questo accada a pochi. Noi siamo prepotenti e insopportabili con noi stessi; ci tormentiamo ora per amore ora per disgusto di noi stessi; ora gonfiamo d’orgoglio il nostro animo sventurato, ora lo torturiamo con le nostre brame; a volte lo sfiniamo con il piacere, a volte lo consumiamo con le preoccupazioni; ciò che è più penoso è che non siamo mai soli con noi stessi. Pertanto, è inevitabile che ci sia una lotta permanente dove coabitano tanti vizi.

[3] Continua, dunque, Lucilio mio, a comportarti nel tuo solito modo: tienti lontano il più possibile dalla folla, per non offrire il fianco scoperto agli adulatori. Costoro sono maestri nell’acquistarsi il favore dei superiori: non riuscirai a tenere loro testa, anche se te ne guarderai attentamente. Credimi: se ti lascerai prendere da loro, ti consegnerai tu stesso a chi ti tradirà.

[4] Le lusinghe hanno in sé questa proprietà di natura: anche se vengono rifiutate, piacciono; spesso respinte, alla fine vengono accolte. Infatti, si vantano proprio del fatto di essere scacciate, e neppure un insulto riesce a domarle. È incredibile ciò che sto per dire, eppure è vero: ciascuno è maggiormente esposto ai colpi soprattutto dalla parte in cui è attaccato; può darsi che proprio perché esposto sia attaccato.

[5] Mettiti, dunque, nella disposizione di spirito che non puoi ottenere di essere invulnerabile: quando avrai protetto tutto il tuo corpo, sarai ferito attraverso l’armatura. Uno userà l’adulazione senza farlo notare e con moderazione, un altro apertamente e palesemente, con affettata grossolanità, come se si trattasse di qualcosa di spontaneo e non di artificioso. Planco, il massimo maestro in questo campo prima di Vitellio, diceva che non si deve adulare né di nascosto né dissimulando. «Si chiede a vuoto», affermava, «se non ci si fa notare».

[6] L’adulatore, quando è stato colto in flagrante, fa grandi progressi; ancor più se è stato rimproverato, se è arrossito. Tieni presente che con la tua carica farai nascere numerosi Planchi e che il rimedio a un male così grave non consiste nel rifiutare le lodi. Crispo Passieno, l’uomo più fine che io abbia conosciuto in tutti gli ambiti certo, ma soprattutto nell’individuare e curare i vizi, ripeteva spesso che all’adulazione noi non chiudiamo la porta, ma la sbarriamo, proprio come si fa di solito con l’amante, che se l’ha spinta per entrare, è gradita, ma lo è ancor più se l’ha forzata.

[7] Mi ricordo che Demetrio, uomo eccezionale, disse a un potente liberto che il giorno in cui ne avesse avuto abbastanza della moralità, gli sarebbe stato facile trovare la strada per la ricchezza. «E non vi priverò del mio metodo, ma insegnerò a coloro che hanno bisogno di cercar denaro come, senza correre rischi per mare, senza esporsi ai contrasti della compravendita, senza cercare i profitti incerti dell’agricoltura o quelli ancora più incerti dei tribunali, possano far soldi per una via non solo facile, ma anche piacevole, e spogliare la gente che se ne rallegrerà».

[8] «Giurerei», aggiunse, «che tu sei più alto di Fido Anneo e di Apollonio il pugile, anche se hai la statura di *** messo di fronte a un Trace. Dirò che non c’è uomo più generoso di te, e non avrò detto il falso, perché tutto quello che non hai preso agli altri può sembrare che tu lo abbia donato».

[9] È proprio così, mio caro Iuniore: quanto più scoperta è l’adulazione, quanto più è incapace di sentirsi in imbarazzo ed è capace di far sentire in imbarazzo gli altri, tanto più rapidamente trionfa. Infatti, siamo ormai giunti a tal punto di follia che chi loda con moderazione viene giudicato malevolo.

[10] Ero solito dirti che mio fratello Gallione, che tutti – compresi quelli che non potrebbero amarlo di più – amano troppo poco, gli altri vizi non li conosce, questo lo odia. Hai cercato di far breccia in lui in tutti i modi: hai cominciato con l’ammirare il suo ingegno, il più grande di tutti e il più degno che lo si volesse eternare piuttosto che profanare; egli vi si è sottratto; hai cominciato a lodare la sua frugalità, che si è tenuta a distanza dalle nostre abitudini, così da non sembrare condividerle né condannarle: ti ha subito bloccato alle prime parole; [11] hai cominciato ad ammirare la sua affabilità e i suoi modi gentili privi di formalità, che attraggono anche quelli ai quali non sono rivolti, dono gratuito anche per coloro che lo incontrano per caso (infatti, non c’è uomo che sia così amabile con una persona sola come lo è lui con tutti, mentre intanto ciascuno lascia che sia messa in conto a lui una bontà che è rivolta a tutti – così grande è la forza di ciò che è buono per natura, dove non c’è puzza di artificio e di simulazione). Anche su questo punto egli resistette alle tue lusinghe, così da farti esclamare di aver trovato un uomo invincibile di fronte alle seduzioni che tutti accolgono a braccia aperte.

[12] Hai confessato di ammirare questa sua assennatezza e questa decisione nell’evitare un male inevitabile, tanto più perché avevi sperato di poter essere accolto da orecchie ben aperte, perché dicevi cose vere, benché lusinghiere. Ma proprio per questo egli capì che doveva opporvisi con maggior energia: infatti, ciò che è falso cerca sempre, appoggiandosi alla verità, di assurgere all’autorevolezza della verità. Non vorrei, tuttavia, che tu fossi scontento di te, come se tu avessi recitato male in una commedia e come se Gallione avesse sospettato che tu ti sia preso gioco di lui o abbia voluto ingannarlo: non ti ha colto in flagrante, ma ti ha respinto.

[13] Prendi esempio da lui. Quando qualche adulatore ti si avvicina, digli: «Queste frasi, che ormai passano da un magistrato all’altro insieme con i littori, vuoi porgerle a qualcuno che, disposto a comportarsi allo stesso modo, desidera ascoltare tutto ciò che egli stesso ha già detto? Io non voglio ingannare e non posso essere ingannato: vorrei essere lodato da voi, se voi non rivolgeste le stesse lodi anche ai cattivi». Ma che bisogno c’è di abbassarsi al livello in cui ti possano attaccare da vicino? Ci sia una grande distanza fra di voi.

[14] Qualora tu desiderassi ricevere lodi convenienti, perché dovresti esserne debitore ad altri? Lodati tu stesso, di’: «Mi sono dedicato agli studi liberali. Benché la povertà mi orientasse verso altri tipi di occupazione e il mio carattere mi conducesse là dove si trae un utile immediato dalla propria attività, mi sono rivolto alla poesia, che non dà profitti economici, e mi sono consacrato allo studio salutare della filosofia.

[15] «Ho mostrato che la virtù può nascere nel cuore di chiunque e, dopo aver vinto a fatica le difficoltà derivanti dalla mia umile condizione sociale, giudicandomi non in base alla mia fortuna, ma in base alla mia anima, mi sono innalzato al livello degli uomini più grandi. Gaio Caligola non riuscì a distruggere la mia fedeltà all’amicizia con Getulico; Messalina e Narciso, a lungo nemici dello Stato prima che di se stessi, non riuscirono a distogliermi dalla mia linea di condotta nei confronti di altre persone, amare le quali era causa di sventura. Ho rischiato la mia testa per conservare la mia fedeltà; non mi è stata strappata nessuna parola che non potessi pronunciare mantenendo pura la coscienza; ho temuto tutto per gli amici, per me niente, se non di essere stato abbastanza un buon amico.

[16] «Non ho versato lacrime come una donna; non mi sono mai messo, supplicando, nelle mani di nessuno; non ho fatto niente di indegno di un uomo buono né di un uomo vero. Superiore ai miei pericoli, pronto ad affrontare ogni minaccia, ho ringraziato la fortuna che aveva voluto mettermi alla prova, per vedere che valore attribuissi alla fedeltà (non doveva costarmi poco un bene così grande). Non ho esaminato a lungo (il loro valore, infatti, non si equivaleva) se fosse meglio che morissi io per salvare la fedeltà o venisse meno la fedeltà per salvare me.

[17] «Non mi sono gettato con precipitazione in una decisione disperata per sottrarmi al furore dei potenti. Vedevo presso Gaio gli strumenti di tortura, vedevo il fuoco, sapevo che sotto di lui già da molto tempo l’umanità era caduta così in basso che tra le prove di misericordia era annoverata l’uccisione delle vittime: tuttavia, non mi gettai sulla spada né mi precipitai in mare a bocca aperta, perché non sembrasse che per restare fedeli non si potesse far altro che morire».

[18] Aggiungi un animo che non si lascia corrompere dai doni e una mano che anche in mezzo alle lotte suscitate dall’avidità non si stende mai verso il guadagno; aggiungi un tenore di vita modesto, la moderazione nel parlare, l’affabilità nei rapporti con gli inferiori, il rispetto nei confronti dei superiori. Dopo di che, consùltati con te stesso, per vedere se quello che hai menzionato è vero o falso: se è vero, sei stato lodato davanti a un testimone importante; se è falso, sei stato messo in ridicolo senza testimoni.

[19] Potrebbe sembrare che anch’io ora voglia conquistare il tuo favore o metterti alla prova: credi quello che vuoi, e comincia ad aver paura di tutti, iniziando da me. Da’ retta alle parole di Virgilio: la fede non è sicura in nessun posto, o a quelle di Ovidio: fin dove si estende la terra, regna la feroce Erinni: si direbbe che gli uomini abbiano congiurato per fare il male, o a quelle di Menandro (chi, infatti, maledicendo il genere umano per la sua generale tendenza al vizio, non ha accresciuto l’altezza del proprio ingegno?): egli dice che tutti vivono nel male, balzando sulla scena come un poeta dai modi rustici, senza eccezione né di vecchi né di bambini, né di donne né di uomini, e aggiunge che non si pecca da soli o in pochi, ma ormai i delitti sono tutti collegati fra loro.

[20] Bisogna, dunque, fuggire e ritirarsi in se stessi; anzi, bisogna mettersi in salvo anche da se stessi. Benché siamo divisi dal mare, cercherò di adoperarmi per condurti verso una vita migliore, prendendoti energicamente per mano, e perché tu non ti senta solo, da qui discorrerò con te: staremo insieme, con la parte migliore che è in noi; ci daremo vicendevolmente consigli non dettati dal volto di chi ascolta.

[21] Ti condurrò lontano da questa provincia, perché tu non creda che si debba dare molta importanza agli eventi storici e non ti riempia d’orgoglio ogni volta che penserai: «Ho sotto la mia giurisdizione questa provincia che ha arrestato e abbattuto gli eserciti di due potentissime città, quando fu il bottino della grande guerra fra Cartagine e Roma. Essa vide e mantenne riunite in un solo luogo le forze di quattro fra i più importanti personaggi romani, piegò le fortune di Pompeo, logorò quelle di Cesare, trasferì ad altri quelle di Lepido, decise il destino di quelle di tutti; [22] fu presente a quel grandioso spettacolo, dal quale poteva risultar chiaro ai mortali come fosse rapida la caduta dalla posizione più elevata a quella più bassa e in quanti modi diversi la fortuna distruggesse un grande potere: infatti, nello stesso momento vide Pompeo e Lepido gettati dalla condizione più alta a quella più bassa, Pompeo mentre fuggiva davanti all’esercito di un altro, Lepido davanti al proprio».

 

1. La natura singolare del Nilo e la sua piena

[1] Pertanto, benché la Sicilia abbia al suo interno e attorno a sé molte meraviglie, per sottrarti completamente a esse, lascerò da parte per il momento tutte le questioni che concernono la tua provincia e distoglierò i tuoi pensieri verso altri ambiti. Esaminerò, infatti, assieme a te, una questione che nel libro precedente ho rinviato: perché il Nilo nei mesi estivi straripi. E una natura simile, a quanto sostengono alcuni filosofi, possiede il Danubio, perché la sua sorgente è sconosciuta ed è più grosso d’estate che d’inverno.

[2] Ma entrambe le affermazioni si sono rivelate false: infatti, abbiamo appurato che la sua fonte è in Germania e che comincia sì a ingrossarsi d’estate, ma quando ancora il Nilo rimane nei suoi limiti normali, ai primi caldi, quando il sole più cocente verso la fine della primavera comincia a far sciogliere la neve, e la fa scomparire prima che il Nilo inizi a gonfiarsi; poi, durante il resto dell’estate il Danubio decresce e ritorna alla sua grandezza invernale e scende anche al di sotto di essa. Il Nilo invece, cresce prima che si alzi la Canicola, a metà dell’estate e fino a dopo l’equinozio.

 

2. Il corso del Nilo. La piena del Nilo. Opinioni sulle cause della piena

[1] La natura ha innalzato davanti agli occhi del genere umano questo fiume, il più famoso di tutti, e ha fatto sì che inondasse l’Egitto nel periodo in cui la terra, bruciata da un caldo torrido, assorbe più profondamente le acque, per utilizzarne tanto quanto possa essere sufficiente ad affrontare la siccità che ricorre ogni anno. Infatti, in quella regione rivolta verso l’Etiopia, le piogge o sono completamente assenti o cadono raramente, e non bastano per giovare a una terra non abituata alle acque provenienti dal cielo.

[2] Come sai, l’Egitto ripone in questo la sua unica speranza: l’annata è sterile o fertile a seconda che il fiume abbia provocato un’inondazione abbondante o scarsa; «nessun contadino leva gli occhi al cielo». Perché non dovrei scherzare col mio poeta gettandogli in faccia un verso del suo Ovidio, che dice: l’erba non implora Giove pluvio?

[3] Se si potesse capire donde comincia a crescere, si scoprirebbero anche le cause della piena: ora, invece, dopo aver girato per vasti deserti ed essere penetrato in zone paludose ed essersi disperso in tortuosi <meandri>, intorno a File si riunisce per la prima volta abbandonando il suo corso incerto e vagabondo. File è un’isola rocciosa e scoscesa da ogni parte; è circondata da due fiumi che si congiungono poi in uno solo, trasformandosi nel Nilo e prendendone il nome; essa abbraccia un’intera città.

[4] Il Nilo, uscito da lì più potente che violento, sfiora l’Etiopia e le zone sabbiose attraverso cui passa la via commerciale che porta all’Oceano Indiano. Subito dopo si raccoglie a formare le Cateratte, località famosa per il magnifico spettacolo che offre: [5] lì il Nilo si solleva, passando in mezzo a rocce scoscese e scavate in più punti, e moltiplica le sue forze. Si infrange, infatti, contro i massi che incontra lungo il suo percorso e, aprendosi faticosamente una via attraverso stretti passaggi, dovunque sia vincitore o vinto, ribolle; dopo aver gonfiato le acque che aveva condotto avanti tranquillamente e senza tumulto, comincia a scorrere violento e travolgente attraverso passaggi ostili, irriconoscibile perché fino ad allora scorre fangoso e torbido; ma quando ha sferzato gli scogli e le rocce aguzze spumeggia e prende un colore che non deriva dalla sua natura, ma dall’alterazione causata dal luogo, e finalmente, oltrepassati vittoriosamente gli ostacoli, sentendosi improvvisamente mancare il terreno, precipita facendo udire un gran botto nelle regioni circostanti. Un popolo collocato dai Persiani in quel luogo, assordato da quel rumore incessante, non riuscì a resistere e per questo trasferì la propria dimora in regioni più silenziose.

[6] Ho sentito dire che fra le meraviglie del fiume c’è l’incredibile audacia degli abitanti delle sue rive: salgono in due su imbarcazioni minuscole, uno governa la barca, l’altro la svuota; poi, dopo essere stati a lungo sballottati in mezzo alla furia del Nilo e ai flutti che ritornano su se stessi, arrivano finalmente in strettissimi canali attraverso cui sfuggono ai gorghi rocciosi e, lanciati giù con tutto il fiume, governano a mano l’imbarcazione mentre cade e, precipitando a testa in giù, con grande spavento degli spettatori, quando già sei sul punto di piangerli, dandoli per annegati, inghiottiti da quell’enorme massa d’acqua, proiettati come da una catapulta, essi navigano lontano dal punto in cui sono caduti, e le onde non li sommergono, ma li affidano ad acque tranquille.

[7] La piena del Nilo comincia a vedersi attorno all’isola di File, di cui ho parlato poco fa. A poca distanza da essa il fiume è diviso da una roccia (i Greci la chiamano  [Abato" [= inaccessibile], e nessuno vi mette piede, tranne i sacerdoti); quei massi sono i primi ad accorgersi che il fiume si ingrossa. Poi, molto distanti, si ergono due scogli (gli abitanti li chiamano vene del Nilo), dai quali esce una grande quantità d’acqua, non abbastanza però per sommergere l’Egitto. Quando arriva la festa annuale del Nilo, i sacerdoti gettano in questa bocca l’offerta in denaro e i doni in oro del prefetto.

[8] Da qui in avanti il Nilo ormai manifesta nuove forze e scorre in un letto profondamente incassato, stretto fra i monti che gli impediscono di estendersi in larghezza. Nei dintorni di Menfi, finalmente libero di vagare per le campagne, si divide in più rami e attraverso canali costruiti dall’uomo in modo da poter disporre della quantità d’acqua che vuole, scorre qua e là per tutto l’Egitto. All’inizio si divide, poi, quando le sue acque si sono riunite in una distesa continua, ristagna, prendendo l’aspetto di un mare vasto e torbido. La larghezza delle regioni sulle quali si estende a destra e a sinistra, abbracciando tutto l’Egitto, gli fa perdere la violenza della sua corrente.

[9] La speranza in una buona annata è proporzionale alla crescita del Nilo, e l’agricoltore non sbaglia i calcoli, tanto la terra che il Nilo ha reso fertile corrisponde al livello del fiume. Esso porta acqua e terra insieme a un suolo sabbioso e assetato: infatti, scorrendo intorbidato, lascia tutto il suo fango in luoghi secchi e pieni di spaccature, e tutto il limo che ha portato con sé lo deposita su un terreno arido, giovando doppiamente alle campagne, perché le bagna e le concima. E così tutti i luoghi che non raggiunge giacciono sterili e incolti; se, però, cresce più del necessario fa dei danni.

[10] La natura di questo fiume è perciò eccezionale perché, mentre gli altri corsi d’acqua lavano via le terre e le svuotano, il Nilo, tanto più grande degli altri, non rode e non porta via le sue sponde, anzi ne accresce il vigore, e il dare al suolo la sua giusta composizione è il minore dei suoi benefici: infatti, impregna le sabbie e le lega con il limo che porta, e l’Egitto gli è debitore non solo della fertilità delle sue terre, ma delle terre stesse.

[11] Il loro aspetto raggiunge la sua massima bellezza quando il Nilo ha ormai inondato le campagne: le pianure sono nascoste e le valli coperte, le città emergono a mo’ di isole, non c’è alcun contatto fra gli abitanti della terraferma, se non per mezzo di imbarcazioni, e la gioia di quei popoli è tanto maggiore quanto minore è la superficie delle loro terre che riescono a vedere.

[12] Così anche quando il Nilo resta dentro i suoi argini, si riversa in mare attraverso sette bocche: qualunque di esse tu scelga, sembrerà un mare. Ciò nonostante esso distende in vari altri punti del litorale molte diramazioni poco note.

Del resto, nutre mostri altrettanto grandi e altrettanto pericolosi di quelli marini, e si può stimare la sua grandezza dal fatto che contiene animali giganteschi, ai quali offre e il nutrimento e lo spazio per muoversi.

[13] Balbillo, uomo ottimo e perfetto in ogni ambito del sapere, ci informa che quando governava l’Egitto in qualità di prefetto, presso la fonte Eracleotica del Nilo, che è la più grande, poté assistere allo spettacolo di delfini provenienti dal mare e coccodrilli provenienti dal fiume che mandavano avanti la loro schiera contro di loro; ingaggiarono una battaglia come per la sopravvivenza; i coccodrilli furono sconfitti da animali pacifici e dal morso inoffensivo.

[14] I coccodrilli hanno la parte superiore del corpo dura e impenetrabile anche per i denti di animali più grossi, ma la parte inferiore è molle e tenera. I delfini si immergevano e li ferivano lì con le spine che si drizzano sul loro dorso, e facendo forza in direzione opposta, li dividevano; dopo che molti furono fatti a pezzi in questo modo, gli altri si ritirarono come se la propria schiera si fosse data alla fuga: è un animale propenso a fuggire davanti a chi è audace, pur essendo audacissimo con chi è pauroso!

[15] E gli abitanti di Tentira riescono a vincerlo non per una dote propria della loro razza o del loro sangue, ma col disprezzo e l’audacia. Li inseguono, infatti, di propria iniziativa e li catturano col laccio mentre fuggono: molti muoiono, quelli che hanno meno presenza di spirito nell’inseguimento.

[16] Teofrasto ci informa che un tempo il Nilo trasportava acqua marina. Si sa che per due anni consecutivi durante il regno di Cleopatra (nel decimo e nell’undicesimo anno) non ebbe luogo la piena. Dicono che questo fu un segno della perdita di potere dei capi del mondo: infatti, l’impero di Antonio e Cleopatra venne meno. Callimaco ci informa che nei secoli precedenti il Nilo non aveva avuto la piena per nove anni.

[17] Ma ora mi accingerò a esaminare le cause per le quali il Nilo cresce in estate, cominciando dalle spiegazioni più antiche. Anassagora dice che dalle catene montuose dell’Etiopia le nevi che si sciolgono scendono fino al Nilo. Tutta l’antichità condivise questa opinione: la tramandano Eschilo, Sofocle, Euripide. Ma che essa sia errata, è dimostrato chiaramente da più prove.

[18] Prima di tutto il colorito abbronzato degli uomini e i Trogloditi che vivono in abitazioni sotterranee indicano che l’Etiopia è un paese caldissimo. Le rocce si riscaldano come per effetto del fuoco non solo a mezzogiorno, ma anche quando il sole volge al tramonto; la polvere scotta e non permette ai piedi umani di posarvisi; l’argento perde le parti di piombo; le giunture delle statue si sciolgono; nessun rivestimento di oggetti placcati resiste. Anche l’austro, che viene da quella regione, è il più caldo dei venti. Nessuno degli animali che d’inverno si nascondono va a rintanarsi; anche durante l’inverno il serpente resta in superficie e all’aperto. Anche ad Alessandria, che è situata lontano da queste zone esageratamente calde, non cade la neve; più a nord mancano le piogge.

[19] Com’è possibile, dunque, che una regione esposta a una simile calura abbia delle nevi che durano tutta l’estate? Ammettiamo pure che anche lì ci siano delle montagne che le accolgano: ma ne accoglieranno più che le Alpi, le catene montuose della Tracia o del Caucaso? Eppure, i fiumi che scendono da queste montagne in primavera e all’inizio dell’estate si gonfiano, poi d’inverno si abbassano al di sotto del loro livello, poiché d’inverno le piogge fanno sciogliere la neve, e i primi caldi fanno sparire quel che ne restava.

[20] Né il Reno né il Rodano, né il Danubio, né l’Ebro, che scorre ai piedi dell’Emo, crescono d’estate: eppure, essi, come avviene nelle regioni settentrionali, sono coperti da uno spesso strato di nevi perenni. Anche il Fasi e il Boristene si ingrosserebbero nella stessa stagione, se le nevi potessero, malgrado l’estate, aumentare il livello dei fiumi.

[21] Inoltre, se questa fosse la causa che fa crescere il Nilo, esso sarebbe in piena all’inizio dell’estate, poiché proprio quello è il momento in cui le nevi sono ancora intatte e si sciolgono gli strati più molli: il Nilo, invece, si ingrossa per quattro mesi e il suo accrescimento è regolare.

[22] Se credi a Talete, i venti etesii contrastano la discesa del Nilo e ne arrestano il corso, spingendo il mare contro le foci: così, respinto, ritorna su se stesso e non cresce, ma, trovando l’uscita sbarrata, si ferma e accumulandosi, si fa largo ovunque può. Eutimene di Marsiglia ci offre questa testimonianza: «Ho navigato», dice, «nell’oceano Atlantico: da lì scorre il Nilo, gonfiandosi finché i venti etesii rispettano la loro stagione, poiché allora il mare vi si riversa dentro. Quando i venti si sono placati, anche il mare ridiventa calmo e perciò esercita una pressione minore sulla discesa del Nilo. Del resto, il sapore del mare è dolce e le bestie sono simili a quelle del Nilo».

[23] Perché, dunque, se sono i venti etesii a ingrossare il Nilo, la sua piena comincia anche prima che essi arrivino e dura anche dopo che sono cessati? Inoltre, il suo incremento non è proporzionale alla forza con cui essi soffiano, e la sua corrente non è più lenta o più rapida a seconda della loro azione. E che dire del fatto che i venti etesii sferzano la costa egiziana e il Nilo scende in direzione opposta a essi, mentre dovrebbe venire dal luogo da cui essi provengono, se avesse origine da loro? Inoltre, uscendo dal mare, sarebbe limpido e azzurro, e non torbido com’è adesso.

[24] Aggiungi che la testimonianza di Eutimene è confutata da una folla di testimoni. A quei tempi c’era spazio per le opinioni false; quando il mondo esterno era sconosciuto, si potevano raccontare delle favole; ora, invece, le navi dei mercanti percorrono tutta la costa dell’Oceano Atlantico, e nessuno di loro ci racconta della sorgente del Nilo o del diverso sapore del mare, cosa che la natura ci impedisce di credere, perché il sole fa evaporare tutte le acque più dolci e più leggere.

[25] Inoltre, perché d’inverno non cresce? Anche allora il mare può essere agitato dai venti, che anzi possono soffiare più violentemente: gli etesii, infatti, sono moderati. E se il Nilo provenisse dall’Oceano Atlantico, coprirebbe d’un tratto tutto l’Egitto, mentre ora la sua crescita è graduale.

[26] Enopide di Chio afferma che d’inverno il calore è imprigionato sottoterra: perciò le caverne sono calde e l’acqua nei pozzi è più tiepida, perciò le vene d’acqua sono prosciugate da questo calore interno. Ma in altre regioni i fiumi sono ingrossati dalle piogge; il Nilo, invece, che non è aiutato da nessuna pioggia, si assottiglia; poi cresce durante l’estate, quando l’interno della terra si raffredda e le sorgenti ridiventano fresche.

[27] Se questo fosse vero, d’estate tutti i fiumi crescerebbero e i pozzi d’estate traboccherebbero. Inoltre, è falso che d’inverno sottoterra il calore sia maggiore. E perché le caverne e i pozzi sono tiepidi? Perché non lasciano entrare l’aria fredda che c’è all’esterno: così non è che posseggano calore, è che tengono fuori il freddo. Per lo stesso motivo d’estate sono freddi, perché l’aria riscaldata non arriva a essi, che sono lontani e isolati.

[28] Diogene d’Apollonia afferma: «Il sole attrae a sé l’umidità: la terra disseccata riceve questa umidità dal mare, il mare a sua volta dalle altre acque. Ora, non può accadere che la terra in alcune parti sia secca e in altre sia piena d’acqua, poiché tutte le sue parti sono perforate e in comunicazione fra loro, e quelle secche attingono acqua da quelle umide. Altrimenti, se la terra non ne ricevesse affatto, si sarebbe inaridita completamente. Il sole, dunque, prende l’umidità da ogni parte, ma soprattutto dalle zone su cui si accanisce, cioè da quelle esposte a mezzogiorno.

[29] «La terra, quando si è disseccata, attira a sé più umidità: come nelle lucerne l’olio scorre là dove brucia, così l’acqua si getta là dove la chiama con forza il calore di una terra in fiamme. Donde viene? Evidentemente da quelle regioni in cui è perennemente inverno: il nord ne ha in abbondanza. Per questo il Ponto scorre costantemente verso il mare situato a sud (e non ha, come gli altri mari, alternativamente un flusso e un riflusso), dirigendosi rapido e impetuoso sempre nella stessa direzione. Se l’acqua non fosse restituita attraverso queste vie alle regioni cui manca e non fosse fatta uscire da quelle in cui sovrabbonda, ormai sarebbe o tutto secco o tutto inondato».

[30] Mi piacerebbe chiedere a Diogene perché, dato che tutte le terre sono perforate e in comunicazione fra loro, i fiumi d’estate non siano più grossi dappertutto. «Il sole scalda maggiormente l’Egitto: perciò il Nilo cresce di più. Ma anche nelle altre regioni i fiumi si ingrossano sensibilmente». E poi perché alcune zone della terra sono prive di umidità, dato che tutte la attraggono da altre regioni, tanto più quanto più sono calde? E poi perché il Nilo è dolce, se la sua acqua proviene dal mare? Infatti, nessun altro fiume ha un sapore più dolce ***

 

Giovanni Lorenzo Lido, «I mesi», IV, 68, 107.

Erodoto dice che il sole, quando attraversa la zona australe vicina alla terra, attira verso di sé l’umidità da tutti i fiumi, e quando al sopraggiungere dell’estate piega il suo corso verso nord attira a sé il Nilo, e per questo motivo esso straripa durante l’estate.

Gli Egizi sostengono che i venti etesii allontanano tutte le nubi dalle regioni settentrionali spingendole verso sud, e le abbondanti precipitazioni che ne derivano fanno ingrossare il Nilo.

Eforo di Cuma nel primo libro delle sue Storie afferma che l’Egitto è per natura poroso e viene ricoperto ad opera del Nilo da uno strato di fango che si aggiunge anno dopo anno e che il fiume nel periodo del grande caldo, come fa il sudore, scorre giù verso terre più leggere e più porose.

Ma anche Trasialce di Taso dice che i venti etesii fanno straripare il Nilo; infatti, il Nilo trabocca perché l’Etiopia è circondata da montagne alte a confronto delle nostre e accoglie le nubi spinte dai venti etesii.

Callistene, il Peripatetico, nel quarto libro delle sue Elleniche dice che ha partecipato alla spedizione militare con Alessandro il Macedone e che, arrivato in Etiopia, ha trovato il Nilo che scorreva giù precipitosamente per le piogge ininterrotte cadute nella zona.

Ma anche Dicearco, nella sua Topografia terrestre, vuole che il Nilo trabocchi provenendo dall’Oceano Atlantico.

 

 

 

 

LIBRO IVb
LE NUBI

 

 

3. Formazione della grandine. Opinioni di Posidonio e di Anassagora

[1] Se affermassi di fronte a te che la grandine si forma nello stesso modo in cui si forma il ghiaccio presso di noi, quando una nube intera si è congelata, farei una cosa troppo temeraria. Perciò, io mi annovero fra quei testimoni di seconda categoria che non dichiarano di aver visto direttamente i fatti, oppure mi comporterò anch’io come gli storici: dopo aver mentito a proprio arbitrio, su qualche punto non vogliono dare la propria parola, ma aggiungono: «La responsabilità sarà a carico delle fonti».

[2] Dunque, se a me credi poco, Posidonio ti offre la sua garanzia tanto sugli argomenti che ha tralasciato quanto su quello che seguirà: affermerà, infatti, che la grandine si forma da una nube già carica di umidità e trasformata in acqua.

[3] Perché la grandine sia rotonda, lo puoi sapere anche senza un maestro, se osserverai che ogni goccia che cade prende l’aspetto di una sfera, cosa che si vede sia sugli specchi, che raccolgono l’umidità proveniente dal fiato, sia sui bicchieri cosparsi di goccioline e su qualsiasi altra superficie liscia. Anche le gocce che si attaccano alle foglie, si depositano assumendo forma sferica.

[4] Che cosa è più duro della pietra? Che cosa è più molle dell’acqua? Eppure, la molle acqua scava la dura pietra.O, come dice un altro poeta: L’acqua che cade goccia a goccia scava la pietra.

Questo incavo diventa esso stesso rotondo; e da questo risulta chiaro che anche ciò che lo produce è simile a esso: infatti, scavando, si ricava un ambiente che rispecchia la sua forma e il suo stato. [5] Inoltre, può darsi che la grandine, anche se all’inizio non era rotonda, si arrotondi cadendo e che, rotolando più volte attraverso strati d’aria densa, si consumi uniformemente, assumendo la forma di una sfera. La neve non potrebbe sopportarlo, perché non è così solida, perché anzi si scioglie e non cade da una grande altezza, ma ha origine in prossimità della terra: così non cade a lungo attraverso l’aria, ma parte da vicino alla terra.

[6] Perché non dovrei prendermi la stessa libertà di Anassagora? Tra nessuno più che tra i filosofi ci devono essere uguali libertà: la grandine non è nient’altro che ghiaccio sospeso, la neve brina sospesa. Infatti, abbiamo già detto che la stessa differenza che corre tra rugiada e acqua corre anche tra brina e ghiaccio, così come tra neve e grandine.

 

4. Influsso delle stagioni sul tipo di precipitazioni

[1] Esaurito l’argomento, avrei potuto congedarmi, ma ti darò la buona misura e, poiché ho cominciato ad annoiarti, ti esporrò tutte le questioni sollevate da questo argomento: sul perché d’inverno nevichi, non grandini, mentre in primavera, quando il freddo si è ormai attenuato, cada la grandine. Infatti, e può darsi che mi inganni per risponderti, mi faccio guidare comunque dalla verità, io che mi mostro credulo solo fino a quelle bugie meno grosse per le quali possiamo essere schiaffeggiati, ma non ci vengono cavati gli occhi.

[2] D’inverno l’aria diventa gelida e perciò non si trasforma ancora in acqua, ma in neve, alla quale è più simile. Quando arriva la primavera, segue un cambiamento del tempo e cadono gocce più grosse perché l’atmosfera è più calda. Perciò, come dice il nostro Virgilio, quando precipita la primavera piovosa il cambiamento dell’aria che si dilata da ogni parte e si scioglie aiutata proprio dalla stagione è più radicale: per questo si scaricano temporali abbondanti e violenti più che persistenti.

[3] L’inverno porta piogge calme e sottili, come quelle che di solito cadono spesso quando la pioggia rada e minuta è frammista a neve; diciamo che la giornata è nevosa, quando il freddo è intenso e il cielo è tetro. Inoltre, quando soffia l’aquilone o l’aspetto del cielo è quello che gli è familiare, la pioggia è fine; quando soffia l’austro, la pioggia è più violenta e le gocce sono più piene.

 

5. Opinione degli Stoici sull’origine della grandine

[1] C’è una teoria proposta dai nostri che io non oso esporre, perché mi sembra senza fondamento, e che, però, non voglio nemmeno tralasciare: che male c’è, infatti, a scrivere qualcosa a un giudice indulgente? Anzi, se cominciassimo a vagliare rigorosamente tutte le affermazioni, saremmo condannati al silenzio: infatti, sono pochissime quelle prive di avversari; le altre, anche se risultano vittoriose, litigano.

[2] Essi affermano che in primavera tutto ciò che si è ghiacciato e congelato nei dintorni della Scizia e del Ponto e delle regioni settentrionali si scioglie; allora i fiumi gelati riprendono a scorrere, allora i monti che erano ricoperti dalla neve la sciolgono. È, dunque, credibile che da quelle zone vengano dei soffi freddi e si mescolino all’aria primaverile.

[3] Aggiungono anche questo, che io non ho sperimentato e non ho intenzione di sperimentare (anche tu, credo, se vorrai cercare di scoprire la verità, dovrai mettere alla prova un Cario): dicono che i piedi di coloro che camminano sulla neve dura e compatta sentono meno freddo di quelli di coloro che camminano su quella molle e che si squaglia.

[4] Dunque, se non mentono, tutto ciò che viene da quelle regioni settentrionali, quando la neve si è ormai sciolta e il ghiaccio si sta fondendo, congela e comprime l’aria ormai tiepida e umida: così quella che stava per trasformarsi in pioggia, per colpa del freddo, si trasforma in grandine.

 

6. Previsione della grandine e metodi per scongiurarla

[1] Non mi trattengo dal rendere note tutte le assurdità difese dai nostri. Essi affermano che esistono degli esperti nell’osservazione delle nubi, che sono in grado di prevedere quando sta per grandinare. Hanno potuto acquisire questa conoscenza attraverso l’esperienza, prendendo nota del colore delle nubi ogni volta che erano seguite dalla grandine.

[2] Questo, invece, è incredibile, che a Cleone ci fossero dei funzionari incaricati ufficialmente di prevedere l’arrivo della grandine, i chalazophylaces. Quando costoro avessero dato il segnale che la grandine era imminente, che cosa ti aspetti? Che gli uomini corressero via a prendere i loro mantelli o i loro vestiti di pelle? No, ciascuno secondo le proprie possibilità immolava chi un agnello, chi un galletto: subito quelle nubi si dirigevano altrove, dopo aver assaggiato un po’ di sangue.

[3] Tu ridi? Ascolta questo, che ti farà ridere ancor di più: se uno non aveva né un agnello, né un galletto, rivolgeva le mani contro se stesso, cosa che non gli costava nulla, e, perché tu non giudichi le nubi avide o crudeli, si pungeva un dito con uno stilo ben appuntito e offriva un sacrificio efficace con questo sangue; e la grandine risparmiava il suo campicello così come quello per il quale erano stati fati scongiuri con vittime più grandi.

 

7. Doni e incantesimi contro la grandine

[1] Cercano anche di trovare una spiegazione a questo fenomeno: alcuni, come si addice a uomini molto saggi, sostengono che è impossibile fare patti con la grandine e riscattarsi con piccoli doni dalle tempeste, benché i regali riescano a vincere anche gli dèi. Altri dicono di nutrire il sospetto che nel proprio sangue ci sia una qualche forza in grado di deviare e di scacciare le nubi.

[2] Ma come può esserci in così poco sangue una forza così potente da penetrare così in alto e da essere percepita dalle nubi? Come sarebbe stato più semplice dire che sono bugie e favole! Ma gli abitanti di Cleone intentavano azioni giudiziarie contro coloro ai quali era stato assegnato il compito di prevedere il maltempo, perché per la loro negligenza le vigne avevano subito gravi danni o i raccolti erano stati distrutti. Anche presso di noi nelle leggi delle Dodici Tavole si prendono provvedimenti «perché nessuno faccia sparire con incantesimi il raccolto altrui».

[3] Gli antichi, ancora rozzi, credevano che le piogge fossero attirate e respinte dalle formule magiche, ma che niente di tutto questo possa accadere è così evidente che per apprenderlo non occorre iscriversi alla scuola di nessun filosofo.

 

8. Cause della formazione della neve nella parte bassa dell’atmosfera

Aggiungerò un’unica osservazione, che tu avrai il piacere di approvare e applaudire. Affermano che la neve si forma in quella parte dell’atmosfera che è vicina alla terra. Questa, infatti, ha più calore per quattro cause: primo, perché ogni esalazione terrena, avendo in sé molti elementi ardenti e secchi, è tanto più calda quanto più recente; secondo, perché i raggi del sole sono rinviati dalla terra e ritornano su se stessi: la loro rifrazione riscalda tutti gli strati atmosferici più vicini alla terra, che perciò hanno una temperatura maggiore, perché sentono due volte l’azione del sole; la terza causa è che gli strati superiori dell’atmosfera sono più esposti ai venti, mentre quelli più bassi sono sferzati meno dai venti.

9. Opinione di Democrito

A queste si aggiunge la spiegazione di Democrito: «Ogni corpo, quanto più è solido, tanto più rapidamente assorbe il calore e tanto più a lungo lo conserva. Perciò, se tu esporrai al sole un vaso di bronzo e uno di vetro, il calore si comunicherà più velocemente a quello di bronzo e vi resterà più a lungo». Egli aggiunge poi perché ciò avvenga, a suo parere. «È inevitabile», dice, «che questi corpi che sono più duri e più compatti, abbiano pori più piccoli e che l’aria che si trova in essi sia più sottile: ne consegue che, come le stanze da bagno più piccole e gli scaldabagni più piccoli si scaldano più velocemente, così questi pori nascosti, che sfuggono al nostro sguardo, sentono più rapidamente il calore e appunto a causa della loro piccolezza, restituiscono più lentamente tutto quello che hanno ricevuto». Questo preambolo che ha preso avvio così da lontano ci conduce proprio all’oggetto della nostra ricerca.

 

10. La densità e il riscaldamento dell’aria

Tutta l’aria, quanto più è vicina alla terra, tanto più è densa. Come nell’acqua e in ogni liquido la feccia giace sul fondo, così nell’aria ciò che è più denso va verso il basso. Ma è già stato dimostrato che quanto più è densa e solida la materia di ciascuna cosa, tanto più fedelmente essa custodisce il calore ricevuto. L’atmosfera più alta, quanto più lontano si è ritirata dalla lordura della terra, tanto più è limpida e pura; pertanto, non trattiene i raggi del sole, ma li trasmette attraverso il vuoto: perciò si riscalda di meno.

 

11. L’altezza dei monti è nulla in rapporto alla distanza del sole

[1] Contro questa teoria alcuni obiettano che le vette dei monti devono essere più calde proprio perché sono più vicine al sole: a me sembra che si sbaglino a credere che l’Appennino e le Alpi e gli altri monti conosciuti per la loro altezza straordinaria si elevino abbastanza da poter avvertire l’effetto della vicinanza del sole.

[2] Queste vette sono altissime, finché le confrontiamo con noi; ma se prendi in considerazione l’intero universo, appare evidente che sono tutte bassissime. Solo tra di loro alcune sono più alte di altre; del resto, nessuna si innalza abbastanza perché anche quelle più grandi contino qualcosa in confronto al globo intero: se non fosse così, non diremmo che, nell’insieme, il globo terrestre è una sfera.

[3] La caratteristica propria di una sfera è la sua rotondità uniforme, e per uniformità intendi quella che si può vedere in una palla da gioco, le cui giunture e fessure non impediscono di dire che essa è uguale da tutte le parti. Come in questa palla quegli interstizi non impediscono che essa appaia rotonda, così anche nell’universo nel suo insieme non lo impediscono le grandi montagne, la cui altezza al paragone col mondo intero scompare.

[4] Chi dice che una montagna più alta deve essere più calda perché riceve il sole da una distanza più ravvicinata, potrebbe dire allo stesso modo che un uomo più alto deve riscaldarsi più rapidamente di uno basso, e la testa più rapidamente dei piedi. Ma chiunque misurerà il mondo utilizzando il metro che gli si addice, e si renderà conto che la terra occupa lo spazio di un punto, comprenderà che in essa niente può essere così alto da sentire maggiormente gli influssi dei corpi celesti, come se si fosse avvicinato di più a essi.

[5] Queste montagne che noi guardiamo dal basso in alto e le cime assediate da una neve eterna sono, ciò nondimeno, molto in basso; una montagna è sì più vicina al sole di una pianura o di una valle, ma allo stesso modo in cui un pelo è più grosso di un altro pelo. Infatti, con lo stesso criterio si dirà anche che un albero è più vicino al cielo di un altro albero. E questo è falso, perché tra cose minuscole non può esserci una gran differenza, se non finché vengono confrontate l’una con l’altra. Quando le si mette a confronto con un corpo immenso, non ha nessuna importanza quanto una sia più grande dell’altra, perché, anche se la differenza è grande, tuttavia è una vittoria fra oggetti minuscoli.

 

12. La neve ha origine da un freddo di media intensità

Ma, per ritornare al nostro argomento, le cause che ho riportato hanno indotto i più a credere che la neve si formi in quella regione dell’atmosfera che è vicina alla terra, e perciò sia meno compatta, perché tenuta insieme da un freddo meno intenso. Infatti, l’aria vicina a noi è troppo fredda per potersi trasformare in acqua e in pioggia, e troppo poco per potersi indurire in grandine: da questo freddo medio, non troppo rigido, si forma la neve, quando l’acqua solidifica.

 

13. A noi importa molto di più perché non si debba comprare la neve che come si formi la neve

[1] «Perché», mi domandi, «ti occupi con tanto impegno di queste inezie, grazie alle quali si può diventare più eruditi, ma non più virtuosi? Tu dici come si forma la neve, mentre a noi importa molto di più che tu ci dica perché non si debba comprare la neve». Vuoi che io combatta contro il lusso? È una lite che continua ogni giorno e senza alcun risultato. Litighiamo ugualmente, anche se vincerà il lusso! Siamo pure vinti mentre combattiamo e opponiamo resistenza.

[2] E poi? Ritieni che questa stessa indagine sulla natura che stiamo svolgendo non serva per nulla allo scopo che persegui? Quando ricerchiamo in che modo si forma la neve e diciamo che essa ha una natura simile a quella della brina, che in essa c’è più aria che acqua, non pensi che sia un rimprovero a coloro che comprano la neve, perché, quando è già vergognoso comprare l’acqua, comprano qualcosa che non è neppure acqua?

[3] Chiediamoci in che modo si forma la neve piuttosto che in che modo si conserva, perché, non contenti di travasare il vino, di mettere in ordine le provviste di vino vecchio a seconda del sapore e dell’annata, abbiamo trovato il modo di pressare la neve perché superasse indenne l’estate e fosse difesa contro il caldo della stagione dal freddo del luogo. Che cosa abbiamo ottenuto con queste attenzioni? Di comprare l’acqua che non costa nulla: ci dispiace di non poter comprare l’aria che respiriamo e il sole, ci dispiace che quest’aria sia a disposizione anche dei raffinati e dei ricchi senza che costi né fatica né soldi. Oh, che sfortuna è per noi che qualche cosa sia stato lasciato dalla natura a disposizione di tutti!

[4] Questo elemento che essa ha voluto scorresse alla portata di tutti e da cui ha voluto che tutti attingessero la vita, questo elemento che ha prodotto abbondantemente e generosamente sia per gli uomini, sia per le fiere, sia per gli uccelli, sia per gli animali più imbelli, il lusso, ingegnandosi contro se stesso, l’ha ridotto ad avere un prezzo: a tal punto nulla può piacere al lusso, se non è caro. Questa era l’unica cosa che avrebbe abbassato i ricchi al livello della massa e per la quale non avrebbero potuto essere superiori all’uomo più povero; per colui al quale danno fastidio le ricchezze è stato inventato un modo per rendere anche l’acqua un oggetto di lusso.

[5] Dirò come si è arrivati al punto di non trovare acqua corrente che ci sembri abbastanza fredda. Finché lo stomaco è sano e in grado di contenere cibi salutari, si riempie senza sovraccaricarsi, si accontenta di stimoli naturali; quando, infiammato dalle indigestioni quotidiane, avverte bruciori che non derivano dalla stagione, ma dalle sue condizioni, quando un’ubriachezza cronica si è insediata nelle viscere e infiamma gli organi interni con la bile in cui si trasforma, bisogna assolutamente cercare qualcosa con cui attenuare quella vampa, che l’acqua stessa attizza: ma il male viene aggravato dai rimedi. E così non solo d’estate, ma anche in pieno inverno bevono la neve per questo motivo.

[6] Qual è la causa di ciò, se non un malessere interno e le lesioni dei loro organi interni provocate dagli stravizi? Agli organi non è stato mai accordato alcun intervallo in cui riposarsi, ma i pranzi si sono accumulati sulle cene che si protraevano sino all’alba, e le gozzoviglie hanno aggravato ancor più le condizioni dei commensali già gonfi per l’abbondanza e la varietà delle portate; poi la continua intemperanza ha abbrutito le facoltà intellettive che aveva già indebolito e le ha accese di desiderio per un freddo sempre nuovo.

[7] Perciò, benché riparino la sala da pranzo con tende e vetrate e vincano l’inverno aumentando il riscaldamento, tuttavia quel loro stomaco debilitato e illanguidito dal suo bruciore cerca qualcosa che lo rimetta in sesto. Infatti, come noi aspergiamo d’acqua fredda le persone che sono svenute e hanno perso i sensi, così gli organi interni di costoro, intorpiditi dagli eccessi, rimangono insensibili, se non li bruci con quel freddo più pungente.

[8] Da ciò consegue, aggiungerò, che non si accontentano neppure della neve, ma vanno in cerca del ghiaccio, come se, essendo solido, avesse un freddo più rigido, e lo fanno sciogliere versandovi sopra ripetutamente dell’acqua. E questo ghiaccio non viene preso dalla superficie, ma viene estratto dall’interno, perché abbia più forza e un freddo più duraturo. Pertanto, anche il prezzo del ghiaccio non è unico, ma l’acqua ha i suoi venditori al dettaglio e (che vergogna!) le sue oscillazioni di mercato.

[9] Gli Spartani espulsero dalla città i profumieri e ordinarono loro di andarsene oltre confine, accusandoli di sprecare l’olio: che cosa avrebbero fatto, se avessero visto laboratori per conservare la neve e tante bestie da soma poste al servizio dei rifornimenti d’acqua, di cui guastano il colore e il sapore con la paglia entro cui la conservano?

[10] Eppure, buoni dèi, com’è facile placare una sete naturale! Ma che cosa può sentire ancora una gola inaridita e resa insensibile da cibi bollenti? Come per costoro niente è abbastanza freddo, così niente è abbastanza caldo, ma inghiottono funghi appena tolti dal fuoco, dopo averli intinti rapidamente nella loro salsa, ancora quasi fumanti, che poi raffreddano con bevande rinfrescate con la neve. Vedrai, dico io, alcuni uomini gracili e avvolti in cappucci e sciarpe, pallidi e ammalati, non solo bere la neve, ma addirittura mangiarla e gettarne pezzetti nei loro bicchieri, perché la bevanda non si intiepidisca nell’intervallo tra una bevuta e l’altra.

[11] Ritieni che questa sia sete? È febbre, e una febbre tanto più grave perché non si scopre né tastando il polso, né misurando la temperatura della pelle, ma brucia direttamente il cuore. La sensualità è un male incurabile, che da molle e debole diventa forte e resistente. Non ti rendi conto che ogni cosa perde la sua efficacia con l’abitudine? Questa neve, nella quale addirittura nuotate, per l’uso e per la quotidiana schiavitù dello stomaco, è arrivata al punto di fare le veci dell’acqua. Cercate qualcosa che sia ancora più freddo, perché il freddo al quale ci si è abituati non conta più nulla.

 

 

 

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