Giordano Bruno

Spaccio de la bestia trionfante

A cura di

 

Epist. esplicatoria

1 EPISTOLA ESPLICATORIA SCRITTA AL MOLTO ILLUSTRE ED ECCELLENTE CAVALLIERO SIGNOR FILIPPO SIDNEO DAL NOLANO.

2 Cieco chi non vede il sole, stolto chi nol conosce, ingrato chi nol ringrazia; se tanto è il lume, tanto il bene, tanto il beneficio; per cui risplende, per cui eccelle, per cui giova; maestro de sensi, padre di sustanze, autor di vita. Or non so qual mi sarei, eccellente Signore, se io non stimasse il vostro ingegno, non onorasse gli vostri costumi, non celebrasse gli vostri meriti; con gli quali vi siete scuoperto a me nel primo principio ch'io giunsi a l'isola Britannica, per quanto v'ha conceduto il tempo; vi manifestate a molti, per quanto l'occasione vi presenta; e remirate a tutti, per quanto vi mostra la vostra natural inclinazione veramente eroica. Lasciando, dunque, il pensier dei tutti ai tutti, ed il dover de' molti a' molti, non permetta il fato, che io, per quel tanto che spetta al mio particolare, come tal volta mi son mostrato sensitivo verso le moleste ed importune discortesie d'alcuni; cossì avanti gli occhi de l'eternità vegna a lasciar nota d'ingratitudine, voltando le spalli a la vostra bella, fortunata e cortesissima patria, prima ch'al meno con segno di riconoscenza non vi salutasse, gionto al generosissimo e gentilissimo spirito del signor Folco Grivello. Il quale, come con lacci di stretta e lunga amicizia, con cui siete allevati, nodriti e cresciuti insieme, vi sta congionto: cossì nelle molte e degne, esterne ed interne perfezioni v'assomiglia; ed al mio riguardo fu egli quel secondo, che, appresso gli vostri primi, gli secondi offici mi propose ed offerse: quali io arrei accettati, e lui certo arrebe effettuati, se tra noi non avesse sparso il suo arsenito de vili, maligni ed ignobili interessati l'invidiosa Erinni.
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Sì che, serbando a lui qualch'altra materia, ecco a voi presento questo numero de dialogi, li quali certamente saranno cossì buoni o tristi, preggiati o indegni, eccellenti o vili, dotti o ignoranti, alti o bassi, profittevoli o disutili, fertili o sterili, gravi o dissoluti, religiosi o profani, come di quei, nelle mani de quali potran venire, altri son de l'una, altri de l'altra contraria maniera. E perché il numero de stolti e perversi è incomparabilmente più grande che de sapienti e giusti, aviene che, se voglio remirare alla gloria o altri frutti che parturisce la moltitudine de voci, tanto manca ch'io debba sperar lieto successo del mio studio e lavoro, che più tosto ho da aspettar materia de discontentezza, e da stimar molto meglior il silenzio ch'il parlare. Ma, se fo conto de l'occhio de l'eterna veritade, a cui le cose son tanto più preciose ed illustri, quanto talvolta non solo son da più pochi conosciute, cercate e possedute, ma, ed oltre, tenute a vile, biasimate, perseguitate; accade ch'io tanto più mi forze a fendere il corso de l'impetuoso torrente, quanto gli veggio maggior vigore aggionto dal turbido, profondo e.clivoso varco.
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Cossì dunque lasciaremo la moltitudine ridersi, scherzare, burlare e vagheggiarsi su la superficie de mimici, comici ed istrionici Sileni, sotto gli quali sta ricoperto, ascoso e sicuro il tesoro della bontade e veritade, come, per il contrario, si trovano più che molti, che sotto il severo ciglio, volto sommesso, prolissa barba e toga maestrale e grave, studiosamente a danno universale conchiudeno l'ignoranza non men vile che boriosa, e non manco perniciosa che celebrata ribaldaria.
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Qua molti, che per sua bontà e dottrina non possono vendersi per dotti e buoni, facilmente potranno farse innanzi, mostrando quanto noi siamo ignoranti e viziosi. Ma sa Dio, conosce la verità infallibile che, come tal sorte d'uomini son stolti, perversi e scelerati, cossì io in miei pensieri, paroli e gesti non so, non ho, non pretendo altro, che sincerità, simplicità, verità. Talmente sarà giudicato dove l'opre ed effetti eroici non saran creduti frutti de nessun valore e vani; dove non è giudicata somma sapienza il credere senza discrezione; dove si distingueno le imposture de gli uomini da gli consegli divini; dove non è giudicato atto di religione e pietà sopraumana il pervertere la legge naturale; dove la studiosa contemplazione non è pazzia; dove ne l'avara possessione non consiste l'onore, in atti di gola la splendidezza, nella moltitudine de servi, qualunque sieno, la riputazione, nel meglio vestire la dignità, nel più avere la grandezza, nelle maraviglie la verità, nella malizia la prudenza, nel tradimento l'accortezza, ne la decepzione la prudenza, nel fengere il saper vivere, nel furore la fortezza, ne la forza la legge, ne la tirannia la giustizia, ne la violenza il giudicio; e cossì si va discorrendo per tutto. Qua Giordano parla per volgare, nomina liberamente, dona il proprio nome a chi la natura dona il proprio essere; non dice vergognoso quel che fa degno la natura; non cuopre quel ch'ella mostra aperto; chiama il pane, pane; il vino, vino; il capo, capo; il piede, piede; ed altre parti, di proprio nome; dice il mangiare, mangiare; il dormire, dormire; il bere, bere; e cossì gli altri atti naturali significa con proprio titolo. Ha gli miracoli per miracoli, le prodezze e maraviglie per prodezze e maraviglie, la verità per verità, la dottrina per dottrina, la bontà e virtù per bontà e virtù, le imposture per imposture, gl'inganni per inganni, il coltello e fuoco per coltello e fuoco, le paroli e sogni per paroli e sogni, la pace per pace, l'amore per amore. Stima gli filosofi per filosofi, gli pedanti per pedanti, gli monachi per monachi, li ministri per ministri, li predicanti per predicanti, le sanguisughe per sanguisughe, gli disutili, montainbanco, ciarlatani, bagattellieri, barattoni, istrioni, papagalli per quel che si dicono, mostrano e sono; ha gli operarii, benefici, sapienti ed eroi per questo medesimo. Orsù, orsù! questo, come cittadino e domestico del mondo, figlio del padre Sole e de la Terra madre, perché ama troppo il mondo, veggiamo come debba essere odiato, biasimato, perseguitato e spinto da quello. Ma in questo mentre non stia ocioso, né.mal occupato su l'aspettar de la sua morte, della sua transmigrazione, del suo cangiamento.
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Oggi presente al Sidneo gli numerati ed ordinati semi della sua moral filosofia, non perché come cosa nuova le mire, le conosca, le intenda; ma perché le essamine, considere e giudichi; accettando tutto quel che si deve accettare, iscusando tutto quel che si deve iscusare, e defendendo tutto quel che si deve defendere contra le rughe e supercilio d'ipocriti, il dente e naso de scìoli, la lima e sibilo de pedanti; avertendo gli primi, che lo stimino certo di quella religione la quale comincia, cresce e si mantiene con suscitar morti, sanar infermi e donar del suo; e non può essere affetto, dove si rapisce quel d'altro, si stroppiano i sani ed uccidono gli vivi; consegliando a gli secondi, che si convertano a l'intelletto agente e sole intellettuale, pregandolo che porga lume a chi non n'ha; facendo intendere a gli terzi, che a noi non conviene l'essere, quali essi sono, schiavi de certe e determinate voci e paroli; ma, per grazia de dei, ne è lecito, e siamo in libertà di far quelle servire a noi, prendendole ed accomodandole a nostro commodo e piacere. Cossì non ne siano molesti gli primi con la perversa conscienza, gli secondi con il cieco vedere, gli terzi con la mal impiegata sollecitudine, se non vogliono esser arguiti gli primi de stoltizia, invidia e malignitade; ripresi gli secondi d'ignoranza, presunzione e temeritade; notati gli terzi de viltà, leggerezza e vanitade: per non esserse gli primi astenuti dalla rigida censura de nostri giudicii, gli secondi da proterva calunnia de nostri sentimenti, gli terzi dal sciocco crivellar de nostre paroli.
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Or, per venire a far intendere, a chiunque vuole e puote, la mia intenzione ne gli presenti discorsi, io protesto e certificó che, per quanto appartiene a me, approvo quello che comunmente da tutti savii e buoni è stimato degno di essere approvato, e riprovo con gli medesimi il contrario. E però priego e scongiuro tutti, che non sia qualcuno di animo tanto enorme e spirito tanto maligno, che voglia definire, donando ad intendere a sé e ad altri, che ciò che sta scritto in questo volume, sia detto da me come assertivamente; né creda (se vuol credere il vero) che io, o per sé o per accidente, voglia in punto alcuno prender mira contra la verità, e balestrar contra l'onesto, utile e naturale, e, per conseguenza, divino; ma tegna per fermo che con tutto il mio sforzo attendo al contrario; e se tal volta aviene ch'egli non possa esser capace di questo, non si determine; ma reste in dubio sin tanto che non vegna risoluto dopo penetrato entro la midolla del senso. Considere appresso che questi son dialogi, dove sono interlocutori gli quali fanno la lor voce e da quali son raportati gli discorsi de molti e molti altri, che parimente abondano nel proprio senso, raggionando con quel fervore e zelo che massime può essere ed è appropriato a essi. Per tanto non sia chi pense altrimente, eccetto che questi tre dialogi son stati messi e distesi sol per materia e suggetto d'un artificio futuro; perché, essendo io in intenzione di trattar la moral filosofia secondo il lume interno che in me ave irradiato ed irradia il divino sole intellettuale, mi par espediente prima di preponere certi preludii a similitudine de musici; imbozzar certi occolti e confusi delineamenti ed ombre, come gli pittori; ordire e distendere certa fila, come le tessetrici; e gittar certi bassi, profondi e ciechi fondamenti, come gli grandi edificatori: il che non mi parea più convenientemente poter effettuarsi, se non con ponere in numero e certo ordine tutte le prime forme de la moralità, che sono le virtudi e vizii capitali, nel modo che vedrete al presente introdutto un repentito Giove, ch'avea colmo di tante bestie, come di tanti vizii, il cielo, secondo la forma di quarant'otto famose imagini; ed ora consultar di bandir quelli dal cielo, da la gloria e luogo d'esaltazione, destinandogli per il più certe regioni in terra, ed in quelle medesime stanze facendo succedere le già tanto tempo bandite e tanto indegnamente disperse virtudi. Or, mentre ciò si mette in esecuzione, se vedete vituperar cose che vi paiono indegne di vitupèro, spreggiate cose degne di stima, inalzate cose meritevoli di biasimo; e per il contrario; abbiate tutto per detto (anco da quei che possono nel suo grado dirlo) indefinitamente, come messo in difficultade, posto in campo, cacciato in teatro, che aspetta di essere essaminato, discusso e messo al paragone, quando si consertarà la musica, si figurarà la imagine, s'intesserà la tela, s'inalzarà il tetto. In questo mentre Sofia presenta Sofia, Saulino fa il Saulino, Giove il Giove; Momo, Giunone, Venere ed altri Greci o Egizii, dissoluti o gravi, quel che essi e qual essi sono, e puote appropriarsi alla condizion e natura che possono presentare. Se vedete seriosi e giocosi propositi, pensate che tutti sono equalmente degni d'essere con non ordinarii occhiali remirati. In conclusione, non abbiate altro per definito che l'ordine ed il numero de soggetti della considerazion morale, insieme con gli fondamenti di tal filosofia, la qual tutta intieramente vedrete figurata in essi. Del resto, in questo mezzo ognuno prenda gli frutti che può, secondo la capacità del proprio vase; perché non è cosa sì ria che non si converta in profitto ed utile de buoni; e non è cosa tanto buona e degna che non possa esser caggione e materia di scandalo a' ribaldi. Qua, dunque, avendo tutto l'altro (onde non si può raccôrre degno frutto di dottrina) per cosa dubia, suspetta ed impendente, prendasi per final nostro intento l'ordine, l'intavolatura, la disposizione, l'indice del metodo, l'arbore, il teatro e campo de le virtudi e vizii; dove appresso s'ha da discorrere, inquirere, informarsi, addirizzarsi, distendersi, rimenarsi ed accamparsi con altre considerazioni; quando, determinando del tutto secondo il nostro lume e propria intenzione, ne esplicaremo in altri ed altri particulari dialogi, ne li quali l'universal architettura di cotal filosofia verrà pienamente compita, e dove raggionaremo più per modo definitivo.
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Abbiamo, dunque, qua un Giove, non preso per troppo leggitimo e buon vicario o luogotenente del primo principio e causa universale; ma ben tolto qual cosa variabile, suggetta al fato della mutazione. Però, conoscendo egli che in tutto uno infinito ente e sustanza sono le nature particolari infinite ed innumerabili (de quali egli è un individuo), che, come in sustanza, essenza e natura sono uno, cossì per raggion del numero che subintrano, incorreno innumerabili vicissitudini e specie di moto e mutazione; ciascuna, dunque, di esse, e particularmente Giove, si trova esser tale individuo, sotto tal composizione, con tali accidenti e circonstanze, posto in numero per differenze che nascono da le contrarietadi, le quali tutte si riducono ad una originale e prima, che è primo principio de tutte l'altre, che sono efficienti prossimi d'ogni cangiamento e vicissitudine: per cui, come da quel che prima non era Giove, appresso fu fatto Giove, cossì, da quel ch'al presente è Giove, al fine sarà altro che Giove. Conosce che dell'eterna sustanza corporea (la quale non è denichilabile né adnichilabile, ma rarefabile, inspessabile, formabile, ordinabile, figurabile) la composizione si dissolve, si cangia la complessione, si muta la figura, si altera l'essere, si varia la fortuna; rimanendo sempre quel che sono in sustanza gli elementi; e quell'istesso, che fu sempre, perseverando l'uno principio materiale, che è vera sustanza de le cose, eterna, ingenerabile, incorrottibile. Conosce bene, che dell'eterna sustanza incorporea niente si cangia, si forma o si difforma; ma sempre rimane pur quella che non può essere suggetto de dissoluzione, come non è possibil che sia suggetto di composizione; e però né per sé né per accidente alcuno può esser detta morire; perché morte non è altro che divorzio de parti congionte nel composto; dove, rimanendo tutto l'essere sustanziale (il quale non può perdersi) di ciascuna, cessa quell'accidente d'amicizia, d'accordo, di complessione, unione ed ordine. Sa che la sustanza spirituale, bench'abbia familiarità con gli corpi, non si deve stimar che propriamente vegna in composizione o mistione con quelli: perché questo conviene a corpo con corpo, a parte di materia complessionata d'un modo con parte di materia complessionata d'un'altra maniera; ma è una cosa, un principio efficiente ed informativo da dentro, dal quale, per il quale e circa il quale si fa la composizione; ed è a punto come il nocchiero a la nave, il padre di fameglia in casa ed uno artefice non esterno, ma che da entro fabrica, contempra e conserva l'edificio; ed in esso è l'efficacia di tener uniti gli contrarii elementi, contemperar insieme, come in certa armonia, le discordante qualitadi, a far e mantenir la composizione d'uno animale. Esso intorce il subbio, ordisce la tela, intesse le fila, modera le tempre, pone gli ordini, digerisce e distribuisce gli spiriti, infibra le carni, stende le cartilagini, salda l'ossa, ramifica gli nervi, incava le arterie, infeconda le vene, fomenta il core, inspira gli polmoni, soccorre a tutto, di dentro, con il vital calore ed umido radicale, onde tale ipostasi consista, e tal volto, figura e faccia appaia di fuori. Cossì si forma la stanza in tutte le cose dette animate, dal centro del core, o cosa proporzionale a quello, esplicando e figurando le membra, e quelle esplicate e figurate conservando. Cossì, necessitato dal principio della dissoluzione, abandonando la sua architettura, caggiona la ruina de l'edificio, dissolvendo li contrarii elementi, rompendo la lega, togliendo la ipostatica composizione, per non posser eternamente con medesimi temperamenti, perpetuando medesime fila, e conservando quegli ordini istessi, annidarsi in uno medesimo composto: però da le parti esterne e membra facendo la ritretta al core, e quasi riaccogliendo gl'insensibili stormenti ed ordegni, mostra apertamente, che per la medesima porta esce, per cui gli convenne una volta entrare. Sa Giove che non è verisimile né possibile che, se la materia corporale, la quale è componibile, divisibile, maneggiabile, contrattabile, formabile, mobile e consistente sotto il domìno, imperio e virtù de l'anima, non è adnichilabile, non è in punto o atomo adnullabile, per il contrario, la natura più eccellente, che impera, governa, presiede, muove, vivifica, invegeta, insensua, mantiene e contiene, sia di condizion peggiore: sia, dico (come vogliono certi stolti sotto nome de filosofi) un atto, che resulta da l'armonia, simmetria, complessione, ed in fine un accidente che per la dissoluzione del composto vada in nulla insieme con la composizione; più tosto che principio e causa intrinseca di armonia, complessione e simmetria che da esso deriva; il quale non meno può sussistere senza il corpo che il corpo -che è da lui mosso, governato, e per sua presenza unito, e per sua absenza disperso - può essere senza lui. Questo principio, dunque, stima Giove esser quella sustanza che è veramente l'uomo, e non accidente che deriva dalla composizione. Questo è il nume, l'eroe, il demonio, il dio particolare, l'intelligenza; in cui, da cui e per cui, come vegnon formate e si formano diverse complessioni e corpi, cossì viene a subintrare diverso essere in specie, diversi nomi, diverse forme. Questo, per esser quello che, quanto a gli atti razionali ed appetiti, secondo la raggione muove e governa il corpo, è superiore a quello, e non può essere da lui necessitato e constretto; aviene per l'alta giustizia che soprasiede alle cose tutte, che per gli disordinati affetti vegna nel medesimo o in altro corpo tormentato ed ignobilito, e non debba aspettar il governo ed administrazione di meglior stanza, quando si sarà mal guidato nel regimento d'un'altra. Per aver, dunque, ivi menata vita, per essempio, cavallina o porcina, verrà (come molti filosofi più eccellenti hanno inteso; ed io stimo, che se non è da esser creduto, è molto da esser considerato) disposto dalla fatal giustizia, che gli sia intessuto in circa un carcere conveniente a tal delitto o crime, organi ed instrumenti convenevoli a tale operario o artefice. E cossì, oltre ed oltre sempre discorrendo per il fato della mutazione, eterno verrà incorrendo altre ed altre peggiori e megliori specie di vita e di fortuna, secondo che s'è maneggiato megliore- o peggiormente nella prossima precedente condizione e sorte. Come veggiamo che l'uomo, mutando ingegno e cangiando affetto, da buono dovien rio, da temprato stemprato; e per il contrario, da quel che sembrava una bestia, viene a sembrare un'altra peggiore o megliore, in virtù de certi delineamenti e figurazioni, che, derivando da l'interno spirito, appaiono nel corpo; di sorte che non fallaran mai un prudente fisionomista. Però, come nell'umana specie veggiamo de molti in viso, volto, voci, gesti, affetti ed inclinazioni, altri cavallini, altri porcini, asinini, aquilini, buovini; cossì è da credere che in essi sia un principio vitale, per cui, in potenza di prossima passata o di prossima futura mutazion di corpo, sono stati o sono per esser porci, cavalli, asini, aquile, o altro che mostrano; se per abito di continenza, de studii, di contemplazione ed altre virtudi o vizii non si cangiano e non si disponeno altrimente. Da questa sentenza (da noi, più che par comporte la raggion del presente loco, non senza gran causa distesa) pende l'atto de la penitenza di Giove, il qual s'introduce come volgarmente è descritto: un dio che ebbe de le virtudi e gentilezze, ed ebbe de le dissoluzioni, leggerezze e fragilitadi umane, e talvolta brutali e bestiali; come è figurato, quando è fama, che si cangiasse in que' varii suggetti o forme, per significar la mutazion de gli affetti suoi diversi che incorre il Giove, l'anima, l'uomo, trovandosi in questa fluttuante materia. Quel medesimo è messo governatore e motor del cielo, per donar ad intendere, come in ogni uomo, in ciascuno individuo si contempla un mondo, un universo; dove per Giove governatore è significato il lume intellettuale che dispensa e governa in esso, e distribuisce in quel mirabile architetto gli ordini e sedie de virtudi e vizii.
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Questo mondo, tolto secondo l'imaginazion de stolti matematici, ed accettato da non più saggi fisici, tra quali gli Peripatetici son più vani, non senza frutto presente: prima diviso come in tante sfere, e poi distinto in circa quarant'otto imagini (nelle quali intendeno primamente partito un cielo ottavo, stellifero, detto da' volgari firmamento), viene ad essere principio e suggetto del nostro lavoro. Perché qua Giove (che rapresenta ciascun di noi), come da conceputo nacque, da fanciullo dovenne giovane e robusto, e da tale è dovenuto e dovien sempre più e più vecchio ed infermo: cossì da innocente ed inabile si fa nocivo ed abile, dovien tristo, e talor si fa buono; da ignorante savio, da crapulone sobrio, da incontinente casto, da dissoluto grave, da iniquo giusto; al che tal volta vien inchinato da la forza che gli vien meno, e spinto e spronato dal timor della giustizia fatale, superiore a' dei, che ne minaccia. Nel giorno dunque, che nel cielo si celebra la festa de la Gigantoteomachia (segno de la guerra continua e senza triegua alcuna, che fa l'anima contra gli vizii e disordinati affetti), vuole effettuar e definir questo padre quello che per qualche spacio di tempo avanti avea proposto e determinato; come un uomo, per mutar proposito di vita e costumi, prima vien invitato da certo lume che siede nella specola, gaggia o poppa de la nostra anima, che da alcuni è detto sinderesi e qua forse è significato quasi sempre per Momo. Propone, dunque, a gli dei, cioè essercita l'atto del raziocinio de l'interno conseglio, e si mette in consultazion circa quel ch'è da fare; e qua convoca i voti, arma le potenze, adatta gl'intenti; non dopo cena, e ne la notte de l'inconsiderazione, e senza sole d'intelligenza e lume di raggione; non a diggiuno stomaco, la mattina, cioè senza fervor di spirito, ed esser bene iscaldato dal superno ardore; ma dopo pranso, cioè dopo aver gustato ambrosia di virtuoso zelo ed esser imbibito del nettare del divino amore; circa il mezogiorno, o nel punto di quello, cioè, quando meno ne oltraggia nemico errore, e più ne favorisce l'amica veritade, in termine di più lucido intervallo. Allora si dà spaccio a la bestia trionfante, cioè a gli vizii che predominano e sogliono conculcar la parte divina; si ripurga l'animo da errori, e viene a farsi ornato de virtudi; e per amor della bellezza che si vede nella bontà e giustizia naturale, e per desio de la voluttà consequente da frutti di quella, e per odio e tema de la contraria difformitade e dispiacere.
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Questo s'intende accettato ed accordato da tutti e in tutti gli dei, quando le virtudi e potenze de l'anima concorreranno a faurir l'opra ed atto di quel tanto che per giusto, buono e vero definisce quello efficiente lume; ch'addirizza il senso, l'intelletto, il discorso, la memoria, l'amore, la concupiscibile, l'irascibile, la sinderesi, l'elezione: facultadi significate per Mercurio, Pallade, Diana, Cupido, Venere, Marte, Momo, Giove ed altri numi.
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Dove dunque era l'Orsa, per raggion del luogo, per esser parte più eminente del cielo, si prepone la Verità; la quale è più alta e degna de tutte cose, anzi la prima, ultima e mezza; perché ella empie il campo de l'Entità, Necessità, Bontà, Principio, Mezzo, Fine, Perfezione: si concepe ne gli campi contemplativi metafisico, fisico, morale, logicale. E con l'Orsa descendeno la Difformità, Falsità, Difetto, Impossibilità, Contingenzia, Ipocrisia, Impostura, Fellonia. - La stanza de l'Orsa maggiore, per causa da non dirla in questo luogo, rimane vacante. - Dove s'obliqua ed incurva il Drago, per esser vicina alla Verità, si loca la Prudenza con le sue damigelle, Dialettica e Metafisica, che ha circonstanti da la destra la Callidità, Versuzia, Malizia, da la sinistra la Stupidità, l'Inerzia, l'Imprudenzia. Versa nel campo della Consultazione. Da quel luogo casca la Casualità, l'Improvisione, la Sorte, la Stracuragine, con le sinistre e destre circonstanti. Da là, dove solo scrimisce Cefeo, cade il Sofisma, l'Ignoranza di prava disposizione, la Stolta Fede con le serve, ministre e circonstanti; e la Sofia, per esser compagna de la Prudenza, vi si presenta, e si vedrà versar negli campi divino, naturale, morale, razionale. - Là dove Artofilace osserva il carro, monta la Legge, per farsi vicina alla madre Sofia; e quella vedrassi versare ne li campi divino, naturale, gentile, civile, politico, economico ed etico particolare, per gli quali s'ascende a cose superiori, si descende a cose inferiori, si distende ed allarga a cose uguali e si versa in se stesso. Da là cade la Prevaricazione, Delitto, Eccesso, Exorbitanza con li loro figli, ministri e compagni. Ove luce la Corona boreale, accompagnandola la Spada, s'intende il Giudizio, come prossimo effetto de la legge ed atto di giustizia. Questo sarà veduto versare in cinque campi di Apprensione, Discussione, Determinazione. Imposizione, Execuzione; ed indi, per conseguenza, cade l'Iniquitade con tutta la sua fameglia. Per la corona, che tiene la quieta sinistra, si figura il Premio e Mercede; per la spada, che vibra la negociosa destra, è figurato il Castigo e Vendetta. - Dove con la sua mazza par che si faccia spacio Alcide, dopo il dibatto de la Ricchezza, Povertade, Avarizia e Fortuna, con le lor presentate corti, va a far la sua residenza la Fortezza, la qual vedrete versar negli campi de l'Impugnazione, Ripugnanza, Espugnazione, Mantenimento, Offensione, Defensione; dalla cui destra cascano la Ferinità, la Furia, la Fierezza; e dalla sinistra la Fiacchezza, Debilità, Pusillanimità; e circa la quale si veggono la Temeritade, Audacia, Presunzione, Insolenza, Confidenza, ed a l'incontro la Viltà, Trepidazione, Dubio, Desperazione con le compagne e serve. Versa quasi per tutti gli campi. - Dove si vede la Lira di nove corde, monta la madre Musa con le nove figlie, Aritmetrica, Geometria, Musica, Logica, Poesia, Astrologia, Fisica, Metafisica, Etica; onde, per conseguenza, casca l'Ignoranza, Inerzia e Bestialitade. Le madri han l'universo per campo, e ciascuna de le figlie ha il proprio suggetto. - Dove distende l'ali il Cigno, ascende la Penitenza, Ripurgazione, Palinodia, Riformazione, Lavamento; ed indi, per conseguenza, cade la Filautia, Immondizia, Sordidezza, Impudenzia, Protervia con le loro intiere fameglie. Versano circa e per il campo de l'Errore e Fallo. - Onde è dismessa l'incatedrata Cassiopea con la Boriosità, Alterezza, Arroganza, Iattanza ed altre compagne che si vedeno nel campo de l'Ambizione e Falsitade; monta la regolata Maestà, Gloria, Decoro, Dignità, Onore ed altri compagni con la lor corte, che per ordinario versano ne li campi della Simplicità, Verità ed altri simili per principale elezione; e talvolta per forza di Necessitade in quello de la Dissimulazione ed altri simili, che per accidente possono esser ricetto de virtudi. - Ove il feroce Perseo mostra il gorgonio trofeo, monta la Fatica, Sollecitudine, Studio, Fervore, Vigilanza, Negocio, Essercizio, Occupazione, con gli sproni del zelo e del timore. Ha Perseo gli talari de l'util Pensiero e Dispreggio del ben popolare, con gli ministri Perseveranza, Ingegno, Industria, Arte, Inquisizione e Diligenza; e per figli conosce l'Invenzione ed Acquisizione, de quali ciascuno ha tre vasi pieni di Bene di fortuna, di Ben di corpo, di Bene d'animo. Discorre ne gli campi di Robustezza, Forza, Incolumità; gli fuggono d'avanti il Torpore, l'Accidia, l'Ocio, l'Inerzia, la Desidia, la Poltronaria, con tutte le lor fameglie da un canto; e da l'altro l'Inquietitudine, Occupazion stolta, Vacantaria, Ardelia, Curiositade, Travaglio, Perturbazione, che esceno dal campo de l'Irritamento, Instigazione, Constrettura, Provocazione ed altri ministri che edificano il palaggio del Pentimento. - A la stanza de Triptolemo monta la umanità con la sua fameglia: Conseglio, Aggiuto, Clemenzia, Favore, Suffragio, Soccorso, Scampo, Refrigerio, con altri compagni e fratelli di costoro e suoi ministri e figli, che versano nel campo de la Filantropia proprio, a cui non s'accosta la Misantropia, con la sua corte: Invidia, Malignità, Disdegno, Disfavore ed altri fratelli di questi, che discorreno per il campo de la Discortesia, ed altri viziosi. - A la casa de l'Ofiulco sale la Sagacità, Accortezza, Sottilezza ed altre simili virtudi abitanti nel campo de la Consultazione e Prudenza; onde fugge la Goffaria, Stupidezza, Sciocchezza con le lor turbe, che tutte cespitano nel campo de l'Imprudenza ed Inconsultazione. - In loco de la Saetta si vede la giudiciosa Elezione, Osservanza ed Intento, che si essercitano nel campo de l'ordinato Studio, Attenzione ed Aspirazione; e da là si parteno la Calunnia, la Detrazione, il Repicco ed altri figli d'Odio ed Invidia che si compiaceno ne gli orti de l'Insidia, Ispionia e simili ignobili e vilissimi coltori. - Al spacio, in cui s'inarca il Delfino, si vede la Dilezione, Affabilità, Officio, che insieme con la lor compagnia si trovano nel campo de la Filantropia, Domestichezza; onde fugge la nemica ed oltraggiosa turba, ch'a gli campi della Contenzione, Duello e Vendetta si ritira. - Là d'onde l'Aquila si parte con l'Ambizione, Presunzione, Temeritade, Tirannia, Oppressione ed altre compagne negociose nel campo de l'Usurpazione e Violenza, va ad soggiornare la Magnanimità, Magnificenza, Generosità, Imperio, che versano ne li campi della Dignitade, Potestade, Autoritade. - Dove era il Pegaseo cavallo, ecco il Furor divino, Entusiasmo, Rapto, Vaticinio e Contrazione, che versano nel campo de l'Inspirazione; onde fugge lontano il Furor ferino, la Mania, l'Impeto irrazionale, la Dissoluzione di spirito, la Dispersion del senso interiore, che si trovano nel campo de la stemprata Melancolia, che si fa antro al Genio perverso. - Ove cede Andromeda con l'Ostinazione, Perversitade e stolta Persuasione, che si apprendeno nel campo de la doppia Ignoranza, succede la Facilità, la Speranza, l'Aspettazione, che si mostraranno al campo della buona Disciplina. - Onde si spicca il Triangolo, ivi si fa consistente la Fede, altrimente detta Fideltade, che s'attende nel campo de la Constanza, Amore, Sincerità, Simplicità, Verità ed altri, da quali son molto discosti gli campi de la Frode, Inganno, Instabilità. - A la già regia del Montone ecco messo il Vescovato, Ducato, Exemplarità, Demonstranza, Conseglio, Indicazione, che son felici nel campo de l'Ossequio, Obedienza, Consentimento, virtuosa Emulazione, Imitazione; e da là si parte il mal Essempio, Scandalo, Alienamento, che son cruciati nel campo de la Dispersione, Smarrimento, Apostasia, Scisma, Eresia. - Il Tauro mostra esser stato figura de la Pazienza, Toleranza, Longanimitade, Ira regolata e giusta, che si maneggiano nel campo del Governo, Ministerio, Servitude, Fatica, Lavoro, Ossequio ed altri. Seco si parte l'Ira disordinata, la Stizza, il Dispetto, il Sdegno, Ritrosia, Impazienza, Lamento, Querela, Còlera, che si trovano quasi per gli medesimi campi. - Dove abitavano le Pleiadi, monta la Unione, Civilità, Congregazione, Popolo, Republica, Chiesa, che consisteno nel campo del Convitto, Concordia, Communione; dove presiede il regolato Amore; e con quelle è trabalsato dal cielo il Monopolio, la Turba, la Setta, il Triumvirato, la Fazione, la Partita, l'Addizione, che periclitano ne' campi de disordinata Affezione, iniquo Dissegno, Sedizione, Congiura, dove presiede il Perverso Conseglio con tutta la sua fameglia. - Onde parteno li Gemegli, sale il figurato Amore, Amicizia, Pace, che si compiaceno ne' proprii campi; e quelli banditi menan seco la Parzialitade indegna, che ostinata affigge il piede nel campo de l'iniquo e perverso Desio. - Il Granchio mena seco la mala Repressione, l'indegno Regresso, il vil Difetto, il non lodabile Refrenamento, la Dismession de le braccia, la Ritrazion de' piedi dal ben pensare e fare, il Ritessimento di Penelope ed altri simili consorti e compagni che si rimetteno e serbano nel campo de l'Inconstanza, Pusillanimità, Povertà de spirto, Ignoranza ed altri molti; ed alle stelle ascende la Conversion retta, Ripression dal male, Ritrazion dal falso ed iniquo con gli lor ministri, che si regolano nel campo del Timore onesto, Amor ordinato, retta Intenzione, lodevol Penitenza ed altri sozii contrarii al mal Progresso, al rio Avanzamento, Pertinacia profittevole. - Mena seco il Leone il tirannico Terrore, Spavento e Formidabilità, la perigliosa ed odibile Autoritade e Gloria della presunzione e Piacere di esser temuto più tosto che amato. Versano nel campo del Rigore, Crudeltà, Violenza, Suppressione, che ivi son tormentate da le ombre del Timore e Suspizione; ed al celeste spacio ascende la Magnanimità, Generosità, Splendore, Nobiltà, Prestanza, che administrano nel campo della Giustizia, Misericordia, giusta Debellazione, degna Condonazione, che pretendeno sul studio d'esser più tosto amate che temute; ed ivi si consolano con la Sicurtà, Tranquillitade di spirito e lor fameglia. - Va a giongersi con la Vergine la Continenza, Pudicizia, Castità, Modestia, Verecundia, Onestade, che trionfano nel campo della Puritade ed Onore, spreggiato da l'Impudenza, Incontinenza ed altre madri de nemiche fameglie. - Le Bilancie son state tipo de la aspettata Equità, Giustizia, Grazia, Gratitudine, Rispetto ed altri compagni, administratori e seguaci, che versano nel trino campo della Distribuzione, Commutazione e Retribuzione, dove non mette piè l'Ingiustizia, Disgrazia, Ingratitudine, Arroganza ed altre lor compagne, figlie ed amministratrici.
12
Dove incurvava l'adunca coda e stendeva le sue branche lo Scorpione, non appare oltre la Frode, l'iniquo Applauso, il finto Amore, l'Inganno, il Tradimento, ma le contrarie virtudi, figlie della Simplicità, Sincerità, Veritade, e che versano ne gli campi de le madri. - Veggiamo ch'il Sagittario era segno della Contemplazione, Studio e buono Appulso con gli lor seguaci e servitori, che hanno per oggetto e suggetto il campo del Vero e del Buono, per formar l'Intelletto e Voluntade, onde è molto absentata l'affettata Ignoranza e Spenseramento vile. - Là dove ancora risiede il Capricorno, vedi l'Eremo, la Solitudine, la Contrazione ed altre madri, compagne ed ancelle, che si ritirano nel campo de l'Absoluzione e Libertà, nel quale non sta sicura la Conversazione, il Contratto, Curia, Convivio ed altri appartinenti a questi figli, compagni ed amministratori. -Nel luogo de l'umido e stemprato Aquario vedi la Temperanza, madre de molte ed innumerabili virtudi, che particolarmente ivi si mostra con le figlie Civilità ed Urbanitade, dalli cui campi fugge l'Intemperanza d'affetti con la Silvestria, Asprezza, Barbaria. - Onde con l'indegno Silenzio, Invidia di sapienza e Defraudazion di dottrina, che versano nel campo de la Misantropia e Viltà d'ingegno, son tolti gli Pesci, vi vien messo il degno Silenzio e Taciturnitade che versano nel campo de la Prudenza, Continenza, Pazienza, Moderanza ed altri, da quali fuggono a' contrarii ricetti la Loquacità, Moltiloquio, Garrulità, Scurrilità, Boffonaria, Istrionia, Levità di propositi, Vaniloquio, Susurro, Querela, Mormorazione. - Ove era il Ceto in secco, si trova la Tranquillità de l'animo, che sta sicuro nel campo de la Pace e Quiete; onde viene esclusa la Tempesta, Turbulenza, Travaglio, Inquietitudine ed altri socii e frategli. - Da là dove spanta gli numi il divo e miracoloso Orione con l'Impostura, Destrezza, Gentilezza disutile, vano Prodigio, Prestigio, Bagattella e Mariolia, che qual guide, condottieri e portinaii administrano alla Iattanzia, Vanagloria, Usurpazione, Rapina, Falsitade ed altri molti vizii, ne' campi de quali conversano, ivi viene esaltata la Milizia studiosa contra le inique, visibili ed invisibili potestadi; e che s'affatica nel campo della Magnanimità, Fortezza, Amor publico, Verità ed altre virtudi innumerabili. - Dove ancor rimane la fantasia del fiume Eridano, s'ha da trovar qualche cosa nobile, di cui altre volte parlaremo, perché il suo venerando proposito non cape tra questi altri. - D'onde è tolta la fugace Lepre col vano Timore, Codardiggia, Tremore, Diffidenza, Desperazione, Suspizion falsa ed altri figli e figlie del padre Dappocagine ed Ignoranza madre, si contemple il Timor, figlio della Prudenza e Considerazione, ministro de la Gloria e vero Onore, che riuscir possono da tutti gli virtuosi campi. - Dove in atto di correre appresso la lepre, avea il dorso disteso il Can maggiore, monta la Vigilanza, la Custodia, l'Amor de la republica, la Guardia di cose domestiche, il Tirannicidio, il Zelo, la Predicazion salutifera, che si trovano nel campo de la Prudenza e Giustizia naturale; e con quello viene a basso la Venazione ed altre virtù ferine e bestiali, le quali vuol Giove che siano stimate eroiche, benché verseno nel campo de la Manigoldaria, Bestialità e Beccaria. - Mena seco a basso la Cagnuola, l'Assentazione, Adulazione e vile Ossequio con le lor compagnie; ed ivi in alto monta la Placabilità, Domestichezza, Comità, Amorevolezza, che versano nel campo de la Gratitudine e Fideltade. - Onde la Nave ritorna al mare insieme con la vile Avarizia, buggiarda Mercatura, sordido Guadagno, fluttuante Piratismo ed altri compagni infami, e per il più de le volte vituperosi, va a far residenza la Liberalità, Comunicazione officiosa, Provision tempestiva, utile Contratto, degno Peregrinaggio, munifico Transporto con gli lor fratelli, comiti, temonieri, remigatori, soldati, sentinieri ed altri ministri, che versano nel campo de la Fortuna. - Dove s'allungava e stendeva le spire il Serpe australe, detto l'Idra, si fa veder la provida Cautela, giudiciosa Sagacità, revirescente Virilità; onde cade il senil Torpore, la stupida Rifanciullanza con l'Insidia, Invidia, Discordia, Maldicenza ed altre commensali. - Onde è tolto con il suo atro Nigrore, crocitante Loquacità, turpe e zinganesca Impostura, con l'odioso Affrontamento, cieco Dispreggio, negligente Servitude, tardo Officio e Gola impaziente, il Corvo, succedeno la Magia divina co le sue figlie, la Mantia con gli suoi ministri e fameglia, tra gli quali l'Augurio è principale e capo, che sogliono per buon fine esercitarsi nel campo de l'Arte militare, Legge, Religione e Sacerdozio. - D'onde con la Gola ed Ebrietade è presentata la Tazza con quella moltitudine de ministri, compagni e circonstanti, là si vede l'Abstinenza, ivi è la Sobrietade e Temperanza circa il vitto, con gli lor ordini e condizioni. - Dove persevera ed è confirmato nella sua sacristia il semideo Centauro, si ordina insieme la divina Parabola, il Misterio sacro, Favola morale, il divino e santo Sacerdocio con gli suoi institutori, conservatori e ministri; da là cade ed è bandita la Favola anile e bestiale con la sua stolta Metafora, vana Analogia, caduca Anagogia, sciocca Tropologia e cieca Figuratura, con le lor false corti, conventi porcini, sediciose sette, confusi gradi, ordini disordinati, difformi riforme, immonde puritadi, sporche purificazioni e perniciosissime forfantarie che versano nel campo de l'Avarizia, Arroganza ed Ambizione; ne li quali presiede la torva Malizia, e si maneggia la cieca e crassa Ignoranza.
13
Con l'Altare è la Religione, Pietade e Fede: e dal suo angolo orientale cade la Credulità con tante pazzie e la Superstizione con tante cose, coselle e coselline; e dal canto occidentale l'iniqua Impietade ed insano Ateismo vanno in precipizio. - Dove aspetta la Corona australe, ivi è il Premio, l'Onore e Gloria, che son gli frutti de le virtudi faticose e virtuosi studi, che pendeno dal favore de le dette celesti impressioni. - Onde si prende il Pesce meridionale, là è il Gusto de gli già detti onorati e gloriosi frutti; ivi il Gaudio, il fiume de le Delicie, torrente de la Voluptade, ivi la Cena, ivi l'anima
Pasce la mente de sì nobil cibo,
Ch'ambrosia e nettar non invidia a Giove.

Là è il Termine de gli tempestosi travagli, ivi il Letto, ivi il tranquillo Riposo, ivi la sicura Quiete. Vale.

Dial. 1, parte 1

Interlocutori: Sofia, Saulino, Mercurio. Prima parte del primo dialogo.

1 \ SOFIA\ Talché, se ne li corpi, materia ed ente non fusse la mutazione, varietade e vicissitudine, nulla sarrebe conveniente, nulla di buono, niente delettevole.
2
\ SAUL.\ Molto bene l'hai dimostrato, Sofia.
3
\ SOFIA\ Ogni delettazione non veggiamo consistere in altro, che in certo transito, camino e moto. Atteso che fastidioso e triste è il stato de la fame; dispiacevole e grave è il stato della sazietà: ma quello che ne deletta, è il moto da l'uno a l'altro. Il stato del venereo ardore ne tormenta, il stato dell'isfogata libidine ne contrista; ma quel che ne appaga, è il transito da l'uno stato a l'altro. In nullo esser presente si trova piacere, se il passato non n'è venuto in fastidio. La fatica non piace, se non in principio, dopo il riposo; e se non in principio, dopo la fatica, nel riposo non è delettazione.
4
\ SAUL.\ Se cossì è, non è delettazione senza mistura di tristezza, se nel moto è la participazione di quel che contenta e di quel che fastidisce.
5
\ SOFIA\ Dici bene. A quel che è detto aggiongo, che Giove qualche volta, come li venesse tedio di esser Giove, prende certe vacanze ora di agricoltore, ora di cacciatore, ora di soldato; adesso è con gli dei, adesso con gli uomini, adesso con le bestie. Color che sono ne le ville, prendeno la lor festa e spasso ne le cittadi; quei che sono nelle cittadi, fanno le loro relassazioni, ferie e vacanze ne le ville. A chi è stato assiso o colcato, piace e giova il caminare; e chi ha discorso con gli piedi, trova refrigerio nel sedere. Ha piacer nella campagna chi troppo ha dimorato in tetto: brama la stanza chi è satollo del campo. Il frequentar un cibo, quantunque piacevole, è caggione di nausea al fine. Tanto che la mutazione da uno contrario a l'altro per gli suoi participii, il moto da uno contrario a l'altro per gli suoi mezzi viene a soddisfare; ed in fine veggiamo tanta familiarità di un contrario con l'altro, che uno più conviene con l'altro, che il simile con il simile.
6
\ SAUL.\ Cossì mi par vedere, perché la giustizia non ha l'atto se non dove è l'errore, la concordia non s'effettua se non dove è la contrarietade; il sferico non posa nel sferico, perché si toccano in punto, ma il concavo si quieta nel convesso; e moralmente il superbo non può convenire col superbo, il povero col povero, l'avaro con l'avaro; ma si compiace l'uno nell'umile, l'altro nel ricco, questo col splendido. Però, se fisica-, matematica- e moralmente si considera, vedesi che non ha trovato poco quel filosofo che è dovenuto alla raggione della coincidenza de contrarii, e non è imbecille prattico quel mago che la sa cercare dove ella consiste. Tutto, dunque, che avete proferito, è verissimo: ma vorrei sapere, o Sofia, a che proposito, a che fine voi lo dite.
7
\ SOFIA\ Quello che da ciò voglio inferire, è che il principio, il mezzo ed il fine, il nascimento, l'aumento e la perfezione di quanto veggiamo, è da contrarii, per contrarii, ne' contrarii, a contrarii: e dove è la contrarietà, è la azione e reazione, è il moto, è la diversità, è la moltitudine, è l'ordine, son gli gradi, è la successione, è la vicissitudine. Perciò nessuno, che ben considera, giamai per l'essere ed aver presente si desmetterà o s'inalzarà d'animo, quantunque, in comparazion d'altri abiti e fortune, gli paia buono o rio, peggiore o megliore. Tal io con il mio divino oggetto, che è la verità, tanto tempo, come fuggitiva, occolta, depressa e sommersa, ho giudicato quel termine, per ordinanza del fato, come principio del mio ritorno, apparizione, essaltazione e magnificenza tanto più grande, quanto maggiori son state le contradizioni.
8
\ SAUL.\ Cossì aviene, che chi vuol più gagliardamente saltando alzarsi da terra, li fia mestiero che prima ben si recurve; e chi studia di superar più efficacemente trapassando un fosso, accatta talvolta l'émpito, sé ritirando otto o diece passi a dietro.
9
\ SOFIA\ Tanto più, dunque, spero nel futuro meglior successo, per grazia del fato, quanto sin al presente mi son trovata al peggio.
10
\ SAUL.\ ... Quanto più depresso,
Quanto è più l'uom di questa ruota al fondo,
Tanto a quel punto più si trova appresso,
C'ha da salir, si de' girarsi in tondo:
Alcun sul ceppo quasi il capo ha messo,
Che l'altro giorno ha dato legge al mondo.

11
Ma, di grazia, séguita, Sofia, a specificar più espressamente il tuo proposito.
12
\ SOFIA\ Il tonante Giove, dopo che tanti anni ha tenuto del giovane, s'è portato da scapestrato ed è stato occupato ne l'armi e ne gli amori, ora, come domo dal tempo, comincia a declinare da le lascivie e vizii e quelle condizioni che la virilitade e gioventude apportan seco.
13
\ SAUL.\ Poeti sì, filosofi non mai hanno sì fattamente descritti ed introdotti gli dei. Dunque, Giove e gli altri dei invecchiano? dunque, non è impossibile ch'ancor essi abbiano ad oltrepassar le rive di Acheronte?
14
\ SOFIA\ Taci, non mi levar di proposito, Saulino. Ascoltami sin al fine.
15
\ SAUL.\ Dite pure, ch'io attentissimamente vi ascolto; perché son certo, che dalla tua bocca non esceno se non grandi e gravi propositi: ma dubito che la mia testa non le possa capire e sustenere.
16
\ SOFIA\ Non dubitate. Giove, dico, comincia ad esser maturo, e non admette oltre nel conseglio, eccetto che persone ch'hanno in capo la neve, alla fronte gli solchi, al naso gli occhiali, al mento la farina, alle mani il bastone, ai piedi il piombo: in testa, dico, la fantasia retta, la cogitazion sollecita, la memoria ritentiva; ne la fronte la sensata apprensione, ne gli occhi la prudenza, nel naso la sagacità, nell'orecchio l'attenzione, ne la lingua la veritade, nel petto la sinceritade, nel core gli ordinati affetti, ne le spalli la pazienza, nel tergo l'oblivio de le offese, nel stomaco la discrezione, nel ventre la sobrietade, nel seno la continenza, ne le gambe la constanza, ne le piante la rettitudine, ne la sinistra il pentateuco di decreti, nella destra la raggione discussiva, la scienza indicativa, la regolativa giustizia, l'imperativa autoritade e la potestà executiva.
17
\ SAUL.\ Bene abituato: ma bisogna, che prima sia ben lavato, ben ripurgato.
18
\ SOFIA\ Ora non son bestie nelle quali si trasmute, non Europe che l'incornino in toro, non Danae che lo impallidiscano in oro, non Lede che l'impiumino in cigno, non ninfe Asterie e frigii fanciulli che lo imbecchino in aquila, non Dolide che lo inserpentiscano, non Mnemosine che lo degradino in pastore, non Antiope che lo semibestialino in Satiro, non Alcmene che lo trasmutino in Anfitrione: perché quel temone che volgeva e dirizzava questa nave de le metamorfosi, è dovenuto sì fiacco, che poco più che nulla può resistere a l'émpito de l'onde, e forse che l'acqua ancora gli va mancando a basso. La vela è di maniera tale stracciata e sbusata, che in vano per ingonfiarla il vento soffia. Gli remi, ch'al dispetto di contrarii venti e turbide tempeste soleano risospingere il vascello avanti, ora, faccia quantosivoglia calma, e sia a sua posta tranquillo il campo di Nettuno, in vano il comite sibilarà a orsa, a poggia, a la sia, a la voga, perché gli remigatori son dovenuti come paralitici.
19
\ SAUL.\ Oh gran caso!
20
\ SOFIA\ Indi non fia chi più dica e favoleggi Giove per carnale e voluttuario; perché al buon padre s'è addonato il spirito.
21
\ SAUL.\ Come colui, che tenea già tante moglie, tante ancelle di moglie e tante concubine, al fine dovenuto qual ben satollo, stuffato e lasso, disse: Vanità, vanità, ogni cosa è vanità?
22
\ SOFIA\ Pensa al suo giorno del giudizio, perché il termine de gli o più o meno o a punto trentasei mila anni, come è publicato, è prossimo; dove la revoluzion de l'anno del mondo minaccia, ch'un altro Celio vegna a repigliar il domìno e per la virtù del cangiamento ch'apporta il moto de la trepidazione, e per la varia, e non più vista, né udita relazione ed abitudine di pianeti. Teme che il fato disponga, che l'ereditaria successione non sia come quella della precedente grande mondana revoluzione, ma molto varia e diversa, cracchieno quantosivoglia gli pronosticanti astrologi ed altri divinatori.
23
\ SAUL.\ Dunque, si teme che non vegna qualche più cauto Celio, che, all'essempio del prete Gianni, per obviare a gli possibili futuri inconvenienti, non bandisca gli suoi figli a gli serragli del monte Amarat, ed oltre, per tema che qualche Saturno non lo castre, non faccia mai difetto di non allacciarsi le mutande di ferro, e non si riduca a dormire senza braghe di diamante. Laonde, non succedendo l'antecedente effetto, verrà chiusa la porta a tutti gli altri conseguenti, ed in vano s'aspettarà il giorno natale della Dea di Cipro, la depressione del zoppo Saturno, l'essaltazion di Giove, la moltiplicazion di figli e figli de' figli, nipoti e nipoti de' nipoti, sino a la tantesima generazione, quantesima è a tempi nostri, e può sin al prescritto termine essere ne gli futuri.
Nec iterum ad Troiam magnus mittetur Achilles.

24
\ SOFIA\ In tal termine, dunque, essendo la condizion de le cose, e vedendo Giove ne l'importuno memoriale de la sfiancuta forza e snervata virtude appressarsi come la sua morte, cotidianamente fa caldi voti ed effonde ferventi preghiere al fato, acciò che le cose ne gli futuri secoli in suo favore vegnano disposte.
25
\ SAUL.\ Tu, o Sofia, me dici de le maraviglie. Volete voi che non conosca Giove la condizion del fato, che per proprio e pur troppo divolgato epiteto è intitolato inesorabile? È pur verisimile, che nel tempo de le sue vacanze (se pur il fato gli ne concede), talvolta si volga a leggere qualche poeta; e non è difficile che gli sia pervenuto alle mani il tragico Seneca, che li done questa lezione:
Fato ne guida, e noi cedemo al fato;
E i rati stami del contorto fuso
Solleciti pensier mutar non ponno.
Ciò che facciamo e comportiamo, d'alto
E prefisso decreto il tutto pende;
E la dura sorella
Il torto filo non ritorce a dietro.
Discorron con cert'ordine le Parche,
Mentre ciascun di noi
Va incerto ad incontrar gli fati suoi.

26
\ SOFIA\ Ancora il fato vuol questo, che, benché sappia il medesimo Giove che quello è immutabile, e che non possa essere altro che quel che deve essere e sarà, non manchi d'incorrere per cotai mezzi il suo destino. Il fato ha ordinate le preci, tanto per impetrare, quanto per non impetrare; e per non aggravar troppo gli animi trasmigranti, interpone la bevanda del fiume Leteo, per mezzo de le mutazioni, a fine che, mediante l'oblio, ognuno massime vegna affetto e studioso di conservarsi nel stato presente. Però li giovani non richiamono il stato de la infanzia, gl'infanti non appeteno il stato nel ventre de la madre, e nessuno di questi il stato suo in quella vita, che vivea prima che si trovasse in tal naturalitade. Il porco non vuol morire per non esser porco, il cavallo massime paventa di scavallare. Giove per le instante necessitadi sommamente teme di non esser Giove. Ma, la mercé e grazia del fato, senza averlo imbibito de l'acqua di quel fiume, non cangiarà il suo stato.
27
\ SAUL.\ Talché, o Sofia (cosa inaudita!), questo nume ancora av'egli dove effondere orazioni? esso ancora versa nel timore della giustizia? Mi maravigliavo io, perché gli dei sommamente temevano di spergiurare la Stigia palude; ora comprendo che questo procede dal fio che denno pagare anch'essi.
28
\ SOFIA\ Cossì è. Ha ordinato al suo fabro Vulcano, che non lavore de giorni di festa; ha comandato a Bacco che non faccia comparir la sua corte, e non permetta debaccare le sue Evanti, fuor che nel tempo di carnasciale, e nelle feste principali de l'anno, solamente dopo cena, appresso il tramontar del sole, e non senza sua speciale ed espressa licenza. Momo, il quale avea parlato contra gli dei, e, come a essi pareva, troppo rigidamente arguiti gli loro errori, e però era stato bandito dal concistoro e conversazion di quegli, e relegato alla stella ch'è nella punta de la coda di Calisto, senza facultà di passar il termine di quel parallelo a cui sottogiace il monte Caucaso, dove il povero dio è attenuato dal rigor del freddo e de la fame; ora è richiamato, giustificato, restituito al suo stato pristino, e posto precone ordinario ed estraordinario con amplissimo privileggio di posser riprendere gli vizii, senza aver punto risguardo a titolo o dignitade di persona alcuna. Ha vietato a Cupido d'andar più vagando, in presenza degli uomini, eroi e dei, cossì sbracato, come ha di costume; ed ingiontoli che non offenda oltre la vista de Celicoli, mostrando le natiche per la via lattea, ed Olimpico senato: ma che vada per l'avenire vestito almeno da la cintura a basso; e gli ha fatto strettissimo mandato che non ardisca oltre di trar dardi se non per il naturale, e l'amor de gli uomini faccia simile a quello de gli altri animali, facendoli a certe e determinate staggioni inamorare; e cossì, come a gli gatti è ordinario il marzo, a gli asini il maggio, a questi sieno accomodati que' giorni ne' quali se innamorò il Petrarca di Laura, e Dante di Beatrice; e questo statuto è in forma de interim sino al prossimo concilio futuro, entrante il sole al decimo grado di Libra, il quale è ordinato nel capo del fiume Eridano, là dove è la piegatura del ginocchio d'Orione. Ivi si ristorarà quella legge naturale, per la quale è lecito a ciascun maschio di aver tante moglie quante ne può nutrire ed impregnare; perché è cosa superflua ed ingiusta, ed a fatto contrario alla regola naturale, che in una già impregnata e gravida donna, o in altri soggetti peggiori, come altre illegitime procacciate, - che per tema di vituperio provocano l'aborso, - vegna ad esser sparso quell'omifico seme che potrebbe suscitar eroi e colmar le vacue sedie de l'empireo.
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\ SAUL.\ Ben provisto, a mio giudizio: che più?
30
\ SOFIA\ Quel Ganimede, ch'al marcio dispetto de la gelosa Giunone, gli era tanto in grazia, ed a cui solo liceva d'accostarsegli, e porgergli li fulmini trisolchi, mentre a lungi passi a dietro riverentemente si tenevano gli dei, al presente credo che, se non ha altra virtute che quella che è quasi persa, è da temere che da paggio di Giove non debba aver a favore di farsi come scudiero a Marte.
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\ SAUL.\ Onde questa mutazione?
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\ SOFIA\ E da quel che è detto del cangiamento di Giove, e perché lo invidioso Saturno ai giorni passati, con finta di fargli de vezzi, gli andò di maniera tale rimenando la ruvida mano per il mento e per le vermiglie gote, che da quel toccamento se gl'impela il volto, di sorte che pian piano va scemando quella grazia che fu potente a rapir Giove.dal cielo, e farlo essere rapito da Giove in cielo, ed onde il figlio d'un uomo venne deificato, ed ucellato il padre de gli dei.
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\ SAUL.\ Cose troppo stupende! Passate oltre.
34
\ SOFIA\ Ha imposto a tutti gli dei di non aver paggi o cubicularii di minore etade che di vinticinque anni.
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\ SAUL.\ Ah ah? Or che fa, che dice Apolline del suo caro Giacinto?
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\ SOFIA\ Oh se sapessi, quanto è egli mal contento!
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\ SAUL.\ Certo credo che la sua contristazione caggiona questa oscurità del cielo, ch'ha perdurato più di sette giomi; il suo alito produce tante nuvole, i suoi suspiri sì tempestosi venti, e le sue lacrime sì copiose piogge.
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\ SOFIA\ Hai divinato.
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\ SAUL.\ Or, che sarà di quel povero fanciullo?
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\ SOFIA\ Ha preso partito di mandarlo a studiar lettere umane in qualche universitade o collegio riformato, e sottoporlo a la verga di qualche pedante.
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\ SAUL.\ O fortuna, o sorte traditora! Ti par questo boccone da pedanti? Non era meglio sottoporlo alla cura d'un poeta, farlo a la mano d'un oratore, o avezzarlo su il baston de la croce? Non era più espediente d'ubligarlo sotto la disciplina di....
42
\ SOFIA\ Non più, non più! Quel che deve essere, sarà; quel che esser devea, è. Or per compire l'istoria di Ganimede, l'altr'ieri, sperando le solite accoglienze, con quell'usato ghigno fanciullesco li porgeva la tazza di nettare; e Giove, avendogli alquanto fissati gli turbidi occhi al volto: - Non ti vergogni, li disse, o figlio di Troo? pensi ancor essere putto? forse che con gli anni ti cresce la discrezione, e ti s'aggionge di giudizio? non ti accorgi che è passato quel tempo, quando mi venevi ad assordir l'orecchie, che, allora ch'uscivamo per l'atrio esteriore, Sileno, Fauno, quel di Lampsaco ed altri si stimavano beati, se posseano aver la commodità di rubbarti una pizzicatina, o almeno toccarti la veste, ed in memoria di quel tocco non si lavar le mani, quando andavano a mangiare, e far de l'altre cose che li dettava la fantasia? Ora dispònite, e pensa che forse ti bisognarà di far altro mestiero. Lascio che io non voglio più frasche appresso di me. - Chi avesse veduto il cangiamento di volto di quel povero garzone o adolescente, non so se la compassione, o il riso, o la pugna de l'uno e l'altro affetto l'avesse mosso di vantaggio.
43
\ SAUL.\ Questa volta credo io, che risit Apollo.
44
\ SOFIA\ Attendi, perché quel ch'hai sin ora udito, non è altro che fiore.
45
\ SAUL.\ Di' pure.
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\ SOFIA\ Ieri che fu la festa in commemorazion del giorno de la vittoria de dei contra gli giganti, immediatamente dopo pranso, quella, che sola governa la natura de le cose, e per la qual gode tutto quel che gode sotto il cielo,
-La bella madre del gemino amore,
La diva potestà d'uomini e dei,
Quella per cui ogni animante al mondo
Vien conceputo, e nato vede il sole,.
Per cui fuggono i venti e le tempeste,
Quando spunta dal lucid'oriente,
Gli arride il mar tranquillo, e di bel manto
La terra si rinveste, e gli presenta
Per belle man di Naiade gentili
Di copia di fronde, fiori e frutti
Colmo il smaltato corno d'Acheloo.

-avendo ordinato il ballo, se gli fece innante con quella grazia che consolarebbe ed invaghirebbe il turbido Caronte; e come è il dovero de l'ordine, andò a porgere la prima mano a Giove. Il quale, - in loco di quel ch'era uso di fare, dico, di abbracciarla col sinistro braccio, e strenger petto a petto, e con le due prime dita della destra premendogli il labro inferiore, accostar bocca a bocca, denti a denti, lingua a lingua (carezze più lascive che possano convenire a un padre in verso de la figlia), e con questo sorgere al ballo, - ieri, impuntandogli la destra al petto, e ritenendola a dietro (come dicesse: Noli me tangere), con un compassionevole aspetto ed una faccia piena di devozione: - Ah Venere, Venere, li disse; è possibile che pur una volta al fine non consideri il stato nostro, e specialmente il tuo? Pensi pur che sia vero quello che gli uomini s'imaginano di noi, che chi è vecchio è sempre vecchio, chi è giovane è sempre giovane, chi è putto è sempre putto, cossì perseverando eterno, come quando da la terra siamo stati assunti al cielo; e cossì, come là la pittura ed il ritratto nostro si contempla sempre medesimo, talmente qua non si vada cangiando e ricangiando la vital nostra complessione? Oggi per la festa mi si rinova la memoria di quella disposizione, nella quale io mi ritrovavo quando fulminai e debellai que' fieri giganti che ardîro di ponere sopra Pelia Ossa, e sopra Ossa Olimpo; quando io il feroce Briareo, a cui la madre Terra avea donate cento braccia e cento mani, acciò potesse con l'émpito di cento versati scogli contra gli dei debellare il cielo, fui potente di abissare alle nere caverne dell'orco voraginoso; quando relegai il presuntuoso Tifeo là dove il mar Tirreno col Jonio si congionge, spingendogli sopra l'isola Trinacria, a fin che al vivo corpo la fusse perpetua sepoltura. Onde dice un poeta:
Ivi a l'ardito ed audace Tifeo,
Che carco giace del Trinacrio pondo,
Preme la destra del monte Peloro
La grieve salma; e preme la sinistra
Il nomato Pachin; e l'ampie spalli,
Ch'al peso han fatto i calli,
Calca il sassoso e vasto Lilibeo;
E 'l capo orrendo aggrieva Mongibello,
Dove col gran martello
Folgori tempra il scabroso Vulcano.

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Io che sopra quell'altro ho fulminata l'isola di Prochita; io ch'ho reprimuta l'audacia di Licaone, ed a tempo di Deucalione liquefeci la terra al ciel rubella; e con tanti altri manifesti segnali mi son mostrato degnissimo della mia autoritade; or non ho polso di contrastar a certi mezi uomini, e mi bisogna, al grande mio dispetto, a voto di caso e di fortuna lasciar correre il mondo; e chi meglio la séguita, l'arrive, e chi la vence, la goda. Ora son fatto qual quel vecchio esopico lione, a cui impune l'asino dona di calci, e la simia fa de le beffe, e, quasi come ad un insensibil ceppo, il porco vi si va a fricar la pancia polverosa. Là dove io avevo nobilissimi oracoli, fani ed altari, ora, essendono quelli gittati per terra ed indegnissimamente profanati, in loco loro han dirizzate are e statue a certi ch'io mi vergogno nominare, perché son peggio che li nostri satiri e fauni ed altri semebestie anzi più vili che gli crocodilli d'Egitto; perché quelli pure, magicamente guidati, mostravano qualche segno de divinità; ma costoro sono a fatto lettame de la terra. Il che tutto è provenuto per la ingiuria della nostra nemica fortuna, la quale non l'ha eletti ed inalzati tanto per onorar quelli, quanto per nostro vilipendio, dispreggio e vituperio maggiore. Le leggi, statuti, culti, sacrificii e ceremonie, ch'io già per li miei Mercurii ho donate, ordinati, comandati ed instituiti, son cassi ed annullati; ed in vece loro si trovano le più sporche ed indegnissime poltronarie che possa giamai questa cieca altrimente fengere, a fine che, come per noi gli omini doventavano eroi, adesso dovegnano peggio che bestie. Al nostro naso non ariva più fumo di rosto, fatto in nostro servizio da gli altari; ma se pur tal volta ne viene appetito, ne fia mestiero d'andar a sbramarci per le cocine, come dei patellari. E benché alcuni altari fumano d'incenso (quod dat avara manus), a poco a poco quel fumo dubito che non se ne vada in fumo, a fine che nulla rimagna di vestigio ancora delle nostre sante instituzioni. Ben conoscemo per prattica, che il mondo è a punto come un gagliardo cavallo, il quale molto ben conosce quando è montato da uno che non lo può strenuamente maneggiare, lo spreggia, e tenta di toglierselo da la schena; e gittato che l'ha in terra, lo viene a pagar di calci. Ecco, a me si dissecca il corpo e mi s'umetta il cervello; mi nascono i tofi e mi cascano gli denti; mi s'inora la carne e mi s'inargenta il crine; mi si distendeno le palpebre e mi si contrae la vista; mi s'indebolisce il fiato e mi si rinforza la tosse; mi si fa fermo il sedere e trepido il caminare; mi trema il polso e mi si saldano le coste; mi s'assottigliano gli articoli e mi s'ingrossano le gionture: ed in conclusione (quel che più mi tormenta), perché mi s'indurano gli talloni e mi s'ammolla il contrapeso, l'otricello de la cornamusa mi s'allunga ed il bordon s'accorta:
La mia Giunon di me non è gelosa,
La mia Giunon di me non ha più cura.

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Del tuo Vulcano (lasciando gli altri dei da canto) voglio che consideri tu medesima. Quello che con tanto vigore solea percuotere la salda incudine, che a gli fragrosi schiassi, quali dall'ignivomo Etna uscivano a l'orizonte. Eco dalle concavitadi del campano Vesuvio e del sassoso Taburno, rispondeva, - adesso dove è la forza del mio fabro e tuo consorte? Non è ella spinta? non è ella spinta? Forse che ha più nerbo da gonfiar i folli per accendere il foco? forse ch'ha più lena d'alzar il gravoso martello per battere l'infocato metallo? Tu ancora, mia sorella, se non credi ad altri, dimandane al tuo specchio; e vedi come per le rughe che ti sono aggionte, e per gli solchi che l'aratro del tempo t'imprime ne la faccia, porgi giorno per giorno maggior difficultade al pittore, s'egli non vuol mentire, dovendoti ritrare per il naturale. Ne le guancie, ove ridendo formavi quelle due fossette tanto gentili, doi centri, doi punti in mezzo de le tanto vaghe pozzette, facendoti il riso, che imblandiva il mondo tutto, giongere sette volte maggior grazia al volto, onde (come da gli occhi ancora) scherzando scoccava gli tanto acuti ed infocati strali Amore: adesso, cominciando da gli angoli de la bocca, sino a la già commemorata parte, da l'uno e l'altro canto comincia a scuoprirsi forma di quattro parentesi, che ingeminate par che ti vogliano, strengendo la bocca, proibir il riso con quelli archi circonferenziali, ch'appaiono tra gli denti ed orecchi, per farti sembrar un crocodillo. Lascio che, o ridi o non ridi, ne la fronte il geometra interno, che ti dissecca l'umido vitale, e con far più e più sempre accostar la pelle a l'osso, assottigliando la cute, ti fa profondar la descrizione de le parallele a quattro a quattro, mostrandoti per quelle il diritto camino, il qual ti mena come verso il defuntoro. - Perché piangi Venere? perché ridi, Momo? disse, vedendo questo mostrar i denti, e quella versar lacrime. Ancora Momo sa, quando un di questi buffoni (de quali ciascuno suol porgere più veritadi di fatti suoi a l'orecchi del principe, che tutto il resto de la corte insieme, e per quali per il più color, che non ardiscono di parlare, sotto specie di gioco parlano, e fanno muovere e muovono de propositi) disse che Esculapio ti avea fatta provisione di polvere di corno di cervio e di conserva di coralli, dopo averti cavate due mole guaste tanto secretamente, che ora non è pietruccia in cielo che nol sappia. Vedi, dunque, cara sorella, come ne doma il tempo traditore, come tutti siamo suggetti alla mutazione: e quel che più tra tanto ne afflige, è che non abbiamo certezza né speranza alcuna di ripigliar quel medesimo essere a fatto, in cui tal volta fummo. Andiamo, e non torniamo medesimi; e come non avemo memoria di quel che eravamo, prima che fussemo in questo essere, cossì non possemo aver saggio di quel che saremo da poi. Cossì, il timore, pietà e religione di noi, l'onore, il rispetto e l'amore vanno via; li quali appresso la forza, la providenza, la virtù, dignità, maestà e bellezza, che volano da noi, non altrimente che l'ombra insieme col corpo, si parteno. La veritade sola con l'absoluta virtude è inmutabile ed immortale: e se tal volta casca e si sommerge, medesima necessariamente al suo tempo risorge, porgendogli il braccio la sua ancella Sofia. Guardiamoci, dunque, di offendere del fato la divinitade, facendo torto a questo gemino nume a lui tanto raccomandato e da lui tanto faurito. Pensiamo al prossimo stato futuro, e non, come quasi poco curando il nume universale, manchiamo d'alzare il nostro core ed affetto a quello elargitore d'ogni bene e distributor de tutte l'altre sorti. Supplichiamolo che ne la nostra transfusione, o transito, o metampsicosi, ne dispense felici genii: atteso che, quantunque egli sia inesorabile, bisogna pure aspettarlo con gli voti o di essere conservati nel stato presente, o di subintrar un altro megliore, o simile, o poco peggiore. Lascio che l'esser bene affetto verso il nume superiore è come un segno di futuri effetti favorevoli da quello; come chi è prescritto ad esser uomo, è necessario ed ordinario ch'il destino lo guida, passando per il ventre de la madre; il spirto predestinato ad incorporarsi in pesce, bisogna che prima vegna attuffato a l'acqui: talmente a chi è per esser favorito da gli numi conviene che passe per mezzo de buoni voti ed operazioni.

Dial. 1, parte 2

Seconda parte del primo Dialogo.

1 Con questo dire, di passo in passo suspirando, il gran padre de la patria celeste, avendo finito il suo raggionamento con Venere, il proposito di ballare converse in proponimento di fare il gran conseglio con gli dei de la tavola ritonda: cioè tutti quei che non sono apposticci, ma naturali, ed han testa di conseglio, esclusi gli capi di montone, corna di bue, barbe di capro, orecchie d'asino, denti di cane, occhi di porco, nasi di simia, fronti di becco, stomachi di gallina, pancie di cavallo, piedi di mulo e code di scorpione. Però, data la crida per bocca di Miseno, figlio di Eolo (perché Mercurio sdegna l'essere, come anticamente fue, trombettiero e pronunziator di editto), que' tutti dei, ch'erano dispersi per il palaggio, si trovorno ben presto radunati. Qua dopo tutti, essendo fatto alquanto di silenzio, non men con triste e mesto aspetto che con alta presenza e preeminenza maestrale, menando i passi Giove, prima che montasse in solio e comparisse in tribunale, se gli appresenta Momo; il quale, con la solita libertà di parlare, disse cossì con voce tanto bassa che fu da tutti udita: - Questo concilio deve essere differito ad altro giorno ed altra occasione, o padre, perché questo umore di venir in conclave adesso, immediate dopo pranso, pare che sia occasionato dalla larga mano del tuo tenero coppiero; perché il nettare, che non può essere dal stomaco ben digerito, non consola o refocilla, ma altera e contrista la natura e perturba la fantasia, facendo altri senza proposito gai, altri disordinatamente allegri, altri superstiziosamente devoti, altri vanamente eroici, altri colerici, altri machinatori di gran castegli, sin tanto che, col svanimento di medesime fumositadi, che passano per diversamente complessionati cervelli, ogni cosa casca e va in fumo. A te, Giove, par che abbian commosse le specie di gagliardi e fluttuanti pensieri, e t'abbia fatto dovenir triste; per ciò che inescusabilmente ognuno ti giudica, benché io solo ardisca di dirlo, vinto ed oppresso da l'atra bile, perché in questa occorrenza che non siamo convenuti provisti a far conseglio, in questa occasione che siamo uniti per la festa, in questo tempo dopo pranso, e con queste circonstanze d'aver ben mangiato e meglio bevuto, volete trattar di cose tanto seriose, quanto mi par intendere ed alcunamente posso annasare col discorso. - Ora, perché non è consuetudine, né pur molto lecito a gli altri dei di disputar con Momo, Giove, avendolo con un mezzo ed alquanto dispettoso riso remirato, senza punto rispondergli, monta su l'alta catedra, siede, remira in cerchio la corona de l'assistente gran Senato. Da quel sguardo convien ch'a tutti venesse a palpitar il core e per scossa di maraviglia e per punta di timore e per émpito di riverenza e di rispetto, che suscita ne' petti mortali ed immortali la maestade quando si presenta; appresso, avendo alquanto bassate le palpebre, e poco dopo allunate le pupille in alto, e sgombrato un focoso suspiro dal petto, proruppe in questa sentenza:
2
Orazione di Giove. - Non aspettate, o Dei, che, secondo la mia consuetudine, v'abbia ad intonar ne l'orecchio con uno artificioso proemio, con un terso filo di narrazione e con un delettevole agglomeramento epilogale. Non sperate ornata tessitura di paroli, ripolita infilacciata di sentenze, ricco apparato di eleganti propositi, suntuosa pompa di elaborati discorsi e, secondo l'instituto di oratori, concetti posti tre volte a la lima prima ch'una volta a la lingua: non hoc. Non hoc ista sibi tempus spectacula poscit.
3
Credetemi, dei, perché credete il vero, già dodici volte ha ripiene l'inargentate corna la casta Lucina, ch'io son stato in la determinazione di far questa congregazione oggi, in questa ora e con tai termini che vedete. Ed in questo mentre son stato più occupato sul considerar quello che devo a nostro mal grado tacere, che mi sia stato lecito di premeditar sopra quello che debbo dire.
4
Odo che vi maravigliate, perché a questo tempo, rivocandovi da vostro spasso, v'abbia fatto citar alla congregazione e dopo pranso a subitanio concilio. Vi sento mormorare, che in giorno festivo vi vien tocco il core di cose seriose, e non è di voi chi a la voce de la tromba e proposito de l'editto non sia turbato. Ma io, benché la raggione di queste azioni e circostanze pende dal mio volere che l'ha possute instituire, e la mia voluntà e decreto sia l'istessa raggione de la giustizia, tutta volta non voglio mancar, prima che proceda ad altro, di liberarvi da questa confusione e maraviglia. Tardi, dico, gravi e pesati denno essere gli proponimenti; maturo, secreto e cauto deve essere il conseglio: ma l'essecuzione bisogna che sia alata, veloce e presta. Però non credete, che intra il desinare qualche strano umore m'abbia talmente assalito che, dopo pranso, mi tegna legato e vinto, onde non a posta di raggione, ma per impeto di nettareo fumo proceda a l'azione; ma dal medesimo giorno de l'anno passato cominciai a consultar entro di me quel tanto che dovevo esseguire in questo giorno ed ora. Dopo pranso, dunque, perché le nove triste non è costume d'apportarle a stomaco diggiuno; all'improviso, perché so molto bene che non cossì come alla festa solete convenir volentieri al conseglio, il quale è intensissimamente da molti di voi fuggito: mentre chi lo teme per non farsi di nemici, chi per incertezza di chi vince e di chi perde, chi per timore ch'il suo conseglio non sia tra dispreggiati, chi per dispetto per quel che il suo parere tal volta non è stato approvato, chi per mostrarsi neutrale nelle cause pregiudiciose o de l'una o de l'altra parte, chi per non aver occasione d'aggravarsi la conscienza: chi per una, chi per un'altra causa.
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Or vi ricordo, o fratelli e figli, che a quelli, ai quali il fato ha dato di posser gustare l'ambrosia e bevere il nettare e goder il grado della maestade, è ingionto ancora di comportar tutte gravezze che quella apporta seco. Il diadema, la mitra, la corona, senza aggravarla, non onorano la testa; il manto regale ed il scettro non adornano senza impacciar il corpo. Volete sapere perché io a ciò abbia impiegato il giorno di festa, e specialmente tale quale è la presente? Pare a voi, dunque, pare a voi che sia degno giorno di festa questo? E credete voi che questo non deve essere il più tragico giorno di tutto l'anno? Chi di voi, dopo ch'arrà ben pensato, non giudicarà cosa vituperosissima di celebrar la commemorazion de la vittoria contra gli giganti a tempo che da gli sorgi de la terra siamo dispreggiati e vilipesi? Oh che avesse piaciuto a l'omnipotente irrefragabil fato, che allora fussemo stati discacciati dal cielo, quando la nostra rotta per la dignità e virtù di nemici non era vituperosa tanto; perché oggi siamo nel cielo peggio che se non vi fussemo, peggio che se ne fussemo stati discacciati, atteso che quel timor di noi, che ne rendea tanto gloriosi, è spento; la gran riputazione de la maestà, providenza e giustizia nostra è cassa; e quel che è peggio, non abbiamo facultà e forza di riparar al nostro male, di vendicar le nostre onte; perché la giustizia con la quale il fato governa gli governatori del mondo, ne ha a fatto tolta quella autorità e potestà la quale abbiamo tanto male adoperata, discoperti e nudati avanti gli occhi di mortali e fattigli manifesti i nostri vituperii; e fa che il cielo medesimo con cossì chiara evidenza, come chiare ed evidenti son le stelle, renda testimonianza de misfatti nostri. Perché vi si vedeno aperto gli frutti, le reliquie, gli riporti, le voci, le scritture, le istorie di nostri adulterii, incesti, fornicazioni, ire, sdegni, rapine ed altre iniquitadi e delitti; e che per premio di errori abbiamo fatto maggiori errori, inalzando al cielo i trionfi de vizii e sedie de sceleragini, lasciando bandite, sepolte e neglette ne l'inferno le virtudi e la giustizia.
6
E per cominciare da cose minori, come da peccati veniali: perché solo il Deltaton, dico quel triangolo, ha ottenute quattro stelle appresso il capo di Medusa, sotto le natiche di Andromeda e sopra le corna del Montone? per far vedere la parzialità, che si trova tra gli dei. Che fa il Delfino, gionto al Capricorno da la parte settentrionale, impadronito di quindeci stelle? vi è, a fine che si possa contemplar la assumpzione di colui, che è stato buon sanzale, per non dir ruffiano, tra Nettuno ed Amfitrite. Perché le sette figlie d'Atlante soprasiedeno appresso il collo del bianco Toro? per essersi, con lesa maestà di noi altri dei, vantato il padre di aver sostenuti noi ed il cielo ruinante; o pur per aver in che mostrar la sua leggerezza i numi, che vi l'han condotte. Perché Giunone ha ornato il Granchio di nove stelle, senza le quattro altre circonstanti che non fanno imagine? solo per un capriccio, perché forficò il tallone ad Alcide a tempo che combatteva con quel gigantone. Chi mi saprà dar altra caggione che il semplice ed irrazional decreto de' superi, perché il Serpentauro, detto da noi Greci Ofiulco, ottiene con la sua colobrina il campo di trentasei stelle? Qual grave ed opportuna caggione fa al Sagittario usurparsi trenta ed una stella? perché fu figlio di Euschemia, la quale fu nutriccia o baila de le Muse. Perché non più tosto a la madre? perché lui oltre seppe ballare e far i giuochi de le bagattelle. Aquario perché ha quaranta cinque stelle appresso il Capricorno? forse, perché salvò la figlia di Venere Facete nel stagno? Perché non altri, a gli quali noi dei siamo tanto ubligati, che sono sepolti in terra, ma più tosto costui, ch'ha fatto un serviggio indegno di tanta ricompensa, è stato conceduto quel spacio? perché cossì ha piaciuto a Venere.
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Gli Pesci, benché meritino qualche mercede per aver dal fiume Eufrate cacciato quell'ovo, che, covato da la colomba, ischiuse la misericordia de la dea di Pafo, tutta volta paionvi soggetti d'ottenir l'ornamento di trentaquattro stelle, senza altre quattro circostanti, ed abitare fuor de l'acqui nella region più nobile del cielo? Che fa Orione, tutto armato a scrimir solo, con le spalancate braccia, impiastrato di trent'otto stelle, ne la latitudine australe verso il Tauro? vi sta per semplice capriccio di Nettuno, a cui non ha bastato di privilegiarlo su l'acqui, dove ha il suo legitimo imperio; ma oltre, fuor del suo patrimonio, si vuol con sì poco proposito prevalere. La Lepre, il Cane e la Cagnolina sapete ch'hanno quarantatré stelle ne la parte meridionale, non per altro, che per due o tre frascarie non minori che quella, che vi fa essere appresso la Idra, la Tassa ed il Corvo, che ottegnono quarant'ed una stella, per memoria di quel, che mandâro una volta gli dei il Corvo a prender l'acqua da bere; il qual per il camino vedde un fico, ch'avea le fiche o gli fichi (perché l'uno e l'altro geno è approvato da grammatici, dite come vi piace): per gola quell'ucello aspettò che fussero maturi, de quali al fine essendosi pasciuto, si ricordò de l'acqua; andò per empir la lancella, veddevi il dragone, abbe paura, e ritornò con la giarra vota agli dei. Li quali, per far chiaro quanto hanno ben impiegato l'ingegno ed il pensiero, hanno descritta in cielo questa istoria di sì gentile ed accomodato servitore. Vedete quanto bene abbiamo speso il tempo, l'inchiostro e la carta. La Corona austrina, che sotto l'arco e piedi di Sagittario si vede ornata di tredeci topacii lucenti, chi l'ha predestinata ad essere eternamente senza testa? Che bel vedere volete voi che sia di quel pesce Nozio, sotto gli piedi d'Aquario e Capricorno, distinto in dodici lumi, con sei altri che gli sono in circa? De l'Altare, o turribulo o fano o sacrario, come vogliam dire, io non parlo; perché giamai li convenne cossì bene d'essere in cielo, se non ora, che quasi non ha dove essere in terra; ora vi sta bene, come una reliquia, o pur come una tavola della sommersa nave de la religion e colto di noi.
8
Del Capricorno non dico nulla, perché mi par dignissimo d'ottenere il cielo, per averne fatto tanto beneficio, insegnandoci la ricetta, con cui potessimo vencere il Pitone; perché bisognava, che gli dei si trasformassero in bestie, se volevano aver onor di quella guerra: e ne ha donata dottrina, facendoci sapere che non si può mantener superiore chi non si sa far bestia. Non parlo de la Vergine; perché, per conservar la sua verginità, in nessun loco sta sicura se non in cielo, avendo da qua un Leone e da là un Scorpione per sua guardia. La poverina è fuggita da terra, perché l'eccessiva libidine de le donne, le quali, quanto più son pregne, tanto più sogliono appetere il coito, fa che non sia sicura di non esser contaminata, anco se si trovasse nel ventre de la madre; però goda i suoi vintisei carbuncoli con quelli altri sei, che li sono attorno. Circa l'intemerata maestà di que' doi Asini che luceno nel spacio di Cancro, non oso dire, perché di questi massimamente per dritto e per raggione è il regno del cielo: come con molte efficacissime raggioni altre volte mi propono di mostrarvi, perché di tanta materia non ardisco parlare per modo di passaggio. Ma di questo sol mi doglio e mi lamento assai, che questi divini animali sieno stati sì avaramente trattati, non facendogli essere, come in casa propria, ma nell'ospizio di quel retrogrado animale aquatico, e non munerandoli più che de la miseria di due stelle, donandone una a l'uno e l'altra all'altro; e quelle non maggiori che de la quarta grandezza.
9
De l'Altare, dunque, Capricorno, Vergine ed Asini (benché prendo a dispiacere ch'ad alcuni di questi non essendo lor trattati secondo la dignità, in loco di essere fatto onore, forse gli è stato fatta ingiuria) or al presente non voglio definir cosa alcuna; ma torno a gli altri suppositi, che vanno per la medesima bilancia con gli sopradetti.
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Non volete voi che murmurino gli altri fiumi, che sono in terra, per il torto che gli vien fatto? Atteso che, qual raggion vuole che più tosto l'Eridano deve aver le sue trenta e quattro lucciole, che si veggono citra ed oltre il tropico di Capricorno, più tosto che tanti altri non meno degni e grandi, ed altri più degni e maggiori? Pensate che basta dire che le sorelle di Fetone v'abbiano la stanza? O forse volete che vegna celebrato, perché ivi per mia mano cadde il fulminato figlio d'Apollo, per aver il padre abusato del suo ufficio, grado ed autoritade? Perché il cavallo di Bellerofonte è montato ad investirsi de vinti stelle in cielo, essendo che sta sepolto in terra il suo cavalcatore? A che proposito quella saetta, che per il splendor di cinque stelle, che tiene inchiodate, luce prossima a l'Aquila e Delfino? Certo, che se gli fa gran torto che non stia vicina al Sagittario a fin che se ne possa servire, quando arrà tirato quella che tiene in punta; o pur non appaia in parte dove possa rendere qualche raggion di sé. Apresso bramo intendere, tra il spoglio del Leone e la testa di quel bianco e dolce Cigno, che fa quella lira fatta di corna di bue in forma di testugine? Vorrei sapere, se la vi dimore per onor de la testugine, o de le corna, o de la lira, o pur perché ognun veda la mastria di Mercurio che l'ha fatta, per testimonio de la sua dissoluta e vana iattanzia?
11
Ecco, o dei, l'opre nostre; ecco le egregie nostre manifatture, con le quali ne rendemo onorati al cielo! Vedete che belle fabriche, non molto dissimili a quelle che sogliono far gli fanciulli, quando contrattano la luta, la pasta, le miscuglie, le frasche e festuche, tentando d'imitare l'opre di maggiori! Pensate, che non doviamo render raggione e conto di queste? Possete persuadervi, chede l'opre ociose sarremo meno richiesti, interrogati, giudicati e condannati, che dell'ociose paroli? La dea Giustizia, la dea Temperanza, la dea Constanza, la dea Liberalitade, la dea Pazienza, la dea Veritade, la dea Mnemosine, la dea Sofia e tante altre dee e dei vanno banditi non solo dal cielo, ma ed oltre da la terra; ed in loco loro e ne gli eminenti palaggi, edificati da l'alta Providenza per residenza loro, vi si veggono delfini, capre, corvi, serpenti ed altre sporcarie, levitadi, capricci e legerezze. Se vi par questa cosa inconveniente, e ne tocca il rimorso de la conscienza per il bene che non abbiam fatto; quanto più dovete meco considerare che doviamo esser punti e trafitti per le gravissime sceleraggini e delitti, che comessi avendono, non solamente non ne siamo ripentiti ed emendati, ma oltre ne abbiamo celebrati triomfi e drizzati come trofei, non in un fano labile e ruinoso, non in tempio terrestre, ma nel cielo e nelle stelle eterne. Si può patire, o dei, e facilmente si condona a gli errori, che son per fragilità, e per non molto giudiciosa levità; ma qual misericordia, qual pietate può rivoltarsi a quelli, che son commessi da color che, essendono posti presidenti nella giustizia, in mercede di criminalissimi errori, contribuiscono maggiori errori con onorare, premiar ed essaltar al cielo gli delitti insieme con gli delinquenti? Per qual grande e virtuoso fatto Perseo av'ottenute vintesei stelle? Per aver con gli talari e scudo di cristallo, che lo rendeva invisibile, in serviggio de l'infuriata Minerva ammazzate le Gorgoni che dormivano, e presentatogli il capo di Medusa. E non ha bastato che vi fusse lui, ma per lunga e celebre memoria bisognava che vi comparisse la moglie Andromeda con le sue vintitré, il suo genero Cefeo con le sue tredeci, che espose la figlia innocente alla bocca del Ceto per capriccio di Nettuno, adirato solamente perché la sua madre Cassiopea pensava essere più bella che le Nereidi. E però anco la madre vi si vede residente in catedra, ornata di tredeci altre stelle ne' confini de l'Artico circolo. Quel padre di agnelli con la lana d'oro, con le sue diece ed otto stelle senza l'altre sette circonstanti, che fa balando sul punto equinoziale? E forse ivi per predicar la pazzia e sciocchezza del re di Colchi, l'impudicizia di Medea, la libidinosa temeritade di Giasone e l'iniqua providenza di noi altri? Que' doi fanciulli, che nel signifero succedeno al Toro, compresi da diece e otto stelle, senza altre sette circonstanti informi, che mostrano di buono o di bello in quella sacra sedia, eccetto che il reciproco amore di doi bardassi? Per qual raggione il Scorpione ottiene il premio di venti ed una stelle, senza le otto che son ne le chele, e le nove che sono circa lui, e tre altre informi? Per premio d'un omicidio ordinato dalla leggerezza ed invidia di Diana, che gli fece uccidere l'emulo cacciator Orione. Sapete bene che Chirone con la sua bestia ottiene nella australe latitudine del cielo sessanta e sei stelle per esser stato pedante di quel figlio, che nacque dal stupro di Peleo e.Teti.
12
Sapete che la corona di Ariadna, nella quale risplendeno otto stelle, ed è celebrata là, avanti il petto di Boote e le spire de l'angue, non v'è se non in commemorazione perpetua del disordinato amor del padre Libero, che s'imbracciò la figlia del re di Creta, rigettata dal suo stuprator Teseo.
13
Quel Leone, che nel core porta il basilisco, e che ottiene il campo di trenta e cinque stelle, che fa continuo al Cancro? Evi forse per esser gionto a quel suo conmilitone e suo conservo de l'irata Giunone, che lo apparecchiò vastatore del Cleoneo paese, a fine che, a mal grado di quello, aspetasse l'advenimento del strenuo Alcide? Ercole invitto, laborioso mio figlio, che col suo spoglio di leone e la sua mazza par che si difenda le vinti ed otto stelle, quali con più che mai altri abbia fatto tanti gesti eroici s'ha meritate, pure, a dire il vero, non mi par conveniente che tegna quel loco, onde il suo geno pone avanti gli occhi della giustizia il torto fatto al nodo coniugale della mia Giunone per me e per la pellice Megara, madre di lui. La nave di Argo, nella quale sono inchiodate quarantacinque risplendenti stelle, ne l'ampio spacio vicino al circolo Antartico, evi ad altro fine che per eternizare la memoria del grande errore che commese la saggia Minerva, che mediante quella instituì gli primi pirati a fine che, non meno che la terra, avesse gli suoi solleciti predatori il mare? E per tornar là dove s'intende la cintura del cielo, perché quel Bove, verso il principio del zodiaco, ottiene trenta e due chiare stelle, senza quella ch'è nella punta del corno settentrionale, ed undeci altre che son chiamate informi? Per ciò che è quel Giove (oimè!) che rubbò la figlia ad Agenore, la sorella a Cadmo. Che Aquila è quella che nel firmamento s'usurpa l'atrio di quindeci stelle, oltre Sagittario, verso il polo? Lasso, è quel Giove che ivi celebra il trionfo del rapito Ganimede e di quelle vittoriose fiamme ed amori. Quella Orsa, quella Orsa, o dei, perché nella più bella ed eminente parte del mondo, come in una alta specola, come in una più aprica piazza e più celebre spettacolo, che ne l'universo presentar si possa a gli occhi nostri, è stata messa? Forse a fine che non sia occhio, che non veda l'incendio ch'assalse il padre de gli dei appresso l'incendio de la terra per il carro di Fetonte, quando in quel mentre ch'andavo guardando le ruine di quel fuoco, e riparando a quelle con richiamare i fiumi che timidi e fugaci erano ristretti a le caverne, e ciò effettuando nel mio diletto Arcadio paese: ecco, altro fuoco m'accese il petto, che dal splendor del volto de la vergine Nonacrina procedendo, passommi per gli occhi, scorsemi nel core, scaldommi l'ossa e penetrommi dentro le midolla; di sorte che non fu acqua né remedio che potesse dar soccorso e refrigerio all'incendio mio. In questo foco fu il strale che mi trafisse il core, il laccio che mi legò l'alma, e l'artiglio che mi tolse a me e diemmi in preda alla beltà di lei. Commesi il sacrilego stupro, violai la compagnia di Diana e fui a la mia fidelissima consorte ingiurioso; per la quale in forma e specie d'una Orsa presentandomise la bruttura del fedo eccesso mio, tanto si manca che da quella abominevol vista io concepesse orrore, che sì bello mi parve quel medesimo mostro e sì mi soprapiacque, che volsi ch'il suo vivo ritratto fusse essaltato nel più alto e magnifico sito de l'architetto del cielo: quell'errore, quella bruttezza, quell'orribil macchia che sdegna ed abomina lavar l'acqua de l'Oceano, che Teti, per tema di contaminar l'onde sue, non vuol che punto s'avicine verso la sua stanza, Dictinna l'ha vietato l'ingresso di suoi deserti per tema di profanar il sacro suo collegio, e per la medesima caggione gli niegano i fiumi le Nereidi e Ninfe.
14
Io, misero peccatore, dico la mia colpa, dico la mia gravissima colpa, in conspetto de l'intemerata absoluta giustizia, e vostro, che sin al presente ho molto gravemente peccato, e per il mal essempio ho porgiuta ancor a voi permissione e facultà di far il simile; e con questo confesso che degnamente io insieme con voi siamo incorsi il sdegno del fato, che non ne fa più essere riconosciuti per dei, e mentre abbiamo a le sporcarie de la terra conceduto il cielo, ha dispensato ch'a noi fussero cassi gli tempii, imagini e statue, ch'avevamo in terra; a fine che degnamente da alto vegnano depressi quelli, quali indegnamente han messe in alto le cose vili e basse.
15
Oimè, dei, che facciamo? che pensiamo? che induggiamo? Abbiamo prevaricato, siamo stati perseveranti ne gli errori, e veggiamo la pena gionta e continuata con l'errore. Provedemo, dunque, provedemo a' casi nostri; perché, come il fato ne ha negato il non posser cadere, cossì ne ha conceduto il possere risorgere; però come siamo stati pronti al cascare, cossì anco siamo apparecchiati a rimetterci su gli piedi. Da quella pena nella quale mediante l'errore siamo incorsi, e peggior della quale ne potrebe sopravenire, mediante la riparazione, che sta nelle nostre mani, potremo senza difficultade uscire. Per la catena de gli errori siamo avinti; per la mano della giustizia ne disciogliamo. Dove la nostra levità ne ha deprimuti, indi bisogna che la gravità ne inalze. Convertiamoci alla giustizia, dalla quale essendo noi allontanati, siamo allontanati da noi stessi; di sorte che non siamo più dei, non siamo più noi. Ritorniamo dunque a quella, se vogliamo ritornare a noi.
16
L'ordine e maniera di far questo riparamento è che prima togliamo da le nostre spalli la grieve soma d'errori che ne trattiene; rimoviamo d'avanti gli nostri occhi il velo de la poca considerazione, che ne impaccia; isgombramo dal core la propria affezione, che ne ritarda; gittiamo da noi tutti que' vani pensieri che ne aggravano; adattiamoci a demolire le machine di errori ed edificii di perversitade che impediscono la strada ed occupano il camino; cassiamo ed annulliamo, quanto possibil fia, gli trionfi e trofei di nostri facinorosi gesti, a fine che appaia nel tribunal della giustizia verace pentimento di commessi errori. Su, su, o dei, tolgansi dal cielo queste larve, statue, figure, imagini, ritratti, processi ed istorie de nostre avarizie, libidini, furti, sdegni, dispetti ed onte. Che passe, che passe questa notte atra e fosca di nostri errori, perché la vaga aurora del novo giorno de la giustizia ne invita; e disponiamoci di maniera tale al sole, ch'è per uscire, che non ne discuopra cossì come siamo immondi. Bisogna mondare e renderci belli; non solamente noi, ma anco le nostre stanze e gli nostri tetti fia mestiero che sieno puliti e netti: doviamo interiore- ed esteriormente ripurgarci. Disponiamoci, dico, prima nel cielo che intellettualmente è dentro di noi, e poi in questo sensibile che corporalmente si presenta a gli occhi. Togliemo via dal cielo de l'animo nostro l'Orsa della difformità, la Saetta de la detrazione, l'Equicolo de la leggerezza, il Cane de la murmurazione, la Canicola de l'adulazione. Bandiscasi da noi l'Ercole de la violenza, la Lira de la congiurazione, il Triangolo de l'impietà, il Boote de l'inconstanza, il Cefeo de la durezza. Lungi da noi il Drago de l'invidia, il Cigno de l'imprudenza, la Cassiopea de la vanità, l'Andromeda de la desidia, il Perseo della vana sollecitudine. Scacciamo l'Ofiulco de la maldizione, l'Aquila de l'arroganza, il Delfino de la libidine, il Cavallo de l'impacienza, l'Idra de la concupiscenza. Togliemo da noi il Ceto de l'ingordiggia, l'Orione de la fierezza, il Fiume de le superfluitadi, la Gorgone de l'ignoranza, la Lepre del vano timore. Non ne sia oltre dentro il petto l'Argonave de l'avarizia, la Tazza de l'insobrietà, la Libra de l'iniquità, il Cancro del mal regresso, il Capricorno de la decepzione. Non fia che ne s'avicine il Scorpio de la frode, il Centauro de la animale affezione, l'Altare de la superstizione, la Corona de la superbia, il Pesce de l'indegno silenzio. Con questi caggiano gli Gemini de la mala familiaritade, il Toro de la cura di cose basse, l'Ariete de l'inconsiderazione, il Leone de la Tirannia, l'Aquario de la dissoluzione, la Vergine de l'infruttuosa conversazione, il Sagittario de la detrazione. Se cossì, o dei, purgaremo la nostra abitazione, se cossì renderemo novo il nostro cielo, nove saranno le costellazioni ed influssi, nove l'impressioni, nove fortune; perché da questo mondo superiore pende il tutto, e contrarii effetti sono dependenti da cause contrarie. O felici, o veramente fortunati noi, se farremo buona colonia del nostro animo e pensiero! A chi de voi non piace il presente stato, piaccia il presente conseglio. Se vogliamo mutar stato, cangiamo costumi. Se vogliamo che quello sia buono e megliore, questi non sieno simili o peggiori. Purghiamo l'interiore affetto, atteso che da l'informazione di questo mondo interno non sarà difficile di far progresso alla riformazione di questo sensibile ed esterno. La prima purgazione, o dei, veggio che la fate, veggio che l'avete fatta; la vostra determinazione io la veggio; ho vista la vostra determinazione, la è fatta; ed è subito fatta, perché la non è soggetta a' contrapesi del tempo.
17
Or su, procediamo alla seconda purgazione. Questa è circa l'esterno, corporeo, sensibile e locato. Però bisogna che vada con certo discorso, successione ed ordine; però bisogna aspettare, conferir una cosa con l'altra, comparar questa raggione con quella, prima che determinare; atteso che circa le cose corporali, come in tempo è la disposizione, cossì non può essere, come in uno instante, l'essecuzione. Eccovi dunque il termine di tre giorni, dove non avete da decidere e determinare infra di voi, se questa riforma si debba fare o non; perché per ordinanza del fato, subito che vi l'ho proposta, insieme l'avete giudicata convenientissima, necessaria ed ottima; e non in segno esteriore, figura ed ombra, ma realmente ed in verità veggio il vostro affetto, come voi reciprocamente vedete il mio; e non men subito ch'io v'ho tocco l'orecchio col mio proponimento, voi col splendor del consentimento vostro m'avete tocchi gli occhi. Resta dunque che pensiate e conferite infra di voi circa la maniera, con cui s'ha da provedere a queste cose che si toglieno dal cielo, per le quali fia mestiero procacciare ed ordinar altri paesi e stanze; ed oltre, come s'hanno da empire queste sedie a fin che il cielo non rimagna deserto, ma megliormente colto ed abitato che prima. Passati che saranno gli tre giorni, verrete premeditati in mia presenza circa loco per loco e cosa per cosa, acciò che, non senza ogni possibile discussione, conveniamo il quarto giorno a determinare e pronunziar la forma di questa colonia. Ho detto.
18
Cossì, o Saulino, il padre Giove toccò l'orecchio, accese il spirto e commosse il core del Senato e Popolo celeste, che lui medesimo apertamente ne' volti e gesti s'accorse, mentre orava, che nella mente loro era conchiuso e determinato quel tanto che da lui lor venia proposto. Avendo dunque fatta la ultima clausola ed imposto silenzio al suo dire il gran Patriarca degli dei, tutti con una voce e con un tuono dissero: - Molto volentieri, o Giove, consentemo d'effettuar quel tanto che tu hai proposto e veramente ha predestinato il fato. - Qua succese il fremito de la moltitudine, qua apparendo segno d'una lieta risoluzione, là d'un volenteroso ossequio, qua d'un dubio, là d'un pensiero, qua un applauso, là un scrollar di testa di qualche interessato, ivi una specie di vista, e quivi un'altra, sin tanto che, gionta l'ora di cena, chi da questo lato si retirò, e chi da quell'altro.
19
\ SAUL.\ Cose di non poco momento, o Sofia!

Dial. 1, parte 3

Terza parte del primo Dialogo.

1 \ SOFIA\ Venuto il quarto giorno, ed essendo appunto l'ora di mezo dì, convennero di bel novo al conseglio generale, dove non solamente fu lecito d'esser presenti gli prefati numi più principali, ma oltre tutti quelli altri, ai quali è conceduto, come per lege naturale, il cielo. Sedente dunque il Senato e Popolo de gli dei, e con il consueto modo essendo montato sul solio di safiro inorato Giove, con quella forma di diadema e manto con cui solamente ne gli sollennissimi concilii suol comparire, rassettato il tutto, messa in punto d'attenzion la turba, ed inditto alto silenzio, di maniera che gli congregati sembravano tante statue o tante pitture; si presenta in mezzo con gli suoi ordini, insegna e circonstanze il mio bel nume Mercurio. E gionto avanti il conspetto del gran padre, brevemente annunziò, interpretò ed espose quel che non era a tutto il conseglio occolto, ma che, per servar la forma e decoro de statuti, bisogna pronunziare. Cioè come gli dei erano pronti ed apparecchiati senza simulazione e dolo, ma con libera e spontanea voluntade, ad accettare e ponere in esecuzione tutto quello che per il presente sinodo verrebe conchiuso, statuto ed ordinato. Il che avendo detto, si voltò a gli circonstanti dei, e gli richiese che con alzar la mano facessero aperto e ratificato quel tanto ch'in nome loro aveva esposto in presenza de l'altitonante. E cossì fu fatto.
2
Appresso apre la bocca il magno protoparente, e fassi in cotal tenore udire: - Se gloriosa, o dei, fu la nostra vittoria contra gli giganti, che in breve spacio di tempo risorsero contra di noi, che erano nemici stranieri ed aperti, che ne combattevano solo da l'Olimpo, e che non possevano né tentavano altro che de ne precipitar dal cielo; quanto più gloriosa e degna sarà quella di noi stessi, li quali fummo contra lor vittoriosi? Quanto più degna, dico, e gloriosa è quella di nostri affetti, che tanto tempo han trionfato di noi, che sono nemici domestici ed interni che ne tiranneggiano da ogni lato, e che ne hanno trabalsati e smossi da noi stessi?
3
Se dunque di festa degno ne ha parso quel giorno che ne partorì vittoria tale di quale il frutto in un momento disparve, quanto più festivo dev'essere questo di cui la fruttuosa gloria sarà eviterna per gli secoli futuri? Séguite, dunque, d'essere festivo il giorno de la vittoria; ma da quel che si diceva de la vittoria de giganti, dicasi de la vittoria de gli Dei, perché in esso abbiamo vinti noi medesimi. Instituiscasi oltre festivo il giorno presente nel quale si ripurga il cielo, e questo sia più sollenne a noi, che abbia mai possuto essere a gli Egizii la trasmigrazione del popolo leproso, ed a gli Ebrei il transito dalla Babilonica cattivitade. Oggi il morbo, la peste, la lepra si bandisce dal cielo a gli deserti; oggi vien rotta quella catena di delitti e fracassato il ceppo de gli errori, che ne ubligano al castigo eterno. Or dunque, essendo voi tutti di buona voglia per procedere a questa riforma, ed avendo, come intendo, tutti premeditato il modo con cui si debba e possa venire al fatto; acciò che queste sedie non rimagnano disabitate, ed agli trasmigranti sieno ordinati luoghi convenienti, io cominciarò a dire il mio parere circa uno per uno; e prodotto che sarà quello, se vi parrà degno d'essere approvato, ditelo; se vi sembrarà inconveniente, esplicatevi; se vi par che si possa far meglio, dechiaratelo; se da quello si deve togliere, dite il vostro parere; se vi par che vi si deve aggiongere, fatevi intendere; perché ognuno ha plenaria libertà di proferire il suo voto; e chiunque tace, se intende affirmare. - Qua assorsero alquanto tutti gli dei, e con questo segno ratificâro la proposta.
4
- Per dar, dunque, principio e cominciar da capo, disse Giove, veggiamo prima le cose che sono da la parte boreale, e provediamo circa quelle; e poi a mano a mano per ordine faremo progresso sin al fine. Dite voi: che vi pare, e che giudicate di quella Orsa? - Gli dei, alli quali toccavano le prime voci, commesero a Momo che rispondesse; il qual disse: - Gran vituperio, o Giove, e più grande che tu medesimo possi riconoscere, che nel luogo del cielo più celebre, là dove Pitagora (che intese il mondo aver le braccia, gambe, busto e testa) disse essere la parte superior di quello, alla quale è contraposto l'altro estremo che dice essere l'infima regione; iuxta quello che cantò un Poeta di quella setta:
Hic vertex nobis semper sublimis, at illum

Sub pedibus Styx atra videt manesque profundi:

là dove gli marinaii si consultano negli devii ed incerti camini del mare, là verso dove alzano le mani tutti gli travagliati che patiscono tempeste: là verso dove ambivano gli giganti: là dove la generazion fiera di Belo facea montare la torre di Babelle: là dove gli maghi del specchio calibeo cercano gli oracoli de Floron, uno de' grandi principi de gli arctici spiriti: là dove gli Cabalisti dicono che Samaele volse inalzare il solio per farsi assomigliante al primo altitonante; hai posto questo brutto animalaccio, il quale, non con una occhiata, non con un rivoltato mustaccio, non con qualche imagine di mano, non con un piede, non con altra meno ignobil parte del corpo, ma con una coda (che contra la natura de l'orsina specie volse Giunone che gli rimanesse attaccata dietro), quasi come un indice degno di tanto luogo, fai che vegna a mostrar a tutti terrestri, maritimi e celesti contemplatori il polo magnifico e cardine del mondo. Quanto, dunque, facesti male de vi la inficcare, tanto farai bene di levarnela; e vedi di farne intendere dove la vuoi mandare, e che cosa vuoi ch'in suo loco succeda. - Vada, disse Giove, dove a voi altri pare e piace, o a gli Orsi d'Inghilterra, o a gli Orsini o Cesarini di Roma, se volete che stia in città a bell'aggio. - A gli claustri di Bernesi vorei che la fusse impriggionata, disse Giunone. - Non tanto sdegno, mia moglie, replicò Giove; vada dove si vuole, purché sia libera e lasce quel loco nel quale, per essere la sedia più eminente, voglio che faccia la sua residenza la Veritade; perché là le unghie de la detrazione non arivano, il livore de l'invidia non avelena, le tenebre de l'errore non vi profondano. Ivi starà stabile e ferma; là non sarà exagitata da flutti e da tempeste; ivi sarà sicura guida di quelli che vanno errando per questo tempestoso pelago d'errori; ed indi si mostrarà chiaro e terso specchio di contemplazione. -Disse il padre Saturno: - Che farremo di quella Orsa maggiore? Propona Momo. - E lui disse: - Vada, perché la è vecchia, per donna di compagna di quella minore giovanetta; e vedete che non gli dovegna roffiana; il che se accaderà, sia condannata ad servir a qualche mendico, che con andarla mostrando e con farla cavalcare da fanciulli ed altri simili, per curar la febre quartana ed altre picciole infirmitadi, possa guadagnar da vivere per lui e lei. -Dimanda Marte: - Che farremo di quel nostro Draggonaccio, o Giove? - Dica Momo, - rispose il padre. E quello: - La è una disutile bestia, e che è meglio morta che viva. Però, se vi pare, mandiamola ne l'Ibernia, o in un'isola de l'Orcadi a pascere. Ma guardate bene, ché con la coda è dubio che non faccia qualche ruina di stelle con farle precipitar in mare. - Rispose Apolline: - Non dubitar, o Momo: perché ordinarò a qualche Circe o Medea, che con quei versi con gli quali si seppe addormentare quando era guardiano de le poma d'oro, adesso di nuovo insoporato sia trasportato pian pianino in terra. E non mi par che debba morire, ma si vada mostrando ovunque è barbara bellezza: perché le poma d'oro saranno la beltade, il drago sarà la fierezza, Giasone sarà l'amante, l'incanto ch'addormenta il drago, sarà che
Non è sì duro cor che proponendo,
Tempo aspettando, piangendo ed amando,
E talvolta pagando, non si smuova:
Né sì freddo voler, che non si scalde.

5
Che cosa vuoi che succeda al suo luogo, o padre? - La prudenza, rispose Giove, la quale deve essere vicina alla Veritade; perché questa non deve maneggiarsi, moversi ed adoperarsi senza quella, e perché l'una senza la compagnia de l'altra non è possibile che mai profitte o vegna onorata. - Ben provisto, - dissero i dei. Soggionse Marte: - Quel Cefeo, quando era re, malamente seppe menar le braccia per aggrandir quel regno che la fortuna gli porse. Ora, non è bene che qua, in quel modo che fa, spandendo di tal sorte le braccia ed allargando i passi, si faccia cossì la piazza grande in cielo. - È bene, dunque, disse Giove, che se gli dia da bere l'acqua di Lete, a fin che si dismentiche, ponendo in oblio la terrena e celeste possessione, e rinasca un animale che non abbia né gambe né braccia. - Cossì deve essere, soggionsero li dei: ma che in loco suo succeda la Sofia, perché la poverina deve anch'ella participar de gli frutti e fortune de la Veritade, sua indissociabile compagna, con la quale sempre ha comunicato nelle angustie, afflizioni, ingiurie e fatiche; oltre che, se non è costei che li coadministre, non so come ella potrà essere mai gradita ed onorata. - Molto volentieri, disse Giove, lo accordo, e vi consento o Dei; perché ogni ordine e raggione il vuole; e massime, perché malamente crederei aver reposta quella nel suo luogo senza questa, ed ivi non si potrebe trovar contenta, lontana della sua tanto amata sorella e diletta compagna.
6
- De l'Arctofilace, disse Diana, che, sì ben smaltato di stelle, guida il carro, che credi, Momo, che si debba fare? - Rispose: - Per esser lui quel Arcade, frutto di quel sacrilego ventre, e quel generoso parto che rende testimonio ancora de gli orrendi furti del gran padre nostro, deve partirsi da qua: or provedete voi de la sua abitazione. -Disse Apolline: - Per esser figlio di Calisto, séguite la madre! - Soggionse Diana: - E perché fu cacciatore d'orsi, séguite la madre, con questo che non gli ficchi qualche punta di partesana adosso. - Aggiunse Mercurio: - E perché vedete, che non sa far altro camino, vada pur sempre guardando la madre, la quale se ne devria ritornare all'Erimantide selve. - Cossì sarà meglio, disse Giove: e perché la meschina fu violata per forza, io voglio riparar al suo danno, da quel loco rimettendola, se cossì piace a Giunone ancora, nella sua pristina bella figura. - Mi contento, disse Giunone, quando prima l'arrete rimessa nel grado della sua verginità, e per consequenza in grazia de Diana. - Non parliamo più di questo per ora, disse Giove; ma veggiamo che cosa vogliamo far succedere al luogo di costui. - Dopo fatte molte e molte discussioni: - Ivi, sentenziò Giove, succeda la Legge, perché questa ancora è necessario che sia in cielo, atteso che cossì questa è figlia della Sofia celeste e divina, come quell'altra è figlia de l'inferiore, in cui questa Dea manda il suo influsso ed irradia il splendor del proprio lume, in quel mentre che va per gli deserti e luoghi solitarii de la terra. - Ben disposto, o Giove, disse Pallade; perché non è vera, né buona legge quella che non ha per madre la Sofia, e per padre l'intelletto razionale; e però là questa figlia non deve star lungi da la sua madre; ed a fin che da basso contempleno gli uomini come le cose denno essere ordinate appreso loro, si proveda qua in questa maniera, se cossì piace a Giove. Appresso séguita la sedia della corona Boreale, fatta di safiro, arrichita di tanti lucidi diamanti, e che fa quella bellissima prospettiva con quattro e quattro, che son otto, carbuncoli ardenti. Questa, per esser cosa fatta a basso, trasportata da basso, mi par molto degna d'esser presentata a qualche eroico prencipe, che non ne sia indegno; però veda il nostro padre, a chi manco meno indegnamente deve essere presentata da noi. - Rimagna in cielo, rispose Giove, aspettando il tempo, in cui devrà essere donata in premio a quel futuro invitto braccio, che con la mazza ed il fuoco riportarà la tanto bramata quiete alla misera ed infelice Europa, fiaccando gli tanti capi di questo peggio che Lerneo mostro, che con moltiforme eresia sparge il fatal veleno, che a troppo lunghi passi serpe per ogni parte per le vene di quella. - Aggiunse Momo: - Bastarà che done fine a quella poltronesca setta di pedanti, che senza ben fare secondo la legge divina e naturale, si stimano e vogliono essere stimati religiosi grati a' dei, e dicono che il far bene è bene, il far male è male; ma non per ben che si faccia o mal che non si faccia, si viene ad essere degno e grato a' dei; ma per sperare e credere secondo il catechismo loro. Vedete, dei, se si trovò mai ribaldaria più aperta di questa, che da quei soli non è vista, li quali non veggon nulla.
7
- Certo, disse Mercurio, colui che non conosce nulla forfantaria, non conosce questa ch'è la madre di tutte. Quando Giove istesso e tutti noi insieme proponessimo tal patto a gli uomini, deremmo essere più abominati che la morte, come quei che, in grandissimo pregiudizio del convitto umano, non siamo solleciti d'altro, che della vana gloria nostra. - Il peggio è, disse Momo, che ne infamano, dicendo che questa è instituzione de superi; e con questo che biasmano gli effetti e frutti, nominandoli ancor con titulo di defetti e vizii. Mentre nessuno opera per essi, ed essi operano per nessuno (perché non fanno altra opra che dir male de l'opre), tra tanto vivono de l'opre di quelli ch'hanno operato per altri che per essi, e che per altri hanno instituiti tempii, capelle, xeni, ospitali, collegii ed universitadi; onde sono aperti ladroni ed occupatori di beni ereditarii d'altri; li quali, se non son perfetti, né cossì buoni, come denno, non saranno però (come sono essi) perversi e perniciosi al mondo; ma più tosto necessarii alla republica, periti ne le scienze speculative, studiosi de la moralitade, solleciti circa l'aumentar il zelo e la cura di giovar l'un l'altro, e mantener il convitto (a cui sono ordinate tutte leggi), proponendo certi premii a' benefattori, e minacciando certi castighi a' delinquenti. Oltre, mentre dicono ogni lor cura essere circa cose invisibili, le quali né essi, né altri mai intesero, dicono ch'alla consecuzion di quelle basta il solo destino, il quale è immutabile, mediante certi affetti interiori e fantasie, de quali massimamente gli dei si pascano. - Però, disse Mercurio, non gli deve dar fastidio, né eccitar il zelo, che alcuni credeno le opere essere necessarie; perché tanto il destino di quelli, quanto il destino loro che credeno il contrario, è prefisso, e non si cangia perché il lor credere o non credere si cangie, e sia d'una ed un'altra maniera. E per la medesima caggione essi non denno essere molesti a color che non gli credeno, e che le stimano sceleratissimi; perché non per questo che gli vegnono a credere e stimarli uomini da bene, cangiaranno destino. Oltre che, secondo la lor dottrina, non è in libertà de l'elezion loro di mutarsi a questa fede. Ma gli altri che credeno il contrario, possono giuridicamente, secondo la lor conscienza, non solamente essere a lor molesti; ma, oltre, stimar gran sacrificio a gli dei e beneficio al mondo di perseguitarli, ammazzarle e spengerli da la terra, perché son peggiori che li bruchi e le locuste sterili e quelle arpie le quali non opravano nulla di buono, ma solamente que' beni che non posseano vorare, strapazzavano ed insporcavano con gli piedi, e faceano impedimento a quei che s'esercitavano..
8
- Tutti quei, ch'hanno giudicio naturale, disse Apolline, giudicano le leggi buone, perché hanno per scopo la prattica; e quelle in comparazione son megliori, che donano meglior occasione a meglior prattica: perché de tutte leggi altre son state donate da noi, altre finte da gli uomini, massime per il comodo de l'umana vita; e per ciò che alcuni non veggono il frutto de lor meriti in quella vita, però gli vien promesso e posto avanti gli occhi de l'altra vita il bene e male, premio e castigo, secondo le lor opre. De tutti quanti, dunque, che diversamente credeno ed insegnano, disse Apollo, questi soli son meritevoli d'esser perseguitati dal cielo e da la terra, ed esterminati come peste del mondo, e non son più degni di misericordia che gli lupi, orsi e serpenti, nel spenger de quali consiste opra meritoria e degna: anzi tanto incomparabilmente meritarà più chi le toglierà, quanto pestilenza e ruina maggiore apportano questi che quelli. Però ben specificò Momo, che la Corona australe a colui massime si deve, il quale è disposto dal fato a togliere questa fetida sporcaria del mondo.
9
- Bene, disse Giove, cossì voglio, cossì determino, che sia dispensata questa corona, come raggionevolmente Mercurio, Momo ed Apolline hanno proposto, e voi altri consentite. Questa pestilenza, per essere cosa violenta e contra ogni legge e natura, certo non potrà molto durare; come possete accorgervi, ch'hanno costoro il lor destino o fato nemicissimo, perché mai crebbe il numero di questi, se non a fine di far più numerosa ruina. - È ben degno premio, disse Saturno, la corona per colui, che le toglierà via; ma a questi perversi è picciola ed improporzionata pena, che sieno solamente spenti dalla conversazion de gli uomini: però mi par oltre giusto che, lasciato ch'aranno quel corpo, appresso, per molti lustri e per più centinaia d'anni, da corpo in corpo trasmigrando per diverse vice e volte, se ne vadano ad abitar in porci, che sono gli più poltroni animali del mondo, o vero sieno ostreche marine attaccate ai scogli.
10
- La giustizia, disse Mercurio, vuole il contrario. Mi par giusto, che per pena de l'ocio sia data la fatica. Però sarà meglio, che vadano in asini, dove ritegnano la ignoranza e si dispogliano de l'ocio; ed in quel supposito, in mercé di continuo lavore, abbiano poco fieno e paglia per cibo, e molte bastonate per guidardone. - Questo parere approvâro tutti gli Dei insieme. Allora sentenziò Giove, che la corona sia eterna di colui che gli arà donata l'ultima scossa; ed essi per tremilia anni da asini sempre vadano migrando in asini. Sentenziò oltre, che in loco di quella corona particolare succedesse la ideale e comunicabile in infinito, perché da quella possano essere suscitate infinite corone, come da una lampade accesa senza sua diminuzione, e senza scemarsi punto di virtude ed efficacia, se ne accendeno infinite altre. Con la qual corona intese che fusse aggionta la spada ideale, la quale similmente ha più vero essere che qualsivoglia particolare, sussistente infra gli limiti delle naturali operazioni. Per la qual spada e corona intende Giove il giudicio universale, per cui nel mondo ogniuno vegna premiato e castigato, secondo la misura de gli meriti e delitti. Approvâro molto questa provisione tutti gli dei, per quel che conviene che alla Legge abbia la sedia vicina il Giudicio, perché questo si deve governar per quella, e quella deve esercitarsi per questo; questo deve esseguire, e quella dettare; in quella ha da consistere tutta la teoria, in questo tutta la pratica.
11
Dopo fatti molti discorsi e digressioni in proposito di questa sedia, mostrò Momo a Giove Ercole, e gli disse: - Or, che faremo di questo tuo bastardo? - Avete udito, dei, rispose Giove, la caggione per la quale il mio Ercole deve andarsene con gli altri altrove. Ma non voglio che la sua andata sia simile a quella de tutti gli altri; perché la causa, modo e raggione de la sua assumpzione è stata molto dissimile, per ciò che solo e singularmente per le virtudi e meriti de gli gesti eroici s'ha meritato il cielo; e benché spurio, degno però di essere legitimo figlio di Giove s'è dimostrato. E vedete aperto, che solo la causa de l'essere adventizio, e non naturalmente dio, fa che li sia negato il cielo; ed è il mio, non suo errore quello che per lui io vegno, come è stato detto, notato. E credo, che vi rimorda la conscienza; ché se uno da quella regola e determinazion generale devesse essere eccettuato, questo solo derrebe essere Ercole. Però, se lo togliemo da qua e lo mandamo in terra, facciamo che non sia senza suo onore e riputazione, la quale non sia minore che se continuasse in cielo. -Assorsero molti, dico, la più gran parte de gli dei, e dissero: - Con maggiore, se maggior si puote. - Instituisco, dunque, Giove soggionse, che con questa occasione a costui, come a persona operosa e forte, sia donata tal commissione e cura, per quale si faccia dio terrestre, talmente grande, che vegna da tutti stimato maggior che quando era autenticato per celeste semideo. - Risposero que' medesimi: - Cossì sia. - E perché alcuni de quegli né erano assorti allora, né parlavano adesso, si converse Giove a loro, e gli disse, che ancor essi si facessero intendere. Però di quelli alcuni dissero: Probamus; - altri dissero: Admittimus. -Disse Giunone: Non refragamur. - Indi si mosse Giove a proferir il decreto in questa forma: - Per causa che in luoghi de la terra in questi tempi si scuoprono de mostri, se non tali quali erano a' tempi de gli antichi cultori di quella, forse peggiori; io, Giove, padre e proveditor generale, instituisco, che, se non con simile o maggior mole di corpo, dotato però ed inricchito di maggior vigilanza, di sollecitudine, vigor d'ingegno ed efficacia di spirto, vada Ercole, come mio luogotenente e ministro del mio potente braccio, in terra; e come vi si mostrò grande prima, quando fu nato e parturito in quella, con aver superati e vinti tanti fieri mostri; e secondo, quando rivenne a quella vittorioso da l'inferno, apparendo insperato consolator de gli amici, ed inaspettato vendicator de gli oltragiosi tiranni; cossì, al presente, qual nuovo e tanto necessario e bramato proveditore, vegna la terza volta visto da la madre; e discorrendo per gli tenimenti di quella, veda se di bel nuovo per le cittadi Arcadiche vada dissipando qualche Nemeo leone; se il Cleoneo di nuovo appaia in Tessaglia. Guarde se quell'idra, quella peste di Lerne, sia risuscitata a prendere le sue teste rigermoglianti. Scorga se ne la Tracia sia di nuovo risorto quel Diomede, e chi de sangue de peregrini pascea ne l'Ebro gli cavalli. Volte l'occhio a la Libia, se forse quell'Anteo, che tante volte ripigliava il spirto, abbia pur una volta ripigliato il corpo. Considere se nel regno Ibero è qualche tricorporeo Gerione. Alze il capo e veda se per l'aria a questo tempo volano le perniciosissime Stinfalidi: dico, se volano quelle Arpie che talvolta soleano annuvolar l'aria ed impedir l'aspetto de gli astri luminosi. Guate se qualch'ispido cinghiale va spasseggiando per gli Erimantici deserti. Se s'incontrasse a qualche toro, non dissimile a quello che donava orrido spavento a tanti popoli; se bisognasse far uscir a l'aria aperto qualche triforme Cerbero che latre, a fin che vomisca l'aconito mortifero; se circa gli crudi altari versa qualche carnefice Busire; se qualche cerva, che di dorate corna adorna il capo, appare per que' deserti, simile a quella che con gli piedi di bronzo correa veloce, pari al vento; se qualche nova regina Amazonia ha congregate le copie rubelle; se qualche infido e vario Acheloo con inconstante, moltiforme e vario aspetto tiranneggia in qualche parte; se sono Esperidi ch'in guardia del drago han commese le poma d'oro; se di nuovo appare la celibe ed audace Regina del popolo Termodonzio; se per l'Italia va grassando qualche Lancinio ladro, o discorra qualche Cacco predatore che con il fumo e fiamme defenda gli suoi furti; se questi, o simili, o altri nuovi ed inauditi mostri gli occorreranno, e se gli aventaranno, mentre per il spacioso dorso de la terra verrà, lustrando; svolte, riforme, discacce, perseguite, leghe, domi, spoglie, dissipe, rompa, spezze, franga, deprima, sommerga, brugge, casse, uccida, annulle. Per gli quai gesti, in mercé di tante e sì gloriose fatiche, ordino che ne gli luoghi dove effettuarà le sue eroiche imprese, gli sieno drizzati trofei, statue, colossi, ed oltre fani e tempii, se non mi contradice il fato.
12
- Veramente, o Giove, disse Momo, adesso mi pari a fatto a fatto dio da bene; perché veggio che la paternale affezione non ti trasporta a passar gli termini circa la retribuzione secondo gli meriti del tuo Alcide; il quale se non è degno di tanto, è meritevole oltre forse di qualche cosa di vantaggio, anco a giudicio di Giunone, la qual veggio che ridendo pur accetta quel ch'io dico.
-13
Ma ecco il mio tanto aspettato Mercurio, o Saulino, per cui conviene che questo nostro raggionamento si differisca ad un'altra volta. Però piacciati discostarti e lasciarne privatamente raggionar insieme.
14
\ SAUL.\ Bene, a rivederci domani.
15
\ SOFIA\ Ecco quello a cui ieri ho indirizzati i voti: al fine, dopo ch'ha alquanto troppo induggiato, mi si fa presente. Ieri a la sera doveano essere pervenuti a lui, questa notte ascoltati, e questa mattina exequiti dal medesimo. Se subito a la mia voce non è comparso, gran cosa lo deve aver intrattenuto; per ciò che credo non essere meno amata da lui, che da me medesima. Ecco, il veggo uscire da quella nuvola candente, che dal spirto d'Austro risospinta corre verso il centro del nostro orizonte, e cedendo a' lampegianti rai del sole s'apre in cerchio, quasi coronando il mio nobil pianeta. O sacrato padre, alta maestade, io ti ringrazio, perché veggio il mio alato nume spuntar da quel mezzo e con l'ali distese battendo l'aria, lieto col caduceo in mano, fender il cielo a la mia volta, più veloce che l'ucello di Giove, più vago che l'alite di Giunone, più singulare che l'Arabica Fenice; presto mi s'è aventato vicino, gentile mi si presenta, unicamente affezionato mi si dimostra.
16
\ MERC.\ Eccomi teco ossequioso e favorevole a gli tuoi voti, o mia Sofia, perché m'hai mandato a chiamare; e la tua orazione non è pervenuta a me qual fumo aromatico, secondo il suo costume, ma qual penetrativa e ben alata saetta di raggio risplendente.
17
\ SOFIA\ Ma tu, mio nume, che vuol dire che sì tosto, secondo il tuo costume, non mi ti sei fatto presente?
18
\ MERC.\ Ti dirò la veritade, o Sofia. La tua orazione mi giunse a tempo ch'io ero già ritornato da l'inferno, a commettere nelle mani di Minoe, Eaco e Radamanto ducento quarantasei milia cinquecento e vinti due anime, che per diverse battaglie, supplicii e necessitadi hanno compito il corso de l'animazione di corpi presenti. Ivi era meco la Sofia celeste, chiamata volgarmente Minerva e Pallade, la qual, al vestito ed a l'andare, subito conobbe che quella ambasciata era la tua....
19
\ SOFIA\ Ben la possea conoscere, perché non meno che con te, frequentemente suole contrattar con lei.
20
\ MERC.\ ... E mi disse: - Volgi gli occhi, o Mercurio, ché per te viene questa ambasciaria de la nostra germana e figlia terrestre. Quella che vive del mio spirito e più di lungi, vicino alle tenebre, procede dal lume del mio padre, voglio che ti sia raccomandata. - È cosa soverchia, io li risposi, o nata del cervello di Giove, il raccomandarmi la tanto amata nostra comune sorella e figlia. - Mi approssimai, dunque, alla tua messaggera: l'abbraccio, la bacio, la metto in compendio, apro gli bottoni del gippone, e me l'insacco tra la camicia e la pelle, sotto la quale batte e ribatte il polso del core. Giove (il quale era presente, poco discosto, raggionando in secreto con Eolo ed Oceano, li quali erano inbottati, per ritornarsene presto alli negocii suoi qua giù) vedde quel ch'io feci, e rompendo il raggionamento in cui si ritrovava, fu curioso di dimandarmi subito che memoriale quello fusse che m'avevo messo in petto; ed avendogli io risposto com'era cosa tua: -Oh la mia povera Sofia! disse, come la passa? come la fa? Ahi poverina, da quel cartoccio, che non è troppo riccamente piegato, io comprendevo che non possev'essere altro che quel che dici. È pur gran tempo che non abbiamo avuto nova alcuna di lei. Or che cosa la dimanda? che gli manca? che ti propone? - Non altro, dissi, eccetto ch'io gli sia assistente ad ascoltarla per un'ora. - Sta bene, - disse, e tornò a compire il raggionamento con que' doi dei; e cossì poi in fretta mi chiamò a sé, dicendo: - Su, su, presto, doniamo ordine a nostri affari, prima che tu vadi a veder che vuole quella meschina, ed io a ritrovar questa mia tanto fastidiosa mogliera, che certo mi pesa più che tutta la carca de l'universo. - Subito volse (perché cossì è novamente decretato nel cielo) che di mia mano registrasse tutto quel che deve essere provisto oggi nel mondo.
21
\ SOFIA\ Fatemi, se vi piace, alquanto udire di negocii, poi che m'hai svegliata questa cura nel petto.
22
\ MERC.\ Ti dirò. Ha ordinato, che oggi a mezzo giorno doi meloni, tra gli altri, nel melonaio di Franzino sieno perfettamente maturi; ma che non sieno colti, se non tre giorni appresso, quando non saran giudicati buoni a mangiare. Vuole ch'al medesimo tempo dalla iuiuma, che sta alle radici del monte di Cicala, in casa di Gioan Bruno, trenta iuiomi sieno perfetti colti, e diece sette caggiano scalmati in terra, quindeci sieno rosi da' vermi. Che Vasta, moglie di Albenzio, mentre si vuole increspar gli capelli de le tempie, vegna, per aver troppo scaldato il ferro, a bruggiarne cinquanta sette; ma che non si scotte la testa, e per questa volta non biastemi quando sentirà il puzzo; ma con pazienza la passe. Che dal sterco del suo bove nascano ducento cinquanta doi scarafoni, de quali quattordeci sieno calpestrati ed uccisi per il piè di Albenzio, vinti sei muoiano di rinversato, venti doi vivano in caverna, ottanta vadano in peregrinaggio per il cortile, quarantadoi si retireno a vivere sotto quel ceppo vicino a la porta, sedeci vadano isvoltando le pallotte per dove meglio li vien comodo, il resto corra a la fortuna. A Laurenza, quando si pettina, caschino diece sette capelli, tredeci se gli rompano, e di quelli diece rinascano in spacio di tre giorni, e gli sette non rivegnano più. La cagna d'Antonio Savolino concepa cinque cagnolini, de quali tre a suo tempo vivano, e doi sieno gittati via; e di que' tre il primo sia simile a la madre, il secondo sia vario, il terzo sia parte simile al padre e parte a quello di Polidoro. In quel tempo il cuculo s'oda cantare da la Starza, e non faccia udire più né meno che dodici cuculate; e poi si parta, e vada a le roine del castello Cicala per undeci minuti d'ora, e da là se ne vole a Scarvaita; e di quello che deve essere appresso, provederemo poi. Che la gonna che mastro Danese taglia su la pianca, vegna stroppiata. Che da le tavole del letto di Costantino si partano dodeci cimici, e sene vadano al capezzale: sette degli più grandi, quattro de più piccioli, uno de mediocri; e di quello che di essi ha da essere questa sera al lume di candela, provederemo. Che a quindeci minuti de la medesima ora per il moto de la lingua, la quale si varrà la quarta volta rimenando per il palato, a la vecchia di Fiurulo casche la terza mola che tiene nella mascella destra di sotto; la qual caduta sia senza sangue e senza dolore; perché la detta mola è gionta al termine della sua trepidazione, che ha perdurato a punto diece sette annue revoluzioni lunari. Che Ambruoggio nella centesima e duodecima spinta abbia spaccio ed ispedito il negocio con la mogliera, e che non la ingravide per questa volta, ma ne l'altra con quel seme in cui si convertisce quel porro cotto, che mangia al presente con la sapa e pane di miglio. Al figlio di Martinello comincieno a spuntar i peli de la pubertade nel pettinale, ed insieme insieme comincie a gallugarli la voce. Che a Paulino, mentre vorrà alzar un'ago rotta da terra, per la forza che egli farà, se gli rompa la stringa rossa de le braghe; per la qual cosa, se bestemmiarà, voglio che sia punito appresso con questo, che questa sera la sua minestra sia troppo salita e sappia di fumo; caggia e se gli rompa il fiasco pieno di vino; per la qual causa se bestimmiarà, provederemo poi. Che di sette talpe, le quali da quattro giorni fa son partite dal fondo de la terra, prendendo diversi camini verso l'aria, due vegnano a la superficie de la terra nell'ora medesima, l'una al punto di mezzo giorno, l'altra a quindeci minuti e diece nove secondi appresso, discoste l'una da l'altra tre passi, un piede e mezzo dito ne l'orto di Anton Faivano. Del tempo e luogo de l'altre si provederà al più tardi.
23
\ SOFIA\ Hai molto da fare, o Mercurio, se mi vuoi raccontare tutti questi atti della provisione, che fa il padre Giove; e nel volermi tutti questi decreti particolari uno per uno far ascoltare, mi pari che sei simil a colui, che volesse prendere il conto de granegli de la terra. Tu sei stato tanto a apportare quattro minuzzarie de infinite altre che nel medesimo tempo sono accadute in una picciola contrada, dove son quattro o cinque stanze non troppo magnifiche; or che sarrebe, se dovessi donar conto a pieno de cose ordinate in quella ora per questa villa, che sta alle radici del monte Cicada? Certo, non ti bastarebbe un anno da esplicarle una per una, come hai cominciato a fare. Che credi, se oltre volessi apportar tutte le cose accadute circa la città di Nola, circa il regno di Napoli, circa l'Italia, circa l'Europa, circa tutto il globo terrestre, circa ogni altro globo in infinito, come infiniti son gli mondi sottoposti alla providenza di Giove? In vero, per apportar solo quello che è accaduto ed ordinato d'esser in uno instante nell'ambito d'un solo di questi orbi o mondi, non ti fia mestiero dimandar cento lingue e cento bocche di ferro, come fanno gli poeti, ma mille millia migliaia de millioni in termine d'un anno, ad non averne executata la millesima parte. E per dirla, o Mercurio, non so che voglia dir questo tuo riporto, per cui alcuni de' miei coltori, chiamati filosofi, stimano che questo povero gran padre Giove sia molto sollecito, occupato ed impacciato; e credeno che lui sia di tal fortuna, che non è minimo mortale che debba aver invidia al stato suo. Lascio che in quel tempo che spendeva a proponere e destinar questi effetti, necessariamente scorsero infinite volte infinite occasioni di provedere ed aver provisto ad altri; e tu, mentre me le vuoi raccontare, se volesse far l'officio tuo, devi averne fatti e farne infinite volte altri infiniti.
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\ MERC.\ Sai, Sofia, se sei Sofia, che Giove fa tutto senza occupazione, sollecitudine ed impacciamento, perché a specie innumerabili ed infiniti individui provede donando ordine, ed avendo donato ordine, non con certo ordine successivo, ma subito subito ed insieme insieme; e non fa le cose a modo de gli particolari efficienti, ad una ad una, con molte azioni, e con quelle infinite viene ad atti infiniti; ma tutto il passato, presente e futuro fa con un atto semplice e singulare.
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\ SOFIA\ Io posso saper questo, o Mercurio, che non insieme insieme raccontate e mettete in execuzione queste cose, ed esse non sono in un suggetto semplice e singolare: e però l'efficiente deve essere proporzionato, o almeno con l'operazione proporzionarsi a quelle.
26
\ MERC.\ È vero quel che dici, e deve essere cossì, e non può essere altrimente nello efficiente particolare, prossimo e naturale; perché ivi, secondo la raggione e misura dell'effettiva virtude particulare, séguita la misura e raggione de l'atto particolare circa il particular suggetto; ma nell'efficiente universale non è cossì, perché lui è proporzionato, se si può dir cossì, a tutto l'effetto infinito che da lui depende, secondo la raggione de tutti luoghi, tempi, modi e suggetti, e non definitamente ad certi luoghi, suggetti, tempi e modi.
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\ SOFIA\ So, o Mercurio, che la cognizione universale è distinta dalla particolare, come il finito da l'infinito.
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\ MERC.\ Di' meglio: come l'unitade da l'infinito numero. E devi saper ancora, o Sofia, che la unità è nel numero infinito, ed il numero infinito nell'unità; oltre che l'unità è uno infinito implicito, e l'infinito è la unità explicita: appresso che dove non è unità, non è numero, né finito, né infinito; e dovunque è numero o finito o infinito, ivi necessariamente è l'unità. Questa dunque è la sustanza di quello; dunque, chi non accidentalmente, come alcuni intelletti particolari, ma essenzialmente, come l'intelligenza universale, conosce l'unità, conosce l'uno ed il numero, conosce il finito ed infinito, il fine e termine da compreensione ed eccesso di tutto; e questo può far tutto non solo in universale, ma oltre in particolare; cossì come non è particolare che non sia compreso nell'universale, non è numero, in cui più veramente non sia l'unità, che il numero istesso. Cossì, dunque, senza difficoltà alcuna e senza impaccio Giove provede a tutte cose in tutti luoghi e tempi, come necessariamente lo essere ed unità si trova in tutti numeri, in tutti luoghi, in tutti tempi ed atomi di tempi, luoghi e numeri; e l'unico principio de l'essere è in infiniti individui, che furono, sono e saranno. Ma non è questa disputazione il fine per cui sono venuto, e per cui credo d'esser stato chiamato da te.
29
\ SOFIA\ È vero che so bene che queste son cose degne d'esser decise da miei filosofi, e pienamente intese non da me, che non le posso capire, eccetto che difficilmente in comparazioni e similitudini, ma dalla Sofia celeste e da te; ma da quel tuo raccontare son stata commossa a cotal questione, prima che venire a discorrere circa gli mei particolari interessi e dissegni. E certo mi parevi che senza ogni proposito tu, giudiciosissimo nume, fussi entrato in quello discorrer di cose cossì minime e basse.
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\ MERC.\ Non l'ho fatto con vanità, ma con grande providenza, Sofia; perché ho giudicata necessaria questa animadversione a te, per quel che conosco, che per le molte affliczioni sei di tal maniera turbata, che facilmente l'affetto ti vegna trasportato a voler non troppo piamente opinare circa il governo de gli dei; il quale è giusto e sacrosanto al fin finale, benché le cose appaiono, in quella maniera che tu vedi, confusissime. Ho voluto dunque, prima che trattasse altro, provocarti a cotal contemplazione, per renderti sicura dal dubio che potessi aver, e forse molte volte dimostri; perché, essendo tu terrena e discorsiva, non puoi apertamente intendere l'importanza de la providenza di Giove, e del studio di noi altri suoi collaterali.
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\ SOFIA\ Ma pure, o Mercurio, che vuol dire, che più tosto al presente, che altre volte, ti ha commosso questo zelo?
32
\ MERC.\ Ti dirò (quello ch'ho differito di dirti sin al presente): perché il tuo voto, la tua orazione, la tua ambasciaria, benché sia gionta in cielo e pervenuta a noi veloce e presta, era però a mezza estade agghiacciata, era irresoluta, era tremante, quasi più gittata come alla fortuna che inviata e commessa come a la providenza: quasi che era dubia, se la possea aver effetto di toccarne l'orecchie, come di quelli che sono attenti a cose che son stimate più principali. Ma te inganni, Sofia, se pensi, che non ne sieno a cura cossì le cose minime, come le principali, talmente sicome le cose grandissime e principalissime non costano senza le minime ed abiettissime. Tutto dunque, quantunque minimo, è sotto infinitamente grande providenza; ogni quantosivoglia vilissima minuzzaria in ordine del tutto ed universo è importantissima; perché le cose grandi son composte de le picciole, e le picciole de le picciolissime, e queste de gl'individui e minimi. Cossì intendo de le grande sustanze, come de le grande efficacie e grandi effetti.
33
\ SOFIA\ È vero, perché non è sì grande, sì magnifico e sì bello architetto che non coste di cose che picciole, vilissime ed informi appaiono e son giudicate.
34
\ MERC.\ L'atto della cognizion divina è la sustanza de l'essere di tutte cose; e però, come tutte cose o finito o infinito hanno l'essere, tutte ancora sono conosciute ed ordinate e proviste. La cognizion divina non è come la nostra, la quale séguite dopo le cose; ma è avanti le cose e si trova in tutte le cose, di maniera che, se non la vi si trovasse, non sarrebono cause prossime e secondarie.
35
\ SOFIA\ E per questo vuoi, o Mercurio, che io non mi sgomente per cosa minima o grande che mi accade, non solo come principale e diretta, ma ancora come indiretta ed accessoria; e che Giove è in tutto, e colma il tutto, ed ascolta tutto.
36
\ MERC.\ Cossì è; però per l'avenire sovengati di scaldar più la tua ambasciaria, e non mandarla cossì negletta, mal vestita e fredda in presenza di Giove; e lui e la tua Pallade m'hanno imposto, che prima ch'io ti parlasse d'altro, con qualche desterità ti facesse accorta di questo.
37
\ SOFIA\ Io vi ringrazio tutti.
38
\ MERC.\ Or esplica la causa per la quale m'hai fatto venire a te..
39
\ SOFIA\ Per la mutazione e cangiamento di costumi, ch'io comprendo in Giove, per quello che per altri raggionamenti ho appreso da te; io sono entrata in sicurtà di dimandargli e fargli instanza di ciò che altre volte non ho avuto ardire, quando temeva che qualche Venere o Cupido o Ganimede rigettasse e risospingesse la mia ambasciaria, quando si presentava a la porta de la camera di Giove. Adesso ch'è riformato il tutto, e che sono ordinati altri portinaii, condottieri ed assistenti, e che lui è ben disposto verso la giustizia, voglio che per tuo mezzo li vegna presentata la mia richiesta, la qual versa circa gli gran torti che mi vegnono fatti da diverse sorte di uomini in terra, e pregarlo che mi sia favorevole e propicio, secondo che la sua conscienza li dettarà.
40
\ MERC.\ Questa tua richiesta, per esser lunga e di non poca importanza, ed anco per esser novamente decretato nel cielo, che tutte le espedizioni, tanto civili quanto criminali, vegnano registrate nella camera, non senza tutte le occasioni, mezzi e circonstanze loro, però è necessario, che tu me la porghi in scritto, e cossì la presenti a Giove ed al Senato celeste.
41
\ SOFIA\ Onde questo nuovo ordine?
42
\ MERC.\ Acciò che ognuno di gli dei in questo modo vegna costretto a far la giustizia; perché per la registrazione che eterniza la memoria de gli atti, vengano a temer l'eterna infamia, e d'incorrere biasimo perpetuo con la condannazione che si deve aspettar dall'absoluta giustizia che regna sopra li governatori, ed è presidente sopra tutti dei.
43
\ SOFIA\ Cossì, dunque, farò. Ma vi bisogna del tempo a pensare e scrivere; però ti priego che rivegni domani a me, o vero il prossimo seguente giorno.
44
\ MERC.\ Non mancarò. Tu pensa a quel che fai.

Dial. 2, parte 1

Prima parte del secondo dialogo.

1 \ SAUL.\ Di grazia, Sofia, prima che procediamo in altro, donatemi raggione di questo ordine e disposizione di numi, la quale ha formata Giove ne gli astri. E prima fatemi udire, perché nell'eminentissima (perché cossì è stimata volgarmente) sedia abbia voluto che sia la dea Veritade?
2
\ SOFIA\ Facilmente. Sopra tutte le cose, o Saulino, è situata la verità; perché questa è la unità che soprasiede al tutto, è la bontà che è preeminente ad ogni cosa; perché uno è lo ente, buono e vero; medesimo è vero, ente e buono. La verità è quella entità che non è inferiore a cosa alcuna; perché, se vuoi fengere qualche cosa avanti la verità, bisogna che stimi quella essere altro che verità; e se la fingi altro che verità, necessariamente la intenderai non aver verità in sé ed essere senza verità, non essere vera; onde conseguentemente è falsa, è cosa de niente, è nulla, è non ente. Lascio che niente può essere prima che la verità, se non è vero che quello sia primo e sopra la verità; e cotal vero essere non può essere se non per la verità. Cossì non può essere altro insieme con la verità, ed essere quel medesimo senza verità; percioché, se per la verità non è vero, non è ente, è falso, è nulla. Parimente non può essere cosa appresso la veritade; perché, se è dopo lei, è senza lei; se è senza lei, non è vero; perché non ha la verità in sé; sarà dunque falso, sarà dunque niente. Dunque la verità è avanti tutte le cose, è con tutte le cose, è dopo tutte le cose, è sopra tutto, con tutto, dopo tutto; ha raggione di principio, mezzo e fine. Essa è avanti le cose, per modo di causa e principio, mentre per essa le cose hanno dependenza; è nelle cose ed è sustanza di quelle istessa, mentre per essa hanno la sussistenza; è dopo tutte le cose, mentre per lei senza falsità si comprendeno. È ideale, naturale e nozionale; è metafisica, fisica e logica. Sopra tutte le cose, dunque, è la verità; e ciò che è sopra tutte le cose, benché sia conceputo secondo altra raggione, ed altrimente nominato, quello pure in sustanza bisogna che sia l'istessa verità. Per questa causa, dunque, raggionevolmente Giove ha voluto che nella più eminente parte del cielo sia vista la veritade. Ma certo questa che sensibilmente vedi e che puoi con l'altezza del tuo intelletto capire, non è la somma e prima, ma certa figura, certa imagine e certo splendor di quella, la quale è superiore a questo Giove di cui parliamo sovente e che è soggetto delle nostre metafore.
3
\ SAUL.\ Degnamente, o Sofia; perché la verità è la cosa più sincera, più divina di tutte; anzi la divinità e la sincerità, bontà e bellezza de le cose è la verità; la quale né per violenza si toglie, né per antiquità si corrompe, né per occultazione si sminuisce, né per communicazione si disperde: perché senso non la confonde, tempo non l'arruga, luogo non l'asconde, notte non l'interrompe, tenebra non l'avela; anzi, con essere più e più impugnata, più e più risuscita e cresce. Senza difensore e protettore si defende; e però ama la compagnia di pochi e sapienti, odia la moltitudine, non si dimostra a quelli che per se stessa non la cercano, e non vuol essere dechiarata a color che umilmente non se gli esponeno, né a tutti quei che con frode la inquireno; e però dimora altissima, dove tutti remirano e pochi veggono. Ma perché, o Sofia, la prudenza gli succede? forse, perché coloro che vogliono contemplar la verità e che la vogliono predicare, si deveno con prudenza governare?
4
\ SOFIA\ Non è questa la causa. Quella dea che è gionta e prossima alla verità, ha doi nomi: providenza e prudenza. E si chiama providenza, in quanto influisce e si trova nelli principii superiori; e si chiama prudenza, in quanto è effettuata in noi: come sole suole essere nomato e quello che scalda e diffonde il lume, ed oltre quel lume e splendor diffuso che si trova nel specchio ed oltre in altri suggetti. La providenza, dunque, se dice nelle cose superiori, ed è compagna della verità, e non è senza quella, ed è la medesima libertà e la medesima necessità; di maniera che la verità, la providenza, la libertà e necessità, la unità, la verità, la essenzia, la entità, tutte sono uno absolutissimo, come altre volte ti farò meglio intendere. Ma, per comodità della presente contemplazione, sappi che questa influisce in noi la prudenza, la qual è posta e consistente in certo discorso temporale; ed è una razione principale che versa circa l'universale e particolare; ha per damigella la dialettica, e per guida la sapienza acquisita, nomata volgarmente metafisica, la quale considera gli universali de tutte le cose che cascano in cognizione umana: e, queste due, tutte le sue considerazioni referiscono all'uso di quella; ha due insidiatrici nemiche che sono viziose: dalla destra si trova la callidità, versuzia e malizia; dalla sinistra, la stupidità, inerzia ed imprudenzia. E versa circa la virtù consultativa, come la fortezza circa l'impeto de l'iracundia, la temperanza circa il consentimento della concupiscibile, la giustizia circa tutte le operazioni, tanto esterne, quanto interiori.
5
\ SAUL.\ Dalla providenza, dunque, vuoi che influisca in noi la prudenza, e che nel mondo archetipo quella risponda a questa che è nel mondo fisico: questa che porge a gli mortali il scudo, per cui contra le cose adverse con la raggione si fortificano, per cui siamo insegnati di prendere più pronta e perfetta cautela dove maggiori dispendii si minacciano e temeno; per cui gli agenti inferiori s'accomodano alle cose, ai tempi ed all'occasioni; e non si mutano, ma s'adattano gli animi e le voluntadi. Per cui a gli bene affetti niente accade come subitanio ed improviso, di nulla dubitano, ma tutto aspettano; di nulla suspicano, ma da tutto si guardano; ricordandosi il passato, ordinando il presente e prevedendo il futuro. Or dimmi, perché Sofia succede ed è prossima a la prudenza e veritade?
6
\ SOFIA\ La Sofia, come la verità e la providenza, è di due specie. L'una è quella superiore, sopraceleste ed oltremondana, se cossì dir si puote; e questa è l'istessa providenza, medesima è luce ed occhio: occhio, che è la luce istessa; luce, che è l'occhio istesso. L'altra è la consecutiva, mondana ed inferiore; e non è verità istessa, ma è verace e partecipe della verità; non è il sole, ma la luna, la terra ed astro, che per altro luce. Cossì non è Sofia per essenza, ma per participazione; ed è un occhio che riceve la luce e viene illuminato da lume esterno e peregrino; e non è occhio da sé, ma da altro; e non ha essere per sé, ma per altro. Perché non è l'uno, non è l'ente, il vero; ma de l'uno, de l'ente, del vero; a l'uno, a l'ente, al vero; per l'uno, per l'ente, per il vero; nell'uno, nell'ente, nel vero; da l'uno, da l'ente, dal vero. La prima è invisibile ed infigurabile ed incomprensibile sopra tutto, in tutto ed infra tutto; la seconda è figurata in cielo, illustrata nell'ingegni, communicata per le paroli, digerita per l'arti, repolita per le discussioni, delineata per le scritture; per la quale chi dice sapere quel che non sa, è temerario sofista; chi nega sapere quel che sa, è ingrato a l'intelletto agente ed ingiurioso a la verità, ed oltraggioso a me. E di simil sorte vegnono ad essere tutti quelli che non mi cercano per me stessa, o per la suprema virtude ed amor della divinitade, ch'è sopra ogni Giove ed ogni cielo, ma o per vendermi per denari o per onori, o per altre specie di guadagno; o non tanto per sapere, quanto per essere saputi, o per detraere e posser impugnare, e farsi contra la felicità d'alcuni molesti censori e rigidi osservatori; e di questi li primi son miseri, li secondi son vani, li terzi son maligni e di vil animo. Ma color che mi cercano per edificar se stessi, sono prudenti; gli altri che m'osservano per edificar altrui, sono umani; quei che mi cercano absolutamente, sono curiosi; gli altri che m'inquireno per amor della suprema e prima verità, sono sapienti, e per conseguenza felici.
7
\ SAUL.\ Onde aviene, o Sofia, che non tutti, che medesimamente ti possedeno, non vegnono tutti medesimamente affetti; anzi talor, chi meglio ti possede, men bene vien edificato?
8
\ SOFIA\ Onde accade, o Saulino, che il sole non scalda tutti quelli alli quali luce, e tal volta meno riscalda tali a' quali maggiormente risplende?
9
\ SAUL.\ Io t'intendo, Sofia; e comprendo che tu sei quella che in varii modi contempli, comprendi ed esplichi questa veritade, e gli effetti di quella superna influenza de l'esser tuo, alla quale per varii gradi e scale diverse tutti aspirano, tentano, studiano e si forzano salendo pervenire, e si obietta e presenta medesimo fine e scopo a' diversi studii, e viene ad attuare diversi suggetti de virtudi intellettuali, secondo diverse misure, mentre a quell'una e semplicissima veritade l'addrizza; la quale come non è chi alcunamente la possa toccare, cossì non si trova qua basso chi la possa perfettamente comprendere: perché non è compresa, o veramente non viene appareggiata se non da quello in cui è per essenza; e questo non è altro che lei medesima. E perciò da fuori non si vede se non in ombra, similitudine, specchio ed in superficie e maniera di faccia, alla quale non è in questo mondo chi più s'avicine per atto di providenza ed effetto di prudenza, eccetto che tu, Sofia, mentre vi conduci sette diverse, de le quali altre admirando, altre parabolando, altre inquirendo, altre opinando, altre iudicando e determinando; altre per sufficienza di natural magia, altre per superstiziosa divinazione, altre per modo di negazione, altre per modo di affirmazione, altre per via di composizione, altre per via di divisione, altre per via de definizione, altre per via di demostrazione; altre per principii acquisiti, altre per principii divini aspirano: mentre quella gli crida, in nullo luogo presente, da nullo luogo absente, proponendogli avanti gli occhi del sentimento per scrittura tutte le cose ed effetti naturali, e gl'intona nell'orecchio de l'interna mente per le concepute specie di cose visibili ed invisibili.
10
\ SOFIA\ Alla Sofia succede la legge, sua figlia; e per essa quella vuole oprare, e per questa lei vuole essere adoperata; per questa gli prencipi regnano, e li regni e republiche si mantegnono. Questa, adattandosi alla complessione e costumi di popoli e genti, reprime l'audacia col timore, e fa che la bontade sia sicura tra gli scelerati; ed è caggione, che ne gli rei sempre sia il rimorso della conscienza, con il timore della giustizia ed aspettazione di quel supplicio che discaccia l'orgoglioso ardire, ed introduce l'umile consentimento con gli suoi otto ministri, che sono taglione, carcere, percosse, esilio, ignominia, servitù, povertade e morte. Giove l'ha riposta in cielo ed essaltata con questa condizione, che faccia che gli potenti per la lor preeminenza e forza non sieno sicuri; ma referendo il tutto a maggior providenza e legge superiore (per cui, come divina e naturale, si regole la civile), faccia intendere, che per coloro ch'esceno dalle tele d'aragne, sono ordinate le reti, gli lacci, le catene ed i ceppi, atteso che per ordine della legge eterna è sancito, che gli più potenti sieno più potentemente compresi e vinti, se non sotto un manto e dentro una stanza, sotto altro manto ed altra stanza, che sarà peggiore. Appresso gli ha ordinato ed imposto, che massimamente verse e vegna rigorosa circa le cose alle quali da principio e prima e principal causa è stata ordinata: cioè circa quel tanto ch'appartiene alla communione de gli uomini, alla civile conversazione; a fine che gli potenti sieno sustenuti da gl'impotenti, gli deboli non sieno oppressi da gli più forti, sieno deposti gli tiranni, ordinati e confirmati gli giusti governatori e regi, sieno faurite le republiche, la violenza non inculche la raggione, l'ignoranza non dispreggie la dottrina, li poveri sieno agiutati da' ricchi, le virtudi e studii utili e necessarii al commune sieno promossi, avanzati e mantenuti; sieno esaltati e remunerati coloro che profittaranno in quelli; e gli desidiosi, avari e proprietarii sieno spreggiati e tenuti a vile. Si mantegna il timore e culto verso le potestadi invisibili; onore, riverenza e timore verso gli prossimi viventi governatori; nessuno sia preposto in potestà, che medesimo non sia superiore de meriti, per virtude ed ingegno in cui prevaglia, o per sé solo, il che è raro e quasi impossibile, o con comunicazione e conseglio d'altri ancora, il che è debito, ordinario e necessario. Gli ha donata Giove la potenza di legare, la quale massime consista in questo, che lei non si faccia tale che incorra dispreggio e indignità; a cui si potrà incontrare, menando gli passi per doi camini, de quali l'uno è della iniquità, comandando e proponendo cose ingiuste, l'altro è della difficultà, proponendo e comandando cose impossibili, le quali pure sono ingiuste: perciò che due sono le mani per le quali è potente a legare ogni legge, l'una è della giustizia, l'altra è della possibilità; e di queste l'una è moderata da l'altra, atteso che, quantunque molte cose sono possibili che non son giuste, niente però è giusto che non sia possibile.
11
\ SAUL.\ Bene dici, o Sofia, che nessuna legge che non è ordinata alla prattica del convitto umano, deve essere accettata. Ben ha disposto ed ordinatogli Giove; perché, o che vegna dal cielo, o che esca da la terra, non deve esser approvata, né accettata quella instituzione o legge che non apporta la utilità e commodità, che ne amena ad ottimo fine: del quale maggiore non possiamo comprendere che quello, che talmente indirizza gli animi e riforma gl'ingegni, che da quelli si producano frutti utili e necessari alla conversazione umana; ché certo bisogna che sia cosa divina, arte de le arti e disciplina de le discipline quella per cui hanno da esser retti e reprimuti gli uomini, che tra tutti gli animali son di complessioni più distinti, di costumi più varii, d'inclinazioni più divisi, e di voluntadi più diversi, di appulsi più inconstanti. Ma, oimè, o Sofia, che siamo dovenuti a tale (chi mai avri' possuto credere, che questo fusse possibile?), che quella deve essere stimata massime religione la quale per minimo e vile, e per errore abbia l'azione ed atto di buone operazioni; dicendo alcuni, che di quelle non si curano gli dei, e per quelle, quantunque sieno grandi, non sono giusti gli uomini.
12
\ SOFIA\ Certo, o Saulino, io credo sognare; penso che sia un fantasma, una apparizione di turbata fantasia, e non cosa vera quella che dici; ed è pur certo che si trovano tali, che proponano e facciano creder questo a le misere genti. Ma non dubitare, perché il mondo facilmente si accorgerà che questo non si può digerire, cossì come facilmente si può avedere di non posser sussistere senza legge e religione.
13
Or abbiamo alquanto veduto, come bene è stata ordinata e situata la legge: devi adesso udire, con qual cognizione a quella è vicino aggionto il giudizio. Giove al giudicio ha messo in mano la spada e la corona: questa, con cui premie quelli che oprano bene, astenendosi dal male; quella, con cui castighe color che son pronti a gli delitti, e son disutili ed infruttifere piante. Ha ingionto al giudicio la defensione e cura della vera legge, e la destruzione dell'iniqua e falsa, dettata da genii perversi ed inimici del tranquillo e felice stato umano; ha comandato al giudicio che, gionto alla legge, non estingua, ma, quanto si può, accenda l'appetito de la gloria ne gli petti umani, perché questo è quel solo ed efficacissimo sprone, che suole incitar gli uomini e riscaldarli a quelli gesti eroici che aumentano, mantegnono e fortificano le republiche.
14
\ SAUL.\ Li nostri de la finta religione tutte queste glorie le chiamano vane; ma dicono che bisogna gloriarsi solamente in non so che tragedia caballistica.
15
\ SOFIA\ Oltre, che non attenda a quel che s'imagine o pense ciascuno, pur che le paroli e gesti non corrompano il stato tranquillo; e massime verse in correggere e mantenere tutto quel che consiste ne l'operazioni, non giudicar l'arbore da belle frondi, ma da buoni frutti; e quelli che non le producono, sieno tolti e cedano il loco ad altri che porgano. Che non creda, che in modo alcuno li dei si senteno interessati in quelle cose nelle quali nessuno uomo si sente interessato; perché di quelle cose solamente gli dei si curano de le quali si possono curar gli uomini, e non per cosa che vegna fatta o detta o pensata per essi, si commuoveno o se adirano, se non in quanto per quello venesse a perdersi quel rispetto per cui si mantegnono le republiche; atteso che gli dei non sarebono dei, se si prendessero piacere o dispiacere, tristizia o allegrezza per quello che fanno o pensano gli uomini; ma quelli sarebono più bisognosi che questi, o al meno cossì quelli riceverebono utilitade e profitto da questi, come questi da quelli. Essendono, dunque, li dei rimossi da ogni passione, vegnono ad aver ira e piacere attivo solamente, e non passivo; e però non minacciano castigo e prometteno premio, per male o bene che risulta in essi, ma per quello che viene ad essere commesso nelli popoli e civile conversazioni, alle quali hanno soccorso con le loro divine, non bastandogli le umane leggi e statuti. Per tanto è cosa indegna, stolta, profana e biasimevole pensare che gli dei ricercano la riverenza, il timore, l'amore, il culto e rispetto da gli uomini per altro buon fine ed utilitade che de gli uomini medesimi: atteso che, essendo essi gloriosissimi in sé, e non possendosegli aggionger gloria da fuori, han fatto le leggi non tanto per ricevere gloria, quanto per communicar la gloria a gli uomini: e però tanto le leggi e giudicii son lontane dalla bontà e verità di legge e giudicio, quanto se discostano dall'ordinare ed approvare massimamente quello che consiste nell'azioni morali de gli uomini a riguardo de gli altri uomini.
16
\ SAUL.\ Efficacemente, o Sofia, per questa ordinazion di Giove si dimostra, che gli arbori, che sono ne gli orti delle leggi, sono ordinati da gli dei per gli frutti, e specialmente tali, de quali si pascano, si nutriscano e conservino gli uomini; e che gli superi non si delettano d'odore d'altri che di questi.
17
\ SOFIA\ Ascolta. Da questo vuole, che il giudizio inferisca che li dei massime vogliano essere amati e temuti, per fine di faurire al consorzio umano, ed avertire massimamente que' vizii che apportano noia a quello; e però li peccati interiori solamente denno esser giudicati peccati, per quel che metteno o metter possono in effetto esteriore; e le giustizie interiori mai sono giustizie senza la prattica esterna, come le piante in vano sono piante senza frutti, o in presenza o in aspettazione. E vuole che de gli errori, in comparazione, massimi sieno quelli che sono in pregiudicio della republica; minori quelli che sono in pregiudicio d'un altro particolare interessato; minimo sia quello ch'accade tra doi d'accordo; nullo è quello, che non procede a mal essempio o male effetto, e che da gl'impeti accidentali accadeno nella complessione dell'individuo. E questi son que' medesimi errori, per gli quali gli eminenti dei si senteno massime-, minore-, minima-, e nullamente offesi; e per di questi l'opre contrarie si stimano massime-, minore-, minima-, ed alcunamente serviti. Ha comandato ancora al giudicio, che sia accorto che per l'avenire approve la penitenza, ma che non la metta al pari dell'innocenza; approvi il credere e stimare, ma giamai al pari del fare ed operare. Cossì intende del confessare e dire al rispetto del corregere ed astinere; tanto comende li pensieri, per quanto riluceno nelli segni espressi e ne gli effetti possibili. Non faccia che colui che doma vanamente il corpo, sieda vicino a colui ch'affrena l'ingegno; non pona in comparazione questo solitario disutile con quello di profittevole conversazione. Non distingua gli costumi e religioni tanto per la distinzione di toghe e differenze de vesti, quanto per buoni e megliori abiti di virtudi e discipline. Non tanto arrida a quello che ha frenato il fervor della libidine, che forse è impotente e freddo, quanto a quell'altro ch'ha mitigato l'empito de l'ira, che certo non è timido, ma paziente. Non applauda tanto a quello che forse disutilmente s'è ubligato a non mostrarsi libidinoso, ch'a quell'altro che si determina di non essere oltre maledico e malfattore. Non dica maggior errore il superbo appetito di gloria, onde resulta sovente bene alla republica, che la sordida cupidiggia di danari. Non faccia tanto trionfo d'uno, perché abbia sanato un vile e disutil zoppo, che poco o nulla vale più sano che infermo, quanto d'un altro ch'ha liberata la patria e riformato un animo perturbato. Non stime tanto, o più, gesto eroico l'aver in qualche modo e qualche maniera possuto estinguer il fuoco d'una fornace ardente senz'acqua, che l'aver estinte le sedizioni d'un popolo acceso senza sangue. Non permetta, che si addrizzeno statue a' poltroni, nemici del stato de le republiche, e che in pregiudicio di costumi e vita umana ne porgono paroli e sogni, ma a color che fanno tempii a' dei, aumentano il culto ed il zelo di tale legge e religione per quale vegna accesa la magnanimità ed ardore di quella gloria che séguita dal servizio della sua patria ed utilità del geno umano; onde appaiono instituite universitadi per le discipline di costumi, lettere ed armi. E guarde di promettere amore, onore e premio di vita eterna ed immortalitade a quei che approvano gli pedanti e parabolani; ma a quelli che per adoprarsi nella perfezione del proprio ed altrui intelletto, nel servizio della communitade, nell'osservanza espressa circa gli atti della magnanimità, giustizia e misericordia, piaceno a gli dei. Li quali per questa caggione magnificorno il popolo Romano sopra gli altri; perché con gli suoi magnifici gesti, più che l'altre nazioni, si seppero conformare ed assomigliare ad essi, perdonando a' summessi, debellando gli superbi, rimettendo l'ingiurie, non obliando gli beneficii, soccorrendo a' bisognosi, defendendo gli afflitti, relevando gli oppressi, affrenando gli violenti; promovendo gli meritevoli, abbassando gli delinquenti, mettendo questi in terrore ed ultimo esterminio con gli flagelli e secure, e quelli in onore e gloria con statue e colossi. Onde consequentemente apparve quel popolo più affrenato e ritenuto da vizii d'incivilitade e barbaria, e più esquisito e pronto a generose imprese, ch'altro che si sia veduto giamai. E mentre fu tale la lor legge e religione, tali furono gli lor costumi e gesti, tal è stato lor onore e lor felicitade.
18
\ SAUL.\ Vorrei, ch'al giudicio avesse ordinato qualche cosa espressa contra la temeritade di questi gramatici, che in tempi nostri grassano per l'Europa.
19
\ SOFIA\ Molto bene, o Saulino, Giove ha comandato, imposto ed ordinato al giudizio, che veda se gli è vero che costoro inducano gli popoli al dispreggio ed al meno a poca cura di legislatori e leggi, con donargli ad intendere, che quelli proponeno cose impossibili e che comandano come per burla; cioè, per far conoscere a gli uomini, che gli dei sanno comandare quello che loro non possono mettere in esecuzione. Veda se, mentre dicono che vogliono riformare le difformate leggi e religioni, vegnono per certo a guastar tutto quel tanto che ci è di buono, e confirmar e inalzar a gli astri tutto quello che vi può essere o fingere di perverso e vano. Veda se apportano altri frutti, che di togliere le conversazioni, dissipar le concordie, dissolvere l'unioni, far ribellar gli figli da' padri, gli servi da padroni, gli sudditi da superiori, mettere scisma tra popoli e popoli, gente e gente, compagni e compagni, fratelli e fratelli, e ponere in disquarto le fameglie, cittadi, republiche e regni: ed in conclusione, se, mentre salutano con la pace, portano, ovunque entrano, il coltello della divisione ed il fuoco della dispersione, togliendo il figlio al padre, il prossimo al prossimo, l'inquilino a la patria, e facendo altri divorzii orrendi e contra ogni natura e legge. Veda se, mentre si dicono ministri d'un che risuscita morti e sana infermi, essi son quei che, peggio di tutti altri che pasce la terra, stroppiano gli sani ed uccideno gli vivi, non tanto con il fuoco e con il ferro, quanto con la perniciosa lingua. Veda che specie di pace e concordia è quella, che proponeno a gli popoli miserandi, se forse vogliono ed ambiscono, che tutto il mondo concorde e consenta alla lor maligna e presuntuosissima ignoranza, ed approve la lor malvaggia conscienza, mentre essi non vogliono concordare né consentire a legge, a giustizia e dottrina alcuna; ed in tutto il resto del mondo e di secoli non appare tanta discordia e dissonanza, quanta si convence tra loro. Per ciò che tra diece mila di simil pedanti non si trova uno che non abbia un suo catecismo formato; se non publicato, al meno per publicare quello che non approva nessuna altra instituzione che la propria, trovando in tutte l'altre che dannare, riprovare e dubitare; oltre che si trova la maggior parte di essi che son discordi in se medesimi, cassando oggi quello che scrissero l'altro giorno. Veda qual riuscita facciano essi, e quai costumi suscitano e provocano ne gli altri, per quanto appartiene a gli atti de la giustizia e misericordia, e la conservazione ed aumento di beni publici; se per lor dottrina e magistero sono drizzate academie, universitadi, tempii, ospitali, collegii, scuole e luoghi de discipline ed arti; o pure, dove queste cose si trovano, son quelle medesime e fatte de medesime facultadi che erano prima che loro venissero e comparissero tra le genti. Appresso, se per loro cura queste cose sono aumentate, o pure per loro negligenza disminuite, poste in ruina, dissoluzione e dispersione. Oltre, se sono occupatori di beni altrui, o pure elargitori di beni proprii; e finalmente, se quelli, che prendono la lor parte, aumentano e stabiliscono gli beni publici, come faceano gli lor contrarii predecessori, o pure insieme con questi le dissipano, squartano e divorano; e mentre deprimeno l'opre, estingueno ogni zelo di far le nuove e conservar le antiche. Se cossì è, e se tali saran compresi e convitti; e se dopo che saranno avertiti, mostrandosi incorrigibili, fermaranno i piedi de l'ostinazione, comanda Giove al giudizio, sotto pena della disgrazia sua e di perdere quel grado e preeminenza che tiene nel cielo, che le dissipe, disperda ed annulle; e spinga con qualsivoglia forza, braccio ed industria sino a la memoria del nome di tanto pestifero germe. E gionge a questo, che faccia intendere a tutte le generazioni del mondo, sotto pena de la lor ruina, che s'armino in favor di esso giudizio, in sino a tanto che sarà pienamente messo in essecuzione il decreto di Giove contra questa macchia del mondo.
20
\ SAUL.\ Credo, o Sofia, che Giove non cossì rigidamente voglia al fine risolvere questa misera sorte di uomini, e non cominciarli a toccar di tal sorte, che prima che gli done la final ruina, tente se le possa corregere, e facendoli accorgere della sua maldizione ed errore, le provoche a pentimento.
21
\ SOFIA\ Sì bene; però Giove ha ordinato al giudicio che proceda in quella maniera che ti dico. Vuole che li sieno tolti tutti que' beni, che hanno acquistati coloro che predicavano, lodavano ed insegnavano oprare, e che son stati lasciati ed ordinati da color, che opravano e confidavano nell'opre, e che sono stabiliti da questi che hanno creduto con quell'opre, beneficii e testamenti farsi grati a' dei; e cossì vegnano ad execrare gli frutti ancora di quelli arbori, che procedeno da quel seme tanto odioso a essi; e vegnano a mantenersi, conservarsi, defendersi e nodrirsi solamente da que' frutti, da que' redditi e suffragii, li quali apportano ed hanno apportati loro e quelli che gli credeno e che approvano e defendono questa opinione. E che non gli sia oltre lecito d'occupare con rapina e violenta usurpazione quello che a commune utilitade gli altri con libero e grato animo, per mezi termini contrarii a contrario fine, hanno parturito e seminato. E cossì escano da quelle profanate stanze e non mangino de quel pane iscomunicato; ma vadano ad abitare in quelle pure ed incontaminate case, e si pascano di que' cibi, che mediante la loro riformata legge li sono stati destinati, e novamente prodotti da questi personaggi pii che fanno tanto poco stima de l'opere operate, e solamente per una importuna, vile e stolta fantasia si stimano regi del cielo e figli de li dei, e più credeno ed attribuiscono a una vana, bovina ed asinina fiducia, ch'ad un utile, reale e magnanimo effetto.
22
\ SAUL.\ Subito, o Sofia, si vedrà quanto siano atti a guadagnarsi un palmo di terra questi che sono cossì effusi e prodighi a donar regni de' cieli; e conoscerassi de quelli altri imperatori del cielo empireo quanto liberalmente de la propria sustanza gli lor Mercurii, che forse, per la poca fede che hanno nell'opre di carità, ridurranno in necessità di andar a lavorar i campi, o a far altr'arte questi lor celesti messaggieri: che, senza altrimente beccarsi il cervello, le assicurano che non so qual giustizia d'un altro è fatta giustizia loro propria: dalla qual purità e giustizia per questo solo vegnano esclusi, che per sassinii, rapine, violenze ed omicidii ch'abbiano fatti, si sgomentino, e per elemosine, atti di liberalitade, misericordia e giustizia si confideno, si attribuiscano e sperino punto.
23
\ SOFIA\ Come è possibile, o Saulino, che le conscienze talmente affette possano giamai aver vero amore d'oprar bene, e vera penitenza e timore di commettere qualsivoglia ribaldaria, se per commessi errori vegnono tanto assicurati, e per opre di giustizia son messi in tanta diffidenza?
24
\ SAUL.\ Tu vedi gli effetti, Sofia; perché è cosa vera e certa, come essi sono veri e certi, che, quando da qualsivoglia altra professione e fede alcuno si muove a questa, da quel che era già liberale, doviene avaro, da quel ch'era mite, è fatto insolente, da umile lo vedi superbo, da donator del suo è rubbator ed usurpator de l'altrui, da buono è ipocrita, da sincero è maligno, da semplice è malizioso, da riconoscente di sé è arrogantissimo, da abile a qualche bontà e dottrina è prono ad ogni sorte d'ignoranza e ribaldaria; ed in conclusione, da quel che possea esser tristo, è dovenuto pessimo, che non può esser peggiore.

Dial. 2, parte 2

Seconda parte del secondo dialogo.

1 \ SOFIA\ Or seguitiamo il proposito, quale per l'advenimento di Mercurio ieri ne venne interrotto.
2
\ SAUL.\ È ben tempo dopo che, donata la raggione de la collocazione e situazione de' buoni numi in loco dove erano quelle bestie, si vegga quali altri sieno ordinati di succedere al luogo de l'altre; e se vi piace, non vi sia grave di farmi sempre intendere la raggione e causa. Eravamo ieri su aver narrato, come il padre Giove ha donata ispedizione ad Ercole; però consequentemente per la prima è da vedere, che cosa abbia fatto succedere in suo luogo.
3
\ SOFIA\ Io, o Saulino, ho inteso in verità accaduto in cielo altro che quel tanto, che in fantasia, in sogno, in ombra, in spirito di profezia vedde Crantore circa il dibatto de la Ricchezza, Voluptà, Sanità e Fortezza. Perché, quando Giove ebbe escluso Ercole da là, subito si mese avanti la Ricchezza, e disse: - A me, o padre, conviene questo loco. - A cui rispose Giove: - Per qual caggione? - E lei: - Anzi mi maraviglio, disse, che sin tanto abbi differito di collocarmi, e prima che ti ricordassi di me, hai non solo collocate altre dee ed altri numi che mi denno cedere, ma oltre hai sostenuto che bisognasse che io da per me medesima venesse ad opponermi e presentarmi contra il pregiudizio mio e torto che mi fate. - E Giove rispose: -Dite pur la vostra causa, Ricchezza; perché io non stimo d'averti fatto torto col non darti una de le stanze già proviste; ma ancora credo di non fartene con negarti la presente che è da provedere: e forse ti potrai accorgere di peggio che non ti pensi. - E che peggio mi può e deve accadere per vostro giudizio, di quel che m'è accaduto? -disse la Ricchezza. - Dimmi, con qual raggione m'hai preposta la Veritate, la Prudenza, la Sofia, la Legge, il Giudicio, se io son quella, per cui la Veritate si stima, la Prudenza si dispone, la Sofia è preggiata, la Legge regna, il Giudicio dispone, e senza me la Verità è vile, la Prudenza è sciagurata, la Sofia è negletta, la Legge è muta, il Giudicio è zoppo; perché io a la prima dono campo, alla seconda do nervo, alla terza lume, a la quarta autoritade, al quinto forza; a tutte insieme giocundità bellezza ed ornamento, e le libero da fastidii e miserie? - Rispose Momo: - O Ricchezza, tu non dici il vero più che il falso; perché tu oltre sei quella per cui zoppica il Giudizio, la Legge sta in silenzio, la Sofia è calpestrata, la Prudenza è incarcerata e la Verità è depressa, quando ti fai compagna di buggiardi e ignoranti, quando favorisci col braccio de la sorte la pazzia, quando accendi e cattivi gli animi ai piaceri, quando amministri alla violenza, quando resisti a la giustizia. Ed appresso, a chi ti possiede non meno apporti fastidio che giocondità, difformità che bellezza, bruttezza che ornamento; e non sei quella, che dài fine a' fastidii e miserie, ma che le muti e cangi in altra specie. Sì che in opinione sei buona, ma in verità sei più malvaggia; in apparenza sei cara, ma in esistenza sei vile; per fantasia sei utile, ma in effetto sei perniciosissima; atteso che per tuo magistero, quando investisci di te qualche perverso (come per ordinario sempre ti veggio in casa di scelerati, raro vicina ad uomini da bene), là a basso hai fatta la Veritade esclusa fuor de le cittadi a gli deserti, hai rotte le gambe a la Prudenza, hai fatta vergognar la Sofia, hai chiusa la bocca a la Legge, non hai fatto aver ardire al Giudicio, tutti hai resi vilissimi. -Ed in questo, o Momo, rispose la Ricchezza, puoi conoscere la mia potestate ed eccellenza: che io, aprendo e serrando il pugno, e per comunicarmi o qua o là, fo che questi cinque numi vagliano, possano e facciano, o ver sieno spreggiati, banditi e ributtati; e per dirla, posso cacciarle al cielo o ne l'inferno. - Qua rispose Giove: - Non vogliamo in cielo e in queste sedie altro che buoni numi. Da qua si togliano que' che son rei, e quei che o sono più rei che buoni, e quei che indifferentemente son buoni e rei; tra gli quali io penso che sei tu, che sei buona con gli buoni, e pessima con gli scelerati.
4
- Sai, o Giove, disse la Ricchezza, che io per me son buona, e non sono per me indifferente o neutra, o d'una ed altra maniera, come dici, se non in quanto di me altri bene si vogliano servire o male. - Qua rispose Momo: - Tu dunque, Ricchezza, sei una Dea maneggiabile, servibile, contrattabile, e che non ti governi da te stessa, e che non sei veramente quella che reggi e disponi de altri, ma di cui altri disponeno, e che sei retta da altri; onde sei buona quando altri ti maneggiano bene, sei mala quando sei mal guidata; sei, dico, buona in mano della Giustizia, della Sofia, della Prudenza, della Religione, della Legge, della Liberalità ed altri numi; sei ria se gli contrarii di questi ti maneggiano: come sono la violenza, l'avarizia, l'ignoranza ed altri. Come, dunque, da per te non sei né buona né ria, cossì credo essere bene, se Giove il consente, che per te non abbi né vergogna né onore; e per consequenza non sii degna d'aver propria stanza, né ad alto tra gli dei e numi celesti, né a basso tra gli inferi, ma che eternamente vadi da loco in loco, da regione in regione.
5
Arrisero tutti gli dei al dir di Momo, e Giove sentenziò cossì: - Sì che, Ricchezza, quando sei di Giustizia, abitarai nella stanza della Giustizia; quando sei di Verità, sarai dove è l'eccellenza di quella; quando sei di Sapienza e Sofia, sederai nel solio suo; quando di voluttuarii piaceri, tròvati là dove sono; quando d'oro ed argento, allora ti caccia ne le borse e casce; quando di vino, oglio e frumento, va fìccate ne le cantine e magazini; quando di pecore, capre e buovi, va a pascolar con essi e posa ne gli greggi ed armenti.
6
Cossì Giove l'impose quello che deve fare quando si trova con gli pazzi, e come si deve comportare quando è in casa di sapienti; in che modo per l'avenire perseverar debba a far come per il passato (forse perché non si può far altro), di farsi in certo modo facilmente trovare ed in certo modo difficilmente. Ma quella raggione e modo non la fece intendere a molti; se non che Momo alzò la voce e gli ne dié un'altra, se non fu quella medesima via, cioè: - Nessuno ti possa trovare senza che prima si sia pentito d'aver avuto buona mente e sano cervello. - Credo che volesse dire, che bisogna perdere la considerazione ed il giudicio di prudenza, non pensando mai all'incertezza ed infidelità de tempi, non avendo riguardo alla dubia ed instabile promessa del mare, non credere a cielo, non guardare a giustizia o a ingiustizia, ad onore o vergogna, a bonaccia o tempesta, ma tutto si commetta a la fortuna: - E che ti guardi di farti mai domestica di quei che con troppo giudicio ti cercano; e color meno ti veggano che con più tendicoli, lacci e reti di providenza ti perseguitano; ma per l'ordinario va' dove son gli più insensati, pazzi, stracurati e stolti; ed in conclusione, quando sei in terra, guàrdati da' più savii come dal fuoco: e cossì sempre accòstati e fatti familiare a gente semibestiali, e tieni sempre la medesima regola che tiene la fortuna.
7
\ SAUL.\ È ordinario, o Sofia, che gli più savii non son gli più ricchi; o perché si contentano di poco, e quel poco stimano assai, se è sufficiente a la vita; o per altre cause, che forse, mentre sono attenti a imprese più degne, non troppo vanno vagando qua e là per incontrarsi a uno di questi numi, che son le ricchezze o la fortuna. Ma séguita il tuo raggionamento.
8
\ SOFIA\ Non sì tosto la Povertà vedde la Ricchezza, sua nemica, esclusa, che con una più che povera grazia si fece innante; e disse che per quella raggione, che facea la Ricchezza indegna di quel loco, lei ne dovea essere stimata degnissima, per esser contraria a colei. A cui rispose Momo: - Povertà, Povertà, tu non sareste al tutto Povertà, se non fussi ancora povera d'argumenti, sillogismi e buone consequenze. Non per questo, o misera, che siete contrarie, séguita che tu debbi essere investita di quello che lei è dispogliata o priva, e tu debbi essere quel tanto che lei non è: come, verbigrazia (poi che bisogna donartelo ad intendere con essempio), tu devi essere Giove e Momo, perché lei non è Giove né Momo: ed in conclusione ciò che si niega di quella, debba essere affirmato di te; perché quelli che son più ricchi de dialettica che tu non sei, sanno che li contrarii non son medesimi con positivi e privativi, contradittorii, varii, differenti, altri, divisi, distinti e diversi. Sanno ancora che per raggione di contrarietà séguita, che non possiate essere insieme in un loco; ma non che, dove non è quella e non può esser quella, sii tu, o possi esser tu. - Qua risero tutti li dei, quando veddero Momo voler insegnar logica a la Povertà; ed è rimasto questo proverbio in cielo: Momo è maestro de la Povertà, o ver: Momo insegna dialettica a la Povertà. E questo lo dicono, quando vogliono delleggiar qualche fatto scontrafatto. - Che dunque ti par che si debba far di me, o Momo? - disse la Povertà. - Determina presto, perché io non sono sì ricca di paroli e concetti che possa disputar con Momo, né sì copiosa d'ingegno che possa molto imparar da lui.
9
Allora Momo dimandò a Giove per quella volta licenza, se voleva che determinasse. A cui Giove: - Ancora mi burli, o Momo? che hai tanta licenza, che sei più licenzioso (volsi dir licenziato) tu solo che tutti gli altri. Dona pur sicuro la sentenza a costei; perché, se la sarà buona, l'approvaremo. - Allora Momo disse: - Mi par congruo e condigno ch'ancor questa se la vada spasseggiando per quelle piazze, nelle quali si vede andar circumforando la Ricchezza, e corra e discorra, vada e vegna per le medesime campagne; perché (come vogliono gli canoni del raziocinio) per raggione di cotai contrarii questa non deve entrare se non là onde quella fugge, e non succedere se non là d'onde quella si parte; e quella non deve succedere ed entrare se non là d'onde questa si parte e fugge; e sempre l'una sia a le spalli de l'altra, e l'una doni la spinta a l'altra, non toccandosi mai da faccia a faccia, ma dove l'una ha il petto, l'altra abbia il tergo, come se giocassero (come facciamo noi tal volta) al giuoco de la rota del scarpone.
10
\ SAUL.\ Che disse sopra di questo Giove con gli altri?
11
\ SOFIA\ Tutti confirmaro e ratificaro la sentenza.
12
\ SAUL.\ La Povertà che disse?
13
\ SOFIA\ Disse: - Non mi par cosa degna, o dei (se pur il mio parer ha luogo, e non sono a fatto priva di giudicio), che la condizion mia debba essere al tutto simile a quella de la Ricchezza. - A cui rispose Momo: - Da l'antecedente, che versate nel medesimo teatro e rapresentate la medesima tragedia o comedia, non devi tirar questa consequenza, che vengate ad essere di medesima condizione, quia contraria versantur circa idem. - Vedo, o Momo, disse la Povertà, che tu ti burli di me; che anco tu, che fai professione de dir il vero e parlar ingenuamente, mi dispreggi; e questo non mi par che sia il tuo dovero, perché la Povertà è più degnamente difesa tal volta, anzi il più de le volte, che la Ricchezza. - Che vuoi che ti faccia, rispose Momo, se tu sei povera a fatto a fatto? La Povertà non è degna de difensione, se è povera di giudizio, di raggione, di meriti e di sillogismi, come sei tu, che m'hai ridutto a parlar ancor per le regole analittiche delli Priori e Posteriori d'Aristotele.
-14
\ SAUL.\ Che cosa me dici, Sofia? Dunque li dei prendeno qualche volta Aristotele in mano? studiano verbigrazia ne gli filosofi?
15
\ SOFIA\ Non ti dirò di vantaggio di quel ch'è su la Pippa, la Nanna, l'Antonia, il Burchiello, l'Ancroia, ed un altro libro, che non si sa, ma è in questione s'è di Ovidio o Virgilio, ed io non me ne ricordo il nome, ed altri simili.
16
\ SAUL.\ E pur adesso trattano cose tanto gravi e seriose?
17
\ SOFIA\ E ti par che quelle non son seriose? non son gravi? Saulino, se tu fussi più filosofo, dico più accorto, credereste che non è lezione, non è libro che non sia essaminato da dei, e che, se non è a fatto senza sale, non sia maneggiato da dei; e che, se non è tutto balordesco, non sia approvato e messo con le catene nella biblioteca commune; perché pigliano piacere nella moltiforme representazione di tutte cose e frutti moltiformi de tutti ingegni, perché loro si compiaceno in tutte le cose che sono, e tutte le representazioni che si fanno, non meno che essi hanno cura che sieno, e donano ordine e permissione che si facciano. E pensa ch'il giudicio de gli dei è altro che il nostro commune, e non tutto quello che è peccato a noi e secondo noi, è peccato a essi e secondo essi. Que' libri certo cossì, come le teologie, non denno esser communi a gli uomini ignoranti, che medesimi sono scelerati; perché ne ricevono mala instituzione.
18
\ SAUL.\ Or non son libri fatti da uomini di mala fama, disonesti e dissoluti, e forse a mal fine?
19
\ SOFIA\ È vero; ma non sono senza la sua instituzione e frutti della cognizione de chi scrive, come scrive, perché ed onde scrive, di che parla, come ne parla, come s'inganna lui, come gli altri s'ingannano di lui, come si declina e come s'inclina a uno affetto virtuoso e vizioso, come si muove il riso, il fastidio, il piacere, la nausea; ed in tutto è sapienza e providenza, ed in ogni cosa è ogni cosa, e massime è l'uno dove è l'altro contrario, e questo massime si cava da quello.
20
\ SAUL.\ Or torniamo al proposito donde ne ha divertiti il nome d'Aristotele e la fama de la Pippa. Come fu licenziata la Povertà da Giove, dopo che era sì schernita da Momo?
21
\ SOFIA\ Io non voglio referir tutti gli ridicoli propositi che passâro tra quello e colei, la quale non meno momezzava di Momo che di essa seppe momezzar colui. Dechiarò Giove, che questa abbia di privileggii e prorogative che non ha quella in queste cose qua a basso.
22
\ SAUL.\ Dite le cose che sono.
23
\ SOFIA\ - Voglio, disse il padre, in prima, che tu, Povertà, sii oculata, e sappi ritornar facilmente là d'onde tal volta ti partiste, e discacciar con maggior possa la Ricchezza; che per il contrario tu vegni scacciata da quella la qual voglio che sia perpetuamente cieca. Appresso voglio che tu, Povertà, sii alata, destra ed ispedita per le piume che son fatte d'aquila o avoltore; ma ne li piedi voglio che sii come un vecchio bove che tira il grave aratro, che profonda ne le vene de la terra: e la Ricchezza, per il contrario, abbia l'ali tarde e gravi, accomodandosi quelle d'un'oca o cigno; ma gli piedi sieno di velocissimo corsiero o cervio, a fine che, quando lei fugge da qualche parte adoprando gli piedi, tu con il batter de l'ali vi ti facci presente; ed onde tu con opra de le ali tue disloggi, quella possa succedere con l'uso di suoi piedi: di maniera che con quella medesima prestezza che da lei sarai fuggita o perseguitata, tu vegni a perseguitarla e fuggirla.
24
\ SAUL.\ Perché non le fa o ambe due bene in piuma, o ambe due bene in piedi, se niente meno se potrebbono accordare di perseguitarsi e fuggirsi, o tardi o presto?
25
\ SOFIA\ Perché, andando la Ricchezza sempre carca, viene per la soma a impacciar alcunamente l'ali, e la Povertà, andando sempre discalza, facilmente per ruvidi camini viene ad essere offesa negli piedi: però questa in vano arrebe le piante, e quella le piume veloci.
26
\ SAUL.\ Questa risoluzione mi contenta. Or séguita.
27
\ SOFIA\ Oltre vuole, che la Povertà massimamente séguite la Ricchezza, e sia fuggita da quella quando si versa nelli palaggi terreni, ed in quelle stanze nelle quali ha il suo imperio la Fortuna; ma allor che ella s'appiglia a cose alte e rimosse dalla rabbia del tempo e di quell'altra cieca, non voglio che abbi tanto ardire o forza d'assalir per farla fuggire e tôrgli il loco. Perché non voglio che facilmente si parta da là dove con tanta difficultade e dignitade bisogna pervenire; e cossì, per a l'incontro, abbi tu quella fermezza nelle cose inferiori che lei può avere nelle superiori. - Anzi, soggionse Giove, voglio che in certo modo in voi vegna ad essere una certa concordia d'una non leggiera sorte, ma di grandissima importanza; a fin che non pensi, che con esser bandita dal cielo vegni più relegata ne l'inferno, che, per il contrario, con esser tolta da l'inferno, vegni collocata in cielo: di maniera che la condizion de la Ricchezza, la quale ho detta, vegna incomparabilmente meglior che la tua. Però voglio, che tanto si manche che l'una discacce l'altra dal loco del suo maggior domìno, che più tosto l'una si mantegna e fomente per l'altra, di maniera che tra voi sia strettissima amicizia e familiaritade.
28
\ SAUL.\ Fatemi presto intendere come sia questo.
29
\ SOFIA\ Disse Giove, soggiongendo a quel ch'avea detto: -Tu, Povertà, quando sarai di cose inferiori, potrai esser gionta, alligata e stretta alla Ricchezza di cose superiori, quanto mai la tua contraria Ricchezza di cose inferiori esser possa; perché con questa nessuno, che è savio e vuole sapere, stimarà giamai posser aggiongersi a cose grandi, atteso che alla filosofia donano impedimento le ricchezze, e la Povertade porge camino sicuro ed ispedito: essendo che non può essere la contemplazione, ove è circonstante la turba di molti servi, dove è importuna la moltitudine di debitori e creditori, computi di mercanti, raggioni di villici, la pastura di tante pancie mal avezze, l'insidie di tanti ladroni, occhii de avidi tiranni ed exazioni de infidi ministri: di maniera che nessuno può gustar che cosa sia tranquillità di spirito, se non è povero o simile al povero. Appresso voglio che sia grande colui che ne la povertà è ricco, perché si contenta; e sia vile e servo colui che ne le ricchezze è povero, perché non è sazio. Tu sarai sicura e tranquilla; lei turbida, sollecita, suspetta ed inquieta; tu sarai più grande e magnifica, dispreggiandola, che esser mai possa lei, riputandosi e stimandosi; a te, per isbramarti, voglio che baste la sola opinione; ma per far lei satolla, non voglio che sia sufficiente tutta la possessione de le cose. Voglio che tu sii più grande con togliere dalle cupiditadi, che non possa esser quella con aggiongere alle possessioni. A te voglio che siano aperti gli amici, a quella occolti gli nemici. Tu con la legge della natura voglio che sie ricca, quella con tutti studii ed industrie civili poverissima; perché non colui che ha poco, ma quello che molto desidera, è veramente povero. A te (se strengerai il sacco della cupidità) il necessario sarà assai, e poco sarà bastante; ed a lei niente baste, benché ogni cosa con le spalancate braccia apprenda. Tu, chiudendo il desiderio tuo, potrai contendere de la felicità con Giove; quella, amplificando le fimbrie de la concupiscenza, più e più si sommerga al baratro de le miserie. - Conchiuso ch'ebbe Giove l'espedizione di costei, contentissima chiese licenza di far il suo camino; e la Ricchezza fece segno di volersi un'altra volta accostar, per sollicitar il conseglio con qualche nuova proposta; ma non gli fu lecito di giongere più paroli.
30
- Via, via! li disse Momo. Non odi quanti ti chiamano, ti cridano, ti priegano, ti sacrificano, ti piangono, e con sì gran voti e stridi, che ormai hanno tutti noi altri assorditi, ti appellano? E tu ti vai tanto trattenendo e strafuggendo per queste parti? Va via presto, a la mal'ora, se non ti piace andar a la buona. - Non t'impacciar di questo, o Momo, li disse il padre Giove, lascia che si parta e vada, quando gli pare e piace. - Ella mi par in vero, disse Momo, cosa degna di compassione ed una specie d'ingiustizia a riguardo de chi non vi provede, e puote, che questa meno vada a chi più la chiama e richiama, ed a chi più la merita, meno s'accosta. - Voglio, disse Giove, quel che vuole il fato.
31
\ SAUL.\ Fanne altrimente, dovea dire Momo.
32
\ SOFIA\ - Io voglio, ch'al rispetto de le cose là basso questa sia sorda: e che giamai, per esser chiamata, risponda o vegna; ma, guidata più da la sorte e la fortuna, vada a la cieca ed a tastoni ad comunicarsi a colui, che verrà a rancontrarsegli tra la moltitudine. - Quindi averrà, disse Saturno, che si comunicarà più presto ad uno de gran poltroni e forfanti, il numero de quali è come l'arena che ad alcuno che sia mediocremente uomo da bene: e più tosto ad uno di questi mediocri che sono assai, che ad uno de più principali che son pochissimi; e forse mai, anzi certamente mai a colui che è più meritevole che gli altri, ed unico individuo.
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\ SAUL.\ Che disse Giove a questo?
34
\ SOFIA\ - Cossì bisogna che sia; è donata dal fato questa condizione a la Povertà, che la sia chiamata con desiderio da rarissimi e pochissimi, ma che ella si comuniche e si presente a gli assaissimi e moltitudine più grande; la Ricchezza, per il contrario, chiamata, desiderata, invocata, adorata ed aspettata da quasi tutti, vada a far copia di sé a rarissimi, e quei che manco la coltivano ed aspettano. Questa sia sorda a fatto, che da quantunque grande strepito e fragore non si smuova e sia dura e salda che a pena tirata da rampini ed argani si approssime a chi la procaccia; e quella auritissima, prestissima, prontissima, che ad ogni minimo sibilo, cenno, da quantunque lontana parte chiamata, subito sia presente: oltre che per l'ordinario la si trova a la casa ed a te spalli de chi non solo non la chiama, ma ed oltre con ogni diligenza da lei s'asconde.
-35
Mentre la Ricchezza e la Povertà cedevano al luogo: - Olà, disse Momo, che ombra è quella familiare a que' dua contrarii, e che è con la Ricchezza e che è con la Povertà? Io soglio vedere d'un medesimo corpo ombre diverse; ma de diversi corpi medesima ombra, non giamai, che io abbia notato, eccetto ch'adesso. - A cui rispose Apollo: - Dove non è lume, tutto è un'ombra; ancor che sieno diverse ombre, se son senza lume, si confondeno e sono una: come quando son molti lumi senza che qualche densità di corpo opaco se gli oppona o interpona, tutti concorreno a far un splendore. -Qua non mi par che debbia esser cossì: disse Momo; perché, dove è la Ricchezza, ed è a fatto esclusa la Povertà, e dove è la Povertà, suppositalmente distinta da la Ricchezza, non come doi lumi concorrenti in un soggetto illuminabile, si vede quella essere un'ombra che è con l'una e con l'altra. -Guardala bene, o Momo, disse Mercurio, e vedrai che non è un'ombra. - Non dissi che è ombra, rispose Momo, ma che è gionta a quelli doi numi, come una medesima ombra a doi corpi. Oh adesso considero; la mi par la Avarizia, che è una ombra: è le tenebre che sono della Ricchezza, ed è le tenebre che sono de la Povertà. - Cossì è, disse Mercurio: è ella figlia e compagna della Povertà, nemicissima de la sua madre, e che quanto può la fugge; inamorata ed invaghita de la Ricchezza, alla quale, quantunque sia giunta, sempre sente il rigor de la madre che la tormenta: e benché li sia appresso, li è lungi, e benché li sia lungi, li è appresso, perché, se si gli discosta, secondo la verità gli è intrinseca, e gionta secondo l'esistimazione. E non vedi che essendo gionta e compagna de la Ricchezza, fa che la Ricchezza non sia Ricchezza, e lunghi essendo da la Povertà, fa che la Povertà non sia Povertà? Queste tenebre, questa oscurità, questa ombra è quella che fa la Povertà esser mala e la Ricchezza non esser bene; e non si trova senza malignar l'una de le due, o ambe due insieme; rarissime volte né l'una né l'altra: e questo è quando sono da ogni lato circondate dalla luce della raggione ed intelletto. - Qua dimandò Momo a Mercurio, che li facesse intendere come quella faceva la Ricchezza non essere ricchezze. A cui rispose, che il ricco avaro è poverissimo; perché l'avarizia non è dove sono ricchezze, se non vi è anco la Povertà; la quale non men veramente se vi trova per virtù de l'affetto, che ritrovar si possa per virtù d'effetto; di sorte che questa ombra, al suo marcio dispetto, mai si può discostare da la madre più che da se stessa.
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Mentre questo dicevano, Momo, il quale non è senza buonissima vista (benché non sempre vegga a la prima), con avere messo più d'attenzione: - O Mercurio, disse, quello ch'io ti dicevo essere come un'ombra, adesso scorgo che son tante bestie insieme insieme; perché la veggio canina, porcina, arietina, scimica, orsina, aquilina, corvina, falconina, leonina, asinina, e quante nine e nine bestie giamai fûro; e tante bestie è pur un corpo. La mi par certo il pantamorfo de gli animali bruti. - Dite meglio, rispose Mercurio, che è una bestia moltiforme; la pare una, ed è una; ma non è uniforme, come è proprio de vizii de aver molte forme, percioché sono informi e non hanno propria faccia, al contrario de le virtudi. Qualmente vedi essere la sua nemica liberalitade, la quale è semplice ed una; la giustizia è una e semplice; come ancora vedi la sanità essere una, e gli morbi innumerabili. - Mentre Mercurio diceva questo, Momo gl'interruppe il raggionamento, e gli disse: - Io veggio, che la ha tre teste in sua mal'ora; pensavo, o Mercurio, che la vista mi fusse turbata, quando di questa bestia sopra un busto scorgevo uno ed uno ed un altro capo; ma, poi che ho voltato l'occhio per tutto, e visto che non è altro che mi paia similmente, conchiudo che non è altrimente che come io veggio. - Tu vedi molto bene, rispose Mercurio. Di quelle tre teste l'una è la illiberalità, l'altra è il brutto guadagno, l'altra è la tenacità. - Dimandò Momo, se quelle parlavano; e Mercurio rispose che sì, e che la prima dice: Meglio esser più ricco che esser stimato più liberale e grato; la seconda: Non ti morir di fame per esser gentiluomo; la terza dice: Se non mi è onore, mi è utile. - E pur non hanno più che due braccia? disse Momo. - Bastano le due mani, rispose Mercurio, de le quali la destra è aperta aperta, larga larga, per prendere; l'altra è chiusa chiusa, stretta stretta, per tenere, e porgere come per distillazione e per lambicco, senza raggione di tempo e loco, come ancor senza raggione di misura. - Accostatevi alquanto più a me, tu, Ricchezza e Povertà, disse Momo, a fin che io possa meglior vedere la grazia di questa vostra bella pedissequa. - Il che essendo fatto, disse Momo: - È un volto, son più volti; è una testa, son più teste; è femina, è femina; ha la testa molto picciola, benché la faccia sia più che mediocre; è vecchia, è vile, è sordida, ha 'l viso rimesso, è di color nero; la veggio rugosa, ed ha capelli retti ed adri, occhi attentivi, bocca aperta ed anelante, e naso ed artigli adunchi; (maraviglia) essendo un animal pusillo, ha il ventre tanto capace e voraginoso, imbecille, mercenario e servile, ch'il volto drizzato a le stelle incurva. Zappa, s'infossa; e per trovar qualche cosa, s'immerge al profondo de la terra, e dando le spalli a la luce, a gli antri tende ed a le grotte, dove giamai giunse differenza del giorno e de la notte; ingrata, a la cui perversa speranza giamai fia molto, assai o bastante quel che si dona, e che quanto più cape tanto si fa più cupa: come la fiamma che più vorace si fa quanto è più grande. Manda, manda, scaccia, scaccia presto, o Giove, da questi tenimenti la Povertà e la Ricchezza insieme, e non permettere che s'accostino alle stanze de dei, se non vegnono senza questa vile ed abominevol fiera! - Rispose Giove: - Le vi verranno addosso ed appresso, come voi vi disporrete a riceverle. Per il presente se ne vadano con la già fatta risoluzione, e venemo noi presto al fatto nostro di determinare il nume possessor di questo campo.
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Ed ecco, mentre il padre degli dei si volta in circa, da per se medesima impudentemente e con una non insolita arroganza si fece innante la Fortuna, e disse: - Non è bene, o Dei consulari, e tu, o gran sentenziator Giove, che, dove parlano e possono essere tanto udite la Povertà e Ricchezza, io sia veduta come pusillanime tacere per viltade, e non mostrarmi, e con ogni raggione risentirmi. Io, che son tanto degna e tanto potente, che metto avanti la Ricchezza, la guido e spingo dove mi pare e piace, d'onde voglio la scaccio e dove voglio la conduco, con oprar la successione e vicissitudine de quella con la Povertade; ed ognun sa che la felicitade di beni esterni non si può riferir più alla Ricchezza, come a suo principio, che a me; sicome la beltà della musica ed eccellenza de l'armonia da qualcuno non si deve più principalmente referire alla lira ed instrumento, che a l'arte ed a l'artefice che le maneggia. Io son quella dea divina ed eccellente, tanto desiderata, tanto cercata, tanto tenuta cara, per cui per il più de le volte è ringraziato Giove, dalla cui mano aperta procede la ricchezza, e dalle cui palme chiuse tutto il mondo plora, e si metteno sozzopra le citadi, regni ed imperii. Chi mai offre voti alla Ricchezza o alla Povertà? chi le ringrazia mai? Ognuno che vuole e brama quelle, chiama me, invoca me, sacrifica a me; chiunque viene contento per quelle, ringracia me, rende mercé alla Fortuna, per la Fortuna pone al foco gli aromati, per la Fortuna fumano gli altari. E che sono una causa, la quale quanto son più incerta tanto sono più veneranda e formidanda, e tanto son desiderabile ed appetibile quanto mi faccio meno compagna e familiare; perché ordinariamente nelle cose meno aperte, più occolte e maggiormente secrete si trova più dignità e maestade. Io che col mio splendore infosco la virtude, denigro la veritade, domo e dispreggio la maggior e meglior parte di queste dee e dei che veggio apparecchiati e messi come in ordine per prendersi piazza in cielo; ed io che ancor qua, in presenza di tale e tanto senato, sola metto terrore a tutti; perché (benché non ho la vista che mi serva) ho pur orecchie, per le quali comprendo, ad una gran parte de loro, battere e percuotersi gli denti per il timore che concepeno dalla mia formidabile presenza; quantunque con tutto ciò non perdano l'ardire e presunzione di mettersi avanti, a farsi nominare, dove prima non è stato disposto della mia dignitade; che ho sovente, e più che sovente, imperio sopra la Raggione, Veritade, Sofia, Giustizia ed altri numi; li quali, se non vogliono mentire di quello che è a tutto l'universo evidentissimo, potranno dire se possono apportar computo del numero de le volte che le ho buttate giù da le catedre, sedie e tribunali loro, ed a mia posta le ho reprimute, legate, rinchiuse ed incarcerate. Ed anco per mia mercé poi ed altre volte hanno potuto uscire, liberarsi, ristabilirse e riconfirmarse, mai senza timore delle mie disgrazie. -Momo disse: - Comunemente, o cieca madonna, tutti gli altri dei aspettano la retribuzion di queste sedie per l'opre buone ch'han fatte, facciono e posson fare: e per tali il senato s'è proposto di premiar quelli; e tu, mentre fai la causa tua, ne ameni la lista e processo di que' tuoi delitti per gli quali non solo dereste esser bandita dal cielo, ma e da la terra ancora. - Rispose la Fortuna, che lei non era men buona che altri boni; e che la fusse tale, non era male; perché, quanto il fato dispone, tutto è bene; e se la natura sua fusse tale, come de la vipera, che è naturalmente velenosa, in questo non sarrebe sua colpa, ma o de la natura, o d'altro, che l'ha talmente instituita. Oltre che nessuna cosa è absolutamente mala; perché la vipera non è mortale e tossicosa a la vipera; né il drago, il leone, l'orso a l'orso, al leone, al drago; ma ogni cosa è mala a rispetto di qualch'altro; come voi, dei virtuosi, siete mali ad riguardo de viziosi, quei del giorno e de la luce son mali a quei de la notte ed oscuritade: e voi tra voi siete buoni, e lor tra loro son buoni; come aviene anco ne le sette del mondo nemiche, dove gli contrarii tra essi se chiamano figli de dei e giusti; e non meno questi di quelli, che quelli di questi, li più principali e più onorati chiamano peggiori e più riprovati. Io, dunque, Fortuna, quantunque a rispetto d'alcuni sia reproba, a rispetto d'altri son divinamente buona; ed è sentenza passata della maggior parte del mondo, che la fortuna de gli omini pende dal cielo; onde non è stella minima né grande, che appaia nel firmamento, da cui non si dica ch'io dispenso. - Qua rispose Mercurio, dicendo che troppo equivocamente era preso il suo nome: perché tal volta per la Fortuna non è altro che uno incerto evento de le cose; la quale incertezza a l'occhio de la providenza è nulla, benché sia massima a l'occhio de mortali. - La Fortuna non udiva questo, ma seguitava, ed a quel ch'avea detto, aggiunse che gli più egregii ed eccellenti filosofi del mondo, quali son stati Empedocle ed Epicuro, attribuiscono più a lei che a Giove istesso, anzi che a tutto il concilio de dei insieme. -Cossì tutti gli altri, diceva, e me intendeno Dea, e me intendeno celeste Dea, come credo che non vi sia novo a l'orecchie questo verso, il quale non è putto abecedario che non sappia recitare: Te facimus, Fortuna, deam, caeloque locamus.
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E voglio ch'intendiate, o Dei, con quanta verità da alcuni son detta pazza, stolta, inconsiderata, mentre son essi sì pazzi, sì stolti, sì inconsiderati che non sanno apportar raggione de l'esser mio; ed onde trovo di que' che son stimati più dotti che gli altri, quali in effetto dimostrano e conchiudeno il contrario, per quanto son costretti dal vero; talmente mi dicono irrazionale e senza discorso, che non per questo m'intendeno brutale e sciocca, atteso che con tal negazione non vogliono detraermi, ma attribuirmi di vantaggio; come ed io tal volta voglio negar cose piccole per concedere le maggiori. Non son, dunque, da essi compresa come chi sia ed opre sotto la raggione e con la raggione; ma sopra ogni raggione, sopra ogni discorso ed ogni ingegno. Lascio che pur in effetto s'accorgeno e confessano, ch'io ottegno ed esercito il governo e regno massime sopra gli razionali, intelligenti e divini: e non è savio che dica me effettuar col mio braccio sopra cose prive di raggione ed intelletto, quai sono le pietre, le bestie, gli fanciulli, gli forsennati ed altri che non hanno apprensione di causa finale e non possono oprare per il fine. - Te dirò, disse Minerva, o Fortuna, per qual caggione ti dicono senza discorso e raggione. A chi manca qualche senso, manca qualche scienza, e massime quella che è secondo quel senso. Considera di te, tu ora essendo priva del lume de gli occhi, li quali son la massima causa della scienza. - Rispose la Fortuna, che Minerva o s'ingannava lei, o voleva ingannar la Fortuna; e si confidava di farlo, perché la vedea cieca: -Ma, quantunque io sia priva d'occhio, non son però priva.d'orecchio ed intelletto, - gli disse.
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\ SAUL.\ E credi che sia vero questo, o Sofia?
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\ SOFIA\ Ascolta, e vedrai come sa distinguere, e come non gli sono occolte le filosofie e, tra l'altre cose, la Metafisica d'Aristotele. - Io, diceva, so che si trova chi dica la vista essere massimamente desiderata per il sapere; ma giamai conobbi sì stolto che dica la vista fare massimamente conoscere. E quando alcuno disse, quella essere massimamente desiderata, non voleva per tanto, che quella fusse massimamente necessaria, se non per la cognizione di certe cose: quai sono colori, figure, simmetrie corporali, bellezze, vaghezze ed altre visibili che più tosto sogliono perturbar la fantasia ed alienar l'intelletto; ma non che fusse necessaria assolutamente per le tutte o megliori specie di cognizione, perché sapea molto bene che molti, per dovenir sapienti, s'hanno cavati gli occhi; e di quei che o per sorte o per natura son stati ciechi, molti son visti più mirabili, come ti potrei mostrar assai Democriti, molti Tiresii, molti Omeri e molti come il Cieco d'Adria. Appresso credo che sai distinguere, se sei Minerva, che, quando un certo filosofo Stagirita disse che la vista è massimamente desiderata per il sapere, non comparava la vista con altre specie di mezzi per conoscere, come con l'udito, con la cogitazione, con l'intelletto; ma facea comparazione tra questo fine de la vista, che è il sapere, e altro fine, che la medesima si possa proponere. Però, se non ti rincresce d'andar sin ai campi Elisii a raggionar con lui (se pur non ha indi fatta partenza per altra vita, e bevuto de l'onde di Lete), vedrai che lui farà questa chiosa: Noi desideramo la vista massime per questo fine di sapere; e non quell'altra: Noi desideramo tra gli altri sensi massime la vista per sapere.
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\ SAUL.\ È maraviglia, o Sofia, che la Fortuna sappia discorrere meglio, e meglio intender gli testi che Minerva, la quale è soprastante a queste intelligenze.
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\ SOFIA\ Non ti maravigliare; perché, quando profondamente considerarai, e quando pratticarai e conversarai ben bene, trovarai che li graduati dei de le scienze e de l'eloquenze e de gli giudizii non sono più giudiziosi, più savi e più eloquenti de gli altri. Or, per seguitare il proposito della causa sua, che faceva la Fortuna nel senato, disse, parlando a tutti: - Niente, niente, o dei, mi toglie la cecità, niente che vaglia, niente che faccia alla perfezione de l'esser mio; per ciò che, s'io non fusse cieca, non sarei Fortuna, e tanto manca che per questa cecità possiate disminuire o attenuar la gloria di miei meriti, che da questa medesima prendo argumento della grandezza ed eccellenza di quelli: atteso che da quella verrò a convencere ch'io sono meno astratta da gli atti della considerazione, e non posso esser ingiusta nelle distribuzioni. - Disse Mercurio a Minerva: - Non arrai fatto poco, quando arrai dimostrato questo. - E soggionse la Fortuna: - Alla mia giustizia conviene essere tale; alla vera giustizia non conviene, non quadra, anzi ripugna ed oltraggia l'opra de gli occhi. Gli occhi son fatti per distinguere e conoscere le differenze (non voglio per ora mostrar quanto sovente per la vista sono ingannati quei che giudicano); io sono una giustizia che non ho da distinguere, non ho da far differenze; ma come tutti sono principalmente, realmente e finalmente uno ente, una cosa medesima (perché lo ente, uno e vero son medesimo), cossì ho da ponere tutti in certa equalità, stimar tutti parimente, aver ogni cosa per uno, e non esser più pronta a riguardare, a chiamar uno che un altro, e non più disposta a donar ad uno che ad un altro, ed essere più inclinata al prossimo che al lontano. Non veggio mitre, toghe, corone, arti, ingegni; non scorgo meriti e demeriti; perché, se pur quelli si trovano, non son cosa da natura altra ed altra in questo ed in quello, ma certissimamente per circostanze ed occasione, o accidente che s'offre, si rancontra e scorre in questo o in quello; e però, quando dono, non vedo a chi dono; quando toglio, non vedo a chi toglio: acciò che in questo modo io vegna a trattar tutti equalmente e senza differenza alcuna. E con questo certamente io vegno ad intendere e fare tutte le cose equali e giuste, e giusta- ed equalmente dispenso a tutti. Tutti metto dentro d'un'urna, e nel ventre capacissimo di quella tutti confondo, inbroglio ed exagito; e poi, zara a chi tocca; e chi l'ha buona, ben per lui, e chi l'ha mala, mal per lui! In questo modo, dentro l'urna de la Fortuna non è differente il più grande dal più picciolo; anzi là tutti sono equalmente grandi ed equalmente piccioli, perché in essi s'intende differenza da altri che da me: cioè prima che entrino ne l'urna, e dopo che esceno da l'urna. Mentre son dentro, tutti vegnono dalla medesima mano, nel medesimo vase, con medesima scossa isvoltati. Però, quando poi si prendeno le sorti, non è raggionevole che colui, a chi tocca mala riuscita, si lamente o di chi tiene l'urna, o de l'urna, o de la scossa, o di chi mette la mano a l'urna; ma deve, con la meglior e maggior pazienza ch'ei puote, comportar quel ch'ha disposto e come ha disposto, o è disposto il Fato: atteso che, quanto al rimanente, lui è stato equalmente scritto, la sua schedula era uguale a quella de tutti gli altri, è stato parimente annumerato, messo dentro, scrollato. Io dunque, che tratto tutto il mondo equalmente, e tutto ho per una massa, di cui nessuna parte stimo più degna ed indegna de l'altra, per esser vase d'opprobrio; io che getto tutti nella medesima urna della mutazione e moto, sono equale a tutti, tutti equalmente remiro, o non remiro alcuno particulare più che l'altro, vegno ad esser giustissima ancor ch'a tutti voi il contrario appaia. Or che a la mano, che s'intrude a l'urna, prende e cava le sorti, per chi tocca il male, e per chi tocca il bene, occorra gran numero d'indegni e raro occorrano meritevoli: questo procede dalla inequalità, iniquità ed ingiustizia di voi altri, che non fate tutti equali, e che avete gli occhi delle comparazioni, distinzioni, imparitadi ed ordini, con gli quali apprendete e fate differenze. Da voi, da voi, dico, proviene ogni inequalità, ogni iniquitade; perché la dea Bontade non equalmente si dona a tutti; la Sapienza non si communica a tutti con medesima misura; la Temperanza si trova in pochi; a rarissimi si mostra la Veritade. Cossì voi altri numi buoni siete scarsi, siete parzialissimi, facendo le distantissime differenze, le smisuratissime inequalitadi e le confusissime sproporzioni nelle cose particolari. Non sono, non son io iniqua, che senza differenza guardo tutti, ed a cui tutti sono come d'un colore, come d'un merito, come d'una sorte. Per voi aviene, che, quando la mia mano cava le sorti, occorrano più frequentemente, non solo al male, ma ancora al bene, non solo a gl'infortunii, ma ancora a le fortune, più per l'ordinario gli scelerati che gli buoni, più gl'insipidi che gli sapienti, più gli falsi che gli veraci. Perché questo? perché? Viene la Prudenza e getta ne l'urna non più che doi o tre nomi; viene la Sofia e non ve ne mette più che quattro o cinque; viene la Verità e non ve ne lascia più che uno, e meno, se meno si potesse: e poi di cento millenarii che son versati ne l'urna, volete che alla sortilega mano più presto occorra uno di questi otto o nove, che di otto o novecento mila. Or fate voi il contrario! Fa', dico, tu, Virtù, che gli virtuosi sieno più che gli viziosi; fa' tu, Sapienza, che il numero de savii sia più grande che quello de stolti; fa' tu, Verità, che vegni aperta e manifesta a la più gran parte: e certo certo a gli ordinarii premii e casi incontraranno più de le vostre genti che de gli loro oppositi. Fate che sieno tutti giusti, veraci, savii e buoni; e certo certo non sarà mai grado o dignità ch'io dispense, che possa toccare a buggiardi, a iniqui, a pazzi. Non son, dunque, più ingiusta io che tratto e muovo tutti equalmente, che voi altri che non fate tutti equali. Tal che, quando aviene che un poltrone o forfante monta ad esser principe o ricco, non è per mia colpa, ma per iniquità di voi altri che, per esser scarsi del lume e splendor vostro, non lo sforfantaste o spoltronaste prima, o non lo spoltronate e sforfantate al presente, o almeno appresso lo vegnate a purgar della forfantesca poltronaria, a fine che un tale non presieda. Non è errore che sia fatto un prencipe, ma che sia fatto prencipe un forfante. Or essendo due cose, cioè principato e forfantaria, il vizio certamente non consiste nel principato che dono io, ma ne la forfanteria, che lasciate esser voi. Io perché muovo l'urna e caccio le sorti, non riguardo più a lui che ad un altro; e però non l'ho determinato prima ad esser principe o ricco (benché bisogna che determinatamente alla mano uno occorra tra tutti gli altri); ma voi, che fate le distinzioni, con gli occhi mirando e communicandovi a chi più ed a chi meno, a chi troppo ed a chi niente, siete venuti a lasciar costui determinatamente forfante e poltrone. Se dunque, la iniquità consiste non in fare un prencipe, e non in arricchirlo, ma in determinare un suggetto di forfantaria e poltronaria, non verrò io ad essere iniqua, ma voi. Ecco dunque, come il Fato m'ha fatto equissima, e non mi può aver fatta iniqua, perché mi fa essere senz'occhi, a fin che per questo vegna a posser equalmente graduar tutti. - Qua soggionse Momo dicendo: -Non ti diciam iniqua per gli occhi, ma per la mano. - A cui quella rispose: - Né meno per la mano, o Momo; perché non son più io causa del male, che le prendo come vegnono, che quelli che non vegnono come le prendo: voglio dire, che non vegnono cossì senza differenza come senza differenza le piglio. Non son io causa del male, se le prendo come occorreno; ma essi che mi se presentano quali sono, ed altri che non le fanno essere altrimente. Non son perversa io, che cieca indifferentemente stendo la mano a quel che si presenta chiaro o oscuro, ma chi tali le fa, e chi tali le lascia, e me l'invia. - Momo suggionse: - Ma, quando tutti venessero indifferenti, uguali e simili, non mancareste per tanto ad essere pur iniqua: perché, essendo tutti equalmente degni di prencipato, tu non verrai a farli tutti prencipe, ma un solo tra quelli. - Rispose sorridendo la Fortuna: -Parliamo, o Momo, de chi è ingiusto, e non parliamo de chi sarrebe ingiusto. E certo, con questo tuo modo di proponere o rispondere, tu mi pari assai a sufficienza convitto, poiché da quel che è in fatto, sei proceduto a quel che sarrebe; e da quel che non puoi dire ch'io sono iniqua, vai a dire ch'io sarrei iniqua. Rimane dunque, secondo la tua concessione, ch'io son giusta, ma sarrei ingiusta; e che voi siete ingiusti, ma sarreste giusti. Anzi, a quel ch'è detto aggiongo, che non solamente non sono, ma né pure sarrei men giusta allora, quando voi m'offressi tutti uguali; perché, quanto a quello che è impossibile, non s'attende giustizia né ingiustizia. Or non è possibile che un principato sia donato a tutti; non è possibile che tutti abbiano una sorte; ma è possibile ch'a tutti sia ugualmente offerta. Da questo possibile séguita il necessario, cioè che de tutti bisogna che riesca uno; ed in questo non consiste l'ingiustizia ed il male; perché non è possibile che sia più ch'uno; ma l'errore consiste in quel che séguita, cioè che quell'uno è vile, che quell'uno è forfante, che quell'uno non è virtuoso; e di questo male non è causa la Fortuna che dona l'esser prencipe ed esser facultoso; ma la dea Virtù che non gli dona, né gli donò esser virtuoso. - Molto eccellentemente ha fatte le sue raggioni la Fortuna, disse il padre Giove, e per ogni modo mi par degna d'aver sedia in cielo; ma ch'abbia una sedia propria, non mi par convenevole, essendo che non n'ha meno che sono le stelle; perché la Fortuna è in tutte quelle non meno che ne la terra, atteso che quelle non manco son mondi che la terra. Oltre, secondo la generale esistimazion de gli uomini, da tutte si dice pendere la Fortuna: e certo, se avessero più copia d'intelletto, direbono qualche cosa di vantaggio. Però (dica Momo quel che gli piace), essendo che le tue raggioni, o Dea, mi paiono pur troppo efficaci, conchiudo che, se non offriranno in contrario de la tua causa altre allegazioni, che vagliano più di queste sin ora apportate, io non voglio ardire di definirti stanza, come già volesse astrengerti o relegarti a quella; ma ti dono, anzi ti lascio in quella potestà che mostri avere in tutto il cielo: poi che per te stessa tu hai tanta autorità, che puoi aprirti que' luoghi che son chiusi a Giove istesso insieme con tutti gli altri dei. E non voglio dir più circa quello per il che ti siamo tutti insieme ubligati assai assai. Tu, disserrando tutte le porte, ed aprendoti tutt'i camini e disponendoti tutte le stanze, fai tue tutte le cose aliene; e però non manca che le sedie che son degli altri, non siano pur tue; per ciò che quanto è sotto il fato della mutazione, tutto tutto passa per l'urna, per la rivoluzione e per la mano de l'eccellenza tua.

Dial. 2, parte 3

Terza parte del secondo dialogo.

1 Talmente, dunque, Giove negò la sedia d'Ercole a la Fortuna, che a suo arbitrio lasciò e quella ed altre tutte che sono ne l'universo. Dalla qual sentenza, comunque se sia, non dissentirno gli dei tutti; e la orba dea, vedendo la determinazion fatta citra ogni sua ingiuria, si licenziò dal Senato dicendo: - Io, dunque, me ne vo aperta aperta ed occolta occolta a tutto l'universo; discorro gli alti e bassi palaggi, e non meno che la morte so inalzar le cose infime e deprimere le supreme; ed al fine, per forza di vicissitudine, vegno a far tutto uguale, e con incerta successione e raggion irrazionale, che mi trovo (cioè sopra ed estra le raggioni particolari), e con indeterminata misura volto la ruota, scuoto l'urna, a fine che la mia intenzione non vegna incusata da individuo alcuno. Su, Ricchezza, vieni a la mia destra, e tu, Povertà, a la mia sinistra: menate vosco il vostro comitato; tu, Ricchezza, li ministri tanto grati, e tu, Povertà, gli tuoi tanto noiosi alla moltitudine. Seguiteno, dico, prima il fastidio e la gioia, la felicità ed infelicità, la tristizia, l'allegrezza; la letizia, la maninconia; la fatica, il riposo; l'ocio, l'occupazione; la sordidezza, l'ornamento. Appresso l'austerità, le delicie; il lusso, la sobrietà; la libidine, l'astinenza; l'ebrietà, la sete; la crapula, la fame; l'appetito, la sacietade; la cupidiggia, il tedio e saturità; la pienezza, la vacuità; oltre il dare, il prendere; l'effusione, la parsimonia; l'investire, il dispogliare; il lucro, la iattura; l'introito, l'exito; il guadagno, il dispendio; l'avarizia, la liberalitade, con il numero e misura, eccesso e difetto; equalitade, inequalitade; debito, credito, dopoi sicurtà, suspizione; zelo, adulazione; onore, dispreggio; riverenza, scherno; ossequio, dispetto; grazia, onta; agiuto, destituzione; disconforto, consolazione; invidia, congratulazione; emulazione, compassione; confidenza, diffidenza; dominio, servitù; libertà, cattività; compagnia, solitudine. Tu, Occasione, camina avanti, precedi gli miei passi, aprime mille e mille strade, va incerta, incognita, occolta, percioché non voglio che il mio advenimento sia troppo antiveduto. Dona de sghiaffi a tutti vati, profeti, divini, mantici e prognosticatori. A tutti quei che si attraversano per impedirne il corso nostro, donagli su le coste. Togli via davanti gli miei piedi ogni possibile intoppo. Ispiana e spianta ogni altro cespuglio de dissegni che ad un cieco nume possa esser molesto, onde comodamente per te, mia guida, mi fia definito il montare o il poggiare, il divertir a destra o a sinistra, il movere, il fermare, il menar ed il ritener de passi. Io in un momento ed insieme insieme vo e vegno, stabilisco e muovo, assorgo e siedo, mentre a diverse ed infinite cose con diversi mezzi de l'occasione stendo le mani. Discorremo dunque da tutto, per tutto, in tutto, a tutto: quivi con dei, ivi con gli eroi; qua con uomini, là.con bestie.
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Or essendo finita questa lite e donato spaccio alla Fortuna, voltato Giove a gli dei: - Mi par, disse, che in loco d'Ercole debba succedere la Fortezza, perché da dove è la verità, la legge, il giudicio, non deve esser lunghi la fortezza; perché constante e forte deve essere quella voluntà che administra il giudicio con la prudenza, per la legge, secondo la verità: atteso che come la verità e la legge formano l'intelletto, la prudenza, il giudicio e giustizia regolano la voluntà; cossì la constanza e fortezza conducono a l'effetto. Onde è detto da un sapiente: Non ti far giudice, se con la virtude e forza non sei potente a rompere le machine de l'iniquitade. - Risposero tutti gli dei: - Bene hai disposto, o Giove, che Ercole sin ora sia stato come tipo de la fortezza che dovea contemplarsi ne gli astri. Succedi tu, Fortezza, con la lanterna de la raggione innante, perché altrimente non sareste fortezza, ma stupidità, furia, audacia. E non sareste stimata fortezza, né men sareste; perché per pazzia, errore ed alienazion di mente verreste a non temere il male e la morte. Quella luce farà che non ardisci dove si deve temere: atteso che tal cosa il stolto e forsennato non teme che, quanto uno è più prudente e saggio, deve più paventare. Quella farà che dove importa l'onore, l'utilità publica, la dignità e perfezione del proprio essere, la cura delle divine leggi e naturali, ivi non ti smuovi per terrori che minacciano morte; sie presta ed ispedita dove gli altri son torpidi e tardi; facilmente comporti quel ch'altri difficilmente; abbi per poco o nulla ciò che altri stimano molto ed assai. Modera le tue male compagne: e quella che ti viene a destra con le sue ministre, Temeritade, Audacia, Presunzione, Insolenzia, Furia, Confidenzia; e quella, che ti vien alla sinistra con la Povertà di spirto, Deiezione, Timore, Viltade, Pusillanimitade, Desperazione. Conduci le tue virtuose figlie, Sedulità, Zelo, Toleranza, Magnanimità, Longanimità, Animosità, Alacrità, Industria, con il libro del catalogo delle cose che si governano con Cautela, o con Perseveranza, o con Fuga, o con Sufferenza; ed in cui son notate le cose ch'il forte non deve temere: cioè quelle che non ne fanno peggiore, come la Fame, la Nudità, la Sete, il Dolore, la Povertà, la Solitudine, la Persecuzione, la Morte; e de l'altre cose che, per ne rendere peggiori, denno essere con ogni diligenza fuggite: come l'Ignoranza crassa, l'Ingiustizia, l'Infidelità, la Buggia, l'Avarizia e cose simili. Cossì contemperandoti, non declinando a destra ed a sinistra, e non allontanandoti da tue figlie, leggendo ed osservando il tuo catalogo, non facendo estinto il tuo lume, sarai sola tutela de Virtudi, unica custodia di Giustizia e torre singulare de la Veritade; inespugnabile da' vizii, invitta da le fatiche, constante a gli perigli, rigida contra le voluttadi, spreggiatrice de la Ricchezza, domitrice della Fortuna, triomfatrice del tutto. Temerariamente non ardirai, inconsultamente non temerai; non affettarai gli piaceri, non fuggirai gli odori; per falsa lode non ti compiacerai, e per vituperio non ti sgomentarai; non t'inalzarai per le prosperitadi, non ti dismetterai per le adversitadi; non t'impiombarà la gravità de fastidii, non ti sulleverà il vento de la leggerezza; non ti farà gonfia la ricchezza, e non ti confondarà la povertade: spreggiarai il soverchio, arrai poco senso del necessario. Divertirai da cose basse, e sarai sempre attenta ad alte imprese.
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- Or, che ordine si prenderà per la mia Lira? - disse Mercurio. A cui rispose Momo: - Abbila per teco per tuo passatempo, quando ti trovi in barca o pur quando ti trovarai nell'ostarie. E se fai elezione di farne qualche presente, donandola a chi più meritevolmente si conviene, e non vuol andar troppo vagando per cercarlo, vattene a Napoli, a la piazza de l'Olmo; over in Venezia in piazza di S. Marco, circa il vespro: perché in questi doi luoghi compariscono gli corifei di color che montano in banco; ed ivi ti potrà occorrere quel megliore a cui iure meriti la si debbia. - Dimandò Mercurio: - Perché più tosto a megliori di questa che di altra specie? - Rispose Momo, che a questi tempi la lira è dovenuto principalmente instrumento da chiarlatani, per conciliarsi e trattenersi l'udienza, e meglior vendere le sue pallotte ed albarelli, come la rebecchina ancora è fatto instrumento da ciechi mendicanti. Mercurio disse: - E in mia potestà di farne quel che mi piace? - Cossì è, disse Giove; ma non già per ora di lasciarla star in cielo. E voglio (se cossì pare ancor a voi altri del conseglio) che in luogo di questa sua lira de le nove corde succeda la gran madre Mnemosine con le nove Muse, sue figlie. - Qua fêrno un chino di testa gli dei tutti in segno di approvazione; e la Dea promossa con le sue figlie rese le grazie. L'Aritmetrica, la quale è primogenita, disse che le ringraziava per più volte che non concepe individui e specie di numeri, ed oltre per più millenarii de millenarii che mai possa con le sue addizioni apportar l'intelletto; la Geometria più che mai forme e figure formar si vagliano, e che atomi possa mai incorrere per le fantastiche resoluzioni di continui; la Musica più che mai fantasia possa combinar forme di concenti e sinfonie; la Logica più che non fanno absurdità li suoi gramatici, false persuasioni i suoi retorici, e sofismi e false demostrazioni i dialettici; la Poesia più che, per far correre le lor tante favole, non hanno piedi quanti han fatti e son per far versi i suoi cantori; la Astrologia più che contegna stelle l'inmenso spacio dell'eterea regione, se più dir si puote; la Fisica tante mercé li rese, quante possono essere prossimi e primi principii ed elementi nel seno de la natura; la Metafisica più che non son geni d'idee e specie de fini ed efficienti sopra gli naturali effetti, tanto secondo la realità che è ne le cose, quanto secondo il concetto representante; l'Etica, quanti possono essere costumi, consuetudini, leggi, giustizie e delitti in questo ed altri mondi de l'universo. La madre Mnemosine disse: - Tante grazie e mercé vi rendo, o dei, quanti esser possono particolari suggetti a la memoria ed a l'oblio, alla cognizione ed ignoranza. - Ed in questo mentre Giove ordinò alla sua primogenita Minerva, che gli porgesse quella scatola che teneva sotto il capezzal del letto; ed indi cacciò nove bussole, le quali contegnono nove collirii che son stati ordinati per purgar l'animo umano, e quanto alla cognizione e quanto alla affezione. E primamente ne donò tre alle tre primiere, dicendogli: - Eccovi il meglior unguento con cui possiate purgar e chiarir la potenza sensitiva circa la moltitudine, grandezza ed armonica proporzione di cose sensibili. - Ne dié uno a la quarta, e disse: - Questo servirà per far regolata la facultà inventiva e giudicativa. - Prendi questo, disse a la quinta, che con suscitar certo melancolico appulso è potente ad incitar a delettevole furore e vaticinio. - Donò il suo a la sesta, mostrandogli il modo, con cui mediante quello aprisse gli occhi de mortali alla contemplazion di cose archetipe e superne. La settima ricevé quello per cui meglio vien riformata la facultà razionale circa la contemplazion de la natura. La ottava, l'altro non meno eccellente che promove l'intelletto all'apprension di cose sopranaturali, in quanto che influiscono ne la natura e sono in certo modo absolute da quella. L'ultimo, più grande, più precioso e più eccellente, dié in mano de l'ultimogenita; la quale, quanto è posterior de l'altre tutte, tanto è più che tutte l'altre degna; e gli disse: - Ecco qua, Etica, con cui prudentemente, con sagacità, accortezza e generosa filantropia saprai instituir religioni, ordinar gli culti, metter leggi ed esecutar giudicii; ed approvare, confirmare, conservar e defendere tutto il che è bene instituito, ordinato, messo ed esecutato, accomodando quanto si può gli affetti ed effetti al culto de dei e convitto de gli uomini.
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- Che faremo del Cigno? - dimandò Giunone. Rispose Momo: -Mandiamolo in nome del suo diavolo a natar con gli altri, o nel lago di Pergusa, o nel fiume Caistro, dove arrà molti compagni - Non voglio cossì, disse Giove; ma ordino che nel becco sia marcato del mio sigillo e messo nel Tamesi; perché là sarà più sicuro ch'in altra parte, atteso che per la tema di pena capitale non mi potrà essere così facilmente rubbato. - Saviamente, suggionsero gli dei, hai provisto, o gran padre; - ed aspettavano che Giove determinasse del successore. Onde séguita il suo decreto il primo presidente, e dice: - Mi par molto convenevole che vi sia locata la Penitenza, la qual tra le virtudi è come il cigno tra gli ucelli: perché la non ardisce, né può volar alto per il gravor dell'erubescenza ed umile recognizion di se stessa, si mantiene sommessa; però, togliendosi a l'odiosa terra, e non ardendo de s'inalzare al cielo, ama gli fiumi, s'attuffa a l'acqui, che son le lacrime della compunzione nelle quali cerca lavarsi, purgarsi, mondarsi, dopo ch'a sé nel limoso lido de l'errore insporcata dispiacque, mossa dal senso di tal dispiacere, è incorsa la determinazione del corregersi, e, quanto possibil fia, farsi simile alla candida innocenza. Con questa virtù risaleno l'anime che son ruinate dal cielo ed inmerse a l'Orco tenebroso, passate per il Cocito de le voluttadi sensitive, ed accese dal Periflegetonte de l'amor cupidinesco ed appetito di generazione; de quali il primo ingombra il spirto di tristizia, ed il secondo rende l'alma disdegnosa; come per rimembranza de l'alta ereditade ritornando in se medesima, dispiace a se medesima per il stato presente; si duole per quel che si delettò e non vorrebe aver compiaciuto a se stessa: ed in questo modo viene a poco a poco a dispogliarsi dal presente stato, attenuandosegli la materia carnale ed il peso de la crassa sustanza; si mette tutta in piume, s'accende e si scalda al sole, concepe il fervido amor di cose sublimi, doviene aeria, s'appiglia al sole e di bel nuovo si converte al suo principio. - Degnamente la Penitenza è messa tra le virtudi, disse Saturno; perché, quantunque sia figlia del padre Errore e de l'Iniquitade madre, è nulladimeno come la vermiglia rosa che da le adre e pungenti spine si caccia; è come una lucida e liquida scintilla che dalla negra e dura selce si spicca, fassi in alto e tende al suo cognato sole. - Ben provisto, ben determinato! - disse tutto il concilio de gli dei. - Sieda la Penitenza tra le virtudi, sia uno de gli celesti numi!
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A questa voce generale, prima ch'altro proponesse di Cassiopea, alzò la voce il furibondo Marte, e disse: - Non sia, o dei, chi tolga alla mia bellicosa Ispagna questa matrona che cossì boriosa, altiera e maestrale non si contentò di salir al cielo senza condurvi la sua catedra col baldacchino. Costei (se cossì piace al padre summitonante, e se voi altri non volete discontentarmi a rischio di patir a buona misura il simile, quando mi passarete per le mani) vorrei che, per aver costumi di quella patria, e parer ivi nata, nodrita ed allevata, determiniate che la vi soggiorne. - Rispose Momo: - Non sia chi tolga l'arroganza e questa femina, ch'è vivo ritratto di quella, al signor bravo capitan di squadre. - A cui Marte: - Con questa spada farò conoscere non solamente a te poveraccio, che non hai altra virtude e forza che de lingua fracida senza sale; ma ed oltre a qualsivogli'altro (fuor di Giove, per essere superior di tutti), che sotto quella che voi dite iattanza, dica non si trovar bellezza, gloria, maestà, magnanimità, e fortezza degna della protezion del scudo marziale; e di cui l'onte non son indegne d'esser vendicate da questa orribil punta chi ha soluto domar uomini e dei. - Abbila pur, soggionse Momo, in tua mal'ora teco: perché tra noi altri dei non vi trovarai un altro sì bizzarro e pazzo, che, per guadagnarsi una de queste colubre e tempestose bestie, voglia mettersi a rischio di farsi rompere il capo. - Non te incolerar, Marte, non ti rabbiar, Momo, disse il benigno protoparente. Facilmente a te, dio de la guerra, si potrà concedere liberamente questa cosa, che non è troppo d'importanza, se ne bisogna talvolta, al nostro dispetto, comportar, che con la sola autorità della tua fiammeggiante spada commetti tanti stupri, tanti adulterii, tanti latrocinii, usurpazioni ed assassinii. Va' dunque, che io insieme con gli altri dei la commettemo in tutto alla tua libidinosa voglia; sol che non più la facci induggiar qua in mezzo a gli astri, vicina a tante virtuose dee. Vada con la sua catedra a basso, e conduca la Iattanzia seco. E ceda il luogo alla Semplicità, la qual declina dalla destra di costei, che ostenta e predica più di quel che possiede, e dalla sinistra della Dissimulazione la quale occolta e finge di non aver quel ch'ave, e mostra posseder meno di quel che si trova. Questa pedissequa de la Veritade non deve lungi peregrinare dalla sua regina, benché talvolta la dea Necessitade la costringa di declinare verso la Dissimulazione, a fine che non vegna inculcata la Simplicità o Veritade, o per evitar altro inconveniente. Questo facendosi da lei non senza modo ed ordine, facilmente potrà essere fatto ancora senza errore e vizio. - Andando la Semplicità per prendere il suo luogo, comparve de incesso sicuro e confidente; al contrario de la Iattanzia e Dissimulazione, le quali caminano non senza tema, come con gli suspiciosi passi e formidoloso aspetto dimostravano. Lo aspetto della Simplicità piacque a tutti gli dei, perché per la sua uniformità in certa maniera rapresenta ed ha la similitudine del volto divino. Il volto suo è amabile, perché non si cangia mai; e però con quella raggione, per cui comincia una volta a piacere, sempre piacerà; e non per suo, ma per l'altrui difetto aviene che cesse d'essere amata. Ma la Iattanzia, la qual suol piacere, per donare ad intendere di possedere più di quel che possiede, facilmente, quando sarà conosciuta, non solo incorrerà dispiacenza, ma ed oltre, talvolta, dispreggio. Similmente la Dissimulazione, per esser altrimente conosciuta, che come prima si volse persuadere, non senza difficultade potrà venir in odio a colui da chi fu prima grata. Di queste dunque l'una e l'altra fu stimata indegna del cielo, e di esser unita a quello che suol trovarsegli in mezzo. Ma non tanto la Dissimulazione, di cui talvolta sogliono servirsi anco gli dei; perché talvolta, per fuggir invidia, biasmo ed oltraggio, con gli vestimenti di costei la Prudenza suole occultar la Veritade.
6
\ SAUL.\ È vero e bene, o Sofia; e non senza spirto di veritade mostrò il Poeta ferrarese, questa essere molto più conveniente a gli omini, se talvolta non è sconvenevole a dei:
Quantunque il simular sia le più volte
Ripreso, e dia di mala mente indici,
Si trova pur in molte cose e molte
Aver fatti evidenti benefici,
E danni, e biasmi, e morte aver già tolte;
Ché non conversiam sempre con gli amici
In questa assai più oscura che serena
Vita mortal, tutta d'invidia piena.

7
Ma vorrei sapere, o Sofia, in che maniera intendi la Simplicità aver similitudine del volto divino.
8
\ SOFIA\ Per questo, che la non può aggiongere a l'esser suo con la iattanza, e non può suttraere da quello con la simulazione. E questo procede dal non avere intelligenza ed apprensione di se stessa; come quello che è simplicissimo, se non vuol essere altro che semplicissimo, non intende se stesso. Perché quello che si sente e che si remira, si fa in certo modo molto, e, per dir meglio, altro ed altro; perché si fa obietto e potenza, conoscente e conoscibile: essendo che ne l'atto dell'intelligenza molte cose incorreno in uno. Però quella semplicissima intelligenza non si dice intendere se stessa, come se avesse un atto reflesso de intelligente ed intelligibile; ma perché è absolutissimo e semplicissimo lume, solo dunque se dice intendersi negativamente, per quanto non si può essere occolta. La Semplicità dunque, in quanto che non apprende e non commenta su l'esser suo, s'intende aver similitudine divina. Dalla quale a tutta distanza dechina la boriosa Iattanzia. Ma non tanto la studiosa Dissimulazione, a cui Giove fa lecito che talvolta si presente in cielo, e non già come dea, ma come tal volta ancella della Prudenza e scudo della Veritade.
9
\ SAUL.\ Or vengamo ad considerar quel ch'è fatto di Perseo e della sua stanza.
10
\ SOFIA\ - Che farai, o Giove, di questo tuo bastardo, che ti fêsti parturire a Danae? - disse Momo. Rispose Giove: -Vada, se cossì piace al senato intiero (perché mi par che qualche nuova Medusa si trova in terra, che, non meno che quella di già gran tempo, è potente di convertere in selce col suo aspetto chiunque la remira), vada a costei non come mandato da un nuovo Polidette, ma come inviato da Giove insieme con tutto il senato celeste; e veda se, secondo la medesima arte, possa superare tanto più orribile quanto più nuovo mostro. - Qua risorse Minerva, dicendo: - Ed io dal mio canto non mancarò d'accomodargli non men commodo scudo di cristallo con cui vegna ad abbarbagliar la vista de le nemiche Forcidi messe in custodia de le Gorgoni; ed io in presenza voglio assistergli, sin tanto che abbia disciolto il capo di questa Medusa dal suo busto. - Cossì, disse Giove, farai molto bene, mia figlia; ed io te impono questa cura, nella qual voglio che t'adopri con ogni diligenza. Ma non vorei che di nuovo faccia, che a danno de gli poveri popoli avenga che per le stille, che scorreranno da le vene incise, vegnano generati nuovi serpenti in terra, dove, a mal grado de miseri, vi se ne ritrovano pur assai e troppo. Però, montato sul Pegaso, che verrà fuori del fecondo corpo di colei, discorra (riparando al flusso de le goccie sanguinose) non già per l'Africa dove di qualche cattiva Andromeda vegna cattivo: dalla quale, avinta in ferree catene, vegna legato di quelle di diamante; ma col suo destriero alato discorra la mia diletta Europa; ed ivi cerca, dove son que' superbi e mostruosi Atlanti, nemici de la progenie di Giove, da cui temeno che gli vegnan tolte le poma d'oro, che sotto la custodia e serragli de l'Avarizia ed Ambizione tegnono occolte. Attenda ove son altre più generose e più belle Andromede che per violenza di falsa religione vegnono legate ed esposte alle marine belve. Guarde se qualche violento Fineo, constipato dalla moltitudine di perniciosi ministri, viene ad usurparsi i frutti dell'altrui industrie e fatiche. Se qualche numero de ingrati, ostinati ed increduli Polidetti vi presiede, facciasegli a il specchio tutto animoso innante, presentegli agli occhi ove possono remirar il suo fedo ritratto, dal cui orrendo aspetto impetrati perdano ogni perverso senso, moto e vita. -.
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- Bene ordinato il tutto, dissero gli dei. Perché è cosa conveniente che gionto ad Ercule, che col braccio della Giustizia e bastone del Giudicio è fatto domator de le corporee forze, compaia Perseo, che, col specchio luminoso della dottrina e con la presentazion del ritratto abominando de la scisma ed eresia, alla perniciosa conscienza de gli malfattori ed ostinati ingegni metta il chiodo, togliendoli l'opra di lingua, di mani e senso.
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\ SAUL.\ Venite ora, Sofia, a chiarirmi di quello ch'è ordinato a succedere a la piazza onde fece partenza costui.
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\ SOFIA\ Una virtude in abito e gesti niente dissimile a costui, che si chiama Diligenza, over Sollecitudine; la qual ha ed è avuta per compagna da la Fatica, in virtù della quale Perseo fu Perseo, ed Ercole fu Ercole, ed ogni forte e faticoso è faticoso e forte; e per cui il pronepote d'Abante av'intercetto alle Forcidi il lume, il capo a Medusa, il pennato destriero al tronco busto, le sacre poma al figlio di Climene ed Iapeto, la figlia di Cefeo ed Andromeda al Ceto, difesa la moglie dal rivale, revista Argo sua patria, tolto il regno a Preto, restituito quello a Crisio fratello, vendicatosi su l'ingrato e discortese re de l'isola Serifia; per cui, dico, si supera ogni vigilanza, si tronca ogni adversa occasione, si facilita ogni camino ed accesso, s'acquista ogni tesoro, si doma ogni forza, si toglie ogni cattività, s'ottiene ogni desio, si defende ogni possessione, si gionge ad ogni porto, si deprimeno tutti adversarii, si esaltano tutti amici e si vendicano tutte ingiurie; e finalmente si viene ad ogni dissegno. Ordinò dunque Giove, e questo ordine approvâro tutti dei, che la faticosa e diligente Sollecitudine si facesse innante. Ed ecco che la comparve, avendosi adattati gli talari de l'impeto divino con gli quali calpestra il sommo bene populare, spreggia le blande carezze de le voluttadi, che, come Sirene insidiose, tentano di ritardarla dal corso de l'opra che la ricerca ed aspetta. Appigliatasi con la sinistra al scudo risplendente dal suo fervore, che di stupida maraviglia ingombra gli occhi desidiosi ed inerti; compresa con la destra la serpentina chioma di perniciosi pensieri, a' quai sottogiace quell'orribil capo, di cui l'infelice volto da mille passioni di sdegno, d'ira, di spavento, di terrore, di abominio, di maraviglia, di melancolia e di lugubre pentimento disformato, sassifica ed instupisce chiunque v'affigge gli occhi; montata su quell'aligero cavallo della studiosa perseveranza, con il quale, a quanto si forza, a tanto arriva e giunge, superando ogni intoppo di clivoso monte, ritardamento di profonda valle, impeto di rapido fiume, riparo di siepe densissime e di quantunque grosse ed alte muraglia. Venuta dunque in presenza del sacrosanto senato, udì dal sommo preside queste paroli: - Voglio, o Diligenza, che ottegni questo nobil spacio nel cielo; perché tu sei quella che nutri con la fatica gli animi generosi. Monta, supera e passa con uno spirto, se possibil fia, ogni sassosa e ruvida montagna. Infervora tanto l'affetto tuo, che non solo resisti e vinci te stessa, ma, ed oltre, non abbi senso della tua difficultade, non abbi sentimento del tuo esser fatica; perché cossì la fatica non deve esser fatica a sé, come a se medesimo nessun grave è grave. Però non sarai degna fatica, se talmente non vinci te stessa, che non ti stimi essere quel che sei, fatica; atteso che, dovunque hai senso di te, non puoi essere superiore a te; ma, se non sei depressa o suppressa, vieni al meno ad essere oppressa da te medesima. La somma perfezione è non sentir fatica e dolore, quando si comporta fatica e dolore. Devi superarti con quel senso di voluttà, che non sente voluttà; quella voluttà dico, la quale, se fusse naturalmente buona, non verrebe dispreggiata da molti, come principio di morbi, povertade e biasimo. Ma tu, Fatica, circa l'opre egregie sii voluttà e non fatica a te stessa; vegni, dico, ad esser una e medesima cosa con quella, la quale fuor di quelle opre ed atti virtuosi sia a se stessa non voluttà, ma fatica intolerabile. Su dunque, se sei virtù, non occuparti a cose basse, a cose frivole, a cose vane. Se vuoi esser là dove il polo sublime della Verità ti vegna verticale, passa questo Apennino, monta queste Alpi, varca questo scoglioso Oceano, supera questi rigorosi Rifei, trapassa questo sterile e gelato Caucaso, penetra le inaccessibili erture, e subintra quel felice circolo, dove il lume è continuo e non si veggon mai tenebre né freddo, ma è perpetua temperie di caldo e dove eterna ti fia l'aurora o giorno. Passa dunque tu, dea Sollecitudine o Fatica; e voglio (disse Giove) che la difficultade ti corra avanti e ti fugga. Scaccia la Disaventura, apprendi la Fortuna pe' capelli; affretta, quando meglio ti pare, il corso della sua ruota; e quando ti sembra bene, figigli il chiodo, acciò non scorra. Voglio che teco vegna la Sanità, la Robustezza, l'Incolumità. Sia tua scudiera la Diligenza e tuo antesignano sia l'Esercizio. Sieguati l'Acquisizione con le munizioni sue, che son Bene del corpo, Bene de l'animo, e, se vuoi, Bene de la fortuna; e di questi voglio che più sieno amati da te quei che tu medesima hai acquistati, che altri che ricevi d'altrui: non altrimente che una madre ama più li figli, come colei che più le conosce per suoi. Non voglio che possi dividerti; perché, se ti smembrarai, parte occupandoti a l'opre de la mente e parte a l'oprazioni del corpo, verrai ad esser defettuosa a l'una e l'altra parte; e se più ti addonarai a l'uno, meno prevalerai ne l'altro verso: se tutta inclinarai a cose materiali, nulla vegni ad essere in cose intellettuali, e per l'incontro. Ordino a l'Occasione, che quando fia mestiero, ad alta voce o con cenno o con silenzio quella chiamatati, o ti esorti, o ti alletti, o ti inciti, o ti sforze. Comando alla Comodità ed Incomodità, che ti avertiscano quando si possano accollare, e quando si denno poner giù le sarcine, como talor quando è necessario transnatare. Voglio che la Diligenza ti toglia ogni intoppo; la Vigilanza ti farà la sentinella guardando circa in circa, a fin che cosa non ti s'appresse all'improviso; che la Indigenza ti averta dalla Sollecitudine e Vigilanza circa cose vane; la quale se non sarà udita da te, succeda al fine la Penitenza, la qual ti faccia esperimentar che è cosa più laboriosa aver menate le braccia vacue, che con le mani piene aver tirati sassi. Tu con gli piedi della Diligenza, quanto puoi, fuggi e ti affretta, pria che Forza maggior intervegna e toglia la Libertade over porga forza ed armi alla Difficultade.
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Cossì la Sollecitudine, avendo ringraziato Giove e gli altri, prende il suo camino e parla in questa forma: - Ecco, io Fatica muovo gli passi, mi accingo, mi sbraccio. Via da me ogni torpore, ogni ocio, ogni negligenza, ogni desidiosa acedia, fuori ogni lentezza! Tu, Industria mia, proponite avanti gli occhi della considerazione il tuo profitto, il tuo fine. Rendi salutifere quelle altrui tante calunnie, quelli altrui tanti frutti di malignitade ed invidia, e quel tuo raggionevole timore che ti cacciâro dallo tuo natio albergo, che ti alienaro da gli amici, che ti allontanâro dalla patria, e ti bandîro a poco amichevole contrade. Fa', Industria mia, meco glorioso quello essilio e travagli, sopra la quiete, sopra quella patria tranquillitade, commoditade e pace. Su, Diligenza, che fai? perché tanto ociamo e dormiamo vivi, se tanto tanto doviamo ociar e dormire in morte? Atteso che, se pur aspettiamo altra vita o altro modo di esser noi, non sarà quella nostra, come de chi siamo al presente; percioché questa, senza sperar giamai ritorno, eternamente passa. Tu, Speranza, che fai, che non mi sproni, che non m'inciti? Su, fa' ch'io aspetti da cose difficili exito salutare, se non mi affretto avanti tempo e non cesso in tempo; e non far ch'io mi prometta cosa per quanto viva, ma per quanto ben viva. Tu, Zelo, siimi sempre assistente, a fine ch'io non tente cose indegne di nume da bene, e che non stenda le mani a quei negocii che sieno caggione di maggior negocio. Amor di gloria, presentami avanti gli occhi quanto sia brutto a vedere, e cosa turpe di esser sollecito della sicurtà nell'entrata e principio del negocio. Sagacità, fa' che da le cose incerte e dubie non mi retire, né volte le spalli, ma da quelle pian piano mi discoste in salvo. Tu medesima (acciò ch'io non sia ritrovata da nemici, ed il furor di quelli non mi s'avente sopra) confondi, seguendomi, gli miei vestigi. Tu mi fa menar gli passi per vie distanti da le stanze de la Fortuna, perché la non ha lunghe le mani, e non può occupar se non quelli che gli son vicini, e non essagita se non color che si trovano dentro la sua urna. Tu farai ch'io non tente cosa, se non quando attamente posso; e fammi nel negocio più cauta che forte, se non puoi farmi equalmente cauta e forte. Fa' ch'il mio lavoro sia occolto e sia aperto: aperto, acciò che non ogniuno il cerca ed inquira; occolto, acciò che non tutti, ma pochissimi lo ritroveno. Perché sai bene che le cose occolte sono investigate, e le cose inserrate convitano gli ladroni. Oltre, quel che appare, è stimato vile, e l'arca aperta non è diligentemente ricercata, ed è creduto poco preggiato quello che non si vede con molta diligenza messo in custodia. Animosità, con la voce del tuo vivace fervore, quando la difficultà mi preme, oltraggia, e resiste, non mancar sovente d'intonarmi a l'orecchio quella sentenza: Tu ne cede malis, sed contra audentior ito.
15
Tu, Consultazion, mi farai intendere quando mi conviene sciôrre o rompere la mal impiegata occupazione; la qual degnamente prenderà la mira non ad oro e facultadi da volgari e sordidi ingegni; ma a que' tesori che meno ascosi e dispersi dal tempo, son celebrati e colti nel campo de l'eternitade; a fin che non si dica di noi, come di quelli: meditantur sua stercora scarabaei. Tu, Pazienza, confirmami, affrenami ed administrami quel tuo Ocio eletto, a cui non è sorella la Desidia, ma quello che è fratello de la Toleranza. Mi farai declinar dall'inquietudine ed inclinare alla non curiosa Sollecitudine. Allora mi negarai il correre, quando correr mi cale dove son precipitosi, infami e mortali intoppi. Allora non mi farai alzar l'ancora e sciôrre la poppa dal lido, quando aviene che mi commetta ad insuperabile turbulenza di tempestoso mare. Ed in questo mi donarai ocio di abboccarmi con la Consultazione, la quale mi farà guardar prima me stessa; secondo, il negocio ch'ho da fare; terzo, a che fine e perché; quarto, con quai circonstanze; quinto, quando; sesto, dove; settimo, con cui. Amministremi quell'ocio con cui io possa far cose più belle, più buone e più eccellenti che quelle che lascio; perché in casa de l'Ocio siede il Conseglio, ed ivi della vita beata, meglior che in altra parte, si tratta. Indi megliormente si contemplano le occasioni; da là con più efficacia e forza si può uscire al negocio, perché, senza esser prima a bastanza posato, non è possibile di posser appresso ben correre. Tu, Ozio, mi administra, per cui io vegna stimato manco ocioso che tutti gli altri; percioché per tuo mezzo accaderà, che io serva a la republica e defension de la patria più con la mia voce ed esortazione, che con la spada, lancia e scudo il soldato, il tribuno, l'imperatore. Accòstati a me tu, generoso ed eroico e sollecito Timore; e con il tuo stimolo fa' che io non perisca prima dal numero de gl'illustri che dal numero de vivi. Fa' che prima che il torpore e morte mi tolga le mani, io mi ritrove talmente provisto che non mi possa togliere la gloria de l'opre. Sollecitudine, fa' che sia finito il tetto prima che vegna la pioggia; fa' che si ripare a le fenestre pria che soffieno gli Aquiloni ed Austri di lubrico ed inquieto inverno. Memoria del bene adoperato corso della vita, farai tu che la senettute e morte pria mi tolga che mi conturbe l'animo. Tu, tema di perdere la gloria acquistata ne la vita, non mi farai acerba, ma cara e bramabile la vecchiaia e morte.
-16
\ SAUL.\ Ecco qua, o Sofia, la più degna ed onorata ricetta per rimediar alla tristizia e dolor che apporta la matura etade, ed all'importuno terror de la morte che da l'ora, che abbiamo uso di sensi, suol tiranneggiar il spirto de gli animanti. Onde ben disse il nolano Tansillo:
Godon quei, che non son ingrati al cielo,
E ad alte imprese non fur freddi e rudi;
Le staggion liete, allor che neve e gielo
Cadon su i colli d'erbe e di fior nudi,
Non han di che dolersi, ancor che, pelo
Cangiando e volto, cangin vita e studi.
Non ha l'agricoltor di che si doglia,.
Pur ch'al debito tempo il frutto coglia.

17
\ SOFIA\ Assai ben detto, Saulino. Ma è tempo che tu ti retiri; perché ecco il mio tanto amico nume, quella grazia tanto desiderabile, quel volto tanto spettabile da la parte orientale mi s'avicina.
18
\ SAUL.\ Bene dunque, mia Sofia, domani a l'ora solita, se cossì ti piace, ne revederemo. Ed io in questo mentre andarò a delinearmi quel tanto che oggi ho udito da te, a fine che megliormente la memoria de tuoi concetti possa, quando fia bisogno, rinovarmi, e più comodamente per l'avenir far di quella partecipe altrui.
19
\ SOFIA\ Maraviglia, che con più del solito frettolose piume mi viene a l'incontro; non lo veggio venir, secondo la sua consuetudine, scherzando col caduceo e battendo sì vagamente con l'ali l'aria liquidissimo. Parmi vederlo turbatamente negocioso. Ecco, mi rimira, e talmente ha ver' me conversi gli occhi che fa manifesto l'ansioso pensiero non pender da mia causa.
20
\ MERC.\ Propizio ti sia sempre il fato, impotente sia contra di te la rabbia del tempo, mia diletta e gentil figlia e sorella ed amica.
21
\ SOFIA\ Che cosa, o mio bel dio, ti fa sì turbato in vista, benché al mio riguardo non mi sei men ch'altre volte liberale di tua tanto gioconda grazia? perché ti ho veduto venir come in posta, e più accinto di andar e passar oltre che disposto de dimorar alquanto meco?
22
\ MERC.\ La caggion di questo è che sono in fretta mandato da Giove a proveder e riparar a l'incendio che ha cominciato a suscitar la pazza e fiera Discordia in questo Regno Partenopeo.
23
\ SOFIA\ In che maniera, o Mercurio, questa pestifera Erinni s'è da là de le Alpi ed il mare aventata a questo nobil paese?
24
\ MERC.\ Dalla stolta ambizione e pazza confidenza d'alcuno è stata chiamata; con assai liberali, ma non meno incerte promesse è stata invitata; da fallace speranza è stata commossa; è aspettata da doppia gelosia, la quale nel popolo adopra il voler mantenersi nella medesima libertade in cui è stato sempre, ed il temer di subintrar più arcta servitude; nel prencipe il suspetto di perder tutto, per aver voluto abbracciar troppo.
25
\ SOFIA\ Che cosa è primo origine e principio di questo?
26
\ MERC.\ La grande avarizia che va lavorando sotto pretesto di voler mantener la Religione.
27
\ SOFIA\ Il pretesto in vero mi par falso; e se non m'inganno, è inexcusabile: perché non si richiede riparo o cautela dove nessuna ruina o periglio minaccia, dove gli animi son tali quali erano, ed il culto di quella dea non cespita in queste come in altre parti.
28
\ MERC.\ E quando ciò fusse, non tocca a l'Avarizia, ma alla Prudenza e Giustizia di rimediarvi; perché ecco, che quello ha commosso il popolo a furore, ed a la occasione pare aver tempo d'invitar gli animi rubelli a non tanto defendere la giusta libertà, quanto ad aspirar ad ingiusta licenza, e governarsi secondo la perniciosa e contumace libidine, a cui.sempre fu prona la moltitudine bestiale.
29
\ SOFIA\ Dimmi, se non ti è grave, in che maniera dite che l'Avarizia vuol rimediare?
30
\ MERC.\ Aggravando gli castighi de delinquenti, di sorte che della pena d'un reo vegnano equalmente partecipi molti innocenti, e tal volta gli giusti; e con ciò vegna a farsi sempre più e più grasso il prencipe.
31
\ SOFIA\ È cosa naturale che le pecore ch'hanno il lupo per governatore, vegnano castigate con esser vorate da lui.
32
\ MERC.\ Ma è da dubitare che qualche volta sia sufficiente la sola cupa fame ed ingordiggia del lupo a farle colpevoli. Ed è contra ogni legge, che per difetto del padre, vegnano multati gli agnelli e la madre.
33
\ SOFIA\ È vero che mai ho trovato tal giudizio se non tra' fieri barbari, e credo che prima fusse trovato tra' Giudei, per esser quella una generazione tanto pestilente, leprosa e generalmente perniciosa, che merita prima esser spinta che nata. Sì che, per venire al nostro proposito, questa è la caggione che ti tien turbato, suspeso, e per cui fia mestiero che subito mi lasci?
34
\ MERC.\ Cossì è; ho voluto far questo camino per convenirti prima che giunga a le parti, dove ho drizzato il volo, per non farti vanamente aspettare, e non mancar a la promessa che feci ieri. A Giove ho mosso qualche proposito de casi tuoi, e lo veggio più ch'al solito inchinato a compiacerti. Ma per quattro o cinque giorni, ed oggi tra gli altri, io non ho ocio di trattar e conferir teco quello che doviamo negociare in proposito de l'instanza che devi fare; però arai pazienza in questo mentre, atteso che meglio è trovar Giove ed il senato feriante da altri impacci, che in quella maniera che puoi credere che sia al presente.
35
\ SOFIA\ Mi piace l'aspettare, perché con questo che la cosa verrà proposta più tardi, potrà anco megliormente essere ordinata. Ed a dire il vero, io in gran fretta (per non mancar il mio dovero per la promessa che ti avevo fatta di commetterti oggi la richiesta) non ho possuto satisfar a me medesima, atteso che penso che le cose denno essere esposte più per particolare che non ho fatto in questa nota; la quale ecco vi porgo, perché veggiate (se vi occorrerà ocio per il camino) la somma de le mie querele.
36
\ MERC.\ Io vedrò questa; ma voi farrete bene di servirvi della commodità di questo tempo per far più lungo e distinto memoriale, a fine che si possa a pieno provedere al tutto. Io adesso per la prima, per confondere la forza, voglio andar a suscitar l'Astuzia; acciò che gionta a l'Inganno, dettar possa una lettera di tradimento contra la pretenduta ambiziosa Ribellione; per la qual finta lettera si diverta l'empito maritimo del Turco, ed obste al Gallico furore ch'a lunghi passi da qua de l'Alpi per terra s'avicina. Cossì per difetto di Forza si spinga l'ardire, si tranquille il popolo, s'assicure il prencipe, ed il timore spinga la sete de l'Ambizione ed Avarizia senza bere. E con ciò al fine vegna richiamata la bandita Concordia, e posta nella sua catedra la Pace, mediante la confirmazione dell'antiqua Consuetudine di vivere, con abolizione di perigliosa ed.ingrata Novitade.
37
\ SOFIA\ Va dunque, mio Nume, e piaccia al fato che felicemente vegnano adempiti i tuoi dissegni, perché non vegna la mia nemica guerra a turbar il stato mio, non meno che quel de gli altri.

Dial. 3, parte 1

Prima parte del terzo dialogo.

1 \ SOFIA\ Non fia mestiero, Saulino, di farti intendere per il particolare tutti que' propositi che tenne la Fatica, o Diligenza, o Sollecitudine, o come la volete chiamare (perché ha più nomi che non potrei farti udire in una ora); ma non voglio passar con silenzio quello che successe subito che colei con le sue ministre e compagne andò a prendersi il loco là dove dicevamo essere il negocioso Perseo.
2
\ SAUL.\ Dite, che io vi ascolto.
3
\ SOFIA\ Subito (perché il sprone dell'Ambizione sovente sa spingere ed incitar tutti eroici e divini ingegni, sin a questi dei compagni Ocio e Sogno) avenne che non ociosa e sonnacchiosamente, ma solleciti e senza dimora, non sì tosto la Fatica e Diligenza disparve, che essi vi furono visti presenti. Per il che disse Momo: - Liberaci, Giove, da fastidio, perché veggio aperto che ancora non mancaranno garbugli dopo l'espedizione di Perseo, come n'abbiamo avuti tanti dopo quella d'Ercole. - A cui rispose Giove: - L'Ocio non sarrebe Ocio, ed il Sonno non sarrebe Sonno, se troppo a lungo ne dovessero molestare per troppa diligenza o fatica che debbano prendere; perché quella è discostata da qua, come vedi; e questi son qua solo in virtù privativa che consiste nell'absenza de la lor opposita e nemica. - Tutto passarà bene, disse Momo, se non ne faranno tanto ociosi e lenti, che per questo giorno non possiamo definire di quello che si deve conchiudere circa il principale. - Cominciò, dunque, l'Ocio in questa maniera a farsi udire: - Cossì l'Ocio, o dei, è talvolta malo, come la Diligenza e Fatica è più de le volte mala: cossì l'Ocio il più de le volte è conveniente e buono, come le sue volte è buona la Fatica. Non credo dunque, se giustizia tra voi si trova, che vogliate negarmi equale onore, se non è debito che mi stimiate manco degno. Anzi per raggione mi confido di farvi capire (per causa di certi propositi che ho udito allegare in lode e favore della diligenza e negocio) che quando saremo posti nel bilancio della raggionevole comparazione, se l'Ozio non si trovarà equalmente buono, si convencerà di gran vantaggio megliore, di maniera che non solo non la mi stimarete equalmente virtude, ma, oltre, contrariamente vizio.
4
Chi è quello, o dei, che ha serbata la tanto lodata età de l'oro? chi l'ha instituta, chi l'ha mantenuta, altro che la legge de l'Ocio, la legge della natura? Chi l'ha tolta via? chi l'ha spinta quasi irrevocabilmente dal mondo, altro che l'ambiziosa Sollecitudine, la curiosa Fatica? Non è questa quella ch'ha perturbato gli secoli, ha messo in scisma il mondo e l'ha condotto ad una etade ferrigna e lutosa ed argillosa, avendo posti gli popoli in ruota ed in certa vertigine e precipizio, dopo che l'ha sullevati in superbia ed amor di novità, e libidine de l'onore e gloria d'un particolare? Quello che, in sustanza, non dissimile a tutti, e tal volta, in dignitade e merito, è infimo a que' medesimi, con malignitade è stato forse superiore a molti, e però viene ad essere in potestà di evertere le leggi de la natura, di far legge la sua libidine, a cui servano mille querele, mille orgogli, mille ingegni, mille sollecitudini, mille di ciascuno de gli altri compagni, con gli quali cossì boriosa è passata avanti la Fatica; senza gli altri che sotto le vesti di que' medesimi coperti ed occolti non son apertamente giti, come l'Astuzia, la Vanagloria, il Dispreggio d'altri, la Violenza, la Malizia, la Fizione e gli seguaci loro che non son passati per la presenza vostra; quai sono Oppressione, Usurpazione, Dolore, Tormento, Timore e Morte; li quali son gli executori e vendicatori mai del quieto Ocio, ma sempre della sollecita e curiosa Industria, Lavoro, Diligenza, Fatica; e cossì di tanti altri nomi, di quanti, per meno essere conosciuta, se intitula, e per quali più tosto si viene ad occoltare che a farsi sapere.
5
Tutti lodano la bella età de l'oro, ne la quale facevo gli animi quieti e tranquilli, absoluti da questa vostra virtuosa dea; a gli cui corpi bastava il condimento de la fame a far più suave e lodevol pasto le ghiande, li pomi, le castagne, le persiche e le radici, che la benigna natura administrava, quando con tal nutrimento meglio le nutriva, più le accarezzava e per più tempo le manteneva in vita, che non possano far giamai tanti altri artificiosi condimenti ch'ha ritrovati l'Industria ed il Studio, ministri di costei; li quali, ingannando il gusto ed allettandolo, amministrano come cosa dolce il veleno; e mentre son prodotte più cose che piaceno al gusto, che quelle che giovano al stomaco, vegnono a noiar alla sanità e vita, mentre sono intenti a compiacere alla gola. Tutti magnificano l'età de l'oro, e poi stimano e predicano per virtù quella manigolda che la estinse, quella ch'ha trovato il mio ed il tuo: quella ch'ha divisa e fatta propria a costui e colui non solo la terra (la quale è data a tutti gli animanti suoi), ma, ed oltre, il mare, e forse l'aria ancora. Quella, ch'ha messa la legge a gli altrui diletti, ed ha fatto che quel tanto che era bastante a tutti, vegna ad essere soverchio a questi e meno a quell'altri; onde questi, a suo mal grado, crapulano, quelli altri si muoiono di fame. Quella ch'ha varcati gli mari, per violare quelle leggi della natura, confondendo que' popoli che la benigna madre distinse, e per propagare i vizii d'una generazione in un'altra; perché non son cossì propagabili le virtudi, eccetto se vogliamo chiamar virtudi e bontadi quelle che per certo inganno e consuetudine son cossì nomate e credute, benché gli effetti e frutti sieno condannati da ogni senso e ogni natural raggione. Quai sono le aperte ribaldarie e stoltizie e malignitadi di leggi usurpative e proprietarie del mio e tuo; e del più giusto, che fu più forte possessore; e di quel più degno, che è stato più sollecito e più industrioso e primiero occupatore di que' doni e membri de la terra, che la natura e, per conseguenza, Dio indifferentemente donano a tutti.
6
Io forse sarò men faurita che costei? Io, che col mio dolce che esce dalla bocca della voce de la natura, ho insegnato di viver quieto, tranquillo e contento di questa vita presente e certa, e di prendere con grato affetto e mano il dolce che la natura porge, e non come ingrati ed irreconoscenti neghiamo ciò che essa ne dona e detta, perché il medesimo ne dona e comanda Dio, autor di quella a cui medesimamente verremo ad essere ingrati. Sarà, dico, più favorita costei, che, sì rubella e sorda a gli consegli, e ritrosa e schiva contra gli doni naturali, adatta li suoi pensieri e mani ad artificiose imprese e machinazioni, per quali è corrotto il mondo e pervertita la legge de la nostra madre? Non udite come a questi tempi, tardi accorgendosi il mondo di suoi mali, piange quel secolo, nel quale col mio governo mantenevo gaio e contento il geno umano, e con alte voci e lamenti abomina il secolo presente, in cui la Sollecitudine ed industriosa Fatica, conturbando, si dice moderar il tutto con il sprone dell'ambizioso Onore?
O bella età de l'oro
Non già perché di latte
Se 'n corse il fiume e stillò mèle il bosco;
Non perché i frutti loro
Diêr da l'aratro intatte
Le terre, e gli angui errar senz'ira e tòsco;
Non perché nuvol fosco
Non spiegò allor suo velo,
E 'n primavera eterna,
Ch'ora s'accende e verna,
Rise di luce e di sereno il cielo,
Né portò peregrino
O guerra o merce a l'altrui lidi il pino:
Ma sol perché quel vano
Nome senza soggetto,
Quel idolo d'errori, idol d'inganno,
Quel che dal volgo insano
Onor poscia fu detto
Che di nostra natura il feo tiranno,
Non meschiava il suo affanno
Fra le liete dolcezze
De l'amoroso gregge;
Né fu sua dura legge
Nota a quell'alme in libertade avezze,
Ma legge aurea e felice,
Che Natura scolpì: S'ei piace, ei lice.

7
Questa, invidiosa alla quiete e beatitudine, o pur ombra di piacere che in questo nostro essere possiamo prenderci, avendo posta legge al coito, al cibo, al dormire, onde non solamente meno delettar ne possiamo, ma per il più sovente dolere e tormentarci; fa che sia furto quel che è dono di natura, e vuol che si spregge il bello, il dolce, il buono; e del male amaro e rio facciamo stima. Questa seduce il mondo a lasciar il certo e presente bene che quello tiene, ed occuparsi e mettersi in ogni strazio per l'ombra di futura gloria. Io di quel che con tanti specchi, quante son stelle in cielo, la verità dimostra, e quel che con tante voci e lingue, quanti son belli oggetti, la natura di fuore intona, vegno da tutti lati de l'interno edificio ad.esortarlo:
Lasciate l'ombre ed abbracciate il vero.
Non cangiate il presente col futuro.
Voi siete il veltro che nel rio trabocca,
Mentre l'ombra desia di quel ch'ha in bocca.
Aviso non fu mai di saggio o scaltro
Perder un ben per acquistarne un altro.
A che cercate sì lungi diviso
Se in voi stessi trovate il paradiso?
Anzi, chi perde l'un mentre è nel mondo
Non speri dopo morte l'altro bene.
Perché si sdegna il ciel dar il secondo
A chi il primero don caro non tene;
Cossì credendo alzarvi, gite al fondo;
Ed ai piacer togliendovi, a le pene
Vi condannate; e con inganno eterno,
Bramando il ciel, vi state ne l'inferno.

-8
Qua rispose Momo, dicendo che il conseglio non aveva tanto ocio, che potesse rispondere a una per ciascuna de le raggioni che l'Ocio, per non aver avuta penuria d'ocio, ha possute intessere ed ordinare. Ma che per il presente si servisse de l'esser suo, con andar ad aspettar per tre o quattro giorni; perché potrà essere che, per trovarsi gli dei in ocio, potessero determinar qualche cosa in suo favore; il che adesso è impossibile. Soggionse l'Ocio: -Siami lecito, o Momo, di apportar un altro paio di raggioni, in non più termini che in forma di un paio di sillogismi, più in materia efficaci che in forma. De quali il primo è questo: al primo padre de gli uomini, quando era buon omo, ed a la prima madre de le femine, quando era buona femina, Giove gli concese me per compagno; ma, quando devenne questa trista e quello tristo, ordinò Giove che se gli aventasse quella per compagna, a fin che facesse a costei sudar il ventre ed a colui doler la fronte.
9
\ SAUL.\ Dovea dire: sudar a colui la fronte, e doler a colei il ventre.
10
\ SOFIA\ - Or considerate, dei, disse, la conclusione che pende da quel che io fui dechiarato compagno de l'Innocenza, e costei compagna del peccato. Atteso che, se il simile s'accompagna col simile, il degno col condegno, io vegno ad esser virtude e colei vizio, e per tanto io degno e lei indegna di tal sedia. Il secondo sillogismo è questo: Li dei son dei, perché son felicissimi; li felici son felici, perché son senza sollecitudine e fatica: fatica e sollecitudine non han color che non si muoveno ed alterano; questi son massime quei ch'han seco l'Ocio; dunque gli dei son dei, perché han seco l'Ocio.
-11
\ SAUL.\ Che disse Momo a questo?
12
\ SOFIA\ Disse che, per aver studiato logica in Aristotele, non aveva imparato di rispondere a gli argumenti in quarta figura.
13
\ SAUL.\ E Giove che disse?
14
\ SOFIA\ Che di tutto, che lei avea detto e lui udito, non si ricordava altro che l'ultima raggione circa l'essere stato compagno del buono uomo e femina; intorno alla quale gli occorreva, che gli cavali non pertanto son asini, perché si trovano in compagnia di quelli, né giamai la pecora è capra tra le capre. E soggionse che gli dei aveano donato a l'uomo l'intelletto e le mani, e l'aveano fatto simile a loro, donandogli facultà sopra gli altri animali; la qual consiste non solo in poter operar secondo la natura ed ordinario, ma, ed oltre, fuor le leggi di quella; acciò, formando o possendo formar altre nature, altri corsi, altri ordini con l'ingegno, con quella libertade, senza la quale non arrebe detta similitudine, venesse ad serbarsi dio de la terra. Quella certo, quando verrà ad essere ociosa, sarà frustratoria e vana, come indarno è l'occhio che non vede, e mano che non apprende. E per questo ha determinato la providenza, che vegna occupato ne l'azione per le mani, e contemplazione per l'intelletto; de maniera che non contemple senza azione, e non opre senza contemplazione. Ne l'età dunque de l'oro per l'Ocio gli uomini non erano più virtuosi che sin al presente le bestie son virtuose, e forse erano più stupidi che molte di queste. Or essendo tra essi per l'emulazione d'atti divini ed adattazione di spirituosi affetti nate le difficultadi, risorte le necessitadi, sono acuiti gl'ingegni, inventate le industrie, scoperte le arti; e sempre di giorno in giorno, per mezzo de l'egestade, dalla profundità de l'intelletto umano si eccitano nove e maravigliose invenzioni. Onde sempre più e più per le sollecite ed urgenti occupazioni allontanandosi dall'esser bestiale, più altamente s'approssimano a l'esser divino. De le ingiustizie e malizie che crescono insieme con le industrie, non ti devi maravigliare; perché, se gli bovi e scimie avessero tanta virtù ed ingegno, quanto gli uomini, arrebono le medesime apprensioni, gli medesimi affetti e gli medesimi vizii. Cossì tra gli uomini quei ch'hanno del porco, de l'asino e del bue, son certo men tristi, e non sono infetti di tanti criminosi vizii; ma non per ciò sono più virtuosi, eccetto in quel modo con cui le bestie, per non esser partecipi di altretanti vizii, vegnono ad esser più virtuose de loro. Ma noi non lodiamo la virtù de la continenza nella scrofa, la quale si lascia chiavare da un sol porco ed una volta l'anno; ma in una donna la quale non solo è sollecitata una volta dalla natura per il bisogno de la generazione, ma ed ancora dal proprio discorso più volte per l'apprensione del piacere, e per esser ella ancor fine degli suoi atti. Oltre di ciò non troppo, ma molto poco lodiamo di continenza una femina o un maschio porcino, il quale per stupidità e durezza di complessione avien che di rado e con poco senso vegna sollecitato da la libidine, come quell'altro che per esser freddo e maleficiato, e quell'altro per esser decrepito; altrimente deve esser considerata la continenza, la quale è veramente continenza e veramente virtù in una complessione più gentile, più ben nodrita, più ingegnosa, più perspicace e maggiormente apprensiva. Però per la generalità de regioni a gran pena è virtù ne la Germania, assai è virtù ne la Francia, più è virtù ne l'Italia, di vantaggio è virtù nella Libia. Là onde, se più profondamente consideri, tanto manca che Socrate revelasse qualche suo difetto, che più tosto venne a lodarsi tanto maggiormente di continenza, quando approvò il giudicio del fisionomista circa la sua natural inclinazione al sporco amor di gargioni. Se dunque, Ocio, consideri quello che si deve considerar da questo, trovarai che non per tanto nella tua aurea etade gli uomini erano virtuosi, perché non erano cossì viziosi, come al presente; atteso che è differenza molta tra il non esser vizioso e l'esser virtuoso; e non cossì facilmente l'uno si tira da l'altro, considerando che non sono medesime virtudi dove non son medesimi studi, medesimi ingegni, inclinazioni e complessioni. Però, per comparazione da pazzi ed ingegni cavallini, aviene che gli barbari e salvatici si tegnon megliori che noi altri dei, per non esser notati di que' vizii medesimi; per ciò che le bestie, le quali son molto meno in tai vizii notabili che essi, saranno per questo molto più buone che loro. A voi dunque, Ocio e Sonno, con la vostra aurea etade converrà bene che non siate vizii qualche volta ed in qualche maniera; ma giamai ed in nessun modo che siate virtudi. Quando dunque tu, Sonno, non sarai Sonno, e tu, Ozio, sarai Negocio, allora sarete connumerati tra virtudi ed essaltati. - Qua il Sonno si fece un passetto avanti, e si fricò alquanto gli occhi per dire ancora lui qualche cosetta ed apportar qualche picciolo proposito avanti il Senato, per non parer d'esservi venuto in vano. Quando Momo il vedde cossì suavemente rimenarsi pian pianino, rapito dalla grazia e vaghezza de la dea Oscitazione, che, come aurora avanti il sole, precedeva avanti a lui, in punto di voler far ella il prologo; e non osando di scuoprir il suo amor in conspetto de gli dei, per non essergli lecito di accarezzar la fante, fece carezze al signore in questa foggia (dopo aver gittato un caldetto suspiro), parlando per lettera, per fargli più riverenza ed onore:
Somne, quies rerum, placidissime somne deorum,
Pax animi, quem cura fugit, qui corpora duris
Fessa ministeriis mulces reparasque labori.

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Non sì tosto ebbe cominciata questa cantilena il dio de le riprensioni (il quale per la già detta caggione s'era dismenticato de l'ufficio suo), che il Sonno, invaghito per il proposito di tante lodi e demulcto dal tono di quella voce, invita a l'udienza il Sopore che gli alloggiava ne gli precordii. Il quale, dopo aver fatto cenno alle fumositadi che faceano residenza nel stomaco, gli montorno tutti insieme sul cervello, e cossì vennero ad aggravarli la testa, e con questo vennero a discioperarsi gli sensi. Or mentre il Ronfo sonavagli li scifoli e tromboni innante, andò trepidando trepidando a curvarsi e dar il capo in seno di madonna Giunone; e da quel chino avenne (perché questo dio va sempre in camicia e senza braghe) che, per essere la camicia troppo corta, mostrò le natiche, il coliseo e la punta del campanile a Momo e tutti gli altri dei ch'erano da quella parte. Or, con questa occasione, ecco venuto in campo il Riso, con presentar a gli occhi del Senato la prospettiva di tanti ossetti, che tutti eran denti; e facendosi udire con la dissonante musica di tanti cachinni, interruppe il filo de l'orazione a Momo. Il qual, non possendosi risentir contra costui, tutto il sdegno suo converse contra il Sonno che l'avea provocato, con non premiarlo al meno di buona attenzione, e di sopragionta con andar ad offrirgli con tanta sollennitade il purgatorio, con la pera e baculo di Giacobbe, come per maggior dispreggio del suo adulatorio ed amatorio dicendi genus. Là onde ben si accorgeva che gli dei non tanto ridevano per la condizion del Sonno, quanto per il strano caso intervenuto a lui, e perché il Sonno era giocatore ed egli era suggetto di questa comedia; e con ciò avendogli la Vergogna d'un velo sanguigno ricoperto il volto: - A chi tocca, disse, di levarci dinanzi questo ghiro? chi fa che sì a lungo questo ludibrioso specchio ne si presente a gli occhi? - In tanto la dea Poltronaria, commossa da la rabbiosa querela di Momo (dio de' non più volgari ch'abbia il cielo), se mise il suo marito in braccio; e presto, avendolo indi tolto, lo menò verso la cavità d'un monte vicino a gli Cimmerii; e con questi si partiro li suoi tre figli Morfeo, Icilone e Fantaso; che tutti tosto si ritrovorno là dove da la terra perpetue nebbie exalano, caggionando eterno crepuscolo a l'aria: dove vento non soffia, e la muta Quiete tiene un suo palaggio ancora vicino a la regia del Sonno; avanti il cui atrio è un giardino di tassi, faghi, cipressi, bussi e lauri; nel cui mezzo è una fontana, che deriva da un picciol rio, che dal rapido varco del fiume leteo, divertendo dal tenebroso inferno alla superficie de la terra, ivi viene a discuoprirsi al cielo aperto. Qua il dormiglioso dio rimesero nel suo letto, di cui d'ebano le tavole, di piume i strami ed il padiglion di seta di color pardiglio.
16
In questo mentre, presa avendo licenza il Riso, se partì dal conclave; ed essendo rimesse al suo sesto le bocche e ganasse de gli dei, che poco mancò che non venesse smascellato alcuno di essi, l'Ocio, il qual solo ivi era rimaso, vedendo il giudicio de' dei non troppo inchinato al suo favore, e desperando di profittar oltre in qualche maniera, se le sue quasi tutte e più principali raggioni non erano accettate, ma, tante quante fûro, di rovescio erano state ributtate a terra, dove per forza de la repulsa altre erano mal vive, altre erano crepate, altre aveano il collo rotto, altre in tutto erano andate in pezzi e fracasso: stimava ogni momento un anno, per pigliar occasione di tôrsi de là di mezzo, prima che forse gli potesse intravenire qualche vituperosa disgrazia simile a quella del suo compagno, per rispetto del quale dubitava che Momo non gli aggravasse le censure contra. Ma quello, scorgendo il spavento, che costui aveva di fatti non suoi: - Non dubitar, povera persona, gli disse; perché io, instituito dal fato advocato de poveri, non voglio mancar di far la causa tua. -E voltato a Giove, gli disse: - Per il tuo dire, o Padre, intorno alla causa de l'Ocio, comprendo che non sei a pieno informato de l'esser suo, della sua stanza e de gli suoi ministri e corte; la qual certamente se verrai a conoscere, facilmente mi persuado che, se non come Ocio lo vuoi incatedrare nelle stelle, almeno come Negocio lo farai alloggiare insieme con quell'altro, detto e stimato suo nemico; con il qual, senza farsi male l'un l'altro, potrà far perpetuo soggiorno. - Rispose Giove, che lui desiderava occasione di poter giustamente contentar l'Ocio, de le cui carezze non è mortale né dio che non soglia sovente delettarsi; però che volentieri l'ascoltarebbe, se gli facesse intendere qualche nervosa causa in suo favore. - Ti par, Giove, disse, che in casa de l'Ocio sia ocio, quanto a la vita attiva, là dove son tanti gentiluomini di compagnia e servitori che si alzano ben per tempo la mattina, per lavarsi tre e quatro volte con cinque o sette sorte d'acqua il volto e le mani, e che col ferro caldo e con l'impeciatura di felce spendeno due ore ad incresparsi e ricciarsi la chioma, imitando la alta e grande providenza, da cui non è capello di testa che non viene ad essere esaminato, acciò di quello secondo la sua raggione vegna disposto? Dove appresso con tanta diligenza si rassetta il giuppone, con tanta sagacità si ordinano le piegature del collaio, con tanta moderanza s'affibiano gli bottoni, con tanta gentilezza s'accomodano gli polsi, con tanta delicatura si purgano e si contemprano le unghie, con tanta giustizia, moderanza ed equità s'accopulano le braghe col giubbone, con tanta circonspezione si disponeno que' nodi de le stringhe; con tanta sedulità si menano e rimenano le cave palme, per far andar a sesto la calzetta; con tanta simmetria vanno a proporzionarsi gli termini e confini dove l'orificii de cannoni de le braghe s'uniscono a le calzette in circa la piegatura de le ginocchia, con tanta pazienza si comportano gli artissimi legami o garrettiere, perché non diffluiscano le calzette a far le pieghe e confondere la proporzione di quelle con le gambe; dove col polso della difficultade dispensa e decerne il giudicio, che, non essendo leggiadro e convenevole che la scarpa s'accommode al piede, vegna il piede largo, distorto, nodoso e rozzo, al suo marcio dispetto, ad accomodarsi con la scarpa stretta, dritta, tersa e gentile? Dove con tanta leggiadria si muoveno gli passi, si discorre, per farsi contemplare, la cittade, si visitano ed intertegnono le dame, si balla, si fa de capriole, di correnti, di branli, di tresche; e quando altro non è che fare, per essersi stancato ne le dette operazioni, ad evitar l'inconveniente di commettere errori, si siede a giocare di giuochi da tavola, ritrandosi da gli altri più forti e faticosi: ed in tal maniera s'evitano tutti li peccati, se quelli non son più che sette mortali e capitali, perché, come disse un Genoese giocatore: - Che Superbia vuoi tu ch'abbia un uomo il quale, avendo perduti cento scudi con un conte, si mette a giocar per vencere quattro reali ad un famiglio? Che Avarizia può aver colui a cui mille scudi non durano otto giorni? Che Lussuria ed Amor cupidinesco può trovarsi in quello il quale ha messa tutta l'attenzion del spirto al giocare? Come potrai arguire d'Ira colui, che per tema ch'il compagno non si parta dal giuoco comporta mille ingiurie, e con gentilezza e pazienza risponde ad un orgoglioso che gli è avanti? Per qual modo può esser goloso chi mette ogni dispendio e applica ogni sollecitudine a l'esercizio suo? Che Invidia può essere in costui per quel ch'altri possieda, se getta via e par che spreggie il suo? Che Accidia può essere in quello che cominciando da mezo giorno, e tal volta da la mattina, insino a meza notte, mai cessa di giuocare? E vi par che faccia in questo mentre star in ocio gli servitori, e quelli che gli denno assistere, e quelli che gli denno administrare? al tempio, al mercato, a la cantina, a la cocina, a la stalla, al letto, al bordello? E per farvi vedere, o Giove, e voi altri dei, che in casa de l'Ozio non mancano de persone dotte e literate, occupate a studii, oltre quelle occupate a' negocii, de' quali abbiamo detto: pare a voi, che in casa de l'Ocio si stia in ocio quanto a la vita contemplativa, dove non mancano grammatici che disputano di chi è stato prima, il nome o il verbo? Perché l'adiettivo accade che si pona avanti ed appresso al sustantivo? Onde ne la dizione alcuna copula, quale, verbigrazia, et, si pone innanzi ed alcun'altra, quale per essempio, que, si pone a dietro? Come lo e e d con la giunta de temone e scissione del d per il mezzo, viene a far comodamente il ritratto di quel nume di Lampsaco, che per invidia commise l'asinicidio? Chi l'autore a cui legitimamente deve referirsi il libro della Priapea, il Maron mantuano, o pur il sulmonese Nasone? Lascio tanti altri bei propositi simili, e più gentili che questi.
17
Dove non mancano dialettici che inquireno se Crisaorio, che fu discepolo di Porfirio, avea bocca d'oro per natura, o per riputazione, o solamente per nomenclatura; se la Periermenia deve passar avanti, o venir appresso, o pur, ad libitum, mettersi innanzi ed a dietro de le Categorie; se l'individuo vago deve esser messo in numero e posto in mezzo, come un sesto predicabile, o pur essere come scudiero de la specie e caudatario del geno; se, dopo esser periti in forma sillogistica, doviamo per la prima applicarne al studio della Posteriore, dove si complisce l'arte giudicativa, o ver subito dar su la Topica, per cui si mette la perfezion de l'arte inventiva; se bisogna pratticar le captiuncule ad usum vel ad fugam vel in abusum: se gli modi, che formano le modali, son quattro, o quaranta, o quattrocento; non voglio dire mille altre belle questioni.
18
Dove son gli fisici che dubitano se de le cose naturali può essere scienza; se lo suggetto è ente mobile o corpo mobile, o ente naturale o corpo naturale; se la materia ave altro atto che entitativo; dove consiste la linea de la coincidenza del fisico e matematico; se la creazione e produzione de niente è o non; se la materia può essere senza la forma; se più forme sustanziali possono essere insieme; ed altri innumerabili simili quesiti circa cose manifestissime, se non con disutile investigazioni son messe in questione. Dove gli metafisici si rompeno la testa circa il principio dell'individuazione; circa il suggetto ente, in quanto ente; circa il provar che gli numeri aritmetrici e magnitudini geometriche non son sustanza de le cose; circa le idee, se è vero ch'abbiano l'essere subsistenziale da per esse; circa l'essere medesimo o diverso subiettivamente ed obbiettivamente; circa l'essere ed essenzia; circa gli accidenti medesimi in numero in uno o più suggetti; circa l'equivocazione, univocazione ed analogia de lo ente; circa la coniunzione de le intelligenze a li orbi stelliferi, se la è per modo di anima o pur per modo di movente; se la virtù infinita possa essere in grandezza finita; circa la unità o pluralità de primi motori; circa la scala del progresso finito o infinito in cause subordinate; e circa tante e tante cose simili, che fanno freneticar tante cuculle, fanno lambiccar il succhio de la nuca a tanti protosofossi.
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Qua disse Giove: - O Momo, mi par che l'Ocio t'abbia guadagnato o subornato, che cossì ociosamente spendi il tempo ed il proposito. Conchiudi, perché è ben definito appresso di noi di quel che doviamo far di costui. - Lascio dunque, soggionse Momo, de referir tanti altri negociosi innumerabili che sono occupati in casa di questo dio: come è dir tanti vani versificatori ch'al dispetto del mondo si vogliono passar per poeti, tanti scrittori di fabole, tanti nuovi rapportatori d'istorie vecchie, mille volte da mille altri a mille doppia megliormente referite. Lascio gli algebristi, quadratori di circoli, figuristi, metodici, riformatori de dialettiche, instauratori d'ortografie, contemplatori de la vita e de la morte, veri postiglioni del paradiso, novi condottier di vita eterna novamente corretta e ristampata con molte utilissime addizioni, buoni nuncii di meglior pane, di meglior carne e vino, che non possa esser il greco di Somma, malvagia di Candia e asprinio di Nola. Lascio le belle speculazioni circa il fato e l'elezione, circa l'ubiquibilità d'un corpo, circa la eccellenza di giusticia che si ritrova ne le sanguisughe. - Qua disse Minerva: - Se non chiudi la bocca a questo ciancione, o padre, spenderemo in vani discorsi il tempo, e per il giorno d'oggi non sarà possibile di espedire il nostro principal negocio. - Però disse il padre Giove a Momo: - Non ho tempo di raggionar circa le tue ironie. Ma, per venire alla tua ispedicione, Ocio, ti dico, che quello che è lodevole e studioso Ocio, deve sedere e siede nella medesima catedra con la Sollecitudine, per ciò che la fatica deve maneggiarsi per l'ocio, e l'ocio deve contemperarsi per la fatica. Per beneficio di quello questa fia più raggionevole, più ispedita e pronta, perché difficilmente dalla fatica si procede a la fatica. E sì come le azioni senza premeditazione e considerazione non son buone, cossì senza l'ocio premeditante non vagliono. Parimente non può essere suave e grato il progresso da l'ocio a l'ocio, percioché questo giamai è dolce se non quando esce dal seno della fatica. Or fia dunque giamai, che tu Ocio, possi esser grato veramente, se non quando succedi a degne occupazioni. L'ocio vile ed inerte voglio che ad un animo generoso sia la maggior fatica che aver egli possa, se non se gli rapresenta dopo lodabile esercizio e lavoro. Voglio che ti aventi come signore alla Senettute, ed a colei farai spesso ritorcer gli occhi a dietro; e se la non ha lasciati degni vestigii, la renderai molesta, triste, suspetta del prossimo giudicio dell'impendente staggione che l'amena a l'inexorabile tribunal di Radamanto, e cossì vegna a sentir gli orrori della morte prima che la vegna.
20
\ SAUL.\ Ben disse a questo proposito il Tansillo:
Credete a chi può farven giuramento,
Che stato tristo non ha il mondo ch'aggia
Pena che vada a par del pentimento;
Poi ch'il passato non è chi riaggia.
E benché ogni pentir porti tormento,
Quel che più ne combatte e più ne oltraggia
E piaghe stampa che curar non lece,
È quand'uom poteo molto, e nulla fece.

21
\ SOFIA\ - Non meno, disse Giove; anzi più voglio che sia triste il successo dell'inutili negocii, de li quali alcuni ha recitati Momo che si trovano nella stanza de l'Ocio; e voglio che s'impiomba l'ira de' dei contra que' negociosi ocii ch'hanno messo il mondo in maggior molestie e travagli che mai avesse possuto mettere negocio alcuno. Que', dico, che vogliono convertere tutta la nobiltà e perfezione della vita umana in sole ociose credenze e fantasie, mentre talmente lodano le sollecitudini ed opre di giustizia, che per quelle dicano l'uomo non rendersi (benché si manifeste) megliore; e talmente vituperano gli vizii e desidie, che per quelli dicano gli uomini non farsi meno grati a que' dei a' quali erano grati, con tutto che ciò, e peggio, esser dovea. Tu, Ocio inerte, disutile e pernicioso, non aspettar che della tua stanza si dispona in cielo e per gli celesti dei; ma nell'inferno per gli ministri del rigoroso ed implacabile Plutone.
-22
Or non voglio riferire quanto ociosamente si portava l'Ocio nel caminarsene via, e con quante spuntonate incitato a pena si sapea muovere, se non che constretto dalla dea Necessitade, che gli dié de' calci, se rimosse da là, lamentandosi del conseglio, che non gli avea voluto concedere alcuni giorni di tempo e di termine, per partirsi dalla loro conversazione.

Dial. 3, parte 2

Seconda parte del terzo dialogo.

1 \ SOFIA\ Allora Saturno fece instanza a Giove, che nel disponere delle altre sedie fusse più ispedito, perché la sera s'approssimava; e che solamente s'attendesse al negocio principale di levare e mettere; e quanto a quello ch'appartiene a l'ordine con cui le virtù di dee ed altri si debano governare, si determinarà verso la più prossima festa principale, quando converrà ch'un'altra volta li dei convegnano insieme, che sarà la vigilia del Panteone. Alla cui proposta con un chino di testa fêrno segno tutti gli altri dei di consentire, eccetto la Pressa, la Discordia, l'Intempestività ed altri. - Cossì pare ancora a me, disse l'altitonante. - Su, dunque, soggionse Cerere: dove vogliamo inviar il mio Triptolemo, quel carrettiero che vedete là, quello per cui diedi il pane di frumento a gli uomini? Volete ch'io lo mande alle contrade de l'una e l'altra Sicilia, dove faccia la residenza; come vi ha tre tempii miei, che per sua diligenza ed opra mi fûro consecrati, l'uno nella Puglia, l'altro nella Calabria, l'altro nell'istessa Trinacria? - Fate quel che vi piace del vostro cultore e ministro, o figlia, disse Giove. Alla cui sedia succeda, se cossì pare a voi ancora, dei, la Umanità, che in nostro idioma è detta la dea Filantropia; di cui questo auriga massimamente par che sia stato il tipo. Lascio che lei fu che spinse te, Cerere, ad inviarlo, e che poi guidò lui ad eseguire i tuoi benefìci verso il geno umano. - Cossì è certo, disse Momo; percioché lei è quella per cui Bacco fa ne gli uomini sì bel sangue, e Cerere sì bella carne quale essere non posseva nel tempo de castagne, fave e ghiande. A questa dunque la Misantropia fugga avanti con la Egestade; e come è consueto e raggionevole, de le due ruote del suo carro la sinistra sia il Conseglio, la destra sia l'Aggiuto; e de' doi mitissimi draghi che tirano il temone, da la sinistra sarà la Clemenzia, da la destra il Favore.
-2
Propose appresso Momo a Mercurio quel che volesse fare del Serpentauro, perché gli parea buono ed accomodato per inviarlo a far il Marso chiarlatano, avendo quella grazia di maneggiar senza timore e periglio un tale e tanto serpente. Propose anco del serpente al radiante Apolline, se lo volea per cosa da servire a' suoi maghi e malefici, come è dire alle sue Circe e Medee per esecutar gli veneficii; o ver lo volea concedere a' suoi medici, come è dire ad Esculapio per farne tiriaca. Propose oltre a Minerva, se quest'uno gli avesse possuto servire per inviarlo a far vendetta di qualche risorto nemico Laocoonte. - Prendalo chi lo vuole, disse il gran Patriarca; e facciane quel che si voglia, tanto del serpe, quanto de l'Ofiulco, pur che si tolgano da là; ed in suo luogo succeda la Sagacità, la qual suole vedersi ed admirarsi nel Serpente. - Succeda dunque la Sagacitade, dissero tutti, atteso che non è men degna del cielo che la sua sorella Prudenza; perché dove quella sa comandare e mettere in ordine quel che s'è da fare e lasciare per venire a qualche dissegno, questa sappia prima e poi giudicare per forza di buona intelligenza, che la è; e discaccia la Grossezza, Inconsiderazione ed Ebetudine da le piazze, dove le cose si metteno in dubio o in consultazione. Dalli vasi della sapienza imbeva il sapere, onde concepa e parturisca atti di Prudenza.
-3
- Della Saetta, disse Momo, perché io mai fui curioso di saper a chi appartenesse, cioè, se fusse quella con cui Apolline uccise il gran Pitone, o pur quella per cui madonna Venere fece al suo poltroncello impiagar il feroce Marte, che per vendetta poi a quella cruda ficcò un pugnal sotto la pancia in sino a l'elsa; o pur una memorabile con la qual Alcide dismese la Regina de le Stimfalidi; o l'altra per cui l'apro Calidonio dié l'ultimo crollo; o ver sia reliquia o trofeo di qualche trionfo di Diana la castissima. Sia che si vuole, riprendesila il suo padrone, e se la ficche là dove gli piace.
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- Bene, rispose Giove, tolgasi da là insieme con la Insidia, la Calumnia, la Detrazione, atto de Invidia, e la Maldicenza; ed ivi succeda la buona Attenzione, Observanza, Elezione e Collimazion di regolato intento. E soggionse: De l'Aquila, ucello divino ed eroico e tipo de l'Imperio, io determino e voglio cossì, che vada a ritrovarsi in carne ed in ossa nella bibace Alemagna: dove più che in altra parte si trovarà celebrata in forma, in figura, in imagine ed in similitudine, in tante pitture, in tante statue, in tante celature, quanto nel cielo stelle si possono presentar a gli occhi de la Germania contemplativa. La Ambizione, la Presunzione, la Temeritade, la Oppressione, la Tirannia ed altre compagne e ministre di queste dee non bisogna che le mene seco là dove li bisognarebbe a tutte star in ocio; percioché la campagna non è troppo larga per esse; ma prendano il suo volo lungi da quel diletto almo paese, dove gli scudi son le scudelle, le celate son le pignatte e lavezzi, gli brandi son l'ossa inguainate in carne salata, le trombe son gli becchieri, urcioli e gli bocali, gli tamburi son gli barilli e botte, il campo è la tavola da bere, volsi dir da mangiare; le forterezze, gli baloardi, gli castegli, li bastioni son le cantine, le popine, le ostarie, che son di più gran numero che le stanze medesime. - Qua Momo disse: - Perdonami, gran padre, s'io t'interrompo il parlare. A me pare che queste dee compagne e ministre, senza che vi le mandi, vi si trovano; perché l'Ambizione circa l'essere superiore a tutti in farsi porco; la Presunzione del ventre, che pretende di ricevere non meno di alto che da alto vaglia mandar a basso il gorgazuolo; la Temeritade, con cui vanamente il stomaco tenta digerire quel che or ora, presto presto è necessario di vomire; la Oppressione de sensi e natural calore; la Tirannia della vita vegetativa, sensitiva ed intellettiva regnano più in questa sola che in tutte l'altre parti di questo globo. - È vero, o Momo, soggionse Mercurio; ma tali Tirannie, Temeritadi, Ambizioni ed altre simili cacodee, con le loro cacodemonesse, non son punto aquiline, ma da sanguisughe, pacchioni, sturni e ciacchi. Appresso, per venire al proposito della sentenza di Giove, la mi par molto pregiudiziosa alla condizione, vita e natura di questo regio ucello; il quale, perché poco beve e molto mangia e vora, perché ha gli occhi tersi e netti, perché è veloce nel corso, perché e con la levità de l'ali sue sopravola al cielo ed è abitante di luoghi secchi, sassosi, alti e forti, non può aver simbolo ed accordo con generazion campestre; ed a cui la doppia soma degli bragoni par che a forte contrapeso le impiomba verso il profondo e tenebroso centro; e che si fa gente sì tarda e greve, non tanto inetta a perseguitare e fuggire, quanto buona a tener fermo ne le guerre; e che per la gran parte è soggetta al mal degli occhi, e che incomparabilmente più beve che mangia. - Quel che ho detto, è detto, rispose Giove. Dissi, che vi si presente in carne ed in ossa per veder gli suoi ritratti; ma non già, che vi stia come in prigione, o che manca di trovarsi là, dovunque è in spirito e veritade con altre e più degne raggioni con gli già detti numi: e questa sedia gloriosa lancie a tutte quelle virtudi, de le quali può esser stata vicaria: come è dire, a la dea Magnanimità, Magnificenza, Generosità ed altre sorelle e ministre di costoro.
-5
- Or che faremo, disse Nettuno, di quel Delfino? Piacevi ch'io lo metta nel mar di Marseglia, onde per il Rodano fiume vada e rivegna a volte a volte, visitando e rivisitando il Delfinato? - Cossì si faccia presto, disse Momo; perché, a dire il vero, non mi par cosa meno da ridere, se alcuno
Delphinum caelis appinxit, fluctibus aprum,

che se
Delphinum sylvis appinxit, fluctibus aprum.

6
- Vada, dove piace a Nettuno, disse Giove; ed in suo luogo succeda la figurata Dilezione, Affabilità, Officio con gli suoi compagni e ministri. - Dimandò Minerva che il cavallo Pegaseo, lasciando le vinti lucide macchie e la Curiositade, se ne vada al fonte caballino già per molto tempo confuso, destrutto ed inturbidato da bovi, porci ed asini; e veda, se con gli calci e denti possa far tanto che vendiche quel loco da sì villano concorso: a fin che le Muse, veggendo l'acqua del fonte posta in buono ordine e rassettata, non si sdegnino di ritornarvi, e farvi gli lor collegii e promozioni. Ed in questo luogo del cielo succeda il Furor divino, il Rapto, l'Entusiasmo, il Vaticinio, il Studio ed Ingegno con gli lor cognati e ministri, onde eternamente da su l'acqua divina, per lavar gli animi ed abbeverar gli affetti, stille a gli mortali. - Tolgasi, disse Nettuno, questa Andromeda, se cossì piace a voi dei; la quale per la mano de l'Ignoranza è stata avinta al scoglio dell'Ostinazione con la catena di perverse raggioni e false opinioni, per farla traghiuttir dal ceto della perdizione e final ruina, che per l'instabile e tempestoso mare va discorrendo; e sia commessa alle provide ed amiche mani del sollecito, laborioso ed accorto Perseo, ch'avendola indi disciolta e tolta, dall'indegna cattività la promova al proprio degno acquisto. E di quel che deve succedere al suo loco tra le stelle dispona Giove. - Là, rispose il padre de gli dei, voglio che succeda la Speranza, quella che, co' l'aspettar frutto degno delle sue opre e fatiche, non è cosa tanto ardua e difficile a cui non accenda gli animi tutti, i quali aver possono senso di qualche fine. - Succeda, rispose Pallade, quel santissimo scudo del petto umano, quel divino fundamento de tutti gli edificii di bontade, quel sicurissimo riparo della Veritade; quella che per strano accidente qualsivoglia mai si diffida, perché sente in sé stessa gli semi della propria sufficienza, li quali da quantunque violento polso non gli possono essere defraudati; quella in virtù della quale è fama che Stilbone vencesse la vittoria de' nemici; quel Stilbone, dico, il quale scampato da le fiamme che gl'incinerivano la patria, la casa, la moglie, i figli e le facultadi, a Demetrio rispose aver tutte le cose sue seco, perché seco avea quella Fortezza, quella Giustizia, quella Prudenza, per quali meglio possea sperar consolazione, scampo e sustegno di sua vita; e per le quali facilmente il dolce di questa sprezzarebbe. - Lasciamo questi colori, disse Momo, e vengasi presto a veder quello che si de' fare di quel Triangolo o Delta. - Rispose la astifera Pallade: - Mi par degno che sia messo in mano del Cardinal di Cusa, a fin che colui veda, se con questo possa liberar gli impacciati geometri da quella fastidiosa inquisizione della quadratura del circolo, regolando il circolo ed il triangolo con quel suo divino principio della commensurazione e coincidenza de la massima e minima figura: cioè di quella che costa di minimo, e de l'altra che costa di massimo numero degli angoli. Portisi dunque questo trigono con un circolo ch'il comprende, e con un altro che da lui sia compreso; e con la relazione di queste due linee (de quali l'una dal centro va al punto della contingenzia del circolo interno con il triangolo esterno; l'altra dal medesimo centro si tende a l'uno de gli angoli del triangolo) vegna a compirsi quella tanto tempo e tanto vanamente cercata quadratura.
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Qua risorse Minerva, e disse: - Ma io, per non parer meno cortese a le Muse, voglio inviar a gli geometri incomparabilmente maggiore e meglior dono, che questo ed altro che sia sin ora donato; per cui il Nolano, al quale fia primieramente revelato, e dalla cui mano venga diffuso alla moltitudine, mi debbia non solamente una, ma cento ecatombi; perché in virtù della contemplazion de l'equità che si trova tra il massimo e minimo, tra l'extimo ed intimo, tra il principio e fine, gli porgo una via più feconda, più ricca, più aperta e più sicura; la quale non solamente dimostre como il quadrato si fa uguale al circolo, ma, ed oltre, subito, ogni trigono, ogni pentagono, ogni exagono, e finalmente qualsivoglia e quantosivoglia poligònia figura; dove non meno fia uguale linea a linea che superficie a superficie, campo a campo, e corpo a corpo nelle solide figure.
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\ SAUL.\ Questa sarà cosa eccellentissima, ed un tesoro inestimabile per gli cosmimetri.
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\ SOFIA\ Tanto eccellente e degna, che certo parmi che contrapese a l'invenzione di tutto il rimanente della geometrica facultade. Anzi da qua pende un'altra più intiera, più grande, più ricca, più facile, più esquisita, più breve e niente men certa; la quale qualsivoglia figura poligònia viene ad comensurare per la linea e superficie del circolo; ed il circolo per la linea e superficie di qualsivoglia poligonìa.
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\ SAUL.\ Vorrei quanto prima intendere il modo.
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\ SOFIA\ Cossì disse Mercurio a Minerva; a cui quella rispose: - Prima (nel modo che tu fatto hai) dentro questo triangolo descrivo un circolo, che massimo discriver vi si possa; appresso fuor di questo triangolo ne delineo un altro che minimo delinear si possa sin al contatto de gli tre angoli; e quindi non voglio procedere a quella tua fastidiosa quadratura, ma al facile trigonismo, cercando un triangolo che abbia la linea uguale alla linea del circolo, ed un altro che vegna ad ottenere la superficie uguale alla superficie del circolo. Questo sarà uno circa quel triangolo mezzano, equidistante da quello che contiene il circolo, e quell'altro ch'è contenuto dal circolo; il quale lascio, che con il proprio ingegno altri lo prenda cossì, perché mi basta aver mostrato il luogo de' luoghi. Cossì, per quadrare il circolo, non fia mestiero di prendere il triangolo, ma il quatrangolo che è tra il massimo interno e minimo esterno al circolo. Per pentagonare il circolo, prenderassi il mezzo tra il massimo pentagono contenuto dal circolo e minimo continente del circolo. Similmente farassi sempre, per far qualsivoglia altra figura uguale al circolo in campo ed in linea. Cossì oltre, per essere trovato il circolo del quadrato uguale al circolo del triangolo, verrà trovato il quadrato di questo circolo pare al triangolo di quell'altro circolo, di medesma quantità con questo.
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\ SAUL.\ In questo modo, o Sofia, si possono far tutte l'altre figure uguali ad altre figure con l'aggiuto e relazione del circolo, che fate misura de le misure. Cioè, se voglio far un triangolo equale al quatrangolo, prendo quel mezzano tra gli doi apposti al circolo, con quel mezzano tra doi quatrangoli apposti al medesimo circolo, o ver ad un altro uguale. Se voglio prendere un quadrato uguale a l'exagono, delinearò dentro e fuori del circolo e questo e quello, e prenderò quel mezzano tra gli doi de l'uno e l'altro.
13
\ SOFIA\ Bene l'hai capito. In tanto che quindi non solamente s'ha la equatura di tutte le figure al circolo, ma ed oltre di ciascuna de le figure a tutte l'altre mediante il circolo, serbando sempre l'equalità secondo la linea e secondo la superficie. Cossì con picciola considerazione o attenzione ogni equalità e proporzione di qualsivoglia corda a qualsivogli'arco si potrà prendere, mentre o intiera, o divisa, o con certe raggioni aumentata viene a constituir poligonìa tale, che in detta maniera da cotal circolo sia compresa, o lo comprenda.
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- Or definiscasi presto, disse Giove, di quel che vogliamo collocarvi. - Rispose Minerva: - Mi par, che vi stia bene la Fede e Sinceritade, senza la quale ogni contratto è perplesso e dubio, si dissolve ogni conversazione, ogni convitto si destrugge. Vedete a che è ridutto il mondo, per esser messo in consuetudine e proverbio, che per regnare non si osserva fede. Oltre: agl'infideli ed eretici non si osserva fede. Appresso: si franga la fede a chi la rompe. Or che sarà, se questo si mette in prattica da tutti? A che verrà il mondo, se tutte le republiche, regni, dominii, fameglie e particolari diranno, che si deve esser santo col santo, perverso col perverso? e si faranno iscusati d'esser scelerati, perché hanno il scelerato per compagno o vicino? e pensaranno che non doviamo forzarci ad esser buoni assolutamente, come fusseno dei, ma per commoditade ed occasione, come gli serpenti, lupi ed orsi, tossichi e veneni? - Voglio, soggionse il padre, che la Fede sia tra le virtudi celebratissima; e questa, se non sarà data con condizione d'un'altra fede, mai sia lecito di rompersi per la rottura de l'altra, atteso che è legge da qualche Giudeo e Sarraceno bestiale e barbaro, non da Greco e Romano civile ed eroico, che alcuna volta e con certe sorte di genti, sol per propria commoditade ed occasion d'inganno, sia lecito donar la fede, con farla ministra di tirannia e tradimento.
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\ SAUL.\ O Sofia, non è offesa più infame, scelerosa ed indegna di misericordia, che quella che si fa ad uno per un altro, per causa che l'uno ha creduto a l'altro; e l'uno vegna offeso da l'altro, per avergli porgiuta fede, stimandolo uomo da bene.
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\ SOFIA\ - Voglio dunque, disse l'altitonante, che questa virtù compaia celebrata in cielo, acciò vegna per l'avenire più stimata in terra. Questa si veda nel luogo in cui si vedea il Triangolo, da cui comodamente è stata ed è significata la Fede; perché il corpo triangulare (come quello che costa di minor numero di angoli ed è più lontano da l'esser circulare) è più difficilmente mobile che qualsivoglia altrimente figurato. Cossì viene purgata la spiaggia settentrionale, dove comunmente son notate trecento sessanta stelle: tre maggiori, diece ed otto grandi, ottanta ed una mediocri, cento settanta sette picciole, cinquanta ed otto minori, tredeci minime, con una nebbiosa e nove oscure.
17
\ SAUL.\ Or espediscasi d'apportare brevemente quel che fu fatto del resto.
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\ SOFIA\ - Decerni, o padre, disse Momo, di quel che doviam fare di quel protoparente de li agnelli; quello che primieramente fa da la terra uscire le smorte piante, quello ch'apre l'anno e di novo florido e frondoso manto ricoprisce quella ed invaghisce questo. - Perché dubito, disse Giove, mandarlo con que' di Calabria, o Puglia, o de la Campania felice, dove sovente dal rigor de l'inverno sono uccisi; né mi par convenevole inviarlo tra gli altri delle Africane pianure e monti, dove per il soverchio calore scoppiano; mi par convenientissimo ch'egli si trove circa il Tamisi, dove ne veggio tanti belli, buoni, grassi, bianchi e snelli. E non son smisurati, come nella regione circa il Nigero; non negri, come circa il Silere ed Ofito; non macilenti, come circa il Sebeto e Sarno; non cattivi, qual circa il Tevere ed Arno; non brutti a vedere, come circa il Tago; atteso che quel luogo quadra alla staggione a cui è predominante, per esservi, più ch'in altra parte, oltre e citra l'Equinoziale, temperato il cielo; ché dalla supposta terra essendo bandito l'eccessivo rigor de le nevi e soverchio fervor del sole, come testifica il perpetuamente verde e florido terreno, la fa fortunata, come di continua e perpetua primavera. Giongi a questo che ivi, compreso dalla protezion de le braccia dell'ampio Oceano, sarà sicuro da lupi, leoni ed orsi, ed altri fieri animali e potestadi nemiche di terra ferma. E perché questo animale tiene del prencipe, del duca, del conduttiero; ha del pastore, del capitano e guida; come vedete in cielo, dove tutti li segni di questo cingolo del firmamento gli correno a dietro; e come scorgete in terra, dove quando lui si balza o si precipita, quando diverte o s'addrizza, quando declina o poggia, viene facilissimamente tutto l'ovile ad imitarlo, consentirgli e seguitarlo; voglio ch'in suo luogo succeda la virtuosa Emulazione, la Exemplarità e buono Consentimento con altre virtudi sorelle e ministre; a le quali contrarii sono il Scandalo, il Male Essempio; che hanno per ministra la Prevaricazione, la Alienazione, il Smarrimento; per guida la Malizia o l'Ignoranza, o l'una e l'altra insieme; per seguace la stolta Credulitade; la qual, come vedete, è orba e tenta il camino tastando col bastone della oscura inquisizione e pazza persuasione; per compagna perpetua la Viltade e Dappocagine; le quali tutte insieme lascino queste sedie e vadano raminghe per la terra.
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- Bene ordinato - risposero li dei tutti. E dimandò Giunone, che far volesse di quel suo Tauro, di quel suo bue, di quel consorte del santo Presepio. Alla quale rispose: -Se non vuole andar vicino a l'Alpi, alle rive del Po, dico alla metropoli del Piamonte, dove è la deliciosa città di Taurino, denominata da lui, come da Bucefalo Bucefalia, dalle capri l'isole che sono al rimpetto di Partenope verso l'occidente, Corveto in Basilicata da' corvi, Mirmidonia da le formiche, dal Delfino il Delfinato, da gli cinghiali Aprutio, Ofanto da' serpenti, ed Oxonia da non so qual altra specie; vada per compagno al prossimo Montone; dove (come testificano le lor carni che per la commodità dell'erbe fresche e delicatura de pascoli vegnono ad essere le più preggiate del mondo) ha gli più bei consorti che veder si possano nel rimanente del spacio de l'universo. - E dimandò Saturno del successore; a cui rispose così: - Per esser questo un animal, che dura alle fatiche, pazientemente laborioso, voglio che sin ora sia stato tipo della Pazienza, Toleranza, Sufferenza e Longanimitade, virtudi in vero molto necessarie al mondo; e quindi seco si partano (benché non mi curo che seco vadano o non vadano) l'Ira, l'Indignazione, il Furore, che sogliono accompagnarsi con questo talvolta stizzoso animale. Qua vedete uscir l'Ira figlia, che è parturita da l'apprension d'Ingiustizia ed Ingiuria; e partesi dolorosa e vendicativa, perché gli par inconveniente ch'il Dispreggio la guate e gli percuota le guance. Come ha gli occhi infocati rivolti a Giove, a Marte, a Momo, a tutti! Come li va a l'orecchio la Speranza de la vendetta, che la consola alquanto e l'affrena, con mostrargli il favor della Possibilitade minacciosa contra il Dispetto, la Contumelia ed il Strazio, suoi provocatori! Là l'Impeto, suo fratello, che gli dona forza, nerbo e fervore; là la Furia sorella, che l'accompagna con le tre sue figlie, cioè Excandescenzia, Crudeltade e Vecordia. O quanto è difficile e molesto di contemprarla e reprimerla! O quanto malaggiatamente può esser concotta e digerita da altri dei, che da te, Saturno; questa, che ha le narici aperte, la fronte impetuosa, la testa dura, gli denti mordaci, le labbia velenose, la lingua tagliente, le mani graffiose, il petto tossicoso, la voce acuta, ed il color sanguigno. - Qua Marte fece instanza per l'Ira, dicendo ch'ella alcuna volta, anzi più de le volte, è virtude necessariissima, come quella che favorisce la Legge, dà forza alla Verità, al Giudicio; ed acuisce l'Ingegno, ed apre il camino a molte egregie virtudi, che non capiscono gli animi tranquilli. A cui Giove: - Che allora, ed in quel modo con cui è virtù, sussista e consista tra quelle, a quali si fa propicia; però mai s'accoste al cielo senza che gli vada innante il Zelo con la lanterna de la Raggione.
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- E che farremo de le sette figlie d'Atlante, o Padre? -disse Momo. A cui Giove: - Vadano con le sue sette lampe a far lume a quel notturno e merinoziale santo sponsalizio; ed avertiscano d'andar prima che la porta si chiuda e che comincie da sopra a destillar il freddo, il ghiaccio, la bianca neve, atteso che allora in vano alzaranno le voci e picchiaranno, perché gli sia aperta la porta, rispondendogli il portinaio che tiene la chiave: Non vi conosco. Avisatele che saran pazze, se faranno venir meno l'oglio a la lucerna; la qual se fia umida sempre e non mai secca, averrà che non sieno tal volte prive di splendor di degna laude e gloria. Ed in questa region che lasciano, vegna a metter la sua stanza la Conversazione, il Consorzio, il Connubio, la Confraternitade, Ecclesia, Convitto, Concordia, Convenzione, Confederazione; ed ivi sieno gionte a l'Amicizia, perché, dove non è quella, in suo luogo è la Contaminazione, Confusione e Disordine. E se non son rette, non sono esse; perché mai si trovano in verità (benché il più de le volte in nome) tra scelerati; ma hanno verità di Monopolio, Conciliabulo, Setta, Conspirazione, Turba, Congiurazione, o cosa d'altro nome ed essere detestabile. Non sono tra irrazionali e quei che non hanno proponimento di buon fine; non dove è l'ocioso medesimo credere ed intendere; ma dove si concorre a medesima azione circa le cose similmente intese. Perseverano tra buoni; e son brevi ed inconstanti tra perversi, come tra quei de quali dissemo in proposito della Legge e Giudicio, nelli quali non si trova veramente concordia, come color che non versano circa virtuose azioni.
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\ SAUL.\ Quei non sono concordi per parimente intendere, ma nel parimente ignorare e malignare e nel non intendere secondo diverse raggioni. Quelli non consenteno in parimente oprare a buon fine, ma in far parimente poco caso di buone opre e stimar indegni tutti gli atti eroici. Ma torniamo a noi. Che si fe' de' doi giovanetti?
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\ SOFIA\ Cupido le dimandò per il gran Turco; Febo volea che fussero paggi di qualche principe italiano; Mercurio, che fussero cubicularii de la gran camera. A Saturno parea che servissero per iscaldatoio di qualche vecchio e gran prelato, o pur a lui, povero decrepito. A cui Venere disse: - Ma chi, o barba bianca, le assicura che non gli dii di morso che non li mangi, se gli tuoi denti non perdonano a' proprii figli, per gli quali sei diffamato per parricida antropofago? - E peggio, disse Mercurio, che è dubio, che per qualche ritrosa stizza che l'assale, non gli piante quella punta di falce su la vita. Lascio che, se pur a questi può esser donato di rimaner in corte de gli dei, non sarà più raggione che toccano a voi, buon padre, che ad altri molti non meno reverendi che vi possono aver aperti gli occhi. - Qua sentenziò Giove, che non permetteva che in posterum in corte de gli dei si admettano paggi o altri servitori che non abbiano molto senno, discrezione e barba. E che questi si mettessero alle sorti, mediante le quali si definisse a chi de gli dei toccasse di farne provisione per qualche amico in terra. - E mentre alcuni instavano che ne determinasse lui, disse che non volea per queste cose gelose generar suspizion di parzialità ne gli lor animi, quasi inchinando più ad una che ad un'altra parte di discordanti.
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\ SAUL.\ Buono ordine, per riparare a le dissenzioni ch'arrebono possute accadere per questi!
24
\ SOFIA\ Chiese Venere che in luogo succedesse l'Amicizia, l'Amore, la Pace, con gli lor testimoni Contubernio, Bacio, Imbracciamento, Carezze, Vezzi, e gli tutti fratelli e servitori, ministri, assistenti e circonstanti del gemino Cupido. - La dimanda è giusta, - dissero gli dei tutti. -Che si faccia, - disse Giove. Appresso, dovendosi definire del Granchio (il quale, perché appar scottato dall'incendio del foco e fatto rosso dal calor del sole, non si trova altrimente in cielo che se fusse condannato a le pene de l'inferno), dimandò Giunone, come di cosa sua, che ne volesse far il senato; di cui la più gran parte lo rimese al suo arbitrio. E lei disse che, se Nettuno, dio del mare, il comportava, arrebe desiderato che s'attuffasse a l'onde del mare Adriatico, là dove ha più compagni che non ha stelle in cielo. Oltre, che sarà appresso l'onoratissima Republica Veneziana la qual, come fusse anch'ella un granchio, a poco a poco da l'oriente sen va verso l'occidente retrogradando. Consentì quel Dio che porta il gran tridente. E Giove disse, che in loco del Cancro starà bene il tropico della Conversione, Emendazione, Repressione, Ritrattazione, virtudi contrarie al Mal progresso. Ostinazione e Pertinacia; e subito soggionse il proposito del Leone, dicendo: - Ma questo fiero animale guardisi di seguitar il Cancro e di voler là ancora farsegli compagno; perché, se va a Venezia, trovarà ivi un altro, più che lui essere possa, forte; percioché quello non solo sa combattere in terra, ma oltre guerreggia bene in acqua, e molto meglio in aria, atteso che ha l'ali, è canonizato, ed è persona di lettere: però sarà più espediente per lui di calarsene a gli Libici deserti dove trovarà moglie e compagni. E mi par che a quella piazza si debba transferir quella Magnanimità, quella eroica Generositade, che sa perdonar a' soggetti, compatir a gl'infermi, domar l'Insolenza, conculcar la Temeritade, rigettar la Presunzione e debellar la Suberbia. - Assai bene! - disse Giunone e la maggior parte del concistoro. Lascio di riferire con quanto grave, magnifico e bello apparato e gran comitiva se ne andasse questa virtude; perché al presente, per la angustia del tempo, voglio che vi baste di udire il principale circa la riforma e disposizione delle sedie; essendo che sono per informarvi di tutto il resto quando sedia per sedia vi condurrò vedendo ed essaminando queste corti.
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\ SAUL.\ Bene, o cara Sofia. Molto mi appaga la tua cortesissima promessa; però son contento, che con la maggior brevità, che vi piace, mi doniate saggio dell'ordine e spaccio dato all'altre sedie e cangiamenti.
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\ SOFIA\ - Or, che sarà della Vergine? - dimandò la casta Lucina, la cacciatrice Diana. - Fategli, rispose Giove, intendere se la vuole andare ad esser priora o abbatessa delle suore o monache, le quali son ne' conventi o monasterii de l'Europa; dico, in que' luoghi dove non son state messe in rotta e dispersione da la peste; o pur a governar le damigelle de le corti, a fin che non le assalte la gola di mangiar li frutti avanti o fuor de la staggione, o rendersi compagne de le lor signore. - Oh, disse Dittinna, che non puote; e dice che non vuole in punto alcuno ritornar onde è una volta scacciata, e donde è tante volte fuggita. -Il protoparente suggionse: - Tegnasi dunque ferma in cielo, e guardisi bene di cascare, e veda di non farsi contaminare in questo loco. - Disse Momo: - Mi par che la potrà perseverar pura e netta, si perseverarà di esser lungi da animali raggionevoli, eroi e dei, e si terrà tra le bestie, come sin al presente è stata, avendo da la parte occidentale il ferocissimo Leone, e dall'oriente il tossicoso Scorpio. Ma non so come si portarà adesso, dove gli è prossima la Magnanimitade, l'Amorevolezza, la Generositade e Virilitade, che facilmente montandogli a dosso, per raggion di domestico contatto facendoli contraere del magnanimo, amoroso, generoso e virile, da femina la faranno dovenir maschio, e da selvaggia ed alpestre dea, e nume da Satiri, Silvani e Fauni, la convertiranno in nume galante, umano, affabile ed ospitale. - Sia quel che deve essere, rispose Giove; ed intra tanto, gionte a lei nella medesima sedia sieno la Castità, la Pudicizia, la Continenza, Purità, Modestia, Verecundia ed Onestade, contrarie alla prostituta Libidine, effusa Incontinenza, Impudicizia, Sfacciatagine; per le quali intendo la Verginitade esser una de le virtudi, atteso che quanto a sé non è cosa di valore. Perché, quanto a sé, non è virtù né vizio, e non contiene bontà, dignità, né merito; e quando non serve alla natura imperante, viene a farsi delitto, impotenza, pazzia e stoltizia espressa: e se ottempera a qualche urgente raggione, si chiama Continenza, ed ha l'esser di virtù, per quel che participa di tal fortezza e dispreggio di voluttadi: il quale non è vano e frustratorio, ma conferisce alla conversazione umana ed onesta satisfazione altrui. - E che farremo de le Bilancie? - disse Mercurio. - Vadano per tutto, rispose il primo presidente: vadano per le fameglie, acciò con esse li padri veggano dove meglio inchinano gli figli, se a lettere, se ad armi; se ad agricoltura, se a religione; se a celibato, se ad amore; atteso che non è bene che sia impiegato l'asino a volare e ad arare i porci. Discorrano le Academie ed Universitadi, dove s'essamine se quei che insegnano, son giusti di peso, se son troppo leggieri o trabuccanti; e se quei che presumeno d'insegnar in catedra e scrittura, hanno necessità d'udire e studiare: e bilanciandoli l'ingegno, si vegga se quello impenna over impiomba; e se ha della pecora o pur del pastore; e se è buono a pascer porci ed asini o pur creature capaci di raggione. Per gli edificii Vestali vadano a far intendere a questi ed a quelle, quale e quanto sia il momento del contrapeso, per violentar la legge di natura per un'altra sopra- o estra- o contranaturale, secondo o fuor d'ogni raggione e debito. Per le corti, a fin che gli ufficii, gli onori, le sedie, le grazie ed exenzioni corrano secondo che ponderano gli meriti e dignitade di ciascuno; perché non meritano d'esser presidenti a l'ordine, ed a gran torto della Fortuna presiedeno a l'ordine quei che non san reggere secondo l'ordine. Per le republiche, acciò ch'il carrico delle administrazioni contrapesi alla sufficienza e capacità de gli suggetti; e non si distribuiscano le cure con bilanciar gli gradi del sangue, de la nobilitade, de' titoli, de ricchezza: ma de le virtudi che parturiscono gli frutti de le imprese; perché presiedano i giusti, contribuiscano i facultosi, insegnino li dotti, guideno gli prudenti, combattano gli forti, conseglino quei ch'han giudicio, comandino quei ch'hanno autoritade. Vadano per gli stati tutti, a fin che negli contratti di pace, confederazioni e leghe non si prevariche e decline dal giusto, onesto ed utile commune, attendendo alla misura e pondo della fede propria e de quei con gli quali si contratta; e nell'imprese ed affari di guerra si consideri in quale equilibrio concorrano le proprie forze con quelle del nemico, quello che è presente e necessario con quello che è possibile nel futuro, la facilità del proponere con la difficultà delle exequire, la comodità dell'entrare con l'incomodo dell'uscire, l'inconstanza d'amici con la constanza de nemici, il piacere d'offendere con il pensiero di defendersi, il comodo turbar quel d'altri con il malaggiato conservare il suo, il certo dispendio ed iattura del proprio, con l'incerto acquisto e guadagno de l'altrui. Per tutti gli particulari vadano, acciò ognuno contrapesi quel che vuole con quel che sa; quel che vuole e sa con quel che puote; quel che vuole, sa e puote con quel che deve; lo che vuole, sa, puote e deve con quel che è, fa, ha ed aspetta. - Or, che metteremo dove son le Bilancie? Che sarà in loco della Libra? - domandò Pallade. Risposero molti: -La Equità, il Giusto, la Retribuzione, la raggionevole Distribuzione, la Grazia, la Gratitudine, la buona Conscienza, la Recognizion di se stesso, il Rispetto che si deve a' maggiori, l'Equanimità che si deve ad uguali, la Benignità che si richiede verso gl'inferiori, la Giustizia senza rigore a riguardo di tutti, che spingano l'Ingratitudine, la Temeritade, l'Insolenza, l'Ardire, l'Arroganza, il poco Rispetto, l'Iniquitade, l'Ingiuria ed altre famigliari di queste. - Bene, bene! - dissero tutti del concistoro. Dopo la qual voce s'alza in piedi il bel crinito Apolline, e disse: - È pur gionta l'ora, o dei, in cui si deve donar degna ispedizione a questo verme infernale che fu la principal caggione dell'orribil caso e crudel morte del mio diletto Fetonte; perché, quando quel miserello dubbioso e timido con gli mal noti destrieri guidava del mio eterno foco il carro, questo pernicioso mostro minaccioso venne a farsegli talmente incontro con la punta della sua coda mortale, che per l'orrendo spavento facendolo di se stesso fuori, li fe' dalle tenere mani cascar sul tergo de' cavagli i freni: onde la tanto signalata ruina del cielo, che ancor nella via detta lattea appare arso; il sì famoso danno del mondo, che in molte e molte parti apparve incinerito; e sì fattamente ontoso scorno contro la mia deitade ne seguitasse. È pur vergogna che tanto tempo una simil sporcaria abbia nel cielo occupato il spacio di doi segni.
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- Vedi, dunque, o Diana, disse Giove, quel che vuoi far di questo tuo animale, il qual vivo è tristo, e morto non serve a nulla. - Permettetemi (se cossì piace a voi), disse la vergine dea, che ritorne a Scio nel monte Chelippio; dove per mio ordine nacque a mal grado del presuntuoso Orione, ed ivi in quella materia di cui fu prodotto, si risolva. Seco si partano la Fraude, la Decepzione, l'Inganno, la perniciosa Finzione, il Dolo, l'Ipocrisia, la Buggia, il Pergiuro, il Tradimento; e quivi succedano le contrarie virtudi, Sincerità, Execuzion di promesse, Osservanza di fede, e le lor sorelle, seguaci e ministre. - Fanne quel che ti piace, disse Momo; perché gli fatti di costui non ti saran messi in controversia, come a Saturno il vecchio quegli de' doi fanciulli. E veggiamo presto quel che si deve far del figlio Euschemico, che son già tante migliaia d'anni che con tema di mandarla via senza averne un'altra, tiene quella vedova saetta incoccata a l'arco, facendo la mira là dove si continua la coda alla spina del dorso di Scorpione. E certo, se, come lo stimo pur troppo prattico in prender mira, in collimare, come dicono, al scopo che è la metà de l'arte sagittaria, lo potesse ancor stimare non ignorante in quel rimanente circa il tirare e dar di punta al bersaglio, che fa l'altra metà de l'esercizio; donarei conseglio che lo inviassemo a guadagnarsi un poco di riputazione nell'isola Britannica, dove sogliono di que' messeri, altri in giubbarello ed altri in saio faldeggiante, celebrar la festa del prencipe Artur e duca di Sciardichi. Ma dubito che, mancandogli il verbo principale, per quanto appartiene a donar dentro al segno, non vegna a far ingiuria al mistiero. Per tanto vedete voi altri che ne volete fare; perché (a dir il vero, come la intendo) non mi par comodo ad altro che ad essere spaventacchio degli ucelli, per guardia, verbigrazia, delle fave o de' meloni. - Vada, disse il Patriarca, dove vuole; donegli pur alcun di voi il meglior ricapito che gli pare; e nel suo luogo sia la figurata Speculazione, Contemplazione, Studio, Attenzione, Aspirazione, Appulso ad ottimo fine, con le sue circonstanze e compagnie.
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Qua soggionse Momo: - Che vuoi, padre, che si debba fare di quel santo, intemerato e venerando Capricorno? di quel tuo divino e divo connutrizio, di quel nostro strenuo e più che eroico commilitone contra il periglioso insulto della protervia gigantesca? di quel gran consegliero a guerra, che trovò il modo di examinare quel nemico che da la spelunca del monte Tauro apparve ne l'Egitto formidando antigonista de gli dei? di quello il quale (perché apertamente non arremmo avuto ardire d'assalirlo) ne dié lezione di trasformarci in bestie, a fin che l'arte ed astuzia supplisse al difetto di nostra natura e forze per parturirci onorato trionfo dell'aversarie posse? Ma, oimè, questo merito non è senza qualche demerito; perché questo bene non è senza qualche male aggiunto, forse perché è prescritto e definito dal fato, che nessun dolce sia absoluto da qualche fastidio ed amaro, o per non so qual'altra caggione. - Or che male, disse Giove, ne ha egli possuto apportar, che si possa dir esser stato congionto a quel tanto bene? che indignità, che abbia possuto accompagnarsi con tanto trionfo? - Rispose Momo: - Fece egli con questo, che gli Egizii venessero ad onorar le imagini vive de le bestie, e ne adorassero in forma di quelle; onde venemo ad esser beffati, come ti dirò. - E questo, o Momo, disse Giove, non averlo per male, perché sai, che gli animali e piante son vivi effetti di natura; la qual natura (come devi sapere) non è altro che dio nelle cose.
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\ SAUL.\ Dunque, natura est deus in rebus.
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\ SOFIA\ - Però, disse, diverse cose vive rapresentano diversi numi e diverse potestadi; che oltre l'essere absoluto che hanno, ottegnono l'essere comunicato a tutte le cose secondo la sua capacità e misura. Onde Idio tutto (benché non totalmente ma in altre più e meno eccellentemente) è in tutte le cose. Però Marte si trova più efficacemente in natural vestigio e modo di sustanza non solo in una vipera e scorpione, ma ed in una cipolla ed aglio, che in qualsivoglia maniera di pittura o statua inanimata. Cossì pensa del Sole nel croco, nel narciso, nell'elitropio, nel gallo, nel leone; cossì pensar devi di ciascuno de gli dei per ciascuna de le specie sotto diversi geni de lo ente, perché sicome la divinità descende in certo modo per quanto che si comunica alla natura, cossì alla divinità s'ascende per la natura, cossì per la vita rilucente nelle cose naturali si monta alla vita che soprasiede a quelle. - È vero quel che dici, rispose Momo: perché in fatto vedo, come que' sapienti con questi mezzi erano potenti a farsi familiari, affabili e domestici gli dei che per voci, che mandavano da le statue, gli donavano consegli, dottrine, divinazioni ed instituzioni sopraumane; onde con magici e divini riti per la medesima scala di natura salevano a l'alto della divinità, per la quale la divinità descende sino alle cose minime per la comunicazione di se stessa. Ma quel che mi par da deplorare, è che veggio alcuni insensati e stolti idolatri, li quali, non più che l'ombra s'avicina alla nobilità del corpo, imitano l'eccellenza del culto de l'Egitto; e che cercano la divinità, di cui non hanno raggione alcuna, ne gli escrementi di cose morte ed inanimate; che con tutto ciò si beffano non solamente di quei divini ed oculati cultori, ma anco di noi, come di color che siamo riputati bestie; e quel che è peggio, con questo trionfano, vedendo gli lor pazzi riti in tanta riputazione, e quelli de gli altri a fatto svaniti e cassi. - Non ti dia fastidio questo, o Momo, disse Iside, perché il fato ha ordinata la vicissitudine delle tenebre e la luce. - Ma il male è, rispose Momo, che essi tegnono per certo di essere nella luce. - Ed Iside soggionse, che le tenebre non gli sarrebono tenebre, se da essi fussero conosciute. Quelli dunque, per impetrar certi beneficii e doni da gli dei, con raggione di profonda magia passavano per mezzo di certe cose naturali, nelle quali in cotal modo era latente la divinitade, e per le quali essa potea e volea a tali effetti comunicarsi. Là onde que' ceremoni non erano vane fantasie, ma vive voci che toccavano le proprie orecchie de gli Dei; li quali, come da lor vogliano essere intesi non per voci d'idioma che lor sappiano fengere, ma per voci di naturali effetti, talmente per atti di ceremoni circa quelle volsero studiare di essere intesi da noi: altrimente cossì fussemo stati sordi a gli voti, come un Tartaro al sermone greco che giamai udìo. Conoscevano que' savii dio essere nelle cose, e la divinità, latente nella natura, oprandosi e scintillando diversamente in diversi suggetti, e per diverse forme fisiche, con certi ordini, venir a far partecipi di sé, dico de l'essere, della vita ed intelletto; e però con gli medesimamente diversi ordini si disponevano alla recepzion de tanti e tai doni, quali e quanti bramavano. Quindi per la vittoria libavano a Giove magnanimo nell'aquila, dove, secondo tale attributo, è ascosa la divinità; per la prudenza nelle operazioni a Giove sagace libavano nel serpente; contra la prodizione a Giove minace nel crocodillo; cossì per altri innumerabili fini libavano in altre specie innumerabili. Il che tutto non si faceva senza magica ed efficacissima raggione.
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\ SAUL.\ Come dite cossì, o Sofia, se Giove non era nomato in tempo di egizii culti, ma si trovò molto tempo dopo, appresso gli Greci?
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\ SOFIA\ Non aver pensiero del nome greco, o Saulino; perché io parlo secondo la consuetudine più universale, e perché gli nomi (anco appresso gli Greci) sono apposticci alla divinità: atteso che tutti sanno bene che Giove fu un re di Creta, uomo mortale, e di cui il corpo, non meno che quel di tutti gli altri uomini, è putrefatto o incinerito. Non è occolto qualmente Venere sia stata una donna mortale, la qual fu regina deliciosissima, e sopra modo bella, graziosa e liberale in Ciprio. Similmente intendi de tutti gli altri dei che son conosciuti per uomini.
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\ SAUL.\ Come, dunque, le adoravano ed invocavano?.
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\ SOFIA\ Ti dirò. Non adoravano Giove, come lui fusse la divinità, ma adoravano la divinità, come fusse in Giove; perché vedendo un uomo in cui era eccellente la maestà, la giustizia, la magnanimità, intendevano in lui esser dio magnanimo, giusto e benigno; ed ordinavano e mettevano in consuetudine che tal dio, o pur la divinità, in quanto che in tal maniera si comunicava, fusse nominata Giove; come sotto il nome di Mercurio Egizio sapientissimo fusse nominata la divina sapienza, interpretazione e manifestazione. Di maniera che di questo e quell'uomo non viene celebrato altro che il nome e representazion della divinità, che con la natività di quelli era venuta a comunicarsi a gli uomini, e con la morte loro s'intendeva aver compìto il corso de l'opra sua, o ritornata in cielo.
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Cossì li numi eterni (senza ponere inconveniente alcuno contra quel che è vero della sustanza divina) hanno nomi temporali altri ed altri in altri tempi ed altre nazioni: come possete vedere per manifeste istorie, che Paulo Tarsense fu nomato Mercurio, e Barnaba Galileo fu nomato Giove, non perché fussero creduti essere que' medesimi dei; ma perché stimavano che quella virtù divina che si trovò in Mercurio e Giove in altri tempi, all'ora presente si trovasse in questi, per l'eloquenza e persuasione ch'era nell'uno, e per gli utili effetti che procedevano da l'altro.
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Ecco dunque come mai furono adorati crocodilli, galli, cipolle e rape; ma gli Dei e la divinità in crocodilli, galli ed altri; la quale in certi tempi e tempi, luoghi e luoghi, successivamente ed insieme insieme, si trovò, si trova e si trovarà in diversi suggetti quantunque siano mortali: avendo riguardo alla divinità, secondo che ne è prossima e familiare, non secondo è altissima, absoluta in se stessa, e senza abitudine alle cose prodotte. Vedi dunque come una semplice divinità che si trova in tutte le cose, una feconda natura, madre conservatrice de l'universo, secondo che diversamente si comunica, riluce in diversi soggetti, e prende diversi nomi. Vedi come a quell'una diversamente bisogna ascendere per la participazione de diversi doni; altrimente in vano si tenta comprendere l'acqua con le reti e pescar i pesci con la pala. Indi ne gli doi corpi che vicino a questo globo e nume nostro materno son più principali, cioè nel sole e luna, intendeano la vita che informa le cose secondo due raggioni più principali. Appresso apprendeano quella secondo sette altre raggioni, distribuendola a sette lumi chiamati erranti; a gli quali, come ad original principio e feconda causa, riduceano le differenze delle specie in qualsivoglia geno: dicendo de le piante, de li animali, de le pietre, de gl'influssi, e di altre ed altre cose, queste di Saturno, queste di Giove, queste di Marte, queste e quelle di questo e di quell'altro. Cossì de le parti, de' membri, de' colori, de' sigilli, de' caratteri, di segni, de imagini destribuite in sette specie. Ma non manca per questo, che quelli non intendessero una essere la divinità che si trova in tutte le cose, la quale, come in modi innumerabili si diffonde e communica, cossì ave nomi innumerabili, e per vie innumerabili, con raggioni proprie ed appropriate a ciascuno, si ricerca, mentre con riti innumerabili si onora e cole, perché innumerabili geni di grazia cercamo impetrar da quella. Però in questo bisogna quella sapienza e giudizio, quella arte, industria ed uso di lume intellettuale, che dal sole intelligibile a certi tempi più ed a certi tempi meno, quando massima- e quando minimamente viene revelato al mondo. Il quale abito si chiama Magia: e questa, per quanto versa in principii sopranaturali, è divina; e quanto che versa circa la contemplazion della natura e perscrutazion di suoi secreti, è naturale; ed è detta mezzana e matematica, in quanto che consiste circa le raggioni ed atti de l'anima, che è nell'orizonte del corporale e spirituale, spirituale ed intellettuale.
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Or, per tornare al proposito donde siamo dipartiti, disse Iside a Momo, che gli stupidi ed insensati idolatri non aveano raggione di ridersi del magico e divino culto degli Egizii; li quali in tutte le cose ed in tutti gli effetti, secondo le proprie raggioni di ciascuno, contemplavano la divinità; e sapeano per mezzo delle specie che sono nel grembo della natura, ricevere que' beneficii che desideravano da quella; la quale come dal mare e fiumi dona i pesci, da gli deserti gli salvatici animali, da le miniere gli metalli, da gli arbori le poma; cossì da certe parti, da certi animali, da certe bestie, da certe piante porgono certe sorti, virtudi, fortune ed impressioni. Però la divinitade nel mare fu chiamata Nettuno, nel sole Apolline, nella terra Cerere, ne gli deserti Diana; e diversamente in ciascuna de le altre specie, le quali, come diverse idee, erano diversi numi nella natura, li quali tutti si referivano ad un nume de' numi e fonte de le idee sopra la natura.
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\ SAUL.\ Da questo parmi che derive quella Cabala de gli Ebrei, la cui sapienza (qualunque la sia in suo geno) è proceduta da gli Egizii appresso de quali fu instrutto Mosè. Quella primieramente al primo principio attribuisce un nome ineffabile, da cui secondariamente procedeno quattro, che appresso si risolveno in dodici; i quali migrano per retto in settantadoi, e per obliquo e retto in cento quarantaquattro; e cossì oltre, per quaternarii e duodenarii esplicati, in innumerabili, secondo che innumerabili sono le specie. E talmente, secondo ciascun nome (per quanto vien commodo al proprio idioma), nominano un dio, un angelo, una intelligenza, una potestà, la quale è presidente ad una specie; onde al fine si trova che tutta la deità si riduce ad un fonte, come tutta la luce al primo e per sé lucido, e le imagini che sono in diversi e numerosi specchi, come in tanti suggetti particulari, ad un principio formale ed ideale, fonte di quelle.
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\ SOFIA\ Cossì è. Talmente dunque quel dio, come absoluto, non ha che far con noi; ma per quanto si comunica alli effetti della natura, ed è più intimo a quelli che la natura istessa; di maniera che se lui non è la natura istessa, certo è la natura de la natura; ed è l'anima de l'anima del mondo, se non è l'anima istessa: però, secondo le raggioni speciali che voleano accomodarsi a ricevere l'aggiuto di quello, per la via delle ordinate specie doveano presentarsegli avanti: come chi vuole il pane, va al fornaio; chi vuole il vino, al cellaraio; chi appete gli frutti, va al giardiniero; chi dottrina, al mastro; e cossì va discorrendo per tutte l'altre cose: in tanto che una bontà, una felicità, un principio absoluto de tutte ricchezze e beni, contratto a diverse raggioni, effonde gli doni secondo l'exigenze de particulari.
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Da qua puoi inferire, come la sapienza de gli Egizii, la quale è persa, adorava gli crocodilli, le lacerte, li serpenti, le cipolle; non solamente la terra, la luna, il sole ed altri astri del cielo; il qual magico e divino rito (per cui tanto comodamente la divinità si comunicava a gli uomini) viene deplorato dal Trimegisto, dove, raggionando ad Asclepio, disse: - Vedi, o Asclepio, queste statue animate, piene di senso e di spirito, che fanno tali e tante degne operazioni? Queste statue, dico, prognostricatrici di cose future, che inducono le infirmitadi, le cure, le allegrezze e le tristizie, secondo gli meriti ne gli affetti e corpi umani? Non sai, o Asclepio, come l'Egitto sia la imagine del cielo, e per dir meglio, la colonia de tutte cose che si governano ed esercitano nel cielo? A dir il vero, la nostra terra è tempio del mondo. Ma, oimè, tempo verrà che apparirà l'Egitto in vano essere stato religioso cultore della divinitade; perché la divinità, remigrando al cielo, lasciarà l'Egitto deserto; e questa sedia de divinità rimarrà vedova da ogni religione, per essere abandonata dalla presenza de gli dei, perché vi succederà gente straniera e barbara senza religione, pietà, legge e culto alcuno. O Egitto, Egitto, delle religioni tue solamente rimarranno le favole, anco incredibili alle generazioni future, alle quali non sarà altro, che narri gli pii tuoi gesti, che le lettere sculpite nelle pietre, le quali narraranno non a dei ed uomini (perché questi saranno morti, e la deitade sarà trasmigrata in cielo), ma a Sciti ed Indiani, o altri simili di salvaggia natura. Le tenebre si preponeranno alla luce, la morte sarà giudicata più utile che la vita, nessuno alzarà gli occhi al cielo, il religioso sarà stimato insano, l'empio sarà giudicato prudente, il furioso forte, il pessimo buono. E credetemi che ancora sarà definita pena capitale a colui che s'applicarà alla religion della mente; perché si trovaranno nove giustizie, nuove leggi, nulla si trovarà di santo, nulla di relligioso: non si udirà cosa degna di cielo o di celesti. Soli angeli perniciosi rimarranno, li quali meschiati con gli uomini forzaranno gli miseri all'audacia di ogni male, come fusse giustizia; donando materia a guerre, rapine, frodi e tutte altre cose contrarie alla anima e giustizia naturale: e questa sarà la vecchiaia ed il disordine e la irreligione del mondo. Ma non dubitare, Asclepio, perché, dopo che saranno accadute queste cose, allora il signore e padre Dio, governator del mondo, l'omnipotente proveditore, per diluvio d'acqua o di fuoco, di morbi o di pestilenze, o altri ministri della sua giustizia misericordiosa, senza dubbio donarà fine a cotal macchia, richiamando il mondo all'antico volto.
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\ SAUL.\ Or tornate al proposito che tenne Iside con Momo.
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\ SOFIA\ Or, al proposito di calumniatori del culto egizio, li recitò quel verso del poeta:
Loripedem rectus derideat, Aethiopem albus.

Le insensate bestie e veri bruti si ridono de noi dei, come adorati in bestie e piante e pietre, e de gli miei Egizii che in questo modo ne riconoscevano; e non considerano che la divinità si mostra in tutte le cose; benché per fine universale ed eccellentissimo in cose grandi e principii generali; e per fini prossimi, comodi e necessarii a diversi atti della vita umana, si trova e vede in cose dette abiettissime, benché ogni cosa, per quel che è detto, ha la divinità latente in sé; perché la si esplica e comunica insino alli minimi e dalli minimi secondo la lor capacità; senza la qual presenza niente arrebe l'essere, perché quella è l'essenza de l'essere del primo sin all'ultimo. A quel che è detto, aggiongo, e dimando: Per qual raggione riprendeno gli Egipzii in quello nel che essi ancora son compresi? E per venire a coloro che da noi o fuggirono, o fûrno come leprosi scacciati a gli deserti, non sono essi, nelle loro necessitati, ricorsi al culto egizio, quando ad un bisogno mi adorarono nell'idolo d'un vitello d'oro; e ad un'altra necessità, s'inchinorno, piegâro le ginocchia ed alzâro le mani a Theuth in forma del serpente di bronzo, benché per loro innata ingratitudine, dopo impetrato favore dell'uno e l'altro nume, ruppero l'uno e l'altro idolo? Appresso, quando si hanno voluto onorare con dirsi santi, divini e benedetti, in che maniera han possuto farlo eccetto con intitularsi bestie, come si vede dove il padre de dodici tribù, per testamento donando a' figli la sua benedizione, le magnificò con nome di dodici bestie? Quante volte chiamano il lor vecchio dio risvegliato Leone, Aquila volante, Fuoco ardente, Procella risonante, Tempesta valorosa; ed il novamente conosciuto da gli altri lor successori Pellicano insanguinato, Passare solitario, Agnello ucciso. E cossì lo chiamano, cossì lo pingono, cossì l'intendeno, dove lo veggio in statua e pittura con un libro, non so se posso dire, in mano, che non può altro che lui aprirlo e leggerlo. Oltre, tutti quei che son per credergli deificati, non son chiamati da lui, e si chiamano essi ancor gloriandosi, pecore sue, sua pastura, sua mandra, suo ovile, suo gregge? Lascio che gli medesimi veggio significati per gli asini: per la femina madre, il popolo giudaico; e l'altre generazioni che se gli doveano aggiongere, prestandogli fede, per il polledro figlio. Vedete, dunque, come questi divi, questo geno eletto vien significato per sì povere e basse bestie; e poi si burlano di noi che siamo presentati in più forti, degne ed imperiose altre?

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Lascio che tutte le generazioni illustri ed egregie mentre per gli lor segni ed imprese vogliono mostrarsi ed essere significate, ecco le vedi aquile, falconi, nibbii, cuculi, civette, nottue, buboni, orsi, lupi, serpi, cavalli, buovi, becchi; e tal volta, perché manco si stimano degni de farsi una bestia intiera, ecco vi presentano un pezzo di quella, o una gamba, o una testa, o un paio di corna, o una coda, o un nerbo. E non pensate che, se si potessero trasformare in sustanza di tali animali, non lo farrebono volentiera; atteso, a qual fine stimate che pingono nel suo scudo le bestie quando le accompagnano col suo ritratto, con la sua statua? Pensate forse che vogliono dire altro eccetto: Questo, questo, di cui, o spettatore, vedi il ritratto, è quella bestia, che gli sta vicina e compiuta; overo: Se volete saper chi è questa bestia, sappiate che la è costui di cui vedete qua il ritratto e qua scritto il nome. Quanti sono, che per meglior parere bestie, s'impellicciano di lupo, di volpe, di tasso, di caprone, di becco, onde, ad essere uno di cotai animali, non par che gli manca altro che la coda? Quanti sono che per mostrar quanto hanno dell'ucello, del volatile e far conoscere con quanta leggerezza si potrebono sullevare alle nubi, s'impiumano il cappello e la barretta?
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\ SAUL.\ Che dirai de le dame nobili, tanto de le grandi, quanto di quelle che voglion far del grande? non fanno elle più gran caso delle bestie che de proprii figli? Eccole, quasi dicessero: - O figlio mio, fatto a mia imagine: se come ti mostri uomo, cossì ti mostrassi coniglio, cagnolina, martora, gatto, gibellino; certo, si come ti ho commesso a le braccia de la serva, de la fante, de questa ignobile nutriccia, di questa sugliarda, sporca, imbreaca, che facilmente, infettandoti di lezzo, ti farà morire; perché conviene anco che dormi con ella; io, io sarei quella che medesima ti portarei in braccio, ti sostenerei, lattarei, pettinarei, ti cantarei, ti farei di vezzi, ti baciarei, come fo a quest'altro gentile animale, il qual non voglio che si domestiche con altro che con me; non permetterò che sia tocco da altro che da me; e non lasciarò star in altra camera e dormir in altro letto che nel mio. Questo se averrà che la cruda Atropo mi tolga, non patirò che vegna sepolto come tu, ma gl'imbalsimarò, gli perfumarò la pelle; ed a quella, come a divina reliquia, dove mancano li membri de la fragil testa e piedi, io vi formarò la figura in oro smaltato ed asperso di diamanti, di perle e di rubini. Cossì, dove bisognarà onoratamente comparire, il portarò meco, ora avolgendomelo al collo, ora me l'accostando al volto, a la bocca, al naso; ora me l'appoggiarò al braccio; ora, dismettendo il braccio perpendicolarmente in giù, lo lasciarò ir prolungato verso le falde, a fin che non sia parte di quello che non sia messa in prospettiva. - Onde aperto si vede, quanto con più sedula cura queste più generose donne sono affette circa una bestia che verso un proprio figlio, per far vedere quanta sia la nobilità di quelle sopra questi, quanto quelle sono più onorabili che questi.
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\ SOFIA\ E per tornare a più seriose raggioni, quelli che sono, o si tegnono più gran prencipi, per far con espressi segni evidente la loro potestà e divina preeminenza sopra gli altri, s'adattano in testa la corona; la quale non è altro che figura di tante corna, che in cerchio gl'incoronano, id est gl'incornano il capo. E quelle quanto son più alte ed eminenti, tanto fanno più maestrale representazione, e son segno di maggior grandezza: onde è geloso un duca che un conte o marchese mostre una corona cossì grande come lui; maggiore conviene al re, massima a l'imperatore, triplicata tocca al papa, come a quello sommo patriarca che ne deve aver per lui e per li compagni. Li pontefici ancora sempre hanno adoperata la mitra acuminata in due corna; il duce di Venezia compare con un corno a mezza testa; il gran Turco da fuor del turbante lo fa uscir alto e diritto in forma rotonda piramidale: il che tutto è fatto per donar testimonio della sua grandezza, con accomodarsi con la meglior arte questa bella parte in testa, la quale alle bestie ha conceduta la natura: voglio dir, con mostrar di aver de la bestia. Questo nessuno avanti, né alcuno da poi ha possuto più efficacemente esprimere, che il duca e legislatore del popolo giudeo. Quel Mosè dico, che in tutte le scienze de gli Egizii usci addottorato da la corte di Faraone; quello che nella moltitudine di segni vinse tutti que' periti nella maggia; in che modo mostrò l'eccellenza sua, per esser divino legato a quel popolo, e representator de l'autorità del dio d'Ebrei? vi par che, calando giù del monte Sina con le gran tavole, venesse in forma d'un uomo puro, essendo che si presentò venerando con un paio di gran corna, che su la fronte gli ramificavano? Avanti la cui maestral presenza mancando il cuore di quel popolo errante ch'il mirava, bisognò che con un velo si cuoprisse il volto; il che pure fu fatto da lui per dignità e per non far troppo familiare quel divino e più che umano aspetto.
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\ SAUL.\ Cossì odo ch'il gran Turco, quando non porge familiare udienza, usa il velo avanti la sua persona. Cossì ho visto io gli Religiosi di Castello in Genova mostrar per breve tempo e far baciar la velata coda, dicendo: - Non toccate, baciate; questa è la santa reliquia di quella benedetta asina, che fu fatta degna di portar il nostro Dio dal monte Oliveto a Jerosolima. Adoratela, baciatela, porgete limosina: Centuplum accipietis, et vitam aeternam possidebitis.
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\ SOFIA\ Lasciamo questo, e venemo al nostro proposito. Per la legge e decreto di quella nazion eletta nessuno si fa re se non con dargli de l'oglio con un corno in testa; e dal sacrato corno è ordine che esca quel regio liquore, perché appaia quanta sia la dignità de le corna, le quali conservano, effondeno e parturiscono la regia maestade. Or se un pezzo, una reliquia d'una bestia morta è in tanta riputazione, che devi pensar d'una bestia viva e tutta intiera, che non ha le corna improntate, ma per eterno beneficio di natura? Séguito il proposito secondo la mosaica autoritade, la quale nella legge e scrittura sempre non usa altre minacce che questa, o simili a questa: Ecco, popolo, mio, che dice il nostro Giova. Spuntarò il vostro corno, o transgressori di miei precetti, o prevaricatori della mia legge, fiaccarò, dileguarò le vostre corna. Ribaldi e scelerati, vi scornarò ben io. Cossì per l'ordinario non usa altre promesse che questa, o simili a questa: Te incornarò certo; per mia fede, per me stesso ti giuro che ti adaptarò le corna, popolo mio eletto. Popolo mio fedele, abbi per fermo che non arranno male le tue corna; di quelle non si scemarà nulla. Generazione santa, figli benedetti, inalzarò, magnificarò, sublimarò le corna vostre, perché denno essere exaltate le corna de' giusti. Da onde appare aperto, che ne le corna consiste il splendor, l'eccellenza e potestade, perché son cose da eroi, bestie e dei.
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\ SAUL.\ Onde aviene che è messo in consuetudine di chiamar cornuto uno, per dirlo uomo senza riputazione, o che abbia perso qualche riputata specie di onore?
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\ SOFIA\ Onde aviene che alcuni ignoranti porcini alle volte ti chiamano filosofo (quale, se è vero, è più onorato titolo che possa aver un uomo), e te lo dicono come per dirti ingiuria o per vituperarti?
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\ SAUL.\ Da certa invidia.
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\ SOFIA\ Onde aviene che alcun pazzo e stolto tal volta da te vien chiamato filosofo?
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\ SAUL.\ Da certa ironia.
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\ SOFIA\ Cossì poi intendere che, o per certa invidia o per certa ironia, aviene che quei che sono, o che non sono onorati e magnifici, vegnono nomati cornuti. Conchiuse dunque Iside per il Capricorno, che, per aver egli le corna e per esser egli una bestia, ed oltre aver fatti dovenir gli dei cornuti e bestie (il che contiene in sé gran dottrina e giudicio di cose naturali e magiche circa le diverse raggioni con le quali la forma e sustanza divina o s'immerge, o si explica, o si condona per tutti, con tutti e da tutti suggetti), è un dio non solamente celeste, ma, ed oltre, degno di maggiore e meglior piazza che non è questa. E per quello che gli più vili idolatri, anzi gli vilissimi de la Grecia e de l'altre parti del mondo, improperano a gli Egizii, risponde per quel che è detto, che se pur si commette indignità nel culto, il quale è necessario in qualche maniera; e se peccano quei che per molte commoditadi e necessitadi, in forme de vive bestie, vive piante, vivi astri, ed inspiritate statue di pietre e di metallo (nelle quali non possiamo dir che non sia quello che è più intimo a tutte le cose, che la propria forma di esse), adororno la deità una e semplice ed absoluta in se stessa, multiforme ed omniforme in tutte le cose; quanto incomparabilmente peggiore è quel culto, e più vilmente peccano quei che senza commodità e necessità alcuna, anzi fuor d'ogni raggione e dignità, sotto abiti e titoli ed insegne divine adorano le bestie e peggiori che bestie?
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Gli Egizii, come sanno i sapienti, da queste forme naturali esteriori di bestie e piante vive ascendevano e (come mostrano gli lor successi) penetravano alla divinità; ma loro da gli abbiti magnifici esterni de gli lor idoli (ad altri accomodandogli al capo gli dorati raggi apollineschi, ad altri la grazia di Cerere, ad altri la purità di Diana, ad altri l'aquila, ad altri il scettro e folgore di Giove in mano) descendeno poi ad adorar in sustanza per dei quei che a pena hanno tanto spirito quanto le nostre bestie; perché finalmente la loro adorazione si termina ad uomini mortali, dappoco, infami, stolti, vituperosi, fanatici, disonorati, infortunati, inspirati da genii perversi, senza ingegno, senza facundia e senza virtude alcuna; i quali vivi non valsero per sé, e non è possibile che morti vagliano per sé o per altro. E benché per lor mezzo è tanto instercorata ed insporcata la dignità del geno umano, che in loco di scienze è imbibito de ignoranze più che bestiali, onde è ridotto ad esser governato senza vere giustizie civili, tutto è avenuto non per prudenza loro, ma perché il fato dona il suo tempo e vicissitudine a le tenebre. E soggionse queste paroli, voltata a Giove: - E mi dolgo di voi, o padre, per molte bestie, che, per esser bestie, mi par che facci indegne del cielo, essendo però, come ho mostrato, tanta la dignità di quelle. - A cui il summitonante: - Te inganni, figlia, che per esser bestie. Se gli altri dei sdegnassero l'esser bestie, non sarrebono accadute tante e tali metamorfosi. Però non possendo, né dovendovi rimanere in ipostatica sustanza, voglio che vi rimagnano in ritratto, il qual sia significativo, indice e figura de le virtudi che in que' luoghi si stabiliscono. E quantunque alcune hanno espressa significazione di vizio, per essere animali atti alla vendetta contra la specie umana, non sono però senza virtù divina in altro modo favorevolissime a quella medesima ed altre, perché nulla è absolutamente, ma, per certo rispetto, malo, come l'Orsa, il Scorpione ed altri: questo non voglio che ripugne al proposito, ma lo comporte nel modo che hai possuto aver visto e vedrai. Però non curo che la Verità sia sotto figura e nome de l'Orsa, la Magnanimità sotto quel de l'Aquila, la Filantropia sotto quel del Delfino, e cossì de gli altri. E per venire alla proposta del tuo Capricorno, tu sai quel ch'ho detto da principio, quando feci l'enumerazione di quei che doveano lasciar il cielo; e credo che ti ricordi lui essere uno de gli riservati. Godasi dunque la sua sedia, tanto per le raggioni da te apportate, quanto per altre molte non minori, che apportar si potrebono. E con lui, per degni rispetti, soggiorne la Libertà di spirito a cui talvolta amministra il Monachismo (non dico quello de cocchiaroni), l'Eremo, la Solitudine, che sogliono parturir quel divino sigillo ch'è la buona Contrazione.
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Appresso dimandò Teti di quel che volea far de l'Aquario. -Vada, rispose Giove, a trovar gli uomini, e sciôrgli quella questione del diluvio, e dechiarare come quello ha possuto essere generale, perché s'apersero tutte le cataratte del cielo; e faccia che non si creda oltre quello esser stato particolare, perché è impossibile che l'acqua del mare e fiumi possa gli ambi doi emisferi ricuoprire, anzi né pur un medesimo citra ed oltre i Tropici o l'Equinoziale. Appresso faccia intendere come questa riparazion del geno traghiuttito da l'onde fu da l'Olimpo nostro de la Grecia, e non da gli monti di Armenia, o dal Mongibello di Sicilia, o da qualch'altra parte. Oltre che le generazioni de gli uomini si trovano in diversi continenti non a modo con cui si trovano tante altre specie d'animali usciti dal materno grembo de la natura, ma per forza di transfretazione e virtù di navigazione, perché, verbigrazia, son stati condotti da quelle navi che furono avanti che si trovasse la prima; perché (lascio altre maladette raggioni da canto, quanto a gli Greci, Druidi e tavole di Mercurio, che contano più di vinti mila anni non dico de lunari, come dicono certi magri glosatori, ma di que' rotondi simili a l'annello, che si computano da un inverno a l'altro, da una primavera a l'altra, da uno autunno a l'altro, da una staggione a l'altra medesima) è frescamente scuoperta una nuova parte de la Terra che chiamano Nuovo Mondo, dove hanno memoriali di diece mila anni e più, gli quali sono, come vi dico, integri e rotondi, perché gli loro quattro mesi son le quattro staggioni, e perché, quando gli anni eran divisi in più pochi, erano anco divisi in più grandi mesi. Ma lui, per evitar gl'inconvenienti che possete da per voi medesimi considerare, vada destramente a mantenir questa credenza, trovando qualche bel modo di accomodar quelli anni; e quello che non può glosare ed iscusare, audacemente nieghi, dicendo che si deve porgere più fede a gli dei (de quali portarà le lettere patente e bolle) che a gli uomini, li quali tutti son buggiardi. - Qua aggionse Momo dicendo: - E 'l mi par meglio di scusarla in questa maniera con dire, verbigrazia, che questi de la terra nova non son parte de la umana generazione, perché non sono uomini, benché in membra, figura e cervello siano molto simili a essi; ed in molte circonstanze si mostrano più savii ed in trattar gli lor dei manco ignoranti. - Rispose Mercurio che questa era troppo dura a digerire. - Mi par che quanto appartiene alle memorie di tempi, si può facilmente provedere con far maggiori questi, o minori quelli anni; ma penso che sia conveniente trovar alcuna gentil raggione, per qualche soffio di vento, o per qualche trasporto di balene ch'abbiano inghiuttite persone di un paese, e quelle vive andate a vomire in altre parti ed altri continenti. Altrimente noi dei greci saremo confusi; perché si dirà che tu, Giove, per mezzo di Deucalione non sei riparator de gli uomini tutti, ma di certa parte solamente. - Di questo e del modo di provedere si parlarà a più bell'agio, - disse Giove. Aggiunse alla commissione di costui, che debba egli definire circa la controversia se lui è stato sin ora in cielo per un padre di Greci, o di Ebrei, o di Egizii o di altri, e se ha nome Deucalione, o Noemo, o Otrio, o Osiri. Finalmente determine se lui è quel patriarca Noè, che, imbreaco per l'amor di vino, mostrava il principio organico della lor generazione a' figli, per fargli intendere insieme insieme dove consistea il principio ristorativo di quella generazione assorbita ed abissata da l'onde del gran cataclismo, quando doi uomini maschii ritrogradando gittâro gli panni sopra il discuoperto seno del padre; o pur è quel tessalo Deucalione, a cui, insieme con Pirra sua consorte, fu mostrato ne le pietre il principio della umana riparazione; là onde de doi uomini, un maschio e una femina, retrogradando le gittavano a dietrovia al discuoperto seno della terra madre? Ed insegne di questi doi modi de dire (perché non possono esser l'uno e l'altro istoria) qual sia la favola e qual sia la istoria; e se sono ambi doi favole, qual sia la madre e quale sia la figlia; e veda se potrà ridurle a metafora di qualche veritade degna d'essere occolta. Ma non inferisca che la sufficienza della magia caldaica sia uscita e derive da la cabala giudaica; perché gli Ebrei son convitti per escremento de l'Egitto, e mai è chi abbia possuto fingere con qualche verisimilitudine, che gli Egizii abbiano preso qualche degno o indegno principio da quelli. Onde noi Greci conoscemo per parenti de le nostre favole, metafore e dottrine la gran monarchia de le lettere e nobilitade, Egitto, e non quella generazione la quale mai ebbe un palmo di terra che fusse naturalmente o per giustizia civile il suo; onde a sufficienza si può conchiudere che non sono naturalmente, come né per lunga violenza di fortuna mai furono, parte del mondo.
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\ SAUL.\ Questo, o Sofia, sia detto da Giove per invidia; perché quindi degnamente son detti e si dicono santi, per essere più tosto generazion celeste e divina che terrestre ed umana; e non avendo degna parte di questo mondo, vegnono approvati da gli angeli eredi di quell'altro, il quale tanto è più degno quanto non è uomo, o grande o picciolo, o savio o stolto, che per forza o di elezione o di fato non possa acquistarlo, e certissimamente tenerlo per suo.
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\ SOFIA\ Stiamo in proposito, o Saulino.
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\ SAUL.\ Or dite, che cosa volse Giove che succedesse a quella piazza?
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\ SOFIA\ La Temperanza, la Civilità, la Urbanitade, mandando giù la Intemperanza, l'Eccesso, l'Asprezza, Selvaticia, Barbaria.
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\ SAUL.\ Come, o Sofia, la Temperanza ottiene medesima sedia con l'Urbanitade?
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\ SOFIA\ Come la madre può coabitar con la figlia; perché per l'Intemperanza circa gli affetti sensuali ed intellettuali si dissolveno, disordinano, disperdeno ed indiluviano le fameglie, le republiche, le civili conversazioni ed il mondo; la Temperanza è quella che riforma il tutto, come ti farò intendere, quando andaremo visitando queste stanze.
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\ SAUL.\ Sta bene.
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\ SOFIA\ Or, per venire alli Pesci, si alzò in piedi la bella madre di Cupido, e disse: - Vi raccomando con tutto il mio core (per il ben che mi volete ed amor che mi portate, o dei) li miei padrini, li quali al lido del fiume Eufrate versâro quel grand'ovo che covato dalla colomba ischiuse la mia misericordia. - Tornino dunque là dove erano, disse Giove; ed assai li baste di esser stati qua tanto tempo, e che se gli confirme il privilegio che gli Siri non le possano mangiar senza essere iscomunicati; e guardinsi che di nuovo non vegna qualche condottiero Mercurio, che, togliendoli le ova interiori, forme qualche metafora di nuova misericordia per sanar il mal de gli occhi di qualche cieco; perché non voglio che Cupido apra gli occhi, atteso che, se cieco tira tanto diritto ed impiaga tanti quanti vuole, che pensate farrebe, se avesse gli occhi tersi? Vadino dunque là e stiano in cervello per quel ch'ho detto. Vedete come da per se medesimo il Silenzio, la Taciturnità, in forma con cui apparve ne l'Egitto e Grecia il simulacro di Pixide, con l'indice apposto alla bocca, va a prendere il suo loco. Or lasciatelo passar, non gli parlate, non gli dimandate nulla. Vedete come da quell'altro canto si spicca la Ciarla, la Garrulità, la Loquacità con altri servi, damigelle ed assistenti. - Soggionse Momo: - Tolgasi ancora alla mal'ora quella chioma detta gli Crini di Berenice, e sia portata da quel Tessalo a vendere in terra a qualche calva principessa. - Bene! - rispose Giove. - Or vedete purgato il spacio del signifero, dove son prese trecento quaranta sei stelle notabili: cinque massime, nove grandi, sessanta quattro mediocri, cento trentatré picciole, centocinque minori, vintisette minime, tre nebbiose. –

Dial. 3, parte 3

Terza parte del terzo dialogo.

1 - Or ecco, come s'offre da essere ispedita la terza parte del cielo, disse l'altitonante: la parte detta australe, detta meridionale, dove prima, o Nettuno, ne si presenta quel tuo grande animalaccio. - Il Ceto, disse Momo, se non è quello che servì per galea, per cocchio o tabernaculo al profeta di Ninive, e questo a lui per pasto, medicina e vomitorio, se non è il trofeo del trionfo di Perseo, se non è il protoparente di Ianni de l'Orco, se non è la bestiazza di Cola Catanzano, quando descese a gli inferi: io, benché sia uno de' gran secretarii della republica celestiale, non so qual mal'ora egli si sia. Vada, se cossì piace a Giove, in Salonicca; e veda se può servir per qualche bella favola a la smarrita gente e popolo della dea Perdizione. E perché, quando questo animale si scuopre sopra l'alto bogliente e tempestoso mare, annunzia la futura tranquillità di quello, se non in quel medesimo giorno, in uno di quei che vegnono appresso: però mi par che, nel suo grado, debba esser stato buon tipo della tranquillità del spirito. - È bene, disse Giove, che questa soprana virtù, detta Tranquillità de l'animo, appaia in cielo, se la è quella che salda gli uomini contra la mondana instabilità, le rende constanti contra l'ingiurie della fortuna, le mantiene rimossi dalla cura de le administrazioni, le conserva poco studiosi de novitadi, le fa poco molesti a nemici, poco gravi ad amici ed in punto suggetti a vana gloria; non perplessi per la varietà di casi, non irresoluti a gli rancontri de la morte. - Appresso dimandò Nettuno: - Che farrete, o dei, del mio favorito, del mio bel mignone, di quell'Orione dico, che fa, per spavento (come dicono gli etimologisti), orinare il cielo?
2
- Qua, rispose Momo: - Lasciate proponere a me, o dei. Ne è cascato, come è proverbio in Napoli, il maccarone dentro il formaggio. Questo, perché sa far de maraviglie, e, come Nettuno sa, può caminar sopra l'onde del mare senza infossarsi, senza bagnarsi gli piedi; e con questo consequentemente potrà far molte altre belle gentilezze; mandiamolo tra gli uomini; e facciamo che gli done ad intendere tutto quello che ne pare e piace, facendogli credere che il bianco è nero, che l'intelletto umano, dove li par meglio vedere, è una cecità; e ciò che secondo la raggione pare eccellente, buono ed ottimo, è vile, scelerato ed estremamente malo; che la natura è una puttana bagassa, che la legge naturale è una ribaldaria; che la natura e divinità non possono concorrere in uno medesimo buono fine, e che la giustizia de l'una non è subordinata alla giustizia de l'altra, ma son cose contrarie, come le tenebre e la luce; che la divinità tutta è madre di Greci, ed è come nemica matrigna de l'altre generazioni; onde nessuno può esser grato a' dei altrimente che grechizando, idest facendosi Greco: perché il più gran scelerato e poltrone ch'abbia la Grecia, per essere appartenente alla generazione de gli dei, è incomparabilmente megliore che il più giusto e magnanimo ch'abbia possuto uscir da Roma in tempo che fu republica, e da qualsivoglia altra generazione, quantunque meglior in costumi, scienze, fortezza, giudicio, bellezza ed autorità. Perché questi son doni naturali e spreggiati da gli dei, e lasciati a quelli che non son capaci de più grandi privilegii: cioè di que' sopranaturali che dona la divinità, come questo di saltar sopra l'acqui, di far ballare i granchi, di far fare capriole a' zoppi, far vedere le talpe senza occhiali ed altre belle galanterie innumerabili. Persuaderà con questo che la filosofia, ogni contemplazione ed ogni magia che possa fargli simili a noi, non sono altro che pazzie; che ogni atto eroico non è altro che vegliaccaria; e che la ignoranza è la più bella scienza del mondo, perché s'acquista senza fatica e non rende l'animo affetto di melancolia. Con questo forse potrà richiamare e ristorar il culto ed onore ch'abbiamo perduto, ed oltre avanzarlo, facendo che gli nostri mascalzoni siano stimati dei per esserno o Greci o ingrecati. Ma con timore, o dei, io vi dono questo conseglio; perché qualche mosca mi susurra ne l'orecchio: atteso che potrebbe essere che costui al fine trovandosi la caccia in mano, non la tegna per lui, dicendo e facendoli oltre credere, che il gran Giove non è Giove, ma che Orione è Giove; e che li dei tutti non sono altro che chimere e fantasie. Per tanto mi par pure convenevole che non permettiamo, che per fas et nefas, come dicono, voglia far tante destrezze e demostranze, per quante possa farsi nostro superiore in riputazione.
-3
Qua rispose la savia Minerva: - Non so, o Momo, con che senso tu dici queste paroli, doni questi consegli, metti in campo queste cautele. Penso ch'il parlar tuo è ironico; perché non ti stimo tanto pazzo che possi pensar che gli dei mendicano con queste povertadi la riputazione appresso gli uomini; e, quanto a questi impostori, che la falsa riputazion loro, la quale è fondata sopra l'ignoranza e bestialità de chiunque le riputa e stima, sia lor onore più presto che confirmazione della loro indignità e sommo vituperio. Importa a l'occhio della divinità e presidente verità, che uno sia buono e degno, benché nessuno de mortali lo conosca; ma che un altro falsamente venesse sino ad essere stimato dio da tutti mortali, per ciò non si aggiongerà dignità a lui, perché solamente vien fatto dal fato instrumento ed indice per cui si vegga la tanto maggiore indignità e pazzia di que' tutti, che lo stimano, quanto colui è più vile, ignobile ed abietto. Se dunque si prenda non solamente Orione il quale è Greco ed uomo di qualche preggio; ma uno della più indegna e fracida generazion del mondo, di più bassa e sporca natura e spirito, che sia adorato per Giove: certo mai verrà esso onorato in Giove, né Giove spreggiato in lui: atteso che egli mascherato ed incognito ottiene quella piazza o solio, ma più tosto altri verranno vilipesi e vituperati in lui. Mai dunque potrà un forfante essere capace di onore per questo, che serve per scimia e beffa di ciechi mortali con il ministero de genii nemici..
4
Or sapete, disse Giove, quel che definisco di costui, per evitar ogni possibile futuro scandalo? Voglio che vada via a basso; e comando che perda tutta la virtù di far de bagattelle, imposture, destrezze, gentilezze ed altre maraviglie che non serveno di nulla; perché con quello non voglio che possa venire a destruggere quel tanto di eccellenza e dignità che si trova e consiste nelle cose necessarie alla republica del mondo; il qual veggio quanto sia facile ad essere ingannato, e per conseguenza inclinato alle pazzie e prono ad ogni corrozione ed indignità. Però non voglio che la nostra riputazione consista nella discrezione di costui o altro simile; perché, se pazzo è un re, il quale a un suo capitano e generoso duca dona tanta potestà ed autorità per quanta quello se gli possa far superiore (il che può essere senza pregiudicio del regno, il quale potrà cossì bene, e forse meglio, esser governato da questo che da quello); quanto più sarà insensato e degno di correttore e tutore, se ponesse o lasciasse nella medesima autorità un uomo abietto, vile ed ignorante, per cui vegna ad essere invilito, strapazzato, confuso e messo sotto sopra il tutto; essendo per costui posta la ignoranza in consuetudine di scienza, la nobilità in dispreggio e la villania in riputazione!
-5
- Vada presto, disse Minerva; ed in quel spacio succeda la Industria, l'Esercizio bellico ed Arte militare; per cui si mantegna la patria pace ed autoritade; si appugneno, vincano e riducano a vita civile ed umana conversazione gli barbari; si annulleno gli culti, religioni, sacrificii e leggi inumane, porcine, salvatiche e bestiali; perché ad effettuar questo tal volta per la moltitudine de' vili ignoranti e scelerati, la quale prevale a' nobili sapienti e veramente buoni, che son pochi, non basta la mia sapienza senza la punta de la mia lancia, per quanto cotali ribaldarie son radicate, germogliate e moltiplicate al mondo. - A cui rispose Giove: - Basta, basta, figlia mia, la sapienza contra queste ultime cose, che da per sé invecchiano, cascano, son vorate e digerite dal tempo, come cose di fragilissimo fondamento. - Ma in questo mentre, disse Pallade, bisogna resistere e ripugnare, a fin che con la violenza non ne destruggano prima che le riformiamo.
-6
- Venemo, disse Giove, al fiume Eridano; il quale non so come trattarlo; e che è in terra e che è in cielo, mentre le altre cose, de le quali siamo in proposito, facendosi in cielo, lasciâro la terra. Ma questo e che è qua, e che è là; e che è dentro, e che è fuori; e che è alto, e che è basso; e che ha del celeste, e che ha del terrestre; e che è là, ne l'Italia, e che è qua, nella region australe; or non mi par cosa a cui bisogna donare, ma a cui convegna che sia tolto qualche luogo. - Anzi, disse Momo, o Padre, mi par cosa degna (poi che ha questa proprietade l'Eridano fiume di posser medesimo esser suppositale- e personalmente in più parti) che lo facciamo essere ovunque sarà imaginato, nominato, chiamato e riverito: il che tutto si può far con pochissima spesa, senza interesse alcuno, e forse non senza buon guadagno. Ma sia di tal sorte, che chi mangiarà de suoi pesci imaginati, nominati, chiamati e riveriti, sia come, verbigrazia, non mangiasse; chi similmente beverà de le sue acqui, sia pur come colui che non ha da bere; chi parimente l'arà dentro del cervello, sia pur come colui che l'ha vacante e vodo; chi di medesima maniera arà la compagnia de le sue Nereidi e Ninfe, non sia men solo che colui che è anco fuor di se stesso. - Bene! disse Giove; qua non è pregiudizio alcuno, atteso che per costui non averrà che gli altri rimagnano senza cibo, senza da bere, senza che gli reste qualche cosa in cervello e senza compagni, per essere quel lor mangiare, bere, averlo in cervello e tenere in compagnia, in imaginazione, in nome, in voto, in riverenza; però sia, come Momo propone, e veggio che gli altri confirmano. Sia dunque l'Eridano in cielo, ma non altrimente che per credito ed imaginazione. Là onde non impedisca, che in quel medesimo luogo veramente vi possa essere qualch'altra cosa di cui in un altro di questi prossimi giorni definiremo; perché bisogna pensare sopra di questa sedia, come sopra quella de l'Orsa maggiore.
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Provediamo ora a la Lepre, la qual voglio che sia stata tipo del timore per la Contemplazion de la morte; ed anco, per quanto si può, de la Speranza e Confidenza, la quale è contraria al Timore: perché in certo modo l'una e l'altra son virtudi, o almeno materia di quelle, se son figlie della Considerazione e serveno a la Prudenza. Ma il vano Timore, Codardiggia e Desperazione vadano insieme con la Lepre a basso a caggionare il vero inferno ed Orco de le pene a gli animi stupidi ed ignoranti. Ivi non sia luogo tanto occolto in cui non entre questa falsa Suspettazione ed il cieco Spavento de la morte, aprendosi la porta d'ogni rimossa stanza mediante gli falsi pensieri che la stolta Fede ed orba Credulitade parturisce, nutrisce ed allieva; ma non già (se non con vane forze) s'accoste dove l'inespugnabil muro della filosofica contemplazion vera circonda, dove la quiete de la vita sta fortificata e posta in alto, dove è aperta la verità, dove è chiara la necessitade de l'eternità d'ogni sustanza; dove non si dee temer d'altro che d'esser spogliato dall'umana perfezione e giustizia, che consiste nella conformità de la natura superiore e non errante. - Qua disse Momo: - Intendo, o Giove, che chi mangia la lepre, si fa bello; facciamo dunque che chiunque mangiarà di questo animal celeste, o maschio o femina ch'egli sia, da brutto dovegna formoso, da disgraziato grazioso, da cosa feda e dispiacevole piacevole e gentile; e fia beato il ventre e stomaco che ne cape, e digerisce, e si converte in essa. -Sì; ma non voglio, disse Diana, che de la mia lepre si perda la semenza. - Oh, io ti dirò, disse Momo, un modo con cui tutto il mondo ne potrà e mangiare e bevere senza che la sia mangiata e bevuta, senza che sia dente che la tocche, mano che la palpe, occhio che la vegga e forse ancora luogo che la capisca.
8
- Di questo, disse Giove, ne raggionarete poi. Ora venendo a questo Cagnazzo che gli corre appresso, mentre per tante centinaia d'anni l'apprende in spirito, e per tema di perdere la materia d'andar più cacciando, mai viene quell'ora che la prenda in veritade, e tanto tempo gli va latrando a dietro, fingendosi le risposte. - Di questo mi son lamentato sempre, o padre, disse Momo, che hai mal dispensato, facendo che quel can mastino che fu messo a perseguitar la tebana volpe, l'hai fatto montare al cielo, come fusse un levriero alla coda d'una lepre, facendo rimaner là giù la volpe trasmutata in sasso. - Quod scripsi, scripsi, disse Giove. - E questo, disse Momo, è il male: che Giove ha la sua volontà per giustizia, ed il suo fatto per fatal decreto, per far conoscere ch'egli ave absoluta autoritade, e per non donar a credere ch'egli confesse di posser fare, o aver fatto errore, come soglion fare altri dei, che, per aver qualche ramo de discrezione, tal volta si penteno, si ritrattano e corregono. - Ed ora, disse Giove, che pensi che sia quel che facciamo adesso, tu, che da un particolare vuoi inferir la sentenza generale? -Si escusò Momo che lui inferiva in generale in ispecie, cioè in cose simili; non in genere, cioè in tutte le cose.
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\ SAUL.\ La chiosa fu buona, perché non è il simile dove è altrimente.
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\ SOFIA\ Ma soggionse: - Però, padre santo, poi che hai tanta potestà che puoi fare di terra cielo, di pietre pane e di pane qualch'altra cosa, finalmente puoi fare sin a quel che non è, né può esser fatto; fa' che l'arte di cacciatori, idest la Venazione, come è una maestrale insania, una regia pazzia ed uno imperial furore, vegna ad essere una virtù, una religione, una santità; e che grande sia onore a uno per esser carnefice, ammazzando, scorticando, squartando e sbudellando una bestia salvaggia. Di ciò benché convenerebbe a Diana di priegarti, tutta via io la dimando, per esser talvolta cosa onesta che, in caso d'impetrar beneficio e dignitade, più tosto s'interpona un altro, che quel medesimo, a chi spetta, vegna per se medesimo a presentarsi, introdursi e proporsi: atteso che con suo maggior scorno gli verrebe negato, e con minor suo decoro gli sarrebe conceduto quel che cerca. - Rispose Giove: -Benché, come l'esser beccaio debba essere stimata un'arte ed esercizio più vile che non è l'esser boia (come è messo in consuetudine in certe parti d'Alemagna), perché questa si maneggia pure in contrattar membri umani, e talvolta administrando alla giustizia; e quello ne gli membri d'una povera bestia, sempre amministrando alla disordinata gola, a cui non basta il cibo ordinato dalla natura, più conveniente alla complessione e vita dell'uomo (lascio l'altre più degne raggione da canto); cossì l'esser cacciatore è uno esercizio ed arte non meno ignobile e vile che l'esser beccaio; come non ha minor raggion di bestia la salvatica fiera che il domestico e campestre animale. Tutta volta mi pare e piace, per non incusare, ed a fine che non vegna incusata di vituperio la mia figlia Diana, ordino che l'essere carnefice d'uomini sia cosa infame; l'esser beccaio, idest manigoldo d'animali domestici, sia cosa vile; ma l'esser boia di bestie salvatiche sia onore, riputazion buona e gloria. -Ordine, disse Momo, conveniente non a Giove quando è stazionario o diretto, ma quando è retrogrado. Mi maravigliavo io, quando vedevo questi sacerdoti de Diana, dopo aver ucciso un daino, una capriola, un cervio, un porco cinghiale o qualch'altro di questa specie, inginocchiarsi in terra, snudarsi il capo, alzar verso gli astri le palme; e poi con la scimitarra propria troncargli la testa, appresso cavargli il cuore prima che toccar gli altri membri; e cossì successivamente con un culto divino adoprando il picciolo coltello, procedere di mano in mano a gli altri ceremoni; onde appaia con quanta religione e pie circonstanze sa far la bestia lui solo che non admette compagno a questo affare, ma lascia gli altri con certa riverenza e finta maraviglia star in circa a remirare. E mentre lui è tra gli altri l'unico manigoldo, si stima essere a punto quel sommo sacerdote a cui solo era lecito di portare il Semammeforasso, e ponere il piè entro in Santasantoro. Ma il male è che sovente accade che, mentre questi Atteoni vanno perseguitando gli cervi del deserto, vegnono dalla lor Diana ad esser convertiti in cervio domestico, con quel rito magico soffiandogli al viso, e gittandogli l'acqua de la fonte a dosso, e dicendo tre volte:
Si videbas feram,
Tu currebas cum ea,
Me, quae iam tecum eram,
Spectes in Galilea;

over, incantandolo per volgare, in questa altra maniera:
Lasciaste la tua stanza
E la bestia seguitaste;
Con tanta diligenza
A dietro gli corresti,
Che medesimo in sustanza
Compagno te gli festi. Amen.

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Cossì dunque, conchiuse Giove, io voglio che la venazione sia una virtù; atteso a quel che disse Iside in proposito de le bestie; ed oltre, perché con tanto diligente vigilanza, con sì religioso culto s'incerviano, incinghialano, inferiscono ed imbestialano. Sia, dico, virtù tanto eroica che quando un prencipe perseguita una dama, una lepre, un cervio o altra fiera, faccia conto che le nemiche legioni gli corrano avanti; quando arà preso qualche cosa, sia a punto in quel pensiero, come avesse alle mani cattivo quel prencipe o tiranno di cui più teme: onde non senza raggione vegna a far que' bei ceremoni, rendere quelle calde grazie e porgere al cielo quelle belle e sacrosante bagattelle. - Ben provisto per il luogo del cane cacciatore, disse Momo; il quale sarà bene d'inviarlo in Corsica o in Inghilterra. Ed in suo luogo succeda la Predicazione della verità, il Tirannicidio, il Zelo de la patria e di cose domestiche, la Vigilanza, la Custodia e Cura della republica. Or che farremo, disse, de la Cagnolina? - Allora s'alzò la blanda Venere e la dimandò in grazia a gli dei, perché qualche volta per passatempo suo e de le sue damigelle, con quel vezzoso rimenamento de la persona, con que' baciotti e con quel gentil applauso di coda, a tempo de le lor vacanze, gli scherze in seno. - Bene, disse Giove; ma vedi, figlia, che voglio che seco si parta l'Assentazione, l'Adulazione tanto amate, quanto perpetuamente odiati Zelo e Dispreggio; perché in quel loco voglio che sia la Domestichezza, Comità, Placabilità, Gratitudine, semplice Ossequio ed amorevole Servitude. - Fate, rispose la bella dea, del resto quel che vi piace; perché senza queste cagnoline non si può vivere felicemente in corte, come in quelle medesime non si può virtuosamente perseverare senza coteste virtudi che tu racconti.
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E non sì tosto ebbe chiusa la bocca la dea di Pafo, che Minerva l'aperse dicendo: - Or, a che fine destinate la mia bella manifattura, quel palaggio vagabondo, quella stanza mobile, quella bottega e quella fiera errante, quella vera balena che gli traghiuttiti corpi vivi e sani le va a vomire ne gli estremi lidi de le opposte, contrarie e diverse margini del mare? - Vada, risposero molti dei, con l'abominevole Avarizia, con la vile e precipitosa Mercatura, col desperato Piratismo, Predazione, Inganno, Usura ed altre scelerate serve, ministre e circonstanti di costoro. Ed ivi risieda la Liberalità, la Munificenza, la Nobiltà di spirito, la Comunicazione, Officio ed altri degni ministri e servi loro. - Bisogna, disse Minerva, che sia conceduta ed appropriata a qualcuno. - Fa' di quella ciò che a te piace, disse Giove. - Or dunque, disse lei, serva a qualche sollecito Portughese, o curioso ed avaro Britanno, acciò con essa vada a discuoprir altre terre ed altre regioni verso l'India occidentale, dove il capo aguzzo Genovese non ha discuoperto, e non ha messo i piedi il tenace e stiptico Spagnolo; e cossì successivamente serva per l'avenire al più curioso, sollecito e diligente investigator de nuovi continenti e terre.
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Finito avendo il suo proposito Minerva, cominciò a farsi udir in questo tenore il triste, restio e maninconioso Saturno: - Mi pare, o dei, che tra gli riservati per rimaner in cielo, con gli Asinelli, Capricorno e Vergine, sia questa Idra, questo antico e gran serpente che dignissimamente ottiene la patria celeste, come quello, che ne revendicò da le onte de l'audace e curioso Prometeo, non tanto amico di nostra gloria, quanto troppo affezionato a gli uomini, quali volea che per privilegio e prorogativa de l'immortalitade ne fussero a fatto simili ed uguali. Questo fu quel sagace ed accorto animale, prudente, versuto, callido, astuto e fino più che tutti gli altri che la terra produca; che, quando Prometeo ebbe subornato il mio figlio, vostro fratello e padre Giove, a donargli quelle otre o barilli pieni di vita eterna, accadde che, avendone cargato un asino, mettendoli sopra quella bestia per condurli alla region de gli uomini l'asino (perché per qualche tratto di camino andava avanti al suo agasone) cotto dal sole, bruggiato dal caldo, arefatto da la fatica, sentendosi gli pulmoni disseccati da la sete, venne invitato da costui al fonte; dove (per esser quello alquanto cavo e basso, di maniera che l'acqua per doi o tre palmi era lontana da l'equalità de la terra) bisognò che l'asino si curvasse e si piegasse tanto, per toccar la liquida superficie con le labbia, che vennero a cascargli dal dorso gli barilli, si ruppero gli otricelli, si versò la vita eterna, e tutta venne a disperdersi per terra e quel pantano che facea corona con l'erbe al fonte. Costui se ne raccolse destramente qualche particella per lui: Prometeo rimase confuso, gli uomini sotto la triste condizione della mortalità, e l'asino, perpetuo ludibrio e nemico di questi, condannato dall'umana generazione, consenziente Giove, ad eterne fatiche e stenti, a pessimo cibo, che trovar si possa, ed a soldo di spesse e grosse bastonate. Cossì, o dei, per caggion di costui aviene che gli uomini facciano qualche caso de fatti nostri: perché vedete che ora, quantunque siano mortali, conoscano la loro imbecillità ed aspettan pure di passare per le nostre mani, e ne dispreggiano, si beffano de fatti nostri, e ne reputano come scimie e gattimammoni; che farrebono se fussero similmente, come noi siamo, immortali? - Assai bene definisce Saturno, -disse Giove. - Stiasi dunque, risposero gli dei tutti. - Ma partasi, soggionse Giove, la Invidia, la Maldicenza, la Insidia, Buggia, Convizio, Contenzione e Discordia; e le virtudi contrarie rimagnano con la serpentina Sagacità e Cautela. Ma quel Corvo non posso patire che sia là; però Apolline tolga quel suo divino, quel buon servitore, quel sollecito ambasciatore e diligente novelliero e posta, che tanto bene effettuò il comandamento de gli dei, quando aspettavano di tôrsi la sete per la sedulità del costui serviggio. - Se vuol regnare, disse Apolline, vada in Inghilterra dove ne trovarà le mille leggioni. Se vuol dimorar solitario, stenda il suo volo al Montecorvino appresso Salerno. Se vuole andar, dove son molti fichi, vada in Figonia, cioè, dove la riva bagna il Ligustico mare, da Nizza in sino a Genova. Se è tirato da la gola de cadaveri, vadasi rimenando per la Campania, o pur per il camino, che è tra Roma e Napoli, dove son messi in quarti tanti ladroni che, da passo in passo, di carne fresca gli vengono apparecchiati più spessi e suntuosi banchetti che possa ritrovar in altra parte del mondo. - Soggionse Giove: -Vadano ancora a basso la Turpitudine, la Derisione, il Dispreggio, la Loquacità, l'Impostura; ed in quella sedia succeda la Magia, la Profezia ed ogni Divinazione e Prognosticazione, da gli effetti giudicata buona ed utile.
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\ SAUL.\ Vorrei intendere il tuo parere, o Sofia, circa la metafora del corvo; la qual primamente fu trovata e figurata in Egitto, e poi in forma d'istoria è presa da gli Ebrei, con gli quali questa scienza trasmigrò da Babilonia; ed in forma di favola è tolta da quei che poetôrno in Grecia. Atteso che gli Ebrei dicono d'un corvo inviato da l'arca per uomo, che si chiamava Noè, per veder se le acqui erano secche, a tempo che gli uomini aveano tanto bevuto che crepôrno; e questo animale, rapito da la gola de cadaveri, rimase, e non tornò mai dalla sua legazione e serviggio. Il che pare tutto contrario a quello che raccontano gli Egipzii e Greci, che il corvo sia stato inviato dal cielo da un dio, chiamato Apolline da questi, per vedere se trovava de l'acqua, a tempo che gli dei si morevano quasi di sete; e questo animale, rapito dalla gola de gli fichi, dimorò molti giorni, e tornò tardi al fine, senza riportar l'acqua, e,.credo, avendo perso il vase.
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\ SOFIA\ Non voglio al presente stendermi a dechiararti la dotta metafora; ma questo sol ti voglio dire: che il dir di Egizii e de Ebrei tutto va a rispondere a medesima metafora; perché dire che il corvo si parta da l'arca, che è diece cubiti sullevata sopra il più alto monte de la terra e che si parta dal cielo, mi par che sia quasi tutt'uno. E che gli uomini, che si trovano in tal luogo e regione, siano chiamati dei, non mi par troppo alieno; perché, per esser celesti, con poca fatica possono esser dei. E che da questi sia detto Noè quell'uomo principale e da quegli altri Apolline, facilmente s'accorda; perché la denominazione differente concorre in un medesimo officio di regenerare: atteso che sol et homo generant hominem. E che sia stato a tempo che gli uomini aveano troppo da bere, e che sia stato quando gli dei si morevano di sete, certo è tutto medesimo ed uno: perché, quando le cataratte del cielo s'apersero e si ruppero le cisterne del firmamento, è cosa necessaria che si dovenesse a tale che gli terreni avessero troppo da bere e gli celesti si morissero di sete. Che il corvo sia rimaso allettato ed invaghito per gli fichi, e che quello stesso sia stato attratto dalla gola de corpi morti, certamente viene tutto ad uno, se considerarai la interpretazione di quello Giosefo, che sapea dechiarar gli sogni. Perché al fornaio di Putifaro (che diceva aver avuto in visione, che portava in testa un canestro de fichi, di cui venevano a mangiar gli ucelli) prenosticò che lui dovea essere appiccato, e de le sue carni doveano mangiar i corvi e gli avoltori. Che il corvo fusse tornato, ma tardi e senza profitto alcuno, è tutto medesimo, non solamente con il dire che non tornò mai, ma anco con il dire che mai fusse andato né mandato; perché non va, non fa, non torna chi va, fa e torna in vano. E sogliamo dir ad un che viene tardi ed in vano, ancor che riporte qualche cosa: Andaste, fratel mio, e non tornaste;
A Lucca me ti parse de vedere.

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Ecco dunque, Saulino, come le metafore egiziane senza contradizione alcuna possono essere ad altri istorie, ad altri favole, ad altri figurati sentimenti.
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\ SAUL.\ Questa tua concordanza di testi, se al tutto non mi contenta, è vicina a contentarmi. Ma per ora seguitate l'istoria principale.
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\ SOFIA\ - Or che si farà de la Tazza? dimandò Mercurio. De la giarra che si farà? - Facciamo, disse Momo, che sia donata, iure successionis, vita durante, al più gran bevitore che produca l'alta e bassa Alemagna, dove la Gola è esaltata, magnificata, celebrata e glorificata tra le virtudi eroiche; e la Ebrietade è numerata tra gli attributi divini: dove col treink e retreink, bibe et rebibe, ructa reructa, cespita recespita, vomi revomi usque ad egurgitationem utriusque iuris, idest del brodo, butargo, menestra, cervello, anima e salzicchia, videbitur porcus porcorum in gloria Ciacchi. Vadasene con quello l'Ebrietade, la qual non la vedete là in abito todesco con un paio di bragoni tanto grandi, che paiono le bigoncie del mendicante abbate di santo Antonio, e con quel braghettone che da mezzo de l'uno e l'altro si discuopre: di sorte che par che voglia arietare il paradiso? Guardate come la va, orsa, urtando ora con questo ora con quel fianco, mo' di proda mo' di poppa, in qualche cosa, che non è scoglio, sasso, cespuglio, o fosso a cui non vada a pagar il fio. Scorgete con ella gli compagni fidelissimi Replezione, Indigestione, Fumositade, Dormitazione, Trepidazione, alias Cespitazione, Balbuzie, Blesura, Pallore, Delirio, Rutto, Nausea, Vomito, Sporcaria ed altri seguaci, ministri e circonstanti. E perché la non può più caminare, vedete come rimonta sul suo carro trionfale, dove sono legati molti buoni, savii e santi personaggi de quali li più celebri e famosi sono Noemo, Lotto, Chiaccone, Vitanzano, Zucavigna e Sileno. L'alfiero Zampaglion porta la banda fatta di scarlato; dove con il color di proprie penne appare di doi sturni il natural ritratto; e gionti a doi gioghi, con bella leggiadria tirano il temone quattro superbi e gloriosi porci, un bianco, un rosso, un vario, un negro; de quali il primo si chiama Grungarganfestrofiel, il secondo Sorbillgramfton, il terzo Glutius, il quarto Strafocazio.
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Ma di questo altre volte ti dirò a bastanza. Veggiamo che fu, dopo ch'ebbe ordinato Giove che vi succedesse l'Abstinenza e Temperanza con gli lor ordini e ministri, che udirai: perché adesso è tempo, che vengamo a raggionar del centauro Chirone, il qual venendo ordinatamente a proposito, fu detto dal vecchio Saturno a Giove: - Perché, o figlio e signor mio, vedi ch'il sole è per tramontare, ispediamo presto questi altri quattro, s'el ti piace. - E Momo disse: - Or, che vogliamo far di quest'uomo insertato a bestia, o di questa bestia inceppata ad uomo, in cui una persona è fatta di due nature, e due sustanze concorreno in una ipostatica unione? Qua due cose vegnono in unione a far una terza entità; e di questo non è dubio alcuno. Ma in questo consiste la difficultà; cioè, se cotal terza entità produce cosa megliore che l'una e l'altra, o d'una de le due parti, overamente più vile. Voglio dire, se, essendo a l'essere umano aggionto l'essere cavallino, viene prodotto un divo degno de la sedia celeste, o pur una bestia degna di esser messa in un armento e stalla? In fine (sia stato detto quanto si voglia da Iside, Giove ed altri dell'eccellenza de l'esser bestia, e che a l'uomo, per esser divino, gli conviene aver de la bestia, e quando appetisce mostrarsi altamente divo, faccia conto di farsi vedere in tal misura bestia), mai potrò credere che, dove non è un uomo intiero e perfetto, né una perfetta ed intiera bestia, ma un pezzo di bestia con un pezzo d'uomo, possa esser meglio che come dove è un pezzo di braga con un pezzo di giubbone, onde mai provegna veste meglior che giubbone o braga, né meno cossì, come questa o quella, buona. - Momo, Momo, rispose Giove, il misterio di questa cosa è occolto e grande, e tu non puoi capirlo; però, come cosa alta e grande, ti fia mestiero di solamente crederlo. - So bene, disse Momo, che questa è una cosa, che non può esser capita da me, né da chiunque ha qualche picciolo granello d'intelletto; ma che io, che son un dio, o altro che si trova tanto sentimento quanto esser potrebe un acino di miglio, debba crederlo, vorrei che da te prima con qualche bella maniera mi vegna donato a credere. -Momo, disse Giove, non devi voler sapere più di quel che bisogna sapere, e credemi, che questo non bisogna sapere. -Ecco dunque, disse Momo, quel che è necessario intendere, e ch'io al mio dispetto voglio sapere; e per farti piacere, o Giove, voglio credere che una manica ed un calzone vagliono più ch'un par di maniche ed un par di calzoni, e di gran vantaggio ancora; che un uomo non è uomo, che una bestia non è bestia; che la metà d'un uomo non sia mezo uomo, e che la metà d'una bestia non sia meza bestia; che un mezo uomo e meza bestia non sia uomo imperfetto e bestia imperfetta, ma bene un divo, e pura mente colendo. - Qua li dei sollecitarono Giove, che s'espedisse presto e determinasse del Centauro secondo il suo volere. Però Giove, avendo comandato silenzio a Momo, determinò in questo modo: - Abbia detto io medesimo contra Chirone qualsivoglia proposito, al presente io mi ritratto; e dico che, per esser Chirone centauro uomo giustissimo, che un tempo abitò nel monte Pelia, dove insegnò ad Esculapio de medicina, ad Ercole d'astrologia e ad Achille de citara, sanando infermi, mostrando come si montava verso le stelle, e come gli nervi sonori s'attaccavano al legno e si maneggiavano, non mi par indegno del cielo. Appresso ne lo giudico degnissimo, perché in questo tempio celeste, appresso questo altare a cui assiste, non è altro sacerdote che lui; il qual vedete con quella offrenda bestia in mano, e con un libatorio fiasco appeso a la cintura. E perché l'altare, il fano, l'oratorio è necessariissimo, e questo sarrebe vano senza l'administrante, però qua viva, qua rimagna e qua persevere eterno, se non dispone altrimente il fato. - Qua suggionse Momo: - Degna e prudentemente hai deciso, o Giove, che questo sia il sacerdote nel celeste altare e tempio; perché, quando bene arà spesa quella bestia che tiene in mano, è impossibile che li possa mancar mai la bestia: perché lui medesimo, ed uno, può servir per sacrificio e sacrificatore, idest per sacerdote e per bestia. - Or bene dunque, disse Giove, da questo luogo si parta la Bestialità, l'Ignoranza, la Favola disutile e perniziosa; e dove è il Centauro, rimagna la Semplicità giusta, la Favola morale. Da ove è l'Altare, si parta la Superstizione, l'Infidelità, l'Impietà e vi soggiorne la non vana Religione, la non stolta Fede e la vera e sincera Pietade. - Qua propose Apolline: - Che sarà di quella Tiara? a che è destinata quella Corona? che vogliamo far di essa? - Questa, questa, rispose Giove, è quella corona, la quale, non senza alta disposizion del fato, non senza instinto de divino spirito e non senza merito grandissimo, aspetta l'invittissimo Enrico terzo, Re della magnanima, potente e bellicosa Francia; che dopo questa e quella di Polonia, si promette, come nel principio del suo regno ha testificato, ordinando quella sua tanto celebrata impresa, a cui, facendo corpo le due basse corone con un'altra più eminente e bella, s'aggiongesse per anima il motto: Tertia coelo manet. Questo Re cristianissimo, santo, religioso e puro può securamente dire: Tertia coelo manet, perché sa molto bene che è scritto Beati li pacifici, beati li quieti, beati li mondi di cuore, perché de loro è il regno de' cieli. Ama la pace, conserva quanto si può in tranquillitade e devozione il suo popolo diletto; non gli piaceno gli rumori, strepiti e fragori d'instrumenti marziali che administrano al cieco acquisto d'instabili tirannie e prencipati de la terra; ma tutte le giustizie e santitadi che mostrano il diritto camino al regno eterno. Non sperino gli arditi, tempestosi e turbulenti spiriti di quei che sono a lui suggetti, che, mentre egli vivrà (a cui la tranquillità de l'animo non administra bellico furore), voglia porgerli aggiuto per cui non vanamente vadano a perturbar la pace de l'altrui paesi, con pretesto d'aggionger gli altri scettri ed altre corone; perché Tertia coelo manet. In vano contra sua voglia andaranno le rubelle Franche copie a sollecitar gli fini e lidi altrui; perché non sarà proposta d'instabili consegli, non sarà speranza de volubili fortune, comodità di esterne administrazioni e suffragii che vagliano con specie d'investirlo de manti ed ornarlo di corone, toglierli (altrimente che per forza di necessità) la benedetta cura della tranquillità di spirito, più tosto leberal del proprio che avido de l'altrui. Tentino, dunque, altri sopra il vacante regno Lusitano; sieno altri solleciti sopra il Belgico dominio. Perché vi beccarete la testa e vi lambiccarete il cervello, altri ed altri prencipati? perché suspettarete e temerete voi altri prencipi e regi che non vegna a domar le vostre forze, ed involarvi le proprie corone? Tertia coelo manet. Rimagna dunque (conchiuse Giove) la Corona, aspettando colui che sarà degno del suo magnifico possesso; e qua oltre abbia il suo solio la Vittoria, Remunerazione, Premio, Perfezione, Onore e Gloria; le quali, se non son virtudi, son fine di quelle.
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\ SAUL.\ Or che dissero li dei?
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\ SOFIA\ Non fu grande o picciolo, maggiore o minore, maschio o femina, o d'una e d'un'altra sorte, che si trovasse nel conseglio, che con ogni voce e gesto non abbia sommamente approvato il sapientissimo e giustissimo decreto Gioviale. Là onde, fatto tutto allegro e gioioso, il summitonante s'alzò in piedi e stese la destra verso il Pesce australe, di cui solo restava a definire, e disse: -Presto tolgasi da là quel pesce, e non vi rimagna altro che il suo ritratto; ed esso in sustanza sia preso dal nostro cuoco, ed or ora, fresco fresco, sia messo per compimento di nostra cena parte in craticchia, parte in guazzetto, parte in agresto, parte acconcio come altrimente li pare e piace, accomodato con salza romana. E facciasi tutto presto, perché per il troppo negociare io mi muoio di fame, ed il simile credo de voi altri anco: oltre che mi par convenevole che questo purgatorio non sia senza qualche nostro profitto ancora. - Bene, bene, assai bene! risposero tutti gli dei; ed ivi si trove la Salute, la Securità, l'Utilità, il Gaudio, il Riposo e somma Voluttade, che son parturite dal premio de virtudi, e remunerazion de studi e fatiche. -.
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E con questo festivamente usciro dal conclave, avendo purgato il spacio oltre il signifero, che contiene trecento e sedeci stelle segnalate.
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\ SAUL.\ Or ed io me ne vo alla mia cena.
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\ SOFIA\ Ed io mi ritiro alle notturne contemplazioni.