Seneca

 

Questioni naturali

 

 

LIBRO V

 I VENTI

 

 

1. Definizione precisa del vento

[1] Il vento è aria che soffia. Alcuni lo hanno definito così: è aria che soffia in una determinata direzione. Questa definizione sembra più precisa, perché l’aria non è mai così immobile da non essere un po’ agitata; così si dice che il mare è calmo quando si muove leggermente e non dirige le onde da una sola parte: perciò, se leggerai mentre il mare giaceva immobile senza venti, ricordati che non è immobile, ma è scosso debolmente, ed è definito calmo perché non si getta violentemente da una parte o dall’altra. La stessa cosa si deve pensare dell’aria: [2] non è mai immobile, anche se è tranquilla. Puoi rendertene conto da questo: quando il sole è penetrato in qualche luogo chiuso, vediamo dei granellini minuscoli che si muovono in senso contrario, urtandosi in vari modi, alcuni andando verso l’alto, altri verso il basso.

[3] Dunque, se qualcuno dirà: «il flutto è un’agitazione del mare», si esprimerà in modo poco preciso, perché il mare è in movimento anche quando è calmo, mentre sarà ampiamente soddisfatto di sé chi darà questa definizione: «il flutto è l’agitazione del mare in una determinata direzione»; così, anche su questo argomento di cui ci stiamo occupando in particolar modo, non sarà colto in fallo chi si atterrà a questa definizione: «il vento è aria che soffia in una determinata direzione» o «aria che soffia impetuosamente» o «una massa d’aria che si muove in una determinata direzione» o «aria che corre da qualche parte più concitatamente».

[4] So che cosa si potrebbe ribattere in favore dell’altra definizione: che bisogno c’è di aggiungere «in una determinata direzione»? Infatti, ciò che scorre scorre in ogni caso in una determinata direzione; nessuno dice che l’acqua scorre, se si muove soltanto su se stessa, ma se va da qualche parte: dunque, una cosa può muoversi e non scorrere, e però non può scorrere se non in una determinata direzione.

[5] Ora, se la definizione breve ci pone al riparo da interpretazioni false, serviamoci di quella; se invece uno vuol essere più al sicuro, non risparmi una parola la cui aggiunta potrà escludere qualunque tipo di cavillo. Ora passiamo alla cosa stessa, poiché si è discusso abbastanza sulla sua definizione.

 

2. L’origine del vento: opinione di Democrito

Democrito sostiene che, quando in uno stretto spazio vuoto si trovano molti corpuscoli, che egli chiama atomi, si origina il vento; e che, al contrario, lo stato dell’aria è quieto e tranquillo quando ci sono pochi corpuscoli in un grande spazio vuoto. Infatti, come in una piazza o in una via, quando c’è poca gente, si cammina senza disordine, quando invece una folla si accalca in uno stretto passaggio, ci si urta vicendevolmente e nasce una lotta, così nello spazio che ci circonda, quando molti corpuscoli hanno riempito uno spazio angusto, inevitabilmente si incontrano, si spingono e si respingono, si impigliano e si serrano, e da questi nasce il vento quando i corpuscoli che erano in lotta fra loro si sono portati da una parte e, dopo aver fluttuato a lungo incerti, si sono inclinati in una direzione. Ma quando ci sono pochi corpi in un ampio spazio non possono né urtare né essere spinti.

 

3. Confutazione della tesi di Democrito

[1] Puoi renderti conto che questa spiegazione è falsa anche dal fatto che non c’è affatto vento quando l’atmosfera è carica di nubi: eppure, allora moltissimi corpi si sono ammassati in uno spazio angusto, e da ciò deriva la pesantezza e la densità delle nubi.

[2] Aggiungi ora che intorno ai fiumi e ai laghi spesso si forma una nebbia prodotta da particelle che si sono serrate e ammassate, eppure non c’è vento. A volte poi si diffonde una caligine così spessa da impedire la visione di ciò che si trova nelle vicinanze, cosa che non accadrebbe se non si ammassassero molti corpi in uno spazio ristretto. Eppure, non c’è mai meno vento di quando c’è nebbia.

[3] Aggiungi ancora che avviene il contrario quando il sole, sorgendo, dilata l’aria del mattino densa e umida; una brezza si leva quando ai corpi è stato lasciato più spazio e il loro affollamento e accalcarsi si è dissolto.

 

4. Teoria anonima sull’origine del vento dalle esalazioni della terra

[1] «Come si formano, dunque, i venti, dal momento che tu respingi questa spiegazione?», domandi. Non in un solo modo: a volte, infatti, la terra espelle una gran massa d’aria, facendola uscire dalle sue viscere, a volte, quando un’evaporazione imponente e continua ha spinto dal basso verso l’alto i corpuscoli che aveva emesso, il cambiamento stesso dell’esalazione mescolata con l’aria si trasforma in vento.

[2] Non posso, infatti, farmi convincere né a condividere né a tacere questa spiegazione: si ritiene che, come nei nostri corpi il cibo procura dilatazione (che fuoriesce non senza grave offesa per le narici e che libera il ventre ora rumorosamente ora più discretamente), così anche la natura potente emette vento quando trasforma le sostanze nutritive. È una fortuna per noi che essa digerisca sempre ciò che <mangia>: altrimenti, dovremmo temere qualche esalazione più impura.

[3] Che cosa è, dunque, più vero dell’affermazione che da ogni parte della terra si muovono ininterrottamente numerosi corpuscoli? Prima si sono ammassati, poi hanno cominciato a diradarsi al sole, dando origine al vento, poiché ogni cosa che si dilata in uno spazio angusto ha bisogno di uno spazio più vasto.

 

5. Teoria anonima sull’origine del vento dal movimento spontaneo dell’aria

[1] E allora? Penso forse che questa sia l’unica causa del vento: le evaporazioni dell’acqua e della terra, dalle quali deriva la pesantezza dell’aria, che poi si dissolve sotto l’azione <del sole>, quando ciò che era denso e immobile, rarefacendosi, si sforza, com’è inevitabile, di trovare uno spazio più ampio? Senza dubbio, ammetto anche questa, però ce n’è un’altra più valida e più fondata: l’aria possiede per natura la forza di muoversi e non la trae dal di fuori, ma è insito in essa questo potere, come tanti altri.

[2] Oppure tu ritieni che a noi siano state date le forze per muoverci, ma l’aria sia stata lasciata inerte e incapace di muoversi, mentre l’acqua possiede un suo moto anche quando i venti non soffiano? Altrimenti non darebbe origine a esseri viventi; vediamo che nelle acque nasce anche il muschio e che certe erbe galleggiano in superficie: dunque, dentro l’acqua c’è un principio vitale.

 

 

6. Teoria anonima sull’origine del vento dalla forza vitale dell’aria e dal sole

Parlo dell’acqua? Il fuoco, che consuma tutto, crea certe cose e, cosa che non può sembrare verosimile e tuttavia è vera, ci sono esseri viventi generati dal fuoco. L’aria possiede, dunque, una qualche forza vitale, e perciò ora si condensa ora si dilata e si purifica, e altre volte si contrae, si divide e si disperde. Dunque, tra l’aria e il vento c’è la stessa differenza che tra un lago e un fiume.

Talvolta il sole è esso stesso causa del vento, dato che mette in movimento l’aria irrigidita dal freddo e le fa perdere la densità e la compattezza.

 

7. I venti del mattino

[1] Abbiamo parlato dei venti in generale: ora cominciamo a esaminarli uno per uno. Forse scopriremo come si formano indagando quando e dove abbiano origine. Prima di tutto esaminiamo attentamente i venti del mattino, quelli che vengono dai fiumi o dalle valli incassate fra i monti o da qualche insenatura.

[2] Nessuno di essi è persistente, ma, quando il sole prende forza, cade e non sopporta oltre la vista della terra. Questo tipo di venti comincia a primavera, dura non oltre l’estate e viene soprattutto donde ci sono molte acque e montagne. Le pianure, anche se sono ricche d’acqua, sono prive di brezze, intendo di queste brezze che hanno il vigore del vento.

 

8. Le brezze di golfo: formazione

[1] «Come si forma, dunque, quel vento che i Greci chiamano ejgkolpiva"?» Tutte le esalazioni delle paludi e dei fiumi (che sono abbondanti e continue) di giorno alimentano il sole, di notte non vengono assorbite e, chiuse fra le montagne, vanno a raccogliersi tutte nello stesso luogo. Quando l’hanno riempito e non riescono più a contenersi, guizzano fuori attraverso qualche passaggio e si muovono in una stessa direzione: ha origine il vento. Pertanto, esso si dirige là dove lo chiamano un’uscita più libera e una località ampia, nella quale possano trovar posto le sostanze accumulate.

[2] La prova che accade così è il fatto che il vento di golfo non soffia nella prima parte della notte, poiché cominciano ad ammassarsi quelle esalazioni, che sono al completo verso l’alba; sotto pressione, cercano una via d’uscita, e la trovano per lo più dove c’è più vuoto e un’area spaziosa e aperta. Il sole che sorge fendendo l’aria gelida gli fornisce uno stimolo ulteriore, poiché anche prima di apparire fa sentire il suo influsso con la sua stessa luce e certo non colpisce ancora direttamente l’aria con i suoi raggi, però la eccita e la stimola con la luce che lo precede.

[3] Infatti, quando appare il sole stesso, alcuni corpuscoli sono trascinati verso le regioni superiori, altri sono dispersi dal suo tepore: perciò a questi venti non è concesso di soffiare oltre le ore mattutine; tutta la loro forza viene meno alla vista del sole. Anche se soffiano con una certa violenza, tuttavia verso mezzogiorno si calmano e non durano mai fino al pomeriggio; uno poi è più debole e meno duraturo <di un altro> a seconda che la causa dell’ammassarsi delle esalazioni sia stata più o meno forte.

 

9. Le brezze di golfo: variazioni d’intensità

[1] «Perché, tuttavia tali venti sono più forti in primavera e in estate?» (infatti, nel resto dell’anno si levano leggerissimi e troppo deboli per gonfiare una vela): perché la primavera è molto umida per le acque piovane e l’evaporazione è maggiore, poiché tutti i luoghi sono impregnati e saturi dell’umidità atmosferica.

[2] «Ma perché d’estate è ugualmente abbondante?». Perché il calore del giorno permane dopo il tramonto del sole e dura per gran parte della notte; esso chiama a sé i corpuscoli che escono dalla terra e attira con forza tutti quelli che di solito si liberano spontaneamente; più tardi non ha più abbastanza energia per assorbire ciò che ha chiamato a sé: per questo la terra e l’acqua emettono più a lungo i corpuscoli che solitamente emanano ed esalano da esse. [3] Del resto, a produrre il vento è non solo il calore, ma anche l’urto del sole che sorge: infatti, come ho detto, la luce che precede il sole non riscalda ancora l’aria, ma la colpisce soltanto, ed essa, colpita, si ritira lateralmente. Per quanto io non ammetta neppure che la luce sia priva di calore, pur avendo origine dal calore: [4] non ha forse un tepore tale da essere avvertibile al tatto, tuttavia svolge il suo compito, separando e dilatando ciò che è denso; per cui i luoghi che per una qualche condizione naturale sfavorevole sono chiusi al punto di non poter ricevere il sole vengono riscaldati anche da quella luce nuvolosa e tetra, e di giorno sono meno freddi che di notte.

[5] Inoltre, per natura qualsiasi calore scaccia le nebbie e le allontana da sé: dunque, anche il sole fa la stessa cosa, e perciò, come sembra ad alcuni, i venti soffiano dalla parte ove si trova il sole.

 

10. I venti etesii

[1] Che questo sia falso appare evidente dal fatto che la brezza trasporta un’imbarcazione in tutte le direzioni e che verso oriente si naviga a vele spiegate, il che non accadrebbe se il vento fosse sempre portato dal sole.

Anche i venti etesii, che alcuni chiamano in causa a questo proposito, non giovano molto alla loro tesi.

[2] Prima di tutto esporrò la loro opinione, poi dirò perché io non la condivido. «I venti etesii», dicono, «d’inverno non soffiano, perché, essendo le giornate cortissime, il sole viene a mancare prima che il freddo sia vinto (e per questo le nevi si depositano e durano): iniziano a soffiare d’estate, quando le giornate si allungano e i raggi ci arrivano perpendicolarmente.

[3] «È, dunque, verosimile che le nevi, sotto l’effetto del gran caldo, emettano più umidità, e così pure la terra, liberatasi dal peso della coltre nevosa e rimasta allo scoperto, respiri più liberamente; così dalla parte settentrionale del cielo esce una considerevole quantità di corpuscoli che affluiscono verso questi luoghi più bassi e più tiepidi: così i venti etesii ricevono la spinta.

[4] «E per questo essi cominciano col solstizio d’estate (e non resistono oltre il sorgere della Canicola), perché dalle parti fredde del cielo molto è già arrivato nelle nostre regioni e il sole, cambiata rotta, dirige i suoi raggi più perpendicolarmente su di noi e attrae verso di sé una parte dell’atmosfera, mentre ne spinge avanti un’altra. Così i venti etesii attenuano l’estate e ci difendono dall’oppressione dei mesi più caldi».

 

11. I venti etesii sono dormiglioni

[1] Ora (come ho promesso) bisogna dire perché i venti etesii non ci giovano e non servono per nulla a risolvere la nostra questione. Abbiamo detto che la brezza si alza prima dell’alba e si placa quando il sole l’ha toccata. Ora, i venti etesii vengono chiamati dormiglioni ed effeminati dai naviganti, proprio perché, come dice Gallione, «non sanno alzarsi di buon’ora»: in genere cominciano a comparire nel momento in cui non c’è neanche una brezza costante. E questo non accadrebbe, se il sole li indebolisse come fa con la brezza.

[2] Aggiungi ora che, se la causa del loro soffiare fosse la lunga durata del giorno, soffierebbero anche prima del solstizio, quando le giornate raggiungono la massima lunghezza e le nevi il massimo dello scioglimento; infatti, nel mese di luglio tutte le vette si sono già spogliate della neve o per lo meno pochissime ne sono ancora coperte.

 

12. I venti emessi dalle nubi

[1] Ci sono alcuni tipi di venti emessi dalle nubi che si squarciano e si dissolvono abbassandosi: i Greci chiamano questi venti ejknefivai. Secondo me, essi si formano così: poiché il vapore terrestre emette corpuscoli molto diversi per dimensioni e per forma, che vanno verso l’alto, e alcuni di questi corpi sono secchi, altri sono umidi, un tale contrasto di corpi in lotta fra loro, quando si sono ammassati tutti insieme, verosimilmente dà origine a delle nubi concave e lascia tra di esse degli spazi cilindrici e stretti come un flauto.

[2] In questi spazi è chiusa un’aria sottile, che cerca di conquistarsi uno spazio più ampio quando, stimolata da un percorso pieno di ostacoli, si è riscaldata e perciò si dilata e fende ciò che circonda e si slancia fuori sotto forma di vento, che per lo più è tempestoso, perché si abbatte dall’alto verso il basso e piomba su di noi violento e forte, perché non arriva per un cammino libero e aperto, ma faticando e aprendosi una via con la lotta. Questi soffi in genere sono di breve durata, perché sbaragliano la fortezza delle nubi in cui erano contenuti e circolavano: perciò arrivano tumultuosamente, accompagnati a volte dal fuoco e dal tuono.

[3] Questi venti sono molto più forti e duraturi quando hanno assorbito anche altre correnti d’aria spinte dalla medesima causa e più venti sono confluiti in uno solo; come i torrenti sono di dimensioni moderate, finché hanno corsi separati,  mentre, quando riuniscono le loro acque, superano la grandezza dei fiumi veri e propri e dal corso perenne: [4] la stessa cosa è credibile che avvenga anche nelle tempeste, cioè che siano brevi finché sono isolate, mentre quando hanno unito le loro forze e l’aria emessa da più parti del cielo converge in un medesimo punto, allora esse accrescono la loro violenza e la loro durata.

[5] Dunque, a produrre il vento è una nube che si è dissipata e che può disgregarsi in più modi: talvolta è l’aria ammassata in essa a romperla, talvolta è la lotta dell’aria rinchiusa in essa che si sforza di uscire, talvolta è il calore prodotto ora dal sole ora dallo stesso urto e dall’attrito di grandi masse di materia.

 

13. I turbini. I venti che nascono dai venti

[1] A questo punto, se ti sembra opportuno, ci si può chiedere perché si formi un vortice. Di solito nei fiumi accade questo: finché scorrono senza ostacoli, hanno una corrente uniforme e diritta, ma quando incontrano qualche roccia che sporge da un lato della riva, ritornano indietro e piegano la corrente senza uscita in un giro, in modo da inghiottire le proprie acque che girano su se stesse e da produrre un vortice.

[2] Così il vento, finché non incontra ostacoli, dispiega le sue forze: quando è respinto da qualche promontorio o quando è compresso in una gola inclinata e stretta fra due alture vicine, gira ripetutamente su se stesso e produce un vortice simile a quelli che formano le acque, di cui abbiamo parlato.

[3] Questo vento che soffia circolarmente, girando continuamente attorno allo stesso luogo, e che la sua stessa rotazione rende più veloce è il turbine. E se esso è particolarmente violento e persistente, si infiamma e dà origine a quello che i Greci chiamano prhsth'ra: un turbine di fuoco. Così i venti che erompono dalle nubi causano pressoché tutti i pericoli: per causa loro le vele vengono strappate via e intere navi sono gettate per aria.

[4] Inoltre, certi venti danno origine a correnti contrarie e spargono l’aria che spingono anche in direzioni diverse da quelle che hanno preso essi stessi. Farò anche questa osservazione che mi viene in mente: come le goccioline, anche se stanno già scivolando e sono sul punto di cadere, però non si può ancora dire che siano cadute, ma quando si sono riunite e il numero ha dato loro forza, allora si dice che scorrono e che si muovono, così finché i movimenti dell’aria agitata in più luoghi sono deboli non è ancora vento; comincia a esserlo quando ha mescolato tutti quei movimenti e li ha scagliati in un unico slancio. Il soffio si distingue dal vento per l’intensità: infatti, il vento è un soffio più violento, viceversa il soffio è aria che scorre dolcemente.

 

14. Venti di origine sotterranea

[1] Riprenderò ora ciò che avevo detto all’inizio: dalle caverne e dai recessi più interni della terra hanno origine dei venti. La terra non è costituita tutta fino in profondità da una struttura compatta, ma da una struttura cava in molte parti e sospesa su tenebrosi nascondigli, <in alcune zone piena d’acqua,> in altre vuota e priva d’acqua.

[2] Anche se qui non c’è nessuna luce che mostri delle differenze nell’atmosfera, affermerò tuttavia che nell’oscurità si formano nuvole e nebbie. Infatti, neppure i fenomeni che hanno luogo sulla terra esistono perché si vedono, ma si vedono perché esistono: anche lì ci sono fiumi che non hanno meno esistenza perché non si vedono; sappi che sottoterra scorrono fiumi pari ai nostri, alcuni procedendo tranquillamente, altri rumorosamente buttandosi a precipizio in luoghi dirupati. E allora? Non ammetterai ugualmente che anche sottoterra ci siano dei laghi e certe acque che ristagnano prive di vie d’uscita?

[3] Se le cose stanno così, è inevitabile anche che l’aria sia carica di umidità e che, essendo carica, eserciti una pressione e con la sua spinta dia origine a un vento. E, dunque, sapremo che dei venti sono alimentati nell’oscurità da quelle nuvole sotterranee, finché essi hanno acquistato forze sufficienti a spostare l’ostacolo opposto dalla terra o per guadagnare qualche varco aperto al loro passaggio e arrivare attraverso questa cavità fino alle nostre regioni.

[4] Una cosa è chiara: che sottoterra c’è una grande quantità di zolfo e di altre sostanze altrettanto infiammabili: quando una corrente d’aria si contorce su se stessa cercando una via d’uscita, accende inevitabilmente una fiamma col suo stesso attrito, poi, quando le fiamme si sono estese maggiormente, anche se c’era dell’aria immobile, rarefacendosi, si mette in movimento e cerca una strada con gran fragore e slancio. Ma tratterò più accuratamente questo punto quando esaminerò i terremoti.

 

15. Digressione sull’avidità degli uomini che si calano nelle viscere della terra in cerca di metalli preziosi

[1] Consentimi ora di raccontare una storiella. Asclepiodoto ci informa che Filippo fece discendere un gran numero di uomini in una vecchia miniera abbandonata da molto tempo, perché cercassero di scoprire quanto fosse produttiva, in quali condizioni si trovasse, se l’avidità del passato avesse lasciato qualcosa alle generazioni successive. Essi discesero con molte lampade, che sarebbero durate per molti giorni, poi, affaticati per la lunghezza del cammino, videro fiumi enormi ed estesi bacini di acque stagnanti, uguali ai nostri e che non erano per niente schiacciati dalla terra sovrastante, ma avevano un vasto spazio sopra di sé, e si spaventarono.

[2] Ho letto questo resoconto con gran piacere: infatti, ho capito che la nostra epoca è afflitta da vizi non nuovi, ma tramandati già fin dall’antichità, e che non è solo ai nostri giorni che l’avidità, dopo aver frugato nelle vene del suolo e delle pietre, è andata alla ricerca di ciò che non era abbastanza nascosto nelle tenebre: quei nostri antenati che esaltiamo e lodiamo, ai quali ci lamentiamo di non assomigliare, indotti dalla speranza, fecero a pezzi le montagne e, pur di raggiungere un guadagno, resistettero sotto le frane.

[3] Prima del regno di Filippo il Macedone ci furono uomini che andarono a caccia di denaro fin nei recessi più profondi e che, respirando in piedi e liberamente, si sprofondarono in quelle caverne in cui non c’è più alcuna differenza tra i giorni e le notti. Quale speranza fu così grande da indurli a lasciarsi la luce alle spalle? Quale necessità fu così pressante da far piegare l’uomo, la cui posizione eretta è rivolta verso il cielo, e da seppellirlo e sprofondarlo nelle viscere intime della terra, perché ne estraesse l’oro, il cui possesso è pericoloso quanto la sua ricerca?

[4] Per questo ha costruito delle gallerie e ha strisciato attorno a un bottino fangoso e incerto, dimenticandosi della parte migliore della natura, alla quale ha voltato le spalle. C’è, dunque, qualche morto per il quale la terra sia così pesante come per costoro sui quali l’avidità ha gettato una massa enorme di terra, che ha privato del cielo, che ha sepolto nel profondo, dove è nascosto quel funesto veleno? Hanno osato discendere là dove hanno scoperto una diversa disposizione delle cose, la struttura di terre sospese e i venti che soffiano a vuoto nell’oscurità e le orribili fonti di acque che scorrono senza scopo e una notte diversa e perpetua: poi, dopo aver fatto queste cose, hanno paura degli inferi!

 

16. La rosa a quattro venti. La rosa a dodici venti

[1] Ma, per tornare all’argomento in esame: i venti sono quattro, distinti in levante, ponente, meridionale, settentrionale; gli altri, ai quali diamo nomi diversi, sono riconducibili a questi.

Euro si ritirò verso l’Aurora e i regni nabatei e la Perside e le catene montuose esposte ai raggi del mattino. L’occidente e le rive che si intiepidiscono al tramonto del sole sono molto vicini agli zefiri. Il gelido Borea si è impadronito della Scizia e del settentrione: la parte opposta della terra si bagna per le nubi perpetue portate dal piovoso austro.

[2] Oppure, se preferisci abbracciarli con una frase più breve, si riuniscano in un’unica tempesta, cosa che non può in alcun modo accadere: Euro e Noto si lanciano insieme e Africo spesso in burrascae l’Aquilone, che non ha trovato posto in quella rissa.

[3] Alcuni contano dodici venti: infatti, dividono in tre ciascuna delle quattro parti del cielo e assegnano a ciascun vento due venti secondari. Varrone, studioso diligente, li classifica in questo modo, e non senza ragione. Infatti, il sole non sorge o tramonta sempre nello stesso punto, il suo sorgere e il suo tramontare sono altro all’equinozio (e l’equinozio si verifica due volte all’anno), altro al solstizio d’estate, altro a quello d’inverno.

[4] Il vento che si alza dall’oriente equinoziale è detto da noi subsolanus, i Greci lo chiamano ajfhliwvth". Dall’oriente invernale proviene l’euro, che i nostri hanno chiamato volturno, e Livio gli assegna questo nome a proposito di quella battaglia poco favorevole ai Romani, in cui Annibale con l’aiuto del vento e della luce che accecava gli occhi dei nemici, vinse il nostro esercito schierato contro al sole che sorgeva e contro al vento; anche Varrone si serve di questo nome, ma euro ha già ricevuto diritto di cittadinanza nella nostra lingua, di cui fa ormai parte non più come straniero. Il vento che nasce dall’oriente solstiziale, i Greci lo chiamano kaikiva", da noi è senza nome.

[5] L’occidente equinoziale manda il favonio, che anche quelli che non sanno parlare greco diranno corrispondere allo zefiro. Dall’occidente solstiziale viene il cauro, che qualcuno chiama argeste: a me non sembra che sia lo stesso vento, perché la forza del cauro è violenta e trascina via, mentre l’argeste in genere è debole e favorevole sia a chi va sia a chi viene. Dall’occidente invernale viene l’africo furibondo e irruente, che i Greci chiamano livy.

[6] Da nord-est viene l’aquilone, dal nord il vento di settentrione, da nord-ovest il qrakiva": per questo noi non abbiamo un nome. Da sud proviene l’eujrovnoto", poi il novto", in latino austro, quindi il leukovnoto", che da noi è senza nome.

 

17. Suddivisione della terra alla base della rosa a dodici venti

[1] Si ammette poi che i venti siano dodici, non perché dovunque ce ne siano dodici (alcuni, infatti, sono esclusi dall’orientazione del luogo), ma perché in nessun luogo ce ne sono di più. Così parliamo di sei casi, non perché ogni sostantivo ne abbia sei, ma perché nessuno ne ha più di sei.

[2] Coloro che hanno sostenuto l’esistenza di dodici venti hanno seguito l’idea che i venti siano tanti quante le regioni celesti. Ora, il cielo è diviso in cinque cerchi che corrono attorno ai cardini del mondo: il cerchio settentrionale, quello del solstizio d’estate, quello degli equinozi, quello del solstizio d’inverno, quello opposto a quello settentrionale. A questi se ne aggiunge un sesto, che divide la parte superiore del mondo da quella inferiore (infatti, come sai, una metà del  mondo sta sempre al di sopra di noi, l’altra metà al di sotto). [3] Questa linea, che corre fra le regioni visibili e quelle invisibili, cioè questo cerchio, i Greci lo chiamano oJrivzonta, i nostri invece l’hanno detto alcuni finitor, altri finiens. Si deve aggiungere ancora il cerchio meridiano, che taglia l’orizzonte ad angoli retti. Partendo da questi corrono trasversalmente alcuni cerchi che intersecano gli altri e li tagliano; ma ci sono necessariamente tante suddivisioni dell’atmosfera quante sono le regioni del cielo.

[4] Dunque, l’orizzonte o cerchio delimitante, delimitando quei cinque cerchi che ho appena menzionato, dà origine a dieci parti, cinque a oriente, cinque a occidente; il cerchio meridiano, che incontra l’orizzonte, aggiunge due regioni: così l’atmosfera ha dodici suddivisioni e produce altrettanti venti.

[5] Certi sono propri di determinati luoghi, e non li oltrepassano, ma soffiano nelle immediate vicinanze; essi non traggono il loro slancio dai lati estremi del mondo: l’atabulo infesta l’Apulia, lo iapige la Calabria, lo scirone Atene, il crageo la Panfilia, il circio la Gallia (e, benché esso squassi gli edifici, tuttavia gli abitanti gli rendono grazie, convinti di dovere a esso la salubrità del clima: in ogni caso il divo Augusto, durante il suo soggiorno in Gallia, gli promise in voto un tempio e glielo costruì). Non finirei mai, se volessi trattare di tutti singolarmente: infatti, non c’è quasi regione che non possegga qualche soffio che nasca in essa e che venga meno nei suoi dintorni.

18. I venti sono opera della divina provvidenza. Sono gli uomini a farne cattivo uso

[1] E così, fra le altre opere della provvidenza si potrebbe considerare anche questa come degna di ammirazione: essa, infatti, ha creato i venti e li ha distribuiti nelle diverse regioni non per un solo motivo, ma prima di tutto perché non permettessero all’aria di stagnare, ma con un’agitazione continua la rendessero utile e vivificante per chi l’avrebbe respirata: [2] e poi perché i venti procurassero le piogge alla terra e le frenassero, se troppo abbondanti. Infatti, ora portano le nubi, ora le allontanano, perché le piogge possano distribuirsi per tutto il globo: l’austro spinge le nubi in Italia, l’aquilone le ricaccia in Africa, i venti etesii non consentono alle nubi di fermarsi dalle nostre parti e sommergono tutta l’India e l’Etiopia con piogge incessanti in quel periodo.

[3] E che dire del fatto che non si potrebbero avere raccolti, se le parti inutili e mescolate a quelle da conservare non venissero disperse dal vento, se non ci fosse nulla che stimolasse la messe e, spaccatone l’involucro (gli agricoltori li chiamano follicoli), ne mettesse allo scoperto il frutto?

[4] E che dire del fatto che ha messo tutti i popoli in contatto fra loro e ha mescolato genti sparse qua e là? Immenso beneficio della natura, se la follia degli uomini non lo volgesse a proprio danno! Ora, ciò che si è spesso detto di Giulio Cesare e che Tito Livio ha messo per iscritto, cioè che non si sa se avrebbe giovato di più allo Stato nascendo o non nascendo, si può dire anche dei venti; a tal punto tutto ciò che di utile e di necessario viene da essi non può bilanciare queste cose che l’insensatezza del genere umano escogita a proprio danno.

[5] Ma, se anche diventano nocivi per colpa di chi ne fa un cattivo uso, non per questo non sono per natura beni: la provvidenza e quell’ordinatore del mondo che è Dio hanno dato ai venti il compito di mettere in movimento l’aria e li hanno diffusi da ogni parte, perché niente marcisse nell’inattività, e non perché noi riempissimo con soldati armati le flotte destinate a occupare una parte del mare e andassimo a cercare dei nemici in mare o al di là del mare.

[6] Quale follia ci sconvolge e ci mette gli uni contro gli altri per sterminarci a vicenda? Spieghiamo le vele ai venti per andare in cerca della guerra e corriamo dei rischi per correre altri rischi, tentiamo la sorte con le sue incognite, la violenza delle tempeste che nessuna forza umana può superare e una morte senza speranza di sepoltura.

[7] Non ne varrebbe la pena neppure se attraverso questi rischi fossimo condotti alla pace: ora invece, dopo essere scampati a tanti scogli nascosti e alle insidie del mare pieno di bassifondi, dopo essere sfuggiti ai monti che ammassano le tempeste sulle loro cime e lanciano sui naviganti un vento impetuoso, ai giorni avvolti da un cielo coperto e alle notti spaventose per i temporali e i tuoni e ai rottami delle imbarcazioni naufragate per le bufere, quale sarà la ricompensa di tali fatiche e di tali paure, quale porto ci accoglierà stanchi da tante sventure? Sarà la guerra e il nemico che ci verrà incontro sulla riva e genti da trucidare, che trascineranno con loro gran parte dei vincitori, e l’incendio di antiche città.

[8] Perché costringiamo i popoli a prendere le armi? Perché arruoliamo eserciti che dovranno schierarsi a battaglia in mezzo ai flutti? Perché turbiamo i mari? Evidentemente, la terra non offre spazi abbastanza estesi per morire. La sorte ci tratta troppo delicatamente, ci ha dato dei corpi troppo resistenti, una salute robusta, gli incidenti non ci piombano addosso per distruggerci, ciascuno può trascorrere tranquillamente i suoi anni e giungere alla vecchiaia: e così andiamo per mare e invochiamo contro di noi un destino che tarda!

[9] Sventurati, che cosa cercate? La morte, che si trova dappertutto in abbondanza? Essa verrà a prendervi anche nel vostro letto, ma che vi prenda innocenti! Vi coglierà in casa vostra, ma che non vi colga intenti a macchinare qualcosa di male! In verità, come si potrebbe definire, se non follia, la condotta di chi diffonde attorno a sé i pericoli e si scaglia contro degli sconosciuti, devastando in preda all’ira ciò che gli si fa incontro senza offenderlo, e uccidendo chi non odia, come fanno le bestie feroci? Queste, tuttavia, mordono per vendetta o per fame: noi muoviamo gli eserciti e mettiamo in mare le navi senza risparmiare per nulla il nostro sangue e quello altrui, affidiamo la salvezza ai flutti, ci auguriamo venti favorevoli, e li giudichiamo tali quando ci conducono alla guerra.

[10] Fino a che punto ci hanno trascinato i nostri mali? Non basta dispiegare la propria furia nei limiti del proprio mondo: così il re dei Persiani, stoltissimo, passerà in Grecia, ma il suo esercito non la vincerà, pur avendola riempita. Così Alessandro vorrà andare al di là della Battriana e dell’India e cercherà che cosa ci sia al di là dell’oceano e si sdegnerà che ci sia per lui un limite estremo. Così l’avidità consegnerà Crasso ai Parti, non si spaventerà né di fronte ai malaugurosi presagi del tribuno che tenta di dissuaderlo, né di fronte alle tempeste di un mare interminabile, né di fronte ai fulmini profetici sull’Eufrate, né di fronte all’opposizione degli dèi: egli andrà verso l’oro, incurante della collera degli uomini e degli dèi.

[11] Dunque, non a torto si potrebbe dire che la natura si sarebbe comportata meglio nei nostri confronti se avesse proibito ai venti di soffiare e, impedendo di correre qua e là ai pazzi, avesse obbligato ciascuno a starsene nella propria terra: se non altro, certamente ciascuno nascerebbe per far male soltanto a se stesso e ai suoi; ora invece, non mi bastano i mali domestici, devo essere tormentato anche da quelli che vengono dal di fuori.

[12] Nessuna terra è così lontana da non poter inviare qualche suo male: come posso sapere se adesso un qualche sovrano di una grande nazione, lontano dalla mia vista, gonfio d’orgoglio per il favore della fortuna, non trattenga le armi dentro i confini o prepari flotte, tramando qualcosa che ignoro? Come posso sapere se questo o quel vento mi porta la guerra? Sarebbe stato un gran contributo alla pace fra gli uomini che i mari non fossero navigabili.

[13] Tuttavia, come dicevo poco fa, non possiamo lamentarci del nostro autore, Dio, se noi abbiamo guastato i suoi benefici e li abbiamo fatti diventare dannosi. Egli ci ha dato i venti per mantenere la giusta temperatura del cielo e della terra, per suscitare e per far cessare le piogge, per nutrire le messi e i frutti degli alberi, che sono fatti maturare, tra le altre cause, proprio dallo scuotimento che fa salire il cibo verso la cima e col movimento impedisce alla pianta di restare inattiva.

[14] Ci ha dato i venti perché estendessimo le nostre conoscenze al di là del mare: infatti, l’uomo sarebbe stato un animale ignorante e senza grande esperienza del mondo, se fosse stato rinchiuso nei confini della terra natale. Ci ha dato i venti perché i vantaggi di ciascuna regione diventassero comuni, non perché i popoli portassero in giro legioni e cavalieri, né perché trasferissero al di là del mare armate devastatrici.

[15] Se valutiamo i benefici della natura in base alla malvagità di coloro che se ne servono, non abbiamo ricevuto niente che non sia per il nostro male: a chi giova vedere? A chi  parlare? Per chi la vita non è un tormento? Non troverai nulla che sia così incontestabilmente utile che la colpa non trasformi in una fonte di danno. Così anche i venti erano stati inventati dalla natura perché ci arrecassero  un vantaggio: noi stessi li abbiamo trasformati in qualcosa di nocivo.

[16] Tutti ci portano verso qualche male. La ragione che induce questo e quello a salpare è diversa, ma per nessuno ce n’è una fondata. Infatti siamo spinti a sfidare il mare da diversi moventi, ma in ogni caso si naviga per poter soddisfare qualche vizio. Dice molto bene Platone, che verso la fine possiamo produrre come testimone, che sono cose di nessun valore quelle che gli uomini si procurano a prezzo della vita. Anzi, carissimo Lucilio, se esaminerai bene la follia di quegli uomini, cioè la nostra follia (infatti, ci voltoliamo nello stesso gregge), riderai di più al pensiero che ci si procura a prezzo della vita ciò che dovrebbe servire alla nostra vita.

 

 

 

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