Pietro Verri

Storia di Milano

Prefazione

Abbiamo un buon numero di scrittori della storia e della erudizione patria; eppure pochi sono i Milanesi, anche scegliendo gli uomini colti, i quali abbiano un'idea della storia del loro paese. Questa generale oscurità ci dispiace, e tavolta ancor ci pregiudica; ma gli ostacoli che dovremo superare per acquistare la notizia, sono tanti e sì difficili, che, affrontati appena, ci sgomentano; e, trattine alcuni pochi eruditi per mestiere, i quali si appiattano a vivere fra i codici e le pergamene, non vi è chi ardisca di vincerli. Il Calchi, l'Alciati, il Corio han qualche nome. Sono preziosi monumenti de' secoli barbari gli scritti di Arnolfo, dei due Landolfi, di sire Raul, di Bonvicino da Ripa, del Fiamma, di Giovanni da Cermenate, di Bonincontro Morigia e di Pietro Azario. Abbiamo le Memorie di Andrea Biglia, di Giovanni Simonetta, di Donato Bossi, del Merula, del Bugatti, di Bonaventura Castiglioni, di Gianantonio Castiglioni, del Puricelli, del Bescapè, del Ripamonti, di Francesco Castelli, del Benaglia, di Paolo Morigia, del Besozzi, del conte Gualdo Priorato, del Somaglia, del Torri, del Besta, di Andrea de Prato e di altri, i quali, o hanno scritta la storia dell'età loro in Milano, ovvero hanno illustrato il sistema politico del nostro governo, o in altro modo hanno lasciato memorie dello stato della città al loro tempo. Negli anni a noi più vicini il Grazioli, il Lattuada, il Sormani molto hanno travagliato per porre in chiaro le cose della nostra città. Una singolar menzione d'onore merita da ogni buon cittadino, e da me particolarmente, il signor conte Giorgio Giulini, uomo che ha consacrata e logorata la sua vita, per dar luce ai sei più tenebrosi secoli della nostra istoria, con una ostinata fatica di molti anni, e tale, che, superando le sue forze fisiche, lo ha ridotto a languire più mesi, indi a terminare i suoi giorni. Chiunque prenderà nelle mani la voluminosa opera di quel benemerito cavaliere, non potrà giudicarne con equità, se prima non distingua l'antiquario dallo storico; il primo cerca di sviluppare la verità di tutti gli antichi fatti, e non ne omette alcuno quand'abbia soltanto la probabilità che debba un giorno servire anche a una privata famiglia, e dispone in ordine un vastissimo magazzino di memorie; il secondo trasceglie dalla serie dei fatti antichi i soli importanti e caratteristici, li collega, e presenta quindi al lettore un seguito di pitture, atte a stamparsi facilmente nella memoria, dilettevoli ed utili a contemplarsi. Il conte Giulini non ha pensato mai di pubblicare la storia di Milano: egli ha pubblicato tutte le memorie opportune a servire alla storia, alle private e pubbliche ragioni, alla curiosa erudizione generalmente; ed io credo che l'antica stima ch'ebbi per lui, per la bontà del suo carattere, non mi seduca punto se dico che in quell'opera si ammira la sagacità e la giustezza della sua mente nell'esatta sua critica; la quale se talvolta sembra venir meno, ciò è di raro, e se ne vede facilmente la cagione. In mezzo però a tanta copia di autori non ne abbiamo ancora uno il quale, con chiarezza, metodo e discernimento, sviluppi il filo della nostra storia, e c'instruisca sugli oggetti più importanti della nostra antichità. Questa verità mi ha determinato a tentare l'impresa: e se alla buona mia volontà avrà corrisposto il talento, potrò compiacermi d'aver posto nelle mani degli uomini che cercano d'istruirsi, un'opera in due volumi, che però non li sbigottisca colla mole, e non pretenda una difficile attenzione per oggetti indifferenti, e per mezzo di cui non siamo più noi Milanesi forestieri in casa propria. La più bella parte della specie nostra, e la più amabile potrà essa pure, forse utilmente, passare qualche ora, riflettendo sulle vicende trascorse, e ricercarne le occulte cagioni se non colla energia, che è propria dell'uomo, colla dilicata finezza che il cielo ha a lei concessa a preferenza. Nell'educazione della nascente speranza della patria, potrà forse aver luogo la notizia de' nostri antenati e delle rivoluzioni accadute. Tale almeno è stata la lusinga che mi ha fatto intraprendere questo lavoro. Se oltre la comune utilità dell'oggetto, anche il tedio superato per riuscirvi può disporre il lettore all'indulgenza, io ardisco aspirarvi. Di cento fatti esaminati, talvolta ne ho trascelto un solo, ed ho fatto il possibile per non trasmettere al lettore la noia ch'io ho dovuta sopportare.

Posso assicurare i miei lettori che niente ho asserito prima di esaminare, e niente ho scritto che non mi paia vero. Ho rappresentati gli oggetti quali gli ho veduti. Non sempre in ciò sono d'accordo co' nostri autori: ciascuno ha i propri principii e un modo suo proprio di sentire; e per essere di buona fede, non debbo inquietarmi se non sono dell'opinione comune. Molte idee nuove ed opposte a quanto, ripetendo, hanno scritto finora i nostri eruditi, si troveranno in quest'opera, sull'antichità, sui diversi Stati, e intorno alcuni supposti privilegi di Milano. Molti de' principi che hanno signoreggiato sulla nostra patria, si vedranno rappresentati da me con colori diversi dagli usati sinora; perché, combinando i fatti, ho cercato di cavare da essi le opinioni, anziché trascrivere i giudizi già pronunziati. Non rispondo che in un'opera vasta per se medesima non mi possa esser corso qualche errore di fatto; e quale è mai l'opera dell'uomo che sia sicura di non averne! Rispondo bensì che ho fatto quanto era possibile alla mia diligenza per non lasciarvene. Chi vorrà essere minutamente istrutto delle antichità milanesi, non potrà certamente divenirlo colla sola lettura di questo libro; ma, dopo di esso, converrà che ricorra agli autori originali, e con essi si addomestichi: ma per le persone che cercano soltanto sgombrare le tenebre, ed acquistare una conveniente istruzione delle cose della patria, questo libro può bastare, e per essi veramente ho travagliato.

Il linguaggio della storia è quello della verità: sacra, augusta verità, nemica di quella cinica invidiosa maldicenza che cerca di trovare la malignità nella debolezza: nemica della licenza, turbolenta, declamatrice, che, incautamente affrontando ogni opinione, tenta di svellerla, per ambizione di nuove dottrine, a cui sacrifica il proprio e l'altrui ben essere: verità, donna e signora delle menti assennate, che placidamente si annunzia e porta gradatamente la face dell'evidenza, senza offendere gli occhi con passaggero balenare d'una efimera luce. Questa amabile e virtuosa verità, darà l'anima al mio stile; e due sentimenti son certo che i giudiziosi miei lettori vi troveranno costantemente, amore del vero, ed amore della patria. Avrei tralasciato di porre il mio nome a quest'opera, se i fatti si potessero credere ad un incognito, come si possono esaminare i ragionamenti senza bisogno di sapere chi gli abbia tenuti. Ho rappresentato lo stato de' nostri maggiori, senza fiele e senza adulazione. Ho rispettato la patria e i miei lettori, e non presento loro favole illustri. Ho imparzialmente dipinte la grandezza e la depressione; la oscurità e la gloria; il vizio e la virtù, quali mi sono presentati nella successione de' tempi. Destiamoci ora noi per trasmettere ai posteri, costumi ed azioni che la storia possa narrar con piacere, senza bisogno di alcun ornamento.

Capitolo I

Antichità di Milano sino alla devastazione di Attila, seguìta nell'anno 452

 

L'origine di una città antica si perde comunemente nella oscurità de' tempi favolosi, e ascende sino a que' rimoti secoli dai quali a noi non è trapassato monumento alcuno, e perciò debbono considerarsi come secoli isolati e inaccessibili alla nostra curiosità. Tale si è la fondazione della città di Milano, di cui Plinio, Giustino e Livio fanno menzione, con autorità però sempre dubbia; perché trattasi di un avvenimento accaduto più secoli prima che questi autori scrivessero, e presso di un popolo che probabilmente ignorava persino l'arte della scrittura con cui passare a' posteri la notizia de' fatti. Conviene però queste opinioni conoscerle, e brevemente esaminarle, per separare dalla massa delle tradizioni quella porzione che sia più credibile.

Gli scrittori latini concordemente fanno discendere gli abitatori dell'Insubria dai Galli, che, superate le Alpi, si collocarono in questa pianura; e perciò quella che oggidì chiamasi Lombardia, dai Romani ebbe il nome di Gallia Cisalpina. Questa generale opinion degli antichi viene confermata ancora al dì d'oggi dalla pronuncia del dialetto popolare. La stessa lingua italiana presso gli abitanti di qua dalle Alpi, da Genova a Brescia, e da Torino a Piacenza, viene pronunciata con vocali ed accenti affatto forestieri all'Italia, per modo che, chiunque sia avvezzo al parlare di Napoli, di Roma, della Toscana o d'altra parte d'Italia, giudicherà piuttosto Francesi, che Italiani i Lombardi che parlano il loro dialetto; il che rende verosimile l'origine più sopra accennata. Dico l'origine, perché se bastasse un lungo soggiorno a lasciare una così durevole diversità, noi dovremmo avere assai più parole ed accenti teutonici che non abbiamo, sebbene la lunga dominazione de' Longobardi e l'invasione loro sia accaduta in secoli a noi più vicini.

Tito Livio ci narra che Milano sia stata fondata da Belloveso, duce dei Galli, i quali colle armi scacciarono i Toscani, che prima avevano quivi collocate le loro sedi. Galli... fusis acie Tuscis, haud procul Ticino flumine: quum, in quo consederant, agrum Insubrium appellari audissent, cognomine Insubribus, pago Heduorum, ibi omen sequentes loci, condidere urbem, Mediolanum appellarunt. Il saggio autore però dapprincipio dice ch'ei riferiva sulla rimota venuta de' Galli quanto gli era stato narrato: De transitu in Italiam Gallorum haec accepimus; e poco sopra, parlando di questa venuta, dice: Eam gentem traditur... alpes transisse. Trattasi di un avvenimento che viene collocato nella 45 Olimpiade, vivendo Tarquinio Prisco, cioè seicento anni prima dell'èra volgare. Non abbiamo nel nostro paese monumento che ci assicuri essere vissuta alcuna nazione colta entro di esso prima d'Augusto. Negli scavi che sinora si sono fatti sotto Milano e la adiacente campagna non si è trovata statua alcuna, scultura, iscrizione o lavoro qualunque di metallo o di creta, che in qualsivoglia guisa ci dia indizio che prima dell'èra volgare gli abitanti dell'Insubria conoscessero le arti. Non abbiamo libro alcuno scritto in Italia, di cui l'autore non sia vissuto più secoli dopo l'epoca in cui si dice fondata la città nostra. Livio stesso non indica di aver conosciuto carte, iscrizioni, monete o altri documenti che siano giunti intatti alle sue mani, anzi nulla più dice, che haec accepimus, ovvero traditur; l'asserzione perciò di Livio tutt'al più ci farà credere che l'opinione de' Galli Cisalpini, mentr'ei scriveva, fosse che la città di Milano avesse per fondatore certo antico Belloveso, e che tale opinione dai rozzi ed agresti loro antenati, per molte generazioni, fosse discesa alla generazione allora vivente.

Si può dunque ragionevolmente dubitare se Belloveso sia stato il fondatore di Milano: si può anche ragionevolmente dubitare se Milano abbia avuto un fondatore, cioè un capitano, un principe il quale, avendo il disegno di creare una città, abbia collocato una popolazione nel sito ove sta Milano. La ragione di questa dubitazione nasce dall'osservare che le città quasi tutte, e nella Lombardia e nell'Italia, sono collocate alle rive d'un lago, alle sponde d'un fiume, al lido del mare; e i luoghi muniti e forti si sono piantati anche lontani dall'acqua, ma in siti elevati e di accesso difficile. Milano non ha alcuno di questi vantaggi. Chiunque avesse avuto pensiero di fabbricare una nuova città su di questa pianura, doveva essere invitato a disegnarla poche miglia lontano, alle sponde del Tesino, ovvero dell'Adda, oppure anche del Lambro: l'acqua è tanto necessaria agli usi comuni, e la navigazione è tanto opportuna per trasportare ogni genere, che si dovettero scavare artificialmente de' canali secent'anni sono, per rendere comuni anche a Milano questi comodi; il che si sarebbe certamente risparmiato qualora il sito fosse stato trascelto con determinazione di piantarvi una città. Milano mi sembra formata per una serie di circostanze senza un fondatore, e mi pare che, dalla condizione d'un povero villaggio, gradatamente ampliatasi, diventasse insensibilmente una città, senza che uomo alcuno avesse concepita l'idea dapprincipio di farla tale. Alcune misere capanne di agricoltori probabilmente avranno composta la prima riduzione; la fecondità della terra, la moltiplicazione degli abitanti avranno dato luogo a formarvi un villaggio per domiciliare il contadino vicino al suo campo, e così la fertilità della terra avrà dato motivo di sempre più ampliare la popolazione, che nel corso de' secoli giunse poi a formarne una città; in quella guisa appunto che vediamo qualche albero, fortuitamente trasportato dalla corrente di un fiume, arrestarsi laddove co' rami urti nel fondo, e servire indi a trattenere le ghiaie e le piante che successivamente il fiume trasporta, e così formarsi un'isola coll'andare degli anni, su di cui gli uomini vi piantano poi la loro dimora. Tale almeno sembra la più verosimile opinione, anzi che persuaderci che siasi formato un disegno di piantare una città lontana dall'acqua, costretta a scavare de' pozzi per bere, e a trasportare tutto per terra. La ragione medesima per cui dubitiamo della fondazione attribuita a Belloveso, ci rende sospetto il racconto di certo famoso capitano, che aveva nome Medo, a cui si attribuisce la prima pianta della città, accresciuta poi di molto da certo altro famoso capitano, per nome Olano, dalla unione de' quali nomi se ne pretende formato Mediolanum: sono opinioni senza alcuna prova, le quali sgorgano dai tempi oscuri, e perciò le accenno al solo fine di non lasciar ignorare quello che si è più volte ripetuto da chi ha scritto la storia del nostro paese.

La costruzione fisica della Lombardia sembra che possa darci de' sospetti verisimili sullo stato antico della medesima. Le Alpi contornano questa pianura dalla parte settentrionale, e gli Appennini dal ponente e dal mezzogiorno la chiudono. Si mutano i nomi, ma in realtà la costiera non interrotta di monti chiude la Lombardia da tre parti, lasciandole l'aria libera soltanto all'oriente, laddove scorre il Po e va a sfogarsi placidamente nell'Adriatico. Perciò i venti che, sopra gli altri, da noi prevalgono, sono que' di Levante. In questa pianura così fiancheggiata le altissime montagne che la cingono vi gettano fiumi e torrenti, i quali si uniscono al Po, ed esso ha la sua foce nell'Adriatico. La terra fecondissima su di cui abitiamo, per poco che gli uomini cessassero di preservarla coll'arte, verrebbe coperta dalle acque, e si formerebbe una palude. Il signor abate Frisi, nostro illustre cittadino, di cui non ricordo i titoli, perché valgon meno che le due parole Paolo Frisi, mi ha graziosamente comunicate le notizie che i due laghi Maggiore e di Como, sono prossimamente allo stesso livello, cioè centocinquanta braccia al disopra di Milano. Il lago di Lugano è braccia cento più alto di quei due laghi; così riesce braccia ducentocinquanta più alto della città di Milano, cioè settanta braccia ancora più alto sopra la sommità dell'aguglia del Duomo. Vi sono adunque de' vasti emporii di acque più alte e imminenti. La pianura è alquanto pendente verso del Po. La città di Milano, dalla parte più elevata alla più bassa, non avrà venti braccia di caduta, cioè dalle mura di porta Nuova a quelle di porta Ticinese, il che fa vedere l'assurdità della opinion volgare, che suppone la piazza del Duomo a livello della sommità della torre di Sant'Eustorgio. Le spese e le cure incessanti che esigono gli argini del Po, l'altezza a cui giungono le piene al disopra del livello de' campi, ci convincono che un mezzo secolo di negligenza sarebbe bastante a sommergere tutta la parte bassa di questa superficie. Abbiamo sul Bolognese gli esempi di terre e province coperte dalle acque del Reno sviato dal Po. Una dissertazione del maestro e lume della storia italica, signor Lodovico Antonio Muratori, ci dimostra con quanta facilità diventino lago o palude i paesi più floridi della Lombardia, tosto che cessino gli uomini di riparare coll'arte l'azione non mai interrotta della natura, che sembra aver destinato questo suolo ai pesci, e sul quale artificiosamente vi si sono collocati e vi soggiornano gli uomini, quasi contro il di lei volere; simili in ciò agli Olandesi, i quali, come noi, hanno pascoli, burro e caci eccellenti, e al par di noi hanno ottimi lini, e meglio di noi li preparano. Ogni volta che sia mancata la vigilanza nel preservare il piano della Lombardia dalle innondazioni, ivi si è formata una palude. Sant'Ambrogio, nella lettera XXXIX a Faustino, parlando di Modena, Reggio, Brissello, Piacenza ed altre città dell'Emilia, le chiama tot semirutarum urbium cadavera. Queste erano al tempo di Cicerone splendidissime colonie del popolo romano, ridotte nel quarto secolo, dopo le guerre di Magno Massimo e di Costantino, prive d'abitatori, e in conseguenza poi, nel secolo decimo, immerse nelle acque, siccome leggesi nella vita di san Geminiano.

Mutinensis urbis solum, nimia acquarum insolentia enormiter occupatum, rivis circumfluentibus, et stagnis ex paludibus excrescentibus, incolis quoque aufugentibus noscitur esse desertum. Unde usque hodie multimoda lapidum monstratur congeries, saxa quoque ingentia, praecelsis quondam aedificiis aptissima, acquarum crebra, ut diximus, inundatione submersa. Se dunque è vero che la costruzione fisica della Lombardia la conduca allo stato di una palude, da cui, per opera degli uomini, venga ridotta allo stato di coltura e di abitazione; se è vero che, dovunque cessi la attenzione degli uomini per la difesa, ivi le acque ripigliano il loro sito coprendo la terra; sarà anche assai verosimile il dire che ne' tempi antichissimi questa pianura fosse un vasto lago o un aggregato di paludi; che i Galli, collocatisi sulle colline, gradatamente abbiano cercato di aprire lo scolo alle acque stagnanti, e così riporsi ad abitare sopra di una terra più feconda. Questa opinione corrisponde all'antica tradizione, che il luogo eminente di Castel Seprio, distrutto poi l'anno 1287, come vedremo, fosse una delle prime sedi degli Insubri; questo pure corrisponde a quanto scrissero Erodiano, Vitruvio e Strabone, descrivendoci il piano della Insubria tutto coperto di paludi; e a questa opinione corrisponde l'antica memoria d'un lago Gerundio ne' contorni di Cassano, ove oggidì quella parte bassa è tutta abitata; e la memoria dell'isola di Fulcherio ne' contorni di Crema, di cui trattano le carte de' secoli bassi, sebbene al giorno d'oggi non sianvi in quel distretto paludi che formino isola alcuna. I documenti più sicuri dell'antichità sono i fisici. La curiosità nostra vorrebbe sapere come e perché i Galli, uscendo dalla loro patria, sieno venuti, arrampicandosi sopra difficili montagne, a stabilirsi in questo clima, abitato forse da pochissimi pescatori; ma la confessione della nostra ignoranza è assai più nobile che non lo sarebbero i sogni d'una immaginazione romanzesca. La storia è piena di emigrazioni di popoli interi; la fuga da qualche disastro fisico, inondazione, terremoto, ecc.; la violenza d'una barbara nazione che sforza a sloggiare e cercarsi nuova sede; l'ambizione di conquiste; l'avidità di godere una vita più agiata; il fanatismo, queste sono le cagioni per le quali de' popoli interi cambiarono patria. Le colonie greche popolarono la Francia e l'Italia; le romane, la Ungheria ed altri regni; le spagnuole, le inglesi ecc., l'America. Al tempo delle crociate l'Europa tentò di invadere l'Asia, come in prima l'Arabia si stese sull'Africa e sull'Asia. Vediamo gli avanzi di tali invasioni anche al dì d'oggi. Gl'Inglesi parlano la lingua nata dal Sassone, mentre nel centro dell'isola si parla la lingua antica britanna, la quale nessuna connessione ha coll'altra, che essi chiamano lingua sassone. Nella Germania, in molte province, i contadini parlano l'illirico, mentre nelle città la lingua naturale è la tedesca. Anche nella Spagna l'antica lingua conservasi nelle montagne della Biscaglia, e niente somiglia alla castigliana, nata dall'invasione de' Romani, e poscia degli Arabi. Questi fatti ci mostrano che ogni parte della terra ha sofferte le vicende di essere invasa da straniere popolazioni, che vi si piantarono, siccome i Galli antichissimamente fecero, in questo paese; ma per qual motivo questo accadesse, non ce lo può dire la storia, che in Italia non riascende sino a que' tempi.

Della etimologia di Milano vi sono pure varie opinioni; oltre quella accennata dei due capitani Medo ed Olano, v'è chi la deriva dal Tedesco Mayland (così chiamasi Milano in Germania), e questa voce significa paese di maggio, paese di primavera; denominazione che veramente conviene poco ad una provincia in cui gli aranci non reggono scoperti, e in cui ne' sei mesi dell'anno che cominciano in novembre e terminano al fine d'aprile, l'altezza media del termometro è al disotto del temperato, e dove in quella metà dell'anno la terra è soggetta al gelo ed alle nevi. La più comune sentenza fa nascere la voce Mediolanum da un mostro che si vide nel luogo in cui è fabbricata, e questo mostro era un porco mezzo coperto di lana; Claudiano così credette, ove, cantando le nozze dell'imperatore Onorio celebrate in Milano, ci rappresentò Venere che, abbandonando Cipro, passa sul mare e si porta a Genova, d'onde, superati di volo i gioghi dell'Appennino, discende verso Milano.

ad moenia Gallis

Condita, lanigerae suis ostentantia pellem.

Della opinione medesima si mostrò Sidonio Apollinare, il quale, annoverando le città più illustri, così volle indicarci Milano.

Et quae lanigero de sue nomen habet.

Altri furono di parere che altre città della Gallia e d'Albione si chiamassero con tal nome, e che i Galli perciò chiamassero Milano la città da essi fabbricata: opinioni tutte arbitrarie, incerte e di una infruttuosa discussione; perché i nomi s'inventarono prima che s'inventasse la scrittura, e la storia non ha principio se non dopo ritrovata la scrittura.

Il più antico fatto da cui può cominciare la storia di Milano, ascende all'anno di Roma 533, cioè appunto duemille anni fa, scrivendo io nel 1779. I consoli Cnejo Cornelio Scipione e Marco Marcello conquistarono l'Insubria, e portarono sino a Milano la dominazione di Roma, l'anno 221 prima dell'èra volgare. Vorrei pure sapere a quale stato di coltura fossero giunti i nostri Insubri; quale fosse il loro governo civile; se conoscessero l'arte dello scrivere; se avessero monete; qual religione e qual linguaggio fossero naturali a quei popoli; se coltivassero i campi; qual forma presentasse la fisica in questo tratto di paese: ma di ciò poco o nulla ci è possibile il saperne. Plutarco ci attesta che allora Milano era una città molto popolata: urbem Galliae maximam et frequentissimam, Mediolanum vocant. Hanc Galli Cisalpini pro capite habent; ma Plutarco scrisse due secoli e più dopo Marcello e Scipione. Polibio ci assicura che Marco e Cornelio, consoli, guerreggiando contro de' Galli Insubri Mediolanum, praecipuam Insubrum civitatem, petierunt; Cornelius, urbe, quae et frumento et omni genere commeatus refertissima erat, potitus, Gallos persequitur. È verisimile assai che Marco Marcello, dopo conquistata Milano, abbia eretta la famosa torre di marmi quadrati, la quale, coll'andare de' secoli, si chiamò poscia l'Arco Romano. Di sì fatti edifici i Romani ne innalzarono anche altrove, o in memoria delle conquiste fatte, ovvero per dominare la città vinta, e dalla sommità della torre potere all'occasione vedere e nuocere. È tanto celebre presso degli storici nostri quest'Arco Romano, che conviene per qualche poco ragionarne.

Molte volte mi accadrà nel decorso di quest'opera di nominare il signor conte Giorgio Giulini; egli da me viene ora ricordato, perché tutto quello che dirò dell'Arco Romano, da lui l'ho preso; e chi volesse vedere l'oggetto più distesamente, esamini il tomo sesto della di lui Storia, dalla pag. 108 alla pag. 126. Egli trovò che il Fiamma, il Puricelli, il Grazioli, il Sassi ci descrivono quest'Arco Romano nella più ampollosa e strana foggia: un arco lungo niente meno di due miglia; munito dai due lati di altissime mura; e nel mezzo di questo lunghissimo fabbricato si descrive una torre da cui si dominava nulla meno di tutta la Lombardia. L'edificio era sostenuto da spessissime colonne. La larghezza di questo Arco Romano era un getto di pietra, e si chiamava ora l'Arco Romano ed ora l'Arco Trionfale. Di questa mole immensa però non se ne mostra nessun vestigio: si disputa per fino sul luogo ove fosse collocato; e un architetto potrebbe fare un immenso portico eseguendo una tal descrizione, ma nulla farebbe che somigliasse a un arco, meno poi a un arco trionfale. In questo stato il nostro conte Giulini ritrovò la storia. Egli provò che l'Arco Romano altro non era se non una massiccia torre, vasta e quadrata, piantata sopra quattro solidissimi pilastri, e sostenuta da quattro archi; opera tutta di pietre grandi e quadrate, che molto si innalzava, e conteneva stanze vaste e capaci di accogliere un presidio; che questa torre era collocata sulla via Romana, di contro al luogo ove oggi vedesi il monastero di San Lazaro. Di simili torri se ne vedono altre memorie nella storia di Roma, e Lucio Floro scrive che Cnejo Domizio Enobarbo, e Quinto Fabio Massimo, nel luogo dove avevano vinto gli Allobrogi, fecero innalzare una simile torre di sasso, sopra di cui vi posero un trofeo delle armi dei vinti. Utriusque victorie quod quantumque gaudium fuerit, vel hinc existimari potest quod et Domitius Ænobarbus et Fabius Maximus, ipsis quibus dimicaverant in locis, saxeas erexere turres, et desuper exornata armis hostilibus trophaea fixere. La nostra torre diventò celebre dappoi per le esagerazioni de' poco giudiziosi nostri storici, non meno che per gli avvenimenti accaduti durante la guerra che Federico I mosse ai Milanesi, intorno al qual tempo rimase distrutto quest'antico e forte edificio. La opinione del giudizioso nostro Giulini resta dimostrata sempre più dal Chronicon Vincentii canonici Pragensis, che per la prima volta fu pubblicato nel 1764, nella compilazione del padre Glasio Dobner, che ha per titolo; Monumenta Historica Bohemiae nusquam antehac edita. Pragae. Il canonico era testimonio di veduta e così la descrive: turris fortissima, maxima, de fortissimo opere marmoreo, quae arcus romanus dicebatur. Questo testimonio non poteva essere noto al conte Giulini, perché non ancora pubblicato mentr'egli scriveva.

Poco è quello che sappiamo della città di Milano durante la repubblica di Roma; e poco è pure quello che ne sappiamo durante i primi tre secoli dell'èra volgare. I Romani, stesa che ebbero sulla Insubria la loro dominazione, piantaronvi delle nuove città; tali furono Piacenza, Cremona e Lodi; le due prime furono colonie, e con esse si resero padroni della navigazione del Po. Diedero moto alle acque stagnanti, e fra essi Emilio Scauro si distinse; poi mentre Roma era lacerata dalle fazioni, il senato, al tempo di Silla, accordò la cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell'Insubria, e dilatò i confini d'Italia, che prima terminavano al Rubicone vicino a Rimini, portandoli fino all'Alpi; e così divenimmo Italiani per adozione. Il dominio adunque di Roma non distrusse le città dei vinti, ma ve ne edificò di nuove; rese il clima più atto ad essere abitato, liberandolo dalle paludi; dallo stato di barbarie c'innalzò a quello di una società civile; e perfine, da sudditi che ci aveva resi la forza, la beneficenza romana ci fece liberi; e membri d'una illustre Repubblica, fummo capaci delle magistrature di Roma. Pompeo, Crasso, Cesare furono in Milano. Cenando quest'ultimo in Milano da Valerio Leone, osservò che gli eleganti Romani erano offesi in vista d'una mensa rustica e senza atticismo, e già cominciavano a deridere l'albergatore, il quale ne provava confusione; ma Cesare giocondamente prese a mangiare quelle rozze vivande, e seriamente rivolto a' Romani fece loro la questione, se fosse più rozzo e barbaro chi ospitalmente presentava i cibi alla foggia del suo paese, ovvero chi insultava l'albergatore. Marco Bruto resse questa provincia, e quell'anima virtuosa, forte e sublime, eccitò tale ammirazione presso i nostri antenati, che gl'innalzarono nel fòro una statua di bronzo; di che ci fanno fede Svetonio e Plutarco. Quando Augusto, reso padrone della terra, passò a Milano, si trattenne ad osservare questo monumento, non senza inquietudine dei Milanesi, ai quali non piaceva d'essere creduti nemici di lui, per l'ammirazione che mostravano verso l'uccisore di Cesare e il nemico della tirannia; Augusto prese anzi motivo di farci un encomio, perché rendevano omaggio alla virtù indipendentemente dalle vicende capricciose della fortuna. Così i Romani colti e potenti trattarono gl'Insubri agresti e deboli. I Romani giammai non insultarono ai vinti, né mai schernirono i meno forti. Arditi nei pericoli, fieri contro la resistenza, pare che stendessero la dominazione su i popoli per liberarli dalla tirannia, per condurgli alla coltura e allo stato civile. Non credettero mai utile né giusto il disprezzo anche verso un popolo barbaro. La grandezza di Roma abbracciava tutto il genere umano, e i popoli si dirozzavano per imitazione di esempi ch'erano loro cari. Il czar Pietro prese la strada opposta dell'assoluto comando: egli ha fatto maravigliare l'Europa; il tempo schiarirà sempre più il problema politico, se a incivilire un popolo più giovi l'energia e la rapidità del comando, ovvero la industriosa sapienza de' mezzi trascelti; e se la vegetazione riesca più ferma e durevole usando bene del clima nativo, e riparando accortamente le sole ingiurie di quello, o veramente con artificiale ed estraneo calore costringendo la natura.

Fra gl'imperatori de' primi secoli, Giulio Capitolino scrive che Publio Elvio Pertinace fosse nato nell'Insubria. Elio Sparziano e varii altri ci assicurano che Giuliano Didio, che fu proclamato imperatore l'anno 193, fosse milanese. Nel terzo secolo i popoli del Settentrione cominciarono a discendere dalle Alpi e tentare d'invadere questa parte d'Italia. Gli Alamanni, i Marcomanni comparvero e furon scacciati; e da ciò ne venne la necessità che gli imperatori portassero la loro ordinaria sede più vicina alle Alpi per vegliare più di presso alla sicurezza d'Italia. L'Italia è circondata dal mare, e il solo canto per cui è annessa all'Europa è per le Alpi, catena raddoppiata di monti altissimi, per i quali pochi sono i luoghi ove aprirsi un passo; e tanto ardua e pericolosa cosa fu sempre il tentare di penetrarvi con un esercito, che s'inventarono de' favolosi aiuti per ispiegare il passaggio che vi fece Annibale, quantunque gli abitatori dell'Alpi non fossero suoi nemici. Questa costiera è un antemurale che nessuna estera nazione mai avrebbe ardito nemmeno di affrontare, se opportunamente gl'Italiani avessero saputo impadronirsi de' paesi, e custodire le alture che dominano sulle vie: e porre gli invasori nella condizione di comprare con una battaglia vinta il potere di avanzare pochi passi e disporsi a nuovo cimento, e ciò con una lunga alternativa, che avrebbe annientato ogni esercito prima che uscisse da quell'enorme labirinto di voragini e di gioghi. Sbarchi di estere genti per mare non potevano allora temersi; perché non v'era alcuna nazione che avesse un corredo marittimo capace di tentarlo; l'Italia, per godere dei vantaggi d'un'isola, non ha che a rendersi forte ne' sbocchi delle Alpi; e così fecero gl'imperatori verso la fine del terzo secolo, a ciò anche doppiamente spinti dal pericoloso soggiorno di Roma, ove le fazioni, annoiandosi della dominazione di un Augusto, prevenivano il naturale corso degli avvenimenti, e trucidavanlo per collocare un successore sul trono del mondo. Ne' contorni di Milano qualche tempo soggiornò Galieno. Aureolo fu battuto ed ucciso verso Milano, e in memoria abbiamo un villaggio che dai latini chiamossi Pons Aureoli, ora Pontirolo. Marc'Aurelio Valerio Massimiano Erculeo è stato fra gl'imperatori quello al quale più deve la città di Milano; perché fu probabilmente il primo che collocò la sua sede in Milano, e fu quello che cinse di mura la città. Ce lo attesta Aurelio Vittore. Novis, cultisque moenibus Romana culmina, et caeterae urbes ornatae, maxime Carthago, Mediolanum, Nicomedia. Il giro di queste mura però non era più di due miglia, e viene assai accuratamente descritta la loro posizione nel libro: Le vicende di Milano durante la guerra con Federico I, imperatore, pubblicato con eleganza dalla stamperia dell'imperial monastero di Sant'Ambrogio Maggiore, l'anno 1778, ove trovasi la carta di Milano delineata, come verosimilmente lo era nel secolo XII, e col muro di Massimiano, che allora sussisteva. Io non ripeterò quanto ciascuno ivi può minutamente conoscere, e dirò soltanto che probabilmente allora non v'erano che nove porte della città. La Romana era poco lontana da San Vittorello; la Erculea era fra il monastero della Maddalena e quello di Sant'Agostino; la Ticinese era al Carrobio; la Vercellina era vicina a San Giacomo dei Pellegrini, e perciò la chiesa poco lontana ha il nome di Santa Maria alla Porta; la Giovia era vicina al monastero di San Vincenzino; la Comasina era poco discosta da San Marcellino; la porta Nuova stava collocata più interna prima della chiesa de' Minimi; la porta Argentea, ora Renza, era prima di giugnere alla colonna, così detta, del Leone; la porta Tosa era al fine della via di San Zenone. Dalla situazione delle porte facile sarà a chiunque il comprendere a un di presso dove si trovassero le mura fabbricate da Massimiano. Le chiaviche e il condotto delle acque coperto che spurga la città, sono l'acquedotto antico, il quale fiancheggiava esternamente le mura di quei tempi; e dove sono le colonne colle croci, ivi si aprivano le porte. Di queste mura molte descrizioni se ne sono fatte. Il Fiamma, al suo solito, asserisce che la larghezza di queste mura fosse di ben ventiquattro piedi di un uomo grande, e il giro di esse fosse più di quindici miglia, l'altezza di settantaquattro piedi, e finalmente, che vi fossero trecento e più torri sparse in questo circuito. Molti hanno dipoi ripetute simili fole, degne di stare accanto all'Arco Romano di due miglia. Gli scrittori di questi ultimi tempi si sono limitati a credere cento torri, dodici piedi di grossezza al muro, due miglia di estensione: ed anche di meno ne credo io; perché troppo sarebbe vicina una torre all'altra se ogni venti passi geometrici ve ne fosse una, e quella sola torre delle mura che ancora ci rimane nel monastero Maggiore, non ha dodici piedi di grossezza nel muro, né è difesa da sassi quadrati, come nemmeno lo sono le antiche mura di Roma istessa, tutte di mattoni, quali anche vedonsi al dì d'oggi. Del Circo e del Teatro grandi cose, e probabilmente esagerate, ci raccontano i nostri storici. Né può negarsi che vi fossero tali fabbriche, poiché, oltre la testimonianza degli scrittori, abbiamo anche oggidì due luoghi della città chiamati, l'uno al Circolo, l'altro al Teatro; ed è ben naturale che una città in cui molto risedevano gli Augusti, avesse tai luoghi destinati agli spettacoli. Molto però conviene diminuire per accostarci alla verità. Nessun vestigio ci rimane di tai pretesi grandiosi edifici; e come vediamo intatte le altissime colonne di Ercole a San Lorenzo, non ci mancherebbe qualche avanzo di Circo, e massimamente di Teatro, se fosse stato eguale almeno a quello di Verona, che vedesi intero nella gradinata; opera che non si distrugge facilmente: e lo stesso dico pure del Palazzo Imperiale, il di cui nome conservasi tuttora dalla chiesa di San Giorgio, senza che nessun pezzo di antica architettura ce ne assicuri la decantata magnificenza. Lo scopo che mi sono proposto non è la descrizione di Milano, né l'esame minuto degli argomenti di critica. Altri ne hanno scritto, e forse di troppo ne abbiamo; la mia opinione si è che probabilmente il Circo, il Teatro, il Palazzo vennero costrutti nel decorso del quarto secolo, e furono opere inferiori al grido che ebbero dappoi, singolarmente ne' notissimi versi di Ausonio, che il nostro Tristano Calco, uomo fedele e veridico, trasse da un antico manoscritto della Biblioteca Ducale di Pavia, e che dicono:

Et Mediolani mira omnia: copia rerum;

Innumerae, cultaeque domus; facunda Virorum

Ingenia; antiqui mores; tum duplice muro

Amplificata loci species; populique voluptas

Circus, et inclusi moles cuneata theatri:

Templa, palatinaeque arces, opulensque Moneta,

Et regio Herculei celebris sub honore lavacri,

Cunctaque marmoreis ornata peristyla signis,

Moeniaque in valli formam circumdata limbo;

Omniaque magnis, operum veluta emula, formis

Excellunt: nec juncta premit vicinia Romae.

Convien bensì dire che nel quarto secolo Milano fosse una magnifica città per la popolazione, l'abbondanza, la coltura, la fortezza ed il lusso; ma qualche espressione è da poeta. A un uomo che avea ammirato Roma, non potevano sembrare mira omnia le cose di Milano. Noi non vediamo avanzo alcuno di que' tanti peristili di marmo che ornavano la città. Se vi fossero state fabbriche innumerevoli e colte, da' rottami della antica città, negli scavi che facciamo, dovremmo pure rinvenire o belle statue antiche, o busti, o bassi rilievi, o pezzi di superba architettura, avanzi dei tempii, de' palaggi, delle rocche emule della grandezza di Roma. Ma poco o nulla ci somministra la terra: e da essa ne' contorni di Roma, in quei di Napoli, nella Sicilia, nella Grecia si scavano ogni giorno de' preziosi avanzi della magnificenza e della coltura antica.

Gli amatori delle belle arti già hanno osservato come presso de' Romani, dopo essere giunte alla somma perfezione nel secolo che ebbe il nome di Augusto, declinarono poscia ed invecchiarono da sé, prima che i barbari entrassero a rovinarle. L'Arco di Severo, che vedesi in Roma, ci prova che nel terzo secolo l'architettura era già diventata rozza e inelegante. Le medaglie, da Caracalla e Macrino in poi, s'andarono sempre più degradando e diventando barbare. Al tempo poi di Costantino, al principio del quarto secolo, abbiamo un documento della totale decadenza della scoltura nell'Arco di Costantino, in cui si dovettero in Roma istessa, a costo di tradire la verosimiglianza, inserire i bassi rilievi tolti dall'Arco di Trajano; perché in Roma non v'era più un artista capace di farvene; e veggonsi i Daci e la figura di Traiano incassati per ornare un monumento de' trionfi di Costantino; e que' pochi ornati che si dovettero allora aggiungere per riempire il vano sotto il grande arco, sono lavori infelicissimi, peggiori di alcuni simili travagli gotici. Ciò posto, la grandezza di Milano s'innalzò appunto nel tempo in cui tutte le idee grandiose e nobili delle belle arti già svaporavano; e perciò credo che, trattane la mole erculea, gli altri celebrati edifici fossero minori della fama. Sarebbe fuori di proposito se io qui tornassi a ripetere alcune mie idee, credo vere, e che ho pubblicate anni sono in un discorso sull'indole del piacere e del dolore, ove sviluppai il principio motore dell'uomo, che, a mio parere, è il solo dolore; ma siami permesso di accennare che, frammezzo agli orrori delle guerre civili di Mario e Silla, fra le atroci proscrizioni del triumvirato s'innalzarono i più valorosi oratori, i più sublimi poeti, gli scrittori, architetti, scultori, pittori più illustri; e che, sotto un seguito di regni di cinque benèfici e grandi augusti, Nerva, Trajano, Adriano, Antonino e Marc'Aurelio, regni preziosi alla virtù, alla umanità ed al merito, le belle arti protette e pacifiche si esercitarono, perché onorate; ma non s'innestarono ne' giovani che nacquero in quei tempi felicissimi, onde, nella seguente generazione, scomparvero. Nel bell'Elogio del cavaliere Isacco Newton, che il nostro cittadino signor abate Paolo Frisi ha stampato, mostrasi come, fra le atroci rivoluzioni, al tempo del regicidio, sotto la tirannia di Cromwell e di Fairfax, mentre l'Inghilterra era grondante del proprio sangue, si svilupparono gl'ingegni sublimi che hanno resa gloriosa quell'isola: e così dal seno de' dolori vengono a schiudersi que' principii di attività, e l'animo viene a ricevere quell'energia e quell'impeto che lo scagliano al disopra degli ostacoli, e lo costringono a seguire ostinatamente una serie di idee per sottrarsi ai mali della comune esistenza; laddove nel placido asilo d'una dolce protezione s'abbandona a godere del momento presente. Con ciò viene a rendersi ragione d'un avvenimento costantemente accaduto e nel secolo d'Alessandro e in quello d'Augusto e nei successivi tempi; cioè, essersi riscossi gl'ingegni e comparsi sul teatro del mondo gli uomini grandi ne' tempi ne' quali il genere umano era più vilipeso e tormentato; essersi innalzate le scienze, perfezionate le arti in mezzo alle calamità; e tutto essere svanito e depravato colla felicità dei tempi. Raffaello, Michelagnolo, Tiziano, Correggio dipingevano i loro lavori immortali prima che fosse instituita l'accademia di San Luca; e nacquero e si resero eccellenti sotto piccoli tiranni che reggevano i loro Stati colla morale pubblicata dal Segretario Fiorentino. I loro talenti gli innalzarono a godere poi della sicurezza e degli onori; ma la fatica, per diventar sommi artisti, l'affrontarono spintivi dai mali. Pietro Cornelio e Racine sublimarono il teatro francese al maggior grado di gloria senza aiuto, e vivendo fra i torbidi. Dacché venne eretta l'Accademia Francese in Roma non si è innalzato alcuno al grado dei Le Sueur, Le Brun, Poussin, nati, vissuti e resi grandi fra le turbolenze. Virginio aveva quarant'anni quando seguì la battaglia d'Azio; Orazio era più giovine di lui di cinque anni; Cicerone ebbe troncato il capo nella proscrizione; in somma nessun uomo ha mai potuto diventare grande in nulla, se non attraverso gli ostacoli, i quali avviliscono le anime deboli, e le robuste attizzano, irritano e spingono al di sopra del livello comune, qualora vi sia speranza di superarli; su di che bastantemente ho spiegata la mia opinione in quel discorso. Milano adunque salì a grande fortuna ne' tempi ne' quali l'architettura, insieme con tutte le belle arti, era già invecchiata e giacente, e perciò anche ragion vuole che credansi esagerate le magnificenze che gli scrittori nazionali ci hanno vantate. Un solo monumento ci rimane dell'antico, e sono le sedici superbe colonne di ordine corintio scannellate; pezzo di così nobile e grandiosa architettura, che sarebbe pregevole ancora in Roma, collocato presso al Tempio della Pace o alle colonne di Giove Statore. Le proporzioni sono del buon secolo, né io potrei crederle mai innalzate al principio del quarto secolo, come finora si è scritto, attribuendole a Massimiano Erculeo. Il chiarissimo nostro P. Pini, benemerito della Metallurgia per l'opera De Venarum Metallicarum Excoctione, e benemerito per le cognizioni sue nella storia naturale e nell'architettura, crede che il marmo di quelle preziose colonne sia tratto dall'antica cava di Oligiasca, terra del lago di Como, posta fra Bellano e Piona. Si è opinato che questo fosse il fianco di un tempio, ovvero d'un pubblico bagno dedicato ad Ercole. Egli è difficile il provarlo, ed è difficile parimenti il confutarlo con ragioni positive. La sola cosa che è vera, si è che questo maestoso avanzo è il solo che ci sia rimasto; che sembra essere del secolo d'Augusto, o poco dopo, e che meriterebbe d'essere nuovamente riparato dalla rovina che minaccia, per trapassarlo a' posteri, come i nostri antenati fecero con noi, riparandolo nel secolo XVI.

Nel quarto secolo molto dimorarono i cesari in Milano; Massimiano Erculeo in Milano dimise la porpora l'anno 305. Nello stesso giorno, 1° di maggio, fu in Milano dichiarato cesare Flavio Valerio Severo. Costantino, Costanzo, Costante varie leggi scrissero in Milano, registrate nel Codice Teodosiano; e Costantino, nell'anno 313 in Milano, sottoscrisse la famosa legge di tolleranza, in vigore di cui venne legittimato l'esercizio della religione cristiana, sulla qual legge scrisse al preside di Bittinia, di averla pubblicata ut daremus, et cristianis, et omnibus liberam potestatem sequendi religionem, quam quisque voluisset. In Milano, l'anno 355, Giuliano fu dichiarato cesare; e Costanzo radunò un concilio in Milano, a cui intervennero più di trecento vescovi. Valentiniano e Valente promulgarono in Milano altre leggi. Teodosio soggiornava in Milano, ove anche morì l'anno 395, il 17 di gennaio. Onorio in Milano celebrò le sue nozze. Dall'anno 373 fino al 401 appena sette anni si osservano senza leggi promulgate in Milano; e dal Codice Teodosiano medesimo si raccoglie che in quella compilazione vi sono trecentoundici leggi pubblicate in Milano dall'anno 313 al 412; né certamente in tale collezione si saranno trascritte, se non quelle che si credettero destinate a formare la stabile legislazione di tutto l'impero. Questo fatto solo ci prova come nel quarto secolo, e al principio del quinto, essendo diventata Milano la residenza ordinaria degli Augusti, dovette per conseguenza essere una cospicua città, ricca, popolata e tanto colta quanto lo permetteva la condizione dei tempi.

Sanno gli eruditi che Costantino, temendo la troppo estesa potenza del prefetto del pretorio, potenza funesta a molti imperatori, diede una nuova forma al governo dell'Impero; abolì il prefetto del pretorio e divise le province, affidandone il governo a distinti ufficiali. L'Italia allora in due parti venne divisa. La capitale della parte meridionale fu Roma, e della settentrionale fu Milano. In Roma vi pose il vicario di Roma, in Milano il vicario d'Italia. Il governo del vicario di Roma si stendeva sopra dieci province, cioè la Campagna, l'Etruria, l'Umbria, il Piceno suburbicario, la Sicilia, la Puglia e Calabria, la Lucania e Bruzi, il Sannio, la Sardegna, la Corsica e la Valeria. Il vicario di Milano sette province governava, cioè la Liguria, la Emilia, la Flaminia e Piceno annonario, la Venezia, a cui fu poi aggiunta l'Istria, le Alpi Cozie, e l'una e l'altra Rezia. Il sistema adunque costituì nel quarto secolo, e nel quinto ancora, la città di Milano la prima città d'Italia sicuramente dopo Roma; e di questa antica grandezza ne rimangono ancora alcune vestigia nella cospicua dignità della sede vescovile di Milano, giacché le giurisdizioni ecclesiastiche si modellarono sulla forma del governo civile de' primi tempi, e i metropolitani furono i vescovi delle città capitali, ed ebbero per suffraganei i vescovi delle città che nel governo politico da quelle dipendevano. Il che posto, conosciamo quanto cospicua città sia stata Milano nel quarto e nel quinto secolo, osservando che il di lei vescovo metropolitano aveva i vescovi di ventuna città da lui dipendenti, e furono Vercelli, Brescia, Novara, Bergamo, Lodi, Cremona, Tortona, Ventimiglia, Asti, Savona, Torino, Albenga, Aosta, Pavia, Acqui, Piacenza, Genova, Como, Coira, Ivrea ed Alba, e questi erano suoi suffraganei anche nei secoli posteriori. I confini delle diocesi, le preminenze delle sedi vescovili, sono per lo più un indizio sicuro degli antichi confini delle pertinenze d'ogni città e dell'antico stato di ciascheduna; perché le cose sacre, anco presso le nazioni barbare e feroci, vennero rispettate e lasciate, per lo più, intatte frammezzo alle rivoluzioni civili.

La dignità del vescovo di Milano, che giustamente può in questi tempi de' quali tratto, chiamarsi metropolitano bensì, ma non già arcivescovo, titolo posteriormente introdotto, e che significa onorificenza più che giurisdizione; la dignità, dico, del metropolitano ricevette sommo risalto da sant'Ambrogio, uomo per la dottrina, per la pietà, per la fermezza e per ogni sorta di virtù celebratissimo, e collocato fra gli esimii dottori della Chiesa. Celebre è il coraggio nobile e virtuoso col quale escluse dai sacri misteri l'Augusto Teodosio. Nella Macedonia i popoli della città di Salonicco, allora Thessalonica, tumultuarono contro alcuni imperiali ministri; Teodosio, spinto da una feroce inconsideratezza, slanciò la licenza militare sulla infelicissima città, ove vennero barbaramente scannati più di settemila abitatori, donne, vecchi, fanciulli, innocenti o rei, senza distinzione; e le pubbliche strade e le case vennero coperte di cadaveri, vittime di quest'atroce crudeltà. Questi orrori vengono dalla storia registrati nell'anno 390. Teodosio, in Milano, si preparava a comparire nella chiesa. Il santo vescovo, da saggio, fece che giugnesse a notizia di quell'augusto, che non l'avrebbe ammesso a partecipare de' sacri misteri, se prima non avesse espiato il suo delitto con pubblico pentimento. Voleva lasciare il pregio della spontaneità alla riparazione; ma il monarca, avvezzo a vedere tutto piegarsi ai suoi voleri, pensò che la sola maestà di sua presenza dovesse annientare ogni riguardo; s'incamminò per entrare nella chiesa, ove, con passo grave, affacciossegli il santo vescovo, fermamente slanciandogli queste parole: Uomo grondante ancora di sangue innocente, ardisci tu con tal fronte portare la profanazione nel santuario, e collocare il delitto impunito nel tempio del Dio della giustizia, della mansuetudine e della pace? La voce del rimorso fece rimbombare nel cuore di quell'augusto la riprensione sacerdotale. Obbedì al sacro ministro a vista di tutto il popolo, e partissene. Riparò la gran colpa con pubblica espiazione, o colla migliore di tutte, cioè colle opere virtuose e col premunirsi da simili eccessi, comandando che qualunque ordine severo gli accadesse in avvenire di proferire, i ministri dovessero per trenta giorni sospenderne la esecuzione. Io non loderò questa legge. L'uomo destinato a comandare agli uomini suoi fratelli, non deve loro manifestare il timore ch'egli ha d'essere ingiusto e violento. Questo è un colpo alla opinione, su di cui si appoggia il governo; s'ei non era padrone di sè stesso, da uomo virtuoso doveva giudicarsi incapace di reggere gli altri e dimettere la porpora. Dirò bensì che ogni volta che i ministri della religione hanno alzata la loro voce coraggiosa contro i pubblici delitti, l'umanità intera ha tributato ad essi l'ammirazione; e forse questo fatto solo sarebbe stato bastante ad ottenerla al santo vescovo. L'ebbe in fatti a tal segno che da lui prese la chiesa milanese il nome, il rito e la dignità. La liturgia ambrosiana, che anche oggidì si conserva, sebbene abbia sofferte molte variazioni co' secoli, essa però si è preservata attraverso i replicati sforzi che si tentarono per abolirla. Io non deciderò quale sia la migliore costituzion ecclesiastica, se la repubblicana, ovvero la monarchica; né mi propongo di trattare di cose sacre. So che col cambiare dei secoli le circostanze si cambiano; che una forma di civile governo, ottima in una combinazione di cose, può diventare pessima cambiandosi quella; che la Chiesa, essendo una società combinata per il bene spirituale degli uomini, prudentemente cambierà la costituzione propria, qualora per quello ottenere i civili cambiamenti lo consiglino; e così, senza ch'io intenda di preferire l'antico sistema all'attuale, unicamente come storico osserverò che l'autorità del metropolitano era assai vasta e quasi indipendente da Roma in quei tempi; e che tale si conservò fino al duodecimo secolo, per lo spazio di circa ottocento anni. Il metropolitano di Milano veniva eletto per lo più dai primari ecclesiastici, che si chiamarono cardinali della santa chiesa milanese: così i vescovi suffraganei erano eletti dal clero delle loro città. Non dipendeva il vescovo suffraganeo che dal metropolitano, dal quale era ordinato vescovo; ed il metropolitano era ordinato e consacrato vescovo dai suffraganei. Le controversie, o si decidevano dal metropolitano, ovvero, se erano maggiori, da un concilio provinciale, il quale giudicava sulla canonicità delle elezioni controverse, e su quant'altro occorreva al ceto ecclesiastico. Il successore di san Pietro, il capo visibile della Chiesa, era da tutti venerato, e Roma è sempre stata la norma del dogma e il deposito della credenza; ma quantunqe per circostanze particolari san Gregorio Magno, sommo pontefice, godesse di una superiore influenza inusitata, ei stesso dichiarò di non mai intromettersi nella elezione del metropolita, ma unicamente ne ordinava la consacrazione, eletto ch'egli era canonicamente. Nella ventesimanona epistola del libro terzo, diretta ad presbyteros et clerum mediolanensem, quel sommo pontefice scrisse: Verumtamen quia antiquae meae deliberationis intentio est ad suscipienda pastoralis curae onera pro nullius unquam misceri persona, orationibus prosequor electionem vestram. Nei tempi successivi non si mantenne nemmeno la dipendenza di aspettare l'ordine del papa per la consacrazione. Il papa san Gregorio, scrivendo al metropolitano di Milano Lorenzo, per certe entrate che il metropolitano possedeva nella Sicilia dipendente da Roma, nomina la chiesa milanese santa. Quod autem perhibetis ab exactione patrimonii Siciliae provinciae, iuris sanctae, cui Deo auctore praesidetis, Ecclesiae... Proinde necesse est ut sanctitas vestra de hac re personam instituat, cum qua Romana Ecclesia aliquid debeat solide definire; e Giovanni VIII, nell'anno 878, scrisse un breve: Reverendissimo et sanctissimo confratri Ansperto venerabili archiepiscopo Mediolanensi. Ciò sia detto per conoscere quanto fosse decorata la città di Milano, fatta sede del prefetto d'Italia, soggiorno di molti imperatori durante il quarto secolo, e parte del quinto, per lo spazio di un secolo e mezzo, quanto ne trascorse dal sistema fissato da Costantino alla devastazione di Attila, foriera del totale eccidio che ne fecero i Goti; cosicché nessun'altra città dell'Occidente fu a lei paragonabile per lo splendore, se ne eccettuiamo la sola Roma.

Nella mia raccolta di monete patrie alcune ne conservo di Magno Massimo, di Teodosio, di Arcadio e d'Onorio, le quali dagli eruditi si giudicano della zecca di Milano. Se ne conoscono di Valente, di Valentiniano II, di Vittore, di Eugenio e del tiranno Costantino, le quali si possono sostenere della zecca di Milano. Quelle d'argento hanno le lettere M. D. P. S., che s'interpretano Mediolani pecunia signata; quelle d'oro hanno semplicemente M. D., Mediolanum; così vien letto. Hanno questi augusti regnato dal 364 al 407, ne' tempi appunto ne' quali Milano significava tanto. Anche Ausonio ricorda ne' riferiti versi: opulensque moneta; non vedo che vi sia improbabilità alcuna nel darvi una tale interpretazione. Le monete che si trovano negli scavi del nostro paese, sono per lo più del terzo, quarto e quinto secolo.

Ho cercato inutilmente di saperne di più di quei tempi. Gli storici nostri accuratamente si occupano a verificare la cronologia de' vescovi, descrivono i supplizi sofferti da molti martiri, l'acquisto di molte sante reliquie, fondazioni, etimologie di chiese, portenti accaduti e degni di una pia credenza; ma nulla ci ha lasciato l'antichità, onde avere una idea dello stato della popolazione, della civile costituzione, del governo e del genio de' Milanesi; se marziale, ovvero pacifico; se attivo, ovvero indolente; se colto e sensibile al bello, ovvero rozzo ed agreste durante quel secolo e mezzo che trascorse fra l'Impero di Costantino, e la devastazione d'Attila, accaduta nel 452. Così diciamo d'essere nella ignoranza totale sullo stato della agricoltura del Milanese, sulla negoziazione in que' secoli, sopra i costumi sì religiosi che civili del popolo, e in una parola sulla storia antica; nulla di più sapendosene fuori che essere stata e nel quarto, e in parte del quinto secolo, cospicua la città di Milano, e la prima in Occidente dopo di Roma.

Capitolo II

Della rovina di Milano sotto i Barbari nel quinto e sesto secolo; e dello stato della città ne' secoli successivi, sino al di lei risorgimento

Attila, re degli Unni, aveva soggiogate già alcune province dell'Impero. Alla testa d'una numerosa armata di popoli rozzi e feroci, tutto vedeva piegarsi a lui. Un uomo solo rimaneva alla difesa dell'Impero, e questi era Ezio. Egli dunque, spedito incontro ai nemici, sconfisse i Barbari ed obbligolli a rintanarsi fra i loro boschi nativi; ma la gloria di questo generale mossegli contro l'invidia de' cortigiani. Un accorto principe se ne sarebbe avveduto, ed avrebbe difeso se medesimo col proteggere il difensor dell'Impero; ma Valentiniano III non era né accorto né degno del trono augusto. Egli fu atroce e imbecille a segno che di sua mano a colpi di pugnale uccise Ezio; e dopo ciò Attila invase l'Italia. Non v'era più uomo capace di opporsegli. Aquileia, Padova, Milano e altre città furono saccheggiate e distrutte; e questa sciagura miseranda avvenne l'anno 452. Noi non abbiamo autori contemporanei che ci descrivano il fatto. Abbiamo però quanto basta per comprendere che questa fu una vera distruzione ed una vera rovina della nostra città; e per conoscerlo basta leggere la epistola che Massimo, vescovo di Torino, scrisse allora ai cittadini milanesi, la quale vedesi dapprincipio nell'antico codice di pergamena intitolato: Homiliarum hiemalium, dell'archivio degl'imperiali canonici di Sant'Ambrogio. Così quel santo vescovo cercava di rincorare i nostri cittadini. Quidam imperiti nimis interpretes fuerunt dicentes: Periit haec civitas, collapsa est Ecclesia, non est jam causa vivendi. Immo causa est justius sanctiusque vivendi, quia Deus Omnipotens, qui cuncta haec magna cum pietate disponit, hostium manibus non civitatem, quae in vobis est, sed habitacula tradiit civitatis, nec ecclesiam suam, quae vere est ecclesia, consumi jussit incendio, sed pro correctione receptacula ecclesiae permisit exuri... nam post tantum, et tam lugubre illud excidium, ecce summus sacerdos suus astat incolumis, clerus integer, et plebs ipsa, licet sub quotidiano adhuc metu et moesta vivens, tamen in libertate perdurat... non ipsi nos, sed ea quae nostra videbantur, aut praedo diripuit, aut igni ferroque comsumpta perierunt... Quandoquidem, irruptis muris, armatos fortesque hostes populi inermes... fugerunt... Consolemur nos itaque fratres, nec usque adeo suspiremus collapsas esse domos, quia videmus reparationem domorum in dominis reservatam... vindictam erga nos suam Dominus temperavit ut, direptis urbibus, vastatis agris, imminuta substantia, nec animae nostrae, nec corpora lederentur... ac proinde non ambigamus posse nobis Deum posterisque nostris amissa reparare. Perché così Attila maltrattasse gl'Italiani, perché questi non si difendessero, esattamente non lo sappiamo. Pare che il progetto di que' feroci fosse, non di piantare una dominazione, ma di saccheggiare e riportare un grosso bottino nel loro ovile. Già regnando Teodosio il Giovine, otto anni prima, Attila aveva ottenuto un umiliante tributo dai Romani di settemila libbre d'oro. Egli guidava una moltitudine di armati, che dagli scrittori si fa ascendere a cinquecentomila e più uomini. Gl'Italiani erano una nazione che, da conquistatrice, passò ad essere colta, e dalla coltura erasi degradata alla mollezza; e una schiera di arditi selvaggi non può temere resistenza da una nazione corrotta, a meno che non vi supplisca la organizzazione ingegnosa del governo; e questa, dopo i lunghi disordini dell'Impero, affatto mancava. Il più rapido mezzo per acquistare le ricchezze d'una città si è il diroccarla; e così intendiamo come Attila, mosso dalle insinuazioni del sommo pontefice san Leone, abbandonasse l'Italia subito dopo fattane la preda. Il ritratto che tutti gli storici fanno di questo generale è odiosissimo. Egli è vero però che nessuno fra questi storici è Unno, o Gepida, o Alano, o Erulo. Pochi conquistatori la storia ci ricorda che in così breve tempo siansi cotanto estesi. Egli era sommamente riverito da' suoi, e temuto dovunque. Se gli Americani avessero scritti i fatti di Ferdinando Cortez, noi non conosceremmo di lui che i soli vizi esagerati. Ciò non ostante Attila fu un barbaro, che devastò depredando alla testa di ladroni, non lasciando che rovine e miserie dovunque passò. I Romani vincevano, perdonavano, erudivano, beneficavano.

Le sciagure cagionate da questa funestissima incursione diedero nascimento a Venezia. Gli abitatori di Aquileia, di Padova e di Verona, dopo quest'ultima incursione de' barbari, memori delle precedute, cercarono un asilo, e lo trovarono sopra di alcune isolette dell'Adriatico. Ivi collocarono il loro nido. Se il non aver mai obbedito che alle proprie leggi, promulgate e custodite da propri concittadini, e l'essersi costantemente preservati contro di ogni forza estranea è un titolo di nobiltà, nessuna città d'Europa può vantarne di uguale alla veneta, la quale non ha acquistato il dominio del proprio suolo colla usurpazione e coll'esterminio di altri uomini, ma creando colla sagace e pacifica industria il suolo medesimo su di cui si è collocata; sorta di dominazione la più giusta di ogni altra. Ivi si è conservato l'antico sangue puro italiano, sicuro contro l'invasione delle armate terrestri, fra un basso mare, difficilmente accessibile alle navi armate, e tuttavia si conserva sotto la tutela della virtù e della sapienza dopo compiuti tredici secoli.

Scomparve Attila co' suoi predatori, e non più Milano poté essere la residenza de' sovrani, distrutta e incendiata come ella era. In fatti quei pochi deboli augusti, che continuarono la serie dei Cesari ancora per ventiquattro anni, soggiornarono o in Roma o in Ravenna, non mai in Milano. Petronio Massimo i tre mesi che regnò, li visse in Roma. Marco Macilio Avito per un anno circa fu imperatore, e visse nella Francia ed in Roma. Giulio Maggiorano resse l'Imperio prima in Ravenna, e dopo circa tre anni fu deposto in Tortona. Libio Severo fu proclamato augusto in Ravenna, e quattro anni dopo morì in Roma. Procopio Antemio in Roma fu proclamato, e vi regnò circa cinque anni. Lo stesso dicasi di Anicio Olibrio, Flavio Glicerio, Giulio Nipote e di Romolo, che tutti insieme non più di quattro anni regnarono succedendosi, quasi efimeri imperatori. Quest'ultimo, chiamato Romolo Augustolo, con un diminutivo indicante la somma debolezza a cui si era ridotta la dignità imperiale in lui, fu costretto da Odoacre, re degli Eruli, invasore d'Italia, a spogliarsi della porpora l'anno 476. O fosse che la dignità d'augusto, avvilita dagli ultimi imperatori, non sembrasse bastante grado all'ambizione del conquistatore, o fosse che gli usi e la forma di governo d'una nazione conquistata, sembrassero pregievoli al barbaro vincitore, egli ricusò di chiamarsi Cesare, e assunse il titolo di re d'Italia. L'Imperatore Zenone, che allora regnava in Oriente, non aveva forze per ispedire da Costantinopoli un'armata a liberare l'Italia, e riunirla all'Impero. Egli amava Teodorico, figlio del re de' Goti, giovine allevato alla Corte di Costantinopoli, e innalzato al consolato. Quel giovine reale s'era talmente distinto col suo merito presso di Cesare, che nella imperiale città gli fu innalzata una statua equestre per comando di quell'augusto, che l'aveva fatto suo figliuolo d'armi. Permise egli adunque a Teodorico che venisse in Italia co' Goti, e ne scacciasse gl'invasori, e così fece. Tutto si dissipò il furore degli Eruli al presentarsi di que' valorosi, e l'Italia rimase dei Goti. Il re Teodorico fu risguardato come un benefico liberatore. Egli accortamente adoperò ogni mezzo acciocché gl'Italiani non s'avvedessero di obbedire a una dominazione estera. Obbligò i Goti a vestire l'abito romano. Col proprio esempio insegnò loro ad uniformarsi all'indole della nazione. Onorò le scienze e le arti. Vegliò sulla esatta osservanza della giustizia. Repristinò i nomi e i riti delle antiche magistrature. Preservò da ogni vessazione i popoli nel pagamento dei tributi. Tenne animati gli spettacoli pubblici, e ristorò i pubblici edifici. Egli era ariano, e protesse i cattolici contro di ogni violenza, lasciando loro un libero e rispettato esercizio della religione; e dopo trentasette anni di un regno felice, lasciò un nome glorioso nella storia, che non sa rimproverargli nemmeno la morte di Boezio e di Simmaco, comandata per seduzione, e vendicata da crudelissimi rimorsi, che, accelerando la morte a Teodorico, dimostrarono quanto fosse straniero il delitto al di lui cuore.

Il regno de' Goti durò sulla Italia per lo spazio di sessant'anni. Cominciò con Teodorico l'anno 493, e terminò con Teja nel 553. I re che furono di mezzo si nominarono Atalarico, Teodato, Vitige, Teobaldo, Erarico e Totila. Il più notabile per la storia di Milano è Vitige, sotto di cui la infelice nostra patria rimase presso che annichilata, come ora dirò. Non avendo io preso a scrivere una storia generale, ma unicamente quella di Milano, né per ora né in seguito mi stenderò mai sugli avvenimenti d'Italia se non di volo, e per quella connessione che ebbero colla nostra città. Quest'argomento, più vasto e generale, è stato trattato prima del 1766 da un uomo che, nel fiore della gioventù, ha posposti i piaceri che le grazie della persona e dello spirito potevano cagionargli, ai men volgari piaceri d'illuminare i suoi simili, e di lasciare una durevole memoria alla posterità. Alcune circostanze hanno consigliato il differire di render pubblico quel lavoro di erudizione, di fatica e d'ingegno non comune. I lettori un giorno giudicheranno se quel compendio della storia d'Italia sia stato annunciato da me con parzialità, e se l'autore medesimo, che gli ha fatti piangere colla Pantea, gli ha fatti fremere colla Congiura di Galeazzo Sforza, e gli ha occupati colla placida e sensibile narrazione di Saffo, abbia saputo dipingere al vivo il carattere de' secoli, e lo stato della felicità e della coltura degl'Italiani da Romolo fino a noi. Per quanto sieno stretti i vincoli del sangue, e più quei d'una cara amicizia che mi legano a lui, io non posso dimenticare di rendere un tributo al merito ed ai servigi ch'egli ha preparati al pubblico. La storia d'Italia adunque dirà di più; e così, io della dinastia de' Goti dirò unicamente, che sembrò riconoscessero il regno d'Italia come un beneficio dell'imperatore, al quale lasciarono l'apparenza della eminente sovranità: il che si scorge anche oggidì nelle monete gotiche, sulle quali vedesi impressa l'immagine degli augusti colle loro iscrizioni, e unicamente dall'opposta parte il nome del re d'Italia senza immagine. Sin che durò la dominazione de' Goti, si vede che le città considerate nell'Italia erano Roma, Napoli, Pavia, Ravenna, Verona, Brescia, non mai Milano, di cui non v'è menzione, fuorché per la rovina accaduta sotto Vitige, l'anno funestissimo 538. L'imperatore Giustiniano mal soffriva che le province del Romano impero fossero invase da' popoli barbari. Amava la gloria, e la cercò co' pubblici edifici, col codice delle leggi, e coll'attività de' suoi generali Belisario e Narsete. Belisario venne il primo nell'Italia, e ricuperata era già dalle armi imperiali l'Italia meridionale sino a Roma. I Milanesi non erano stati distrutti da Attila, che aveva atterrata la loro città; essi viveano e alloggiavano nelle terre, e se avevano perdute le ricchezze depredate dagli Unni, non perciò si erano dimenticati della grandezza della loro patria, e quindi abborrivano l'estera dominazione che aveva loro cagionato tai danni. Se l'accorta politica e il felice carattere di Teodorico avevano, come dissi, acquistato tanto ascendente fino a fare illusione, e togliere agl'Italiani l'avvedersi che obbedivano a un popolo barbaro, i Milanesi, tanto offesi dagli Unni, non potevano dimenticare che i Goti pure dalle contrade medesime erano discesi: e quindi assai bramavano che le forze imperiali ristabilissero nell'Insubria l'antica maestà e potenza de' Cesari. Questo fu il motivo per cui cautamente fu spedito a Roma Dazio, vescovo di Milano, con alcuni de' primari della patria, i quali, abboccatisi con Belisario, gli esposero lo stato dell'Insubria, il numero de' popoli, l'odio che generalmente regnava contro de' Goti, e la facilità di riunirla all'Impero, soltanto che vi si assegnasse un mediocre soccorso di armati. Belisario gli accolse amichevolmente, e affidò a un valoroso capitano per nome Mondila un numero considerevole di soldati; i quali, imbarcati sul Tevere, sboccando nel Mediterraneo, giunsero a Genova, d'onde, superati i monti, scesero verso Milano. La provincia sarebbe stata tutta immediatamente dell'Impero, se non vi fossero stati in Pavia i Goti. Pavia era già una città forte, e gl'imperiali non erano né in numero da poterla sorprendere, né scortati da macchine sufficienti ad assediarla e impadronirsene. Milano, Novara, Como e Bergamo si unirono a Mondila. Vitige spedì a questa vòlta un buon numero de' suoi, guidati da Uraja di lui nipote. Le corrispondenze che passavano fra il re goto e gli abitatori delle Alpi, oggidì chiamati Svizzeri, e allora Borgognoni (poiché l'antica Borgogna si estendeva persino su quelle parti) fecero che un'armata di Borgognoni contemporaneamente scendesse dalle Alpi su di questa pianura; e i Goti, uniti a questi terribili alleati, acquistarono una forza preponderante. Forse alcune rivalità insorte fra i due generali dell'Imperio, Belisario e Narsete, recentemente mandato in Italia, si combinarono a desolare Milano; nessun soccorso vi si innoltrò; scomparvero Mondila e i suoi; e dai Goti e dai Borgognoni venne non solamente atterrato il poco che aveva lasciato Attila, ma furono trucidati trecentomila abitanti, senza riguardo alcuno alla età; e le donne giovani furono regalate ai vincitori, singolarmente ai Borgognoni. Vi è chi in questo racconto, che ci viene da Procopio, crede di trovare una esagerazione, e limita l'eccidio a trentamila abitanti, e non più, considerando la inverosimiglianza di supporre una così grande popolazione in una città di giro angusto, e già da Attila diroccata e incenerita. Io però non oserei di accusare l'inesattezza di Procopio, che, sebbene scrivesse lontano da noi, scriveva però avvenimenti de' tempi suoi, e avvenimenti che alla corte di Costantinopoli dovevano essere esattamente palesi. Egli è vero che la città era piccola, e già ne ho indicato il recinto; ma è verosimile che l'esterminio cadesse sopra tutti gli abitatori del Milanese. Vero è altresì che rari sono nella storia così enormi atrocità; non sono però senza esempio, e uno de' più sicuri lo somministra l'America meridionale. È finalmente vero che la umana natura non è spinta nemmeno fra i barbari a superflua crudeltà; ma la condizione de' Goti era pericolosissima sin tanto che l'Insubria fosse popolata da una nazione loro infensa. I Greci sbarcavano nella Sicilia e nel regno di Napoli, e s'innoltravano da quella parte a far loro guerra. I Goti avevano per alleati gli oltramontani; ma se gl'Insubri, male affetti, vi rimanevano di mezzo, i Goti erano fra due armate nemiche, privi di ritirata. La necessità adunque suggeriva di non porre limite alla distruzione degli abitatori. Tutto ciò, a mio credere, prova la possibilità della asserzione di Procopio; e quello poi che sopra tutto me la rende verosimile, si è la considerazione che la salubrità del clima, e singolarmente la fecondità della terra del Milanese sono tali, che sempre dopo le sciagure sofferte o per le vicende politiche, o per le pestilenze ed altri fisici disastri, passato un determinato numero di anni, la città riprese vigore e si ristorò allo stato primiero, siccome vedremo nel progresso; laddove da questa desolazione del 538 per cinque interi secoli non fu possibile che risorgesse. Quantunque sotto di Attila ottantasette anni prima fosse diroccata, smantellata, incendiata Milano, dispersi i cittadini, saccheggiate le loro ricchezze; noi vediamo che ebbero ardire e forza per collegarsi con Belisario, e porre in forse il regno de' Goti; e se per cinquecento anni, dopo l'eccidio di Vitige, rimase dimenticata la città di Milano, e posposta a Pavia non solo, ma persino a Monza, forza è il dire che la spopolazione e l'esterminio veramente sieno stati enormi. Non per questo mi renderò io mallevadore del preciso numero scritto dallo storico greco, al quale il nostro Tristano Calco non dubitò di far una diminuzione col limitare la strage a trentamila uomini; con tuttociò a me sembra che una tale perdita, benché funestissima, non sarebbe stata cagione bastevole a spiegare un così lungo annientamento accaduto dappoi.

Gli storici milanesi sin ora hanno veduti questi fatti sotto un aspetto diverso da quello col quale mi si presentano. Per me i nomi di Uraja e di Vitige sono i più funesti che possa rammemorare la nostra storia. E quali altri lo sarebbero se non lo sono i nomi di coloro che annientarono Milano dal secolo sesto sino al secolo undecimo? Gli storici nostri hanno temuto di deturpare lo splendore della patria raccontando una così lunga depressione, e non potendo spiegare dappoi come i re d'Italia ponessero la loro corte a Pavia, da Pavia avessero la data quasi tutti i diplomi, in Pavia si facessero le solenni incoronazioni, immaginarono un privilegio dato da Teodosio a sant'Ambrogio, per cui non fosse più lecito ai sovrani di soggiornare in Milano. L'assurdità di questo sognato privilegio si manifesta da ogni parte. Basta il riflettere che Teodosio istesso sarebbe stato il primo a violarlo, poiché visse e morì in Milano, siccome ho detto. Onorio, di lui figlio, in Milano celebrò le sue nozze, e nel capo antecedente si accennò quanto vi dimorassero dappoi gli augusti. Sarebbe cosa assai strana che i Goti, i Longobardi e i Franchi avessero obbedito con maggiore riverenza a un privilegio di Teodosio, di quello che ei medesimo, i suoi figli e successori non fecero. Il metropolitano di Milano in que' tempi non aveva giurisdizione o ingerenza nelle cose civiche, né a sant'Ambrogio si sarebbe accordato un privilegio quando si fosse voluto darlo alla città. Se Milano avesse ottenuta una forma repubblicana, e avesse creato i propri magistrati, e riscossi i propri tributi sotto una semplice protezione del sovrano, poteva esservi il desiderio di non alloggiare un protettore sempre pericoloso al governo aristocratico o popolare; ma Milano era città suddita come le altre, nella quale gli storici nostri c'insegnano che risedeva un governatore a nome del sovrano, chiamato duca sotto i Longobardi, e conte sotto i Franchi, dal quale si esercitava la somma autorità; il privilegio dunque si riduceva a condannar Milano a non essere mai più la capitale del regno. Da qualunque parte si svolga una tale opinione, sebbene tanto ripetuta, non vi troveremo che degli assurdi e tali che, se vi è certezza nella storia, egli è evidente che un diritto cotanto indecente, e sconsigliato a chiedersi ed a concedersi, altro non è che un sogno immaginato per poter persuadere che Milano conservasse la sua grandezza ancora in que' secoli ne' quali la corte de' sovrani stava collocata poche miglia da lei lontana. Le città che hanno un monarca desidereranno sempre di esserne la residenza, e la patria de' successori; e quelle che si reggono sotto altra costituzione, avrebbero un fragilissimo garante, se altro non le mantenesse in possesso de' loro diritti, fuorché una pergamena.

La riunione dell'Italia all'Impero, cominciata sotto il comando di Belisario, si perfezionò reggendo l'armata cesarea il glorioso Narsete, spedito nella Italia da Giustiniano Augusto. Nell'anno 553 non rimase più alcun Goto nell'Italia, se non reso suddito dell'imperatore, e da quell'anno cominciò il governo di Narsete, che risedette in Roma, reggendo l'Italia per Giustiniano, lo spazio di quattordici anni. Ma estinto il generoso Narsete, non restò all'Italia uomo capace di preservarla da nuovi barbari, e nell'anno 569 entrovvi Alboino, guidando una sterminata moltitudine di Gepidi, Bulgheri e Longobardi. Occupò egli senza contrasto buona parte dell'Italia, e il centro della nuova dominazione fu l'Insubria, che cambiò il nome, e chiamossi Lombardia, dall'essere diventata la sede di questo nuovo regno de' Longobardi. Ravenna diventò la residenza del ministro, che col nome di esarca gli augusti destinavano a reggere Roma, Napoli e altre città che rimasero sotto l'imperatore preservate dalla invasione. I Longobardi, senza contrasto alcuno, s'impadronirono di Milano e delle altre città: ma Pavia si difese e sostenne tre anni di assedio. I costumi di questi nuovi ospiti si conoscerebbero anche da un fatto solo. Soggiornava il re Alboino in Verona, e un giorno, più ferocemente allegro del solito, costrinse la regina Rosmunda, sua moglie, a bere in una coppa orrenda, fatta col cranio di Cunigondo, di lei padre, ucciso da Alboino medesimo. La regina comperò coll'adulterio un vendicatore; fu assassinato Alboino; Rosmunda, coperta dell'obbrobrio di due delitti, si avvelenò: tali erano i costumi di quella nazione. I Longobardi radunaronsi in Pavia, ed innalzarono Clefi a regnare. Costui con tanta crudeltà trattò gli uomini, che, dopo alcuni mesi, venne ucciso nel 575. I primi generali longobardi, in vece di passare a nuova elezione, si divisero lo Stato; furono trenta questi piccoli tiranni, che col titolo di duca si appropriarono una parte del regno, e Milano diventò suddita di Albino, al quale si attribuisce d'aver fabbricato il suo alloggio in una parte di Milano vicina al centro, che oggidì chiamasi Cordùs, nome derivato, a quanto pretendesi, dal latino Curia Ducis. Questa anarchia dopo dieci anni terminò, avendo i proceri riconosciuto per loro re Autari, figlio dell'ucciso Clefi: ma in questa acclamazione i duchi vollero ritenere una sovranità secondaria, contribuendo bensì i servigi militari e una porzione de' tributi al re, ma conservando ciascuno il dominio del proprio ducato; il che fece poi nascere il gius feudale appunto verso il finire del sesto secolo. La dinastia de' Longobardi durò per ventidue regni nello spazio di poco più di due secoli. Le elezioni, le feste, le incoronazioni le nozze, tutto quello che indichi luogo di residenza, non mai si fecero in Milano durante la dinastia dei Longobardi. Paolo Diacono nomina Milano: suscepit Agilulfus, qui erat cognatus regis Authari, inchoante mense novembrio, regiam dignitatem. Sed tamen, congregatis in unum Langobardis postea mense madio, ab omnibus in regnum apud Mediolanum levatus est e quell'apud fa vedere che l'adunanza si tenne nella pianura vicina, e non nella città; e altrove: igitur sequenti aestate, mense julio, levatus est Adaloaldus rex super Longobardos apud Mediolanum in circo, in praesentia patris sui Agilulfi regis, astantibus legatis Theudeberti regis Francorum: e qui pure apud e non Mediolani, come avrebbe scritto Paolo Diacono; giacché, quantunque presso alcuni scrittori del buon secolo la voce apud non significhi ne' contorni, ma bensì nel luogo nominato, lo stile di Paolo rende giustificata la interpretazione. Teodelinda e Agilulfo molto soggiornarono in Monza, ma gli altri re per lo più tennero la loro corte a Pavia, che diventò la capitale del regno d'Italia, in cui, per fine, fu da Carlo Magno assediato e preso, nel 774, Desiderio, ultimo re dei Longobardi, e condotto prigioniero in Francia; e così in Carlo Magno cominciò una dinastia nuova di re d'Italia francesi, e si rinnovò il nome dell'Impero occidentale.

Di ciò che spetti alla storia di Milano durante la dominazione de' Longobardi, non vi è cosa alcuna. Delle monete gotiche non se n'è trovata una sola che indichi essere stata adoperata da essi la zecca di Milano. Delle monete longobarde due ne conservo: la prima d'oro potrebbe essere della zecca di Milano; essa è di Luitprand, che regnò dal 712 al 744: ed ha un M. nel campo ove sta la immagine; ma ognun vede quanto ne sia incerta la prova; l'altra pure d'oro ha da una parte il nome del re Desiderio, e dall'altra Flavia Mediolano; essa prova che la zecca di Milano è stata adoperata prima del 775; poiché questa rara moneta, che il solo Le Blanc ha pubblicata, è stata coniata ne' diecisette anni precedenti, ed è la più antica moneta sicura della nostra officina monetaria, non avendo le più antiche, che si credono di Milano, se non delle probabilità. Ciò però basta per provare che da mille anni almeno a questa parte, la zecca di Milano ha battuto moneta. Se prestiamo credenza a Paolo Diacono, scrittore longobardo, la nazione de Longobardi veniva dalla Scandinavia. Forse quello storico non aveva letto la geografia di Tolomeo, in cui si vede: habitant Germaniam quae circa Rhenum est, a parte prima septentrionali Brusacteri parvi appellati, et Sicambri, Oqueni, Longobardi. Erano adunque i Longobardi popoli della Germania, vicini al Reno, dalla parte settentrionale. Aggiunge poi Tolomeo: interiora atque mediterranea maxime tenent Suevi Angli, qui magis orientales sunt quam Longobardi. Sembra con ciò indicarsi che la patria de' Longobardi fosse a un dipresso verso la Westfalia. Per la ragione medesima crederemo che nemmeno avesse osservato Cornelio Tacito nel libro de situ Germaniae, ove si legge: Longobardos paucitas nobilitat, quod plurimis et valentissimis nationibus cincti, non per obsequium, sed praeliis, et periclitando tuti sint; e Tacito istesso nelle storie, Longobardorum opibus refectus, per laeta, per adversa res Cheruscas afflictabat, dice di Italo Flavio, re dei Cheruschi, sotto Claudio Augusto. Se adunque cinque secoli prima che venissero i Longobardi a invadere l'Italia, erano essi popoli della Germania, non si può attribuire che ad errore e falsa tradizione l'averli fatti discendere dalla Danimarca e dalla Svezia, cioè dall'antica Scandinavia, nel secolo ottavo, nel quale scriveva Paolo Diacono.

Quando ho detto che la distruzione di Uraja sotto Vitige del 538 fu uno annientamento di Milano, dal quale per cinque interi secoli non poté risorgere, non intendo perciò di asserire che non vi rimanessero più abitatori nel luogo della città, e che il suolo ne restasse deserto; dico annientata la città cospicua, e rimasto al luogo di essa un ammasso di rovine, con alcune chiese e alcune case abitate da un piccolo numero di poveri uomini mal sicuri; perché le mura della città atterrate lasciavano libero ingresso ad ogni invasore. Alcuni rari abitatori erano, dopo quest'eccidio, sparsi sulla campagna: poco in vigore era la coltura delle terre per mancanza di uomini; in somma non restava di grande che la memoria e la dignità del metropolitano, la quale non rovinò colla città, come per più secoli si sostenne il decoro del patriarca d'Aquileia.

Il conte Giulini ci assicura in più luoghi che prima del 1000 la maggior parte de' nobili abitava nelle terre: e l'asserzione di un autore tanto esatto, fedele e ingenuo, è maggiore di ogni eccezione; egli non l'ha fatta se non dopo di avere esaminata con attenzione e giudizio una sterminata mole di carte antiche. Il peso della autorità di questo erudito autore cresce, se si rifletta ch'egli ha procurato, quanto mai era possibile, di dar risalto alla storia nostra, e far comparire Milano sempre considerata; il che ha eseguito quanto gli è stato fattibile, salva la verità. Nelle diete, che pure era costretto a dire ch'eransi tenute in Pavia, egli aggiunge: naturalmente vi avrà preseduto il nostro arcivescovo. M'immagino che la incoronazione l'avrà fatta l'arcivescovo di Milano; così dice narrando le solenni inaugurazioni dei principi: e così cerca di grandeggiare anche in quei secoli che veramente mi sembrano di oscurità e depressione. Se adunque la maggior parte de' nobili in que' tempi non dimorava in Milano, egli è evidente che non vi potevano rimanere che pochi e miserabili abitatori, come anche al dì d'oggi accadrebbe, se i cittadini nobili l'abbandonassero, e si collocassero a vivere sparsi nel contado. Tutti i fatti più sicuri che rimangono, provano ad evidenza questo annientamento. Si è osservato nel capitolo primo come il circuito delle antiche mura era di circa due miglia; esattamente misurandolo sopra la carta di Milano, egli era di mille e seicento trabucchi, laddove il giro delle odierne mura è di circa quattromila trabucchi, compresovi il castello. Il miglio si calcola tremila braccia, così il trabucco è cinque braccia, così seicento trabucchi fanno un miglio. Quindi le mura antiche erano nel giro due miglia e due terzi, e le mura attuali sono sei miglia e due terzi. Lo spazio adunque dell'antica città era appena la sesta parte dello spazio della città attuale; dico appena, poiché, laddove le mura attuali formano un poligono che si accosta al circolo, le antiche in più d'un luogo irregolarmente portavano la convessità dalla parte del centro della città medesima. Questo piccolo spazio nel quale era ristretta la città, in molti luoghi era vacuo; vi erano perfino de' pezzi di terra coltivati, dei quali attualmente si conservano i contratti di locazione o di vendita; v'era il Forum Assamblatorum; v'era il Fòro pubblico; v'era l'orto dell'arcivescovo in quello spazio che ora occupa la regia ducal corte, che perciò si nominò il Broletto vecchio dalla voce Brolo, che ne' secoli bassi significava appunto un orto, come anche in oggi l'adopera in questo senso la nostra plebe. D'altra parte, l'arcivescovo aveva il giardino, Viridarium, Verzè; così attualmente chiamasi quel sito. Dietro la metropolitana eravi un campo, e quel sito conserva perciò anche presentemente il nome di Campo Santo. Entro le mura della città, vicino a San Giovanni alle quattro facce, v'erano in que' tempi dei campi coltivati. Altri pezzi di terra coltivati si ritrovavano vicino a San Satiro. Presso Santa Radegonda v'erano pezzi di terra coltivati, con una cascina. Altra terra coltivata trovavasi in città vicino alle mura antiche di porta Vercellina. Vicino alla chiesa di San Giovanni sul muro, entro l'antico recinto, eranvi pure altre terre coltivate, e questi probabilmente non saranno stati i soli campi fruttiferi che si ritrovavano nella angusta città, perché né saranno state pubblicate tutte le antiche carte di affitti o di vendite di simili fondi, né col trascorrere di tanti secoli questi contratti si saranno tutti conservati, né su tutti i pezzi fruttiferi si saranno fatti contratti per mezzo della scrittura, onde ne rimanesse memoria ai posteri. Data adunque l'area dell'antica città meno della sesta parte della attuale, dato il buon numero de' siti che rimanevano vacui nella città medesima, non vi poteva certamente essere molto popolo, a meno che il restante spazio non fosse occupato da case altissime, collocando una abitazione sopra dell'altra a molti piani: ma questo non era il modo certamente di fabbricare in quei secoli. Le memorie di quei tempi ci fanno anzi conoscere che in Milano erano poche e degne di osservazione le case che avessero piano superiore; comunemente un pian terreno e il tetto formavano una casa, e quelle poche le quali avevano un piano al disopra, chiamavansi solariatae, e venivano così contradistinte dalle case comuni, ed erano rare tanto, che abbiamo la chiesa di Sant'Ambrogio in Solariolo, che così fu chiamata perché ivi si trovava una piccola casa con camere superiori. Da tutto ciò chiaramente si vede che poca e miserabile popolazione rimaneva nella distrutta città prima del secolo undecimo, della quale scarsezza di abitatori ne fa menzione lo storico nostro Landolfo il Vecchio, il quale nel secolo undecimo scriveva, che si era perduta in Milano ogni forma di buon governo, ob nimiam hominum raritatem. Della povertà poi di Milano in que' tempi tutto quello che ce ne rimane, ne dà indizio. Alcune poche vie della città chiamavansi carrobj, perché non tutte erano larghe abbastanza per il passaggio dei carri. Le piazzette della città si lasciavano a prato, e servivano di pascolo alle bestie, d'onde nacque il nome milanese di pascuè, e ben poche case erano di mattoni, ma anzi le muraglie erano formare con una grata di legno intonacata di creta e di paglia; il tetto era o di legno, ovvero di paglia. Siccome la pianura allora era coperta di boschi, singolarmente verso Milano, così la materia più comune era il legno; quindi spessi e fatalissimi erano gl'incendii nel secolo undecimo e al principio del seguente, mentre la popolazione si andava accrescendo; su di che è bene ch'io riferisca le parole del Fiamma, nel Manipolo dei Fiori: ubi est sciendum, quod civitas Mediolani propter multas destructiones non erat interius muratis domibus aedificata, sed ex paleis et cratibus quam plurimum composita. Unde si ignis in una domo succendebatur, tota civitas comburebatur. In fatti ci raccontano gli storici incendii fatali accaduti in que' tempi, negli anni 1071, 1075 1104 e 1106.

Abbandoniamo adunque per sempre il privilegio ridicolo di non essere mai la dominante del regno, ma una città suddita secondaria, diretta da un vicegerente del monarca, ché tale sarebbe il supposto privilegio di Teodosio al vescovo sant'Ambrogio; e per ispiegare come mai Milano fosse dimenticata per cinque secoli dopo di Vitige; come Pavia, Verona e Monza divenissero la residenza de' principi, piuttosto che Milano, riportiamoci alla ragione vera, confermata da ogni fatto, e che sinora nessuno ha avuto l'animo di pronunziare, cioè che non vi sarebbe stato in Milano luogo per alloggiarvi i sovrani, né cosa alcuna conveniente ad una corte. Milano non cominciò a risorgere se non dappoiché, riparate le mura, gli abitatori poterono domiciliarvisi tranquilli. Se prima di ciò si fossero radunati molti a convivere sullo stesso suolo, spogliato d'ogni riparo, sarebbe stato lo stesso che indicare ai barbari il luogo su di cui fare una scorreria con profitto. Prima che le mura si riducessero a stato di preservare gli abitatori dalle sorprese, comuni in que' tempi, non vi era altro partito per i nobili che lo abitare sparsi qua e là sulla campagna; e perciò Milano era come annientata. Pochi anni dopo la distruzione di Federico Barbarossa riuscì ai Milanesi di risorgere a segno di battere l'imperatore; dopo la distruzione di Uraja per cinque secoli rimase annientata Milano senza poter mai alzare la fronte da terra. Giudichi ciascuno se la posterità sia stata giusta dimenticando il nome di Uraja, e tanto scrivendo e parlando della distruzione di Federico, di cui tratteremo a suo luogo.

I Longobardi non dominarono mai interamente su tutta l'Italia; e Roma, fra le altre città, fu sempre libera dal loro giogo, e soggetta all'imperatore; se pure può chiamarsi soggezione un titolo di sovranità conservato ad un principe debole, lontano, che non aveva armate da spedire nell'Italia. I Longobardi cercavano di sempre più dilatare il loro regno, e dominar soli nell'italico suolo. Roma era in pericolo; non v'era speranza di soccorso da Costantinopoli; Adriano papa lo implorò da Carlo Magno, re di Francia, principe amante della gloria, e che aveva già battuti e sottomessi i Sassoni. Scese Carlo Magno nell'Italia con un'armata: Desiderio, re de' Longobardi, si ricoverò in Pavia: Adalgiso si ricoverò in Costantinopoli. Presero i Franchi Pavia, e trasportarono Desiderio in Francia, ove morì monaco. Così, nell'anno 774, terminò nell'Italia la dominazione de' Longobardi, e principiò quella de' Francesi. Ma non però furono scacciati dall'Italia i Longobardi: essi erano già domiciliati da sei generazioni su questo suolo, poiché erano già trascorsi dugentocinque anni dopo la loro venuta; il cambiamento di fortuna percosse i re e i duchi. Il popolo longobardo rimase sotto la protezione della nuova dinastia, come vi rimasero gli altri abitatori. Da ciò ne deriva che si videro nei secoli dappoi tre nazioni distinte naturalizzate nella Lombardia, viventi in pace fra di loro, ma professando ciascheduna di vivere colle leggi della propria origine. Gli antichi abitatori professavano di vivere colla legge romana, e a tenore di essa erano giudicati; i Longobardi professavano la legge longobarda; i Francesi, che s'andarono domiciliando nella Lombardia, professavano la legge Salica; e così nelle antiche carte rare volte accade che leggasi un nome senza l'aggiunta: qui professus est vivere lege Romanorum; ovvero qui visus fuit vivere lege Longobardorum; ovvero qui professus sum, natione mea, lege vivere Salica, e simili dichiarazioni; e questa dichiarazione era opportuna e forse necessaria, acciocché i contraenti potessero conoscere il valore delle reciproche obbligazioni che incontravano, dipendendo queste in gran parte dal codice sul quale si doveva decidere la controversia, al caso che nascesse. Questo prova la rettitudine e l'umanità usata da Carlo Magno, il quale si rese celebre per le conquiste e per una vastissima dominazione, e tale che, dopo di lui, nessun altro monarca in Europa ha riunito sotto di sé tanti regni. Le virtù di quel monarca gli lasciarono la fama d'essere stato degno della elevazione a cui lo innalzò la fortuna, ossia, per adoperare un linguaggio più vero, d'aver egli corrisposto al grado a cui venne dalla divinità sublimato.

Abbiamo una moneta di Carlo Magno coniata in Milano, e la conservo nella mia raccolta; in essa vedesi che, non qualificandosi quel sovrano se non come re de' Franchi, dovette essere coniata dalla zecca di Milano prima dell'anno 800, in cui venne in Roma proclamato imperatore; e di questa e delle altre monete milanesi ne tratterò distintamente in una separata dissertazione, e ciò per non frammischiare l'erudizione colla storia. Può sembrare strano il pensiero di Desiderio e di Carlo Magno di porre in attività la zecca di una città distrutta, e quasi disabitata da due secoli e mezzo: ma la gloria di moltiplicare le metropoli suddite, e richiamare a una vita apparente l'antica sede del prefetto d'Italia, basta a spiegarne la cagione. È però certo, come molti documenti e autori ci attestano, che Carlo Magno, nel tempo del suo soggiorno nell'Italia, si trovò in varie città, facendovi qualche dimora, ma di Milano non vi si fa cenno alcuno, perloché nasce dubbio ch'ei non la vedesse neppure; laddove in Pavia, nell'801, vi pubblicò alcune leggi. Vero è che Pipino, figlio di Carlo Magno, morì in Milano nell'810; ma ciò non accadde già perché quivi quel principe tenesse la sua corte. Egli morì attraversando Milano, mentre veniva alla guerra co' Greci e co' Veneti; e il trasporto che si fece del di lui cadavere sino a Verona per tumularlo nella chiesa di San Zenone, fa sospettare che non vi fosse allora in Milano modo di fargli i funerali colla pompa conveniente al di lui carattere. Lottario, volendo stabilire delle scuole pubbliche nell'Insubria, le collocò a Pavia, dove, nell'823, fece venire certo Dongallo per ammaestrare i giovani nel poco che allora si sapeva, e di Milano nessun pensiero si prese. Non si sono finora conosciute carte né di Carlo Magno, né di Lodovico, né di Lottario, né di Lodovico II, imperatori e re d'Italia, i quali tutti soggiornarono nella Lombardia, che abbiano la data di Milano. La dieta in cui fu eletto Carlo il Calvo si tenne in Pavia, nell'875; in Pavia teneva egli la sua corte, e ve la tennero del pari Carlomanno e Carlo il Grosso. Di tanti diplomi che gli eruditi hanno esaminati finora, non ve n'è alcuno ch'io sappia, né de' ventidue re longobardi, né de' primi sei re franchi, che porti la data di Milano precisa. Alcuni pochi mostrano che furono spediti bensì nelle vicinanze di Milano, come i due di Carlo il Grosso, scritti nell'881, che hanno la data Actum ad Mediolanum, come se fosse attendato ne' contorni della rovinata città. La dimora dei sovrani era per lo più Pavia, su di che può consultarsi la Dissertazione del signor dottore Pietro Pessani, intitolata: de' Palazzi reali che sono stati nella città e territorio di Pavia, stampata in Pavia, 1771. Le ville reali erano Olona nel territorio pavese, e Marengo, terra vicina al sito in cui poi, nel secolo duodecimo, i Milanesi fabbricarono la città d'Alessandria, siccome poi vedremo. Tutta la storia ci attesta l'annientamento di Milano sotto il regno infaustissimo di Vitige, e sotto il comando crudelissimo di Uraja. I pochi abitatori delle rovine di Milano erano dominati da un conte, che li reggeva in nome del sovrano. Ci restano le memorie di Leone conte, che governava nell'840, e d'Alberigo conte che governava nell'865, il quale stava di alloggio in Curia ducis, dove è ora il Cordùs, siccome già accennai, e nelle carte s'intitolava: Nos Albericus comes, in Placitum publicum singulorum hominum iustitiam faciendam. Poche memorie ci rimangono di quei tempi. Il quartiere della città delle Cinque vie si trova nominato sino nell'ottavo secolo. Alcune chiese avevano la stessa denominazione che conservano anche in oggi, di che può consultarsi il benemerito conte Giulini, che laboriosamente ne ha sviluppata la erudizione.

Il primo passo che era da farsi per rianimare la città giacente, egli era ripararne le mura, e cingerla per modo che vi potessero soggiornare sicuri gli abitatori. Questo pensiero non venne in mente ai sovrani; la condizion de' tempi non ne aveva fatto nascere l'idea. I Longobardi, rozzi ed agresti, non conoscevano le passioni delle anime grandi, non furono perciò sensibili alla gloria di lasciare vestigio di opere pubbliche. I re franchi interrottamente comparivano nell'Italia per ricevere la corona imperiale, per farsi proclamare in una dieta dai signori italiani, e lasciavano poi un principe, da essi dipendente, col titolo di re d'Italia, a governarla. La sede era già Pavia, e sotto tal forma di governo d'un monarca elettivo e lontano, non era sperabile che si pensasse a richiamare Milano a nuova vita. L'arcivescovo di Milano era considerato sempre il metropolitano e il più venerando, per dignità, fra gli ecclesiastici del regno italico, malgrado l'infelice stato della città. È assai verosimile che in que' tempi molti beni possedesse chi era innalzato alla sede arcivescovile. Occupava l'Impero e il regno d'Italia Carlo il Grosso, principe infermo di corpo e di mente, a quel grado che, ispirando un disprezzo universale, fu dalla sua dignità deposto. I popoli che gemono sotto un viziato sistema di governo, debbono far voti al cielo per ottenere o un principe sommo nella bontà, ovvero uno sommamente vizioso. Sotto il debolissimo governo di Carlo il Grosso, era arcivescovo di Milano Ansperto da Biassono, terra del ducato lontana tredici miglia da Milano, di là da Monza tre miglia; e a questi dobbiamo noi Milanesi la venerazione che merita un ristoratore della patria. Già sotto i regni indeboliti e brevi di Carlo il Calvo e di Carlomanno, l'arcivescovo Ansperto aveva cominciato a mostrare un vigore e un ardimento convenienti ad un principe. Egli, l'anno 875, ordinò al vescovo di Brescia di consegnargli il cadavere dell'imperatore Lodovico II, e sul rifiuto che il vescovo bresciano gli diede, l'arcivescovo comandò ai vescovi di Cremona e di Bergamo di ritrovarsi col loro clero ne' contorni di Brescia un dato giorno, nel quale, egli pure si ritrovò sul luogo col clero che poté raccogliere, e così questa forza combinata rapì l'estinto augusto, che venne poi collocato in Milano nella chiesa di sant'Ambrogio. Egli grandissima influenza ebbe nella elezione di Carlo il Calvo, da cui ottenne il dono di alcuni poderi, e fra gli altri della terra d'Ornago. Egli era ricco assaissimo, generoso, amante della giustizia, fermo e ostinato ne' suoi progetti: Effector voti, propositique tenax, come si legge nell'epitaffio che conservasi nella chiesa di Sant'Ambrogio. Un tale arcivescovo, nato a tempo, doveva richiamare a vita la sua città; e così fece con molti stabilimenti pubblici, e soprattutto col riparare e rialzare le mura giacenti, e ristorando l'opera di Massimiano Erculeo, ed assicurando la vita e le sostanze a chi volesse abitare in Milano. Noi non abbiamo scrittori che ci abbiano trasmesse le vicende della vita di quel nostro illustre cittadino e benefattore; le carte però che si sono ritrovate negli archivi, e la iscrizione sepolcrale che ce ne rimane, ci danno notizia che egli, semplicemente come diacono, era già un personaggio ricco e considerato; che fu giudice, cosa in que' tempi di somma importanza; che era sotto la speciale protezione di Lodovico II; che poi fu creato arcidiacono e vicedomino, e che ebbe la dignità di messo regio. Egli fabbricò l'atrio che sta d'avanti la chiesa di Sant'Ambrogio. Questo è il più antico pezzo di architettura che abbiamo dopo i Romani. Nell'868 fu consacrato arcivescovo, e morì nell'881, avendo tenuta la sede arcivescovile tredici anni. Quest'atrio è di struttura assai bella, se si consideri che è stato fabbricato nel secolo nono. Gli archi sono semicircolari, e tutto l'edificio spira una sorta di grandezza e di maestà, in confronto delle meschine idee di quei tempi. È vero che quel modo di fabbricare è assai lontano dalla venustà ed eleganza greca, e dalla nobile semplicità toscana; ma egli è del pari lontano dalla confusione capricciosa, e dalla barbara e minuta prodigalità degli ornati che ne' secoli posteriori deturpò interamente il gusto delle proporzioni architettoniche. È noto che fra gli errori volgari debbono riporsi i nomi di architettura gotica e di scrittura gotica; giacché le cose che portano questi nomi, vennero inventate più di seicento anni dopo che terminò la dominazione de' Goti, e ci vennero dalla Germania, siccome ne parlerò nuovamente quando la serie de' tempi mi avrà condotto a trattare di Gian Galeazzo Visconti, primo duca di Milano, che fabbricò il Duomo. L'arcivescovo Ansperto fu invitato dal sommo pontefice Giovanni VIII, acciocché intervenisse co' vescovi suoi suffraganei al concilio che il papa voleva radunare in Pavia nell'878, e gli scrisse intimandogli le pene d'inobbedienza qualora mancasse; ma né l'arcivescovo, né i suffraganei vi si prestarono, e il concilio non si tenne. Il papa chiamò l'arcivescovo a un concilio in Roma per il mese di maggio 879, e l'arcivescovo Ansperto non si mosse. Spedì Giovanni VIII due suoi legati a latere all'arcivescovo cercandogli obbedienza, e citando la pratica antica; e l'arcivescovo non volle né ascoltarli né riceverli, ma li fece dimorare fuori della sua porta senza riguardo alcuno, di che quel papa si lagnò nella sua Epistola 196. Pretese il sommo pontefice che Ansperto, per la passata disobbedienza, fosse decaduto dalla dignità arcivescovile, e per ciò scrisse al clero di Milano, acciocché, convocati i vescovi suffraganei, si passasse a nuova elezione, scegliendo fra i cardinali della santa chiesa milanese quello che fosse giudicato il più degno: Qui de cardinalibus presbyteris aut diaconis, dignior fuerit repertus, eum, Cristi solatio, ad archiepiscopatus honorem promoverent, come dalle Epistole 221 e 222. Ma alcuno non obbedì a quest'ordine, di che diffusamente tratta il conte Giulini, che sarà ne' secoli bassi l'autore che io primariamente terrò a seguitare per la sicurezza dei fatti. Ciò non ostante papa Giovanni medesimo, in un'Epistola scritta nell'881, dopo tali fatti, loda l'abate di un monastero, perché fosse stato ossequioso verso l'arcivescovo Ansperto ed alla santa chiesa milanese: Fideli devotione, totoque mentis conamine, pro pristino statu et vigore atque restitutione sanctae mediolanensis ecclesiae, ter quaterque in obsequio Ansperti reverendissimi archiepiscopi tui, ac confratris nostri devotum atque in omnibus fidelissimum permanere, atque decertare omnino et evidenter comperimus; dal che si conosce che tutto pacificamente finì col sommo pontefice, e si conosce pure, non solamente quanto a ragione nell'epitaffio si applichi all'arcivescovo Ansperto l'oraziano propositique tenax, ma altresì la riforma che quell'arcivescovo introdusse per restituire all'antica gloria, stato e vigore la chiesa di Milano. Tale era quel grand'uomo, alla memoria di cui dobbiamo la più rispettosa gratitudine. Egli approfittò della debolezza de' sovrani per agir da sovrano benefico e ristoratore della sua patria; rianimò il coraggio de' Milanesi; rese sicuro il soggiorno della città col restituirvi le antiche mura; ristorò le chiese; fondò degli spedali: onde per tai mezzi invitata, cominciò parte della popolazione, che stava diradata nelle terre, a domiciliarsi nella città, che da tre secoli e mezzo era abbandonata: e da quell'epoca ricominciò Milano a prendere nuova esistenza. Questa esistenza però l'andò acquistando per gradi lenti, siccome vedremo, e non vi volle meno di due altri secoli ancora, prima che Milano giungesse a riacquistare sulla Lombardia la vera influenza d'una città capitale; perloché la strage di Uraja lasciò la depressione per più di cinquecento anni, siccome ho già detto, sulla patria nostra. I nomi di Uraja e di Ansperto meritano d'essere più conosciuti in avvenire dai Milanesi, di quello che finora lo sono stati.

Capitolo III

Principii del risorgimento di Milano nel secolo decimo

Da Carlo Magno fino a Carlo il Grosso la dignità imperiale elettiva erasi mantenuta come per successione in una stessa famiglia, e la dieta tenutasi in Germania l'anno 887, deponendo Carlo il Grosso, pretese d'innalzare all'impero Arnolfo, di lui nipote, e perciò discendente da Carlo Magno. Ma gl'Italiani, senza il concorso de' quali si era fatta l'elezione, ricusarono di riconoscerla per valida. Il papa, il quale solo poteva conferire la dignità imperiale all'incoronazione, come in quei tempi credevasi, cominciò a far uso di tale opinione per far cadere questo titolo sopra di un principe che, da lui riconoscendolo, fosse altresì meno da temersi; onde l'autorità del romano pontefice sempre più vivesse sicura, anzi a maggiore ampiezza si estendesse. L'arcivescovo di Milano doveva avere la stessa mira, dacché aveva già assaporato il piacere di comandare nella sua città. Un principe debole era per essi preferibile, posto che le circostanze esigevano che uno ve ne fosse. Pareva dunque che gl'interessi d'entrambi fossero d'accordo; se non che per l'arcivescovo di Milano la potenza d'un superiore ecclesiastico stabilito in Roma era più da temersi che quella d'un laico, assente per lo più ed occupato negli affari dei regni oltramontani; e perciò la condotta degli arcivescovi poche volte s'accordava con quella dei papi, anzi bene spesso l'attraversava. Gl'Italiani elessero un nuovo re d'Italia, e fu Berengario, duca del Friuli, l'anno 888; e Anselmo, arcivescovo di Milano, solennemente lo incoronò. Ma nell'anno seguente Stefano V, sommo pontefice, solennemente incoronò imperatore Guido, duca di Spoleti. E l'uno e l'altro di questi due principi per parte di madre discendevano da Carlo Magno. Oltre questi due, che si disputavano la signoria del regno italico, scese dalle Alpi il re Arnolfo, conducendo un'armata per sostenere la elezione fatta dai Tedeschi. Per diciotto anni di seguito è difficile l'assegnare a quale de' tre pretendenti obbedisse l'Italia. Milano fu soggetta a Berengario, che risedeva in Pavia ed in Monza; poi si diede ad Arnolfo; poi fu conquistata dal figlio di Guido, che fu l'imperatore Lamberto. Arnolfo venne incoronato imperatore da papa Formoso, e così passarono gli anni sino al 906 fra i rivali imperatore Arnolfo, imperatore Lamberto e re Berengario, al quale ultimo cedettero i due competitori. Fra questi torbidi andava cautamente schermendosi il nostro arcivescovo, e cogliendo le occasioni d'ingrandirsi e di rendere sempre più importante la sua influenza nel regno d'Italia.

Nell'occasione in cui l'imperatore Lamberto conquistò Milano, accadde un fatto che merita luogo nella storia. Milano erasi data ad Arnolfo, ed era per lui custodita dal conte Maginfredo. Il re Arnolfo, che ancora non aveva il titolo di augusto, erasi allontanato dall'Italia, quando Lamberto augusto mosse le sue forze per sottomettere la città. L'onorato conte Maginfredo non volle abbandonare vilmente il suo posto, e si pose a sostenere l'assedio, il quale, per l'assenza del re, terminò finalmente con la conquista. L'imperatore Lamberto fece tagliare la testa al conte; né pago ancora, volle punita la fede e il valore del padre anche in uno de' suoi figli e nel genero, privati entrambi degli occhi. All'atrocità unì Lamberto la più supina spensieratezza. Mosso da una simpatia veramente difficile a comprendersi, egli si lusingò di acquistare un amico e di guadagnarselo nella persona di Ugone, figlio pure del decapitato conte Maginfredo. Credette che il non averlo privato degli occhi potesse essere considerato come dono; e che i regali e l'affabilità che seco usava, potessero fargli dimenticare che egli era l'assassino della sua famiglia. Seco lo teneva famigliarmente alla sua corte in Pavia, e seco lo condusse al luogo di delizia Marengo, dove un giorno, sbandatosi l'imperatore Lamberto alla caccia, e alcuno non avendo seco, fuori che il giovine Ugone, alla mente di questi si affacciò in quel momento il teschio del buon padre grondante di vivo sangue, il fratello, il cognato ridotti allo stato deplorabile della cecità, la patria soggiogata, la sicura occasione, la facilità di vendicare sopra di un mostro così atroci delitti, e l'imperatore si ritrovò morto disteso al suolo; ed Ugone stesso raccontò dappoi al re Berengario di aver gettato da cavallo Lamberto con un valente colpo di bastone sul capo, e colla percossa avergli tolta la vita. Non ci lagneremmo cotanto de' tempi presenti, se meglio ci fossero noti i costumi de' secoli passati. Non vi è certamente nella storia del nostro secolo un tratto di crudeltà così vile. La virtù si onora anche dalle armate nemiche; nella resa d'una piazza nessun comandante è maltrattato perché siasi ben difeso; e nessun sovrano sceglie per favorito il figlio o il fratello di coloro che ha egli stesso consegnati al carnefice, il che è un misto della più insensata dabbenaggine colla più fredda crudeltà. Quello che rende ancora più strano il fatto si è che Lamberto venne ucciso nell'898, un solo anno appena dopo l'eccidio del conte Maginfredo; il che fa vedere che quel principe nemmeno aveva in favor suo il corso degli anni, per di cui mezzo, una lunga serie di beneficii avesse potuto rallentare nell'animo di Ugone il mordace sentimento della desolata sua famiglia.

Ucciso così l'imperatore Lamberto, il re Berengario rimase solo sovrano d'Italia in Pavia, poiché Arnolfo quasi nel tempo istesso aveva cessato di vivere, assediando Fermo. Liberato dai due rivali, ogni apparenza indicava l'augurio di un placido regno a Berengario. Ma un regno placido e uniforme d'un monarca che da Pavia signoreggiava Milano, non era quello che dovesse piacere al nostro arcivescovo Andrea. Chiunque posseda una dignità ragguardevole acompagnata da molta ricchezza, e sia avvezzo a influire nelle vicende di un regno, difficilmente antepone la tranquilla obbedienza alla tumultuosa inquietudine di spargere sopra un grande numero di uomini la speranza e il timore; né l'arcivescovo era giunto a tal grado di filosofia. Si cercò un rivale che potesse disputare a Berengario il regno, e s'invitò Lodovico, re di Provenza, a ricevere la corona d'Italia. Scese Lodovico dalle Alpi, e sorprese Berengario, che poté appena aver tempo di rifuggiarsi in Verona: e Lodovico, collocatosi in Pavia, venne l'anno 900 proclamato re da una dieta d'Italiani, e in un suo diploma egli stesso ce lo insegna: Venientibus nobis Papiam in sacro palatio, ibique electione et omnipotentis Dei dispensatione in nobis ab omnibus episcopis, marchionibus, comitibus, cunctisque item majoris, inferiorisque personae ordinibus facta. Da queste parole si conosce che il regno d'Italia dal re istesso era considerato elettivo e dipendente dalla libera volontà de' signori italiani, e si conosce pure che il sacro palazzo di residenza continuava tuttavia ad essere in Pavia, siccome costantemente lo fu dappoi. Milano fu suddita al nuovo re, il quale dal papa venne incoronato imperatore, ma poco poté godere di sua fortuna, poiché ben tosto venne scacciato dall'Italia da Berengario che, rinvenuto dalla sorpresa, radunò forze bastanti da opporsi al suo competitore. In fatti veggonsi dei diplomi del re Berengario del 903 dati in Pavia, in palatio ticinensi, quod est caput regni nostri, e da altri si scorge ch'egli soggiornava in Monza. Un nuovo tentativo fatto dall'imperatore Lodovico III per discacciare dal soglio il re Berengario gli costò la perdita degli occhi, che il vincitore Berengario gli fece guastare; onde quell'augusto ebbe il nome di Lodovico il Cieco, e nel 906 lasciò libero il trono d'Italia al re Berengario, che da diciotto anni ne portava il titolo combattendo l'imperatore Guido, l'imperatore Lamberto, l'imperatore Arnolfo e l'imperatore Lodovico III. Così, assicurato sul trono Berengario, tranquillamente cominciò a regnare senza nemici. Aveva la sua corte in Pavia, e per dieci anni continui non se ne dipartì, come ci fanno vedere i diplomi che ne portano la data. Se ne allontanò nel 916 per portarsi a Roma, ove il sommo pontefice Giovanni X volle incoronarlo augusto, dopo ventotto anni da che era stato incoronato re d'Italia; indi se ne ritornò a Pavia. Tre anni dopo sappiamo dalle carte che questo augusto dimorava in Monza; la villa favorita da lui era Olona.

Nulla sappiamo nemmeno di questi tempi, che possa bastare a tessere la storia di Milano. Vediamo unicamente che, dopo il glorioso arcivescovo Ansperto, i prelati suoi successori avevano acquistata molta considerazione, e si occupavano di oggetti grandi. Abbiamo indizi che la città si andava popolando. V'erano monasteri di vergini dedicate a Dio entro della città di Milano. Il monastero di Santa Radegonda chiamavasi San Salvatore di Vigelinda; quello di Santa Margarita chiamavasi Santa Maria di Gisone; il Bocchetto aveva la denominazione allora di San Salvatore di Dateo; le monache di Santa Barbara in porta Nuova si chiamavano di Santa Maria di Orona; il monastero Maggiore chiamavasi Santa Maria inter Vineam; e per quei tempi, da' quali non è giunto a noi veruno scrittore che abbia registrate le cose della patria, e ne' quali ancora era nascente la città, questo basta per conoscere che vi dovea essere radunato discreto numero di popolazione. L'instancabile conte Giulini ha dovuto mendicare dalle antiche pergamene, dai diplomi de' principi, dalle sentenze de' giudici, dai testamenti e dai contratti che tuttora conservansi negli archivi, le notizie isolate di questi tempi, le quali appartengono per lo più a private persone, alla cronaca di qualche ordine monastico, alla erudita ricerca su i confini di qualche giurisdizione o distretto, alla dotazione od erezione di qualche chiesa; ma non possono servire alla storia. Di che, ben lungi dal farne io un rimprovero al saggio scrittore, gli tributo l'encomio che ha meritato colla immensa fatica da lui sopportata, e colla esatta critica adoperata esaminando fatti che meritavano la luce, e per essere preziosi avanzi di que' tempi, e per la possibilità che servano a beneficio di private persone; sebbene non sieno materiali servibili per tesserne una storia.

Erano già trascorsi quindici anni dacché l'augusto Berengario regnava senza contrasto sull'Italia; e l'arcivescovo di Milano giaceva come ogni altro suddito, senza avere altro di più che la venerazione inerente al carattere del metropolitano. L'imperatore stipendiava gli Ungari, di cui si era servito felicemente nelle vicende passate; e questi, valorosi alla guerra ed egualmente esperti predatori, avevano talmente imparata la strada d'Italia, che quasi ogni anno facevano una comparsa, e ne partivano con buona preda. Costoro lo stesso eseguivano nella Baviera, nella Suabia e nella Franconia. La Germania e l'Italia erano esposte al saccheggio; e allora quasi ogni borgo dovette cingersi di mura per vivere con sicurezza. Questo aveva reso odiosissimo il nome degli Ungari e fatto molti malcontenti dell'imperatore Berengario, che aveva per essi molti riguardi. Lamberto, arcivescovo di Milano, secretamente fomentava gl'inquieti, ed era avverso all'imperatore, anche per la tassa che aveva dovuto pagare a quell'augusto per essere da lui collocato sulla sede arcivescovile, a cui era stato canonicamente innalzato dai voti del clero. Questa tassa fu proporzionata a quanto bisognava per pagare la famiglia bassa di corte, camerieri, uscieri, uccellatori e simil gente. Si era secretamente introdotto un trattato con Rodolfo, re dell'alta Borgogna, invitandolo a venire nell'Italia, coll'offerta della corona. Berengario scoprì la congiura; fece arrestare Olderico, conte del palazzo, e lo confidò incautissimamente alla custodia dell'arcivescovo Lamberto, ch'ei credeva fedele, anche per l'assenso che poco prima gli aveva accordato ponendolo al possedimento della dignità arcivescovile. Poco dopo, l'imperatore conobbe d'avere malamente scelto il custode d'un prigioniero che non poteva restar libero senza pericolo di lui. Lo richiese. L'arcivescovo lo ricusò collo specioso titolo che non dovea consegnare il prigioniero a chi poteva porlo in pericolo della vita. Lamberto non si arrestò al rifiuto; lasciò in libertà l'affidatogli Olderico, il quale tosto andò ad unirsi con Adalberto, marchese d'Ivrea, e con Gilberto conte, e, levatasi la maschera, comparvero disposti a detrudere colla forza l'augusto Berengario; il quale, assoldato un corpo di Ungari, vinse i ribelli, rimanendo estinto sul campo Olderico, prigioniero Gilberto, e fuggitivo il marchese. L'imperatore Berengario diede un generoso perdono a Gilberto conte, e resegli la libertà. L'uso che fece di questo dono l'ingrato Gilberto, fu di portarsi immediatamente dal re di Borgogna, e, nello spazio di un mese, guidarlo nell'Italia e fino a Pavia, di dove spedì Rodolfo un diploma del 992, riferitoci dal Muratori, e l'imperatore Berengario per la seconda volta dovette vedere un Oltramontano chiamato a discacciarlo coll'opera dell'arcivescovo di Milano; e per la seconda volta sorpreso, gli convenne fuggirsene al suo asilo di Verona, per l'invasione prima di Lodovico, re di Provenza, ed ora di Rodolfo, re di Borgogna. Quasi nella guisa medesima con cui Berengario scacciò dall'Italia, nel 902, Lodovico, dopo due anni, ne' quali rimase rinchiuso in Verona; dopo due anni pure, ne' quali Verona fu il suo ricovero, riacquistò quanto gli aveva occupato Rodolfo. Convien credere che l'imperatore avesse ragioni per risguardare i Pavesi complici dei mali che aveva sofferti, poiché, nel 924, assediò co' suoi Ungari quella città, la prese e la distrusse. Frodoardo e Liutprando descrivono questo esterminio con espressioni forse esagerate. Pretendono che quarantatre chiese vi fossero atterrate e incenerite; che vi fossero rovinate tute le abitazioni; e che appena ducento abitatori abbiano potuto salvate la vita. Se questo fosse, non si potrebbe spiegate come poi nello stesso anno vi soggiornasse Rodolfo, il che si raccoglie da un suo diploma del diciotto agosto 974, di cui tratta il conte Giulini. Sebbene poi anche a molto meno riducasi il danno della saccheggiata Pavia, egli è verosimile che un tale infortunio dovette essere favorevole alla crescente città di Milano. L'imperatore Berengario appena dopo la presa di Pavia ritornossene a Verona, città che gli era fedele, e che doveva esser ben munita di valida difesa. Ivi però una persona a lui cara, ed a cui aveva fatto l'onore di levare un figlio al sacro fonte, tramò insidie per assassinare quel buon principe. Costui chiamavasi Fiamberto; venne scoperto il traditore, e l'augusto Berengario, fattolo venire a sé, con umanità senza pari gli parlò della vergogna che va in seguito al tradimento, dei rimorsi che produce l'ingratitudine, della felicità che accompagna la virtù, a cui la via rimane aperta anche dopo di avere infelicemente trascorso. Gli perdonò come già aveva fatto al conte Gilberto; l'assicurò che dimenticava il passato e l'avrebbe beneficiato in avvenire: e in prova, sul momento, donògli una preziosa coppa d'oro. Principe troppo incauto nell'usare della generosità; poiché, pochi giorni dopo, l'empio Fiamberto lo sorprese alle spalle e lo trafisse. Così terminò i suoi giorni Berengario, che tenne il regno d'Italia per trentasette anni, e la dignità imperiale per nove; principe degno d'essere collocato fra i migliori, se non avesse portato la clemenza a un estremo vizioso; poiché la libertà data a Gilberto cagionò al regno i mali gravissimi d'un'estera invasione, e la generosa sua bontà verso Fiamberto privò anzi tempo l'Italia d'un buon monarca. Non sapeva egli che quell'eroico perdono, bastante a richiamare al dovere un'anima generosa e sensibile, traviata in un eccesso di passione da cui fu sedotta, non giova mai per acquistare l'anima bassa di colui che tranquillamente si è determinato ad un'azione perversa. La vista del magnanimo che ha saputo perdonare, diventa insopportabile al traditore. I principi illuminati conoscono che il perdono e la clemenza non sono lodevoli, se, lasciando in libertà il malvagio, per beneficar lui, si espone la società intera al pericolo di nuovi danni.

Estinto appena l'augusto Berengario nell'anno 924, il re Rodolfo rimase in Pavia senza chi gli disputasse il regno italico; ma nemmeno avea egli un partito bastante per essere proclamato re d'Italia. Una donna celebre per la bellezza, non meno che per l'arte scaltrissima di prevalersene; donna che sapeva far nascere l'amore e schermirsene, e che collocava la somma voluttà nel regolare il regno a suo talento, Ermengarda, vedova di quell'Adalberto marchese d'Ivrea di cui poco anzi feci menzione, avea formato il progetto di collocare sul trono o Guido, duca di Toscana, di lei fratello, o qualche altro di sua famiglia. Rodolfo invitato, come dissi, al soglio italico dal marchese defunto, credeva che la vedova fossegli favorevole. Essa ordiva la trama di scacciarlo; e nel mentre che l'avea adescato anche cogli amori, colle arti medesime animava molti signori potenti a secondare il disegno di lei. Il re Rodolfo stavasene a Verona, ed Ermengarda, unita ai fratelli, si impadronì di Pavia nel 925. Il re conobbe allora il disegno dell'ingannatrice donna, e si determinò a scacciarla da quella città, e, coll'aiuto dell'arcivescovo Lamberto, radunò un esercito e marciò alla volta di Pavia. Liutprando ci racconta che, in seguito d'uno scritto che la marchesa Ermengarda poté fargli giugnere, quel re furtivamente, di notte, abbandonò i suoi, e secretamente entrò come un'amante in Pavia, e si lasciò persuadere a segno ch'egli credette suoi mascherati nemici e l'arcivescovo e gli altri principi che si erano armati per lui, e che l'assistevano con buona fede. L'arcivescovo allora abbandonò quel sovrano, e propose la scelta di un nuovo re d'Italia nella persona di Ugone, conte del Delfinato e re di Provenza, al quale l'arcivescovo istesso spedì l'invito. Lo schernito Rodolfo a stento poté uscire dal labirinto in cui la spensieratezza avevalo condotto. Si partì quindi d'Italia per raccogliere un'armata ne' propri Stati, e con essa ritornossene, e giunse verso Ivrea; ma non trovandosi forte a segno di tentare da solo l'impresa, e conoscendo che assai importante riuscivagli il soccorso dell'arcivescovo, a lui spedì Burcardo, il più incapace signore che potesse mai scegliere, per conciliargli l'aiuto di Lamberto arcivescovo, deluso sotto Pavia, e impegnato già col re di Provenza. Burcardo, orgoglioso ed incauto, nel portarsi a Milano, osservando le torri e il restante dell'antica fabbrica sacra ad Ercole, ove trovavasi e tuttavia si trova la chiesa di San Lorenzo, si spiegò in lingua tedesca, che ivi voleva fabbricarsi una fortezza, con cui tener sottomessi, non i Milanesi soltanto, ma molti principi d'Italia: Eum ibidem munitionem construere velle, qua non solum Mediolanenses, sed et plures Italiae principes coërcere decrevisset. Altri discorsi di quest'indole andava tenendo mentre cavalcava. Vi fu chi intendeva assai bene la lingua tedesca, e ne fece rapporto all'arcivescovo; il quale urbanamente e con ogni splendidezza accolse l'ospite illustre, giacché Burcardo era suocero dello stesso re Rodolfo; gli diede una caccia del cervo nel parco, cosa che Lamberto arcivescovo non soleva fare se non co' più cari amici: Concessit cervum, quem is in suo brolio venaretur, quod nulli unquam nisi carissimis magnisque concessit amicis, così dice Liutprando; in somma dissimulò ogni risentimento per tutto quello che Burcardo avea detto, e non si sa con qual riscontro, ma certamente con molta officiosità, lo lasciò partire. Ma Burcardo non ebbe tempo di riferire al re di Borgogna il risultato della negoziazione; poiché, assalito ne' contorni di Novara da alcuni armati, vi lasciò la vita; dopo di che il re Rodolfo abbandonò per sempre l'Italia. Fra le altre cose che Liutprando asserisce dette da Burcardo alla vista de' Milanesi, dum juxta murum civitatis equitaret, vi è la seguente: Lingua propria, hoc est teutonica, suos ita convenit. Si Italienses omnes uno uti tantummodo calcari, informesque non fecero equas caballitare, non sum Burchardus. Fortitudinem siquidem muri hujus, seu altitudinem nihili pendo; jactu quippe lanceae meae adversarios de muro mortuos praecipitabo. Veramente così non parlò Cesare alla cena, né Augusto alla vista del simulacro di Bruto. L'orgoglio dei popoli rozzi è feroce e muscolare; l'orgoglio de' popoli colti nobilmente grandeggia colla virtù. Lo stolido Burcardo fu troppo punito, e la vendetta non fu nobile e generosa. L'arcivescovo forse non vi ebbe altra parte, se non coll'averne resa informata Ermengarda. Ma Burcardo non doveva simulatamente chiedere soccorso da un popolo che altamente disprezzava, né cercare l'assistenza degli Italiani, affine di ridurli poi ad una vituperosa depressione: il progetto non era né generoso né eseguito nobilmente. Le anime che non sono volgari, considerano che la terra è la patria a tutti comune; che gli uomini formano una famiglia che diradatamente l'abita; che l'essere domiciliati qualche grado più al polo, ovvero all'equatore, non costituisce una diversità nella specie; che la fortuna, la gloria, la felicità passano da un popolo all'altro col girare de' secoli, e succedonvi la servitù, l'avvilimento e la miseria; e che niente è più meschino quanto l'odio nazionale, e niente più ingiusto quanto il rimproverare altrui d'essere nati ove lo furono; e niente più inutile e incauto, quanto il mostrare disprezzo verso una nazione la quale, se un tempo sia stata gloriosa e resti sensibile, sarà sempre sconsigliato partito l'offenderla. I Romani non vollero lasciare queste tracce; essi camminarono per altro sentiero, e si resero padroni della terra.

Da questi fatti bastantemente si conosce che l'arcivescovo di Milano era già diventato un personaggio di somma considerazione fra i principi del regno d'Italia; che le mura di Milano erano forti e tali da potervisi confidare; che Pavia non era distrutta a segno che non vi si abitasse tuttavia e non fosse capace di una difesa. Il parco poi dell'arcivescovo chiamato Brolio, in cui manteneva i cervi, era immediatamente fuori delle mura di que' tempi, e si stendeva dalla chiesa di Santo Stefano a quella di San Nazaro, e questo diede l'aggiunta in Brolio alle due nominate chiese; né questo è da confondersi coll'orto chiamato Broletto, che aveva l'arcivescovo al sito in cui vedesi oggidì la ducal corte.

Abbandonata che fu l'Italia dall'incauto Rodolfo, e ritiratosi nell'alta Borgogna nel 926, Ugone, conte di Vienna e re di Provenza, già invitato, come dissi, dagl'Italiani, sen venne: Venit Papiam, cunctisque conniventibus regnum suscepit. Qui non sarà inutile l'osservare che sotto la denominazione di Alta Borgogna comprendevasi il paese degli Svizzeri, il Vallese, Ginevra e parte della Savoia; chiamavasi questa la Borgogna transjurana, ovvero l'alta Borgogna, e con ciò facilmente comprendesi la somma celerità colla quale Rodolfo si fece venire nell'Italia a danno di Berengario augusto, e la rapidità con cui, partitosene, ritornò con un'armata. Ugone per cinque anni regnò solo in Italia, ed ebbe moltissimi riguardi per la vedova marchesa d'Ivrea Ermengarda, sorella di lui per parte di madre; e molta attenzione fece all'arcivescovo Lamberto, a cui doveva il soglio d'Italia. Di questi cinque anni ne rimane un vestigio nella moneta milanese che conservo nella mia raccolta. Nell'anno 931 associò sul trono Lotario suo figlio, ed allora i diplomi, non meno che le monete, ebbero la leggenda di Hugo et Lotharius reges, anzi in modo assai più scorretto e rozzo, come si vede nella moneta che ho presso di me. Ugone non aveva la condotta inconseguente dell'incauto Rodolfo; egli pensava d'innalzarsi all'Impero, e faceva servire gli amori al regno, quando il primo aveva fatto l'opposto. La famosa Marozia, vedova duchessa di Toscana, fu sposata da Ugone, acciocché con quell'appoggio non vi fosse chi gli disputasse l'Impero; e lo avrebbe ottenuto, se in Roma istessa non avesse con insulto irritato Alberico, figlio di Marozia, al segno che, sollevatasi la città, dovette infelicemente ritornarsene in Pavia l'anno 933. Erano state in questo frattempo, per lo spazio di sette anni, tranquille le cose di Lombardia, e naturalmente i primi signori, e fra questi l'arcivescovo di Milano, che opportunamente profittava quando gli affari erano in movimento, dovevano essere annoiati. V'era un partito per richiamare al regno Rodolfo; quindi Ugone entrò in trattato con quel principe, al quale cedette una parte de' suoi Stati di Provenza, cioè la Borgogna cisjurana; e con tal mezzo si fece interamente cedere ogni di lui pretensione sul regno d'Italia. La fazione medesima aveva poi fatto invito ad Arnoldo, duca di Baviera, il quale, nell'anno 934, era comparso e s'era impadronito di Verona; ma Ugone lo vinse e lo fece scomparire dall'Italia. L'arcivescovo Lamberto aveva cessato di vivere; eragli succeduto un prelato di più mite carattere. Ma il re Ugone, da accorto politico, non valendo colla forza a contenere chi occupava la cospicua sede, pensò a farne cadere alla prima occasione la scelta sopra di un soggetto di cui interamente fidarsi, e questo fu Teobaldo, che gli era figlio naturale, partoritogli da Stefania, donna romana, che era la terza concubina del re. Per non violare le costumanze e le ragioni de' sacri canoni, lo fece tonsurare e ascrivere fra i cardinali della santa chiesa milanese, che già anche avevano il titolo di ordinari, e così con finissima politica, onorando quel ceto di potenti ecclesiastici, fra' quali già si annoveravano de' principali cittadini milanesi e de' figli di conti e marchesi, dignità allora cospicue, si assicurò la tranquillità. Ma il progetto, immaginato con avvedutezza, fu da Ugone medesimo, per impazienza, rovinato; poiché durando a vivere l'arcivescovo Arderico più che non desiderava il re, ansioso questi di vedere alla dignità innalzato il figlio Teobaldo, ordì la trama che, mentre in Pavia si radunavano per di lui comando i primari del regno nel 944, i suoi facessero nascere una briga co' Milanesi, procurando fra il tumulto di uccidere l'arcivescovo. Il colpo andò a vuoto; venne sparso il sangue di molti , ma fu salvo Arderico; il che rese i Milanesi alienissimi dal pensare a secondare le mire del re. Da quel punto pensarono anzi a liberarsene, e, secondo ogni probabilità, l'arcivescovo Arderico non ebbe poca parte nell'invitare Berengario, figlio di Adalberto marchese d'Ivrea, che si era sottratto dalle insidie del re Ugone, ricoverandosi in Germania. Questi era un signore possente, e vedendosi favorito dall'arcivescovo e da' signori suoi aderenti, comparve in Italia alla testa di alcuni armati. Nel 945 venne a Verona, d'onde passò a Milano. In Milano si radunò la dieta de' primari Italiani. Ma non avendo il re Ugone forze per disputare contro dell'avversa fortuna, abdicò la corona d'Italia; pregò la dieta di non volerla togliere al figlio Lotario; e passò a reggere i suoi Stati nella bassa Borgogna, dopo di avere sostenuta la corona italica per dicianove anni, ne' quali tenne per lo più la sua corte in Pavia, non potendo o non volendo soggiornare in Milano, o perché ancora non ben popolata e costrutta, o per la pericolosa vicinanza del potente arcivescovo. Così restò semplice cardinale ordinario il figlio reale Teobaldo.

Berengario, alla venuta di cui partissene il re Ugone, era figlio, siccome dissi, di Adalberto, marchese d'Ivrea, e di Gisla, figlia dell'imperatore Berengario, di quell'Adalberto che si collegò con Gilberto conte e con Olderico per deprimere il suocero e collocare Rodolfo, re di Borgogna, in di lui luogo. Matrigna di Berengario era la marchesa Ermengarda, illustre per la sua bellezza, per la sua inquietudine politica, e pe' suoi amanti. Questo Berengario era un oggetto che non lasciava tranquillo il sonno allo scaltro Ugone, che lo conosceva troppo ardito, troppo forte ed illustre più di quanto l'avrebbe egli desiderato. Pensando Ugone al modo di liberarsi da un tale oggetto, ricorse alla insidia, solito mezzo di un principe debole, spaventato e senza morale. Simulò la maggiore amicizia che aver si potesse per il giovine Berengario; ogni volta che di lui ragionava, palesava una simpatia, una stima di Berengario somma; ogni arte pose in opera per invitarlo a venire a Pavia alla corte d'un re che tanto fingeva di amarlo. Tutto era disposto per arrestarlo, poiché fosse caduto nella rete, e cavargli gli occhi; operazione che in que' secoli di ferro era pur troppo frequentemente praticata. Il re Lotario, figlio di Ugone, venne a sapere quale trattamento dal padre fosse riserbato al sedotto Berengario; egli quindi, sensibile alla compassione, inorridito all'aspetto del tradimento, risparmiò al padre la macchia d'aver eseguito l'infame progetto, e rese avvisato Berengario dell'occorrente: di che Liutprando non arrossì di biasimarlo; tanto le idee della virtù erano smarrite in que' tempi, non solamente nel turbine delle passioni, ma persino anche nell'animo di uno scrittore che tranquillamente raccontava gli avvenimenti! Tale fu il motivo per cui Berengario vivea da alcuni anni nella Germania, lontano dalla sorda insidiosa politica del re Ugone, di cui la storia non ci ha lasciato nessuna bella azione che in qualche modo bilanci i tratti di bassezza e di atrocità che hanno macchiato il suo regno. Il Muratori lo chiama una solennissima volpe: io non credo che vi facesse bisogno di tanta accortezza per ascendere a un trono a cui era invitato; per vivervi fra le insidie e i pericoli senza potere ottenere giammai dal papa la corona imperiale; per fuggirsene vilmente al primo comparire dei torbidi; per vivere nell'angustia, e lasciare di sé alla posterità un'infausta memoria. Se l'accortezza è tale, e che sarà mai la dappocaggine? La vera accortezza è quella che, conciliando al principe la riverenza e l'amore de' popoli, lo assicura sul trono; lo rinfianca contro gl'insulti nemici; e dopo una vita segnata colla giustizia, colla beneficenza e col valore, lascia alla fama il carico di eternare la sua gloria e trapassare alle età che nasceranno la memoria delle sue virtù.

Nella dieta radunatasi in Milano al giugnervi del marchese d'Ivrea Berengario, l'anno 945, per unanime consenso de' signori d'Italia, fu collocato sul trono abbandonato da Ugone, il re Lotario, di lui figlio; di cui l'ottima indole s'era meritata la comune opinione. A questa scelta probabilmente avrà contribuito Berengario istesso; se non per sentimento, ché l'anima di costui forse non ne era capace, almeno per decenza di comparire grato a un principe che l'aveva salvato dalle insidie del padre. Lotario altronde era già stato solennemente associato al regno, e proclamato re d'Italia da quattordici anni addietro; né si poteva scacciare quell'innocente sovrano dal trono senza ribellione ed ingiustizia manifesta. Questa è la prima dieta del regno, e la prima proclamazione d'un re d'Italia che siasi fatta in Milano dopo la distruzione di Uraja nel 538, anno per sempre memorando. (945) Il regno del giovane Lotario fu puramente di nome, poiché in fatti tutto si mosse coi voleri del marchese Berengario; al quale spiacendo anche quell'embrione di re, che gl'impediva di sedersi egli stesso sul trono, col veleno, dopo appena due anni, fe' terminare il regno dell'infelice Lotario, che, trasportato da Torino, ebbe la sua tomba nella chiesa di Sant'Ambrogio di Milano. Tale fu la ricompensa che il marchese Berengario diede al re Lotario, a cui doveva la luce del giorno. Dopo ventiquattro giorni appena estinto Lotario, l'anno 950, Berengario e Adalberto suo figlio vennero proclamati re d'Italia.

Ma lasciamo qualche spazio fra gli orribili casi di quel secolo crudele; ivi contempli ciascuno a qual grado di depravazione fosse disceso l'uman genere; esamini, chi il brami, più minutamente gli storici, e veda poi se le querele sopra i costumi presenti sieno fondate; ovvero se in vece non vi sia ragione di offrire umili voti di riconoscenza a Dio. Dalla infelicità di quel secolo si conosce che vizio e miseria stanno collegati con nodi indissolubili; e che se qualche poco di bene e di felicità può godersi sulla terra, questa è riserbata per l'uomo retto e saggio. Una occhiata sullo stato delle arti e delle lettere in que' barbari tempi, servirà a distraerci dai veneficii, dagli accecamenti e dalle insidie che compongono la storia di quegli anni. Poiché si dovette tumulare in Milano l'estinto re Lotario, tanto era lontana ogni idea della erudizione, che, per formarne l'urna sepolcrale, si ruppe una gran tavola di marmo, in cui eravi scolpita un'iscrizione di Plinio, e segata questa, si formò l'avello, rovesciando dalla interior parte del sepolcro i caratteri; di che ce ne fanno testimonianza il Calchi e l'Alciati, i quali la riconobbero e ne pubblicarono i frammenti. La lingua latina scrivevasi coi più strani solecismi: alcuni pochi esempi ne daranno idea. Un diploma di questi tempi comincia così: Dum in Dei nomine, civitate Pisa ad Curte Domnorum regum, ubi Domnus Hugo et Lotharius gloriosissimi regibus preessent, subtus vites, quod topia vocatur, infra eadem Curte, etc. Una sentenza comincia così: Dum in Dei nomine, ad monasterium sancti, et Christi confessoris Ambrosii, hubi ejus umatum corpus requiescit, ubi Domnus Lambertus piissimus imperator preerat, in domum eiusdem sancte mediolanensis ecclesie, in laubia ejusdem domui, in juditio resideret Amedeus comes palacii, una cum Landulfus, vocatus archiepiscopo, singulorum hominimum iustitiam faciendam, ed deliberandam, etc.. Altra sentenza così comincia: In Dei nomine, civitatis mediolanensis, curte ducati, infra laubia ejusdem curtis in juditio ressederet Magnifredus comes palatii, et comes ipsius comitati Mediolanensis, singulorum hominum justicias faciendas, ressedentibus cum eo Rotcherius vicecomitis ipsius civitatis, etc.. Vero è che ancora più scorrette carte ritrovansi di un secolo prima: e tale è quella riferita dal conte Giulini nel primo tomo, alla p. 17, ove così leggesi: Confirmo ut omnes servos ed ancellas meas sint Aldiones, et pertinentes mundium eorum ad ipso Xenodochium, habentes per caput unusquis mascolis et femine solidus singolus; et ita volo, ut illi homines meis, qui consueti sunt cum suas anonas opera mihi faciendi, instituo, ut quandoque opera fuerint faciendi, ut cum anona ejusdem Xenodochii operas ipsas perficiant. Ma convien confessare che assai barbaro era il modo col quale comunemente si scriveva anche nel decimo secolo. Nel testamento dell'arcivescovo Andrea, il quale pure, per la eminente sua dignità ecclesiastica, doveva essere uomo colto, egli, nel 903, così scriveva: Senodochium istum sit rectum et gubernatum per warimbertus humilis diaconus de ordine sancte mediolanensis ecclesie nepoto meo, et filius bone memorie ariberti de besana diebus vite sue. Da ciò comprendesi qual grado di coltura poteva esservi in que' tempi. Certamente dovevano rimanere sconosciuti gli autori de' buoni secoli preceduti; poiché per poco che un uomo si addomestichi a leggerli, non sarebbe possibile che così scrivesse. Non sarà forse inverosimile l'opinione che sino da que' tempi si parlasse in Milano un dialetto poco dissimile da quello che si parla oggidì; e che nello scrivere si adoperasse una lingua diversa da quella che volgarmente si parla. In fatti anche presentemente nello scrivere si adopera la lingua italiana, anche dalle persone meno colte; le quali parlando, non mai d'altro fanno uso che del loro dialetto, tanto sformato, che sarebbero inintelligibili ad un Toscano. Se dunque, anche a' nostri giorni i Milanesi, scrivono quella lingua che chiamasi italiana, e nel discorso non se ne servono comunemente mai, non vi può essere difficoltà a comprendere come nei bassi tempi scrivessero quella lingua che chiamavano latina, mentre parlavano il dialetto proprio. Quello che mi fa credere che la lingua che serviva per la scrittura, non fosse la usata nel parlare, si è che non vi trovo analogia veruna fra una carta e l'altra. I barbarismi, le sconcordanze sarebbero costanti se fossero state in uso nel parlare; né può intendersi questa varietà di errori, se non supponendo che ciascheduno s'ingegnasse di dare una desinenza latina, come meglio sapeva, alle cose che cercava di esprimere. Alcuni persino adoperavano latinizzati gli articoli del volgare da due parti, dalla terza, dalla quarta; come in una carta del 941. Coeret ei da duos partes tenente ursone, item de insola comense, de tercia parte terra sancti victori de masalia, da quarta parte terra sancti petri de clevade. Dallo stato della lingua può conoscersi che affatto erano ignote le lettere; e di quei tempi nemmeno abbiamo veruno scrittor milanese che stendesse le memorie degli avvenimenti della città; siccome cominciarono poi a fare nel secolo undecimo Arnolfo e Landolfo il Vecchio. Un'altra ragione poi mi persuase che, anche ne' secoli bassi, in Milano e nella Lombardia si parlasse a un dipresso il dialetto che il popolo tuttavia conserva; e ciò perché le vocali u ed eu pronunziate coll'accento francese, e così altre desinenze della lingua francese, non mi sembrano innesti fatti colla dominazione dei Franchi, ma una emanazione dell'antica lingua gallica originale, siccome disopra accennai. Gli Spagnuoli ne' due ultimi secoli dominarono il Milanese, e appena tre o quattro parole spagnuole ci sono restate, infado, amparo, giunta, desdita e poco più. I Longobardi regnarono per più lungo tempo che i Franchi, e poche voci abbiamo che traggano la sua origine dal tedesco. Questa generale pronunzia francese più che italiana, adunque, è una tradizione da padre in figlio, che ascende sino all'antica venuta de' Galli, e per conseguenza non interrotta. In queste materie la dimostrazione non può sperarsi; le sole probabilità ci determinano, ed esse mi sembrano favorevoli a questa opinione. Un contadino del milanese potrà in breve tempo intendersela con un contadino provenzale; e più difficilmente s'intenderanno fra di loro due contadini, uno milanese e l'altro calabrese; tanto il nostro dialetto appartiene più alla lingua di Francia che all'italiana!

L'architettura, il disegno, la pittura non erano però avvilite al segno al quale lo erano le lettere. Oltre l'atrio della chiesa di Sant'Ambrogio, ci rimangono di quei tempi l'altare della chiesa istessa, i bassi rilievi del palio d'oro, il mosaico del coro e la tribuna. La porta della chiesa di San Celso, l'altare di San Giovanni in Conca sono di que' tempi: cose tutte lontane della eleganza che soddisfi un delicato conoscitore; ma però non affatto barbare, anzi lavori di qualche sorta di merito. Gli organi erano adoperati nelle chiese anche in Milano; ma erano fabbricati in Costantinopoli, dove rimaneva ancora ricoverato qualche avanzo di manifatture. Lodovico il Pio aveva ricompensato un prete veneziano che da Costantinopoli aveva portato l'arte di fare gli organi. Il papa Giovanni VIII aveva chiesto in grazia dal vescovo di Frisinga un organo, e chi lo suonasse, l'anno 873; il che ci fa vedere che nemmeno la musica aveva luogo nell'Italia.

Come potesse vivere il popolo in que' tempi in mezzo a una tale ignoranza, fra i torbidi dei magnati del regno, sotto il governo di sovrani che col veleno e cavare gli occhi cercavano di mantenersi sul trono, in un regno elettivo, esposto a invasioni straniere, facile è lo immaginarselo. Il visconte di Milano, che fra gli altri obblighi della sua magistratura, aveva quello di patrocinare i pupilli e convalidare gli atti che si facevano in loro nome, nell'876 non poté firmare una carta che anche oggidì conservasi nell'archivio di Sant'Ambrogio, e vi fece in luogo del suo nome una croce per non sapere esso scrivere; e di sedici persone che intervennero a quel contratto, appena sette poterono fare il loro nome, e nove, per non saper scrivere, vi apposero la croce. Anche da ciò facilmente comprendiamo in quale misero stato dovessero trovarsi gl'interessi de' cittadini. La carica di viceconte era immediatamente subalterna del conte, che reggeva la città in nome del re, come la carica di vicedomino era immediatamente subalterna dell'arcivescovo, e il nome di queste dignità fu poi origine del cognome che ne prese la famiglia Visconti. I cognomi non ritornarono in uso se non verso la fine del secolo undecimo. Le leggi poi sotto le quali si viveva in quei tempi, erano quali lo potevano permettere i tempi stessi. Si credeva che bastasse l'ordinare una cosa per vederla eseguita. Negli anni di carestia la legge comandava che non si vendessero i generi troppo cari. Si fissavano limiti a quei che negoziavano fuori dello Stato. Si proibiva l'esportazione delle armi agli esteri. In somma tutto si credeva di poter fare con leggi vincolanti; o almeno si credeva il legislatore di avere bastantemente eseguito il dovere della sacra e terribile sua carica, comandando agli uomini d'essere felici; in vece di ascendere alle cagioni, e impedire che i mali nascessero. È da notarsi che le leggi stesse molto si estendevano contro coloro che col mezzo della magia devastavano colla grandine le messi, e si ordinava all'arciprete della diocesi il modo di costringerli a confessare il supposto delitto, onde punirli; e questo ci basta per conoscere lo stato dei nostri antenati in quei miseri tempi. L'ignoranza, la ferocia, l'infelicità, torno a ripeterlo, sono compagne indivisibili in un popolo corrotto; i lumi, l'urbanità, la felicità pubblica caramente si abbracciano.

Non credo che possa descriversi con esattezza qual fosse la costituzione civile di Milano in quei tempi oscuri ne' quali principiava a risorgere. Il governo passato della Polonia potrebbe darci qualche idea del governo d'Italia in que' tempi. Un re elettivo; il primate, che ha molta influenza in tutti gli affari; la plebe degradata sotto la potenza dei grandi, divenuti formidabili al re; la facilità della rivoluzione; la frequenza delle invasioni straniere; la concorrenza di più rivali che coll'armi disputano il trono; la vera sovranità collocata nella dieta. Queste sono le rassomiglianze che si ravvisano. Ma noi avevamo di più la rozzezza dei tempi, ne' quali, mancando l'arte dello scrivere, e non essendovi nomi di casati, nemmeno poteva esservi una costante tradizione di nobiltà. Quindi, non solamente era difficile il modo per fare le risoluzioni, ma era un altro oggetto di confusione il verificare chi fosse o non fosse nobile, chi avesse o non avesse titolo per dare il voto; la quale controversia in un tale sistema doveva portare la confusione all'ultimo grado. Carlo Magno fu un gran principe, gran soldato, e col dritto di conquista, dominò assolutamente sull'Italia. La politica gli suggerì di rendere sacra la sua persona colle ecclesiastiche unzioni solenni, celebrate per il regno d'Italia in Pavia, e per l'Impero in Roma. I successori di lui non ebbero un vigore e un genio che lo pareggiasse. S'indebolì la potenza del sovrano; e l'acclamazione de' magnati e la sacra cerimonia divennero condizioni pretese essenziali alla costituzione di un sovrano. Quindi nacque la potenza dell'arcivescovo di Milano, il quale, gettandosi ora da un partito ed ora dall'altro, riceveva doni continui di terre e accresceva l'opinione, vera ed unica base del potere politico, e giunse ad essere creduto il solo che colla incoronazione potesse creare un legittimo re d'Italia. Come poi i re d'Italia potessero donare poderi e terre così frequentemente all'arcivescovo, e ad altre chiese e persone, essi, che per lo più da paese estero erano recentemente chiamati a regnare; come fossero in poter dei re questi campi e queste terre, onde ne facessero un dono della loro proprietà ai privati, non è facile lo spiegarlo; ammeno che non si creda, siccome a me pare credibile, che la successione fiscale alle eredità vacanti fosse allora incomparabilmente più frequente che non lo è ai dì nostri; per la ragione che, non essendovi cognomi delle famiglie, e pochi essendo coloro che sapessero scrivere, sì tosto che un uomo non aveva figli o fratelli o nipoti, facilmente non si conosceva più nessun parente a cui dovesse passare l'eredità; e quindi cadeva come un fondo vacante nelle mani del re. Questa potenza poi che s'andava ingrandendo nell'arcivescovo, cagionò un inconveniente; e fu che i sovrani, laddove lasciavano in origine la libertà dell'elezione al clero a norma de' sacri canoni e della tradizione, non consentirono più che una dignità divenuta pericolosa al loro regno cadesse indifferentemente sopra chiunque; ma anzi, ora con modi indiretti, ed ora coll'aperto comando, costrinsero a riconoscere per arcivescovo colui dal quale speravano di temer meno in avvenire, e che, riconoscendo dal re la dignità, a lui fosse anco più ligio ed ossequioso. Quindi si sconvolse l'ordine; la venalità aprì la strada alla dignità ecclesiastica; fu di mestieri di venire a rimedi, che gettarono poi, siccome vedremo, la nostra patria fra le stragi civili e fra i torbidi dell'anarchia; e perdette la chiesa milanese interamente la sua antica costituzione. Sotto Carlo Magno e sotto i primi suoi successori, l'Italia fu immediatamente diretta da governatori in nome del sovrano, dei quali alcuni ebbero il non dovuto titolo di re, come lo ebbe Pipino, figlio di Carlo Magno, Bernardo, figlio di Pipino, e alcuni altri dei quali non ho fatta menzione. Comandavano in Milano il conte, i messi regii, il visconte, l'arcivescovo, chiamato anche dominus, il di lui vicario vicedominus, e ciò a vicenda e confusamente, ora più, ora meno, a misura della circostanza del momento.

Dello stato della popolazione nel decimo secolo nulla abbiamo di preciso. Mi pare verosimile che dovesse essere mediocremente popolata Milano. Le terre erano coltivate parte da servi e parte da liberti, i quali chiamavansi aldiones. Molta parte del ducato era bosco. In qualche luogo che ora si coltiva, forse ancora v'erano delle acque stagnanti. Non credo che ancora si coltivasse il riso, ma varie sorta di grano si coltivavano, e si coltivava anche il lino. Le terre, che prima si misuravano a pedatura, già nel principio del nono secolo si misuravano a pertiche e tavole, come oggidì si costuma; la misura del fieno era a fascio, quella del vino a stajo ed a mina, nella misura delle terre però eranvi juges, misura equivalente a dodici pertiche.

Il rito della chiesa milanese era l'ambrosiano, come continua ad esserlo. Moltissimi cangiamenti vi si sono fatti col passare dei secoli. Fu più volte per essere abolito, e una di queste fu sotto Carlo Magno, che aveva preso concerto col papa di uniformare al rito romano tutte le chiese de' suoi dominii: e perciò in Milano allora si fece il possibile per ritirare tutti i libri ambrosiani. Certo Eugenio, vescovo, non si sa di qual diocesi, ottenne per riverenza al santo institutore che non venisse abolito. Fra le mutazioni accadute nel rito ambrosiano, vi è in parte quella del battesimo, che allora si eseguiva immergendo nel sacro fonte, non porzione del capo soltanto, ma tutto il corpo del neofito; e perciò eranvi due battisteri. Quello per le donne chiamavasi Santo Stefano alle Fonti, ed era dove ora trovasi Santa Radegonda, ove stavano nel decimo secolo le vergini sacre a Dio di Vigelinda, che assistevano alle fanciulle nel loro battesimo: massimamente finché durò il costume di non conferire comunemente quel sacramento a' bambini, ma a' fanciulli già dotati di qualche uso di ragione, come insegna il conte Giulini. L'altro battisterio chiamavasi San Giovanni alle fonti, destinato per gli uomini; ed è tuttavia in piedi, sebbene mutato di forma. Ognuno può ravvisarlo al capo della chiesa di San Gottardo, nella regia ducal corte, ed è quel fabbricato poligono in cui sta riposto l'altar maggiore; e quello è appunto l'antichissimo battisterio in cui probabilmente sant'Agostino venne battezzato dal nostro santo vescovo Ambrogio. Oltre la universale ignoranza di quei tempi si può avere un'idea della religione, dalle prescrizioni che si fecero in un concilio tenutosi in Pavia l'anno 850, a cui presedeva l'arcivescovo di Milano. Si proibisce in quel concilio ai nobili che non andavano alle chiese, ma ne' privati oratorii facevano celebrare i divini misteri, di non farli celebrare se non da un sacerdote: Docendi igitur saeculares viri, ut in domibus suis mysteria divina jugiter exerceri debeant, quod valde laudabile est; ab his tamen tractentur, qui ab episcopis examinati luerint, et ab ordinatoribus suis commendatitiis litteris comitati probantur, cum ad peregrina forte migrare est. Si qui ergo contemptores canonum extraordinarie illicite ministrantes, et divina sacramentaliter violantes inveniuntur, primum ab episcopo uterque amoveatur, et vagans scilicet clericus, vel sacerdos, et is qui ejus usurpativo fruitur officio, et si noluerit se ab hac temeritate compescere, excomunicetur. Nel medesimo concilio si prescrive ai vescovi di non cagionare tante spese girando per la cresima, di non appropriarsi i beni delle pievi, e di non vivere con donne sospette. Questi fatti s'ignorano da coloro che vorrebbero indistintamente richiamare la pietà degli antichi tempi.

 

 

Capitolo IV

Continuazione del risorgimento di Milano, che torna ad essere la più importante città della Lombardia nel secolo undicesimo

(950). Già erano trascorsi più di sessanta anni dacché l'Italia non aveva più connessione alcuna co' regni di Francia né con quello di Germania, quando Berengario, marchese d'Ivrea, ascese sul trono italico l'anno 950. Gli Italiani eleggevano liberamente un re, e il papa lo incoronava imperatore. Frattanto nella Germania erano succeduti a Carlo il Grosso Arnolfo di lui nipote, poi Lodovico, figlio di Arnolfo, nel quale finì il sangue di Carlo Magno: a questo fu sostituito Corrado I, conte di Franconia, indi Enrico I, duca di Sassonia, a cui succedette Ottone, che già da quattordici anni regnava sulla Germania, quando il marchese d'Ivrea fu incoronato in Pavia. Questi re di Germania, sebbene non dimenticassero l'Italia, e pensassero a regnarvi scacciandone quelli che la dominavano col titolo di re o d'imperatore, non ebbero però né occasioni né mezzi per eseguirne il disegno. Già si è veduto come il duca del Friuli, Berengario I, per opera dell'arcivescovo Anselmo, ottenesse il regno d'Italia; poi da Giovanni X, sommo pontefice, fosse incoronato imperatore. Si è pure veduto come i duchi di Spoleti, Guido, poi il di lui figlio Lamberto, da Stefano V incoronati augusti, regnassero interrotamente. Questi Italiani, innalzati al trono italico ed alla dignità imperiale, dai Tedeschi vennero considerati come usurpatori, non meno di quello che consideravano Rodolfo, Ugone e Lotario, Svizzeri e Provenzali chiamati a regnare sull'Italia. Noi Italiani, all'opposto, non abbiamo collocato nella serie degli augusti né Arnolfo né Luigi né Corrado né Enrico, dagli Oltramontani inseriti nella cronologia degli imperatori; sebbene non incoronati dal papa, e sebbene né Corrado né Enrico nei loro diplomi si siano mai dato il titolo d'imperatori. Dal che nasce una confusione assai feconda di equivoci, perché Enrico I, imperatore, dagli Oltramontani si chiama Enrico II; e così i Tedeschi contano sette Enrici nella serie, dove noi non ne annoveriamo che sei; e quindi le denominazioni oltramontane eccedono d'una unità le nostre. Io, Italiano, debbo servirmi della cronologia italiana, e ne prevengo i miei lettori, per non ripeterlo ogni volta; e credo che sia ragionevole di non qualificare né Corrado né Enrico con un titolo che, mentre erano in vita, non credettero essi medesimi fosse loro dovuto. Era adunque asceso sul trono d'Italia il marchese d'Ivrea Berengario, e a questa proclamazione sommamente aveva contribuito Manasse, da Berengario istesso violentemente intruso nella sede arcivescovile. Fremevano i Milanesi al vederlo sul trono, non solamente abborrendo la recentissima sceleraggine d'aver egli avvelenato l'innocente giovinetto re Lotario, suo benefattore, e l'altra che esercitava sull'infelice regina vedova Adelaide, ma in lui ravvisando un ingiusto oppressore del loro legittimo arcivescovo Adelmano. È assai probabile che da ciò fosse mosso Adelmano, e lo fossero i Milanesi, ad invitare secretamente Ottone, re di Germania, a scacciare dal trono quel pessimo uomo, e ad unire il regno d'Italia agli altri ch'ei già possedeva. Ottone spedì a Milano cautamente il di lui figlio Litolfo per concertare l'impresa, e ciò accadde appena un anno dopo che il marchese d'Ivrea Berengario era re, cioè nel 951. Venne Litolfo a Milano, e poco dopo scese il re Ottone nell'Italia. Con quali aiuti poi si conciliasse l'arcivescovo Manasse il favore di quel re, non lo sappiamo; ci rimangono però dei diplomi di Ottone spediti in Pavia appunto nel 951, dai quali si conosce ch'egli aveva creato Manasse arcicappellano. (952) Pare che al comparire di Ottone si ecclissassero Berengario II e Adalberto. Tutto piegossi al re Ottone, il quale, senza contrasto, in Pavia assunse il titolo di re d'Italia; poi ritornato in Germania, dovettero colà portarsi Berengario e Adalberto, abbandonandosi alla generosità di Ottone, da cui a titolo di feudo vennero in Augusta, nel 952, investiti del regno d'Italia, e da ciò ne fa nascere il Muratori il diritto che pretesero in seguito i re di Germania di avere sopra l'Italia.

Passati appena i torbidi giorni, e liberati dall'imminente peso del re Ottone, Berengario col suo figlio Adalberto, ritornati in Italia, dalla viltà passarono alla prepotenza; solito costume delle anime basse, d'insultare quando la fortuna è loro prospera, e annichilarsi quando è loro contraria. Il loro governo era diventato insopportabile. Lo scisma della chiesa milanese era finito dopo cinque anni, e la reggeva Valperto; quando, nel 957, il principe Litolfo venne alla testa di un'armata nell'Italia, speditovi dal re Ottone di lui padre, che, occupato negli affari di Germania, non potea venire in persona a contenere i due tiranni. Litolfo però fu degno di venire invece di un gran re. Berengario e Adalberto fuggirono nell'isola di San Giulio sul lago di Orta. Il luogo era assai forte. Litolfo si mosse per forzarli. Una masnada di militi traditori, come dovevano essere coll'esempio di tai padroni, consegnò nelle mani di Litolfo lo stesso Berengario, da cui erano stipendiati. Litolfo aveva l'anima grande, si sdegnò di vincere senza gloria e di profittare dell'infamia; generosamente lo fece scortare libero nella fortezza. In que' tempi, sotto Ottone, sembra che qualche lampo si vedesse dell'antica magnanimità romana; e questo ci fa risovvenire di Camillo e di Fabricio. Ma il valoroso Litolfo, amato e venerato allora dagl'Italiani, poco dopo morì, non senza sospetto di veleno. Tali erano le armi di Berengario. Così que' due cattivi uomini, degni di un infame patibolo, ripigliarono il dominio del regno, per essersi dispersi gli armati colla morte del condottiero. L'arcivescovo Valperto andossene dal re Ottone in Germania, implorando la sua venuta, per liberare Milano e l'Italia da coloro. Giovanni XII, sommo pontefice, spedigli dei legati pregandolo di venire, e offrendosi d'incoronarlo imperatore. (961) Scese finalmente in Italia il re Ottone nel 961, e in Milano nella chiesa di Sant'Ambrogio fu solennemente incoronato re d'Italia, e così ce lo descrive Landolfo Seniore. Interea Valperto mysteria divina celebrante, multis episcopis circumstantibus, rex omnia regalia, lanceam, in qua clavus Domini habebatur, et ensem regalem, bipennem, baltheum, clamydem imperialem, omnesque regias vestes super altare beati Ambrosii deposuit... Valpertus, magnanimus archiepiscopus, omnibus regalibus indumentis, cum manipulo subdiaconi, corona superimposita, astantibus beati Ambrosii suffraganeis universis, multisque ducibus atque marchionibus, decentissime, et mirifice Ottonem regem, collaudatum et per omnia confirmatum, induit, atque perunxit. Ho riferito le parole istesse di Landolfo, che scriveva circa un secolo dopo, acciocché si veda che nessuna menzione in que' tempi si faceva della corona ferrea, come nemmeno se ne trova cenno nelle precedute incoronazioni dei re d'Italia; e parimenti le ho riferite per dar luogo a riflettere che i suffraganei si chiamano beati Ambrosii, non già Barnabae apostoli. Il Muratori ha scritto da quel gran maestro ch'egli era, per disingannare sulla corona ferrea. Altri hanno dissertato sopra la seconda opinione. E l'una e l'altra di queste opinioni sono state immaginate molto tempo dopo di Ottone, la incoronazione del quale è probabilmente la prima che siasi fatta in Milano: non potendosi chiamare incoronazione quella fatta pure in Sant'Ambrogio sedici anni prima, quando il giovane Lotario vi fu proclamato. Forse non si fece questa solenne incoronazione in Pavia nella chiesa di San Michele, come era costume, perché il palazzo reale era stato distrutto da Berengario, siccome accenna il conte Giulini appoggiato al testimonio di alcuni scrittori.

Da Milano passò a Roma Ottone, che ben si merita il nome di Grande. L'arcivescovo Valperto lo presentò al papa, da cui venne incoronato augusto nel 962. Appena celebrata questa sacra cerimonia se ne venne l'imperatore a Pavia; Berengario e Adalberto stavano ricoverati nel forte castello di San Leone. Villa, donna crudele e degna moglie di Berengario, erasi appiattata nell'isola di San Giulio sul lago d'Orta: Ottone assediò l'isola, fece prigioniera la regina, e poi che l'ebbe, la fece nobilmente scortare fino al castello di San Leone, e la lasciò al marito. Due anni dopo si dovette rendere alle armi di Ottone Augusto anche San Leone, e allora Berengario e la moglie furono relegati nella Germania. La generosa e mite condotta del saggio augusto merita rispetto e lode. Egli dovette in Roma usare del rigore. Volle esserne il padrone; né entrerò io ad esaminarne i titoli. L'amor nazionale ha forse dettata al chiarissimo Muratori la disapprovazione ch'ei ne fa. Io onoro quel gran maestro; ma nelle azioni di Ottone vi è sempre un non so che di grande e di generoso che le abbellisce; e s'egli voleva comandare agli uomini oltre i limiti, almeno convien confessare ch'egli era degno di un tal comando. Sotto di lui la zecca di Milano ha battuto moneta, ed io ne ho nella mia collezione. Il cronista Sassone, pubblicato dall'Eccart, dice che Ottone: Mediolanenses subjugans, monetam iis innovavit, qui nummi usque hodie Ottelini dicuntur. Vi è chi ha opinato che la nuova moneta fosse di cuoio; ma la moneta è di argento buono, simile a quello delle monete di Ugone e di Lotario, scodellata come quelle, e perciò innovavit potrebbe intendersi, o per avere posta in azione la zecca, o per averla collocata in nuovo sito, e forse quello antichissimo che diede il nome alla vicina chiesa Alla Moneta, dove quell'officina si è conservata per più di otto secoli sino all'anno 1778. Nulla di più ci somministra la storia di Milano sotto di Ottone I, che morì l'anno 973, né sotto il di lui figlio Ottone II, che fu pure augusto e regnò sulle tracce del padre. Sotto due regni attivi e rispettati, nulla poteva somministrarci la storia d'una città la quale non influiva nel regno italico se non colla sagacità dell'arcivescovo metropolitano; importantissima sotto un monarca debole, e annullata sotto di un vigoroso. Durante la dominazione di Ottone I e di Ottone II per lo spazio di ventidue anni, sino al 983, Milano obbedì e rimase tranquilla. Morì Ottone II in Roma, e colla di lui morte ritornò l'anarchia per quasi sei anni, ne' quali non si riconobbe verun re, giacché il fanciullo Ottone III era il soggetto delle dispute in Germania fra chi voleva essergli tutore, e gl'Italiani non conoscevano loro sovrano se non quello che fosse stato incoronato re d'Italia in Italia. Le carte di quell'epoca portano la data dell'incarnazione senza nominare il sovrano, siccome era e fu per lungo tempo il costume. Venne in Italia poi l'imperatrice Teofania correggente, e madre del giovine Ottone; il quale, coll'opera di lei, fu riconosciuto per sovrano; poi venne in Roma incoronato imperatore nel 996 da Brunone, ch'ei fece papa ed ebbe nome Gregorio V. L'imperatore Ottone III, contenendo l'ambizione dell'arcivescovo, soddisfaceva la di lui vanità, quando, nel 1001, lo destinò suo ambasciatore all'imperial corte di Costantinopoli per ricercare agli augusti Costantino e Basilio la principessa Elena in isposa. Descrive Landolfo quest'ambasciata, ed io lo farò colle parole di lui: Archiepiscopus, magno ducatu militum stipatus, quos pellibus martullinis, aut cibellinis, aut rhenonibus variis, et hermellinis ornaverat, quibus imperator mirifice eum imbuerat, si portò alla corte di Costantinopoli e si presentò ai greci augusti: Episcopalibus indumentis ornatus cum stola, sine qua nunquam foris, aut in civitate, ullis negotiis intervenientibus, aut perturbantibus, esse solitus fuit... et ab ipso admirabili monarcha magna susceptus honorificentia, satis episcopaliter conversatus est. L'ambasciata doveva essere pomposa. Era un augusto che la spediva ad un augusto, per una inchiesta solenne di nozze. Si vede che il lusso allora era nelle pellicce. Fra gli ornamenti vescovili ancora non eravi la mitra; e l'arcivescovo andava abitualmente vestito co' suoi paramenti, come appunto continuano a praticare i sommi pontefici colla stola, che non depongono mai. Fu consegnata all'arcivescovo la sposa; ma, giunto egli a Bari, nel 1002, colla principessa, intese la morte seguita poco prima di Ottone III, per cui Elena rimase vedova prima di conoscere lo sposo. A quest'ambasciata, sostenuta dal nostro arcivescovo Arnolfo, siamo debitori del famoso serpente di bronzo, che tuttavia resta collocato sopra di una colonna in Sant'Ambrogio. Non è cosa nuova ne' monarchi di premiare e ricompensare con donativi, il valore de' quali non pregiudichi l'erario. Il serpente di bronzo fu donato dal tesoro di Costantinopoli, facendo credere al buon arcivescovo, che fosse il medesimo che Mosè innalzò nel deserto; e con questa bella antichità fu rimeritato della enorme spesa che fece.

Morto appena Ottone III, frettolosamente si radunarono in Pavia alcuni signori italiani, e ventiquattro giorni dopo la di lui morte, proclamarono re d'Italia Arduino, marchese d'Ivrea; e tosto venne incoronato nella chiesa di San Michele in Pavia. L'arcivescovo era assente per l'ambasciata, e quando ritornossene a Milano portossegli incontro il nuovo re, e fece di tutto per renderselo amico. Il regno degli Ottoni, vigoroso e assoluto, aveva mossi i magnati d'Italia a crearsi un re debole ed italiano, sebbene d'una famiglia che non aveva dato che re malvagi. Questo Arduino per dodici anni sostenne la contrastata figura di re d'Italia, scacciato ogni volta che vennero i Tedeschi, e nel 1015 terminò la scena col farsi frate e morire. I Milanesi non erano contenti di questo re Arduino, o perché eletto senza aspettare l'opera dell'arcivescovo, ovvero per l'odiosa memoria di Berengario, marchese d'Ivrea, e questa memoria non era lontana che di quarant'anni. L'arcivescovo era del partito di Enrico, che era fatto re di Germania; ma cautamente si conduceva a seconda del tempo. Venne Enrico nell'Italia nel 1004, e in Pavia fu incoronato re d'Italia, e da noi chiamasi Enrico I; e Ditmaro c'insegna che venne in Milano il nuovo re, Sanctissimi praesulis Ambrosii amore. Tutte le carte che ci rimangono negli archivi, da quel giorno, portano il nome di Enrico I re d'Italia; dal che vedesi che, sebbene Arduino, partito il re Enrico, ripigliasse in gran parte il dominio d'Italia, Milano si mantenne fedele ad Enrico. Enrico fu, nel 1014, incoronato imperatore dal sommo pontefice Benedetto VIII, e cessò di vivere nel 1024. La memoria la più importante che ci resta di lui, è la legge ch'ei pubblicò nel 1021 per proibire ai sacerdoti il vivere colla moglie, mosso a ciò da un concilio tenutosi a questo fine in Pavia. Allora la chiesa ambrosiana non vietava le nozze al clero; ne vedremo in seguito la crisi, che riuscì assai crudele. Il conte Giulini, seguendo la traccia di altri autori, chiama questa costumanza concubinato, e i sacerdoti ammogliati concubinarii: io credo che sia più conveniente voce quella di matrimonio e di ammogliati; perché nel nostro linguaggio comune, le prime parole significano una unione conosciuta illegittima da quei medesimi che la contraggono, e le unioni credute legittime chiamansi matrimoni anche fra gli ebrei e fra i pagani. Livia viene chiamata moglie di Augusto; Ottavia, moglie di Nerone; Domitilla, moglie di Vespasiano, e così diciamo di ogni unione d'uomo con donna, creduta e sostenuta e dai contraenti e nella opinione della loro città per legittima. Il celibato, a cui la Chiesa ha sublimato i ministri dell'altare, allora non era così generalmente osservato. I sacerdoti milanesi, come nel rito, così anche rispetto al celibato, si accostavano alla disciplina della chiesa greca. Disputarono, come vedremo, per conservare questa facoltà di ritenere la moglie. Dico ritenere, poiché il rito non permetteva ad alcun sacerdote di ammogliarsi e continuare nell'ufficio sacerdotale; ma unicamente concedeva agli ammogliati d'essere ordinati sacerdoti, e continuare a vivere colle loro legittime mogli; e perciò credo che sia un dovere di non macchiarli coll'odioso nome di concubinari: non già perché io preferisca l'antica alla vigente disciplina, ma perché l'imparzialità della storia mi determina a così fare. Questo concilio ebbe alla testa il sommo pontefice Benedetto VIII, che vi è sottoscritto, e dopo lui vi è immediatamente l'arcivescovo Ariberto: Sanctae mediolanensis ecclesiae archiepiscopus, così egli si qualificò, né gli altri vescovi chiamarono santa la loro chiesa. Ma l'arcivescovo non si prese molta briga perché fossero questi decreti nella sua diocesi bene eseguiti, dice il conte Giulini.

Quest'arcivescovo Ariberto merita un luogo assai distinto nella Storia di Milano. Gli scrittori per lo più lo nominano Heribertus; ma egli si sottoscriveva Aribertus, e così lo chiama il conte Giulini, come io pure lo nominerò. Se Ansperto arcivescovo ebbe idee tanto generose e grandi da restituire le mura diroccate della patria e munirla di robusta difesa; opera degna d'un sovrano, e che eccedeva le forze e la comune inspezione d'un sacro pastore; Ariberto nacque a tempo per rianimare la patria, dargli colla sua indole ardita e grande un risalto ed una considerazione che ella conservò dappoi. Se noi risguardiamo questi due illustri cittadini come arcivescovi, certamente dobbiamo confessare che essi non professarono quella dolce mansuetudine e quel distacco dalle cose mondane che formano la base delle virtù di un ecclesiastico: ma se gli risguardiamo come due cittadini ricchissimi, costituiti in una eminente dignità, che, profittando delle occasioni, sacrificarono le ricchezze, il riposo, e cimentarono valorosamente la vita per la gloria e l'amore della patria, che ad essi debbe il suo risorgimento, siamo costretti a ricordarli con una tenera venerazione. Ariberto era stato creato arcivescovo nel 1018, e nel corso di ventisette anni ch'egli occupò questa sede, Milano diventò la città precipua della Lombardia, e in questo primato si mantenne poi sempre in appresso. Da Uraja ad Ariberto passarono appunto i cinque secoli di depressione per Milano. Ariberto da Antimiano era, nel 1007, suddiacono della santa chiesa milanese, cioè cardinalis de ordine, dal che ne venne il vocabolo di ordinario, nome che conservano tuttavia i canonici maggiori della metropolitana. Egli era allora custode della chiesa di Galliano, che era capo di pieve in quel tempo. Cinque anni dopo che fu fatto arcivescovo, eresse uno spedale pe' poveri al luogo ove trovavansi, non ha guari, le monache Turchine, lo dotò di molti e vasti poderi propri: de nostris proprietatibus, come egli dice, e assegnò il fondo per mantenervi ad assisterlo e regolarlo dodici monaci, i quali dovessero osservare la regola di san Benedetto. Sanno gli eruditi che i monaci allora erano subordinati all'arcivescovo di Milano, come ogni altro ecclesiastico, e che i monasteri per lo più avevano uno spedale vicino, in cui dai monaci si albergavano e nodrivano i poveri. Questo monastero era presso la basilica di San Dionisio. Morto Enrico Augusto senza figli nella Germania, fugli eletto per successore Corrado il Salico, duca di Franconia. I signori italiani, invitati, non comparvero in Germania, ma si radunarono in Pavia per passare alla elezione d'un re. Era tanto combattuta la dignità reale nell'Italia, che non potevansi mantenere senza una incessante forza; e perciò il re di Francia Roberto, il duca d'Aquitania Guglielmo, e qualche altro principe, cui venne offerta la corona italica, non vollero accettarla. Era il regno nuovamente nello stato di anarchia, quando l'arcivescovo Ariberto: Suorum comparium declinans Heribertus consortium, invitis illis, ac repugnantibus adiit Germaniam, solus ipse regem electurus teutonicum, così ce lo rappresenta Arnolfo, nostro milanese, scrittore di quel secolo; dal che vedesi abbastanza il carattere deciso e intraprendente di Ariberto, che non si curava dei pari; e posto che doveva avere un re da riconoscere per suo sovrano, voleva averlo ei solo in qualche modo trascelto, e che a lui dovesse la sua corona. Wippone, cappellano del re Corrado scrive questo arrivo dell'arcivescovo in Costanza, ove trovavasi il re Corrado, al quale dice che Ariberto, promise che, tosto che fosse venuto in Italia, l'avrebbe acclamato e incoronato re: Ipse eum reciperet, et cum omnibus suis ad dominum et regem publice laudaret, statimque coronaret; il che gli promise con giuramento e col pegno di ostaggi. Questo produsse che il nuovo re concedette all'arcivescovo: Praeter dona quamplurima, Laudensem episcopatum; ut sicut consacraverat, similiter investiret episcopum; e con ciò oltre il dritto, che era del metropolitano, di consacrare il vescovo suffraganeo, venne donato ad Ariberto il dritto di investitura, ossia di collocare al possesso della dignità e dei beni il nuovo vescovo: dritto che in que' tempi pretendevasi dal sovrano, non come un semplice placet, ma come una investitura, la quale cagionò poi gravi sconcerti e guerre fatali fra il sacerdozio e l'Impero. Forse questo dono fatto al nostro arcivescovo, che in qualche modo gli dava la sovranità sopra di Lodi, fu cagione funesta dell'abuso che i Milanesi fecero della loro potenza ad esterminio de' Lodigiani, da che ne vennero fatali conseguenze per noi medesimi. Che che ne sia, l'arcivescovo, al dire del citato Arnolfo, rediens securus in omnibus, totam suis legationibus evertit Italiam, alios re, alios spe benevolos faciens. Tale era il carattere di quell'uomo, fatto o per rovinare, o per innalzare se stesso. Ariberto incoronò in Milano Corrado l'anno 1026, o almeno assai convincenti sono le ragioni per crederlo. Venne Corrado poi, l'anno dopo, coronato imperatore in Roma dal sommo pontefice Giovanni XIX. L'arcivescovo era ricco e splendido a segno, che per più settimane alloggiò signorilmente il nuovo augusto e la sua corte a spese proprie, poi gli somministrò l'aiuto per soggiogare i Pavesi, che ricusavano di riconoscerlo. Partitosene l'imperator Corrado verso Germania, Ariberto dispoticamente elesse un nuovo vescovo di Lodi; e sul rifiuto che i Lodigiani fecero di accettarlo, mosse verso Lodi alla testa di un numero d'armati bastante per costringere, siccome fece, i Lodigiani a riconoscerlo ed obbedirgli. In quei tempi non era cosa insolita il veder dei vescovi nelle armate: merita però riflessione il fatto di Ariberto, che tanta forza e autorità si era acquistata da potere da sé fare la guerra. I Pavesi e i Lodigiani, così, diventarono nemici dei Milanesi.

(1028). Un fatto accaduto circa questo tempo, cioè nel 1028, merita di essere riferito; perché ci dà idea de' tempi e del carattere di Ariberto. S'era sparsa voce che nel castello di Monforte, nella diocesi di Asti, vi fosse celata una nuova setta di eretici. Glabro dice che questa eresia approvava i riti de' pagani e de' giudei, quasi che fossero componibili i due riti dell'unità di Dio e del politeismo, della detestazione e del culto degli idoli. Landolfo il Vecchio dice che, interrogati questi eretici, rispondevano di essere pronti ad ogni patimento; che amavano la virginità, e vivevano castamente sino colle loro mogli; non mangiavano mai carne; digiunavano, e si distribuivano le orazioni in guisa che nessuna ora del giorno vi fosse in cui non offrissero a Dio le loro preghiere; che avevano i loro beni in comune; credevano nel Padre, nel Figliuolo e nello Spirito Santo; tenevano che vi fosse una podestà in terra di legare e di sciogliere; e riverivano i libri del nuovo e del vecchio Testamento, i sacri canoni. Così essi professavano la loro fede. Molti marchesi e vescovi e signori erano comparsi colle armi, per sottomettere quel castello di Monforte, ma inutilmente. L'arcivescovo Ariberto, girando, per la sua giurisdizione, sulle diocesi de' vescovi suoi suffraganei, scortato da militi valorosissimi, sebbene ascoltasse da Gaiardo, uno de' pretesi eretici, la professione di fede nella maniera che ho detto, credette di penetrare la malignità di quelle espressioni. Si posero loro in bocca molti sentimenti eterodossi sopra i santi misteri della Trinità e della Incarnazione; e si volle che, fra gli altri errori, coloro credessero che il matrimonio fosse cosa riprovabile, e che anche senza veruna opera di uomo sarebbero nati i fanciulli e continuato il genere umano. Ogni lettore che preferisca la verità alla opinione, giudichi se sia mai possibile che un ceto di uomini adotti e professi una tale dottrina! Certo è però che gli abitatori del castello di Monforte vennero in buon numero presi dai militi dell'arcivescovo, e tradotti a Milano insieme colla contessa di Monforte, signora del castello; e l'arcivescovo tentò di convertirli col mezzo di ecclesiastiche e pie persone, ma ciò non riuscendo, i primati della nostra città, temendo, dice il conte Giulini che non si spargesse più largamente il veleno, alzata da una parte una croce e dall'altra acceso un gran fuoco fecero venire tutti gli eretici, e loro proposero l'inevitabil partito, o di gettarsi a pié della croce, e confessando i loro errori, abbracciare la dottrina cattolica, o di gettarsi nelle fiamme. Ne seguì che alcuni si appigliarono al primo progetto; ma gli altri, ch'erano la maggior parte, copertisi il volto colle mani, corsero nel fuoco da cui furono miseramente consumati; al che aggiunge Landolfo il Vecchio, che un tal fatto accadesse per volere dei primati, Heriberto nolente. In quei tempi il glorioso nostro sant'Ambrogio non si dipingeva punto in atto feroce con uno staffile nella mano; né si credeva che avesse contrastato al sovrano, né perseguitato gli eretici seguaci di Ario. Si sapeva che il santo vescovo aveva pazientemente sofferta la persecuzione del principe; e aveva tollerati con carità e mansuetudine i suoi fratelli, che traviavano nella fede; e a Dio, padrone di tutto, supplice offeriva le sue preghiere, acciocché misericordiosamente gli richiamasse alla strada della vita, senza adoperare egli altre armi o suggestioni, che la parola che persuade, l'esempio che persuade ancor più, e la fraterna compassionevole affezione, colla quale si distinse quel beato nostro pastore. L'orgogliosa ambizione di sovraneggiare persino le idee, coprendosi col manto d'un religioso zelo, ha introdotta la persecuzione, la violenza, i roghi, i quali non hanno distrutto giammai il fanatismo, ma attizzandolo anzi, l'hanno alimentato, e resi irreconciliabili gli eterodossi. L'umanità, la dolce insinuazione, la pazienza disarmano gli avversari, e li chiamano a venerare il vero Dio, con mansuetudine, con pace, colla benevolenza e coll'esercizio della virtù. Io mi sono prefisso di non considerare Ariberto come arcivescovo. Come uomo pubblico, cittadino, soldato politico, egli ha saputo rendersi padrone di quella ròcca, il che in vano altri aveva tentato; e il suo cuore ricusò di approvare l'atto ingiusto e crudele del supplizio. Vi è molto anche da dubitare se veramente quegl'infelici fossero in errore nel dogma. Mi pare incredibile l'errore di fisica sulla generazione. Mi sembra assurdo l'altro errore, loro imputato, cioè che fosse loro opinione dannarsi ciascuno se non moriva fra i tormenti. Ripugna poi affatto al buon senso il costume che volevasi loro attribuire, cioè che violentemente uccidessero i loro confratelli allorché gravemente erano ammalati. Se ci fosse rimasto qualche scritto in cui alcuno di questi infelici avesse rappresentata la causa propria, saremmo un po' meglio informati della verità. Forse erano costoro cristiani più pii e segregati dalla depravazione generale, e per ciò perseguitati. San Pietro Damiano, che viveva in quel secolo, così scriveva: ad tantam faecem quotidie semitipso deterior mundus devolvitur, ut non solum cujuslibet sive saecularis sive ecclesiasticae conditionis ordo a statu suo collapsus jaceat, sed etiam ipsa monastica disciplina, solo tenus, ut ita dixerim, reclinata, ab assueta illa altitudinis suae perfectione languescat. Periit pudor, honestas evanuit, religio cecidit, et veluti facto agmine, omnium sanctarum virtutum turba procul abscessit. Così quel santo descriveva i costumi di que' tempi infelici. Il supplizio adunque de' nominati abitatori di Monforte fu certamente atroce e poco cristiano; l'errore se vi fosse, è cosa dubbia. Così leggiamo che dai pagani si trattassero i màrtiri; ma così non si legge che gli apostoli dilatassero la santa e mansueta religione di Cristo. Questa però è la prima memoria e la più antica di persecuzioni e patiboli adoperati da' cristiani per causa di religione; e mi dispiace che questo primo esempio, che ne' secoli posteriori è stato seguìto da tanti altri funesti, sia stato dato in Milano l'anno 1028.

Frattanto che l'imperatore Corrado dimorava lontano dall'Italia, la potenza d'Ariberto andava ogni dì crescendo, e la città si avvezzava sempre più a considerare l'arcivescovo come il capo della Repubblica. A tanto giunse il potere d'Ariberto, che, unitosi con Bonifacio, marchese di Toscana, formarono un esercito, e, sormontato il gran San Bernardo, si portarono in vicinanza del Rodano ad unirsi all'armata dell'imperatore Corrado, che pretendeva il regno della Borgogna, occupato da Odone, duca di Sciampagna. Wippo attesta il luogo in cui quest'aiuto venne ad unirsi all'imperatore, e i nemici furono sconfitti rimanendo il regno a Corrado; di che ne fa una menzione distinta lo storico nostro Arnolfo. Poi, ritornato Ariberto alla patria, sempre più militare ed animoso, avvenne che un buon numero di militi milanesi, malcontenti di lui, cercarono il modo di contenerlo; e, memori della violenza usata da Ariberto contro i Lodigiani, passarono a Lodi, ed eccitarono quanti più poterono a prendere le armi e seco loro unirsi per fiaccare la potenza di lui. Ariberto andò incontro a costoro, avendo fra i suoi anche altri vescovi suffraganei. Seguì una zuffa assai ostinata, e il partito dell'arcivescovo rimase con poco vantaggio, e fra gli altri uccisi si annoverò il vescovo di Asti, suo suffraganeo, che rimase sul campo. Venne poi l'imperator Corrado in Italia nel 1037; e si portò a Milano. Cosa veramente gli accadesse non lo sappiamo; si parla dagli autori di inquietudine sofferta, di tumulto popolare. Quanto sappiam di certo si è che quell'augusto ben tosto portossi a Pavia, dove l'arcivescovo Ariberto lo raggiunse. Ma, sia che quell'augusto avesse attribuito ad Ariberto la poca sicurezza ritrovata in Milano, sia che l'arcivescovo usasse di un tuono poco rispettoso e sommesso, la storia c'insegna che Ariberto ivi fu arrestato, e sotto buona scorta trasportato a Piacenza prigioniero. Io non trovo difficiltà a credere che realmente Ariberto non fosse contento che in Milano soggiornasse un uomo maggiore di lui; che egli indirettamente potesse aver fomentata la licenza del popolo per farne partire l'imperatore; e che, confidando sull'autorità che possedeva, o sulla illusione del principe, si presentasse a lui a Pavia con sicurezza. A custodire il prigioniero Ariberto l'imperatore aveva destinati i suoi più fidi, ai quali l'arcivescovo offrì una lauta cena, abbondante singolarmente di scelti vini. I custodi cedettero alla ghiottoneria, e la secondarono sino alla ubbriachezza; e questo era appunto lo stato al quale aveva pensato di ridurli l'arcivescovo per sottrarsi, come fece, alla loro custodia. Così egli ricuperò la sua libertà, e cautamente portossi a Milano, accolto dalla città con somma allegrezza. Poiché Corrado intese il fatto, si mosse, e alla testa de' suoi s'accostò a Milano per farne l'assedio, ad oggetto singolarmente di riavere l'arcivescovo in suo potere; ma i tempi erano assai cambiati. Milano non era più la città spopolata, distrutta e languente; era maxima multitudine munita, come ci attesta Wippo; e i Milanesi gli andarono incontro, e più volte si azzuffarono con gl'imperiali. Tutti i tentativi dell'imperatore riuscirono vani; ei poté devastare i campi e le ville: ma dovette abbandonare il pensiero di avere Milano. La collera dell'imperatore scelse allora un'altra specie di guerra. Pensò egli di deporre l'arcivescovo Ariberto, e nominò Ambrogio prete, cardinale della santa chiesa milanese, in sua vece: forse credendo che alla città medesima, stanca per avventura della dominazione di Ariberto, piacer dovesse la nuova scelta; ma nessuno de' cittadini da questa novità fu commosso. Vedendo riuscir vano il colpo, un altro ne rimaneva da provare, ed era di animare il sommo pontefice contro dell'arcivescovo; e Corrado perciò portossi a Roma, e indusse Benedetto XI a scomunicare Ariberto: ma nemmeno perciò l'arcivescovo cambiò punto pensiero o sistema, e quindi Corrado il Salico abbandonò l'Italia, e nella Germania poco dopo cessò di vivere nel 1039.

Rimase così quasi sovrano Ariberto alla testa della sua città. Enrico, figlio di Corrado, era stato proclamato re di Germania. Ho accennato che, dopo l'infeudazione fatta da Ottone in Berengario e Adalberto, i re di Germania credevano che l'Italia fosse una parte della loro corona; e gl'Italiani diversamente credevano che il loro fosse un regno distinto, e che non si acquistasse se non colla proclamazione e incoronazione in Italia. Prima che non seguisse la incoronazione, le carte milanesi non facevano menzione alcuna del re. Il re Enrico fu poi imperatore, e fu il secondo che ne assumesse il titolo, e da noi perciò chiamasi Enrico II, sebbene gli oltramontani lo chiamino III. Enrico era lontano; e l'impazienza del carattere facendo sembrare noioso il tempo della tranquillità, disgraziatamente animò i Milanesi ad una guerra civile fra i nobili e la plebe. Questo primo germe di discordia non si estinse mai più, sebbene per intervalli venisse sopito. Tutta la storia seguente ne farà testimonio. L'arcivescovo era alla testa del partito de' nobili, come quasi sempre lo furono gli altri suoi successori. La cosa è assai naturale, perché i cardinali erano scelti fra le più nobili famiglie, e l'arcivescovo era trascelto dal loro numero. La plebe era trattata con molta durezza dai nobili. La nazione aveva già preso un'educazione militare, e questa ha per solo rapporto fra un uomo e l'altro il comando e l'obbedienza. Un resto ancora rimaneva di servitù longobarda, per cui un nobile era proprietario di molti uomini. I costumi erano ancora agresti, e spiravano il secolo di ferro. La plebe, che aveva col suo sangue contribuito anch'essa a difendere la patria, non poteva soffrire di vedersi così non curata e depressa cessato che fu il pericolo. La plebe di Roma abbandonò la patria e si ricoverò sul monte Sacro. Convien confessare che quella di Milano trovò uno espediente migliore; poiché invece ella scacciò dalla città l'arcivescovo e tutti i nobili: e ciò avvenne l'anno 1042. Per più di due anni continui si mantennero i plebei ben muniti e difesi in Milano; tentando incessantemente i nobili, o per assedio o per sorpresa, di rientrarvi; e sempre rispinti colla loro peggio. Vi volle un giusto timore che il re Enrico approfittasse di questa discordia, per riunire almeno in apparenza gli animi e calmare i partiti. L'arcivescovo Ariberto, nel 1045, finì la sua gloriosa carriera. Mentre egli era ammalato e vicino a morte, Uberto, fedele suo milite, mostravasi afflitto, e l'arcivescovo placidamente lo consolò dicendogli: io vado sicuro ai piedi di sant'Ambrogio, tuo e mio padre. Landolfo Seniore ci descrive la religiosa pietà del nostro Ariberto: Convocatis sacerdotibus et diaconis, summa cum devotione omnium peccatorum poenitentia accepta, atque confessione coram omnibus facta, atque absolutione a sacerdotibus per impositionem manuum, Spiritu Sancto cooperante, donata, Sanctam Eucharistiam humiliter ac devote suscepit, e poco dopo morì; uomo che nel carattere ebbe molta grandezza; buon soldato, buon principe; aveva i costumi e la religione de' suoi tempi; egli nacque opportunamente per la sua gloria e per rianimare la sua patria, che dall'epoca sua può contare il vero suo risorgimento.

L'arcivescovo Ariberto, le di cui armi portarono la vittoria oltre le Alpi, e seppero fare insuperabile resistenza all'imperatore, fu quello che inventò l'uso di condurre nell'armata il carroccio, nome conosciutissimo, sebbene poco ne sia conosciuto l'oggetto. I nostri scrittori ci rappresentano questo carroccio come una superstizione, ovvero come una barbara insegna. Io credo che piuttosto debba riguardarsi come una invenzione militare assai giudiziosa, posta la maniera di combattere di que' tempi. Nel tempo in cui dura un'azione, egli è sommamente importante il sapere dove si trovi il comandante, acciocché colla maggior prestezza a lui si possa riferire ogni avvenimento parziale; egli è parimenti opportunissimo il sapere dove precisamente si trovino i chirurgi, per ivi trasportare i feriti; parimenti è necessario che il sito in cui trovasi il comandante, e in cui si radunano i feriti, sia conosciuto da ognuno, acciocché si abbia una cura speciale di accorrere a difenderlo. Questo sito deve essere mobile a misura degli avvenimenti, e a tutti questi oggetti serviva il carroccio, ch'era un'assai eminente antenna, alla sommità della quale stava un globo dorato assai lucido e distinguibile: sotto il quale pendevano due lunghe bandiere bianche, e al mezzo dell'albero stavavi una croce. Avanti a quest'antenna eravi l'altare sul quale celebravansi i sacri misteri per l'armata; e tutto ciò era conficcato sopra di un carro assai vasto e sicuro, per servir di base a questo enorme vessillo, e trasportarlo. Un gran numero di bestie si adoperava per moverlo. Non è punto inverosimile il credere che su di quel carro o carroccio si ponesse la cassa militare, la spezieria e quanto più importava di avere in salvo e pronto uso. Nemmeno sarebbe inverosimile il dire che con varii segnali da quell'altissimo stendardo si dessero gli ordini per un mezzo prontissimo, come si costuma anche ora nella guerra di mare. Terminata la guerra, si riponeva il carroccio nella chiesa maggiore, come cosa sacra e veneranda; e così anche l'opinione religiosa contribuiva a fare accorrere alla di lui preziosa custodia i combattenti. Pare adunque che il comandante o rimanesse vicino al carroccio, o ivi almeno lasciasse l'indizio del sito a cui si volgeva, per subito rinvenirlo; che vicino al carroccio si portassero i feriti, sicuri di trovare ivi ogni soccorso, lontani da ogni pericolo; che dal carroccio si diramassero gli ordini per mezzo di segnali con somma rapidità; che ivi si custodisse quello che eravi di prezioso; e che gli occhi de' combattenti, di tempo in tempo rivolti a quel vessillo, conoscessero quali azioni ad essi comandava il generale, e quale fosse il luogo più importante di ogni altro da custodirsi. Nella maniera di guerreggiare dei tempi nostri riuscirebbe inutile una tal macchina, ben presto rovesciata dall'artiglieria, che ridurrebbe quel contorno più d'ogni altro pericoloso; il fumo impedirebbe spesse volte che quello stendardo fosse visibile: ma prima dell'invenzione della polvere, il carroccio inventato da Ariberto certamente fu con accortezza immaginato; e perciò anche le altre città della Lombardia, quando, coll'esempio de' Milanesi, acquistarono l'indipendenza e si ressero col loro municipale governo, adottarono ciascheduna il proprio gran vessillo, ossia carroccio. Così facilmente intendiamo come la perdita del carroccio fosse un avvenimento che funestasse una città; non già per un'idea di Palladio, o per una vana opinione d'onore soltanto; ma perché la perdita del carroccio era prova di una totale sconfitta, al segno di non aver potuto preservare quello spazio che sommamente era cura di ciascuno il difendere.

La riconciliazione fra i nobili e i plebei era stata momentanea; e durava tutt'ora, come dappoi continuò, lo spirito di partito. Acciocché il governo degli ottimati sia fermo, conviene che la costituzione ponga una distanza grande fra il ceto dei pochi, presso i quali sta il comando, e il vasto ceto di quelli che sono destinati alla passiva obbedienza. La loro persona deve comparire al popolo sacra e veneranda; ma conviene che ciascuno ottimate, al deporre che fa la toga e la pubblica persona, diventi popolare; e così la plebe ama i padroni, e riceve come un beneficio que' momenti ne' quali discendono con lei i magnati. Niente di questo eravi nella informe costituzione nascente di Milano. L'autorità de' magnati non aveva l'augusto appoggio delle leggi, e il loro costume, violento e duro, insultava il popolo, e lo indisponeva ad obbedire ad un'autorità incautamente adoperata. Morto appena il grande Ariberto si rinnovarono i partiti, e cominciò la plebe a pretendere di avere essa pure influenza nell'elezione dell'arcivescovo, dignità diventata assai più politica che spirituale. Non fu possibile di terminare la controversia fra di noi; l'ostinazione era insuperabile, e quindi fu risoluto di ricorrere al re Enrico, e lasciare a lui la nomina del nuovo arcivescovo. Vennero adunque presentati al re i nomi di quattro cardinali della santa chiesa milanese, acciocché ne facesse la scelta. Ma il re profittò dell'occasione e nominò arcivescovo certo Guidone, Milanese bensì, ma uomo ignobile, e conseguentemente che non era del ceto de' cardinali ordinari: e così collocò sull'importante sede metropolitana una sua creatura, interamente da lui dipendente; si affezionò il partito de' plebei, abbassò i magnati, e si aprì la strada per essere più padrone del regno d'Italia, che non poté esserlo il di lui padre Corrado. Vi volle tutta l'astuzia di Guidone, tutto il timore che si aveva del re Enrico, e molto denaro per ottenere che fosse consacrato il nuovo arcivescovo. Il partito de' nobili fu talmente offeso nel vedere collocato un plebeo a loro dispetto sulla sede arcivescovile, che in un giorno solenne l'indecenza fu portata a segno di piantare abbandonato solo all'altare il nuovo arcivescovo, essendosi sottratti i cardinali in mezzo della sacra funzione, come ci attesta Landolfo Seniore. Non si può a meno di non compiangere con san Pietro Damiano la misera condizione di que' tempi, e consolarci nel vedere i sacri ministri dell'altare de' giorni nostri ben diversi, col loro esempio insegnando al popolo la riverenza che si deve al santuario, e colla loro mansuetudine allontanandolo dal perseguitare i nostri fratelli sotto pretesto di religione. Pare che in quel secolo infelice la religione, in vece di contenere le malvagie passioni degli uomini, da essi fosse sfrontatamente adoperata, servendosene di pretesto per farvi un più libero corso.

Il re Enrico venne in Italia; portossi a Roma; depose varii che si dicevano sommi pontefici; e fece eleggere dal clero o dal popolo Svidger, sassone, ch'egli aveva al suo seguito condotto a Roma. Nel giorno medesimo in cui Enrico fece incoronare papa Svidger col nome di Clemente II, Clemente II incoronò imperatore Enrico. Così quel sovrano, coll'assoluta sua autorità, eleggeva il papa e l'arcivescovo, e aveva annientato il potere de' sacri canoni e la libertà dell'ecclesiastiche elezioni. Da ciò nacquero le discordie, che durarono per secoli, a separare i cristiani in due partiti, gli uni a favore della sovranità, gli altri a favore della libertà ecclesiastica; e se questo furore di partito finalmente nella vita civile è tolto, ne rimane però sempre qualche seme, almeno presso degli scrittori che ne raccontano la storia. Non può, a mio parere, imputarsi a delitto se i vescovi, vedendo soggetta la loro città a un sovrano elettivo, indifferente per lo più al ben essere del suo popolo; vedendo il saccheggio, la rapina, la miseria essere diventati lo stato naturale e costante della città; non si può, dico, imputar loro a delitto, se, adoperando le pingui loro rendite per ripararne le mura, per assicurarne la difesa, con questo mezzo acquistarono la rispettosa riconoscenza del loro popolo. Né si può fare alcun rimprovero ai prelati se procurarono, colle forze acquistate e col loro credito, di accrescersi i mezzi per meglio difendere gli uomini della loro diocesi. Sin qui non si può che venerare la loro condotta. Vero è che al comparire di re migliori, avrebbero essi ottimamente operato, se, limitandosi al sacro loro ministero, avessero abbandonato le cure del regno al sovrano: ma dagli uomini non si può pretendere che, per essere rivestiti d'un carattere pio e santo, cessino d'essere uomini e si trasmutino in altrettante divinità. Ecco il modo col quale i vescovi diventarono potenti. Niente poi è più naturale del partito che allora presero i sovrani mischiandosi nelle elezioni de' vescovi, la scelta dei quali era essenziale per la sicurezza della loro corona; partito che non aveva l'appoggio della tradizione; contrario alle opinioni di quei tempi, ma assolutamente necessario per restare tranquilli sul trono. Questo turbamento essenzialissimo, che rovesciava dai fondamenti la gerarchia ecclesiastica non solo, ma la disciplina istessa e il costume; che faceva collocare sulle sede vescovile soggetti inettissimi e affatto indegni di ascendervi; che apriva un mercato alla simonia, e faceva diventare un articolo di finanza per il sovrano l'investitura de' vescovadi e de' beneficii; era un oggetto turpe e luttuoso, meritevole di riforma; e nessun altro poteva tentarla fuori che il sommo pontefice capo della Chiesa. L'impetuoso zelo di Gregorio VII fu spinto da questo universale disordine. In ogni cosa umana, quando si ha da combattere, si corre rischio di trascorrere più in là del giusto. Così è accaduto ai due partiti più di una volta, abusando delle circostanze favorevoli. Scegliendo i fatti della storia con impegno per un partito, e tacendo que' che non torna conto di ricordare, si trova una serie che prova e convince; tanto fecondi sono i casi favorevoli ora al sacerdozio ed ora al trono. Io non ardirò di mischiarmi nella gran contesa; tralascerei anzi di parlarne, se fosse possibile l'omettere nella storia di Milano i fatti importanti e più interessanti per la loro influenza: ma giacché la fatica che ho intrapresa, e il corso degli avvenimenti mi conducono a scrivere que' fatti che risguardano la città, io lo farò, mosso dal sentimento di compassione de' mali che da un tale dissidio sono nati; conoscendo il dissidio originato da una serie di cose che lo rendevano necessario; e sempre ricordandomi che la debolezza, la illusione e le passioni sono compagne degli uomini in tutti i secoli e in tutte le condizioni. Ma di ciò tratteremo nel capo seguente.

Per ora ci può servire, per avere idea del governo della città in quei tempi, un passo del Fiamma, che così c'insegna: Insuper archiepiscopus mediolanensis quosdam alios maximos redditus imperiali auctoritate recipiebat; quia super stratas regales, in exitu quolibet de comitatu, habuit teloneum, et dum intrabat aliquis extraneus in equo vel cum curru, aut pedibus, dabat telonario archiepiscopi, immo innumerabilibus telonarii scensum, et archiepiscopus tenebatur custodiri facere passus, et omnibus damnificatis intra territorium restituere de suo tantum quantum damna fuissent aestimata. Da queste parole molte cognizioni si ricavano. Primieramente il sovrano è sempre stato considerato il re d'Italia o l'imperatore, e da lui, o per tacita o per espressa concessione, doveva provenire ogni diritto pubblico per essere considerato legittimo. L'arcivescovo realmente non è stato mai sovrano di Milano, e mi sembra una favola evidente la pretesa donazione che si asserisce fatta dal re Lotario nel 949 della zecca di Milano all'arcivescovo; giacché due anni dopo quest'epoca le monete di Milano portarono il nome di Ottone, e dipoi degli Enrici, dei Federici, dei Lodovici, indi dei Visconti e degli Sforza, non mai ebbero il nome di verun arcivescovo trattone quello dell'arcivescovo Giovanni Visconti, che fu successore di Lucchino nella signoria di Milano, e che la dominò per titolo ereditario di sua famiglia, e non per la dignità ecclesiastica. Questa supposta donazione della zecca ha per appoggio una bolla di Alessandro III sommo pontefice, il quale poteva essersi ingannato nel suo fatto, e nella quale si considera come legittimo arcivescovo Manasse, sebbene tale non fosse. Questa bolla fors'anco è stata composta ne' tempi posteriori per altri fini, senza che il papa l'abbia spedita giammai. L'arcivescovo adunque riscuoteva per concessione del sovrano il tributo, e doveva l'arcivescovo istesso tenere difeso il contado, e risarcire del proprio i danni secondo la stima che ne venisse fatta. Il sistema fu introdotto dall'imperatore Ottone. Sappiamo che il tributo s'impone per supplire ai mezzi della difesa dello Stato. È strano il sistema che il sovrano confidi al pubblicano medesimo la cura della difesa: ma la sovranità elettiva d'un monarca per lo più lontano, in tempi ne' quali non si tenevano milizie stabilmente assoldate, poteva renderne il progetto spediente. Dovevano temersi le scorrerie degli Ungheri, e da essi forse avevano anche imparato i vicini a depredare. Non era sicuro il contadino di raccogliere e conservare la mèsse del suo campo. I Pavesi, Lodigiani, Novaresi e i Comaschi venivano furtivamente a predare i Milanesi; e questi altretanto facevano fuori de' confini. Non v'era giudice che avesse una giurisdizione estesa per punire il delitto commesso da un uomo che abitava fuori di contado. Perciò ogni distretto doveva essere custodito, e questa custodia era confidata all'arcivescovo, personaggio il più facoltoso e autorevole della città, ma non però l'arbitro di essa; poiché v'erano i messi ed i giudici regii, che potevano e dovevano condannare l'arcivescovo al rinfacimento, tosto che per negligenza di lui gli estranei avessero portato danno a un Milanese. L'autorità dei conti, che in origine comandavano la città in nome del sovrano, si andava indebolendo ogni anno. La potenza dell'arcivescovo non era dunque illimitata, anzi avendo preteso i fratelli dell'arcivescovo Landolfo, præ solito, civitatis abuti dominio, venne scacciato per questa insolita pretenzione l'arcivescovo dalla città, la quale, tempore Ottonis imperatoris primi, Bonizio...... virtute ab imperatore accepta, velut dux castrum procurando regebat.

Alcune usanze ed opinioni di quel secolo meritano di essere ricordate. Continuava l'usanza, siccome ho detto, di considerare alcuni uomini come servi: a questi si tagliavano i capelli, e quando volevansi manomettere, era costume di presentare il servo a un sacerdote, che lo faceva passeggiare in giro intorno dell'altare, e, dopo una tal cerimonia, l'uomo era considerato libero. Per fare un atto solenne di donazione il costume esigeva che si adoperasse un coltello e un bastone nodoso, un ramo d'albero, ovvero un pampino di vite. Qualche altra volta si adoperava per tale atto un'altra cerimonia, ed era di porre sulla terra la carta e il calamaio, e il donante li prendeva dal suolo e li poneva nelle mani del notaio, pregandolo a scrivere la donazione e autenticarla. Il lardo era molto in uso presso la plebe. Abbiamo più legati pii ai poveri, che dispongono di distribuirne. Uno di questi è nel testamento fatto dall'arcivescovo Andrea, in cui vuole che il suo erede, nel giorno anniversario di sua morte, pascere debeat pauperes centum, et det per unumquemque pauperem dimidium panem, et companaticum lardum, et de caseum, inter quatuor, libra una, et vino, stario uno. Nella chiesa di Sant'Ambrogio avevamo tre oggetti di opinioni capricciose: un antico marmo rappresentante Ercole, e si credeva che l'Impero doveva conservarsi sin tanto che quella scultura rimaneva al suo luogo: di ciò scriveva Fazio degli Uberti.

Hercules vidi, del qual si ragiona

Che, fin che'l giacerà come fa ora,

L'Imperio non potrà forzar persona.

Avevamo la sede vescovile marmorea nel coro, sulla quale ponendosi a sedere le donne incinte, credevano di non poter più correre alcun rischio nel parto. In terzo luogo si credeva che quel serpente di bronzo collocato sulla colonna dal buon arcivescovo Arnolfo, qual prezioso dono de' Greci, avesse la virtù di guarire i bambini dai vermi. Si credeva molto alle streghe, e si opinava ch'esse nulla potessero operare nelle case avanti le quali passavano le processioni delle Rogazioni; le quali sono assai antiche presso di noi. Quando le campagne avevano bisogno della pioggia si poneva una gran caldaia a fuoco in sito aperto; e vi si facevano bollire legumi, carni salate ed altri commestibili; poi si mangiava e spruzzavansi di acqua i circostanti. Nella vigilia del Santo Natale si faceva ardere un ceppo ornato di frondi e di mele, spargendovi sopra tre volte vino e ginepro; e intorno vi stava tutta la famiglia in festa. Questa usanza durava ancora nel secolo decimoquinto, e la celebrò Galeazzo Maria Sforza. Il giorno del Santo Natale i padri di famiglia distribuivano, sin d'allora, i denari; acciò tutti potessero divertirsi giuocando. Si usavano in quei giorni dei pani grandi; e si ponevano sulla mensa anitre e carne di maiale; come anche oggidì il popolo costuma di fare. V'è nell'archivio del monastero di Sant'Ambrogio una donazione, fatta nel 1013, da Adamo, negoziante milanese, all'abate del monastero; egli dona una casa, acciocché col fitto di essa i monaci comprino de' pesci, ed allegramente se li mangino nel giorno anniversario della morte di Falcherodo, monaco, e di Giovanni, prete: e ciò per sollievo dell'anima de' trapassati. Sono anche curiose le parole: Emant pisces ad refectionem et hilaritatem annualem in die anniversario obitus eorum Falkerodi monaci et Johanni presbytero, pro animarum eorum remedio, quo ipsis proficiat at gaudium et anime salutem. Si credeva da molti che giovasse al riposo della anime de' defunti l'accendere sulle tombe loro delle lampadi: Ut ipsa luminaria luceant pro anima ipsius. Altre donazioni ritrovansi colla condizione: Et faciat ardere in quadragesima majore super sepulturam ipsius quondam Andreae genitoris. Di varie superstizioni di quei tempi ne tratta la dissertazione dell'illustre Muratori, alla quale si può ricorrere per una più vasta erudizione.

Non v'è ai nostri giorni alcun giudice, per corrotto e meschino ch'egli si sia, che sfrontatamente ardisca di raccontare di avere venduta la sentenza. Allora l'imperatore Ottone III non ebbe difficoltà, in un diploma del 1001, di asserire di aver ricevuto dal vescovo di Tortona la metà dei beni disputati: Propter rectum judicium quod fecimus inter eum et Ricardum, ex jam praenominatis rebus. Facile è quindi il conoscere in quale stato fossero allora le leggi, la disciplina, le scienze. I vescovi erano soldati e vivevano più nelle armate che nella Chiesa. Così facevano gli abati. L'uso di decidere le questioni col preteso giudizio di Dio nel duello, sempre più rendevasi comune. I beni ecclesiastici si dilapidavano dagli stessi prelati; e così fece Landolfo, arcivescovo, il quale ecclesiae facultates et multa clericorum distribuit militibus beneficia; e più distintamente lo spiega l'altro storico nostro contemporaneo Landolfo: Pollicens illis omnes plebes, omnesque dignitates atque Xenodochia, quae majores ordinarii atque primicerius decumanorum, archipresbyteri, et cimiliarchi hujus urbis ecclesiarum tenebant, jurejurando asserens, pactum usque detestabile patratus. Io ripeterò più volte una verità che non sarà mai ripetuta abbastanza; cioè che le malinconiche declamazioni che si fanno contro i costumi del secolo in cui viviamo, suppongono una totale ignoranza della storia; e che, paragonando il tempo d'oggi ai tempi de' quali tratto, dobbiamo umilmente benedire e ringraziare l'Essere Eterno che ci ha riserbati a vivere fra uomini assai più colti e ragionevoli, sotto governi assai più saggi e benefici, diretti da un clero assai più dotto, costumato e pio, mentre il vizio e il delitto cautamente fra le tenebre serpeggiano (poiché la terra è la loro abitazione) ma non innalzano la temeraria fronte, né dettano precetti per confondere, come allora facevano, ogni idea di giustizia e di virtù.

Capitolo V

Dissensioni civili pel cambiamento della disciplina ecclesiastica dopo la metà del secolo XI

La rivoluzione di cui sono per trattare in questo capitolo, ha cagionato più di trenta anni di fazioni nella nostra città. Stragi, incendii, odii, scandali, risse, questa è la scena che ci si apre davanti. Vorrei cancellare dalla storia la memoria di que' tristi avvenimenti; ma essi influirono sopra i posteriori, e furono troppo lunghi ed importanti. Costretto a riferirli, io lo farò più colle parole altrui, che colle mie. La libertà ecclesiastica era stata depressa all'estremo dall'imperatore Enrico II, come già accennai. Il pontificato istesso di Roma già da una serie di anni era abbassato all'ultimo segno. Romano, console, duca e senatore di Roma, a forza di denaro si era fatto eleggere sommo pontefice col nome di Giovanni XIX nel 1024. Teofilato, di lui nipote, fanciullo ancora e appena cherico, a forza pure di denaro speso da' suoi parenti, gli succedette col nome di Benedetto IX. La vita libertina, le rapine, le crudeltà che esercitava, indussero i Romani a scacciarlo. L'imperatore Corrado, colle sue armi, lo collocò di nuovo sulla sua sede; ivi però, circondato dalla detestazione pubblica ben meritata, vendette il sommo ponteficato a prezzo d'oro all'arciprete Giovanni Graziano, che fu Gregorio VI. L'imperatore Enrico II, successor di Corrado, volle che Gregorio VI fosse deposto in un concilio a Sutri. Poi costrinse i Romani a riconoscere per sommo pontefice Svidger, vescovo di Bamberga, ch'egli aveva dalla Germania condotto in seguito, e si chiamò Clemente II. Morto questo, l'imperatore Enrico elesse a sommo pontefice Poppone, vescovo di Brixen, e lo spedì a Roma, dove ebbe nome Damaso II; a cui l'imperatore stesso in Worms destinò per successore Brunone di Egesheim, che fu in Roma chiamato Leone IX. Gli fu successore Geberardo, vescovo di Eichstat, scelto in Magonza, il quale in Roma si chiamò Vittore II. Così si facevano allora le elezioni. Ildebrando, nato nella Toscana, monaco in Roma, poi cardinale, viveva in que' tempi. Dotato di somma accortezza e di quella energia d'animo che caratterizza gli uomini grandi, fermo ne' suoi principii, audace, cautamente violento, fremeva nel mirare rovesciata la disciplina ecclesiastica, calpestata l'antica libertà delle elezioni canoniche, soggiogata l'Italia da continue invasioni, umiliata Roma all'obbedienza, e collocati sulle sedi vescovili uomini talvolta i più vili e i più indegni d'occupare quel sacro luogo. Ildebrando era nato a tempo, poiché il disordine era al colmo. L'evidenza de' mali pubblici, cresciuti a un dato segno, dispone gli uomini a desiderare e seguire una mente superiore riscaldata per una rivoluzione. In ogni altro tempo più placido l'inerzia prevale; e il vigoroso entusiasmo sbalordisce e dispiace. La stima de' Romani l'aveva innalzato a tale ascendente, che Vittore II era pienamente governato da lui; ch'egli creò, si può dire, Alessandro II; e che erano già quasi vent'anni ch'ei dirigeva il sommo pontificato quando vi ascese col nome di Gregorio VII, nome che ei rese famoso nella storia. Egli si propose di assoggettare alla chiesa romana la milanese; di rendere il papato potente colla soggezione de' vescovi, e così opporre alla forza dell'Impero la forza ecclesiastica riunita: mezzo che forse era il solo per allontanare la simonia nelle elezioni, e restituire alla Chiesa pastori degni dell'apostolato. La chiesa milanese era la più importante di ogni altra, per il numero grande delle chiese da essa dipendenti, per l'opinione antica, per la venerazione del suo rito e per l'influenza che aveva l'arcivescovo nella elezione del re d'Italia. In fatti vedremo con quanta ostinazione Ildebrando abbia seguitato il suo piano senza mutare giammai consiglio, malgrado le gravissime difficoltà che vi si frapposero.

(1056). Nell'anno 1056 era morto l'imperatore Enrico II, e restava collocato sul trono imperiale un bambino di sei anni, Enrico III, in mezzo alle turbolenze della Germania, sotto la tutela dell'imperatrice Agnese, di lui madre. Durante una lunga serie di anni l'Italia rimase come se non vi fosse un re, ed era libero il campo ai maneggi d'Ildebrando. Cominciarono essi appunto in quell'anno 1056. In quel tempo la chiesa milanese ordinava, siccome accennai, sacerdoti anche gli uomini che avevano moglie, e permetteva loro di convivere con essa. Non però ammetteva al sacerdozio coloro che fossero passati a seconde nozze, ovvero avessero presa per moglie una vedova. Non si proibiva poi che un sacerdote, rimasto vedovo, passasse a nuove nozze; ma gli restava sempre interdetto l'esercizio delle funzioni sacerdotali. Pretendevano i nostri sacerdoti che tale fosse il patrio rito sino dai tempi di sant'Agostino, il quale, come nella forma del Battesimo e in altra parte della liturgia aveva adottata la pratica della chiesa greca, così ne avesse accettata anche la disciplina, che accorda il matrimonio ai sacerdoti. Questa opinione è stata contrastata con molta erudizione dal nostro Puricelli in una sua dissertazione, in cui volle provare non avere mai sant'Ambrogio permesso il matrimonio ai sacerdoti. Citavano allora i nostri ecclesiastici un testo del santo dottore del suo primo libro de officiis ministrorum, con queste parole: De monogamia sacerdotum quid loquar? quum una tantum permittitur copula, et non repetita; et haec lex est non iterare conjugium. Ma questo passo ora si legge così: De castimonia autem quid loquar, quando una tantum nec repetita permittitur copula. Et in ipso ergo conjugio lex est non iterare conjugium. Non consta nemmeno che gl'impugnatori del matrimonio de' sacerdoti allora accusassero di malafede i nostri sacerdoti, che pubblicamente si appoggiavano a quella testimonianza; anzi in un'aringa pubblica si pretese allora che la seguente fosse dottrina di sant'Ambrogio: Virtutum autem magister apostolus est, qui cum patientia redarguendos docet et contradicentes, qui unius uxoris virum praecipiat esse, non quod exortem excludat conjugii, nam hoc supra legem praecepti est, sed ut conjugali castimonia fruatur absolutionis suae gratia; nulla enim culpa coniugii, sed lex. Ideo Apostolus legem posuit dicens: Si quis sine crimine est unius uxoris vir; ergo qui sine crimine est unius uxoris vir, teneatur ad legem sacerdotii supradicti; qui autem iteraverit conjugium, culpam quidem non habet coinquinati, sed' praerogativa exuitur sacerdotis. Questo passo del santo dottore ora si legge così: Virtutum autem magister apostolus est, qui cum patientia redarguendos doceat contradicentes; qui unius uxoris virum praecipiat esse, non quo exortem excludat conjugii (nam hoc supra legem praecepti est) sed ut conjugali castimonia servet ablutionis suae gratiam: neque iterum ut filios in sacerdotio creare apostolica invitetur auctoritate, habentem enim dixit filios, non facientem, neque conjugium iterare. Il testo odierno è precisamente contrario a quello che allora si allegava in pubblico, senza che alcuno accusasse chi lo citava, di mala fede; e gli scritti di sant'Ambrogio dovevano essere noti al clero ambrosiano, che faceva professione di conservare i particolari instituti di quel santo vescovo. In seguito a ciò, leggesi anche presentemente il passo in questi termini: Ideo apostolus legem posuit dicens: Si quis sine crimine est unius uxoris vir, tenetur ad legem sacerdotii suscipiendi: qui autem iteraverit conjugium, culpam quidem non habet coinquinati, sed praerogativa exuitur sacerdotis. Cresce anche al di più la difficoltà sul testo del santo dottore, osservando come poco dopo, a tal proposito, presentemente leggesi: Patres in concilio Nicaeno tractatus addidisse, neque clericum quemdam debere esse qui secunda conjugia sortitus sit; il che non si sa come spiegarlo, poiché ne' venti canoni del concilio Niceno nessuna menzione si fa de' cherici bigami; né è presumibile che il santo dottore Ambrogio ignorasse gli atti di quel primo concilio generale della Chiesa, che era celebrato appena settantun'anni prima del tempo in cui egli scriveva quelle parole; meno poi che allegasse l'autorità di quella celebre unione di trecento diciotto vescovi sopra un argomento di cui il concilio non avesse trattato. Il testo del santo padre allora era diverso da quello d'oggidì; quale sia la genuina lezione a me non appartiene il deciderlo. I nostri ecclesiastici allora interpretavano letteralmente i testi di san Paolo: Bonum est homini mulierem non tangere; propter fornicationem autem unusquisque suam uxorem habeat; e l'altro: Oportet ergo episcopum irreprehensibilem esse, unius uxoris virum, sobrium, prudentem, etc. Questa opinione, che attribuiva a sant'Ambrogio la disciplina favorevole al matrimonio de' sacerdoti, si vede ancora nell'antica cronaca di Dazio, riferita da Galvaneo Fiamma: In synodo Damasi Primi, centum quadraginta episcoporum, celebrata in Costantinopoli, ubi beatus interfuit Ambrosius, gravissima dissensio exorta est inter sacerdotes uxoratos ex una parte, et inter sacerdotes sine uxore viventes ex altera, qui sacerdotes sine uxore dicebant sacerdotes uxoratos salvari non posse. Summus pontifex hanc quaestionem commisit beato Ambrosio, qui sic ait: Perfectio vitae non in castitate, sed in charitate consistit, secundum illud apostoli: Si linguis hominum loquar et angelorum etc. Ideo lex concedit sacerdotes semel virginem uxorem ducere, sed conjugium non iterare. Si autem, mortua prima uxore, sacerdos aliam duxerit, sacerdotium amittit. Questa opinione durava ancora al principio del secolo decimoquarto, quando scriveva Pietro Azario, il quale, descritta che ebbe la gerarchia ecclesiastica di Milano, aggiunge: Iis omnibus benedicens beatus Ambrosius, una uxore uti posse concessit, qua defuncta et ipsi vidui in aeternum permanerent. Quae consuetudo duravit annis septingentis usque ad tempora Alexandri papae, quem civitas Mediolani genuerat. E anche un secolo dopo così credevasi; di che ci fanno testimonianza le seguenti parole del Corio, e concesse loro che potessero avere moglie vergine, la quale morendo, restassero poi vedovi, come chiaramente si legge nella prima a Timoteo; parole che trovansi nelle prime edizioni di Milano 1503, e di Venezia 1565, ma che si tralasciarono nelle posteriori ristampe. Quantunque questa opinione di sant'Ambrogio sia considerata erronea; e la pratica di ammettere al sacramento dell'ordine le persone che avevano già il sacramento del matrimonio, si risguardi come un abuso introdottosi posteriormente; egli è però certo che i sacerdoti che vivevano nel 1056, erano nati ed allevati con questo costume e con questa opinione che il matrimonio fosse permesso agli ecclesiastici, e che, almeno da cento anni, tale fosse la loro pratica; il che lo attesta il conte Giulini, che pure è poco amico di que' nostri ecclesiastici: così egli: Non era così antico, a mio credere, come quello della simonia, nella nostra città l'altro abuso del matrimonio degli ecclesiastici, non avendone io trovato qualche indizio che nel secolo decimo.

Quand'anche io credessi migliore la disciplina ecclesiastica che permette le nozze ai sacerdoti, dell'altra che impone loro l'obbligo del celibato, io tacerei per riverenza verso della Chiesa, che ha stabilito generalmente il secondo. Ma tutto bene esaminato, parmi che il celibato sia lo stato più conveniente ed opportuno agli ecclesiastici; perché meno legami gli attaccano alle brighe della società; più imparziali e liberi conservansi nell'esercizio del santo loro ministero; più tranquillità loro rimane per occuparsi negli studi sacri; minori ostacoli hanno d'intorno, e possono interamente consacrarsi al bene degli uomini; i beneficii ecclesiastici possono essere ripartiti ai poveri, senza che i sentimenti della natura verso i figli allontanino il beneficiato dal distribuirli; finalmente i figli degli ecclesiastici, che vivono co' beni della Chiesa, contraggono con una eduzione civile i bisogni ai quali totalmente viene a mancare la base colla morte del padre, e corre pericolo la società di avere pessimi cittadini, a meno che le cariche ecclesiastiche non diventassero feudi transitorii ne' figli. Quest'ammasso di ragioni mi persuaderebbe in favore del celibato, per i pochi cittadini trascelti per servire al ministero dell'altare, anche allor quando si disputasse se convenga non ammettere se non uomini che siano determinati a questo genere di vita giudicato più perfetto, e più dal popolo riverito. Ma questo non mi induce però a chiamare i sacerdoti della chiesa milanese di que' tempi concubinari, siccome in questi ultimi tempi sogliono fare alcuni; poiché essi né difendevano il concubinato, né generalmente erano accusati di questo; e nemmeno li chiamerò incontinenti, eretici, scismatici, nicolaiti, voci adoperate per un male inteso zelo, poiché nessun rimprovero venne loro fatto sul loro dogma. La questione è stata unicamente per la disciplina del celibato, che da noi non si credeva una condizione essenziale per il sacerdozio. Posto così lo stato della questione nel suo vero aspetto, vediamo ora per quai mezzi Ildebrando abbia incominciata in Milano la rivoluzione che si era prefissa.

Già nell'anno 1021, siccome dissi, erasi da Benedetto VIII, nel concilio di Pavia, coll'autorità anche del re Enrico, fatta la legge che obbligava al celibato i sacerdoti. Anselmo da Baggio, ordinario cardinale della santa chiesa milanese, uomo di merito e di nascita distinta, e che godeva in Milano, sua patria, moltissima considerazione, fu il primo che cominciasse da noi a disapprovare il matrimonio degli ecclesiastici. Sappiamo che gli ecclesiastici erano del partito de' nobili, e nobili essi medesimi comunemente. I discorsi di Anselmo stavano per cagionare dei torbidi nella città, dove le inimicizie fra i nobili e i plebei erano sopite, piuttosto che spente; e i popolari, prontissimi a cogliere l'occasione di umiliare gli ottimati. L'arcivescovo Guidone si adoperò in modo che l'imperatore Enrico II creasse Anselmo vescovo di Lucca; e per tal mezzo (che nelle circostanze era, se non il solo, almeno il più saggio e il più mite) credette di avere allontanato il pericolo di un fermento nella città. Anselmo da Baggio poi fu sempre ligio d'Ildebrando; con esso venne in Milano, siccome vedremo in seguito; e non dimenticò mai l'oggetto di sottomettere l'arcivescovo alla giurisdizione romana, finché fu innalzato al sommo pontificato per opera d'Ildebrando, col nome d'Alessandro II. Credette l'arcivescovo di essersi assicurata la tranquillità coll'allontanamento dell'eloquente Anselmo. Ma se non si trovò un uomo di quella autorità, non perciò mancarono altri che decisamente cercarono di animare il popolo contro degli ecclesiastici. Tre uomini si collegarono, Arialdo, Landolfo e Nazaro: Arialdo era diacono; nessuno storico lo nega; Landolfo era cherico, se osserviamo quanto ne scrisse il beato Andrea; non era in modo alcuno ecclesiastico, se crediamo allo storico Arnolfo. Nazaro era uno zecchiere assai ricco, de' quali due compagni di Arialdo, uno con l'autorità, l'altro col danaro diede molto vigore al partito de' buoni, dice il conte Giulini. Convien credere che appunto questo fosse il solo appoggio che Nazaro diede al partito; poiché di lui in nulla si fa menzione, né io più lo nominerò. I due che figurarono furono Arialdo e Landolfo. Sono concordi i due partiti nell'asserire che Landolfo fosse uomo di nascita nobile; discordano sulla famiglia di Arialdo, gli uni volendola plebea, e gli altri al contrario. Arnoldo, che viveva, in que' tempi, così comincia il racconto di questa dissenzione: Hac eadem tempestate horror nimius ambrosianum invasit clerum... ... cujus initium et seriem, quum res nostris adhuc versetur in oculis, prout possumus enarremus... Quidam igitur ex Decumanis, nomine Arialdus, penes Widonem Antistitem multis fotus deliciis, multisque cumulatus honoribus, dum litterarum vacaret studio, severissimus est divinae legis factus interpres, dura exercens in clericos solos judicia. Qui quum modicae foret auctoritatis, humiliter utpote natus, prævidit applicare sibi Landulphum, quasi generosiorem, et ad hoc idoneum, familiaris ejus factus assecla. Landulphus vero, quum esset expeditioris linguae ac vocis, nimiusque favoris amator, repente dux verbi efficitur, usurpato sibi, contra morem Ecclesiae, prædicationis officio. Hic, quum nullis esset ecclesiasticis gradibus alteratus, grave jugum sacerdotum imponebat cervicibus, quum Christi suave est, et ejus leve sit onus. Landolfo adunque dai privati discorsi passò ai pubblici, e lo storico istesso ci ha trasmessa la prima parlata con cui eccitò la plebe a disprezzare gli ecclesiastici, ed a saccheggiare le case loro. Ella è la seguente: Carissimi seniores, conceptum in corde sermonem ultra ritenere non valeo. Nolite, domini miei, nolite adolescentis et imperiti verba contemnere; revelat enim saepe Deus minori, quod denegat majori. Dicite mihi: creditis in Deum trinum et unum? Respondent omnes: credimus. Et adjecit. Munite frontes signo Crucis. Et factum est. Post haec, ait. Condelector vestrae devotioni, compatior tamen imminenti magnae perditioni. Multis enim retro temporibus non est agnitus in hac urbe Salvator. Diu est quod erratis, quum nulla sint vobis vestigia veritatis; pro luce palpatis tenebras, caeci omnes effecti, quoniam caeci sunt duces vestri. Sed numquid potest caecus caecum ducere? nonne ambo in foveam cadunt? Abundant enim stupra multimoda; haeresis quoque simoniaca in sacerdotibus et levitis, ac reliquis sacrorum ministris, qui, quum nicolaitae sint et simoniaci, merito debent abjici, a quibus si salutem a Salvatore speratis, deinceps omnino cavete, nulla eorum venerantes officia, quorum sacrificia idem est ac canina sint stercora, eorumque basilicae jumentorum praesepia. Quamobrem, ipsis amodo reprobatis, bona eorum publicentur. Sit facultas omnibus universa diripiendi ubi fuerint in urbe vel extra. Gli editori della raccolta Rerum Italicarum credono che quest'aringa sia una prova di eloquenza dello storico, e che unicamente Landolfo, parlando al popolo, acremente declamasse contro il matrimonio de' preti: acriter intonuisse; ma non producono alcuna ragione. La storia ci fa vedere che in seguito il popolo saccheggiò le case degli ecclesiastici; e se crediamo a questo autore, che scriveva mentre attualmente accadevano le cose: Quum res nostris adhuc versetur in oculis, si vede che erano vaghe e generali le accuse per eccitare il popolo contro del corpo ecclesiastico. Landolfo il Vecchio, altro nostro scrittore di quei tempi, così più in breve ci descrive l'origine della dissenzione: Arialdus, cujusdam superbiae zelo gravatus, qui paulo ante de quodam scelere nefandissimo accusatus, et convictus ante Guidonem, adstantibus sacerdotibus hujus urbis multis, et partim quia urbani sacerdotes, forenses togatos urbem intrare minime consentiebant, et ecclesias civiles illis habere nisi per tonsuram illis non permittebant, per omnia occasionem quaerebat qualiter omnes sacerdotes ab uxoribus, populi virtutem sollicitando, removeret. Il conte Giulini a questo passo aggiugne: Quanto al delitto che gli appone il maligno scrittore, si scuopre questa per una mera calunnia, osservando che Arnolfo, storico nemico egualmente di sant'Arialdo, nulla affatto ne dice. Oltreché, se fosse stato vero, non avrebbe lasciato Landolfo di spiegarne meglio le circostanze per renderlo credibile. Ma anche senza badare a ciò, la santità di quel buon servo di Dio in tutto il resto della sua vita lo difende abbastanza da tale manifesta impostura. I due nostri scrittori Arnolfo e Landolfo Seniore sono i soli che abbiamo di quel tempo. Essi erano stati testimonii, e forse partecipi delle miserie nelle quali venne ingolfata la città per queste dissenzioni: essi erano animati contro coloro che ne furono la cagione. È naturale altresì il supporre che essi fossero affezionati alla disciplina che avevano trovata in uso presso de' loro padri; e questo basterà perché non venga loro prestata ciecamente credenza nel male che dicono di Arialdo e di Landolfo. Se si fosse allora trattato unicamente di repristinare o dilatare la disciplina del celibato anche nella chiesa milanese, e non ammettere agli ordini sacri in avvenire se non coloro che si obbligassero alla vita celibe, la questione si sarebbe potuta discutere pacificamente: ma volendosi rimovere dall'altare i sacerdoti ammogliati, ognuno vede in quale angustia venivano riposti e i sacerdoti e i parenti delle loro mogli. Il metodo migliore per conoscere lo spirito dei partiti si è l'attenerci ai fatti non contrastati, e non far caso delle declamazioni.

Tra i fatti accordati dagli scrittori dell'uno e dell'altro partito, evvi il seguente: Arialdo, in un giorno solenne, radunò sulla piazza un buon numero di popolo, e alla testa della moltitudine entrato nella chiesa, mentre i sacerdoti celebravano i divini uffici, violentemente scacciolli tutti dal coro, e perseguitolli in tutt'i canti e rispostigli; poscia dispose un editto in cui si comandava il celibato, e costrinse gli ecclesiastici a sottoscriversi. Frattanto si saccheggiarono le case degli ecclesiastici ed alcune si diroccarono. Arnolfo così lo racconta: Die una solemni ad ecclesiam veniens [parla di Arialdo] cum turbis a foro, psallentes omnes violenter projecit a choro, insequens per angulos et diversoria; deinde providet callide scribi Pytacium de castitate servanda, neglecto canone, mundanis extortum a legibus, in quo omnes sacri ordines ambrosianae dioecesis inviti subscribunt, angariante ipso cum laicis. Interim praedones civitatis, praeter aedes aliquas in urbe dirutas, lustrabant parochiam, domos clericorum scrutantes, eorumque diripientes substantiam. Al qual passo di Arnolfo il conte Giulini così riflette: Era per altro ben giusta cosa che quegli ecclesiastici viziosi ed ostinati i quali non volevano cangiar vita, venissero castigati anche col braccio secolare. Egli è ben vero che i rimedi violenti non vanno per l'ordinario disgiunti da qualche disordine; ma pure talora sono necessari; il che suppone che quegli ecclesiastici fossero viziosi e legalmente provati tali; che il loro vizio fosse della classe di quelli che sono sottoposti al braccio secolare; che Arialdo fosse rivestito della pubblica autorità, che legittimamente lo costituisse vindice della disciplina; e finalmente che il modo per esercitare questa magistratura fosse legale, movendo la plebe a tumulto, profanando l'asilo del sacro tempio, e scacciandone i ministri: cose tutte che non mi paion vere. Ridotto adunque lo scandalo a questo eccesso, dopo di aver sin da principio adoperati tutti i mezzi possibili per guadagnarsi Arialdo e Landolfo, Guidone arcivescovo doveva ricorrere al mezzo che i sacri canoni proponevano, cioè alla convocazione d'un concilio in cui, radunati i vescovi suffraganei ed ascoltate le ragioni dell'una e dell'altra parte, si decidesse la questione, si restituisse la pace alla Chiesa, e il popolo ritornasse alla riverenza de' pastori. Così appunto fece l'arcivescovo. Ma siccome il furore dei partiti rendeva troppo pericoloso il soggiorno di Milano, venne radunato il sinodo in Fontaneto, luogo del Novarese. Furono avvisati Arialdo e Landolfo di comparire al concilio, ed ivi esporre la loro dottrina e le querele contro del clero. Ma né Arialdo né Landolfo vollero presentarvisi, e quindi vennero da quel sinodo scomunicati. Questa scomunica sconcertò i disegni di Arialdo e del compagno Landolfo. La storia c'insegna quanto obbrobriosa e precaria fosse in que' tempi l'esistenza di quell'infelice sul quale era stato pronunziato l'anatema. Arialdo perciò abbandonò Milano e portossi a Roma nel 1057, ove dal sommo pontefice Stefano X venne accolto con molta onorificenza. Landolfo aveva presa la strada medesima, e le insidie che trovò nelle vicinanze di Piacenza fecero che ritornasse ferito in Milano. Allora sembrava ritornata la quiete nella città.

Non poteva il cardinale Ildebrando, motore, siccome dissi, di questa rivoluzione, essere contento della sentenza proferita dal concilio di Fontaneto; per cui presso il popolo veniva screditato il partito contrario agli ecclesiastici e confermata la loro disciplina. Il fine era di sotto mettere alla giurisdizione di Roma la chiesa milanese: mezzo unico forse, come accennai, per impedire le elezioni simoniache e collocare prelati migliori al reggimento della Chiesa, alla quale non era più possibile lo restituire l'antica libertà, toltale dal potere dei re. Ildebrando istesso venne a Milano, e condusse con seco il vescovo di Lucca Anselmo da Baggio, primo autore della novità. L'arrivo de' due legati, che opravano in nome del sommo pontefice Stefano X, risvegliò più che mai le fazioni. La discordia era cresciuta a segno ch'era diventata guerra civile, e sì da un partito che dall'altro le fazioni insieme crudelmente combattevano: i legati, temendo il furore del popolo, adunati di nascoso quanti cittadini potettero, dichiararono simoniaco Guidone arcivescovo, e detestabili tutte le sue operazioni; così il conte Giulini: al che aggiugne questo pio e cauto scrittore che lo storico Landolfo Seniore, che ci narra il fatto, essendo nemico de' legati, è sospetto di parzialità. Si dee credere che la loro condotta sarà stata molto più regolare di quello che l'appassionato storico non la dipinga; e che non saranno giunti ad una sì rigorosa sentenza se non dopo un maturo esame, e dopo aver perduta ogni speranza di ridurre l'arcivescovo a qualche onesto accomodamento. L'animosità di deprimere la chiesa ambrosiana era allora tale in Roma, che nemmeno più si volle permetter dal papa che i monaci di Monte Cassino usassero del canto ambrosiano, che è il più antico della chiesa latina; e venne ordinato che introducessero un nuovo canto. I due legati partirono, lasciando la città immersa più che mai nella discordia. Arialdo era ritornato. Varii rimproveri gli furono detti pubblicamente. Un sacerdote così lo apostrofò: Numquid tu solus per execrabilem Pataliam, et quamplurima sacramenta prava et detestabilia, populi flammam, quae impetu ut mare versatur, super nos accendis?. Da altro ecclesiastico distino era stato così ripreso: Dum hujus inauditae Pataliae placitum cogitasti commovere, qualiscumque intentionis esses, ab aliquo religioso viro prius multis cum jejuniis debuisses consiliari. La voce patalia era quella colla quale si qualificava una dottrina nuova e discordante dalla opinione ortodossa; e coloro che sostenevano opinioni riprovabili chiamavansi patalini, patarini o catari, come oggidì chiamansi novatori. Così i due partiti, protestando ciascuno di sostenere l'ortodossia, vicendevolmente accusavano gli avversari di prevaricare, e si ingiuriavano a vicenda co' nomi di nicolaiti e di patarini. Le risse, i saccheggi, i tumulti sempre continuavano, anzi andavano frattanto crescendo. Il partito d'Arialdo, rinvigorito dalla sentenza de' legati, s'ingrossò col numero de' plebei animati ad umiliare i nobili, e l'accanimento giunse a segno che molti nobili, non avendo più forza per sostenere i sacerdoti, dovettero allontanarsi dalla città, e ritrovarsi un asilo tranquillo nelle terre: Ast nobiles urbis, quorum virtute sacerdotes paulo ante tuebantur, nimia ira et indignatione commoti, alii urbem exiebant, alii ut procellosae calamitati finem imponerent, tempus expectabant. Abbandonati così gli ecclesiastici, il partito della plebe si era unito ad Arialdo; ed è facile l'immaginarsi quale doveva essere lo stato civile e religioso di Milano in quel tempo del quale, e del potere d'Arialdo allora, e del suo partito, dice lo storico nostro Tristano Calchi, che era forte: Fere cunctorum civium concursu, qui clericorum probra libenter audiebant: alii inopia, vel aere alieno pressi, et spem omnem in praeda et rapinis locantes, nihil minus quam pacem et civitatis concordiam optabant.

La sedizione era giunta al colmo, e il partito fomentato da Ildebrando aveva depresso gli avversari. Era giunto il momento opportuno per assoggettare la chiesa di Milano. Se i primi legati, incontrato l'ostacolo de' nobili e de' fautori del clero, ancora capace di sostenersi (per lo che non senza pericolo dimorarono in Milano) prontamente se ne partirono, condannando, siccome dissi, l'arcivescovo; ora la venuta de' legati doveva essere più sicura, e la loro commissione più facile ad eseguirsi. Ciò non ostante non trovò a proposito di venirvi il cardinale Ildebrando. Furono destinati a quest'ufficio nuovamente Anselmo da Baggio, vescovo di Lucca (il primo autore, come si disse, del partito) e gli si assegnò per compagno il vescovo d'Ostia, Pietro di Damiano, che è conosciuto col nome di san Pier Damiano. Questa nuova legazione accadde l'anno 1059. Sebbene però Ildebrando non venisse ad eseguire l'impresa, egli interamente la diresse, come ce ne fanno fede le lettere di san Pier Damiano a lui indirizzate su di questa negoziazione. Non si potevano trascegliere due legati più opportuni per ottenere l'intento. Il primo cospicuo nostro cittadino, appoggiato a' parenti ed a clientele; l'altro, eloquente, dotto e d'una pietà celebratissitna. Non perciò fu la cosa senza qualche difficoltà, e questa la ritroviamo in una delle lettere scritte da san Pier Damiano al cardinale Ildebrando: Factione clericorum repente in populo murmur exoritur. Non debere ambrosianam ecclesiam romanis legibus subjacere, nullumque judicandi, vel disponendi jus romano pontifici in illa sede competere. Nimis indignum, inquiunt, ut quae sub progenitoribus nostris semper fuit libera, ad nostrae confusionis opprobrium nunc alteri, quod absit, Ecclesiae sit subjecta! Così scriveva il vescovo d'Ostia. Questa fazione naturalmente sarà nata, perché il partito medesimo della plebe secondava le mire di Roma, sin tanto che queste la conducevano alla depressione dei nobili, ch'erano stati incauti a segno di opprimerla; ma un impegno nazionale poi la rendeva ritrosa nel secondarle, per assoggettare la Chiesa propria alla giurisdizione della romana. Il vescovo d'Ostia avendo cercato nelle funzioni solenni di precedere al nostro metropolitano, il popolo se ne sdegnò. Cominciarono a vedersi dei torbidi; quindi i legati cautamente temperarono la pompa, e si posero a sbrigare sollecitamente gli affari. Imposero varie penitenze ad alcuni, differirono a giudicare di altri in migliore occasione; furono mutate le antiche costumanze, introdotte leggi nuove, e col favore del partito furono costretti l'arcivescovo e gli ordinari di porvi il loro nome. Così di san Pier Damiano scrive il Calchi: Deinde fasto legationis inflatus voluit se in publicis actionibus archiepiscopo nostro praeferre: sed populus in propria dioecesi temerari ambrosianam dignitatem non laturus, frendere, ac tumulum circa facere coepit. Eo metu deterritus Ostiensis proposito destitit, et quae instabant negotia confecit: atque iis qui quid deliquerant, pro magnitudine delicti, varias ultor poenas irrogabat: alios, dilatione data, in aliud judicium reservabat. Denique, ut novus censor, et rerum nostrarum arbiter, veteres consuetudines mutat; novas leges inducit; litteris signisque suis adfirmat; iisdem ut subscriberent archiepiscopus et ordinarii Mediolani, incitata multitudine nî obsequerentur, effecit. Queste pene, delle quali fu dispensatore san Pier Damiano, furono date ai simoniaci; poiché, per un abuso assai antico, si gratificava dagli ordinandi il vescovo che li consacrava, e davano per essere suddiaconi duodecim nummos, diciotto per essere diaconi, e ventiquattro per il presbiterato: sul qual proposito così scrive il conte Giulini: A coloro che avevano pagato la solita tassa già stabilita ab antico, e che quasi non sapevano che ciò fosse peccato, furono dati cinque anni di penitenza, nel qual tempo dovevano due giorni ogni settimana digiunare in pane ed acqua, e tre giorni nelle settimane delle due quaresime, cioè quella avanti il Natale, e quella avanti Pasqua, ecc.. Questa sommissione poco spontanea diede motivo allo storico Arnolfo di esclamare: O insensati Mediolanenses! Qui vos fascinavit? Heri clamastis unius sellae primatum: hodie confunditis totius Ecclesiae statum: vere culicem liquantes, et camelum glutientes. Nonne satius vester hoc procuraret episcopus? Forte dicetis: veneranda est Roma in apostolo. Est utique: sed nec spernendum Mediolanum in Ambrosio. Certe certe non absque re scripta sunt haec in Romanis Annalibus. Dicetur enim in posterum subjectum Romae Mediolanum. Così Arnolfo, che viveva in que' tempi: il di cui passo riferendosi dal conte Giulini, vi aggiugne: Se Arnolfo e gli altri nostri ecclesiastici in que' tempi credevano che la città milanese non fosse punto soggetta alla romana, vivevano in un grandissimo errore. Egli è ben vero che prima la chiesa romana non esercitava tanto la sua giurisdizione sopra la milanese, quanto l'esercitò dipoi; ma ciò fu utile cosa, anzi necessaria, acciò non nascessero in avvenire i disordini che già eran nati dianzi: onde questa mutazione nella gerarchia ecclesiastica, di cui il citato storico fa tanto romore, non fu se non vantaggiosa alla chiesa ambrosiana, la quale perdette, a dir vero, alcun poco della primiera libertà, ma acquistò un miglior regolamento, e maggiore quiete e felicità. Appena l'arcivescovo Guidone fu dai legati pontificii assoggettato, che dal sommo pontefice Nicolò II venne chiamato a Roma per intervenire ad un sinodo: Ecce metropolitanus vester, prae solito, romanam vocatur ad synodum, dice Arnolfo, continuando l'apostrofe ai Milanesi; ed il conte Giulini a questo passo dice: anche qui Arnolfo doveva parlare con maggior moderazione, perché non era cosa insolita affatto che il sommo pontefice invitasse l'arcivescovo di Milano ai concilii. Il dotto conte Giulini, che per altro non tralascia di esporre le più minute circostanze nei fatti, che esamina e che con molto ordine e chiarezza è solito di porre in vista le ragioni delle opinioni che avanza, non ha allegato alcun fatto che provi come fosse stata in prima soggetta alla giurisdizione romana la chiesa milanese; né ha nominato alcuno arcivescovo che siasi portato a Roma per un concilio. Anzi non solamente non ne ha dato cenno in quel luogo, il che pure sarebbe stato opportuno per ismentire uno storico di quel secolo, ma nemmeno nei tre secoli precedenti, dei quali con tanta esattezza egli ha posto in ordine le notizie, non vi si legge alcun fatto che dia valore ai rimproveri ch'egli fa ad Arnolfo. In quest'ultimo caso non si tratta di un invito trascurato dall'arcivescovo, ma di una chiamata, alla quale dovette obbedire portandosi a Roma, ove fu obbligato a giurare sommissione ed obbedienza al papa; avvenimento sul quale poi lo stesso conte Giulini ha ragionato così: non può negarsi che allora il sommo pontefice non ottenesse molti punti importantissimi, con cui venne a dilatare non poco l'uso della sua giurisdizione sopra dell'arcivescovo di Milano. Il primo fu che il nostro prelato, chiamato a Roma ad un sinodo, prontamente vi si portasse; il secondo, ch'egli promettesse solennemente ubbidienza al papa; cosa che prima di Guidone non si era, ch'io sappia, mai praticata; il terzo finalmente, che ricevesse da lui l'anello; quando il costume o l'abuso di quei tempi portava di riceverlo dal sovrano. Pure siccome tutte queste pretensioni del sommo pontefice erano giuste, così fu giusto che l'arcivescovo le accordasse.

I castighi che avevano dati i legati apostolici cadevano principalmente sopra i simoniaci; cioè sopra quelli ecclesiastici che avevano pagata la solita retribuzione per essere ordinati. Continuavano per altro gli ammogliati a vivere colle loro mogli e figli, e sembrava che quasi fosse dimenticata la questione sul matrimonio de' sacerdoti. (1061) Qualche riposo ebbe la nostra città frattanto sino al 1061; anno in cui morì il papa Nicolò II, e per opera del cardinale Ildebrando fu innalzato alla sede pontificia il vescovo di Lucca, Anselmo da Baggio, che prese il nome, siccome ho detto, di Alessandro II. Lo storico nostro Tristano Calchi, ad altra opportunità nominando Ildebrando, così parla di lui: Id quod maxima arte et astutia Hildebrandi monaci factum traditur, qui Soana Haetruriae urbe uriundus, promptitudini ingenii non mediocrem sacrarum litterarum eruditionem junxerat; et statim ob ingens meritum in ordinem cardinalium adscitus fuit: et cum vigore animi cunctis praestaret, facile primarium locum inter sacerdotes obtinuit. Maggiore accortezza non poteva certamente adoperarsi per consolidare la dipendenza da Roma, quanto il creare papa un Milanese; obbedendo al quale, il popolo, che poco vede e prevede pochissimo, non si accorgesse di obbedire ad una estranea giurisdizione. Appena dopo che fu creato, papa Alessandro II scrisse una lettera: Omnibus Mediolanensibus clero, et populo, nella quale, dopo molte affettuosissime espressioni, diceva: Speramus autem in Eo qui de virgine dignatus est nasci, quia nostri ministerii tempore sancta clericorum castitas exaltabitur, et incontinentium luxuria cum caeteris haeresibus confundetur. Questo fu un avviso che precorse le nuove imprese contro de' sacerdoti ammogliati; la tranquillità dei quali da due anni goduta si può attribuire anche alla lunga malattia di Landolfo, che fu il primo, siccome abbiamo veduto, ad animare la plebe colla parola. Ma egli, dopo di avere perduta la voce per molti mesi, finalmente dovette soccombere. Arnolfo lo attribuisce a punizione del cielo, che, per avere colla parola peccato, gli facesse soffrire un tal genere di malattia: Quum vero placuit Altissimo, qui renes scrutatur et corda, ille qui alienam diu meditatus fuerat lassitudinem et inopiam, doluit sui ipsius aegritudinem: quumque langueret biennio pulmonis vitio, vocis privatur officio, ut in quo multos affecerat, in eo quoque deficeret, dicente Scriptura: per quae quis peccat, per haec et torquetur. Sed ne mortuos accusare videamur, de illo penitus taceamus. San Pier Damiano gli ricordò di mantenere il voto che aveva fatto a Dio, di prendere l'abito monastico; voto che Landolfo fece nell'occasione d'un tumulto popolare che lo aveva posto in angustia. Questo si raccoglie dalla lettera di san Pier Damiano, la quale trovasi al lib. V delle sue epistole, ed è diretta: Landulfo, clerico et senatorii generis, et peritiae litteralis nitore cospicuo. Landolfo non si fece monaco. Taluno sostenne che Landolfo servisse meglio Dio non facendosi monaco, e occupandosi, come fece, in Milano. Il cardinale Baronio lo ascrive nel catalogo de' santi. La Chiesa però non rende verun culto a Landolfo, il di cui merito, e come cristiano e come cittadino, resta un libero soggetto di esame.

Sarebbe restato inoperoso il partito contrario agli ecclesiastici in Milano, se il solo Arialdo doveva tenerlo in moto. In fatti la malattia e la morte dell'accreditato Landolfo avevano calmata la fazione contraria al matrimonio de' preti. Un fratello del morto Landolfo trovavasi a Roma: il suo nome era Erlembaldo; egli era milite, e portato per il mestiere delle armi; il papa Alessandro II lo destinò a tener luogo del fratello. Quel papa che, scrivendo ai Milanesi suoi concittadini, gli aveva chiamati Vos autem, dilectissimi, membra mea, viscera animae meae, armò solennemente campione della santa chiesa romana Erlembaldo; gli consegnò un vessillo in un concistoro; gl'impose che si portasse a Milano, che si unisse con Arialdo, e che combattesse sino allo spargimento del sangue. Venne a Milano Erlembaldo; si unì con Arialdo; cominciarono le fazioni, e il papa contemporaneamente spedì un ordine che nessuno potesse ascoltare la messa di un prete ammogliato, la qual proibizione, dice il conte Giulini, dee singolarmente notarsi, perché cagionò i più gravi rumori in questa città. (1063) Questo avvenne l'anno 1063, che era il settimo della guerra civile. Rianimatosi con tali aiuti il partito di Arialdo, si pose egli a combattere generalmente tutt'i riti della chiesa ambrosiana; e predicando dopo la festa dell'Ascensione ne' giorni nei quali, secondo l'antichissimo nostro rito, si fanno le processioni e il digiuno, che chiamiamo le Litanie e le Rogazioni: Inanem esse ritum dictitat, nulla Christi vel discipulorum instituitione traditum; ab antiquis tantum idolorum cultoribus usurpatum, qui vere ambire agros in honorem Bacchi, Cererisque solebant; così il nostro Tristano Calchi ci riferisce aver sostenuto Arialdo, che quel digiuno e quelle pie processioni non fossero cristiane, ma un avanzo del gentilesimo. Predicò adunque biasimando quella penitenza, e invitando il popolo a pascersi bene e rallegrarsi nel tempo pasquale. Non è punto da maravigliarsi se a tale invito il popolo lo abbandonasse, anzi si rivoltasse contro di lui. La morale severa predicata concilia partito, perché si crede santa, e perché ognuno ama che generalmente gli uomini la pratichino; chi predica il contrario, perde la stima e viene riguardato come un seduttore pericoloso. Declamando in favore del celibato, ebbe fautori; declamando contro il digiuno, rimase in preda al furore del popolo, dal quale fu ridotto a mal partito, e tale, che non si sarebbe salvato, se non fosse opportunamente accorso Erlembaldo. La chiesa nella quale predicava Arialdo è la canonica che sta fuori del ponte di porta Nuova. Ivi corse il popolo con furore. Mal per lui, dice il conte Giulini, se si fosse trovato colà, che il furor del popolo non gli avrebbe lasciata la vita; e male per que' santi edifizi, se non accorreva prontamente sant'Erlembaldo con gli altri fedeli armati, i quali posero in fuga gli ammutinati, e fecero rendere alla Chiesa quasi tutto ciò che l'era stato rapito. Né questo avvenimento rallentò punto l'ardore di Arialdo; il quale poco dopo, vedendo nella chiesa un sacerdote che cominciava la messa, e sapendosi che aveva moglie, si credé lecito di strappargli i paramenti d'indosso, e scacciarlo dall'altare, per lo che il popolo, fremendo, se gli avventò, e fortunatamente ottenne d'essere ascoltato, e con tal mezzo salvarsi. Di questi fatti ne era continuamente informato il cardinale Ildebrando, che era l'arbitro sotto un papa creato da lui, e da Roma riceveva Erlembaldo sæpe numero legationes, e lettere apostolicis praenotatas sigillis, come ci assicura Arnolfo. Ma questi due contrari moti del popolo nuovamente cagionarono alcuni mesi di calma; nel qual tempo Erlembaldo portossi a Roma.

(1066) Il ritorno di Erlembaldo da Roma portò la fermentazione all'ultimo periodo. Ciò avvenne l'anno 1066; quando, giunto in Milano, ei presentò all'arcivescovo Guidone le bolle della scomunica pronunciata dal papa. L'arcivescovo colse l'opportunità del vicino giorno solenne della Pentecoste, e poiché radunato fu gran numero di gente nella chiesa, vi comparve l'arcivescovo colle bolle in mano; e con esse riscaldò il popolo animandolo a non soffrire l'ingiuria che si faceva alla chiesa ambrosiana. Il tumulto scoppiò nel tempio del Dio della mansuetudine. Si venne ad una zuffa ai piedi dell'altare. Arialdo, che era nella chiesa, venne assalito, percosso, e rimase a terra creduto morto. L'arcivescovo dovette soffrire delle violenze, e la scena terminò colla sentenza d'interdetto che l'arcivescovo pronunziò sulla città, proibendo il celebrarvi i divini misterii, sintanto che non uscissero dalla città i novatori. Il consiglio pubblico si unì coll'arcivescovo, e impose la pena di morte a chi ardisse nemmeno di suonar le campane, sin che durava l'interdetto. Allora Arialdo ed Erlembaldo si ricoverarono fuori della città, ed Arialdo fu preso e ucciso al lago Maggiore, e così nel 1066 terminò la sua predicazione; da martire secondo alcuni, appoggiati al fatto di Alessandro II, il quale un anno dopo la sua morte lo ascrisse nel numero de' santi; e con fama diversa secondo altri, i quali, vedendo che nessun culto offre la chiesa ad Arialdo, considerano quell'autorità come l'opinione d'un privato dottore, che rimase isolata, in tempi ne' quali si trascuravano i giudizi lunghi e minuti che presentemente si fanno precedere. Questo nuovo colpo ammorzò per alcuni altri mesi il furor di partito.

Ogni altro fuori che Ildebrando, si sarebbe stancato per tante difficultà, ma la fermezza e l'ostinazione erano la base dei suo carattere. Già da più di dieci anni la guerra civile era accesa. Un partito si era creato; si era rianimato con più mezzi; s'erano riparati i colpi che pareva lo dovessero distruggere per sempre: ma non per questo si era sottomessa la chiesa milanese se non per un momento. I preti ammogliati continuavano a esercitare il loro ufficio. L'arcivescovo Guidone nessun caso faceva delle bolle della scomunica, né il popolo lo guardava come legittimamente scomunicato. I nobili stavansene fuori d'una città abbandonata al furore de' partiti; potevano rientrare questi conducendo armati. Il re Enrico s'andava accostando all'età di regnare; poteva quel principe, con una discesa in Italia, distruggere il frutto del sangue sparso, dei saccheggi, dei tumulti. Conveniva perciò cambiare oggetto, e tentare una stabile sommissione per altro mezzo. Sin che sulla sede arcivescovile vi stava Guidone, eletto da Enrico II, offeso da Roma per la forzata umiliazione, non era sperabile che il partito d'Ildebrando colla forza tenesse costantemente depresso il ceto dei nostri ecclesiastici. Era necessario il collocare sulla sede metropolitana un arcivescovo, il quale dovesse pienamente questo beneficio a Roma, e le fosse suddito per animo e per riconoscenza. Tale appunto fu il progetto col quale Erlembaldo, che nuovamente si era portato a Roma, rientrò nella patria l'anno 1068. Questa proposizione, che tendeva a deporre l'arcivescovo Guidone, cominciò a serpeggiare. Guidone già da ventiquattro anni reggeva la chiesa milanese: stanco di vivere fra torbidi e pericoli continui, indebolito dagli anni, bramoso di godere il restante della vita in pace, pensò di rinunziare la dignità, prima che la violenza del partito ve lo costringesse. Trascelse Gotofredo, cardinale ordinario della chiesa ambrosiana, e a lui rinunziò l'arcivescovato. Non era questi il soggetto che piacesse a Erlembaldo. Quindi col ferro, col fuoco, colla devastazione de' campi, colle nuove scomuniche di Roma si oppose al nuovo arcivescovo Gotofredo, il quale non poté conseguire mai la possessione né della carica, né delle entrate. Guidone pensò allora a ripigliare la dimessa dignità, poiché non si voleva che Gotofredo ne fosse rivestito. Guidone credette alla fede di Erlembaldo; si collegò incautamente con lui, e venne infatti da lui accompagnato sino a Milano. Ma quivi lo tradì e lo rinchiuse in un monastero, ove lo tenne custodito sin che morì. Il conte Giulini paragona Guidone all'eroe del Macchiavello: io non saprei sostenere quest'opinione. Egli fu bensì tradito, ma non tradì mai: promise una fedeltà al papa, che non gli mantenne, è vero, ma in questo io ravviso piuttosto l'uomo debole, che il politico astuto. Egli cercò, per quanto gli fu possibile, di sedare il partito; di conservare la sua Chiesa come l'aveva trovata; non fece che la guerra difensiva: in somma non parmi un uomo meritevole di quella taccia. Il buon criterio del conte Giulini si conosce nella giudiziosa critica che generalmente esercita; ma conviene accordare che nell'esposizione di questi fatti egli credette che fosse pietà l'esser parziale.

L'arcivescovato di Milano restò vacante per circa sette anni, dopo la rinunzia fattane da Guidone; perché Gotofredo non poté mai farne le funzioni per la potenza di Erlembaldo, che glielo impediva. Erlembaldo, di propria autorità, pretese di creare un arcivescovo, e innalzò a questo grado un giovane chiamato Attone. Herlembaldus, dice Landolfo Seniore, producens quemdam Attonem, sibique consentientem, coram omni multitudine, ore suo inlicito elegit. Hoc videns majorum et minorum multitudo tam suorum quam adversariorum, quae noviter fidelitatem imperatori juraverat, sumptis armis, magnoque praelio, Attonem noviter electum, multis cum plagis, et sacramentis, archiepiscopatum inremeabiliter refutare fecit: su di che veggasi il conte Giulini. Papa Alessandro II tenne un concilio in Roma, in cui dichiarò scumunicato l'arcivescovo Gotofredo, valida l'elezione di Attone, e nulla la rinunzia da lui fatta. Nel primo sabbato di quaresima del 1071 era avampato un grandissimo incendio in Milano, nell'anno 1075 un secondo incendio furiosissimo la devastò più che mai; e queste deplorabili sciagure forse non a caso piombavano sulla città. Ad Alessandro II era succeduto Ildebrando, col nome di Gregorio VII. Egli non acquistò influenza maggiore di quella che in prima aveva da più anni: seguitò il sistema introdotto; nuovamente scomunicò l'arcivescovo Gotofredo, che pure era stato consacrato dai suffraganei, animò il vescovo di Pavia ad unirsi con Erlembaldo per sostenere Attone. Nella settimana Santa gli ordinari celebravano l'antica funzione di battezzare; Erlembaldo, colla forza, venne di mezzo ai sacri ministri, gittò a terra il Sacro Crisma, col motivo che fosse questo stato benedetto da un vescovo scismatico. In mezzo a questo cumulo di strane miserie, i nobili finalmente vedendo i mali giunti all'estremo, e non tollerando che affatto rimanesse la loro patria un mucchio di rovine, si collegarono, e dalla campagna ove, come dissi, stavano ritirati, presero il partito di ritornare unitamente in città, conducendo una buona scorta de' loro vassalli armati, per discacciarne Erlembaldo. Erlembaldo, armato di tutto punto sopra d'un generoso destriero, preso il vessillo romano, si pose alla testa della sua fazione per disputarla; ma infelicemente per lui, che sul campo rimase ucciso. L'allegrezza nata nella città per tal fatto meglio è l'udirla dallo storico contemporaneo Arnolfo: Eadem hora, post hoc insigne tropheum, cives omnes triumphales personant hymnos Deo, ac patrono suo Ambrosio, armati adeuntes ipsius ecclesiam. In crastinum, simul cum clero laici in letaniis, et laudibus ad sanctum denuo procedentes Ambrosium, reatus praeteritos confitentur alterutrum; absolutione vero a sacerdotibus, qui praesto aderant, celebrata, reversus est in pace populus universus ad propria. Hic jam apparet schismatis hujusce terminus, decem novem per annos semper ab ipsa radice pullulando protensi. Pochi anni dopo Urbano II riconobbe Erlembaldo per santo, e trasportò solennemente le sue reliquie. La Chiesa però non celebra la memoria di Erlembaldo, e di lui può liberamente la critica esaminare il merito e la virtù.

Le forze di Roma rimasero dissipate affatto con questo avvenimento; si rivolse perciò Gregorio VII ad un altro partito. Primieramente egli sottrasse molti vescovi suffraganei dalla dipendenza dell'arcivescovo di Milano. Qualche leggiero distacco n'era già seguìto in prima. Pavia, già fino dal settimo secolo, s'era sottratta, e il di lei vescovo, come vescovo della città dominante, si era reso indipendente dal metropolitano: indi Giovanni VIII, nell'874, aveva dilatata la giurisdizione del vescovo di Pavia a scapito della diocesi di Milano; ma Ildebrando sottopose Como al patriarca d'Aquilea; Aosta all'arcivescovo di Tarantasia; Coira all'arcivescovo di Magonza. Così la dignità del metropolitano venne a scemarsi. Secondariamente, per i maneggi della contessa Matilde, ligia e mossa in tutto da Gregorio VII, Milano si ribellò al re Enrico III, che allora era imperatore, per quei mezzi istessi pe' quali se gli ribellò Corrado II, di lui figlio; e così Milano, spontaneamente e quasi per stanchezza di resistere, dopo trentatré anni di guerra, si rese soggetta a Roma, e l'arcivescovo divenne semplicemente il vicario del sommo pontefice. Se alla fine del capitolo primo indicai con quali riguardi i sommi pontefici trattavano nelle loro lettere gli arcivescovi di Milano, ora non potrò più riferire che scrivessero: Reverendissimo et sanctissimo confratri, ma dirò che Urbano II, nel 1093, scriveva: Discretioni nostrae videtur quatenus, secundum praecepti nostri tenorem... facias. Vero è che non per ciò immediatamente la creazione dell'arcivescovo poté appropriarsela il papa; per qualche tempo durò un resto di libertà nell'elezione. Ma i papi cominciarono a deviare dalla consacrazione de' suffraganei; e l'anno 1095, Urbano II volle che il nuovo arcivescovo Arnolfo venisse consacrato dall'arcivescovo di Salisburgo, dal vescovo di Passavia e dal vescovo di Costanza. S'introdusse il rito che l'arcivescovo non portasse il pallio, se non ricevuto che l'avesse dal papa. In appresso si volle che dovesse portarsi il nuovo arcivescovo in Roma per ricevere il pallio e giurare obbedienza. Poi si sottrassero dalla giurisdizione dell'arcivescovo i monaci, i quali, sino allora, erano stati a lui soggetti, come tutti gli altri ecclesiastici. Quindi si posero ad accordare delle indulgenze; e la più antica che ne ha ritrovata il conte Giulini, è dell'anno 1099. In seguito Genova venne sottratta all'arcivescovo, e creata arcivescovato; Bobbio fu staccato dal metropolitano, e assoggettato a Genova. Gradatamente furono la maggior parte de' vescovi suffraganei, o dichiarati dipendenti immediatamente dalla santa sede romana, ovvero incorporati con altre chiese arcivescovili. Così la gran mole della Chiesa ambrosiana venne a rendersi assai meno importante, e in ogni sua parte interamente sommessa alla giurisdizione romana.

Che accadesse ai sacerdoti ammogliati esattamente nol so. Nessuna memoria ritrovo da cui chiaramente si vegga accettata la proibizione di esercitare il sacerdozio a chi aveva moglie; anzi mi pare probabile che, rivoltesi le mire di Roma al punto della soggezione, poiché vide piegarsi le cose a seconda, non si volle insistere sopra un punto irritabile, e che poteva dare nuove scosse e rovesciare il disegno. Pare che si avesse di mira d'obbligare piuttosto indirettamente al celibato coloro che dovevansi promuovere ai sacri ordini, anzi che instare e costrignere i sacerdoti ammogliati alla dura scelta, o di perdere lo stato loro, o di abbandonare disonorata e senza condizione la moglie, e macchiare i figli. Questa opinione mi sembra confermata, esaminando gli atti d'un sinodo tenutosi in Milano, pubblicati dal dottore Sormani nel libro intitolato: Gloria dei santi milanesi. Questa sacra adunanza si tenne l'anno 1098. Il fine sembrò essere quello di consolidare il sistema dipendente da Roma, e di prescrivere una più santa disciplina al clero. In quel concilio si pronunziava l'esecrazione contro della simonia; e del matrimonio degli ecclesiastici non si parla: Sicut a sanctis patribus statutum legimus, simoniacam haeresim in sacris ordinibus, et in ecclesiarum beneficiis execramus, et ab ecclesia radicitus extirpare per omnia volumus; così leggesi in quegli atti. Delle due riforme la più facile certamente non era quella di far abbandonare le mogli ai sacerdoti; anzi quella sola fu impugnata. Del pagamento che facevasi per le ordinazioni, non ne venne nemmeno fatta difficoltà per abolirlo. O dunque questa legge contro la simonia è stata allora fatta, dappoiché in pratica erasi abolita la tassa, unicamente per avvalorare sempre più la riforma; e in tal caso non si sarebbe ommessa una dichiarazione uguale, sul non meno importante articolo del celibato, per rinfiancarne la perpetua osservanza, se già si era ciò ottenuto: ovvero la legge contro la simonia vogliam dire che supponesse ancora quella vigente; ed allora dovremmo supporre, essersi disimpegnato senza strepito alcuno l'oggetto intralciatissimo dei matrimoni, prima che si abolisse una tassa, che poi non era difficile l'abolire; e che il concilio nessun pensiero si prendesse del pericolo che la opinione tanto ostinatamente sostenuta pochi anni prima, ritornasse a prender partito, il che non mi pare verisimile. Il silenzio adunque di quel concilio sembra indicare una tolleranza per allora su quel punto di disciplina. Anzi mi sembra di ravvisare in quel concilio una legge che tende indirettamente al celibato degli ecclesiastici; quella cioè con cui si proibisce che nessun ecclesiastico possa godere qualsivoglia beneficio, se prima non rinunzia a quanto possiede di suo patrimonio. Con tal legge s'allontanava l'ammogliato dal cercare beneficii per non lasciare i figli nell'inopia. Ecco le parole del sinodo: Statuimus etiam juxta sanctorum patrum instituta, et primitivae ecclesiae, formam, nullum clericorum ecclesiarum beneficia possidere, nisi, abrenuntiatis omnibus propriis, velit fieri ejus discipulus in cujus sorte videtur esse electus. Si quis autem foris esse maluerit, non ei clericatum auferimus, tantum ecclesiastica beneficia interdicimus. Mi pare ancora più chiaramente provato che per allora si lasciavano al godimento dei loro beneficii i sacerdoti ammogliati, dall'altro canone dello stesso concilio, in cui si prescrive che, siccome per lo passato alcuni avevano ottenuto la successione ai beneficii goduti dal padre, quantunque il figlio all'atto di succedergli non fosse nemmeno cherico, così si minaccia la scomunica a chiunque in avvenire tentasse di usurparsi per successione i beneficii medesimi; il che fa vedere che alcuni beneficiati allora avevano i loro figli, e che v'era pericolo che continuassero i beneficii per eredità: Et quia nonnulli intra sanctam Ecclesiam tam clerici, quam etiam laici per paternam successionem... archidiaconatum, vel archipresbyteratum, cimiliarchiam, aut etiam aliquid de beneficiis ad ecclesiarum officia pertinentibus hactenus possidere conati sunt: in hoc sacro conventu praefixum est, et omnibus definitum, ut si quis, hujusmodi nefanda cupiditate ductus, ecclesiam alterius possidere tentaverit, et haereditate sanctuarium Dei obtinere praesumpserit, juxta profeticam vocem, quousque resipiscat, anathematis vinculo subiaceat. Così quel sinodo. Se le nozze dei preti fossero state proscritte, è naturale che, oltre di farne menzione, si sarebbero anche i figli de' sacerdoti dichiarati illegittimi, e per questo titolo esclusi dai beneficii. Parmi adunque probabile che si lasciassero per allora vivere in pace i sacerdoti ammogliati, e che siasi poi introdotto poco a poco anche da noi il celibato, senza violenza, puramente colle ordinazioni date solamente ai celibi. Difatti, nell'anno 1152, certo canonico di Monza Mainerio Bocardo, nel suo testamento, che ritroviamo in quell'archivio, in pergamena segnata n. 4 (di cui ho avuta la notizia dal chiarissimo signor canonico teologo don Anton Francesco Frisi, conosciuto per le erudite sue dissertazioni sulle antichità monzesi) ordina che se gli celebri l'annuale il dì della sua morte, e che il di lui erede persolvat omni anno in annuali meo canonicis et decumanis et custodibus ipsius ecclesiae non habentibus uxorem, qui in annuali meo fuerint, per unumquemque canonicum denarios quatuor, custodibus et decumanis binos denarios; e poi più sotto vi si legge: Si vero aliquis ex istis canonicis fuerit infirmus, etiam si non fuerit in annualibus istis, volo habeat istam benedictionem, et si aliquis habuerit uxorem, nolo ut habeat istam benedictionem. Le quali parole sembrano assai concludentemente provare che sino alla metà del secolo duodecimo siasi continuata l'usanza di non escludere dagli ordini sacri gli ammogliati; e che, ottenuta che si ebbe la soggezione della chiesa milanese alla giurisdizione di Roma, si cessò di perseguitare il matrimonio dei preti; e lentamente soltanto, e col favor del tempo, si dilatò la legge del celibato.

Questa mutazione di stato della chiesa milanese rappresenta una serie crudele di partiti, tumulti, saccheggi, incendii, sacrilègi, profanazioni, orrori d'ogni sorta. Tutto fu opera d'Ildebrando, che tutto architettò e diresse. Se risguardiamo il fine di togliere dalla Chiesa gli abusi nelle elezioni, ci si diminuisce in parte il sentimento contrario ai mezzi usati. Se poi consideriamo Ildebrando da un altro canto, non possiamo ricusare la nostra stima al progetto che immaginò. Egli forse considerava l'Italia, un tempo signora, manomessa dai Goti, Vandali, Longobardi, Saraceni e Greci; divisa come ella era, doveva ubbidire ora ai Borgognoni, ora ai Provenzali, ora ai Bavari, ora ad altre straniere genti. Conveniva concentrare la forza d'Italia in un punto, ridurla ad uno stato unito per darle un'esistenza. Roma è la capitale; forza era adunque di assoggettare l'Italia a Roma, e così far fronte agli estranei. Il tempo era opportuno, per la debolezza di Enrico. La forza politica della Lombardia era principalmente collocata ne' vescovi: sottomessi questi, era formata la romana potenza. L'oggetto era grande. Ma egli è giusto e ragionevole l'avventurare il riposo e la sicurezza della generazione vivente, che ha un dritto attuale di esistere bene, colla speranza incerta di procurare la tranquillità alle generazioni che nasceranno? È egli ragionevole e giusto un tal sacrificio, quando anche fosse sicuro il bene che procuriamo ai successori? Gli uomini che hanno fatto parlar di loro la storia e ottennero il nome di grandi, non hanno mai esaminate bene simili questioni.

 

 

Capitolo VI

Della nascente repubblica di Milano sino all'imperatore Federico I

Si è veduto nel capitolo antecedente come l'imperatore non si intromettesse mai nella lunga guerra civile per la giurisdizione di Roma sulla chiesa milanese. I Milanesi profittavano della debolezza dell'imperatore per sottrarsi dalla soggezione del sovrano. Non solamente guerreggiavano per distruggersi, divisi in due fazioni, ma si arrogavano la facoltà di farsi degli alleati, di mover guerre, e così fecero nel 1059 unendosi coi Lodigiani contro de' Pavesi. Un pubblicista cercherà con qual diritto così pretendesse di operare una città suddita. Uno storico si limita a dire che mancava al sovrano allora la forza, come ne' secoli precedenti ella era mancata a questi popoli a fronte de' Longobardi, de' Franchi e dei Sassoni; e che in que' secoli non si conoscevano fra il sovrano ed i sudditi i dolci e potentissimi vincoli della beneficenza e dell'amore. Sebbene però Milano si reggesse da sé, una apparente dipendenza dal sovrano si conservava; e primieramente, prima dell'imperatore Federico, le monete di Milano portarono sempre il nome dell'imperatore, come fanno anche oggidì le città libere dell'Impero. Oltre all'onore di porre il nome nelle monete, egli è certo altresì che l'anno 1075 i Milanesi vollero dipendere dal re Enrico per la elezione d'un arcivescovo. Guidone aveva rinunziato l'arcivescovato a Gotofredo, siccome dissi: questi era stato consacrato; ma il partito di Erlembaldo non permise mai che possedesse i beni o che esercitasse il suo ministero. Erlembaldo aveva eletto Attone: il popolo lo aveva colle percosse costretto a rinunziare; non era mai stato ordinato; e il papa lo sosteneva. I Milanesi ricorsero al re Enrico, che nominò per arcivescovo Tealdo, milanese, che possedeva un ufficio nella sua reale cappella. Gregorio VII gli comandò che non ardisse di farsi ordinare se prima non veniva a Roma, ove il papa voleva decidere fra esso e Attone; nel tempo stesso scrisse ai vescovi suffraganei, comandando loro di non consacrare Tealdo. Tealdo nondimeno fu consacrato solennemente, e posto nel suo ufficio, poiché Erlembaldo era stato ucciso. Il papa, in un concilio tenuto in Roma nel 1078, lo scomunicò insieme coll'arcivescovo di Ravenna; eccone la cagione: Thealdum dictum archiepiscopum mediolanensem, et ravennatem Guibertum, inaudita haeresi et superbia adversus hanc sanctam catholicam ecclesiam se extollentes, ab episcopali omnino suspendimus, et sacerdotali officio, et olim jam factum anathema super ipsos innovamus. Più volte fu ripetuta la scomunica; ma non per ciò le funzioni di Tealdo vennero sospese. Ildebrando ebbe una superiorità senza esempio quando vide il re Enrico nel castello di Canossa, a piedi nudi, nel mese di gennaio del 1077, aspettare per tre giorni la grazia di gettarsegli ai piedi, e implorare l'assoluzione della scomunica. Ma fu ben diversa la scena nel 1084, quando Enrico s'impadronì di Roma, fece incoronare papa appunto Guiberto, arcivescovo di Ravenna, e ne scacciò Ildebrando, che, rifugiatosi in Salerno, poco dopo terminò la sua vita. A questa impresa molto contribuirono i militi che l'arcivescovo Tealdo spedì in soccorso di Enrico.

(1086) Morto che fu l'arcivescovo Tealdo, dall'imperatore Enrico fugli destinato a succedere Anselmo da Ro, il quale abbandonò il partito imperiale, e interamente si collegò col partito romano. La famosa contessa Matilde sembrava che conservasse tutto lo spirito di Gregorio VII, a cui fu tanto ossequiosa mentre visse. Per opera di lei fu sedotto Corrado a diventare ribelle al padre Enrico Augusto. Essa lo adescò mostrandogli la corona d'Italia, e indusse l'arcivescovo di Milano a incoronare solennemente in Sant'Ambrogio Corrado (1093). Un arcivescovo che doveva ad Enrico la sua dignità, che da lui non fu mai offeso, che doveva ai popoli servire d'esempio di rettitudine, consacra nel tempio di Dio, scrutatore dei cuori, un figlio traditore e ribelle ad Enrico, per compiacere alle brighe della contessa Matilde, dimenticando il giuramento di fedeltà, profanando le sacre cerimonie, abusando della religione... Volgiamoci ad altre idee, e benediciamo il secolo più illuminato e più felice in cui viviamo! Corrado, poiché in tal forma venne unto re, come ostaggio rimase presso la contessa Matilde; e non avendo che il titolo di sovrano, dovette dare il suo nome a quanto a lei piacque. Morì Anselmo da Ro, e il legato romano elesse per arcivescovo Anselmo da Boisio, che ebbe il bastone pastorale dalla contessa Matilde, e il pallio dal papa; e si pose a esercitare il suo ministero senza dipendenza alcuna, né dall'imperatore Enrico né dal re Corrado. Assoggettata così la dignità del metropolitano, e resa dipendente, si può a quest'epoca fissare il primo germe della repubblica milanese: poiché, se in prima l'arcivescovo godeva, per l'eminenza del suo grado, una sorta di principato nella città; ora i nobili e la plebe, vedendolo ridotto all'obbedienza, poterono bensì conservare una rispettosa deferenza al di lui sacro carattere, ma non vi trovarono più quella distanza che l'opinione deve collocare fra chi obbedisce e chi comanda. Perciò, verso la fine del secolo undecimo, si crearono per la prima volta i consoli della repubblica milanese, e con questa nuova magistratura si venne a formare una sovranità che rappresentava tutto il popolo, e si vennero ad abolire gli ufficiali regii. L'arcivescovo dovette subordinare a questo senato persino i decreti sinodali, acciocché venissero confermati coll'acclamazione fiat, fiat, quando piacevano. In fatti nel 1100 dovette l'arcivescovo ottenere il consenso di que' magistrati, perché si accordasse franchigia a chi veniva a certa solennità del Santo Sepolcro in Milano. Come poi questi consoli allora venissero eletti; se dai soli nobili, ovvero promiscuamente; quanti allora fossero; quando la loro dignità durasse, le memorie di quei tempi non ce lo insegnano. Certo è però che monete né di Corrado né col nome della Repubblica non ve ne sono; e che le sole fra gli Ottoni e Federico che si conoscono sinora, sono dei re Enrici e degl'imperatori Enrici, onde la repubblica si considerò sempre sotto la protezione imperiale. Pochi anni dopo sappiamo che il numero dei consoli era diciotto, e talvolta anche maggiore. Sembra che questi consoli formassero il minore consiglio, sempre adunato e sempre attivo per reggere la città; e che negli affari di maggiore importanza questi consoli intimassero una generale adunanza del popolo. Nel 1130 i consoli erano venti, ed erano stati eletti dalle tre classi di cittadini, cioè dai capitani, i quali erano i nobili del primo ordine, dai valvassori, che erano nobili bensì, ma di minore autorità, e dai cittadini, che erano come il terzo ordine. Il numero de' consoli cittadini era minore di quello di ciascuna delle altre due classi; onde l'autorità realmente era presso i nobili, non rimanendo ai cittadini poco più che l'apparenza, come in Roma, ne' comizi centuriati. La repubblica di Milano però era ben piccola allora, poiché la giurisdizione di lei si limitava a poco più della mera città; e la campagna che le stava intorno, formava diversi altri piccoli Stati indipendenti da lei, e così v'erano i conti del Seprio, i conti della Martesana e altri distretti, che avevano un governo parziale e i loro consoli; di che rimasero sino al 1781 le vestigia nelle diverse misure, che furono in uso in Monza, Lecco ed altri borghi del ducato, abolite or ora. Questo è tutto quello che sappiamo intorno la costituzione civile di Milano verso il principio del secolo duodecimo. L'autorità suprema si riconosceva presso dell'imperatore, il di cui nome incidevasi nelle monete, e dal quale ricevevano la giurisdizione alcuni giudici e messi che decidevano le controversie dei privati. Ma il governo politico, la pace e la guerra, l'imposizione e riscossione de' tributi erano presso la città istessa. Landolfo il Giovine, parlando dell'anno 1112, così si esprime: Papienses et Mediolanenses statuerunt et juraverunt sibi foedera, quae nimium quibusdam videntur fuisse imperatoriae majestati, et apostolicae auctoritati contraria; cum illi cives jurarent sibi servare se et sua contra quemlibet mortalem hominem natum vel nasciturum; dal che pare che, collegandosi per difendere le cose loro contro qualunque uomo, tacitamente s'intendesse la disposizione di contrastare colla forza all'imperatore, qualora cercasse di toglier loro o i nuovi magistrati, o i tributi, o la giurisdizione che esercitavano. Nelle carte de' contratti, testamenti, sentenze, ecc., si soleva in prima porre il nome dell'imperatore o re d'Italia: Regnante Domino nostro, il tale. Al principio del secolo duodecimo non più si fece questa menzione. In una parola la costituzione civile di Milano allora divenne, siccome dissi, a un dipresso simile a quella d'una città libera dell'Impero.

Quantunque l'arcivescovo di Milano Anselmo da Boisio fosse un uomo di carattere assai mite, e quantunque dovesse interamente la sua dignità al papa, cui era nella più esatta maniera sommesso; e quantunque l'autorità politica del metropolitano fosse di molto diminuita, ciò non ostante dava ombra al papa il nome dell'arcivescovo di Milano: e per allontanare ogni pericolo e confermarne la soggezione, piacque a Roma che l'arcivescovo abbandonasse la sua diocesi, e, seguendo lo spirito delle Crociate al principio del secolo duodecimo, si portasse a guerreggiare nell'Asia. Gerusalemme era già in potere dei cristiani. Non sembrava che vi rimanesse altro desiderio alla pietà dei fedeli, se non se quello di custodirla. Ma, se crediamo allo storico nostro Landolfo il Giovine, altra impresa si propose Anselmo da Boisio, e tale, che la gravità della storia corre pericolo nel raccontarla; cioè la conquista del regno di Babilonia. Eccone le parole dello storico: Anselmus de Buis, mediolanensis archiepiscopus, quasi monitus apostolica auctoritate, studuit congregare de diversis partibus exercitum cum quo caperet Babylonicum Regnum, et in hoc studio praemonuit praelectam juventutem mediolanensem cruces suscipere, et cantilenam de Ultreja, Ultreja cantare. Atque ad vocem hujus prudentis viri, cuiuslibet conditionis per civitates Longobardorum, villas et castella eorum cruces susceperunt, et eamdem cantilenam de Ultreja, Ultreja cantaverunt. Questa canzone latina inventata allora aveva la frequente esclamazione Ultreja, che il conte Giulini crede, assai verisimilmente, essere un composto di Eja! Ultra! Come sarebbe animo! avanti! eccitandosi così la gioventù lombarda a prendere le armi, e passare nell'Asia. Che questa crociata milanese, avendo alla testa l'arcivescovo Anselmo da Boisio, attraversasse l'Ungheria e si portasse in Costantinopoli, dove poco dopo l'arcivescovo morì, sembra cosa certa. Cosa poi facesse in quella comica impresa, è difficile il definirlo; tanto sono discordi gli scrittori. Orderico Vitale, scrittore di que' tempi, ci racconta che questo esercito si accostò verso Gerusalemme, e in una battaglia verso Gandras fu malamente battuto, onde i fuggitivi si ricoverarono a Costantinopoli; ma i geografi non ci sanno dire in qual luogo trovisi questo Gandras. Radolfo, che scrisse le imprese di Tancredi, sotto del quale militava, ci lasciò scritto che l'arcivescovo Anselmo da Boisio fu battuto dai Saraceni sotto Danisma; ma nemmeno Danisma si trova in nessuna carta geografica. L'abate Uspergense in vece c'insegna che la battaglia seguì: contra terram Coritianam, quae est Turcorum patria; ma nemmeno questa terra è conosciuta nella geografia; e la patria de' Turchi, se crediamo a Pomponio Mela ed a Plinio, è nei contorni delle paludi Meotidi, ovvero fra l'Eusino e il Caspio, nelle vicinanze del Caucaso; parti del mondo assai sviate per coloro che dalla Lombardia cercavano di passare in Babilonia o nella Terra Santa. Guglielmo Tirio, che è riputato il più sicuro scrittore di quelle guerre di Terra Santa, non fa menzione alcuna della spedizione dell'arcivescovo di Milano Anselmo, né delle disgrazie del suo esercito. L'arcivescovo morì in Costantinopoli l'anno 1110, e Landolfo il Giovine ce ne indica la malattia; ei morì di tristezza. Questo buon Anselmo da Boisio ce lo qualifica Landolfo il Giovine, per un povero uomo, semplice, timido, e ironicamente lo chiama nel testo riferito: ad vocem hujus prudentis viri. Probabilmente a queste disposizioni del di lui animo egli doveva la sua dignità. Questo moderatissimo prelato, se per il merito dell'obbedienza aveva animato i suoi a prendere le armi per combattere gl'infedeli; poiché si vide affaticato da un assai lungo viaggio; trasportato in mezzo a popoli de' quali ignorava il costume e il linguaggio; abbandonato alla licenza militare di giovani incautamente espatriati per di lui consiglio, e inquieti per trovare mezzi da sussistere; in mezzo ai pericoli; senza forza d'animo e senza aiuto; mi sembra naturale ch'ei morisse d'affanno e di melanconia, e che si sbandassero i suoi, e ritornassero alla patria gli altri pochi rimasti, cui riuscì di trovare la strada ed i mezzi per rivederla. Coloro che rimproverano alla generazione vivente d'avere minor senno di quello che si osservava altre volte, esaminino queste epoche.

Nel principio appunto del secolo duedecimo lo storico nostro Landolfo Juniore, che è il solo autore contemporaneo, ci racconta un fatto prodigiosissimo; e ce lo descrive con circostanze cotanto minute e singolari, che sembra quasi ch'ei temesse l'incredulità dei posteri. Sin ora il suo timore fu vano; ma io lo credo giustissimo. Il fatto è il seguente. Mentre Anselmo da Boisio era partito, comandando l'esercito che marciava alla conquista di Babilonia, il vescovo di Savona Grossolano, come vicario dell'assente arcivescovo, reggeva la chiesa milanese. Giunta la nuova della morte di Anselmo, Grossolano ebbe un partito, e fu eletto arcivescovo; e dal papa fugli spedito il pallio, che il portatore tenendo a guisa di stendardo, in cima del bastone, andava gridando: ecco la stola, o come dice Landolfo il Giovine: heccum la stola, heccum la stola; dal che vedesi che anche allora si parlava una lingua simile a quella che oggidì si parla. Eravi in Milano un prete che aveva nome Liprando. Egli era zio di Landolfo Juniore, e convien dire che fosse di genio piuttosto attivo, poiché ebbe tagliati il naso e gli orecchi in uno de' tumulti per la giurisdizione romana, per cui egli combatteva. Il papa Gregorio VII prese questo prete sotto la speciale protezione della Santa Sede, e nella bolla gli scrisse: Tu quoque, abscisso naso, et auribus pro Christi nomine, laudabilior es qui ad eam gratiam pertingere meruisti, quae ab omnibus desideranda est, qua a sanctis, si perseveraveris in finem, non discrepas. Integritas quidem corporis tui diminuta est, sed interior homo, qui renovatur de die in diem, magnum sanctitatis suscepit incrementum: forma visibilis turpior, sed imago Dei, quae est forma justitiae, facta est pulchrior. Unde in Canticis Canticorum gloriatur Ecclesia, dicens: nigra sum, filiae Hierusalem; e poi dopo lo chiama martyr Christi. Il prete Liprando era titolare della chiesa di San Paolo in Compito. Appoggiato a questa bolla, pretendeva di essere indipendente dall'arcivescovo, e da ciò nacquero de' dissapori, i quali s'inasprirono. L'arcivescovo sospese il prete dal suo ufficio sacerdotale, e il prete accusò pubblicamente l'arcivescovo di simonia, per munus a manu, per munus a lingua, per munus ab obsequio. La disputa andò tanto avanti, che vi furono partiti; si venne alle solite zuffe, e Grossolani turba, dimicans adversus primicerium, Landulphum, ejusdem primicerii clericum lapide occidit. Fu perciò costretto l'arcivescovo Grossolano a convocare un sinodo, in cui si giudicasse s'egli fosse legittimamente eletto, ovvero se fosse simoniaco; e il prete Liprando si esibì di provare col giudizio di Dio, passando attraverso del fuoco, l'accusa che aveva fatta all'arcivescovo. Il popolo accettò con avidità questa proposizione, che gli offeriva un genere di spettacolo maravigliosissimo. La curiosità di vedere un miracolo generalmente eccitò l'impazienza di ognuno; e fu avvisato il prete Liprando di apparecchiarvisi: e il fatto ce lo descrive Landolfo nella maniera che dirò. Distribuì il prete Liprando in elemosina il grano ed il vino che possedeva; fece testamento, lasciando erede lo storico suo nipote; e dispose che se egli morisse nel giudizio, quel che le fiamme avessero lasciato del suo corpo, venisse seppellito nella chiesa della Trinità. Sia ch'ei temesse falsa la simonia asserita, ovvero non sicuro il miracolo, egli credette possibile il rimanervi abbruciato, sebbene con tanta fiducia ne cercasse l'occasione. Digiunò il prete due giorni; poi, vestito con cilicio, camice e pianeta, a piedi nudi, portando la croce, da San Paolo in Compito venne a Sant'Ambrogio, e cantò la messa all'altar maggiore in faccia dell'arcivescovo, che si era collocato sul pulpito con altri due personaggi. Forse in que' tempi il digiuno naturale, prima d'accostarsi all'altare, non era un precetto; almeno, nel secolo nono, la imperatrice Ermengarda, ante introitum missarum fatebatur se exardescere siti, et bibit plenam phialam vini peregrini, et post haec, coelestem participavit mensam. Comunque sia di ciò, Landolfo non dice come celebrasse la messa quel prete sospeso dal suo ufficio: ci dice però che l'arcivescovo, poiché la messa fu terminata, prese a dire così: Aspettate, che con tre parole convincerò quest'uomo; indi rivolto al prete, hai asserito, gli disse, che io sono simoniaco, ora dichiara soltanto, se il puoi, qual sia la persona a cui io abbia donato. Il prete si collocò sopra un sasso elevato che era nella chiesa, e indicando il pulpito: vedete, disse al popolo, vedete tre grandissimi diavoli, che possono confondermi col loro ingegno e coi denari che possedono; ma io rispondo che con quel danaro istesso che il diavolo gli suggerì di adoprare per comprarsi l'arcivescovato, possono aver occultata la verità e togliermi i testimonii; e per ciò ho scelto il giudizio di Dio, che non s'inganna. Il dialogo continuò qualche poco, sin tanto che, impaziente il popolo di vedere questo prodigio, si udì gridare perché venisse al cimento il prete; il quale, sebbene fosse vecchio, e digiuno per il terzo giorno, ed avesse fatto un lungo cammino, balzò dal sasso e si portò coi suoi paramenti avanti l'atrio di Sant'Ambrogio; fuori del quale erano disposte due cataste di legna di quercia; ciascuna delle quali era lunga dieci braccia, alte entrambi più di un uomo, e similmente larghe, e distanti l'una dall'altra un braccio e mezzo. Anzi nel viottolo istesso eranvi gettati dei pezzi di legna tratto tratto, per renderne più lento e difficile il passaggio. Poiché il prete e l'arcivescovo furono fuori dell'atrio, l'accusatore prese l'arcivescovo per la cappa, e disse: Iste Grossolanus, qui est sub ista cappa, et non de alio dico, est simoniacus de archiepiscopatu Mediolani. Ciò fatto, l'arcivescovo non volle star più presente, montò a cavallo, e se ne partì. Arialdo da Meregnano, amico dell'arcivescovo, teneva frattanto il prete, acciocché ei non passasse, sin tanto che il fuoco non fosse bene acceso; e il fuoco crebbe a segno, che Arialdo ne ebbe offesa la mano. Allora dissegli: prete Liprando, mira la tua morte, piegati all'arcivescovo, e salva la vita; e se nol vuoi, vanne colla maledizione di Dio. Il prete rispose a lui: Sathana, retro vade, poi si prostrò a terra, fece il segno della croce, ed entrò fra le cataste ardenti. La fiamma si spaccava avanti di lui, e si riuniva tosto che era passato; passò sopra i carboni, come se fosse arena; due volte recitò in quel passaggio: Deus, in nomine tuo salvum me fac, et in virtute tua libera me, e nella terza volta, alla parola fac, si trovò sano dall'altra parte del fuoco, senza danno alcuno nella persona, o ne' lini del camice, o nella pianeta. Così il nipote Landolfo ci racconta il fatto.

Questo fatto, riferitoci dal solo Landolfo, e adottato poscia da chi scrisse dopo di lui, ha tanta somiglianza con quello che Desiderio, abate di Monte Cassino, asserisce accaduto in Firenze, che non si potrebbe giudicare quale dei due fosse l'originale e quale la copia; se quello di Toscana non fosse stato collocato quarant'anni prima di questo di Landolfo, che si colloca nell'anno 1103. A Firenze si accusava quel vescovo di simonia: si propose di provarlo colla prova del fuoco; si prepararono due caste lunghe dieci piedi, alte e larghe cinque, distanti appunto un piede e mezzo. Le misure sono le medesime nel numero, sebbene da noi non erano piedi, ma braccia. Ivi passò illeso un monaco Giovanni Albrobandino, che fu poi chiamato Giovanni Igneo: e l'uno e l'altro fatto si dice accaduto in quaresima. Costretto a rinunziare alla fede di uno storico contemporaneo, ovvero al buon senso, io abbjurerò la prima: né crederò che la divinità abbia operato un portento per approvare una temerità solennemente riprovata dalla Chiesa in più concilii. Dopo un fatto cotanto decisivo, non sarebbe stato possibile che i vescovi suffraganei, che erano in Milano pel sinodo, non conoscessero la mano di Dio, e non concorressero a deporre l'arcivescovo. Eppure lo stesso Landolfo ci avvisa che: praesentia episcoporum suffraganeorum huic legi et triumpho favorem integre non praebuit, e il popolo istesso, pochi giorni dopo, cambiossi di parere sul preteso miracoloso passaggio: turba tristis de casu et ruina Grossulani, in presbyterum, et ejus legem post paucos dies scandalizavit. Ci narra di più lo stesso autore che in quella occasione il prete ebbe offesa bensì una mano dal fuoco, ma che se l'abbruciò prima di passarvi; che ebbe anche male a un piede, ma che ne fu cagione un cavallo da cui fu calpestato. La verità sola che oggi possiamo sapere è, che il fatto, come ce lo racconta Landolfo, non è vero. Se qualche fatto simile vi è stato, conviene allargare il viottolo, abbassare e sminuire le cataste, supporre il prete che passi prima di una perfetta accensione; e allora con una mano ed un piede offesi potremo accordare i due fenomeni, il fisico ed il morale. Se poi il racconto fosse imitato da Landolfo dall'altra favola toscana, per vanità di raccontare cose prodigiose, e per farsi nipote di un taumaturgo, allora ne sarebbe ancora più semplice la spiegazione. Né sarà questa un'accusa troppo severa che noi faremo all'ingenuità di questo storico, il quale ci vuol far credere che un angelo sia venuto ad avvertirlo, che il di lui zio Liprando era ammalato: Mihi angelus occurrit dicens: presbyter Liprandus, rediens a Valtellina, infirmus jacet ad monasterium de Clivate: asserzione sul proposito della quale saggiamente riflette il nostro conte Giulini, che sarebbe stato desiderabile che lo storico ci avesse additato i segni pe' quali egli s'avvide con tanta sicurezza, che quello era un angelo. Tutti i nostri autori però, ciecamente appoggiati all'asserzione del solo Landolfo, hanno creduto vero un tal prodigio; e nemmeno il nostro conte Giulini si è voluto segregare. Sarebbe stato veramente desiderabile che avessero seguìta l'opinione piuttosto dei vescovi suffraganei e della plebe, che ne fu spettatrice. Ma il meraviglioso seduce; non si ha coraggio di affrontare una lunga tradizione per annunciare la verità, i di cui dritti non si prescrivono giammai; ed è costretta la storia a raccontare di tali inezie, qualora sieno generalmente credute.

Per otto anni ancora, dopo il raccontato prodigio, continuò l'arcivescovo Grossolano a conservare la sua dignità, sebbene con un partito contrario. Il papa lo considerò arcivescovo legittimo, e non cessò d'esserlo, se non quando, portatosi egli, nel 1111, a Costantinopoli, se gli elesse in Milano un successore. Morì frattanto in Germania l'infelice imperatore Enrico III; ciò avvenne l'anno 1106. Corrado, di lui figlio, se gli era ribellato, siccome dissi, adescato da una vana lusinga di essere re d'Italia, ove visse con questo titolo per obbedire a tutti i cenni della contessa Matilde. Anche l'altro figlio Enrico si trovò modo di farlo ribelle al padre. Non si può rinunziare ai sentimenti dell'umanità e della natura più freddamente di quello che fece questo figlio Enrico, che il padre aveva già fatto suo collega nel regno di Germania. Io ne racconterò l'avvenimento colle parole istesse colle quali il conte Giulini lo riferisce. I vizi, le scostumatezze, la simonia, lo scisma dell'imperatore erano veramente cose orribili a chi le considerava; ma pure dovevano con pazienza tollerarsi da un suddito, e molto più da un figliuolo. Per quanto la storia della vita di Enrico IV, re di Germania, e terzo imperatore e re d'Italia, desti odio ed abborrimento contro di lui, quella della sua morte non lascia di muovere gli animi a compassione e pietà. Altro io non dirò, se non che il misero principe, spogliato a forza de' reali ornamenti, pentito de' commessi delitti senza poter ottenere dal legato apostolico la desiderata assoluzione, proteso a' pie del figlio senza poter ottenere da lui un solo sguardo, finalmente da disperato diede nuovamente di piglio alle armi; ma abbandonato presso che da tutti, e giunto alle ultime angustie, alli sette di agosto del corrente anno 1106 terminò in Liegi di puro cordoglio la vita. Così castigò Iddio i suoi delitti in vita. I delitti di questo principe sono di non aver voluto rinunziare alle investiture de' vescovi, che avevano goduto i suoi antecessori. Le sue buone qualità furono la generosità, la giustizia e il valore. Non rapì l'altrui, non insidiò alcuno, non se gli rimprovera alcuna crudeltà. Egli comandava in persona la sua armata; si trovò in sessantasei battaglie, e le vinse tutte, eccetto quelle nelle quali fu tradito. Il di lui figlio Enrico, che poi fu il quarto imperatore di questo nome, venne in Italia nel 1110; pretese dalle città lombarde l'antica obbedienza; trovò degli ostacoli, poiché erano già avvezze a reggersi da sé. Novara, fra le altre, non fu docile, e il re Enrico la incendiò; così fece a varie altre castella e terre. L'infelice Enrico suo padre non adoperò il fuoco per sottomettere i popoli. Questa feroce maniera di guerreggiare mosse le altre città a cercare di guadagnarselo con denaro, con vasi d'oro e d'argento; ma la popolata e nobile città di Milano non gli fece regalo alcuno, né in verun conto gli badò, come ci attesta il monaco Donizzone, che in quei tempi scriveva le gesta della contessa Matilde con versi assai meschini:

Aurea vasa sibi nec non argentea misit

Plurima cum multis urbs omnis denique nummis:

Nobilis urbs sola Mediolanum populosa

Non servivit ei, nummum neque contulit aeris.

Pareva che allora Milano ergesse già la testa sopra delle altre città del regno italico. Prestarono però i Milanesi assistenza ad Enrico, piuttosto come alleati, che come sudditi; e questa fu di molti armati che lo accompagnarono a Roma per ricevervi la corona imperiale. È noto che Pasquale II, papa, pretese, prima d'incoronarlo, che rinunziasse al diritto di dare l'investitura ai vescovi. Ricusò Enrico di rinunziarvi, e pretese, non meno di quello che aveva fatto suo padre, di conservare questa ragione, posseduta dai precedenti augusti. Insisteva il papa; nacque in Roma una zuffa: i Lombardi, uniti coi Tedeschi, frenarono l'impeto de' pontificii, a segno che Enrico fece suo prigioniero il papa, lo condusse fuori di Roma, né gli accordò la libertà, se non quando gli promise con solenne scrittura di lasciargli le investiture come per lo passato. Ciò fatto, ei lo pose in libertà, e da esso fu incoronato imperatore nella basilica Vaticana, il giorno 13 di aprile 1111. Per questa zuffa ne dovettero soffrire anche i Milanesi, de' quali varii ne perirono, e fra gli altri Ottone Visconti: Otho autem mediolanensis Vicecomes, cun multis pugnatoribus ejusdem regis, in ipsa strage corruit in mortem amarissimam hominibus diligentibus civitatem, mediolanensem, et Ecclesiam. Questo Ottone è forse lo stesso reso immortale dai due versi del Tasso:

O 'l forte Otton, che conquistò lo scudo,

In cui da l'angue esce il fanciullo ignudo

L'imperatore Enrico V, che aveva degradato suo padre per aver sostenuto le investiture dei vescovati, non solamente le sostenne ei medesimo, ma colla forza sulla persona istessa del sommo pontefice se le fece accordare. Nella costituzione che avevano presa le città italiche, non vi rimaneva più altra dignità che potesse conferire l'imperatore, se rinunziava alle investiture; e il titolo di re d'Italia, già diventato sinonimo di protettore piuttosto che sovrano, sarebbe stato colla rinunzia ridotto a una mera parola insignificante; come vi si ridusse in fatti undici anni dopo, colla cessione che ne fece. I Milanesi frattanto, inquieti, avvezzi alle fazioni, diretti da magistrati la nuova autorità de' quali era incerta, mancanti di un sistema civile che organizzasse la città, privi d'un regolamento che assicurasse la vita e le sostanze del cittadino, avevano ottenuto piuttosto una turbolente indipendenza, anzi che la libertà. Convien dire che allora o non vi fosse uomo capace di progettare una costituzione, ovvero che non venisse ascoltato. Avevamo impiegati i primi impeti nostri a lacerarci vicendevolmente colle civili dissensioni; i secondi impeti furono adoperati per rovinare i vicini meno forti di noi. La città di Lodi fu distrutta da noi quasi sotto gli occhi dell'imperatore Enrico, che ritornava da Roma dopo la sua incoronazione: Mediolanenses quoque, cum iste imperator per Veronam a Roma in Germaniam properabat, gladiis et incendiis, diversisque instrumentis, funditus destruxerunt Laudem, in Langobardia civitatem alteram. Un calendario antico, stampato nella raccolta Rerum Italicarum, dice VII kal. (junii) MCXI capta est civitas Luadensis a Mediolanensibus (1111); e la cronica di Filippo da Castel Seprio dice: anno MCXI die VII ante kal. junii destructa est civitas Laudensis, et jacuit annis XLVIII. Qual fosse il motivo che inducesse i Milanesi a simile crudeltà, non lo sappiamo. Il nostro Tristano Calchi così ne ragiona: De Laudis vero Pompejae eversione haud immerito prudens lector uberiora desideraverit: sed mecum transeat oportet, cujus in manus plura in eam rem, etsi diligenter perquisiverim, non venerunt. Caeterum constat et duras leges et foedam servitutem victis impositam fuisse: dejectisque caeteris aedificiis, et urbis moenibus, vix agrestium similes vici, et pauperum tuguria miseris civibus, quae inhabitarent relicta; et pro magno commodo existimatum, quod vicum cognomine Placentinum reliquerint, in quo solitum mercatum octavo quoque die continuarent, sed nec rem alienare, matrimonia contrahere, post occasum solis in pubblicum prodire, certosve fines excedere inconsulto magistratu mediolanensi licebat; si quipiam paulo remotius sermones contulissent, continuo, novorum consiliorum suspecti, aere multabantur, aut fustibus caedebantur, quibus aerumnis indignati plurimi diversa exilia petere maluerunt, et perpetuo patriis finibus carere. La città di Lodi era fabbricata sopra di un fiumicello chiamato Silaro, fra l'Adda ed il Lambro: anche al dì d'oggi se ne vedono le vestigia al sito che si chiama Lodi Vecchio. La città di Lodi presentemente non dovrebbe più portare il nome di Pompeo, poiché deve la sua esistenza a Federico imperatore, che la fece fabbricare alle sponde dell'Adda, quattro miglia distante dalla città di Pompeo.

(1127) Dopo avere per tal modo rovinati i Lodigiani, ci siamo rivolti a danneggiare i Comaschi, i quali, col favore d'un paese montuoso, disputarono per alcuni anni, ma finalmente, superati dai Milanesi, videro la loro città e i sobborghi distrutti l'anno 1127. Co' Pavesi parimenti si mosse la guerra; e nel 1132 ci riuscì di dar loro una rotta a Marcinago: ma la città loro, munita di antiche e solide fortificazioni, fu un ricovero sicuro per essi. Attaccammo briga coi Cremonesi, e nel 1137 c'impadronimmo del castello di Zenivolta, e femmo prigioniero il vescovo di Cremona Uberto, che era armato con l'usbergo come un Paladino, e, inanimando i suoi alla battaglia, si era spinto contro uno de' nostri, e stava terminando di ammazzarlo. Tale era la strana condotta di una nascente Repubblica, che doveva saggiamente premunirsi contro le fondate pretensioni dell'Impero, collegandosi e rendendosi amiche le altre città. Questo errore lo vedremo poi punito da Federico, e la punizione fu meritata. Lo stato della prosperità è il più funesto di tutti per una città che diventi libera dopo di avere sofferta la servitù. Nella loro infanzia le repubbliche hanno bisogno d'essere circondate dai pericoli per obbligare i cittadini ad accostarsi fra loro, e prendere cura incessante degl'interessi comuni. Se questi manchino, non vi è più quel principio che può solo formare un sistema capace di reggere alla prosperità; vi vuole un nemico e un comune pericolo per acquistare un interesse e un sentimento comune, e così animarsi la repubblica.

La Germania era divisa in fazioni, e l'imperatore aveva i suoi nemici, i quali vedevano volontieri che gl'Italiani non gli obbedissero. Fra questi eravi l'arcivescovo di Colonia Federico, il quale scrisse alla repubblica di Milano una lettera che comincia così: Consulibus, capitaneis, omni militiae, universoque mediolanensi populo. - Civitas Dei Inclita, conserva libertatem, ut pariter retineas nominis tui dignitatem, quia quamdiu potestatibus Ecclesiae inimicis resistere niteris, verae libertatis auctore Christo Domino adjutore perfrueris. E in questa lettera ci avvisa come i principi della Lorena, della Sassonia, della Turingia e di tutta la Gallia (membri dell'Impero, come lo erano i Milanesi) si erano, al paro di noi, determinati di voler vivere liberi; e che tutti erano pronti a collegarsi con noi, ad assisterci; su di che aspettava il riscontro. Non ci rimane poi notizia alcuna se questa opportunissima offerta sia stata accettata; anzi dai fatti accaduti dappoi si può presumere che se ne lasciasse sfuggire l'occasione. In somma Milano era una Repubblica; era già forte e prepotente nella Lombardia; ma l'uso incautissimo che faceva della forza sua, eccitava l'invidia e l'odio delle altre città: odio ed invidia superflue, sin tanto che la dignità imperiale passava da un principe debole a un altro debole; ma rovinose disposizioni al momento in cui fosse eletto imperatore un principe di animo e di forze robusto.

Morì in Germania l'imperatore Enrico IV l'anno 1125; e venne eletto per successore Lottario, duca di Sassonia, il quale fu poi Lottario III re d'Italia, e Lottario II imperatore. Alcuni signori tedeschi avevano protestato contro di questa elezione, la quale si pretendeva fatta per maneggi della Francia; e Corrado, duca di Franconia, del casato di Stauffen-Suabe, fu uno dei più malcontenti. Conviene dire ch'ei praticasse delle secrete intelligenze co' Milanesi per togliere almeno il titolo di re d'Italia a Lottario. Certo è che Corrado, nel 1128, se ne venne a Milano, per la strada di Como; che fu acclamato re d'Italia, e incoronato prima in Monza, poi a Milano in Sant'Ambrogio. Sceso Lottario in Italia, si confederò colle città di Lombardia, nemiche de' Milanesi, affine di umiliar Milano. Tentò d'impadronirsi di Crema, città amica de' Milanesi, ma non ebbe forze bastanti. Lottario non poté essere incoronato re d'Italia, e portossi a Roma, ove fu incoronato imperatore in San Giovanni Laterano dal papa Innocenzo II. Vi erano allora due che pretendevano la sovranità del regno d'Italia: Lottario, come imperatore; Corrado, come re incoronato d'Italia. Nello stesso tempo eranvi in Roma due, ciascuno de' quali pretendeva d'essere il vero papa; uno possedeva la chiesa di San Pietro, e l'altro quella di San Giovanni Laterano. Il papa di San Giovanni favoriva Lottario, lo riconosceva per solo legittimo re d'Italia, e scomunicava l'arcivescovo di Milano, perché aveva incoronato Corrado: il papa di San Pietro mandava il pallio al nostro arcivescovo. La origine di questi due papi fu che, essendo spirato Onorio II, sommo pontefice, il 14 di febbraio 1130, nel giorno medesimo, sedici cardinali de' più famigliari del defunto pontefice, e de' più assidui nell'assisterlo all'ultima malattia, prima che fosse pubblicata la di lui morte, elessero Gregorio canonico regolare lateranense, cardinale diacono di Sant'Angelo, che prese il nome di Innocenzo II. Il maggior numero de' cardinali, intesa che ebbe quest'elezione, si radunò in San Marco, e creò papa Pietro di Leone, che prese il nome di Anacleto. Furono e l'uno e l'altro nello stesso giorno consacrati ed intronizzati. Innocenzo occupava San Giovanni Laterano; Anacleto aveva il partito più forte, e risiedeva in Vaticano. I Milanesi erano per Anacleto e per Corrado; Lottario era per Innocenzo. Facilmente ognuno comprende qual confusione e quanti partiti dovevansi formare in mezzo ad un simile inviluppo di cose. San Bernardo fu quello che sedò i partiti, e fece riconoscere anche in Milano per vero papa Innocenzo II, e per vero re d'Italia Lottario. Si erano già domiciliati in Milano dei frati instituiti da San Bernardo. Il santo sosteneva papa Innocenzo, e l'arcivescovo di Milano Anselmo Pusterla aveva coronato Corrado, e aderiva ad Anacleto. Cominciarono in Milano i partiti contro dell'arcivescovo per deporlo. Quegli ordinari e decumani che erano del papa Innocenzo II, per preparare delle insidie all'arcivescovo, distribuirono il loro denaro ai giurisperiti ed ai militari; e dalla disputa l'arcivescovo fu costretto ad entrare nel pubblico arringo, ove Stefano Guandeca, arciprete, lo accusò come eretico, spergiuro, sacrilego e reo d'altri delitti; giurò per convalidare l'accusa, e si esibì a provarla avanti ad alcuni vescovi suffraganei. Comparvero i vescovi, e seco loro comparvero pure molti vestiti in una nuova foggia con rozze lane e col capo raso; e questi, verisimilmente, erano i nuovi monaci di san Bernardo, che il popolo considerava come angeli del cielo. L'arcivescovo, vedendo costoro, rivolto al popolo, si pose a dire che tutti quei che comparivano vestiti con quelle cappe bianche e bigie, erano tutti eretici. Da ciò ne nacque una zuffa, nella quale non fu però vinto l'arcivescovo; ma poi, mediante il denaro sparso dal contrario partito, fu scacciato dalla sua Sede. Quindi abbandonato Anacleto, Milano riconobbe il papa Innocenzo II. L'avvenimento ce lo descrive Landolfo il Giovine colle seguenti parole: Ordinarii itaque, et decumani sacerdotes, et caeteri faventes papae Innocentio Secundo, et insidias perpatrantes hujusmodi archiepiscopo suas pecunias effuderunt, et ipsa legis et morum peritis atque bellatoribus viris tribuerunt. Unde ipse archiepiscopus compulsus est intrare popularem concionem, ut ubi decertaret cum suis excomunicatis de excomunicatione. Cumque ipse expectaret sagittas de justa aut injusta excomunicatione, Nazarius primicerius, mirae callidatis homo, per prolixum sermonem cunctae concioni induxit fastidium. Archipresbyter autem Stephanus, qui cognominatur Guandeca, videns primicerium suum fastidiose fore locutum, vocem suam exaltavit, et contra archiepiscopum sic ait: Hoc quod isti nolunt tibi dicere ego dico: tu es haereticus, perjurus, sacrilegus, et aliis criminibus quae non sunt hic notanda, es reus. His auditis ex improviso, archiepiscopus obstupuit. Archipresbyter vero ille habens textum Evangeliorum ad manum, continuo juravit, quod ipse de istis rebus, quas dixerat esse in isto Anselmo, qui dicitur de Pusterla, in judicio episcopi novariensis et albanensis, qui sunt de suffraganeis Ecclesiae Mediolani, staret. Consules itaque Mediolani, in concordia utriusque partis, statuerunt ut ipsi et alii suffraganei venirent. In statuta itaque die non solum suffraganei, sed quamplures pure induti rudi et inculta lana, et rasi insolita rasura, concurrerunt. Cumque archiepiscopus iste Anselmus vidisset eos constare et populo quasi essent angeli de coelis, ad ipsum populum ait: omnes illi quos hic videtis cum illis cappis albis et grisiis, sunt haeretici. Inde simplices, et compositi, ad expellendum, bellum commoverunt. Veruntatem gladio Anselmi in die illa resistere non potuerunt. Sed mediante nocte, per expansam pecuniam, manus primicerii, et presbyteri Stephani fortissima, in summo diluculo ipsum Anselmum a sede compulit. Questi monaci, seguaci di san Bernardo, molto operarono per fare che Milano abbandonasse papa Anacleto e il re Corrado; e riconoscesse papa Innocenzo e l'imperatore Lottario: e san Bernardo medesimo moveva tutta questa rivoluzione, e come dice Landolfo il Giovine al luogo citato: Ad haec peragenda, papa adeo idoneum angelum habuit, sicut Bernardus abbas claraevallensis fuit. Il santo abate venne in Milano, e fu con tanta venerarazione accolto, che immediatamente divenne l'arbitro della città. Egli mostrava dispiacere che nelle chiese vi fossero ornamenti d'oro o d'argento, e i Milanesi cessarono di esporli: ad nutum quidem hujus abbatis, omnia ornamenta ecclesiastica, quae auro et argento palliisque in Ecclesia ipsius civitatis videbantur, quasi ab ipso abbate despecta, in scrineis reclusa sunt. Tutto venne a prendere quell'aspetto che insinuava quel celebre santo, al di cui cenno i popoli europei passavano a guerreggiare nell'Asia, e riconoscevano o abbandonavano i sovrani ed i pontefici. Tanto era il potere dell'opinione generalmente sparsa di lui! Il popolo di Milano, poiché era scacciato l'arcivescovo Anselmo Pusterla, accorse a San Bernardo, che stava alloggiato vicino a San Lorenzo, e con acclamazione lo voleva arcivescovo. Il santo aveva più vasti affari da reggere, e disse alla moltitudine, che nel seguente giorno egli si sarebbe posto a cavallo, e che se il cavallo l'avesse condotto lontano dalla città non sarebbe stato arcivescovo, e così appunto fece e se ne partì: Ego in crastinum ascendam palafredum meum, et si me extra vos portaverit, non ero vobis quod petitis, ac sic a Mediolano recessit. Così Milano riconobbe papa Innocenzo e imperatore Lottario; e partito che fu San Bernardo, i suoi monaci, dice Landolfo al luogo citato: per civitatem euntes, collectam multam de auro et argento et rebus pluribus sibi fecerunt, e con questi mezzi fondarono i due monasteri di Chiaravalle e di Moribondo, così nominati ad imitazione di due già stabiliti in Francia, i quali avvenimenti accaddero l'anno 1134. L'arcivescovo Anselmo, scacciato così dalla sua sede, per essere stato del partito di Anacleto, s'incamminò verso Roma; dove Anacleto era riconosciuto per legìttimo papa da un gran numero di persone, e risiedeva, siccome dissi, al Vaticano; ma, viaggiando, fu preso e consegnato a papa Innocenzo II, che trovavasi a Pisa per un concilio; e quel papa che possedeva, come già dissi, in Roma il Laterano: illum captum Romam misit, dice Landolfo, ibique, prout fama est, Anselmus ille, in eodem mense, in manu Petri Latri, qui procurator est Innocentii, vitam finivit.

Corrado, sebbene fosse stato incoronato re d'Italia in Monza ed in Milano, vedendo di non avere forze bastanti a resistere, si piegò ai tempi, e riconobbe l'imperatore Lottario, e rinunziò ad ogni pretensione sul regno italico. Lottario, riconosciuto anche dai Milanesi, venne in Italia; e favorì i Milanesi nelle dispute che avevano co' vicini. Mentre il nuovo arcivescovo Roboaldo scomunicava i Cremonesi, l'imperatore Lottario li sottopose al bando imperiale; e, unite le forze degl'imperiali e de' Milanesi, si devastò il contado di Cremona, si prese Casalmaggiore, San Bassano e Soncino: poi queste forze si rivolsero contro Pavia, la quale venne umiliata. Così assai incautamente i Milanesi, colla distruzione di Lodi e di Como, colla desolazione de' Cremonesi, e cogli insulti fatti ai Pavesi, si erano procurati dei nemici implacabili intorno le loro mura; e ne vedremo l'effetto nel capitolo seguente. Altro non mancava ad accendere il fuoco che doveva distruggerci, se non l'occasione d'un imperatore potente e voglioso di riacquistare la signoria d'Italia. Ma né Lottario, né Corrado istesso (che poi, nel 1138, colla morte di Lottario, fugli eletto in Germania per successore) ebbero forze per tentarlo. Corrado, obbedendo alle insinuazioni fattegli da san Bernardo a Spira, s'incamminò alla testa di una armata per la Terra Santa; dove il suo esercito fu interamente distrutto per la mala fede dell'imperatore Manuello Comneno e per il valor militare de' Saraceni. Lottario debolmente regnò fra i torbidi. Così la indipendenza della repubblica di Milano si andò rinfiancando.

La città di Milano, divenuta opulenta e popolata nel secolo duodecimo, naturalmente doveva offrire agi migliori ad ogni cittadino. Non si discorreva più di adoperare per companatico il lardo, come vedemmo al capitolo quarto; ma pretendevano i canonici di Sant'Ambrogio che un abate, in certo giorno di solennità, desse loro un pranzo con tre imbandigioni, ed erano queste: in prima appositione, pullos frigidos, gambas de vino, et carnem porcinam frigidam: in secunda, pullos plenos, carnem vaccinam cum piperata, et turtellam de lavezolo: in tertia, pullos rostidos, lombolos cum panitio, et porcellos plenos; sorta di vivande che non ha saputo indicare cosa fossero l'erudito nostro conte Giulini, e che molto meno potrei io spiegare. Bastano però queste per dimostrare che si viveva con una sorta di abbondanza. Fra le cerimonie religiose vi era quella che il parroco andasse a lustrare coll'acqua benedetta la casa da cui si era trasportato un morto; e che al Natale il parroco girasse per le case del suo distretto coll'incensiere a profumarle. Quando si contraevano sponsalia de futuro, cioè quando si faceva la promessa del matrimonio, si regalava alla sposa un anello, ovvero una corona, o un cinto, ovvero una veste o un drappo, ovvero un zendado; e qualora il matrimonio poi non si dovesse più fare, se lo sposo aveva dato un bacio alla sposa, non si doveva a lui restituire se non la metà del regalo: Si nomine sponsalitiorum annulus, vel corona, vel cingulum, vel quid simile, seu amictum, vel pallium, vel zendadum detur; matrimonio non secuto, medietas redditur si osculum intercesserit; così le consuetudini di Milano dell'anno 1216. Dello stato delle lettere in quei barbari tempi pochissimo se ne può dire. Unicamente sappiamo che molti de' nostri giovani allora andavano in Francia a fare i loro studii; ed è assai probabile che le turbolenze interne alle quali era in preda la Repubblica, non permettessero quella placida educazione che è necessaria per avervi delle scuole e de' maestri utili. Fra i paesi vicini, il più tranquillo e indifferente per noi era la Francia, colla quale non avevamo più veruna politica relazione. Sotto Lottario s'erano scoperte in Amalfì le Pandette, e s'era risvegliato un fermento universale per lo studio della giurisprudenza. Il nostro Oberto dall'Orto fu distinto fra i dottori di quel tempo; e maestro Giovanni, pure nostro cittadino, fu un medico che ebbe molta parte nel far risorgere la facoltà che coltivava, in Salerno. Egli scrisse in versi latini un trattato di medicina per Enrico I, figlio di Guglielmo il Conquistatore, re d'Inghilterra, che così comincia:

Anglorum regi scribit schola tota Salerni ecc., e sebbene la ragione umana fosse coltivata da pochi, e con poverissimo successo, se vogliansi paragonare que' lavori colle produzioni di secoli più felici; nondimeno dobbiamo accordare che ci eravamo scostati assai dall'ultima barbarie del secolo undecimo, quando ne' pubblici contratti si scriveva così: deveniat in potestatem abas ipsius monasteri sancti Ambrosii in perpetuis temporibus in eodem sanctum monasterio ordinatus fuerit... capella una... que ego noviter edificavi... in onore sancti Michaelis et Petri, consecratam ab domnus Eribertus archiepiscopus. I cognomi cominciarono a formarsi nel secolo undecimo; e nel duodecimo erano generalmente praticati. La maggior parte ebbero l'etimologia dai luoghi d'onde traeva origine, ovvero dimorava la famiglia. Vorrei poter descrivere le azioni de' nostri Bruti, de' nostri Orazi, de' nostri Scevola; ma non balena alcun lampo di virtù fra quei tempi ancora caliginosi; o se qualche uomo generoso e nobile visse allora fra noi, e produsse la sua virtù fuori dalle azioni della famiglia, questa trovò così poca elasticità negli animi altrui, che non ne rimase memoria. La sola religione era il mobile di ogni azione in que' tempi... sebbene questa mia proposizione non è esatta. La sola corteccia della religione moveva ogni cosa, e la vera religione era trascuratissima. Il mancar di fede, l'assassinare, il distruggere, l'usurpare, il calunniare, l'opprimere, erano azioni comunemente praticate quasi senza ribrezzo. Dopo ciò, tutte le esterne pratiche del rito religioso erano osservatissime, e servivano di pretesto allo sfogo della feroce inquietudine de' nuovi repubblicani; poco degni in verità d'esser liberi, per l'abuso che ne fecero a danno proprio e dei vicini.

Capitolo VII

Della rovina di Milano sotto l'imperatore Federico I

Il nome di Federigo I imperatore, comunemente conosciuto col soprannome di Barbarossa, non è ignoto a veruno anche del popolo di Milano. Ognuno sa che Milano fu distrutta da lui. Molte favolose tradizioni, come accade, si frammischiarono colla verità. Federico Barbarossa però si ricorda come un barbaro. L'epoca di questo imperatore è stata funesta. Siamo stati avviliti; ma non vili, né senza gloria. I Romani ebbero due epoche di somma umiliazione; le Forche Caudine e l'invasione de' Galli. Noi avemmo Uraja e Federico. Gli autori di Germania di que' tempi ne fanno un eroe; i nostri ne fanno un tiranno. L'unico partito ch'io prendo sarà quello di appoggiare il mio racconto singolarmente agli autori tedeschi che scrivevano in que' tempi; e credere di Federico I tutto il bene che ne dicono i Milanesi, e tutto il male che ne dicono i Tedeschi. I primi autori che mi serviranno di guida, saranno Ottone, vescovo di Frisinga, figlio di Leopoldo Pio, marchese d'Austria, e zio paterno dello stesso imperatore Federico; il quale, come esercitato, quanto in que' tempi potevasi, nelle lettere latine, scrisse i fasti del nipote, da lui animato a farlo: l'altro sarà il canonico di Frisinga Radevico, il quale, per ordine dello stesso imperatore, continuò que' fasti dopo la morte del vescovo Ottone. Ivi si legge la lettera che l'imperatore diresse al vescovo suo zio, animandolo a scrivete e dandogli una traccia dei suoi fatti nell'Italia; ivi pure si vede che il continuatore Radevico, dice di avere scritto per obbedienza al desiderio del defunto vescovo: Ejus jussu, pariteraque divi imperatoris Friderici nutu. Sicuramente essi non hanno propensione per i Milanesi. Il terzo sarà il canonico di Praga Vincenzo, che accompagnò il suo vescovo in quella spedizione d'Italia, e fu presente alla maggior parte degli avvenimenti accaduti in Milano. La cronaca di Vincenzo fu data al pubblico per la prima volta nel 1764 dal padre Dobner, nel primo tomo dell'opera intitolata: Monumenta Historica Boemiae, stampata in Praga. Gli altri autori tedeschi, pubblicati nelle raccolte del Pistorio Nidano, del Menckenio, dello Struvio, dell'Oefalio, mi serviranno pure di guida. Farò uso ancora de' nostri Italiani Morena e Sire Raul, autori tutti contemporanei; ma unicamente pe' fatti che non possono essere contrari all'imperatore; sebbene il Morena sia più imperiale di alcun altro. Sarò costretto a registrare più le parole altrui, che a scrivere le mie; ma i lettori che temono lo spirito di partito e che bramano di conoscere quanto si può la verità de' fatti accaduti, non mi sapranno mal grado, se pongo sotto a' loro occhi piuttosto i pezzi interessanti degli autori originali che scrivevano le cose dei loro tempi, anzi che un sempre incerto racconto negli argomenti contrastati. Questo è il solo partito che conviene allorché s'entra a narrare una porzione di storia controversa.

(1152) Corrado, poco dopo il suo ritorno da Terra Santa, morì in Bamberga l'anno 1152, e fu eletto re de' Romani il di lui nipote Federico Barbarossa. Egli allora aveva trentadue anni. Pieno di ardor militare e di un carattere fermo e impetuoso, sembra che il suo primo pensiero sia stato quello di sottomettere le città del regno d'Italia, e di ridurle ad una reale obbedienza, dallo stato indipendente a cui si erano poste da centoventi anni e più. Albernardo Alamano e Omobono Maestro, due cittadini lodigiani, si portarono alla dieta di Costanza, e gettaronsi a' piedi di Federico, implorando il suo aiuto contro de' Milanesi, i quali non cessavano di opprimere i Lodigiani, anche presso le diroccate mura della loro patria distrutta. Il re Federico destinò Sicher per suo ministro a Milano, con un decreto in cui domandava che si cessasse di opprimere Lodi. I due Lodigiani ritornarono alla patria, per cui avevano operato senza commissione. Credevano di essere accolti come salvatori dei cittadini, e non ritrovarono che biasimo, strapazzi ed ingiurie; poiché il timore de' Milanesi era il solo sentimento che restava a quegl'infelici, dopo il peso di lunghe e gravissime sciagure. Venne a Milano Sicher, e presentò il decreto del re. I consoli milanesi stracciarono la carta, la calpestarono; e a stento il regio messo poté sottrarsi al furore del popolo e fuggirsene di notte. Dopo un tale affronto Federico si determinò di venire in Italia alla testa di un'armata. I nemici de' Milanesi non potevano mancare di unirsegli contro di Milano; la quale, come dice il panegirista e parente di Federico: Inter caeteras ejusdem gentis civitates primatum nunc tenet... non solum ex sui magnitudine, virorumque fortium copia, verum etiam ex hoc, quod duas civitates vicinas in eodem situ positas, idest Cumam et Laudam, ditioni suae adjecerit. Cominciò Federico a devastare alcune nostre terre. Erano amici nostri i Tortonesi, i Piacentini, i Cremaschi ed i Bresciani. Federico assediò, prese e distrusse Tortona; e dai Pavesi fu accolto con solenne pompa. Così il re Federico nella sua lettera riferita da Ottone di Frisinga: Destructa Terdona, Papienses, ut gloriosum post victoriam triumphum nobis facerent, ad civitatem nos invitaverunt. Col vocabolo però di distruzione non si può intendere già, che fossero atterrate le case della città, ma deve intendersi soltanto la demolizione delle fortificazioni, e lo smantellamento de' ripari che la munivano. Poiché nello stesso anno in cui venne distrutta Tortona, la repubblica di Milano scrisse ai Tortonesi la lettera seguente: Consules, populusque mediolanensis, consulibus derthonensibus, omnique populo, salutem - Cuncto romano Imperio notum fore credimus, urbem vestram, quam de caetero confidenter nostram dicemus, contra fas ac pium, injuria penitus, destructam, a nobis audacter nec non viriliter restauratam esse, murisque, omnium nostrorum invicem sudore constructis, circumdatam. Tria itaque civilia signa ad perennem memoriam ad vos dirigimus. Tubam videlicet aeneam, qua populos in unum convocetur, vetrum significantem incrementum. Album vexillum cum cruce Domini Nostri Jesu Christi, rubeum colorem habens per medium significans a manibus inimicorum post multas ac magnas angustias vos esse liberatos: in quo solem et lunam designari jussimus. Sol Mediolanum, luna Derthonam significat; lunaque lumen a sole suum trahit, omne a Mediolano Derthona suum trahit esse. Haec duo mundi sunt lumina, haec duo regna. Sigillum, quo vestrae signentur chartae, continens in se duas civitates Mediolanun et Derthonam, designans Mediolanum cum Derthona ita esse unitos, ut separari numquam possint amplius. Millenus centenus quinquagesimus annus quintus erat Christi, cum lapsa, refecta fuit. I Milanesi innalzarono la circonvallazione di Tortona con somma rapidità e con sommo ardire, nel tempo in cui Federico si portò a Roma, e fu incoronato imperatore dal papa Adriano IV. Questa riparazione di Tortona dovette irritare sempre più l'animo dell'imperatore; al quale inutilmente avevano già in prima offerto i Milanesi considerabili somme di oro per accontentarlo. Non si trovò forte Federico allora abbastanza per cimentarsi contro di Milano, ovvero gli affari l'obbligarono a portarsi in Germania. Prima però di abbandonare l'Italia, nelle vicinanze di Verona pubblicò un decreto in cui spogliava i Milanesi della zecca, dei telonei, e di ogni podestà: e ciò in pena d'avere distrutto Lodi e Como, e oppressi que' cittadini, con contumacia agli ordini imperiali: per lo che li condannò al bando dell'Impero. La sentenza di questo anatema non cagionò male alcuno ai Milanesi. Essa era concepita con frasi che provavano l'inimicizia passionata dell'imperatore. Leggevasi che i delitti imputati ai Milanesi fossero enormi, commessi con animo sacrilego, empiissimamente, con iniquità, malizia e pertinacia. Ciò non di manco, appena allontanato che fu Federico, i nostri ritornarono al loro abituale mestiere: batterono i Pavesi; insultarono e vinsero i Novaresi; presero Vigevano, e ne demolirono il castello. Tanto erano poco disposti a lasciar liberi i Lodigiani e i Comaschi già sottomessi! Pretesero anzi dai Lodigiani un giuramento positivo di fedeltà; e sull'opposizione che i Lodigiani fecero, volendo essi porvi la condizione che salvo fosse il primo giuramento di fedeltà da essi già prestato all'imperatore, e non accordandolo i nostri, vennero saccheggiate e abbruciate le povere abitazioni dei Lodigiani, ed essi costretti a ricoverarsi presso dei Cremonesi. Per tal modo erano nemici nostri i Lodigiani, i Comaschi, i Pavesi, i Novaresi, i Vigevanaschi e i Cremonesi.

Frattanto però che stavamo rendendoci più odiosi ai vicini ed al lontano nemico, la sola cosa ragionevole che femmo, si fu di munire d'un valido fossato, ossia d'una linea di circonvallazione tutta la città; la quale, sebbene avesse tuttavia in piedi le antiche mura di Massimiliano, ristorate dall'arcivescovo Ansperto due secoli e mezzo prima, nondimeno, per l'accresciuta popolazione doveva avere molte abitazioni esternamente adiacenti alle mura medesime. Questo fossato è precisamente quello per cui ora scorre il canale del Naviglio, e così con chiarezza ognuno può capire qual fosse il giro delle antiche mura, che ora è indicato dalle chiaviche, da noi chiamate cantarane, e quale quello del fossato, che visibilmente anche oggidì circonda la città. Di questo fossato ne parla il continuatore di Ottone da Frisinga Radevico, inimico de' Milanesi, con questi termini: Mediolanenses autem, utpote viri bellicosi et strenui, civitatem suam magnis fossis circumdederunt, et imperatori audacter et viriliter restiterunt; e della terra cavata nel fare la fossa se ne formò il parapetto nel luogo che anche presentemente conserva il nome di Terraggio. Convien dire che queste fortificazioni fossero assai ben fatte; poiché vedremo che non vennero mai superate colla forza; e che, perduta che fu la città, ebbe somma cura il vincitore di vederle distrutte. Venne in Italia l'imperator Federico alla testa di un'armata poderosissima, la quale conteneva quasi tutte le forze della Germania. Basti il dire che aveva sotto di lui a bloccare Milano Ladislao re di Boemia, Corrado duca di Rotenburg, Lodovico conte palatino del Reno, Federico duca di Svevia, Enrico duca d'Austria, Alberto conte del Tirolo, Ottone conte palatino di Baviera, l'arcivescovo di Colonia Federico, Arnaldo arcivescovo di Magonza, Hellino arcivescovo di Treveri, Wikmanno arcivescovo di Magdeburg, il duca di Zaringhen, e altri principi sovrani. (1158) La venuta di questa terribile armata accadde l'anno 1158. È strana la cerimonia che l'imperator Federico volle premettere alle sue operazioni militari. Prima di innoltrarsi nel Milanese fece intimare alla città un termine perentorio a presentare le discolpe, se ne aveva. Non volle dare un gastigo senza una sentenza, né una sentenza senza un giudizio, né un giudizio senza una citazione. Vennero i legati di Milano a questa formalità. L'eloquenza e i doni furono inefficaci; e la sentenza dichiarolli pubblici nemici. Così, pagando questo facile tributo alla manìa del secolo, che in Italia singolarmente aveva riscaldati gli animi nello studio del Codice e delle Pandette di Giustiniano, rese sacra in certo qual modo la vendetta e interessate più che mai le città nostre nemiche a favorire la rovina di Milano. Poich'ebbe data Federico la sentenza, si rivolse al Milanese, e, affacciatosi a Cassano per passar l'Adda, trovò il ponte così bene presidiato dai Milanesi, che non ardì superarlo. Gl'Imperiali tentarono il guado verso Corneliano: alcuni perirono nel fiume; ma però un buon drappello di militi si postò sulla sponda destra del fiume. Per lo che i nostri che trovavansi alla custodia del ponte, dovettero abbandonarlo, per non vedersi a un tempo stesso assaliti di fronte e al fianco; e si ricoverarono in Milano. L'esercito imperiale s'incamminò a passare sul ponte, il quale si ruppe, non sappiamo se a caso, con qualche danno dell'esercito. Questi avvenimenti, anche minuti, meritano luogo nella storia; poiché fanno conoscere che la guerra non si faceva con un cieco impeto, ma con arte e consiglio anche in que' tempi. Un errore però commisero allora i nostri, e fu quello di collocare un presidio nella torre dell'Arco Romano, di cui ho data notizia nel capitolo primo. Quella mole, fabbricata dai vincitori romani fuori del recinto per dominare la città, e fondata sopra quattro enormi pilastri e quattro arcate, doveva atterrarsi da una città che aspettava un potentissimo esercito nemico. Un presidio così isolato non poteva né difendersi né reggere, soltanto che sotto vi si fosse collocata una catasta di legna e postovi il fuoco. Gl'imperiali, ben presto cominciando a rompere i pilastri, costrinsero gl'infelici situati tanto incautamente ad arrendersi, e dalla cima poi di quella gran torre, gl'imperiali, colla pietrera, scagliarono incessantemente de' sassi a danno ed incomodo inevitabile di coloro che stavano alla difesa della porta Romana. L'imperatore pose il suo quartiere verso la Commenda di Malta, che allora era la magione de' Templari. Il re di Boemia pose il suo a San Dionigi. L'arcivescovo di Colonia alloggiò verso San Celso. Di contro a ciascheduna porta della città vi si postò un principe; e si circondò la città con un esercito di centomila uomini; ovvero, come dice lo storico nostro contemporaneo Sire Raul, di quindicimila cavalieri, e innumerevoli fantaccini. A tutte queste terribili forze della Germania, dalla quale erano venuti quasi tutti i sovrani alla testa de' loro sudditi armati, si unirono le forze di quasi tutte le città di Lombardia; e il canonico di Praga Vincenzo, che vi era presente, nomina Pavesi, Cremonesi, Lodigiani, Comaschi, Veronesi, Mantovani, Bergamaschi, Parmigiani, Piacentini, Genovesi, Tortonesi, Astigiani, Vercellesi, Novaresi, d'Ivrea, di Padova, d'Alba, di Treviso, d'Aquilea, di Ferrara, di Reggio, di Modana, di Bologna, d'Imola, di Cesena, di Forlì, di Rimini, di Fano, d'Ancona e di altre città ancora, che tutte avevano mandate le loro milizie a combattere contro di noi. Al comparire di tante forze i Milanesi stavano armati, tranquillamente rimirandole dalle loro fortificazioni: Stabant armati super vallum, nihil omnino strepentes; dubium, principis advenientis aspectus utrum hanc reverentiam, et hujus silentii disciplinam, an metum universis incusserit, dice Radevico, lib. I, cap. XXXII. Una tanto spaventosa unione di forze non si impiegherebbe al dì d'oggi per acquistare una città presidiata da soli cittadini. Un esercito assai minore basterebbe, e coll'assedio, ovvero con un impetuoso assalto se ne renderebbe padrone; ma allora la polve per anco non era conosciuta (la più antica memoria della polve ascende sino alla pubblicazione dell'opera: De nullitate Magiae, in Oxford, fatta da Rugiero Bacone circa l'anno 1260 cioè quasi un secolo dopo i tempi de' quali tratto; e il più antico uso della polve nella guerra seguì l'anno 1346 nella battaglia di Crecy, come ci attestano Larrey e Mezerai. Il re d'Inghilterra Eduardo scompigliò i Francesi con cinque o sei cannoni; ciò accadde più d'un secolo e mezzo dopo Federico). Troppo era ardua impresa il venire a cimento contro gli assediati, i quali, dalla sommità del terrapieno, scacciavano nella larga fossa gli aggressori prima che ad essi potessero nemmeno accostarsi, e perciò: Divisis, ut dictum est, inter principes exercitus portis Civitatis, singuli eorum festinare, parare, sudibus, palis aliisque propugnaculis castra munire, propter improvisos hostium incursus, decertabant. Neque enim vineis, turribus, arietibus, aliorumque generum machinis tantam civitatem attentandam putabant. Sed longa potius obsidione fatigatos ad deditionem cogi, vel si foras propter fiduciam multitudinis erupissent, proelio superatum iri. Si aspettò adunque che il tedio e i maneggi inducessero i Milanesi alla resa, e non ardì Federico di sottometterli colla forza. Questi fatti, trasmessici da un Tedesco, nemico del nome italiano, e panegirista dell'imperator Federico, provano abbastanza che Milano in quel tempo era una repubblica, piccolissima per la sua estensione, ma di una forza e di un ardimento meravigliosi; e se ella avesse avuta tanta sapienza, quanto ardire e robustezza, forse la storia posteriore d'Italia sarebbe più simile alla romana. Lo storico nostro Sire Raul ci parla di varie scorrerie che i Milanesi fecero su i nemici, col rappresagliar ai medesimi molti cavalli: Interea milites Mediolani egrediabantur de civitate, et auferebant scutiferis exercitus roncinos, et tantos abstulerunt, quod roncinus quatuor solidis tetriolorum vendebatur; e il Radevico, che scrisse i fasti dell'imperator Federico per comando di lui, e in conseguenza non è mai sospetto di parzialità per i Milanesi, descrive varie sortite da essi fatte; ed una singolarmente caduta sopra il conte palatino del Reno, e sul duca Federico di Svevia: Apertis portis, cum pugnacissimis egressi, disjectis custodibus, usque ad jam dictorum heroum castra excurrunt, oppugnant, sauciant. Alemanni, ubi hostes adventare senserant, inopinata re, ac improvisa primo perculsi (l'affare era di notte) alter apud alterum formidinem simul, et tumultum facere: deinde alius alium appellare, hortari, arma capessere, venientes excipere, instantes propulsare: clamor permixtus hortatione, strepitus armorum, etc., e conchiude che, accorsovi poi il re di Boemia coi suoi, e così resasi più vasta l'azione, i Milanesi, non potendo reggere a tanti, ritornarono nella città. Questo fatto, altrimenti in parte, lo descrive la cronaca del canonico Vincenzo da Praga, che si legge nel libro del P. Gelasio Dobner. Secondo detto cronista, la sortita fatta dai Milanesi non fu di notte, ma circa horam vespertinam... fit pugna ex utraque parte: fortissimi caeduntur milites, nec hi vincuntur nec illi. Videns autem praedictus princeps se eis sufficere non posse, ad Regem Bohemiae plurimos mittit nuncios, rogans ut ei sua subveniat militia; dice poi che il re accorse co' suoi, e piombò addosso ai Milanesi: Mediolanenses pro libertate adversariis suis fortissime resistunt; ex utraque, parte fortissimi caeduntur milites. A vespertina hora usque ad crepusculum durat praelium. Mediolanenses tandem, plurimis amissis, et captis, Bohemorum ictus non valentes sustinere, inter muros se retrahunt, quos Bohemi victores, usque ad ipsas portas caedentes, insequuntur. Interea nox praelium dirimit. Questo autore era presente, quindi il di lui racconto pare più verisimile; poiché di notte non poteva tentarsi un'operazione, quando si combatteva, come allora, in mischia. Altra uscita fecero i Milanesi per testimonianza dello stesso autore tedesco e panegirista dell'imperatore Federico, contro il duca d'Austria, che s'avanzava per attaccare una porta della città: Mediolanenses quippe, molitiones nostrorum praesentientes, ignominiam judicabant, si pares, imo plures multitudine, minori animo venientibus non occurrerent: e allora pure furono respinti. La più fortunata azione ce la descrive lo stesso Radevico, quando uscirono i Milanesi contro una schiera di mille volontari, comandati dal conte Ekeberto di Butene, che, dopo un ostinato conflitto, vennero fugati coll'uccisione del conte e di varii altri nobili imperiali. Osserva però lo stesso Radevico, come dalla porta che era bloccata dall'imperatore (ed era quella del Buttinugo, ora detto Bottonuto, e il conte Giulini la crede posta al ponte dell'Ospedale) i Milanesi non ardirono mai di presentarsi, o per timore o per riverenza verso la persona dell'imperatore: Sed nec ad portam, ubi militia principis obsidionem celebrabat, excursus facere, dubium an metu, an reverentia imperatoris cohiberentur. Tentarono gl'imperiali di prendere la città di assalto, e poté loro riuscire di porre il fuoco ad una porta ed al bastione vicino, combustibile, perché composto di fascine e travi, che rassodavano la terra e la munivano al di fuori; ma furono vigorosamente respinti, e il colpo andò a vuoto. Ciò nondimeno fa meraviglia, come dopo un mese di blocco la città si rendesse; e non è facile il persuaderci, come questa dedizione fosse allora cagionata dalla fame e dalle malattie, siccome varii scrittori asseriscono, appoggiati al testimonio Radevico. Non è da credersi che i Milanesi da lungo tempo prevenuti dell'odio dell'imperatore, e che con prodigioso dispendio ed ardimento avevano premunite le abitazioni colla linea di circonvallazione, avessero preparato così poco ne' magazzini, da penuriare dopo di un mese; né è da credersi che un morbo contagioso ponesse tanta desolazione da obbligare in quattro settimane alla dedizione una città non ancora offesa da macchina o assalto nemico; tanto più che di questa supposta pestilenza, la quale avrebbe dovuto comunicarsi al campo nemico, nessuna menzione se ne fece poi; e il canonico Vincenzo di Praga, che era presente a questi avvenimenti, non scrive né della fame né d'altra malattia, se non che: Foetor cadaverum intolerabiliter ex utraque parte omnes cruciabat exercitus ita quod jam plurimi plurimis cruciabantur aegritudinibus. L'autore medesimo ci avverte che il patriarca d'Aquileia Peregrino, il vescovo di Praga Daniele, il vescovo di Bamberga Everardo aprirono i discorsi di pace co' Milanesi, e Radevico ci attesta che l'autore di questa dedizione de' Milanesi fu il conte Guido di Biandrate; eccone le parole: Hujus auctor negocii dicitur fuisse Guido comes Blanderatensis, vir prudens, dicendi peritus, et ad persuadendum idoneus. Is, cum esset naturalis in Mediolano civis, hac tempestate tali se prudentia et moderamine gesserat, ut simul, quod in tali re difficillimum fuit, et curiae charus, et civibus suis non esset suspiciosus. Questo conte Guido di Biandrate, per testimonianza del conte Giulini, era generale della milizia de' Milanesi. La maggior parte del Novarese era sua, ed esposta alle invasioni degl'imperiali. Il carattere e la fede di questo conte, anche prima in un fatto co' Pavesi, si resero soggetto di dubitazione, e sembra che, comandando i Milanesi, li disponesse per essere battuti. L'imperatore poi sempre se lo ebbe caro, l'adoperò in molte commissioni, creò arcivescovo di Ravenna suo figlio, e fu perfino trascelto, insieme col cancelliere imperiale, per obbligare gl'infelici Milanesi, esuli dalla patria, a sborsare nuovi tributi. Posta tutta questa serie di fatti, io credo che, senza pericolo di oltraggiare indebitamente la memoria di lui, sospettar si possa aver egli sacrificata la patria alla personale ambizione. I patti della resa furono: 1) I Lodigiani e i Comaschi nel governo civile saranno indipendenti dai Milanesi; 2) i Milanesi giureranno fedeltà all'imperatore; 3) fabbricheranno un palazzo imperiale; 4) pagheranno novemila marche d'argento; 5) daranno ostaggi; 6) i consoli saranno eletti dai Milanesi, ma approvati dall'imperatore; 7) nel palazzo imperiale risederanno i legati cesarei, e giudicheranno le liti; 8) si restituiranno i prigionieri; 9) saranno dell'imperatore la zecca e le regalìe; 10) saranno assoluti dal bando imperiale i Milanesi, tosto che dai Cremaschi sieno pagate centoventi marche; 11) eseguito ciò, l'imperatore partirà fra tre giorni, e tratterà da amico i Milanesi e le cose loro; 12) i Milanesi eseguiranno i loro patti con buona fede, quando non siavi impedimento legittimo, ovvero il consenso cesareo non li dispensi; 13) potranno i Milanesi imporre una colletta per pagare la somma convenuta, e chiamare in contributo quei che solevano, eccetto i Lodigiani e i Comaschi, e alcuni del contado del Seprio, i quali, poco prima, avevano giurato fedeltà all'imperatore. Così Milano si rese, il giorno 7 settembre 1158, all'imperatore Federico.

Questo avvenimento non fu veramente né di gloria all'imperatore né di biasimo a Milano. Con un'armata immensa, atta a conquistare un regno, doveva certamente prendersi una città abbandonata, e sola in mezzo a tanti e sì potenti aggressori. Né l'imperatore, scortato di tanti e sì poderosi mezzi, allora mostrò quel vigore militare che caratterizza un gran generale. Non pose assedio, non attaccò le fortificazioni, non usò dell'impeto, ma con mezzi industriosi, e probabilmente colla seduzione del comandante, acquistò la città. Questo avvenimento pure ci mostra quanto imprudente sia stata la scelta del conte Guido, che i Milanesi vollero avere per loro generale. Si trovano, è vero, delle anime nobili, più sensibili alla gloria che a qualunque altro bene presente, capaci d'un generoso entusiasmo che faccia loro trovare il massimo interesse nelle azioni virtuose; ma furono sempre mai rare, e ne' secoli barbari singolarmente. In ogni tempo poi imprudentemente si pone un uomo nell'alternativa o di essere un eroe, o di sacrificarci. Se la capitolazione pose Milano nella dipendenza, però l'imperatore riconobbe nella città una esistenza civile con quest'atto medesimo, perché capitolò, e perché si obbligò a partirsene, e lasciò il reggimento della città ai consoli; né proibì ai Milanesi il governo della loro città, o la facoltà della pace e della guerra. Se la città fosse stata resa suddita, si sarebbe posto un conte a governarla a nome dell'imperatore, si sarebbe abolita la nuova magistratura de' consoli nata colla Repubblica; e si sarebbe espressamente proibito di contrarre mai più leghe o far guerre, come da un secolo e più s'andava facendo. L'articolo della zecca è pure meritevole di osservazione. Ho già accennato che di monete battute in Milano prima di Federico non ve ne sono, se non col nome dell'imperatore o re d'Italia; che le monete della Repubblica mancanti del nome del sovrano hanno l'immagine di sant'Ambrogio colla mitra, ornamento che prima di Federico non fu generalmente in uso. Dopo gli Ottoni, dei quali abbiamo le monete, non ho altre monete della nostra zecca, che di Enrico, non ben sapendosi se del primo, secondo, terzo o quarto; ma né dei Corradi né di Lottario II non ne ho; né alcuno ne ha pubblicate; e perciò sembra verosimile che da molti anni la zecca di Milano fosse oziosa; appunto perché la nuova Repubblica non osasse di sottrarsi interamente da ogni protezione dell'Impero coll'omettere il nome augusto nel conio, e nemmeno volesse espressamente confermarsi dipendente col riporvelo. Conservo bensì alcune monete dell'imperatore Federico coniate in Milano, e sono pubblicate in più opere. Così quel sovrano, richiamando a sé la moneta, ravvivò anche nel conio la soggezione dalla quale ci eravamo col favore dei tempi sottratti.

Poiché fu sottomessa Milano, l'imperatore radunò una dieta in Roncaglia. Ivi, ricorrendo molti per farvi giudicare le liti, quell'Augusto, se crediamo a Radevico, diceva: Mirari se prudentiam Latinorum, qui cum praecipue de scientia legum glorientur, maxime legum invenirentur transgressores; quumque sint tenaces justitiae sectatores, in tot esurientibus et sitientibus injustitiam evidenter apparere. Se quell'Augusto avesse riflettuto che lo studio delle leggi si fa per acquistare onori e lucro, e che questo desiderio non esclude i vizii dell'animo; che il raffinamento medesimo nell'interpretare le leggi debb'essere una fecondissima sorgente di litigi; che in una nazione ricca ed ingegnosa vi debbon essere più controversie che in una più povera e indolente; non avrebbe parlato con derisione degl'Italiani, perché, studiando molto le leggi di Giustiniano, erano in molte liti imbarazzati. Cesare, Ottaviano Augusto e gli altri Romani non deridevano i vinti. Il grande Ottone si mostrò pure abitatore del mondo, come lo sono le anime grandi. Le antipatie nazionali sono minute opinioni del volgo. In ogni secolo e presso di ogni nazione le anime nobili sempre furono al disopra della popolare invidia, ingiusta per lo più o fomentata da una meschina politica. Cercano esse indistintamente il vero merito, e si pregiano di onorarlo ovunque lo trovino; mirano la terra come la patria del genere umano, e gli uomini una famiglia, divisa in buoni e malvagi. Un sovrano poi, che è il padre dei suoi popoli, non può avere piccole gelosie di fazione. Federico mancò di politica. Dovevano accorgersi i Lodigiani, i Pavesi, i Cremonesi, i Comaschi e gli altri che l'imperatore non era punto affezionato né agli Italiani né ad essi. La guerra fatta ai Milanesi certamente non aveva per oggetto la loro felicità, liberandoli dall'oppressione; ma, profittando delle nostre discordie, cercava di sottometterci. È vero che con una pomposa formalità aveva Federico, il giorno 3 di agosto dello stesso anno 1158, consegnato ai consoli lodigiani in Monteghezzone un vessillo, e data loro la proprietà di quello spazio alla sponda dell'Adda per fabbricarvi, siccome fecero, la nuova città di Lodi; ma l'imperatore con questo dono non perdeva cosa alcuna; e le città alle quali in quella dieta prese tutte le regalìe, per formare a se medesimo un tributo annuo di trentamila marche d'argento, perdevano assai. Più accortamente avrebbe operato quell'Augusto, se, dopo di aver vinto, colla moderazione e colla clemenza si fosse proposto di far amare il suo governo; forse avrebbe lasciato a' suoi successori un regno fedele e tranquillo, fondato sull'interesse medesimo de' popoli governati, i quali avrebbero naturalmente preferita la pace sotto di una moderata monarchia, alla turbolenta indipendenza, alle stragi, all'incertezza che da lungo tempo li rendevano infelici, Ma è più facile il vincere che il saper godere della vittoria; ed è più facile il carpire la fortuna, che il convertirla in propria stabile felicità. L'incauta condotta dell'imperatore gettò i semi di molte sciagure funeste ai popoli d'Italia; funeste all'Impero medesimo; perché, dopo le miserie di una seconda guerra, poté bensì opprimere i malcontenti, ma rovinò il suo Stato, e impresse un tal ribrezzo per la soggezione, che le città giunsero poi a liberarsene interamente, e col fatto si resero indipendenti. Questo errore in politica fu allora tanto più grande, quanto che il sistema feudale somministrava bensì all'imperatore un'armata combinata per una spedizione; ma non gli lasciava mezzo di avere un corpo di truppe costantemente assoldate e acquartierate nell'Italia per mantenersela soggetta.

Nella dieta che tenne l'imperatore in Roncaglia, simulò di essere interamente amico de' Milanesi, e come dice il canonico di Praga Vincenzo: Mediolanenses in suum vocat consilium, quomodo urbes Italiae sibi fideles habeat quaerit, qui ei dant consilium, quod eos quos per civitates Italiae sibi fideles habet, per suos nuncios, eos sibi suas constituat potestates... quod imperator laudans, usque ad tempus huic rei competens in corde suo recondit. I Milanesi, appoggiati alla fede di un trattato che lasciava loro il governo dei consoli, e l'elezione, soltanto da approvarsi dal sovrano, non sospettarono che un consiglio pronunziato con candore e con impegno di corrispondere alla confidenza di quell'Augusto, dovesse cadere a loro detrimento. Così però avvenne. Il citato canonico era presente in Milano, quando i nunzi dell'imperatore pretesero di creare un podestà, cioè un dispotico ministro che reggesse a nome di Federico. Egli così ci racconta la risposta dei Milanesi. Nullo modo se hoc facere posse respondent; verumtamen, sicut in privilegio imperatoris habebant, quod ego Vincentius ex parte imperatoris et regis Bohemiae scripseram, se per omnia facturos promittebant. È da notarsi che l'autore era presente, ed ei medesimo aveva scritto la capitolazione: Scilicet quod ipsimet, quos vellent, consules eligerent, et electos ad imperatorem, vel ad ejus nuncium ad hoc constitutum, pro juranda imperatori fidelitate. adducerent. Contra hoc, nuncii imperatori respondent quod ipsi Runcaliae hoc imperatori dederint consilium, quod per suos nuncios in civitatibus Lombardiae ponat potestates: eo consilio utantur et ipsi. Ognuno facilmente giudicherà quale dei due mancasse ai patti. La maggior parte degli scrittori tedeschi incolpano gl'Italiani d'aver infranta la data fede; nessuno però era presente al fatto, come questo autore, che era al seguito del suo vescovo di Praga. Egli è certo che il popolo di Milano si mosse, e che si ascoltavano le grida fora, fora! mora, mora! come dice l'autore medesimo; e i nunzi (sebbene i nobili milanesi cercassero di guadagnarseli co' regali e procurassero di persuader loro che il rumor popolare si sarebbe calmato) non trovandosi sicuri, se ne partirono di notte e s'avviarono verso dell'imperatote. Egli era col suo esercito vicino a Bologna. (1159) E previe le citazioni perentorie legalmente promulgate, proferì nuovamente una sentenza contro i Milanesi dichiarandoli contumaci, ribelli, disertori dell'Impero e nemici; condannò quindi i beni de' Milanesi al saccheggio e le persone alla schiavitù. Ognuno sente qual grado di nobile eroismo vi sia in tale sentenza, e s'ella rassomigli più ai fasti dei Scipioni, ovvero a quei di Attila. La data di tale sentenza è 16 aprile 1159. Dopo un tal fatto non vi era più altro partito che tentare nuovamente la sorte delle armi. Il castello di Trezzo era presidiato dagl'imperiali, i quali devastavano le campagne all'intorno. I nostri prontamente ne fecero l'assalto, e condussero a Milano il comandante e la guernigione. L'imperatore aveva fatto un errore, allontanando la sua armata da Milano; nel tempo in cui, violando la convenzione, voleva renderla perfettamente suddita. Ora si accostò, e, considerando Crema la amica alleata de' Milanesi, cominciò dal porvi l'assedio. Sono concordi gli scrittori italiani e tedeschi nel fatto della Torre, e fu: l'imperatore aveva fatta fabbricare una torre di travi posta sulle ruote; e la faceva spignere verso le mura di Crema da un lato in cui erano giunti gli assedianti a riempire la fossa colla terra. Se riusciva di accostare tali ordigni alle mura, si combatteva a condizioni pari dalla torre al baloardo. I Cremaschi scagliavano colle loro macchine vigorosamente grossi macigni contro di quella torre, che innoltrando correva pericolo di essere rovinata. L'espediente che prese Federico, fu di far legare alcuni prigionieri cremaschi e milanesi fra i più distinti, e con essi, coprendo il lato della Torre, che si presentava alla città assediata, farla così spingere da' suoi verso quelle mura. Così furono ridotti i Cremaschi alla scelta o di essere crudelmente i carnefici dei loro parenti ed amici, ovvero di sacrificare la patria loro. Difesero la patria, e lasciarono all'imperatore la macchia d'una inutile atrocità. Né questa fu la sola. I Cremaschi, usando del dritto di rappresaglia, uccisero sulle mura in faccia de' nemici alcuni prigionieri cremonesi e lodigiani: e l'imperatore fece tosto impiccare in faccia della città due prigionieri cremaschi; e questi piantarono sulle mura le forche, e vi appesero due altri prigionieri; finalmente l'imperatore fece condurre sotto le mura tutti i Milanesi e Cremaschi che aveva in suo potere, e dispose perché tutti fossero appiccati. Se non che alla preghiera dei vescovi si arrese, e si accontentò che ne fossero impiccati non più di quaranta. Il fatto ce lo racconta il Morena, ed io lo riferirò come lo espone Radevico, continuatore di Ottone Frisinghese. Egli comincia a incolpare i Cremaschi assediati, perché si difendessero con valore e facessero delle uscite coraggiosamente: In eruptionibus suis aut machinis flammas inire, aut turres destruere, aut lethali vulnere aliquos de nostris sauciare moliti sunt, nullumque specimen audaciae aut ostentationis fuit, quod illi futurorum ignari praetermitterent; et dum jam inclinata putaretur eorum superbia, de patratis facinoribus tumidi gloriabantur. L'imperatore perciò, continua lo stesso autore a narrarci: Jubet ergo de captivis eorum vindictam accipere, eosque promuris jussit appendi. Non credo che Cesare, quando assediava le città delle Gallie e della Germania, lasciasse ne' suoi fasti esempi tali. Contumax autem populus, nimis de pari volens contendere, etiam ipse quosdam de nostris in vinculis positos eodem modo traxit ad supplicium. E prosiegue a narrarci come allora Federico obsides eorum, numero quadraginta, adduci jubet ut suspendantur; e, non contento di quaranta miseri prigionieri di guerra, sei militi milanesi, allora còlti, perché parlavano co' Piacentini, vennero condannati alle forche; Tum interim adducuntur captivi quidam de nobilibus mediolanensium sex milites, qui deprehensi fuerant ubi cum Placentinis perfida miscebant colloquia... nam ut supra dictum est, Placentia principi, etiam tum, ficta devotione, et simulata adhaerebat obedientia... hos itaque... duci jubet ad supplicium, similisque his, qui et prioribus, vitae finis extitit. Se Radevico avesse scritto per oltraggiare l'imperatore, non poteva fare di più. Eppure egli scriveva, nutu serenissimi imperatoris Friderici. Convien confessare che le idee della virtù e del vizio, dell'eroismo e della crudeltà erano diverse da quello che ora sono generalmente. Finalmente, così Radevico ci descrive il fatto della Torre. Jamque ad civitatis perniciem machinae plurimae admovebantur, jamque turres in altum extructae applicari caeperant. Tum illi summa vi atque pertinacia resistere, atque a muris turres arcere, suisque instrumentis, validis saxorum ictibus, nostras machinas impellere. Efferatis vero animis princeps absistendum putans, obsides eorum, machinis alligatos, ad eorum tormenta (quae vulgo mangas vocant, et intra civitatem novem habebantur) decrevit obiiciendos. Seditiosi, quod etiam apud barbaros incognitum, et dictu quidem horrendum, auditu vero incredibile, non minus crebris ictibus turres impellebant: neque eos sanguinis, et naturalis vinculi communio, neque aetatis movebat miseratio. Sicque aliquot ex pueris, lapidibus icti, miserabiliter interierunt. Alii, miserabilius adhuc vivi superstites, crudelissimam necem, et dirae calamitatis horrorem penduli expectabant: o facinus! Secondo i principii che formano la base della giustizia e della morale, poteva controvertersi, se la indipendenza delle città d'Italia fosse diventata legittima dopo molti anni, dacché erasi acquistata. Poteva anche chiamarsi ingiusta la guerra difensiva che facevano i Cremaschi. Ma non si può biasimare come audacia, o superbia, o pertinacia, o sfrenatezza di animo la costanza e il valore dei combattenti: né imputare a delitto se gli assediati respingevano le macchine degli aggressori; e se vuolsi compiangere, come lo merita, il fato degl'infelici legati alla Torre, la barbarie è da imputarsi non mai a' Cremaschi. L'imperator Federico però volle che i suoi fasti fossero scritti, come Radevico lo fece. Crema fu obbligata a rendersi finalmente dopo un lungo assedio, e Radevico ci dice: Ipsum castrum, egressis inde quasi XX millibus hominum diversi generis, flammis traditum, et militibus ad diripiendum permissum est. Questo modo di assediare e di prendere una fortezza l'imperator Federico lo credette modo clemente: e la presa d'una piccola città, dopo un lungo assedio, ei la chiamò una vittoria. La lettera circolare che allora scrisse l'imperatore, ce la conservò Radevico nel libro secondo, cap. 43; Fridericus, Dei gratia Romanorum imperator, et semper augustus. Scire credimus prudentiam vestram, quod tantum Divinae Gratiae donum, ad laudem et gloriam nominis Christi, honori nostro tam evidenter collatum occultari vel abscondi tamquam res privata non potest. Quod ideo dilectioni vestrae ac desiderio significamus, ut, sicut charissimos et fideles, vos partecipes honoris et gaudiorum habeamus. Proxima siquidem die post conversionem S. Pauli, plenam victoriam de Crema nobis Deus contulit, sicque gloriose ex ipsa triumphavimus, quod tam miserae genti, quae in ea fuit, vitam concessimus. Leges enim tam divinae quam humanae summam semper clementiam in principe esse testantur.

(1159) Durante tutto l'anno 1159 e 1160 niente intraprese l'imperatore Federico direttamente contro di Milano; e si passò il tempo in varie zuffe, per lo più dai Milanesi provocate, e terminate con vario successo, ora felice, ed ora contrario. L'erudizione tutto raccoglie; la voce della storia racconta que' soli fatti che meritano di essere conosciuti o per la relazione che ebbero cogli avvenimenti accaduti dappoi, ovvero per l'influenza che hanno a dimostrarci lo stato delle cose in quei tempi. Aspettava quell'Augusto nuovi soccorsi dalla Germania, e frattanto girava per la Lombardia convocando concilii, sostenendo papa Vittore, scomunicando i partigiani di papa Alessandro III, il quale scomunicava i fautori di Vittore. L'origine di questo scisma venne, perché morto, nel 1159, Adriano IV, che nascostamente animava i Milanesi a resistere a Federico, i cardinali si divisero in due partiti: l'uno creò papa il cardinale Rolando, che poi fu chiamato Alessandro III; l'altro creò papa Ottaviano, cardinale di Santa Cecilia, col nome di Vittore III. Federico era del partito di Vittore; convocò in Pavia un concilio di cinquanta vescovi suoi sudditi o aderenti, al quale invitò i due pretendenti al papato. Vittore solo vi comparve, e fu dichiarato legittimo papa; e contemporaneamente in Anagni si tenne un concilio, con molti vescovi e cardinali, nel quale fu riconosciuto per vero papa Alessandro III, che ivi il giorno 24 marzo, che era il giovedì Santo, scomunicò Federico. Vittore scomunicò i Milanesi e i loro fautori. Alessandro scomunicò Federico, l'antipapa e i consoli cremonesi, pavesi, novaresi, vercellesi e lodigiani, aderenti all'imperatore e all'antipapa. Tali erano le occupazioni e gli affari di quegli anni, interrotti da piccoli e giornalieri fatti ostili, che, con un lento macello, affliggevano l'umanità, senza ricompensare in qualche modo il danno con qualche gran mutazione. La guerra è sempre un male atroce, e le società civili si sono instituite al fine di non provarla. Ma s'ella cagiona una gran rivoluzione, perde in certo qual modo la sua atrocità per i beni ch'ella talvolta produce; che se lascia il genere umano come prima, anzi più afflitto di prima, non si può rimirarla senza ribrezzo. (1160) Erano giunti rinforzi all'imperatore Federico, che divisava d'impadronirsi di Milano; e a noi era accaduto il più sciagurato avvenimento, un incendio cioè furiosissimo, che, il giorno 25 agosto 1160, abbruciò quasi tutti i nostri magazzini e quasi la terza parte di Milano. A questa disgrazia dobbiamo attribuire interamente l'umiliazione alla quale venimmo ridotti; e dopo il giorno in cui Uraja distrusse Milano, dobbiamo negli annali nostri ricordare il 25 d'agosto, come il giorno sopra gli altri infausto: poiché ci trovammo da quel momento in faccia di un potentissimo nemico, aiutato dai nostri nemici vicini; tagliata ogni corrispondenza colle città amiche; privi d'ogni speranza di aver pane; e desolate le campagne nostre da ogni parte; per lo che una disperata fame ci costrinse a rinunziare ad ogni difesa.

(1161-1162) Il secondo blocco della città di Milano durò quasi sette mesi, e terminò alla fine di febbraio dell'anno 1162. Non seguì alcuna operazione militare che forzasse alla resa; non furono diroccate le fortificazioni in verun modo; non fu dato l'assalto; ma l'unica cagione della dedizione in quella seconda volta è da attribuirsi alla fisica mancanza d'alimento. Lo storico nostro contemporaneo Sire Raul ci dice che, per provvedere la città, electi sunt de unaquaque parochia civitatis duo homines, et de iisdem tres de unaquaque porta, quorum unus ego fui, ut eorum arbitrio annona, et vinum, et merces venderentur, et pecunia mutuo daretur, quod in perniciem civitatis versum est: parole che non furono abbastanza sinora meditate; perché la violazione della proprietà, e la mediazione del legislatore fra chi vende e chi compra furono sempre mai operazioni insterilitrici, sebbene di autorità e lucro per gli esecutori, i quali soli parlano per un popolo che non ragiona ed ubbidisce, e perciò continuate per lunga serie di secoli. L'incendio memorando distrusse, in agosto del 1160, quasi tutte le provvisioni. L'esercito nemico, del 1161, cominciò a postarsi tra levante e tramontana della città; poi sloggiò e collocò il suo campo, inviandosi a ponente, poi a mezzodì, sempre facendo fronte verso Milano. Una così poderosa armata copriva frattanto dietro di lei una moltitudine di guastatori, i quali tagliavano i grani ancor verdi, le viti, le piante, e devastavano, per la distanza di quindici miglia, tutte le terre. Poi l'esercito nemico scomparve; e si accampò verso Lodi, lasciandoci il miserando spettacolo d'una terra devastata che non poteva darci nulla; e non lasciando altro compenso per vivere, fuori che i pochi grani scampati dall'incendio. È assai facile il figurarci la depressione e l'avvilimento nel quale dovettero a tal vista cadere gli animi de' Milanesi. Il solo scampo che poteva loro rimanere, era quello di avventurare tutto a una giornata: uscire dalla loro città con tutte le forze riunite, dare una battaglia, e terminare la vita con onore, e salvare la patria, distruggendo il nemico, e obbligandolo a lasciarla libera. Ma per abbracciare questo estremo partito, vi voleva quel vigor d'animo ne' cittadini e quell'entusiasmo della patria, che cominciava a venir meno dopo tante infelici vicende. Molti cittadini avevano abbandonato il partito della patria, e si erano gettati a vivere co' nemici. L'esempio del conte di Biandrate ci allontanava dall'affidarci ad un secondo dittatore. Ne' casi estremi il dispotismo solo può salvare la città; ma non sempre vive nella città l'uomo che, per la sua virtù e talenti, meriti il deposito di quella terribile autorità; né sempre il popolo ha mezzi per conoscerlo. Cercarono perciò i consoli di aprire la strada a una convenzione col nemico; e, chiesti i salvacondotti dal duca di Boemia e dal conte Palatino del Reno, fratelli dell'imperatore, non meno che dal landgravio di Assia, di lui cognato, scortati con questi, uscirono dalla città per entrare con essi in parlamento. Il Morena, lodigiano e fautore di Federico, ci racconta che dalle truppe dell'arcivescovo di Colonia Reinoldo, contro il gius delle genti, vennero fatti prigionieri; e, quantunque i tre nominati principi altamente se ne dolessero, l'imperatore approvò il fatto. Lo storico nostro Sire Raul ci descrive molte crudeltà praticate dall'imperatore in questo secondo blocco. Pretende quell'autore contemporaneo, che ai prigionieri che andava facendo in alcune scorrerie de' nostri, Federico facesse tagliar le mani. Nomina sei Milanesi nobili, a cinque dei quali fece cavare gli occhi, lasciando al sesto un occhio solo, acciocché servisse di guida a ricondurre nella città i suoi compagni. Comunque sia, egli è certo che i Milanesi, in dicembre dell'anno 1161, e molto più in gennaio del 1162, erano ridotti all'estremo della penuria, a tal segno che colle armi nelle domestiche mura si vegliava, perché il padre non rubasse al figlio, il marito alla moglie il pane, e come ci dice il nostro Calchi: Fame inopiaque cuncti urgebantur; vir uxorem, socrus nurum, frater fratrem, pater filium strictis gladiis incessebat, quod pane fraudarentur, passimque domesticae discordiae et privata jurgia audiebantur. Tutto mancava. Ancora cinque mesi era lontano il raccolto. Soccorso non se ne poteva ottenere da veruna parte; poiché le strade erano occupate dai nemici. Il popolo incessantemente tumultuava. La morte era il solo termine, e non lontano, che si prevedeva dover succedere alla fame. Esclamava il popolo volendo che la città si rendesse all'imperatore. Si opponevano i consoli; ancora volevano che non si disperasse, asserendo che il tempo partorisce talvolta inaspettate vicende, e procura soccorsi non preveduti. Ricordavano essi che l'armata imperiale, già da tre anni dimorante nell'Italia, non vi poteva più a lungo soggiornare, o per bisogni della Germania, o per la stanchezza de' principi: essere sempre aperto il disperato partito di assoggettarsi ad un monarca offeso e adiratissimo; del quale, nello stato in cui erano le cose, non era da sperarsi diminuito lo sdegno, quand'anche si accelerasse di qualche poco la dedizione; per modo che una più lunga resistenza riusciva in favore della città. Così allora dicevano i consoli, dei quali i nomi meritano di essere ricordati, Ottone Visconte, Amizone da Porta Romana, Anselmo da Mandello, Gottifredo Mainerio, Arderico Cassina, Anselmo dell'Orto, Aliprando Giudice, ed Arderico da Bonate. (1162) Ma l'intollerabile peso de' mali della carestia mosse il popolo, e la vita de' consoli fu in pericolo; per lo che si dovettero spedire immediatamente all'imperatore le condizioni della resa. Nessuna condizione volle ammettere il vincitore, e volle che ci rendessimo senza alcun patto, abbandonandoci alla clemenza sua. Così Milano se gli rese; a ciò anche animati i Milanesi dalle promesse de' principi, i quali assicuravano che l'imperatore avrebbe operato generosamente; il che ce lo attesta lo stesso Bucardo, oltre il Morena.

La sommissione dei Milanesi si rappresentò, al principio di marzo 1162, nella nuova città di Lodi. Ivi si prostrarono avanti l'imperatore gli otto consoli. Furongli consegnati quattrocento ostaggi, trascelti fra gli ottimati. Le armi e le insegne militari furono depositate a' suoi piedi. Gli fu giurata obbedienza illimitata. Io non descriverò minutamente quello spettacolo umiliante; poiché quando una città si rende a discrezione, come facemmo noi, è detto tutto. Ogni avvilimento, ogni insulto di più che debba soffrire il popolo che in tal modo si è reso, può far torto bensì alla grandezza d'animo del vincitore, ma non aggiugne alcuna macchia di più ad una città che non ha più mezzi per resistere. Il giorno 26 marzo 1162 l'imperatore Federico venne a Milano; e comandò che i cittadini tutti uscissero dalla città, e che la città venisse distrutta. L'imperatore medesimo ce lo attesta nella sua lettera diretta al conte di Soissons, in cui dice: Fossata complanamus, muros subvertimus, turres omnes destruimus, et totam civitatem in ruinam, et desolationem ponimus. Radevico descrive così: Deinde muri civitatis et fossata et turres paulatim destructi sunt, et sic tota civitas de die in diem magis in ruinam et desolationem detracta est. Dodechino, nella continuazione della cronaca di Mariano Scoto, dice: Populus expulsus: murus in circuito dejectus: aedes, exceptis Sanctorum templis, solo tenus destructae; e nella cronaca dell'abate Anselmo Gemblacense, così racconta: Mediolanenses, obsidione, fame, inopia, dissensione coarctati, per internuntios petunt ab Imperatore misericordiam... Imperator, qui proposuerat eos, ad terrorem aliorum, diversis suppliciis interimere, vita donatos, rebusque necessariis, quantum secum ferre poterant, concessis, per regiones dispersit, ita ut non haberent licentiam in civitatem amplius revertendi: deinde jussit suos civitatem ingredi, muros, turres, alta et supera fastigia, et aedificia destrui. L'anonimo autore della cronaca Sampietrina Erfurtense, così dice: Mediolanenses, regis, et italici atque teutonici exercitus obsidione, jant quadriennio, arctati, post multa et praeclara militaris audaciae facinora, tandem pertaesi malorum, et inedia magis quam armis devicti manus imperatori tradunt supplices, regiae potestati se suaque omnia dedentes. Optimatibus igitur ac populo in deditionem susceptis, Rex civitatem cum victricibus aquilis, ac grandi multitudine circa Palmas ingreditur, et civibus salute, omnique supellectile concessa, eo jubente valli complanantur, muri, turres, omnisque munitio destruitur, caetera aedificia, excepta matrice ecclesia, ac reliquis ecclesiis, voraci flamma consumantur, et civitas opulentissima... terrae funditus coaequatur; indi più oltre, per accennare il modo con cui i Milanesi alloggiavano, dice: Mediolanenses, post suae excidium civitatis, quatuor oppida per quatuor plagas, imperiali edicto, fecerunt; e nel Cronico Boemico si legge che l'imperator Federico allora, muros urbis diruit, et aspera mutat in plana. Il canonico di Praga Vincenzo così ci descrive più a lungo questo avvenimento: Mediolanenses autem tantae fortitudini resistere non valentes, crebris vastationibus, fame, siti, diversis captionibus, fratrum quoque et amicorum suorum diversis cruciatibus, et interfectionibus defatigati, a princibus, tam Lombardiae, quam Teutoniae, inveniendi gratiam imperatoris modum quaerunt, quibus sic a principibus respondetur: quod nullo modo gratiam domini imperatoris obtinere valeant, nisi prius Mediolanum in manus domini imperatoris tradant. Et ex-consilio suorum fidelium Laudam civitatem veniunt, et imperatore pro tribunali suo cum suis principibus sedente, claves omnium portarum mediolanensium ante ipsum portantes, coram eo, et tantis principibus, nudis pedibus, ad terram se prosternunt. Ex mandato imperatoris surgere jubentur, ex quibus Alucherus de Wimarkato sic incipit. Peccavimus; injuste egimus, ita quod contra romanorum imperatorem dominum nostrum naturalem arma movimus; culpam nostram recognoscimus, veniam petimus, colla nostra imperiali majestati vestrae subdimus; claves civitatis nostrae, urbis antiquae, imperiali majestati vestrae offerimus, et ut tantae urbis, tam antiquorum imperatorum operi antiquissimo, pro Dei et S. Ambrosii amore, et eorum qui intus requiescunt sanctorum misereri subditis, pacem dare subjectis imperialis dignetur pietas, vestigia pedum vestrorum adorantes, humili, et supplici prece rogamus. Hic eorum imperator auditis precibus, claves portarum mediolanensium recipit, et sic contra respondet: quod sicut per quatuor partes orbis terrae innotuit quod contra dominum imperatorem orbis terrae dominum arma movere praesumpserunt, sic per quatuor orbis terrae partes eorum poena innotescat. Per quatuor partes circa Mediolanum, ad Orientem, ad Occidentem, ad Aquilonem, et Austrum, qua quis vult suam deportet pecuniam, Mediolanum urbem imperatoris in potestatem reddant. Hoc audito, Mediolanenses ejus assistunt volontati, et licet inviti, ejus obtemperant imperio. Per praedictas quatuor partes sua ponunt domicilia, ad Orientem, Occidentem, Aquilonem, et Austrum: Mediolanum in potestatem domini imperatoris reddunt. Imperator autem, Teutonicorum, Papiensium, Cremonensium et aliorum Longobardorum collecta militia, Mediolani suo residet pro tribunali; quid de tanta urbe faciendum sit consilium quaerit. Ad quod a Papiensibus, Cremonensibus, Laudensibus, Cumanis, et ab aliis civitatibus, respondetur: qualia pocula aliis propinaverint civitatibus, talia gustent et ipsi. Laudam, Cumas, imperiales destruxerunt civitates, et eorum destruatur Mediolanum. Hoc audito, imperator ex eorum consilio tali in Mediolanum data sententia, extra progreditur in campestria. Primo dominus Theobaldus, frater domini regis Wladislai, deinde Papienses, Cremonenses, Laudenses, Cumani et diversi de diversis civitatibus, ocyus dicto, ignem ex omni parte in Mediolanum jaciunt, hoc ipso imperatore cum suis exercitibus spectante. Sic Mediolanum, urbs antiqua, civitas imperialis, diversis attrita miseriis, destruitur. Imperator autem, Mediolano destructo, in tota Italia imperialem exercebat potestatem, tota enim in cospectu ejus tremebat Italia, et in urbibus Italiae suis positis potestatibus, versus Siciliam cum Siculo de ducatu Apuliae rem acturus, suos disponit exercitus. Tutti i riferiti autori tedeschi (e per conseguenza non mai sospetti di essere animati contro dell'imperatore) uniformemente ci assicurano che fummo dalla città scacciati, ripartiti a vivere in quattro borghi; e che la città non solamente fu smantellata, ma posta in rovina e desolazione, e distrutte le case, trattene le chiese. I quattro borghi o terre nelle quali venne collocata tutta la popolazione di Milano, sono a vista delle porte della città, e distanti appena due miglia; e sono Noceto, Vigentino, Carraria e San Siro alla Vepra. Se questo numero di autorità ancora non bastasse, un fatto solo basterebbe a provare che i Milanesi, dal mese di marzo 1162 sino al 1167, non abitarono in Milano, ma ne' suddetti luoghi; e questo si è che nessun contratto, nessuna carta scritta in quello spazio di cinque anni porta la data di Milano; ma i nostri archivi conservarono i contratti di quell'epoca, i quali portano In burgo de Veglantino, ovvero In burgo Noceti, che anche chiamavasi Burgo Porte Romane de Noxeda; e le monache de' monasteri di Milano facevano i loro contratti in questi borghi, nei quali si erano ricoverate; come accadde all'abadessa del monastero di Orona, di cui vi è un livello fatto nel 1163: Ante portam sancti Georgii de Noxeda. Da tutto ciò, senza alcun dubbio, si conosce che non le sole fortificazioni di Milano furono demolite, ma realmente fu rovinata la città, la quale per cinque anni rimase un acervo di rottami disabitati, mentre i cittadini vennero separatamente collocati nei quattro nominati luoghi, che ora sono povere terre suburbane, capaci appena di ricoverare alcuni contadini.

I nemici o si disarmano co' benefici, o si spengono, come insegnò il Segretario Fiorentino: i partiti mediocri guastano l'impresa. I Goti, considerando gl'Insubri come nemici, affezionati all'Impero, per non trovarsi assaliti dagl'imperiali con averci alle spalle, e per conservarsi la comunicazione co' Borgognoni, ossia Svizzeri, loro alleati, sotto Vitige, spedirono Uraja, il quale, alla testa d'un'armata, passò a fil di spada i nostri maggiori, e lasciò il paese deserto per cinque secoli, siccome si è veduto. La condotta dell'imperatore Federico è stata men crudele; ma non più eroica né più saggia. Egli voleva che non vi fosse più Milano; ne fece uscire gli abitanti, e distrusse la città. Doveva prima giudicare se uno sterile ammasso di rovine deserte sia una dominazione gloriosa ed utile per un monarca. Poi, supposto che trovasse conveniente un tal partito, doveva trasportare i cittadini nel fondo della Germania, divisi in modo che non più potessero concertare il ritorno. Collocandoli alle porte della città, non potevasi aspettare l'imperatore altro avvenimento, se non di vedere rinata la città al primo istante in cui fosse allontanata la forza ch'egli vi esercitava. Nel 1758 gli Austriaci furono a Berlino, e i Prussiani a Dresda; che direbbe la storia se avessero posto l'incendio nelle due città? In mezzo all'ardore della guerra le nazioni colte ed i sovrani illuminati risparmiano all'umanità tutti i danni superflui. Tutti sono concordi gli scrittori asserendo che non furono demolite le chiese; ed abbiamo anche oggidì il colonnato di San Lorenzo, l'atrio di Sant'Ambrogio, le torri di San Sepolcro, le chiese di San Giovanni in Conca, di San Sempliciano, di San Celso, di San Satiro, il battisterio incorporato nella chiesa di San Gottardo, ed altri edifici, che ci fanno prova del riguardo usato allora ai luoghi sacri. A qual uso poi si riservassero questi edifici privi di ministri e di adoratori, non saprei dirlo; tanto più che le reliquie ivi esistenti furono trasportate dai vincitori nella Germania, dove anche oggidì in Colonia veggonsi i tre corpi che si dicevano de' Magi, dall'arcivescovo di Colonia Reinoldo levati da Sant'Eustorgio. La superstizione di quei tempi avrà fatto credere che fosse un maggior delitto il diroccare le mura d'un tempio, che di ridurre alla estrema angoscia gli uomini d'una città. Il Morena, lodigiano ed imperiale, ci lasciò scritto, che: Quinquagesima pars Mediolani non remansit ad destruendum; lo storico milanese Sire Raul ci scrive: Primo succendit universas domos, postea destruxit et domos. Vero è che il guasto principalmente lo soffrimmo dai nostri nemici italiani, cremonesi, lodigiani, pavesi, comaschi, vercellesi, novaresi, e dagli abitanti del ducato medesimo delle province Martesana e Seprio, i quali, a più riprese, ritornarono a demolire e incendiare le antiche abitazioni d'una città che gli aveva con troppo orgoglio e ingiustizia maltrattati; ed è probabile che l'imperatore Federico fondasse su questo radicato livore il progetto di impedire che i Milanesi mai più non osassero rientrare nella città; e dovessero vivere sempre a vista della rovinata città, ma separati in quattro terre. Ma gli amori e gli odii d'una città e di una nazione sono tanto variabili quanto l'autorità e l'interesse; poiché la prima li dirige nei paesi ignoranti, l'altro, negli illuminati. Gli autori contemporanei non parlano, né che fosse sparso il sale sulle rovine della città, né che vi fosse passato l'aratro. Queste circostanze s'immaginarono dal Meimbomio, e dal Fiamma posterormente; e il giudizioso nostro conte Giulini dissipa queste favole, troppo incautamente ripetute da chi descrisse questa nostra sciagura. I buoi non potrebbero trascinare l'aratro sopra di un ammasso di mura diroccate: né in un paese mediterraneo e senza miniere, il sale è tanto abbondante da farne tal uso insolito ed inefficace. Il sale anzi si vendeva in Milano soldi trenta lo stato, come ci attesta Sire Raul, e i trenta soldi di allora valevano, secondo il calcolo del conte Giulini, più che non valgono tredici zecchini ai tempi nostri; tanta era la carestia di ogni cosa, da cui erano i miseri nostri cittadini oppressi. Sire Raul ci descrive: Planctum, et luctum marium, atque mulierum, et maxime infirmorum, et foeminarum de partu, et puerorum egredientium et proprios lares reliquentium. E a dire vero, questo trattamento fatto ai milanesi dall'imperatore Federico non ha, ch'io sappia, molti esempi nella storia. Non ancora erano cessati i freddi dell'inverno, che da noi anche in marzo è durevole. La neve, il ghiaccio non sono cose insolite in Milano in quella stagione. Donne da parto, infermi, vecchi, bambini, costretti a sgombrare e collocarsi a cielo scoperto per ivi mirare la rovina delle loro case! Una popolazione invitata ad abbandonare se stessa alla clemenza di quell'augusto dalle promesse de' principi, che assicuravano una generosa accoglienza, dopo aver dati ostaggi e deposte le armi, condannata così a penuriare di tutto e soffrire una morte lenta, miseranda, amareggiata dalla baccante vendetta dei nemici, che sotto i loro occhi distruggevano la città infelice, non fanno un'epoca gloriosa per la magnanimità di Federico. Debellare gli arditi e perdonare ai vinti furono le virtù dei Romani; e Federico credette così gloriosa impresa per lui l'avere, non già sottomessa, ma distrutta Milano, che in varii diplomi, che tuttora si conservano, vi pose la data: Post destructionem Mediolani, e ne fece solenni feste in Pavia, ove con nuova pompa sedette incoronato ad un pranzo colla imperatrice, pure incoronata, ed i vescovi colla mitra sul capo; ornamento che allora si rese universale ai vescovi.

Sebbene io creda verisimile l'asserzione del Morena, il quale narra che appena la cinquantesima parte di Milano rimase intatta, non credo io già per ciò che le quarantanove cinquantesime parti della città siano state distrutte in modo che veramente fossero le case dai fondamenti demolite. Una demolizione ridotta a quel segno costerebbe un lavoro grandissimo; e chiunque abbia sperienza di fabbricare, comprende quanto dispendio e quanto tempo vi voglia per appianare una casa di buone e antiche mura. È verisimile che lo sfogo della vendetta de' nemici desse il guasto alle abitazioni, a tal segno da renderle inservibili; ma probabilmente le muraglie o in tutto o in parte restarono, se non altro nella parte più vicina al suolo; poiché i mattoni, la calce, i travi, cadendo, le dovevano sepellire sotto il mucchio di que' rottami. E ciò sembrami assai naturale, osservando la capricciosa tortuosità e l'angustia di molte delle nostre vie, singolarmente al centro della città; poiché se non si fossero riattate le case sopra i fondamenti antichi, vedremmo della simmetria, come si vede in ogni città fabbricata tutt'in un tempo. Quel disordine che ci rimane al centro di Milano a me pare che provi l'opinione da me esposta sin dapprincipio, cioè che Milano non abbia fondatore alcuno, ma dallo stato di semplice villaggio, gradatamente crescendo sia diventata una città. Le prime case che piantano gli uomini in mezzo ai campi sono collocate con nessuna legge, ma puramente a libero comodo del padrone; a queste si aggiungono altre abitazioni sul pezzo di terra che ciascuno acquista, e si forma un villaggio colla sola distanza fra casa e casa, che ne lasci l'uscita e l'ingresso. Cresciuto che sia poi il numero degli abitatori, si comincia a conoscere la necessità d'un regolamento, e si obbligano i nuovi che vengono ad osservare nelle nuove case che v'innalzano certa distanza e certo ordine; e come i nuovi sono costretti a sempre più allontanarsi dal centro, quanto più tardi si determinano a scegliervi la dimora, perciò sempre più regolari e spaziose sono le vie lontane dal mezzo della città; perché le case dei centro sono state aggiunte ad un villaggio; e quelle più lontane, ad una città che aveva un regolamento di Edili. Io perciò opino che la maggior parte delle vie interne di Milano sieno antichissime, e le case, ristorate sempre sopra i primi fondamenti; poiché dopo cinque anni ciascuno sarà ritornato esattamente a possedere lo spazio della sua casa, e l'avrà riattata sopra gli antichi fondamenti.

Come fossero trattati i Milanesi confinati nei quattro borghi, e quanti vilipendii ed a quante miserie andassero esposti, è facile immaginarselo, e gli autori ce lo descrivono. Se è possibile un governo civile che abbia per oggetto l'infelicità del popolo, lo fu quello; e negli annali nostri ancora si ricordano i nomi di Pietro da Cunin, di Marquardo di Wenibac e del conte di Grumbac, i quali poterono distinguersi nella rapacità, durezza ed oppressione sotto cui fecero gemere i nostri antenati. Il terrore di questo trattamento costrinse Piacenza, Brescia e Bologna a sottomettersi a Federico: ne sicut Mediolanum, quod fuerat flos Italiae, si ribelles imperatori existerent, funditus subverterentur, dice il Morena. Tutte le città del regno italico, anche le adiutrici dell'imperatore, dovettero soffrire l'orgoglioso disprezzo dei ministri imperiali, che le avevano poste nella servitù. Le doglianze non portavano in risposta che scherno e vilipendio. Tale fu il punto a cui le interne discordie condussero le città della Lombardia. Tale fu la condotta dell'imperatore Federico, che non collocheremo fra gli eroi benèfici, né fra gli eroi militari; poiché per vincere una città fiancheggiata da' nemici, ed ancora mal ferma nella propria costituzione, circondandola con un esercito, di cui dice Wernero Rolewinck: Federicus imperator, quasi cum innumerabili Alamannorum exercitu, Mediolanum obsedit, non fa mestieri di arte alcuna; peggio poi, con un apparato simile, il non acquistare la città per assalto, ma l'ottenerla colla subordinazione in prima, poi colla fame. Un numero assai minore di forze poteva restituire all'Impero la città; e rivolgendo poi la subordinazione in beneficio dei vinti, poteva Milano trovare sotto il governo d'un solo quell'ordine, quella pace e quella sicurezza che desiderava nella passata condizione; e poteva un più virtuoso monarca, dandoci una stabile esistenza civile, farci amare la perdita della indipendenza, di cui incautamente avevamo abusato per acquistarci la civile libertà. Allora non avrebbe la storia lasciato scritto quello che il monaco bavaro pose nella sua cronaca: Mediolanenses sponte se suaque imperatori dederunt, qui absque ulla clementia Mediolanum destruxit. Una scorreria di barbari può demolire molte città: ma appena nel corso d'un lungo regno può un monarca potente fabbricarne ed abbellirne una sola. Questi umani e deliziosi sentimenti non si conoscevano in que' secoli feroci; e ciò diminuisce in qualche parte la colpa dell'imperator Federico.

Capitolo VIII

Umiliazione dell'Imperatore Federico, e stabilimento d'un sistema politico

Alessandro III godeva il favore della Francia e dell'Inghilterra; presso di lui erasi ricoverato il nostro arcivescovo Oberto da Pirovano, prima dell'eccidio della patria; e l'imperatore Federico, all'incontro, sosteneva il partito dell'antipapa. Se la prepotenza de' Milanesi aveva destata l'invidia e l'odio universale, l'estrema loro oppressione aveva cominciato a farvi sostituire la pietà. Le città tutte del regno d'Italia s'accorgevano omai quanto incautamente si fossero abbandonate allo spirito della discordia, e gemevano sotto il giogo de' ministri imperiali, spogliate delle regalie, e ridotte a sopportare la dispotica dura alterigia di un conquistatore. In questo stato era la Lombardia, quando Alessandro III dalla Francia, ove aveva ritrovato un asilo, passò in Italia l'anno 1165. L'imperator d'Oriente Manuello Comneno era passionatamente animato contro i Tedeschi, i quali, sotto Corrado, erano comparsi ne' suoi Stati per la Crociata. Guglielmo, re di Sicilia, si collegò col papa e coll'imperatore d'Oriente, e così il papa si avventurò al ritorno nell'Italia. Gl'interessi del papa e quelli delle città lombarde erano i medesimi, cioè di sottrarsi dalla dominazione dispotica dell'imperator Federico. Ma la difficoltà era grandissima, perché né Alessandro aveva forze bastanti per iscacciare Federico, né pareva possibile il formare una lega fra molte città oppresse, dominate e sospettosamente custodite da un terribile vincitore. Secondo tutte le apparenze, queste difficoltà vennero superate coll'opera de' frati, ai quali, come ad uomini affatto alieni dalle cose mondane, non si prestò attenzione. Essi conoscevano in ciascheduna città gli uomini più accreditati; insinuarono il progetto d'una confederazione, e ne prepararono e fomentarono la corrispondenza. Il primo congresso che si tenne secretissimamente per formare la lega, fu nel monastero di Pontida, nel territorio di Bergamo, il giorno 7 aprile 1167; ed ivi si trovarono alcuni de' principali cittadini delle città lombarde. Il primo articolo che vi si trattò e concluse, fu di ristabilire i Milanesi nella loro patria, riparare le loro fortificazioni, aiutarli a ripristinare le case loro; e così dare nuova vita alla città, che doveva essere la prima della confederazione. Per quanto però fosse stato condotto con mistero questo primo congresso, non poté a meno che il conte di Disce, ministro imperiale, non ne concepisse qualche sospetto. Pretendeva egli quindi dai Milanesi nuovi ostaggi, e per ogni modo più che mai gli opprimeva. Privi di tutto, disarmati, avviliti, divisi nelle quattro terre da cinque anni, mirando i rottami della patria, senza potervi nemmeno riporre più il piede, i Milanesi, ignari probabilmente di quanto si andava da alcuni pochi cittadini trattando per la comune salvezza, tremavano ad ogni minaccia. I Pavesi, antichi nostri nemici, erano i più affezionati all'Impero; Pavia era la sede della corte del regno italico, e diventava, nello stato libero, una città secondaria. In questi ultimi periodi l'inquietudine sospettosa de' ministri imperiali faceva tutto paventare agl'infelici: O quantus clamor, dice Sire Raul, et quantus timor, quantus fletus per quatuor hebdomadas in burgis fuit, maxime in burgo Noxede et Vegentini! nemo erat, qui auderet lectum intrare. Quotidie enim dicebatur: Ecce Papienses burgos comburere. L'imperatore trovavasi verso Roma: i Cremonesi, i Bresciani, i Bergamaschi, i Mantovani e i Veronesi vennero a Milano; e il giorno 27 aprile dell'anno 1167 scortarono i Milanesi nella loro città, come leggiamo anche nella iscrizione posta allora sulla porta Romana, la quale attualmente si conserva, unitamente ai rozzi e preziosi bassi rilievi che indicano questo ritorno; la spiegazione de' quali io non intraprenderò, sì per essere questo un oggetto più d'antiquario che da storico, come anche per non ripetere quanto si può vedere nella diligente e laboriosa opera del nostro conte Giulini, al quale non saprei che aggiungere. Queste sculture ci mostrano che l'antesignano di questa impresa fu appunto un frate, che precede i militi e porta il vessillo: né si può dubitarne, poiché vi è scolpito sotto: Frater Jacobo; il che avvalora sempre più l'opinione che de' frati siasi servito il papa Alessandro per questa impresa, condotta così felicemente a fine, che venti giorni appena trascorsero dal congresso all'esecuzione.

Per ricondurre i Milanesi nella loro patria, rialzare le loro fortificazioni, rendere abitabili le loro case e sicura la loro città, vi voleva l'aiuto dei collegati; e si colse il tempo in cui l'imperatore stavasene colla sua armata nella Romagna per discacciarne il papa Alessandro III. La novella inaspettata del risorgimento di Milano fece che l'imperatore abbandonasse il papa e si rivolgesse alla Lombardia. Ognuno vede che il beneficio che il sommo pontefice ci aveva fatto, non era per lui senza ricompensa. Appena ricondotti alla nostra patria, muniti di armi e assicurati dalla sorpresa, il valore dei nostri si rianimò. Ci portammo ad assediare il castello di Trezzo, presidiato dagl'imperiali, e presimo la guernigione e la condussimo prigioniera in Milano. I Lodigiani ricusavano di entrare nella nuova lega; e ci portammo colle armi a Lodi, e vennero obbligati que' cittadini ad unirsi con noi. Tutto ciò si fece prima che l'imperatore fosse giunto in Lombardia. Vi giunse. Pose al bando dell'Impero quasi tutte le città della Lombardia, le quali, o palesemente o cautamente, avevano acceduto alla lega. Cominciò a fare delle scorrerie sul Milanese; ma si presentarono gli alleati con forza tale, che obbligarono l'imperatore a contenersi e a ritirarsi nella Germania per la strada della Savoia, l'unica che gli rimaneva. Allora le città di Lombardia: Insimul unum corpus effectae sunt, come dice il continuatore del Morena. Si trattava di ben ventitré città collegate: Milano, Cremona, Lodi, Bergamo, Ferrara, Brescia, Mantova, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Venezia, Bologna, Ravenna, Rimini, Modena, Reggio, Parma, Piacenza, Bobbio, Tortona, Vercelli e Novara. Tal macchina aveva saputo preparare contemponeamente l'accorto Alessandro III, con mezzi in apparenza inettissimi; e le città confederate, appena formata la loro unione, pensarono, in un modo grandioso e trascendente la maniera di ragionare di que' tempi, di rendere immortale la fama del sommo pastore, creando una nuova città, che portasse ai secoli venturi il di lui nome e la memoria del beneficio. I Pavesi ancora erano imperiali; essi preferivano la condizione d'una reggia suddita a quella d'una città libera del second'ordine. Imperiale si dichiarava ancora pure il marchese di Monferrato, che vessava i popoli tortonesi con frequenti scorrerie sulle loro terre. Gli alleati trascelsero il sito ove il fiume Bórmida sbocca nel Tánaro, e vi piantarono una nuova città, che difendeva Tortona dagli attacchi del marchese; e, radunati in questa nuova città gli abitatori delle vicine terre, diederle il nome di Alessandria. Le nazioni barbare e le incivilite hanno fatte delle guerre e delle conquiste; le prime, distruggendo ogni cosa; le seconde, riparando i mali della guerra con monumenti che ricordano alle nazioni venture la loro grandezza. La Francia, l'Inghilterra, la Germania, l'Ungheria conservano ancora gli avanzi delle grandiose opere che a pubblica utilità vi lasciarono i Romani, un tempo loro padroni e loro benèfici legislatori e maestri. L'Egitto conserva ancora i monumenti della conquista di Alessandro. Gli uomini anche agresti, anche viziosi e corrotti, col disprezzo e coll'insulto non si migliorano né si uniscono a noi. L'uomo grande, posto a comandare un popolo, sa che è in sua mano l'imprimervi il carattere che vuole; e che il sublime dell'arte consiste nella scelta dei mezzi; ma l'ambizione dell'imperatore Federico non fu illuminata a questo segno.

Il conte di Savoia, il marchese di Monferrato, i Pavesi stimolavano l'imperatore Federico perché venisse con un potente esercito nella Lombardia a distruggere la nuova lega. L'imperatore della Germania venne nella Savoia; il conte vi unì le sue armi; entrò l'esercito nell'Italia; e, nel 1174, si postò sotto la nuova città, e la cinse d'assedio. L'imperatore non la chiamava Alessandria, nome del papa suo nemico, ma la chiamava Rovereto, nome proprio d'uno de' vicini villaggi, gli abitatori del quale concorsero a formare la città; e vi è una carta di quell'augusto che ha la data: In episcopatu papiensi, in obsidione Roboreti. L'assedio fu ostinato, e durò tutto l'inverno, che fu anche più del solito rigido. Questi avvenimenti vengono raccontati sotto aspetti assai diversi dagli scrittori tedeschi, di quello che li riferiscano gli scrittori italiani. Federico è un eroe per quelli; è un barbaro tiranno per questi; io però mi attengo principalmente agli autori tedeschi, acciocché non sia il mio racconto sospetto di parzialità. Il monaco Gottofredo, tedesco, dice che la nuova città di Alessandria era popolata da ladroncelli, da rapitori e da servi che erano scappati dai loro padroni: Multitudo latrunculorum, raptorum, servorum dominos fugientium, incolebat. Pare veramente difficile che degli alleati volessero impegnarsi tanto per la salvezza di uomini che avessero loro rubato e disertato dal loro servigio. Comunque sia, l'autore istesso ci riferisce che ivi: Magna costantia ex utraque parte militaris res fervebat: interdum ex his et illis quidam capti, nonnulli occisi et suspensi sunt. Imperator vero quiddam laude dignum gessit. Tres enim ex captis ante faciem ejus cum essent ducti, mox oculos eorum erui praecepit. Duobus primum coecatis, tertium, juniorem aliis, cur contra Imperium ribellis existeret inquisivit; ast ille: non (inquit) contra te Caesar, vel imperium tuum gessi: sed habens dominum in civitate, ejus jussis paravi, et ei fideliter servivi: qui si tecum contra cives suos pugnare voluerit, aequa vice ei fideliter serviam. Quibus verbis illectus imperator, luminibus ei permissis, alios coecatos in urbem ab eo reduci praecepit. Nel capitolo antecedente ho riferito quello che il milanese Sire Raul ci lasciò scritto; cioè che l'imperatore Federico, nel blocco di Milano, facesse cavare gli occhi ai prigionieri, e tagliar le mani a chi portava provvisioni nella città. Poteva credersi esagerata quell'accusa; ma questo autore tedesco, che negli altri suoi racconti è sempre parziale a Federico ed animato contro gl'ltaliani, pare che provi tale essere stato pur troppo il modo di guerreggiare dell'imperatore, facendo mutilare i prigionieri di guerra. Io lascerò che i Tedeschi medesimi, che in questo secolo hanno tanti uomini illuminati e sensibili, giudichino se sia quiddam laude dignum quello che fece Federico, perché fece accecare due soli di que' disgraziati; e se possa pretendere un posto fra gli uomini grandi quel Cesare, che pronunziava tai sentenze e le faceva eseguire dal carnefice in sua presenza. Il discorso di quel servo non era certamente da ladroncello né da disertore. Egli parlò come fa un uomo fermo e colto. Assai più verisimile è il racconto che ce ne lasciò il cronografo Siloense: Alexandriam obsidione cinxerunt, civitatem, sicut dicunt, munitissimam, non murorum ambitu, sed positione loci, et vallo incredibiliter magno, un quo vicinum derivaverunt fluvium, viri quoque virtutis in ea plurimi, fortiter ex adverso resistentes, quos imperator non tam cito quam voluit expugnavit, sed multo labore, magnaque suorum caede, interjectis etiam aliquot annis; anzi a dir vero né tosto né tardi la poté Federico espugnare. Giunta la primavera del 1175 gli alleati formarono un esercito combinato, il quale si radunò presso Piacenza; d'onde marciò verso Alessandria per obbligare Federico a togliervi l'assedio. L'imperatore non si credette forte abbastanza per resister coll'armi: sciolse Alessandria, e cominciò a parlare di pace. L'esito poi fece conoscere ch'ei con ciò non cercava che d'acquistar tempo sin che gli giugnessero nuovi rinforzi, ch'egli aspettava dalla Germania. L'imperatore propose di abbandonare all'arbitramento di alcune persone saggie le di lui ragioni, salvi i diritti dell'Imperio; e le città confederate accettarono la proposizione, salvo la loro libertà e quella della Chiesa romana. Si passò all'elezione degli àrbitri, e l'imperatore nominò Filippo arcivescovo di Colonia, Guglielmo da Piozasca, torinese, e Rainerio da San Nazaro, pavese. Le città collegate nominarono Girardo Pisto, milanese, Alberto Gambara, bresciano, e Gezone da Verona.

Si cominciò a trattare per questa pace fra gli àrbitri. Ma prima di esporre il soggetto del loro parlamento, conviene che io accenni l'opinione di alcuni cronisti tedeschi, i quali pretendono che l'imperatore siasi indotto a trattar di pace per le suppliche fattegli dalle città di Lombardia: anzi il citato monaco Gottofredo ci vuol far credere che, quando l'armata degli alleati si portò verso Alessandria, sebbene fosse un esercito forte, alla vista delle truppe imperiali si ponesse ad implorare perdono, e che, sguainando le spade, ciascuno se le collocasse sul capo per dar segno che s'impetrava clemenza. La storia tutta smentisce un tal racconto; né è mai stato l'uso che per mostrar sommissione, molte città collegate radunino un'armata cospicua, e con tal cerimoniale vadano a cercare misericordia. Siamo tutti d'accordo nell'asserire che l'imperatore si pose ad assediare Alessandria; che gli alleati col loro esercito marciarono a quella vôlta; che l'assedio di Alessandria fu sciolto; che s'aprì un congresso di pace; e di più che le proposizioni delle città alleate furono: che l'imperatore riconoscesse per legittimo il papa Alessandro III; che nulla più pretendesse dalle città confederate di quanto avevano fatto duranti i regni dei due ultimi cesari Lottario II e Corrado III: Volumus facere domino imperatori Friderico, accepta ab eo pace, omnia quae antecessores nostri a tempore mortis posterioris Henrici imperatoris antecessoribus suis sine violentia, vel metu fecerunt; così impariamo da una carta pubblicata dall'esimio nostro Muratori. Esigevano pure le città collegate che l'imperatore restituisse tutto ciò che aveva tolto alle città, ai vescovi, ai signori; e lasciasse loro godere in pace le consuetudini e comodità che erano in uso di godere ne' pascoli, nelle pescagioni, ne' mulini, ne' forni, ne' banchi, ne' macelli, nelle case fabbricate sulle strade pubbliche: regalie tutte che l'imperator Federico pretendeva fossero di sua ragione. Queste pretensioni, che allora promossero le città alleate, e che seppero ottenere dappoi, non lasciano luogo a credere che l'armata marciasse verso Alessandria per umiliazione. Il monaco suddetto fa un ritratto odioso e meschino degl'Italiani, quasi che allora fossero un composto di inquietudine, di viltà e di mala fede. Romualdo, arcivescovo di Salerno, scrivendo dei Lombardi in que' tempi, dice: Lombardi in utraque militia diligenter instructi; sunt enim in bello strenui, et ad concionandum populo mirabiliter eruditi; e Ottone da Frisinga, tedesco, anzi zio dello stesso imperator Federico, di noi scrisse: Latini sermonis elegantiam, morumque retinent urbanitatem. In civitatum quoque dispositione, ac reipublicae conservatione antiquorum adhuc Romanorum imitantur solertiam. I fatti successivi abbastanza ci provano che in quei tempi i Milanesi non mancarono né di valor militare né di condotta; e che furono tanto urbani e colti, quanto lo permetteva l'indole del secolo.

Dalle condizioni proposte in questo trattato di pace, che l'imperatore aveva offerto con poco buona fede, per aspettare le nuove forze della Germania e acquistare tempo frattanto; da tali condizioni, dico, si ha idea quai fossero le regalie, ossia i tributi che si usavano in que' tempi. Non sarà discaro, cred'io, il darne un breve cenno. I tributi si sono dovuti accrescere nell'Europa in questi ultimi secoli il doppio, il triplo e più ancora, che non pagavasi al sovrano in que' secoli de' quali finora ho trattato. Questo accrescimento di tributo non è meramente apparente, o per la diminuzione delle lire, o per l'avvilimento dei metalli nobili, resi assai più comuni e abbondanti dopo la scoperta delle miniere d'America; ma è fisico e reale, indipendentemente ancora da queste cagioni. Ciò doveva accadere; poiché gli Stati erano organizzati allora in guisa, che ogni uomo capace di portare le armi, veniva costretto a marciare alla guerra avvisatone dal proprio padrone, e questi, al cenno del sovrano, compariva all'armata reggendo i suoi; terminato il bisogno, si scioglieva l'esercito. I signori ritornavano a' loro piccoli Stati o castelli, e i vassalli a lavorare i loro campi. Così, invece di tributo, i sudditi prestavano servigi. Si cambiò poco a poco il sistema ne' secoli seguenti. Si stipendiarono i militari, poi gradatamente si andò formando di essi una classe distinta dagli altri sudditi, classe costantemente addetta alla sola milizia, e conseguentemente da mantenersi col tributo ripartito sul rimanente della società: e questo ceto cli uomini, che non contribuisce all'annua riproduzione e consuma, si andò sempre aumentando nei tempi a noi più vicini; ed accresciutosi da un sovrano, fu d'uopo che gli altri a proporzione pure lo accrescessero. Questa è stata la cagion principale per cui nell'Europa sono stati di tanto multiplicati i tributi sopra de' popoli, i quali però hanno acquistata la libertà di passare tranquillamente la vita nelle loro case; e furono liberati dall'obblico di espatriare e di soffrire le inquietudini della milizia. Il lusso poi delle corti ingrandito, la schiera dei ministri che abitualmente si trasmettono gli Stati gli uni agli altri, hanno ancora di più aumentata la necessità dei tributi, i quali, e nella quantità e nel peso, generalmente si troveranno più che raddoppiati in quasi tutti gli stati di Europa. Sarebbe un quesito politico l'antivedere qual limite avranno le armate; e se troverà maggiore utilità qualche Stato a rendere la condizione del soldato più ampia oltre i bisogni fisici, a costo di averne in minor numero e più contenti; ma ciò mi farebbe traviare in una folla d'idee disparate dalla storia. Unicamente ricorderò una verità assai facile e comune; cioè che i tributi, giunti a un dato limite, non si accresceranno senza una diminuzione di rendita; stabile, se vogliasi perseverare; e irremediabile talvolta, se alla diminuzione si creda di supplirvi con nuovi accrescimenti. Ne' tempi dei quali ragiono non erano la geometria e la cognizione del cielo giunte a segno da potersi formare una carta esatta d'un paese; conseguentemente non si poteva ripartire sulle terre il fondo principale del tributo. Egli è vero che nel Milanese il fondo principale della riproduzione è la terra ferace sulla quale siamo nati, ma senza un'esatta misura de' campi non si poteva collocare su di quella il tributo. A questa difficoltà si aggiugneva un'altra di opinione, ché credevasi ingiusta cosa lo stabilire un carico uniforme e permanente sopra una ricchezza che è variabile colla diversità delle annate. Perciò anticamente, piuttosto si volle ogni anno esporsi alla spesa e all'arbitrio d'un generale catastro dei frutti raccolti, anzi che mancare all'apparente giustizia distributiva. L'erudito circospettissimo nostro conte Giulini asserisce di non avere osservato mai alcun carico anticamente imposto su i fondi; ma bensì ai frutti, ovvero alle persone. Forse l'antichissimo carico dell'Imbottato, abolito dalla beneficentissima Sovrana l'anno 1780, era una tradizione discesa sino da que' secoli rimoti. Pagavansi antichissimamente da alcune terre delle tasse al sovrano. La terra di Limonta, prima del secolo decimo, pagava lire tre e mezza in denaro, dodici staia di grano, trenta libbre di cacio, trenta paia di polli, trecento uova e cento libbre di ferro, e con ciò aveva pagato il suo annuo tributo. Alcune tasse personali s'imponevano all'occasione de' bisogni dello Stato: e questa, ne' tempi rozzi, doveva essere la ripartizione più facile e breve del tributo. Così, per liberarci dall'invasione degli Ungheri nell'anno 947, s'impose la tassa straordinaria di un denaro a testa, a cui vennero assoggettati anche le donne ed i fanciulli. I telonei sono antichissimi, ed era il tributo che pagava la merce nell'entrare nella città e nel distretto. In origine pagavasi tanto per ogni carro e tanto per ogni bestia da soma; ed è assai probabile che venisse questo assegnato alla conservazione e al rifacimento delle strade che, dal passaggio a cui erano destinate, ricevevano i mezzi per mantenersi. Col progresso del tempo si fece poi riflessione alla sproporzione intriseca di questo carico, per cui aggravavasi un carro di paglia ugualmente come un carro di panni lani; e si passò a formare una tariffa che, avendo per norma il valore della merce, vi regolava proporzionatamente il tributo. Nel 1216 questa tariffa vi era. Vedemmo già al capitolo quarto come da prima l'arcivescovo ne ricevesse i prodotti. Ora colle condizioni medesime era passata alla comunità de' mercanti, i quali avevano il peso della custodia e manutenzione delle strade; essendo essi obbligati a risarcire con quel fondo i danni che venissero a soffrire le merci, anche pei furti commessi sulle pubbliche strade. Abbiamo stampata, colla edizione del 1480 dei nostri statuti, anche la tariffa pubblicata nel 1396, in cui vennero tassate le merci in ragione di dodici denari per ciascuna lira di valore, sia il cinque per cento, senza distinzione alcuna di merci. Ne' tempi più colti si vede che la tariffa in origine, oggetto di mera polizia, diventata poi oggetto di finanza, poteva innalzarsi al grado di oggetto di legislazione; per rendere più o meno difficile l'ingresso e l'uscita delle merci, a norma de' bisogni, e dell'industria nazionale. Nei tempi però dell'imperatore Federico, il teloneo né la curtadia, che era un nome quasi sinonimo, non si vedono nominati; e perciò è assai probabile che fossero un tenue tributo, tuttora destinato alla riparazione delle strade pubbliche, di cui non si curava l'imperatore; e questo teloneo, nei tempi de' quali tratto, nemmeno è certo se si ricevesse tutto in denaro, e non per decimazione, come dice il Fiamma che anticamente si percepiva dall'arcivescovo: De quolibet curru lignorum recipiebat unum, de qualibet sporta piscium, unum, de qualibet fornata panis, unum. V'erano altri tributi. Ogni barca per poter girare ne' laghi e fiumi pagava un annuo tributo, che si chiamava Nabullum. In oltre per poter legare la barca alle sponde si pagava altro tributo, che si chiamava Abdicius. Un'altra tassa si conosceva col nome di Fodro, e il conte Giulini opina assai probabilmente che consistesse nel somministrare il foraggio per il vitto e l'equipaggio del sovrano. V'erano inoltre delle tasse sopra i porti, ossia ponti de' fiumi; sopra i mulini, le pescagioni, sopra i forni, sopra le macellerie e sulle case contigue alle strade pubbliche: e queste ultime tasse sono quelle che volevano rivendicare dall'imperatore le città della lega, come vedesi da una carta pubblicata dal nostro Muratori di veneranda memoria. Da questa generale idea può conoscersi che al tempo dell'imperatore Federico assai scarsa doveva essere, a proporzione d'oggi, la percezione del tributo; poiché mancava il censo sulle terre, mancava la gabella della mercanzia, e nemmeno si nominava il tributo del sale; i quali tre oggetti formano oggidì il nerbo principale della finanza del Milanese. Il sale allora parmi che fosse una mercanzia di libera contrattazione; e le terre erano certamente meno coltivate, che ora non lo sono, per le paludi e boschi che tuttavia ci rimanevano. E forse il guasto che i nostri nemici fecero al circondario di Milano durante il secondo blocco, fu la cagione che, trovandoci poi svelte le piante e inceneriti i boschi, si stese la cultura sopra un parte di terra, di cui prima se ne godevano i pochi spontanei prodotti della legna.

Ripigliamo il filo della storia. Circa dodici mesi destramente ci tenne a bada l'imperatore Federico, lasciando che gli àrbitri discutessero gli articoli d'una pace chimerica; e frattanto nella Germania andava radunando le forze quanto più poteva per sorprendere le città collegate ed opprimerle. (1176) In fatti, nella primavera del 1176, seppe Federico che il nuovo rinforzo di principi e di militi stava per entrare nell'Italia dalla strada di Bellinzona; e l'imperatore andògli incontro. La città di Como gli era fedele, come lo era Pavia. Unitosi al nuovo esercito, al quale aggiunse i militi di Como, s'inviò per marciare a Pavia, dove stava il rimanente delle sue forze e il marchese di Monferrato co' suoi. I Milanesi saggiamente vollero tentare una giornata, prima che le forze riunite piombassero sopra della loro città. Già ogni discorso di pace era stato rotto dall'imperatore, dal momento in cui ebbe le nuove forze. Avevamo il soccorso di molti militi alleati, bresciani, veronesi e piacentini. Uscimmo all'incontro dell'imperatore, e lo raggiunsimo verso Busto Arsizio. L'azione fu tanto felice per i Milanesi, che tutta l'armata imperiale fu annientata. Molti rimasero sul campo. I fuggitivi, inseguiti sino alle sponde del Tesino, vi furono gettati e si affogarono. Il rimanente si rese, e vennero i prigionieri condotti in Milano. Fra i prigionieri si contarono il duca Bertoldo, un principe nipote dell'imperatore, e il fratello dell'arcivescovo di Colonia. La cassa militare venne acquistata dai Milanesi, e lo scudo e la lancia dell'imperatore, il quale ebbe fortunatamente occasione di salvarsi sconosciuto, e ricoverarsi a Pavia. Questo fatto rese celebre il giorno 29 di maggio 1176. I trattamenti usati da Federico co' suoi prigionieri non ci furono di norma, quando prospera avemmo la sorte delle armi; né alcuno degli scrittori tedeschi (tanto favorevoli a quell'augusto, e così poco inclinati a trovarci buoni) si lagna di abuso commesso da noi nella vittoria. Questa giornata terminò per sempre tutte le operazioni militari dell'imperatore Federico in Italia: il che prova che il fatto sia appunto accaduto quale minutamente ce lo descrivono Sire Raul e il calendario Sitoniano, non già come da alcuni scrittori tedeschi è stato rappresentato. Poiché se unicamente fosse stato l'imperatore, scortato da pochi, involto in una insidiosa sorpresa de' Milanesi, da cui colla fuga si sottraesse, questo avvenimento non avrebbegli fatto mutar parere, né pensare a dare la pace e la libertà alla Lombardia, che ostinatamente per lo spazio di dodici anni aveva cercato di assoggettare. Il Pagi, trattando dell'anno 1176, ha pubblicata la lettera conservataci da Rodolfo di Diceto, con cui i Milanesi resero informati allora i cittadini di Bologna di questa loro vittoria. Tutte queste testimonianze, e molto più il partito mansueto ed umano che prese e conservò in seguito Federico, dimostrarono la verità del racconto e l'importanza di quella grande giornata. Aprì subito l'imperatore la strada per accomodarsi col papa Alessandro, pronto a riconoscerlo per legittimo pontefice. Accordò separatamente le condizioni che potevano accontentare alcune città; e così fece a Cremona ed ai Tortonesi. Pareva che cercasse di rendere tutti contenti, purché si abbandonasse Milano; e la sua politica si rivolse a distaccare da noi gli alleati. Se ne avvidero i Milanesi, non senza inquietudine; ma le pratiche loro, e molto più i veri interessi che ciascuna delle città aveva dovuto imparare a meglio conoscere, non permisero che si rinunziasse a quella unione che rendeva solida la costituzione dello Stato, e dalla quale unicamente ogni città poteva aspettare la sicurezza propria. Né si lasciò di conoscere che se una città preponderante di forze è necessaria per essere come il centro della riunione, molto più lo era il non lasciare nella Lombardia uno spazio sul quale collocare si potesse una forza già troppo irritata, e animata contro il nome e la libertà dell'Italia. Quest'interesse però non era tanto immediato al papa, il quale accomodò ben presto le cose sue coll'imperatore, esigendo da lui soltanto una tregua per sei anni colle città confederate; di che molto, e non senza ragione se ne lagnarono le città della lega. Così il papa poté entrarsene alla residenza di Roma, d'onde sino allora era stato escluso dal partito imperiale, che vi prevaleva in favore dell'antipapa.

La pace che separatamente aveva fatta Alessandro III coll'imperator Federico, abbandonando le città confederate al loro destino, non cagionò danno veruno alla lega lombarda. L'imperatore andossene in Germania; e le città, sgombrato ogni timore, formarono in Parma un congresso, nel quale si presero a trattare gl'interessi comuni, per rassodare sempre più la loro concordia. Parma era la città più comoda per collocarvi un centro di comunicazione da Padova ad Alessandria, da Milano a Bologna, e da tant'altre città che disopra ho nominate. (1183) La tregua si cambiò in una pace segnata in Costanza l'anno 1183, il 25 giugno; pace resa famosa sopra ogni altra, perché stata collocata nel corpo delle leggi, acciocché servisse ne' secoli successivi di norma dei diritti e del governo delle città lombarde. Chi brama di conoscere esattamente gli affari della lega lombarda e di quella pace, ne troverà la istruzione nella dissertazione quarantottesima dell'immortale nostro Lodovico Antonio Muratori. Dopo i lavori erculei di questo illustre erudito, a noi non rimane che di scavare piccoli fili della grande miniera da lui esausta; a meno che non ci rivolgiamo a far uso dell'oro già estratto per ridurlo a più finito lavoro. Ecco però lo spirito della celebre pace di Costanza: le città lombarde potranno fortificare le loro mura; potranno avere la loro armata; potranno mantenere e rinnovare la confederazione a loro piacere; goderanno di tutte le regalie, e conserveranno le loro consuetudini; le città giureranno fedeltà all'imperatore; gli pagheranno ogni anno in segno d'omaggio duemila marche d'argento; l'imperatore avrà i suoi legati nella Lombardia, i quali daranno l'investitura ai consoli delle città, e giudicheranno le cause di maggiore somma, qualora la parte succombente lo cerchi; ma saranno obbligati a profferire la loro sentenza fra due mesi, e dovranno giudicare secondo le leggi della città; ogni cinque anni le città della lega manderanno i loro oratori alla corte imperiale, per ricevere l'investitura, ed ogni dieci anni si rinnoverà il giuramento di fedeltà; le controversie per cagione dei feudi fra l'imperatore e alcuno della lega, verranno decise dai Pari della città, secondo le di lei consuetudini, fuori che nel caso in cui l'imperatore si trovasse in Lombardia; allora potrà, se lo vuole, ei stesso giudicarle; e quando verrà l'imperatore nella Lombardia, se gli somministreranno i foraggi consueti, e si accomoderanno i ponti e le strade. In questa forma si venne nell'Italia a constituire un'associazione di città libere, sotto la protezione dell'Impero, come lo erano poco prima diventate nella Germania le città anseatiche, Lubecca ed Amburgo; e come nell'anno medesimo 1183, nella Germania pure, lo era diventata Ratisbona; e da quella data ricominciarono a comparire nelle carte le sottoscrizioni dei consoli Reipublicae Mediolanensis.

Colla pace di Costanza avevano i Milanesi acquistata la libertà municipale, sotto una limitata protezione dell'Impero; ma nessuna dominazione rimaneva ad essi, o ben poca: essendo le province della Martesana, del Seprio ecc., cioè la maggior parte de' borghi e delle terre che ora formano il ducato, indipendenti, anzi nemiche. (1185) L'imperatore Federico medesimo, con una carta segnata in Reggio agli 11 febbraio 1185, e pubblicata dal Puricelli, a noi rinunziò omnia regalia quae Imperium habet in Archiepiscopatu Mediolanensi, sive in comitatibus Seprii, Martesanae, Bulgariae, Leucensi etc.. Nella carta medesima si vede che Federico, ad istanza dei Milanesi, si obbligò a procurare che si riedificasse Crema, e si sarebbe opposto a chiunque tentasse di frastornarne il risorgimento; e promise in oltre che non avrebbe fatto altra lega con altra città di Lombardia senza il consenso de' consoli di Milano. Così giurò, e promise di far giurare anche il suo figlio Enrico, già eletto re de' Romani, entro quel termine, che sarebbe piaciuto ai consoli ed al consiglio di Milano di assegnare: ad terminum quem consules Mediolani com Consilio credentiae nobis dixerint. I Milanesi, in ricompensa, si obbligarono a garantire all'imperatore gli Stati suoi d'Italia, e singolarmente le terre della contessa Matilde. In questa carta vi si legge espresso il patto che se mai l'imperatore, ovvero il re Enrico, avessero contravvenuto a quanto fu stipulato nella pace di Costanza, la repubblica di Milano sarebbe stata disobbligata dalla garanzia; e se mai alcuna città della lega avesse mancato di tributare all'imperatore quanto nella pace di Costanza erasi promesso, la repubblica di Milano avrebbe assistito colle sue forze l'imperatore per ottenergli una condegna soddisfazione. Finalmente i Milanesi promisero che non avrebbero contratta veruna speciale alleanza con altre città di Lombardia, eccetto la confederazione, ossia lega lombarda, a meno di ottenere l'assenso dell'imperatore e del re Enrico, di lui figlio. Questo trattato di Reggio ci dà a conoscere quanto fosse mutato l'aspetto delle cose dopo la giornata 29 maggio 1176. L'imperatore non ci risguardava più come schiavi, né conservava più l'opinione d'essere signore del globo terraqueo, orbis terrae dominum; ma era un principe che, quasi da pari a pari, faceva un trattato con un popolo libero. Noi in quel trattato acquistammo la signoria delle terre; e ce lo ricorda il manoscritto compilato trent'anni dopo, in cui si contengono le nostre consuetudini; leggendosi in quello che appunto l'imperatore Federico plenam jurisdictionem concessit alla città di Milano sulle terre del suo distretto, su di che veggasi il diligente nostro ed erudito conte Giulini Nel ducato si distinguono Monza, Varese, Vimercato, Triviglio, Busto, Gallarate, Lecco, da noi chiamati borghi, e che in altri regni verrebbero chiamati città. È bensì vero che non sappiamo se allora essi fossero nello stato in cui si trovano oggidì.

(1186) Dopo questi particolari legami di amicizia (se pure non è profanazione d'un nome consacrato al sentimento l'adoperarlo in questo luogo) l'imperatore Federico venne a Milano, ed alloggiò nel monastero di Sant'Ambrogio, e in quello poi si celebrarono con pompa imperiale le nozze del re Enrico con Costanza, figlia di Ruggieri re di Sicilia. La chiesa non si trovò bastantemente capace, e perciò si fabbricò una magnifica sala di legno nel giardino del monastero medesimo. Il corredo della sposa ce lo indica la Cronaca Piacentina. Aveva seco la sposa ben centocinquanta cavalli carichi d'oro, argento, drappi di seta, panni, pellicce: Plusquam CL equos oneratos auro, et argento et samitorum et palliorum et grixiorum, et variorum, et aliarum bonarum rerum. Queste nozze ebbero il fine di rendere il re Enrico sovrano degli Stati del re Ruggieri, il quale non aveva che l'unica figlia Costanza. Tale nobilissima funzione ricevette ancora nuovo splendore dalla solenne incoronazione che vi si fece del re Enrico, imponendogli la corona del regno d'Italia; la quale consacrazione diè motivo di querela al papa. Allora era sommo pontefice Urbano III, cioè Uberto Crivello, milanese ed arcivescovo di Milano. Egli era stato innalzato al sommo ponteficato pochi giorni dopo la morte di Lucio III, accaduta in Verona ai 24 novembre 1185. Urbano, sebbene papa, volle conservare per se stesso la sede arcivescovile; onde nell'incoronazione del re Enrico, accaduta in gennaio 1186, non essendovi in Milano l'arcivescovo, l'imperatore, senza chiederne licenza al papa arcivescovo, fece che il patriarca d'Aquilea ne facesse il ministero. Poco o nulla però influì lo sdegno, sebbene giusto, del papa, che non giunse a regnare due anni. In seguito l'imperatore, diventato umano, moderato, e quasi debole, prese a trattare i Milanesi con tutti i riguardi possibili, e mostrò loro deferenza e considerazione costantemente dappoi; a segno che, in vigore della pace di Costanza, avendo l'imperatore il diritto di avere un Giudice imperiale anche in Milano, il quale in grado di appellazione pronunziasse la sentenza, si vede che Federico a questa carica aveva in quello stesso anno 1186 destinato un milanese Ottone Zendadario. Con tutto ciò la memoria di Federico I rimase in esecrazione ai Milanesi, e da padre in figlio la tradizione ha tramandato sino alla generazione vivente il nome di lui come quello d'un barbaro feroce. Né egli, né suo figlio, né il figlio di suo figlio, entrambo imperatori, co' nomi di Enrico V e di Federico II, ebbero mai la benevolenza de' Milanesi, né essi ebbero mai per noi buona volontà. Quando le ingiurie sono state commesse sino a un dato limite è possibile il dimenticarle; ma quando ai danni della collera si aggiunsero l'insulto e la derisione, ancora più amara dello stesso esterminio, non è più possibile che un popolo sensibile sinceramente si affezioni. Gli oltramontani ci accusano di essere vendicativi. Io non dirò già, che la vendetta sia lodevole; anzi dirò, che un animo grande sa perdonare: ma né vi è stata mai, né vi può essere, una nazione di magnanimi, o di eroi. Prendendo una moltitudine di uomini quali sono, dirò, che le meno vendicative nazioni saranno le meno sensibili, e per conseguente le meno grate altresì ai beneficii; e dirò che l'entusiasmo istesso, che tiene stampata nel cuore a colori di sangue la memoria degl'insulti sofferti, e spinge alla viziosa vendetta, tiene altresì vivace l'immagine de' beni e de' piaceri ricevuti, e ci porta con giubilo alla riconoscenza virtuosa verso del benefattore. Le anime energiche perdonano per virtù: quelle che non lo sono, dimenticano l'offesa, perché non reggono alla fatica di sovvenirsene. Tutte le nazioni più animate sono capaci di maggiori virtù e di vizi maggiori; e il rimproverarci la vendetta è lo stesso che l'accusarci d'avere un maggior grado di vita e di sensibilità. Parlo delle nazioni prese in massa, e il cielo mi guardi dal contaminare mai la mia penna coll'apologia del vizio o coll'oltraggiare la virtù!

Ritorniamo all'imperator Federico. Nessuno lo accusa di pusillanimità; anzi tutti i monumenti che la storia ci ha tramandati, ci fanno testimonio ch'egli fu un principe d'animo fermo, ardito, intraprendente, e in più d'una battaglia espose la sua persona al pericolo al pari di ogni altro milite. Si cerca poi s'egli avesse il talento militare, o se possa meritare un luogo fra i capitani illustri. Considerando le forze immense che seco strascinava; la piccolezza delle città, disunite e rivali, che attaccò; il modo con cui vinse, ora per maneggio, ora per l'inedia, non mai con un assalto impetuosamente guidato, o con un assedio giudiziosamente condotto; e sopra tutto il cambiamento assoluto ch'ei fece alla prima rotta che ebbe da' Milanesi al 29 maggio 1176 nella giornata di Busto Arsizio o di Legnano, come altri la chiamarono; forza è pure il confessare ch'egli nessuna azione militare intraprese, la quale provi la superiorità della sua mente. Egli con aiuti grandissimi intraprese piccole cose, e al primo rovescio di fortuna abbandonò il progetto. Si cerca s'egli fosse uomo di gran talento per il governo. Gli effetti gli furono poco favorevoli. Il suo progetto era di sottomettere il regno Italico alla dipendenza assoluta; e lo lasciò più indipendente di prima. Egli pensava di far rivivere, anzi di ampliare tutte le ragioni della suprema dignità imperiale; e lasciò la Germania immersa ne' torbidi; e la dignità decaduta, contrastata e divisa più che mai forse non lo era stata per lo passato. Come mai adunque la maggior parte degli scrittori della Germania innalza tanto l'imperatore Federico I! e come è mai possibile, dopo quasi sei secoli, che gli scrittori di due nazioni, cioè gli uomini per loro mestiere consacrati a trovare la verità, non sieno per anco d'accordo! Credo che non sia tanto difficile il rinvenirne la cagione. Primieramente, allorché viveva Federico I, tutta la Germania lo temeva sommamente; e sino dal primo viaggio ch'ei fece nell'Italia, corse la voce delle devastazioni che aveva commesse, e ciascuno de' Tedeschi, al di lui ritorno, gli andò incontro con sommissione, e a gara cercava di procurarselo placato. Ottone Frisingense, suo zio, ce ne assicura: Tantus enim in eos qui remanserant, ob ipsius gestorum magnificentiam, invaserat metus, ut omnes ultro venirent, et quilibet familiaritatis ejus gratiam obsequio contenderet invenire. Quantum enim Italis timorem incusserat factorum ejus memoria, ex legatis Veronensium perpendi potest. Questo timore che sempre più si andò accrescendo, e pe' fatti che si intesero dall'Italia, e per gli esempi che più da vicino osservò la Germania, quando postosi in animo l'imperatore di comandare nella Polonia, vi entrò, e, territorium Episcopii quod vocatur Uratislavia, transcurrens, in Episcopatum Posnaniensem, totamque terram etiam ipse igne et gladio depopulatus est, come ci dice il Radevico, che scriveva que' fatti, siccome giova il ricordare, per comando dell'imperatore medesimo. Questo timore, dico io, doveva in buona parte reggere lo stile de' cronisti che allora registravano i fasti di quell'augusto. Parmi che il vescovo di Frisinga medesimo, cronista dell'imperatore e suo nipote, me ne dia un cenno dove scrive: Durum siquidem est scriptoris animum, tanquam proprii extorrem examinis, ad alienum pendere arbitrium. Passata che fu la vita di lui, a mirare il complesso delle azioni di Federico, da un certo lato ci si presenta un quadro maestoso e seducente. Due competitori si disputano la corona della Danimarca: l'imperatore Federico vi si intromette come arbitro, e gli si fa omaggio del regno. Il re di Inghilterra gl'invia i suoi deputati alla dieta dell'impero. L'Italia sommessa; un re dato all'Ungheria; un altro re dato alla Boemia; un terzo re dato alla Sardegna; il marchese d'Austria creato duca; il regno della Polonia fatto tributario; il conte Palatino e l'arcivescovo di Magonza castigati; la Baviera assegnata a un nuovo padrone; la Sassonia donata ad un altro; il Tirolo staccato dalla Baviera; la Stiria eretta in ducato; la fermezza delle azioni e del discorso tenuto ai Romani; tutta questa folla di grandiosi avvenimenti certamente presenta un non so che di augusto e d'imponente. Le pretensioni poi di Federico, che sosteneva l'onore dell'Impero, al segno di sdegnarsi contro chi gli concedeva soltanto l'usufrutto del globo terrestre e non l'assoluta proprietà, dovevan disporre a favor suo l'animo degli scrittori della Germania; sulla quale tanto influisce la gloria dell'Impero. Ma esaminando imparzialmente questi fasti, e colla indifferenza storica, vediamo che niente eravi di più facile che l'esigere un omaggio dalla Danimarca nel momento della sua divisione; ma poi la Danimarca finì collo staccare dall'Impero qualche provincia. L'Italia ricuperò la libertà, anzi l'ottenne confermata dall'imperatore medesimo. L'avere spedite varie pergamene, accordando il titolo di re a sovrani che in prima erano diversamente nominati, e così dando altri titoli, nemmeno è, per se medesima, grande cosa. L'avere poscia dispoticamente detronizzati alcuni principi della Germania, ed altri ad essi sostituiti, nel momento in cui tutta l'Alemagna era divisa in fazioni ed immersa ne' torbidi, nemmeno è tanto grande impresa da compensare i mali che alla Germania istessa ei cagionò. Certo è che il peso del di lui dispotismo fu tale, che molte città della Germania si determinarono allora a stabilire un governo municipale, e con una apparente dipendenza diventarono libere in fatti; ed è pur certo che debole e vacillante ei lasciò la dignità imperiale, e in cattivo stato la Germania; da cui al fine della sua vita estrasse centomila Tedeschi, e miseramente li condusse a perire nelle terre dell'impero di Costantinopoli, col fine di conquistare la Terra Santa, alla qual impresa non ebbe luogo di cimentarsi, poiché, bagnandosi in un fiume della Cilicia, vi rimase sommerso l'anno 1190, il giorno 10 di giugno. La parlata che Ottone Frisingense pone in bocca ai deputati di Roma, e la riposta che pone in bocca a Federico, sono una scena nella quale gl'Italiani compaiono pieni d'una presunzione ridicola, e l'imperatore vi rappresenta il gran principe. Egli è però lecito, senza temere la taccia d'irragionevole, di crederla un pezzo di rettorica dello scrittore. Nella storia ognuno ha il diritto di sospettare false le lunghe parlate; poiché lo scrittore non era presente comunemente, e in questo caso il vescovo Ottone sicuramente non vi era. I Romani sono stati sempre, anche in mezzo a' secoli barbari, più colti del restante dell'Europa; e fra gli altri, i brevi e le bolle pontificie conservarono qualche eleganza della lingua latina, mentre ella era abolita e sconosciuta in ogni altra parte. Non è punto verisimile che i Romani spedissero incontro a Federico (che veniva alla testa d'un'armata, e che aveva già fatto tremare la Lombardia) i loro legati per esigere da lui quasi un giuramento di fedeltà, e osassero dirgli: Tu eri forestiere e ti abbiamo fatto nostro; eri un viaggiatore oltramontano, e ti abbiamo fatto principe: giura che spargerai sino all'ultima stilla il tuo sangue per mantenere la nostra repubblica. Nemmeno è verisimile il lungo discorso che fa ripetere a Federico; il quale, per quanto si travede da altri luoghi, nemmeno intendeva il latino, ed è assai probabile che conseguentemente ignorasse la storia degli Ottoni, di Carlo Magno e degli antichi Romani, della quale nel discorso si vuole mostrarlo assai istrutto. Merita pure qualche osservazione il vedere che il vescovo di Frisinga, colpito dalla morte l'anno 1158, non poté stendere i fasti sino alla distruzione di Milano; e il continuatore di esso, canonico Radevico, terminò di scrivere all'anno 1160; e il canonico di Praga Vincenzo all'anno 1167 terminò la sua cronaca, cioè sino al punto da cui cominciò il rovescio della fortuna di Federico; e così alla posterità restarono le felici sue imprese, e da pochi altri e meno chiari cronisti appena è passata la notizia dell'umiliazione alla quale venne poscia ridotto.

Prima di abbandonare l'argomento dell'imperatore Federico, io ricorderò alcuni tratti della di lui maniera di operare; acciò si formi un giudizio, e della umanità sua e de' principii della sua virtù; e questi li prenderò tutti da autori tedeschi e parziali suoi. Il primo documento sarà la lettera con cui l'imperatore istesso rende informato il vescovo di Frisinga Ottone, suo zio, de' suoi gesti nella prima spedizione in Lombardia, acciocché con essa avesse lo scrittore una traccia per tramandare ai posteri i fasti del suo regno; eccone alcuni pezzi: Dum ab eis, cioè dai Milanesi, dice l'imperatore, mercatum quaereremus, et ipsi nobis eum negarent, nobilissimum castrum eorum, Rosatum videlicet quod quingentos milites habebat, capi et incendio destrui fecimus... inde tria castra eorum fortissima, Minimam videlicet, Gailardam, et Trecam destruximus, et natale Domini cum maxima jucunditate celebrato... inde Chairam, maximam, et munitissimam villam, destruximus, et civitatem Astam incendio vastavimus... inde venimus Spoletum, et quia rebellis erat... vi cepimus, ignet videlicet et gladio, et infinitis spoliis acceptis, pluribus igne consumptis, funditus eam destruximus. Questo è il modo col quale guerreggiavano i popoli barbari, convien pur dirlo. Perché Spoleti (che, sotto i Longobardi, ebbe i suoi duchi a parte, e che non era città della Lombardia) Federico la chiamasse ribelle, non lo so; il modo però col quale fu trattata ce lo dice Ottone Frinsingense: Civitas direptioni datur, et antequam asportari usui hominum profutura possent, a quodam apposito igne, concrematur. Cives qui ferrum, flammamque effugere poterant, in vicinum montem seminudi, vitam tantum servantes, se recipiunt... postera die, eo quod ex adustione cadaverum totus in vicino corruptus aer intoterabilem generaret nidorem, ad proxima exercitum transtulit loca... donec igni residua in usus exercitus, non miserorum Spoletanorum, cederent spolia. Nell'assedio di Tortona l'imperator Federico teneva le forche piantate a vista della città, e i prigionieri li faceva impiccare: ce lo racconta lo stesso Frisingense: Quicumque ex eis deprehensi fuissent, patibuli, quod in praesentiarum erectum cernebant, expectabant supplicium; e quando prese Tortona, Civitas, primo direptioni exposita, excidio et flammae mox traditur: così il Frisingense. Il medesimo Ottone Frisingense ci riferisce per esteso freddamente un fatto atroce; e fa maraviglia come non si accorgesse, scrivendolo, che l'azione era obbrobriosa. Dice egli adunque che l'imperatore Federico, volendo passare un distretto alla Chiusa, dove un monte del Veronese è imminente all'Adige, ritornandosene in Germania, trovò il luogo occupato da molti armati, i quali gl'impedivano il passaggio. Dovette più volte in vano tentare di superarli; finalmente arrampicatisi a stento molti imperiali sulla parte opposta del monte, giunsero a dominare quegli armati ed a superarli. L'imperatore li prese; erano cinquecento, e tutti li condannò subito alle forche, trattone un d'essi, che palesò d'essere Francese, d'essere stato in quella compagnia, senza sapere di opporsi all'imperatore, e d'essere cavaliere e libero; e a questi donò la vita, obbligandolo a fare il carnefice dei suoi compagni. Erant pene omnes qui in vinculis tenebantur, equestris ordinis. Praesentatis igitur praedictis viris principi, ad patibulique supplicia adjudicatis, unus ex eis inquit: Audi, impeator nobilissime, miserrimi hominis sortem. Gallus ego natione sum, non Lombardus, ordine, quamvis pauper, eques, conditione liber, etc.. Hunc solum imperator gloriosus de caeteris sententia mortis, eripiendum decrevit: hoc ei tantum pro poena imposito, ut funibus cervicibus singulorum appositis, ligni supplicio commilitones plecteret. Sicque factum est; e i cadaveri poi di questi, ut cunctis transeuntibus temeritatis suae praeberent documenta, in ipsa via, in cumulos acti: fuerint autem, ut dicitur, quingenti. Un altro fatto accaduto nel Veronese, alla prima comparsa che fece nell'Italia l'imperator Federico, ce lo racconta il canonico Vincenzo di Praga, e ce lo racconta con mirabile indifferenza. I Veronesi pretesero che Federico dovesse pagar loro il passaggio nel castello di Garda, perché non era per anco consacrato imperatore. Il castello era inespugnabile. L'imperatore promise con buone parole che avrebbe pagato. I Veronesi gli aprirono il passo, affidati alla promessa. Passato ch'ei fu, avvisò i Veronesi acciocché mandassero a ricevere il denaro. Egli era accampato col suo esercito. Dodici fra i più nobili signori veronesi, perciò, si presentarono, avendo un seguito di molti altri nobili. L'imperatore li accolse con volto ridente. Li fece arrestare. Molti li fece trucidare. I dodici deputati li fece impiccare; ed uno di essi, avendogli provato d'essere consanguineo dell'istesso imperatore, lo fece impiccare sopra di un più alto patibolo. Eccone le parole: Rex Fridericus collecta plurima multitudine principum, et aliorum militum, Henrico duce Saxoniae, et Friderico filio regis Corradi, aliisque principibus sibi adjunctis, Romam ad Papam Adrianum, ut eum in Caesarem jure debito consecret, iter cum forti manu militum arripuit; cum autem in exitu Alpium ante ipsam Veronam civitatem ad Guordum castellum inexpugnabile pervenerunt, Veronenses, tamquam ex suo jure, transitum sibi et suis prohibent, dicentes eum esse nondun Caesarem, sed regem, propter hoc eam, ex eorum jure, eis debere pecuniam persolvere si inde Romam transire velit: postquam vero eum in Caesarem consecratum receperint, ei tunc honorem Caesari debitum persolvent, non ante. Haec Fridericus audiens, iram reprimit, et eam dissimulans, verba dat bona, pecuniam quam exquirunt eis promittit, et tanquam super hoc securitate data Veronam, illaesis exercitibus suis, transit. Regalibus itaque ultra positis excercitibus, mandat Veronensibus ut pro debita pecunia veniant; qui verbis ejus credentes, XII meliores et nobiliores, et aliis pluribus nobilibus adjunctis, pro pecunia promissa ad regem dirigunt, quos ipse rex hilari vultu suspiciens, de promissa pecunia verbis datis optimis, eos capi praecipit, et plurimis ex eis trucidatis, XII nobiliores suspendi praecipit. Et cum quidam de propinquiori linea cognatum ejus esse se diceret, et hoc testimonio comprobaret, propter hoc altius, tamquam nobiliorem, suspendi praecipit. Giudichi ognuno come sente, del merito di questo principe. Io non saprei paragonarlo a veruno de' grandi uomini che sedettero sul trono; sia che lo consideri per il talento militare, sia che lo esamini come politico, sia finalmente che lo risguardi come uomo, dal canto dell'umanità, della fede e della grandezza de' sentimenti. Pongansi al confronto i due imperatori tedeschi Ottone e Federico, e vedremo al paragone l'uomo grande e l'uomo barbaro.

Capitolo IX

Stato della repubblica di Milano, e sua costituzione incerta dalla morte di Federico I sino alla metà del secolo XIII

Dopo la morte di Federico I venne incoronato imperatore Enrico di lui figlio; il quale mostrò sempre mal animo ai Milanesi, e suscitò loro la rivalità di molte città lombarde. La gran lega si ruppe e si divise in associazioni minori. Ma non ebbe quell'augusto forza bastante per danneggiare Milano, nel breve suo impero di appena sette anni. Questo imperatore Enrico (comunemente chiamato sesto, e che realmente nella serie degl'imperatori è il quinto, come noi Italiani lo chiamiamo) lasciò un figlio, già conosciuto come re de' Romani, per nome Federico. Egli poi giunse all'Impero e si chiamò Federico II. Ma alla morte dell'imperatore Enrico egli era ancora bambino, abbandonato alla tutela di suo zio paterno Filippo, duca di Svevia e di Toscana; il quale, approfittando della debolezza del fanciullo, fece proclamare se medesimo re di Germania, sebbene un altro partito nella Germania medesima innalzasse alla stessa dignità Ottone, duca di Sassonia, principe del sangue estense, che fra gl'imperatori si nomina Ottone IV. Così ne' sette anni del regno di Enrico V, e ne' dieci anni ne' quali tre rivali pretendevano l'Impero, Federico, Filippo ed Ottone, quasi nessuna influenza ebbe la Germania sulla Lombardia.

I cronisti di questi tempi sono abbondantissimi nel racconto minuto delle piccole rivalità che portavano le città dell'Insubria alle zuffe, alle scorrerie, alle paci appena giurate infrante, e alle depredazioni. Io non mi sono prefisso di raccontare tutti gli avvenimenti, ma di trascegliere que' pochi i quali o sono capaci di darci idea de' costumi e della felicità di que' tempi, ovvero sono un seme degli avvenimenti importanti accaduti dappoi. Le inquietudini co' vicini furono incessanti. I nostri fedeli amici furono i Piacentini, i Cremaschi, i Novaresi, i Vercellesi, e le città più lontane, Verona, Bologna, Faenza e Treviso. I Pavesi e i Cremaschi furono quelli co' quali maggiormente si stava in guerra. Co' Bergamaschi, e co' Lodigiani e Comaschi pure, poco sicura fu la concordia. Ma queste inquietudini, troppo uniformi e insignificanti, non meritano luogo nella memoria de' posteri. La città di Milano aveva disgraziatamente una guerra civile, assopita per qualche intervallo, ma spenta non mai. Già si è veduto al capitolo quarto l'aperta disunione fra i nobili ed i plebei, scoppiata prima della metà del secolo undecimo. Sia che l'animosità fosse tramandata da padre in figlio per cinque generazioni sino al principio del secolo decimoterzo; sia, il che è assai più probabile, che la prepotenza de' primi signori inconsideratamente continuando ad offendere i più deboli, ma non meno sensibili, spingesse questi all'associazione ed all'uso della forza; egli è certo che realmente la città era divisa in più fazioni. (1198) I nobili in prima erano collegati contro de' popolari; ma nel secolo decimoterzo anche i nobili stessi erano divisi, facendo un partito distinto i nobili minori. La plebe formò da sé un corpo politico nell'anno 1198; e questo prese il nome di Credenza di sant'Ambrogio. Questo corpo aveva la sala per le sue radunanze; creava i giudici che decidessero le controversie del popolo; e percepiva una parte delle rendite della Repubblica. I nobili del primo ordine chiamavansi capitani, e formavano la Credenza dei consoli; e i nobili valvassori, i quali in origine erano come sottofeudatari dipendenti dai capitani, formavano La Motta; nome che presero dal sito d'una zuffa datasi fra Lodi e Milano, fra i capitani e i valvassori. Così v'erano tre consigli in Milano, uno di quattrocento, l'altro di trecento, il terzo finalmente di cento consiglieri. Siccome la sovranità risedeva realmente nella riunione di questi tre consigli, gelosi e rivali reciprocamente, è facil cosa l'immaginarsi in quale incertezza e sotto qual torbido cielo si trovasse allora la costituzione civile durante il fine del secolo duodecimo, e nel corso di quasi tutto il secolo decimoterzo. Queste intestine discordie furono poi la cagione per cui lo stato di repubblica finalmente, dopo dissensioni e turbolenze incessanti, cadesse in quello del governo d'un solo; rimedio unico per una inveterata anarchia procellosa. Da principio ogni anno si creavano i consoli, presso de' quali stava il governo della città; ma tante dissensioni e tante difficoltà s'incontravano nel momento di sceglierli, che, per disperazione, conveniva crearsi un dittatore per un determinato intervallo, sotto il dispotismo del quale calmandosi le fazioni, si potesse poscia procedere all'elezione de' magistrati. Questa verità non è stata sinora chiaramente annunziata: confusissime anzi ho ritrovate le memorie de' nostri scrittori; ma tutti i fatti ce la provano ad evidenza. Nel 1186 dovettero i Milanesi creare un magistrato dispotico, col nome di podestà, perché tutta l'autorità era in lui collocata; e questo fu il primo podestà di Milano. Per evitare l'invidia venne proclamato un Piacentino, e fu Uberto Visconti. L'autorità confidata a questo magistrato era per un anno; e il vizio costituzionale era tale, da ricorrere al disperato partito di abbandonare vita, roba e libertà senza limite a un temporario sovrano. L'anno vegnente fummo diretti dai consoli, e così per quattro anni ci riuscì di eleggerli. Poi l'anno 1191 fummo costretti a chiamare un Bresciano, che dominasse per sei mesi; sinché fosse eseguibile l'elezione de' consoli, e questo podestà fu Rodolfo da Concesa. (1201) Sul principio del secolo decimoterzo ancora maggiori variazioni accaddero; poiché nel 1201, temendo forse di collocare in un uomo solo l'autorità, ovvero ostinandosi i tre partiti ciascheduno a sostenere il podestà da lui proposto, venne confidato il governo a triumviri, e furonvi tre podestà. (1202) L'anno vegnente 1202 tante fazioni vi furono per eleggere chi governasse, che commissum fuit Anselmo de Terzago, quod provideret secundum suam discretionem de regimine civitatis; qui elegit duos consules, qui regerent per annum. (1203) L'anno immediatamente seguente, cinque podestà ressero Milano. (1204) Poi, nel 1204, due podestà. I partiti, sempre animati, scindevano la città in guisa che realmente l'unica libertà era quella di nominare il dispotico ogni anno; e finito quel breve tumulto popolare, ogni cittadino serviva al podestà. In mezzo a questa deformissima costituzione, i beni de' privati erano in preda alle rapine de' potenti, i quali, abusando di alcune formalità legali, e facendo pronunziare da alcuni giudici delle sentenze vendute, usurpavano gli altrui fondi. (1205) Quindi in una concordia momentanea che si fece fra i partiti nel 1205, si stabilì che: Nulli bonis suis interdicatur, nisi causa cognita et probata communi, potestati mediolani, vel rectoribus communitatis, ut leges desiderant; legge la quale supponeva un disordine universale ed essenzialissimo. Il potere del podestà era, siccome dissi, assoluto e dispotico. Egli faceva leggi, e le faceva eseguire: Dico, jubeo et statuo perpetuo firmiter observari, sono le frasi che adoperavano i podestà, e ne abbiamo la memoria in una legge di Oberto da Vialta, bolognese, podestà di Milano nel 1214.

Questo vizio interno (che, accendendo una guerra intestina, sbandiva realmente la forma repubblicana dalla città, e la costringeva a rifugiarsi nel dispotismo per l'impossibilità di reggersi) nasceva a mio credere per colpa de' nobili. Il dominare, l'innalzarci sopra i nostri fratelli, il dimenticare persino che lo sono, è cosa naturalissima all'uomo; ma la plebe milanese non poteva sopportare l'orgoglio de' nobili, né i valvassori quello de' capitani. Sappiamo quante inquietudini provò la repubblica di Roma per l'impazienza del popolo, e quante guerre dovette intraprendere per allontanare la plebe dalla città. I nobili di Roma avevano nelle loro mani gli auguri, gli auspici e tutte le forze del culto religioso; eppure il partito popolare finalmente scoppiò, rovesciò la repubblica, innalzò Cesare e creò i primi imperatori, i quali, colla rovina de' nobili, pagavano le largizioni e gli spettacoli per favorire la plebe. Il povero ed il plebeo d'Italia sentono di avere men potere che non ha il ricco ed il nobile; ma persuasi che gli uomini sono d'una specie sola, si considerano come meno fortunati, ma non diversi, anzi eguali, al momento in cui riesca di radunare della ricchezza. Nella Lombardia (se ne eccettuiamo il marchese di Monferrato ed il conte di Biandrate) non so che allora vi fosse alcun signore che dominasse città o borghi, o nemmeno terre intiere. Questo sistema di tenere divise le terre è antichissimo nella Lombardia; dove i feudi non furono mai tanto considerabili, come in altri regni d'Europa. Quasi tutte le terre del Milanese anche oggidì sono divise in più possessori. A primo aspetto sembra che siavi qualche cosa di più grande nella Germania, dove un monarca ha sotto il suo impero de' sudditi che posseggono delle signorie di intere città, e de' distretti di più miglia di paese. Questo da noi non vi è. È bensì vero che l'estensione dello stato di Milano non è grande, e può paragonarsi ad un rettangolo lungo sessanta e largo cinquanta miglia; entro del quale spazio una porzione sensibile è montuosa, quale il contado di Como e i contorni di Lecco, che sono l'emanazione delle Alpi; e in questo piccolo spazio vivono un milione e centomila abitanti; i quali da questo spazio di terra ricavano, oltre il loro cibo, un eccedente d'un milione e trecentocinquantamila annui zecchini. Un milione di zecchini ce lo somministra la seta che si trasporta agli esteri. I caci ed il lino c'introducono più di duecento altri mila zecchini. Centocinquantamila zecchini ci fanno acquistare i grani che vendiamo pure agli esteri; onde, presa nel suo tutto, l'annua riproduzione è assai più grande di quello che si troverà in eguale spazio di terra, ove le fortune sieno radunate in pochi possessori. Il villano da noi non ha altro rapporto col proprietario, che un contratto non perpetuo. La divisione de' frutti delle terre si fa per metà fra il terriere ed il colono; ovvero s'aggrava il colono di pagare una determinata somma o in denaro o in frutti, e tutto l'eccedente ricade a suo profitto. Questo antico sistema, da una parte, anima la coltivazione delle terre, cointeressando il villano; e dall'altra, pone minore intervallo fra il signore e il villano medesimo; poiché in luogo di comando e subordinazione, da noi non vi è che un contratto prodotto dai bisogni vicendevoli fra un ricco ed un povero. Perciò io credo che da noi sarebbe impossibile il conservare lungamente un governo aristocratico, a meno che gli ottimati non discendessero a quella popolarità che rende cara ai Veneziani la forma del loro governo; se pure anche Venezia non deve in parte la sua antichissima tranquillità alla natura del luogo su di cui è piantata: mentre ogni cittadino, sentendo di vivere dove perirebbe nel momento in cui nascesse confusione nel governo, forza è che freni l'inquietudine, e contribuisca a quell'ordine sociale, senza di cui ivi né avrebbe alimento né mezzi di procurarselo. I costumi de' nobili da noi erano invece orgogliosi e dispotici, talvolta sino all'atrocità. Il Fiamma ci racconta che a' suoi tempi certo popolare, per nome Guglielmo da Salvo, di porta Vercellina, andava creditore di rilevante somma verso di Guglielmo da Landriano, uomo nobile; e che il debitore invitò il popolare ad una sua villa in Marnate, posta nel contato del Seprio, ove, per liberarsi dal pagamento, trucidò miseramente il povero creditore. Il qual fatto sospettatosi nella città, la plebe, inferocita per l'enorme tradimento, si portò a Marnate, scoprì il cadavere, lo trasportò a Milano, e mostrando per le strade lo strazio crudele, la prepotenza, l'insidia, la violata fede d'ospitalità, vennero diroccate le case dei Landriani e scacciati nuovamente i nobili tutti dalla città. Così racconta il Fiamma questo fatto; e a lui dobbiamo prestar più fede che non al Corio ed al Calco, i quali erano scrittori più lontani; e forse non avevano stima bastante de' nobili del tempo loro per credere che dovesse essere sempre loro piacevole la verità della storia, quand'anche annunziasse i delitti de' loro maggiori. Il Corio per altro non ebbe difficoltà di assicurarci che, prima dell'anno 1065, siasi fatta dai nobili la legge orrenda: che ciascuno nobile potesse occidere un plebeo con la pena de' libre septe, e soldo uno de terzoli, per la qual cosa molti erano morti. Io credo falsa questa asserzione. Essa però fa conoscere come si pensava; poiché il Corio l'avrà trovata in qualche antica tradizione. Per tai motivi può facilmente intendersi la costanza della dissensione, sempre mantenutasi nella città; giacché la plebe naturalmente non ha mire ambiziose per dominare su i nobili, né da essi si allontana né con essi guerreggia, se non per intolleranza dell'oppressione. Colla morte dell'imperatore Corrado cominciarono le inquietudini del popolo contro de' nobili; poi si sfogarono i due partiti colla questione de' preti ammogliati; indi i pericoli di un esterno nemico contennero le interne fazioni; ma cessati che furono, sempre si videro rianimate, sintanto che, come dissi e come in appresso vedremo, rovinò la Repubblica, e la città si rese suddita di un solo.

(1208) Colla morte di Filippo, duca di Svevia, seguìta l'anno 1208, non rimanevano che due pretendenti alla dignità imperiale, Ottone e Federico; ma Ottone venne proclamato in Germania re de' Romani, e in Roma incoronato imperatore da Innocenzo III. L'imperatore Ottone IV era, siccome dissi, del sangue della casa d'Este; egli era figlio di Arrigo il Leone, il quale, dopo d'avere seguitato l'imperatore Federico I nelle lunghe spedizioni d'Italia, per un tratto del suo dispotismo era stato privato della Baviera e della Sassonia. Questa era una cagione bastante per rendere l'imperatore Ottone nemico di Federico, e per renderlo caro ai Milanesi, come lo fu sommamente. In una lettera che quell'augusto scrisse ai Milanesi, si legge: Oblivisci non etiam possumus, quod vos, jam pacato Imperio, quod diu turbatum fuerat, tam discretos et tam honestos nuncios cum muneribus vestris ad nos destinastis, quos nos, sicut decuit, et sub illa gratia et devotione qua vos semper fovimus, et semper amplectemur, recepimus, munera quoque vestra tanto nobis fuerunt gratiora, quanto magis scimus illa ex affectu purae dilectionis fuisse transmissa. (1210) Venne in Milano Ottone IV l'anno 1210; e fu generale il giubilo e il plauso in tutti gli ordini della città. Vi fu adorato; ed ei fece nascere questo caro sentimento coll'affabilità e colla bontà sua. Egli non volle immischiarsi nelle cose della città, ma, premuroso d'avere assistenza da noi, l'ottenne largamente: e partì, accompagnato da buona scorta de' nostri militi, e d'ogni altro aiuto, per la conquista della Puglia, la quale sarebbe caduta in suo potere, se i maneggi del papa e del re di Francia non gli avessero suscitato nella Germania un forte partito, per collocare sul trono il giovine Federico. Il papa scomunicò l'imperatore Ottone, il quale fu da ciò obbligato a ritornarsene nella Germania ed abbandonare la Sicilia. Cremona, Pavia, Verona e alcune altre città della Lombardia credettero di non dover più riconoscere un imperatore scomunicato. Ma i Milanesi sempre gli furono affezionati, e nel ritorno per passare nella Germania fu in Milano accolto ed onorato. Partito che fu Ottone IV, passava da Genova per andarsene pure in Germania il di lui rivale Federico, e i Milanesi attaccarono i Pavesi, per contrastare ad esso il passaggio. (1212) Il papa, con sua lettera 21 ottobre 1212, c'intimò che se non fossero state da noi rivocate alcune leggi, e se non fossero stati restituiti a Pavia i prigionieri che avevamo fatti, nessuno potesse più parlare con un Milanese, nessuna città potesse scegliere un Milanese per suo podestà. Ordinò in oltre che tutte le mercanzie de' Milanesi si sequestrassero; che alcuno non dovesse pagare i debiti che avesse verso di un Milanese; e in questa lettera perfino minacciò di volerci trattare come Saraceni, e mandare contro di noi una Crociata. Tanto era impegnato il papa Innocenzo III contro di Ottone! L'amore de' Milanesi verso di Ottone IV non si cambiò punto, nemmeno per questo. Il papa andava stimolando sempre più i Milanesi ad abbandonare Ottone, il di cui partito s'indeboliva anche nella Germania; ma inutilmente. Spedì finalmente a Milano due cardinali legati l'anno 1216, i quali, dopo aver adoperati, senza effetto, i loro maneggi per rimoverci dall'imperatore cui eravamo affezionati, ricorsero all'ultimo spediente: scomunicarono ogni Milanese, posero la città a interdetto, ma non rimossero mai la fede dei Mlianesi dalla divozione verso dell'imperatore Ottone sino alla di lui morte, accaduta l'anno 1218. Per ottenere questa costante benevolenza, inalterabile in mezzo alle più terribili prove che in que' tempi la potessero cimentare, bastò a quel principe la sua bontà e la cortesia delle sue maniere.

(1216) Nel tempo di questi torbidi, fra le censure e gl'interdetti, l'anno 1216, si compilarono in un codice gli statuti e le consuetudini di Milano; acciocché la sorte dei giudizi non fosse più tanto arbitraria ed incerta, come lo doveva essere prima, appoggiata a mere tradizioni, e senza uno stabile monumento. Di questo codice se ne conserva un antico esemplare manoscritto nella biblioteca Ambrosiana. Un'altra bell'opera s'intraprese l'anno 1220, mentre era podestà di Milano Amizone Carentano, lodigiano, e fu lo scavo d'un canale che da Cassano sino a Castiglione Lodigiano deriva le acque dell'Adda. Questo canale forma la ricchezza del contado di Lodi. Allora si chiamava Adda nuova; ora, non saprei per qual cagione, si chiama la Muzza. Già quaranta anni prima era stato fatto l'altro cavo, che, guidando le acque del Tesino sulle terre sino ad Abbiategrasso, rendeva irrigabile una parte delle campagne milanesi; indi, nel 1257, questo cavo fu prolungato sino a Milano, siccome poi dirò. È cosa maravigliosa che fra i torbidi interni ed esterni, in mezzo all'ignoranza di quel secolo, si ardisse di pensare a così grandiose ed utili opere pubbliche, e si eseguissero, domando le acque, e guidando de' fiumi artificiali per lunghi tratti di paese.

S'erano dilatati, al principio del secolo decimoterzo, i due ordini de' frati predicatori e dei frati minori; e si erano intraprese moltissime ricerche contro l'eresia. Sappiamo le guerre mosse per questo titolo nella Francia contro gli Albigesi. Nella Germania non mancarono simili inquisizioni; e presso di noi si trovarono quindici sètte di eretici, de' quali i nomi sono i Patarini, i Cattari, i Carani, i Concorezi, i Fursici, i Vanni, gli Speronisti, i Carantani, i Romulari, i Poveri di Lione, i Passagini, i Giuseppini, gli Arnaldisti, i Credenti di Milano, i Credenti da Bagnuolo; e quello che vi era di più singolare, nessun uomo si nominava che fosse capo di setta, o nessun libro sul quale fosse appoggiata l'eresia. Nella Grecia sappiamo chi abbia insegnato gli errori degli Ariani, degli Eutichiani, de' Nestoriani, ecc. Ne' tempi più a noi vicini sappiamo pure da chi prendessero le loro dottrine gli Hussiti, i Wiclefiti, i Luterani, ecc. Ma nel secolo decimoterzo si scopersero quindici sêtte di Novatori nel Milanese, senza che la storia ci nomini l'autore maestro delle dannevoli novità! Due secoli prima gli abitatori del castello di Monforte, nella diocesi di Asti, furono presi; e per titolo d'eresia terminarono la vita nel fuoco, siccome dissi al capitolo quarto. Fu quello il primo esempio, ch'io sappia, in cui solennemente siasi adoperata la violenza del supplicio, per difendere la mansueta religione di Cristo. Ora, nel secolo decimoterzo, questa maniera di sostenere il dogma venne generalmente in uso. Venne deputato dal sommo pontefice ad agire contro gli eretici san Pietro Martire, che allora si chiamava frà Pietro da Verona. Egli era domenicano, e per la distruzione dell'eresia aveva formato in Milano una compagnia, la quale era stata presa dal sommo pontefice sotto la sua protezione; e il breve di Gregorio XI si conserva nell'archivio di Sant'Eustorgio tuttavia. L'anno 1233 era podestà di Milano Oldrado da Tresseno, lodigiano, il quale, secondando le mire dell'Inquisizione, consegnò alle fiamme non pochi cittadini. La figura equestre di questo podestà mirasi anche al presente, a basso rilievo in marmo, nella facciata verso mezzo giorno della sala del consiglio della Repubblica, ora l'archivio pubblico; e nell'iscrizione leggesi l'encomio d'aver bruciato i Cattari: Catharos ut debuit uxit, barbarismo postovi per far la rima col verso leonino: Qui solium struxit, Catharos ut debuit, uxit. Il Fiamma, riferendo le gesta di questo podestà, dice: In marmore super equum residens sculptus fuit: quod magnum vituperium fuit. Hic primo haereticos capere fecit. Il conte Giulini non crede che questa sia stata cosa nuova di così procedere cogli eretici; ma non allega fatto alcuno antecedente, né alcuna prova. Il supplizio dato agl'infelici abitatori del castello di Monforte fu una violenza militare che non aveva appoggio di legge, non tribunali o metodi costanti che ne formassero la sanzione. Ora si tratta di sistema. (1228) Noi abbiamo Tristano Calchi, il quale ci insegna che nell'anno 1228 furono pubblicate queste nuove leggi penali contro gli eretici: Novae leges latae adversus haereticos, quorum multiplices, et inauditis nominibus distinctae sectae erant; nam praeter Patarenos, quorum supra in Arnulpho memini, Cathari, Carani, Concoretii, Fursici, Vanii, Speronistae, Carantani, Romulares nuncupabantur; haecque labes non minus ad foeminas, quam viros pertinebat. Ita utrique sexui irterdicta superstitio est: proposita poena capitis, et domorum destructionis iis qui in ea perseverarent, aut tecto reciperent, alioque juvarent. Et subsequente anno, mense januario, Gufredus cardinalis sub titulo Sancti Marci, legatus pontificius, Mediolanum ingressus, lege sanxit (de comuni tamen archiepiscopi, ordinariorum, et populi consensu) ut praetor damnatos judicio ecclesiastico, intra decem dies capitali poena afficiat; e il Corio, nella sua storia, ci ha conservato lo statuto che allora si fece, e lo riferisce colle seguenti parole: In nome di Dio mille ducento vintiocto, ad uno giorno de zobia, al tredecimo de genaro, inditione seconda, in publica concione convocata a sono di campana secondo il solito: Che ne lo advenire niuno heretico dovesse stare né dimorare ne la città de Milano... Che qualunque persona a sua libera voluntate potesse prendere ciascuno heretico. Item, che le case dove erano ritrovati, si dovessino ruinare, e li beni in epse si ritrovavano, fusseno pubblicati. Dal che pare evidente che il rigore delle legge penali contro gli eretici veramente nascesse nel 1228. L'arcivescovo di Milano in que' tempi era Enrico da Settala, ed era un attivo cooperatore coll'inquisitore per eliminare gli eretici. Dal gran numero delle sètte improvvisamente scoperte, è facile l'argomentare che un gran numero di cittadini doveva essere poco contento di queste nuove leggi. In fatti l'arcivescovo fu bandito. Perciò vennero scomunicati da un legato pontificio il podestà e il consiglio di Milano. Nell'iscrizione sepolcrale di questo arcivescovo si scolpì: Instituto inquisitore, jugulavit haereses, come riferisce il Puricelli; e chiaramente si conosce anche dalla storia milanese quanto poco si pregiassero allora la dolcezza, la mansuetudine e la pietà; le quali ora, in tempi più illuminati e felici, formano il principale fregio delle virtù ecclesiastiche. L'inquisitore, nel corso di dicianove anni, aveva fatte incessanti ricerche contro tanti eretici, per modo che l'esempio di molti bruciati, altri banditi, le molte case demolite, molti patrimoni pubblicati, dovevano avere reso ammirabile il di lui zelo al di lui partito; ma del pari resa odiosissima la sua persona a chiunque temeva d'essere accusato di opinioni eterodosse. Ciò non doveva essere difficile in Milano, dove ad un tratto quindici diverse eresie si erano inaspettatamente scoperte, e si volevano esterminare. Era stato bandito, come eretico, Stefano Confalonieri d'Alliate. Il Corio ci dice ch'esso Confalonieri venne avvisato, come per Frà Pietro era misso nel bando. Questo Confalonieri, di cui si doveva diroccare la casa, i di cui beni dovevano essergli tolti, si collegò con alcuni altri malcontenti. Il concerto si fece nelle terre di Giussano con Manfredo Cliroro, Guidotto Sacchella, Jacopo della Chiusa, Tommaso Giuliano, Carlo da Balsamo e Alberto Porro. Colsero essi l'inquisitore, mentre in compagnia di frà Domenico ritornava da Como a Milano, e nelle vicinanze di Barlassina, il giorno 6 aprile 1252, con una falce lo uccisero; e frà Domenico lasciarono sì malamente concio, che in pochi giorni cessò di vivere. Il partito maggiore allora cominciò a risguardarli come due martiri della fede. Uno degli uccisori fu preso e posto prigione. Egli se ne fuggì. Il popolo inquieto, che avidamente aspettava di vederne il supplicio, tumultuariamente strascinò il podestà e i suoi tre giudici, come complici della fuga, al tribunale dell'arcivescovo; saccheggiò il pretorio; e fu deposto il podestà, dopo avere corso grave pericolo della vita. Dei due uccisi, un solo ottenne la venerazione di santo, cioè san Pietro Martire, canonizzato tredici mesi dopo la sua morte dal sommo pontefice Innocenzo IV. Alcuni anni dopo accadde un fatto simile nella Valellina, quando, l'anno 1277, frate Pagano da Lecco, domenicano, vi si portò con frà Cristoforo e due notai, a fine di processarvi l'eresia; e Corrado da Venosta, signore consideratissimo in quel distretto, lo fece uccidere il giorno 26 dicembre 1277. I Domenicani ne conservano le reliquie in Como, e lo chiamano beato.

Dello spirito di questi tempi ce ne somministra idea il famoso affare della Guglielmina. Questa donna, nata in Boemia, viveva in Milano, dove morì nel 1281. Guglielmina fu tumulata pomposamente a Chiaravalle, le fu recitato il panegirico come beata. Lampade e cerei furonle accesi intorno al sepolcro, che diventava ogni dì più celebre per la guarigione degl'infermi; contribuendo a tale celebrità certa Mainfreda, e certo Andrea, sacerdote, ch'erano stati discepoli ed ammiratori della Guglielmina. L'Inquisizione volle istituire processo intorno a ciò, e la conseguenza di tale processo fu che Guglielmina fu cavata dal sepolcro, e le di lei ossa bruciate; e la Mainfreda fu gettata viva nelle fiamme, e vivo parimenti fu bruciato il prete Andrea. Il popolo credette tutto nascere da prostituzione esercitata sotto velo di religione nelle adunanze della Guglielmina, e tuttora tal tradizione volgarmente vien ripetuta. Il Muratori, da un manoscritto antico che si trova nella biblioteca Ambrosiana, ha scoperto le accuse che si fecero a quegl'infelici. Guglielmina pretendeva d'essere lo Spirito Santo incarnato, e di essere figlia di Costanza, regina di Boemia, a cui l'arcangelo Rafaele l'aveva annunziata nel giorno di Pentecoste. Essa diceva d'essere venuta al mondo per salvare i Saraceni, i Giudei e i cattivi cristiani. Insegnava che sarebbe morta come donna, ma poi risorta per salire al cielo alla presenza de' suoi discepoli; e che Mainfreda sarebbe rimasta sua vicaria in terra, ed avrebbe celebrata la messa al sepolcro di lei, poi nella metropolitana in Milano, indi in Roma, ove, abolendo il papato mascolino, avrebb'ella seduto papessa. Tali almeno furono i deliri che vennero imputati a que' miseri, i quali, sotto il pietoso e illuminato regno dell'augusto Giuseppe II, riceverebbero una caritatevole assistenza de' medici per ricuperare il senno perduto; e allora furono consegnati al carnefice per una morte orrenda.

Comunemente le opinioni nuove intorno agli articoli della religione nacquero o presso nazioni occupate di oziose o sofistiche ricerche metafisiche, le quali si pregiavano di chimeriche e realmente vacue disputazioni, ovvero nacquero esse per un abuso degli studii sacri e dell'erudizione. Da noi, in mezzo all'ignoranza del secolo decimoterzo, nessuno di questi poteva aver loro dato nascimento. Il padre della erudizione italiana, Lodovico Antonio Muratori, ci ha fatto l'enumerazione degli errori che venivano attribuiti a questi eretici. La maggior parte di quelle opinioni chiaramente non è cattolica. Egli è vero però che alcune opinioni ivi censurate potrebbero avere un significato innocente, quali sarebbero le seguenti: Obest subdito et sacrato mala vita praelati. - In Ecclesia Dei non debent esse sacerdotes et diaconi mali. - Mali presbyteri non possunt ministrare. - Ecclesia non debet possidere aliquid nisi in communi. - Nullus malus potest esse episcopus. - Non licet occidere; ed è pur vero che non ci rimane alcun libro di quei tempi, nel quale si contengano le altre eresie che s'imputavano a tanti nostri Milanesi; ed il Muratori le ha tutte prese da un solo manoscritto di Armanno Pungilupo. Certo è che, essendo gl'inquisitori dipendenti affatto dal papa, e le loro sentenze dovendosi eseguire dalla podestà civile col bando e colla morte, la vita e i beni di ciascun cittadino erano dipendenti dalla podestà ecclesiastica di Roma, e conseguentemente Roma vi aveva indirettamente acquistata la sovranità.

(1220) Ritorniamo al filo della storia civile. Dopo la morte di Ottone IV, tanto benevolo verso di noi, Federico II venne in Italia, e fu coronato imperatore l'anno 1220. Venne dichiarato re de' Romani il di lui figlio Enrico. Federico odiava i Milanesi, ed era ben corrisposto. Noi lo consideravamo come erede del nome e dei sentimenti dell'avo distruggitore della nostra città; e come l'inimico del nostro Ottone IV. Egli intimò una generale dieta in Cremona; e questa voce precorsa bastò a sedare le dissensioni civili. L'oggetto della propria conservazione soffocò le simultà private, e fece rivolgere gli animi a concordi pensieri per la comune salvezza. Le città di Lombardia, istrutte dai passati esempi, rinnovarono la loro confederazione. Venne l'imperatore in Cremona, e non vi trovò i rettori di molte città, i quali pure dovevano esservi tutti. Mancavano Milano, Verona, Piacenza, Vercelli, Lodi, Alessandria, Treviso, Padova, Vicenza, Torino, Novara, Mantova, Brescia, Bologna, Faenza e Bergamo. Se ne partì sdegnato da Cremona, e immediatamente andossene a Borgo San Donnino, ed ivi dal vescovo d'Ildeseim fece scomunicare le città che non erano comparse alla indicata dieta generale. Federico II andò poi nella Sicilia, indi in Terra Santa; né gli avvenimenti e le relazioni che passarono fra il papa e lui appartengono al mio proposito. Enrico, re de' Romani, si ribellò al padre. Spedì a Milano lettere ed ambasciatori. I Milanesi si collegarono con lui. Venne Enrico superato dal padre, e finì i giorni suoi in carcere. Quest'ultima azione de' Milanesi determinò più che mai lo sdegno dell'imperatore Federico II a nostro danno. Egli entrò dalla Germania nella Lombardia con un'armata, alla quale si unirono le forze d'Ezelino da Romano. (1237) L'anno 1237 l'armata imperiale, che aveva già devastate le terre dei Mantovani, de' Veronesi e Vicentini, si accostò a Brescia per soggiogarla. I Milanesi, che avevano più volte ottenuta la fedele assistenza dei Bresciani, non tardarono a marciare al loro soccorso. I militi di Vercelli, di Alessandria e di Novara si unirono con noi; e il comandante era Enrico da Monza. Il nostro comandante fu uomo di talento nello scegliere il campo, poiché si collocò in un luogo del Bresciano detto Minervio, avendo avanti la fronte un fiumicello profondo e un terreno paludoso, per cui il nemico non poteva venire a noi; e così con un'armata inferiore di forze, pose l'imperatore nel caso di non poter tentare cosa alcuna sopra la città di Brescia, senza temerci ai fianchi. L'imperatore, in fatti, abbandonò l'impresa di Brescia, e si rivolse ad altro progetto. La stagione era già inoltrata: eravamo già in novembre. L'imperatore, congedati alcuni militi poco sicuri, fece credere di volersene andare a Cremona a svernare, e passò l'Oglio. I nostri, incautamente, sloggiarono dal loro campo; e si posero a tener dietro la marcia degl'imperiali, il perché non lo sappiamo. Passammo l'Oglio, e, nelle vicinanze di Cortenova, ci trovammo un fiume alle spalle, e da ogni altra parte gl'Imperiali, che di molto superavano le nostre forze. L'imperatore ci attaccò in quella disgraziata situazione. La battaglia fu sanguinosissima. Noi eravamo stretti da ogni parte. Si combatté ostinatamente, finché la notte obbligò i due eserciti a dar pausa all'azione. Noi eravamo, come dissi, alla fine di novembre, sotto una pioggia incessante, fra strade rese impraticabili in terreno cretoso. Gli avanzi ancor vivi del nostro esercito erano ammucchiati vicini al carroccio, che avevano sempre difeso. Al comparire del nuovo giorno più non rimaneva che o la morte o la prigionia ai pochi Milanesi. Essi profittarono dell'errore che gli Imperiali commisero, col lasciare un lato scoperto, e per quello unitamente si salvarono. Prima però spogliarono il carroccio del gran vessillo, e lo fecero in pezzi; giacché non era possibile il trasportarlo. Se furono biasimevoli i Milanesi per essersi tanto incautamente avventurati a fronte di un nemico superiore di molto, essi però meritano stima per aver combattuto senza limite in una situazione nella quale non sarebbe stata viltà il deporre le armi, come fece, a Maxen nella Sassonia un grosso corpo di Prussiani che appunto aveva l'Elba alle spalle, e dalle armi imperiali austriache si trovò attorniato in novembre dell'anno 1759. I nemici, al comparire del giorno, viddero con sorpresa che la preda era sfuggita. La disfatta de' Milanesi però a Cortenova fu un oggetto grande. L'imperatore Federico II certamente se ne gloriò con molto fasto. Il Martene ci ha conservata la lettera che quell'Augusto ne scrisse a Federico, duca di Lorena, in cui lo informa che fra morti e prigionieri si contavano diecimila de' nostri; e lo stesso autore ci ha conservata la lettera che l'imperatore scrisse al senato e popolo romano, al quale trasmise i rottami del nostro carroccio: Antiquos namque in hoc recolimus Caesares, dice l'imperatore, quibus ob res praeclaras victricibus signis gestas, senatus populusque romanus triumphos et laureas decernebant, ad quod, per praesens nostrae Serenitatis exemplum, vias votis vestris a longe praeparamus, dum, devicto Mediolano, currum civitatis, utique factionis Italiae principis, ad vos victorum hostium praedam et spolia destinamus, arrham vobis magnalium nostrorum et gloriae vestrae praemittimus. Da questo fatto si raccoglie di quanta considerazione fosse Milano in que' tempi, factionis Italiae civitas princeps.

Gl'infelici avanzi del macello di Cortenova dovevano perire attraversando le terre di Bergamo; poiché la totale sconfitta da noi sofferta aveva fatto nascere un timore sommo nelle altre città: nessuno osava dichiararsi più per noi, trattone Brescia, Piacenza e Bologna, città le quali mantennero una ferma e sincera fede in favor nostro. Mancavamo di tutto, e di nulla eravamo sicuri; quando Pagano della Torre, che era signore della Valsasina, si slanciò a proteggere gli avanzi dei nostri; gli scortò nelle sue terre; somministrò loro generosamente ogni soccorso; e li ricondusse nella patria. Quest'atto di beneficenza non rimase isolato. La gratitudine de' Milanesi non se ne dimenticò, a segno che l'amore costante e la fiducia che i popolari milanesi conservarono dappoi verso la casa de' signori della Torre, tanto innalzò l'illustre loro prosapia, che per qualche tempo ottenne la sovranità di Milano, come vedremo. Le azioni benefiche e le valorose sicuramente fanno nascere il rispetto presso di ogni popolo e in ogni tempo; e pare che in questo caso dovessero reciprocamente rispettarsi, e chi faceva e chi riceveva il beneficio. L'imperatore, dopo la vittoria, vedendosi padrone di quasi tutta la Lombardia intimorita, volle possedere Milano; e pretese che ci rendessimo a discrezione. Ma i Milanesi non si trovarono allora in quelle angustie che avevano oppressi i loro avi settantasei anni prima; e unanimemente deliberarono di morire tutti colle armi alla mano, anzi che soggiacere a tale misera condizione. L'imperatore fece venire nuove forze dalla Germania. Cominciò a cimentarsi con Brescia, la quale si difese. (1239) Passò poi con una poderosa armata nel Milanese l'anno 1239. Due avvenimenti accaddero in favor nostro. Il papa Gregorio IX scomunicò l'imperatore, ed accordò indulgenze a chi avesse portate le armi contro di lui. A questo avvenimento convien pure aggiungerne un altro; e fu un ecclisse solare, accaduto il terzo giorno di giugno, il quale fu (secondo l'opinione di que' tempi) un manifesto segno della collera celeste contro di quel monarca. Egli era adunque alla testa d'una numerosa armata sulle nostre terre. Si propose in Milano la questione se dovevamo tenerci alla sola difesa, muniti entro della città; ovvero se saremmo usciti ad affrontare il nemico. E quest'ultimo partito, proposto da Ottone da Mandello, prevalse. La condizione dell'imperatore, se di molto era migliore della nostra, per il numero de' suoi armati, essa però era assai attraversata dalle opinioni religiose. Preti, frati combattevano contro di lui, e confortavano ognuno ad offenderlo; e come l'imperatore stesso, scrivendone al re d'Inghilterra, dice: Ordinis fratrum minorum, qui non solum accincti gladiis, et galeis muniti, falsas militum imagines ostendebant, verum etiam praedicatione insistentes, Mediolanenses, et alios, quicumque nostram, et nostrorum personam offendebant, a peccatis omnis absolvebant. Uscimmo incontro a lui, e ci accampammo a Camporgnano. Le truppe avanzate imperiali si accostarono, e furono fatte in pezzi da' nostri, e il rimanente condotto a Milano. Si riconobbe che costoro erano Saraceni. Allora l'imperatore si inoltrò, e pose il campo col grosso del suo esercito a Cassino Scanasio, d'onde l'obbligammo a sloggiare ben presto, coll'aver rotti alcuni sostegni ed inondato il di lui campo. Portossi l'imperatore a nuovo campo fra Besate e Casorate; ed ivi pensarono i Milanesi a restituire a Federico II il trattamento sofferto due anni prima a Cortenova. Mancava un fiume da porgli alle spalle. Scavammo un profondo canale fra il nostro campo ed il nemico, e vi facemmo sboccare l'acqua del Naviglio grande che allora chiamavasi il Tesinello. Tutto ciò sembrava un'opera destinata alla difesa del nostro campo; ma il disegno era di chiamare l'imperatore di qua del canale, poi, per sorpresa, attaccarlo. Per riuscirvi si finse che i Comaschi avessero abbandonato il nostro partito, e più non volendo combattere contro dell'imperatore, ci avessero lasciati. Dopo ciò levammo le tende, e quasi ci ritirassimo per essere di troppo inferiori di forza, scomparvimo. Gl’Imperiali credettero a quest'apparenza, e passarono il canale per accostarsi a Milano; ma impetuosamente assaliti dai nostri, usciti all'improvviso dall'imboscata, vennero disfatti gl'Imperiali. Molti furono i prigionieri, e molti gli estinti sul campo, o precipitati nel fiume artificialmente scavato per tale effetto. Questo rovescio fece cambiare idea a Federico, che abbandonò il Milanese, e si rivolse verso della Toscana.

(1245) Un altro tentativo fece l'imperatore Federico II contro di noi, sei anni dopo. Comparve egli l'anno 1245 con un'armata, e si pose dalla parte del Tesino, mentre al re Enzo, suo figlio, affidò un altro corpo di truppe, che dalla parte opposta minacciasse la città. I Milanesi da un canto seppero sempre opporsi a Federico, ed impedirgli di passare il Tesinello; e rimase loro un numero bastante di armati, per affrontare il re Enzo verso Gorgonzola, e farlo prigioniere. I prigionieri che Federico II aveva fatti a Cortenova erano stati barbaramente trattati. Il podestà di Milano (che era Pietro Tiepolo, conte di Zara e di Tripoli, figlio di Jacopo Tiepolo, doge di Venezia) era caduto fra i prigionieri; e l'imperatore lo aveva fatto ignominiosamente legare sopra il fusto del riattato carroccio; e con vilipendio, condottolo prima in tal foggia a Cremona, lo trasportò poi in seguito, unitamente agli altri prigionieri, nella Puglia, dove lo fece impiccare; e gli altri infelici con varii supplizi del pari ivi terminarono la vita loro. Ora i Milanesi avevano in poter loro i prigionieri fatti a Camporgnano, a Casorate, ed il figlio medesimo del nemico, il quale da noi fu restituito illeso al padre, colla condizione soltanto che né l'uno né l'altro avrebbero mai più portate le armi contro Milano. Le armate partirono, né più Federico ebbe che fare con noi.

Se la nostra città fosse stata nel suo reggimento civile tanto saggia, generosa e cauta, quanto si mostrava valorosa, nobile e prudente nelle imperese militari, sarebbe assai più grata la occupazione che ho scelta di tesserne compendiosamente la storia. Mio malgrado l'augusta verità mi obbliga ad alternare imparzialmente il racconto delle glorie esterne, e degli interni mali della patria; in cui l'incorreggibile prepotenza de' gradi teneva sempre irritato e nemico il partito del popolo; il quale (sensibile, com'egli è) colla virtù e coll'amorevolezza avrebbe potuto affezionarsi ai nobili, e di concerto operar sempre per la felicità comune. I popolari, affezionatissimi a Pagano della Torre, per il beneficio ottenuto dagli avanzi di Cortenova, lo scelsero per loro protettore. Egli soggiornava in Milano, e del pubblico amore ne fa anche oggidì testimonianza l'iscrizione posta al suo sepolcro in Chiaravalle:

Magnificus populi dux, tutor et Ambroxiani

Robur justitie, procerum jubar, arca Sophie,

Matris et Ecclesie defensor maximus alme

Et flos totius regionis amabilis hujus,

Cujus in occasu pallet decor ytalus omnis,

Heu de la Turre nostrum solamen abivit

Paganus, latebris et in umbram utitur istis.

MCCXLI. VI. jan. obiit dictus dominus Paganus de la Turre, potestas populi Mediolani.

Il popolo, dopo la morte di Pagano, scelse il di lui nipote, Martino della Torre, per essere da lui protetto contro de' nobili, ed a questo fu dato il titolo di Anziano della credenza. L'ufficio di questo tribuno del popolo era difendere ciascun popolare contro la usurpazione o prepotenza d'un nobile; sopraintendere all'uso ed amministrazione del pubblico erario; acciocché le entrate della Repubblica non venissero convertite in comodo privato. Oltre ciò la Repubblica era sempre in que' tempi a cassa vuota, sebbene i privati fossero benestanti; quindi si voleva dal popolo assicurare un fondo stabile, che potesse servire alle pubbliche spese, e prevenisse le angustie all'occasione della difesa; angustie provate singolarmente nell'ultima guerra che ci portò Federico II, siccome or ora dirò. Allora non vi è memoria che si ricevesse per anco tributo sul sale. Il pedaggio che pagavano le mercanzie era tutto a profitto della comunità de' negozianti; i quali avevano l'obbligo di conservare le strade, ripararle e custodirle, in modo che delle mercanzie rubate sulle pubbliche strade la comunità medesima era tenuta a rifarne il danno. La tariffa si vede annessa all'antico codice de' primi statuti, compilati nel 1216, siccome ho detto, e il conto si vede fatto a quattro denari di pedaggio per ogni lira di valore della merce; il che rimonta al tenue tributo di uno e due terzi per cento sul valore. Nemmeno la mercanzia adunque contribuiva alla cassa pubblica. Alcuni che pretendevano alla signoria delle terre, obbligavano gli abitatori di quelle a ricevere da essi i pesi, le stadere e le misure. Alcuni privati possedevano un consimile diritto in Milano medesima, e chiamavasi jus sextarii. Ma nemmeno di questi tributi sopra i pesi e le misure colava alcuna somma nell'erario della Repubblica. V'erano anche allora i diritti esclusivi di poter tenere osteria nelle terre e di vendere vino minutatim ad modum tabernae, come da una carta dell'archivio di Monza pubblicata dal conte Giulini. Ma di essi non pare che fosse al possesso la comunità di Milano. Erano dritti posseduti da privati. Da ciò facilmente si comprende che pochissima rendita doveva avere la Repubblica, e quella sola che proveniva dai delitti i quali, per l'antica tradizione longobardica, erano condannati con pene pecuniarie. Ma questa rendita era insufficiente, massimamente ne' bisogni straordinari; tanto più che le terre dei banditi si abbandonavano senza cultura, con incauto consiglio, se puramente si consideri l'economia pubblica; ma non affatto senza ragione, qualora si rifletta a que' tempi burrascosi, nei quali conveniva che nessuna utilità uomo alcuno potesse ritrarre dalla rovina d'un cittadino. Una legge è come una fabbrica d'architettura; conviene averla osservata da tutt'i lati, prima di poterne dare una opinione ragionevole; e le più strane talvolta, in alcune circostanze, sono le più sapienti. Per riparare la miseria della Repubblica già s'era, l'anno 1228, fatto un decreto per cui sei eletti aver dovessero l'ufficio di censura e conoscere ogni amministrazione pubblica; ed è una prova della difficoltà somma che s'incontrava nelle elezioni per il contrasto dei partiti, l'osservare come il decreto stabilì: che diciotto uomini si scegliessero a sorte, e di questi se ne eleggessero sei, i quali, dopo sei mesi, terminassero il loro ufficio ed eleggessero altretanti loro successori. Questo modo di eleggere a sorte, per necessità s'era anco esteso ad altri uffici. Ma queste circospezioni non rimediavano alla povertà del fondo pubblico. Perciò, all'occasione della guerra di Federico II, i nostri antenati ricorsero ad uno spediente che comunemente si crede una invenzione de' tempi a noi più vicini: e lo spediente fu, di porre in corso della carta in vece del denaro. Abbiamo nel Corio, all'anno 1240, i decreti fatti dalla Repubblica per conservare il credito a questa carta. Decreti saggi veramente, coi quali si ordinava che tutte le condanne pecuniarie si potessero pagare al comune di Milano colla carta; che nessun creditore privato fosse obbligato a riceverla in pagamento; che nessun debitore potesse essere nemmeno soggetto a sequestro, sì tosto che possedesse tante carte corrispondenti al suo debito. Si doveva pensare dunque a ritirare le carte in giro, sostituendovi egual valore in denaro. Si doveva pensare a costituire alla Repubblica una rendita indefettibile e proporzionata ai bisogni dello Stato. Non v'era altro spediente, se non se quello di formare un catastro delle terre, e sopra del loro valore distribuire un carico. A ciò naturalmente si opponevano i ricchi ed i nobili; su questo insisteva il popolo; e di ciò singolarmente venne commessa la cura al nuovo anziano della Credenza, Martino della Torre.

Per dare un'idea delle somme angustie di denaro nelle quali la nostra repubblica si trovò in que' tempi, e per comprendere sempre più lo spirito del sistema nostro civile e delle opinioni, non sarà discaro a' miei lettori ch'io per intiero trascriva in questo luogo il contratto che si fece fra la città di Milano e il capitolo di Monza, per ottenere un calice d'oro in mero deposito, per servircene di pegno affine di ritrovare denaro. La carta sta nell'Archivio di Monza, segn. n. 91, e a me fu cortesemente somministrata dal signor canonico teologo Frisi, noto scrittore di quella basilica. In nomine Domini nostri Jesu Christi. Anno nativitatis ejusdem millesimo ducentesimo quadragesimo quinto, die veneris, tertio die novembris, indictione quarta. Cum dominus Ubertus de Vialata, potestas Mediolani, et Guido de Casate, Guido de Mandello, Philippus de la Turre, Johannes de la Turre, Guillelmus de Sorexina, Probinus Ingoardus, Rezardus de Villa, Justamons Cicata, Lampugnianus Marcellinus, Burrus de Burris, Artuxius Marinonus, Guillelmus de Lampuniano, Anselmus de Lampuniano, Anselmus de Tertiago, Roxate de la Cruce, Landulphus Crivellus, Niger Grassus, Guizardus Morigia, Mollo Bechanus, Caruzanus Moronus, Ameratus Mainerius, et Bonincontrus Incinus, consiliarii, et secretarii, et sapientes Communis Mediolani, plurimum cum precum instantia institissent apud dominum Ardicum de Sorexina, archipresbyterum de Modoetia, et Canonicos, et Capitulum illius Ecclesiæ, et cum domino G. de Montelongo, Apostolicæ Sedis Legato, ut concederent et accomodarent eidem Potestati et Consiliariis et Sapientibus, seu Comuni Mediolani, partem aliquam thesauri illius Ecclesiæ ad ponendum in pignore pro pecunia necessaria habenda Comuni Mediolani, quæ alio modo inveniri vel haberi non potest, ut asserebant expresse; et illam Ecclesiam indepnem servare volebant, et cito illum thesaurum restituerent: ad quorum preces et istius domini Legati suprascripti, domini Archipresbyter et Canonici humiliter, pro honore et utilitate Comunis Mediolani, condescendentes, præsente et volente isto domino Legato, obtulerunt, concesserunt istis Potestati, et Consiliariis, et Sapientibus, et Comuni calicem unum auri de thesauro Modoetiensis Ecclesiæ, ponderis unciarum centum septem auri, cum auriculis et cum ornamento multorum lapidum pretiosorum. Et ideo prædictus dominus Ubertus de Vialata, Potestas Mediolani, et isti Consiliarii, et Secretarii, et Sapientes, data eis licentia, et fortia, et auctoritate a Consilio quadringentorum, et trecentorum, et centum novo et veteri, sicut dicebant, reformato, inscriptum in libro Comunis Mediolani fatiendi infrascriptam obligationem et omnia infrascripta, promiserunt namque et gaudiam dederunt, et omnia eorum bona et bona Comunis Mediolani pignori obligaverunt, quilibet eorum in solidum, dicto domino Arderico de Sorexina archipresbytero de Modoetia, recipienti suo nomine, et nomine Ecclesiæ, et totius Capituli de Modoetia, et singulorum Canonicorum dictæ Ecclesiæ, quod exigent, reddent, et dabunt absque aliqua diminutione, libere et absolute, hinc ad natale proximum, isto domino Archipresbytero et Canonicis seu Capitulo suprascriptum calicem aureum cum gemmis et lapidibus preciosis ornatum, omnibus eorum et Comunis Mediolani dampnis et expensis, istorum Archipresbyteri, et Canonicorum et Ecclesiæ. Et renuntiaverunt exceptioni non accepti calicis, et omni alii exceptioni, qua se tueri aliquo modo possent, et defendere, et maxime quod non possent dicere se obligatos esse pro Comuni seu pro rebus Comunis, sed ita teneantur ut conveniri possint in solidum etiam finito et deposito eorum offitio et fortia et auctoritate, ac si prædicta omnia in propria cujuslibet eorum proprietate pervenissent. Et renuntiaverunt beneficio novæ constitutionis et epistolæ Divi Adriani et omni alio auxilio quo aliquo modo se tueri possent, usus et legis et statuti et ordinamenti facti vel quod a modo possit fieri vel fieret. Sed omni tempore possint cum effectu conveniri, non obstantibus aliquibus feriis vel earum dilationibus faciendis vel factis. Et promiserunt ut supra dictus Potestas et isti Consiliarii, et Sapientes quod nec aliquis prædictorum dabit aliquo modo vel aliquo ingenio, etiam consentientibus istis Archipresbytero et Canonicis aliquid aliud præter prædictum calicem loco illius calicis, sed ipsum specialem calicem integrum cum lapidibus et gemmis absque diminutione aliqua. Et ibi dictus dominus, G. de Montelongo Legatus Apostolicæ Sedis, auctoritate suæ legationis et voluntate ipsius Potestatis, et Secretariorum, et Consiliariorum, et Sapientum prædictorum, ab infrascripto termino in antea eos omnes et Consilium Comune excomunicationis vinculo subjecit et subposuit ex tunc si prædicta ut supra ad ipsum terminum non essent servata, excepto Potestate prædicto. Ad quorum observantiam et majorem firmitatem praedicti Secretarii, et Consiliarii, et Sapientes superius nominati juraverunt, corporaliter tactis Sacrosantis Evangeliis, omnia superius memorata, et quodlibet prædictorum observare el facere et facere observari per Comune Mediolani. Actum in campis de Albairate, in exercitu contra Fridericum condam imperatorem. Poi vi sono le sottoscrizioni. Da questa carta conosciamo primieramente a quale estremità fosse il credito della Repubblica, se di tante cautele vi fu bisogno per ottenere in deposito, dal giorno tre di novembre sino al 25 dicembre, un calice d'oro, e se fu bisogno di ricercarlo. Il peso dell'oro corrispondeva a millequattrocento zecchini, i quali nessuno gli affidava senza quel pegno. Poi riscontriamo le formalità dei contratti quasi simili alle nostre. Scorgesi come il legato pontificio vi fa la figura che ne' secoli prima avrebbe fatta l'arcivescovo, ma per gradi l'autorità del metropolitano s'era omai annientata, e il sommo pontefice, colle bolle e coi brevi, disponeva di tutto. In questi brevi, dice il conte Giulini parlando di questi tempi, ben si scuopre la differenza che passa fra l'autorità ch'esercitava il papa (Gregorio IX) a Milano ne' presenti tempi, e quella ch'esercitava ne' secoli scorsi. L'introduzione de' religiosi Minori e de' Predicatori nelle città, come giovò maravigliosamente a ricondurvi i buoni costumi ed a bandire gli errori, così servì anche ad accrescere in esse il dominio del sommo pontefice, e diminuire quello de' vescovi. I frati s'erano resi indipendenti dai vescovi. Anche le monache erano indipendenti. Un frate francescano era salito sulla sede metropolitana, e ne sosteneva la dignità così poco, quasi nemmeno fosse vicario del papa. Questo arcivescovo chiamavasi Leone da Perego; e allora il legato del papa, che quasi sempre risiedeva in Milano, faceva operare in Milano i vescovi di altre diocesi, senza nemmeno parteciparlo all'arcivescovo. Alessandro IV terminò l'opera di Gregorio VII. Due secoli si adoperarono per una tale rivoluzione. Nel 1056 cominciarono i primi tentativi: e nel 1255, al 5 di febbraio, Alessandro IV scrisse ai vescovi di Novara e di Tortona, ordinando loro che ponessero in Milano i Francescani in possesso della basilica e canonica di San Nabore; il che fu eseguito senza nemmeno vi fosse nominato l'arcivescovo. Il papa medesimo comandava ai frati di abbandonare il rito ambrosiano. Così, era affatto annientata l'autorità del metropolitano, di cui ho dato cenno sul fine del capitolo primo. La pontificia romana autorità ordinava che più non si riedificasse la fortezza di Cortenova nella diocesi di Bergamo. Ordinava che i Milanesi si portassero a conquistare il castello di Mozzanica. Questi ordini venivano scritti all'inquisitore, acciocché egli comandasse alla Repubblica con apostolica autorità. Ordinava che si entrasse nel castello di Gattedo; che colla forza se ne dissotterrassero i cadaveri e si abbruciassero; che tutte quelle case si demolissero; e ciò perché Egidio, conte di Cortenova, Uberto Pelavicino, Manfredo da Sesto, Roberto Patta di Giussano erano qualificati fautori di eretici. Non farà dunque maraviglia se nessun cenno si fa dell'arcivescovo nel pegno di questo calice, ma bensì del legato. In questa carta è pur meritevole di osservazione il vedere che già eravi l'uso delle ferie, e il privilegio di non essere chiamati in giudizio i debitori in que' giorni feriati. Si osserva che il podestà era eccettuato dalla scomunica, perché, col terminare dell'anno, cessava ogni potere in lui. Finalmente veggonsi chiaramente indicati i tre partiti dei Capitani, della Motta, e la Credenza di Sant'Ambrogio: a consilio quadringentorum et trecentorum et centum, novo et veteri. Il consiglio de' quattrocento era composto da' nobili del primo ordine, e gli altri da quei della Motta e della Credenza di Sant'Ambrogio. Mi lusingo che questa uscita non sarà spiaciuta a' miei lettori, ai quali dirò che liti e scomuniche e disturbi lunghi vi furono poi per ottenere che il calice d'oro venisse restituito; il che era bene da prevedersi: mentre, dopo cinquantadue giorni, nell'estrema angustia della guerra nella quale si trovava la città, non era possibile ch'essa rinvenisse il denaro per ricuperare quel pegno. I contratti, quando hanno bisogno di tante e sì moltiplicate cautele, per lo più non sono osservati. La buona fede è chiara e semplice, e l'artificio è pieno di previdenze.

La necessità di stabilire un carico indefettibile sulle terre, si è conosciuta abbastanza da quanto si è detto. Questo era il voto del popolo: a questo fine Martino della Torre era stato creato anziano della Credenza; e si eresse un ufficio censuario, che si chiamò Officium inventariorum, perché ivi contenevasi il catastro, ossia l'inventario (siccome volgarmente si dice) di tutt'i fondi stabili, coi loro possessori, senza eccettuarne gli ecclesiastici. Il legato apostolico proibì con suo decreto l'imporre gravezza veruna alle persone o case religiose; ma, ridotto a termine il generale catastro, si pensò a porre un sistema. Si fece una ricapitolazione dei debiti pubblici; e, ripartita questa somma in otto eguali porzioni, si stabilì che per otto anni si distribuisse sopra del censo una di queste porzioni ogni anno, col nome di fodro ovvero taglia; e così dopo otto anni venisse saldato ogni debito e tolta alla circolazione la carta. (1248) Questo regolamento fu pubblicato l'anno 1248, come può vedersi nel Corio a quell'anno, e questa è la più antica memoria del carico prediale nel nostro paese: giacché prima non si ha notizia se non di tributi sopra i frutti ovvero sulle persone. Col terminare dell'anno 1256 i debiti pubblici dovevano essere pagati. (1257) Fu eletto podestà di Milano, per l'anno 1257, Beno de' Gozadini, bolognese. Egli aveva già, negli anni precedenti, servito utilmente la Repubblica, perfezionando il catastro de' fondi censibili. Egli pensò di lasciare un monumento benefico e glorioso, prolungando sino alla città di Milano il cavo del Tesinello, il quale terminava ad Abbiategrasso. Ho già detto come dal Tesino sino ad Abbiategrasso fu derivata l'acqua del Tesinello, settantotto anni prima, cioè nel 1179. Si trattava ora di produrre il cavo per lo spazio di quattordici miglia, e così dare un nuovo e perpetuo valore alle campagne per tutta quell'estensione. V'era il fondo censibile ridotto a catastro. Da otto anni era già in pratica l'esazione di quel tributo. Beno de' Gozadini vide che, prolungando questo carico, a fine di eseguire il suo progetto, realmente non pagavasi dai contribuenti un tributo, ma si bonificavano le terre, e s'impiegava il denaro in utilità sensibile di quei medesimi che venivano tassati. Su questo principio, credette egli non potersi con giustizia lasciar esenti i fondi ecclesiastici, né obbligare i laici a pagare la porzione del beneficio fatto ai primi. Fu la grande opera intrapresa, e vigorosamente, in pochi mesi, condotta a fine. Meritava Beno de' Gozadini le adorazioni de' suoi contemporanei, e un pubblico monumento che ricordasse alle età future ch'egli, nel 1257, per quattordici miglia condusse le acque del Tesino sino ai sobborghi di Milano, creando un valore nuovo e perpetuo sulle campagne irrigabili, e preparando il comodo della navigazione, che venne da poi aperta dodici anni dopo. Vorrei poter tacere la ricompensa che ne ottenne. Il popolo, prima che fosse terminato l'anno, tumultuariamente lo massacrò, e, strascinandolo ignominiosamente sino al navilio da lui scavato, ivi lo affogò miseramente! La memoria di lui fu calunniata; e la calunnia eccheggiò sin ora ne' libri de' nostri storici, imputandogli avanìe e tributi imposti, o non facendo menzione di lui, ovvero diminuendo il merito dell'impresa. Il conte Giulini lo condanna pure, ma racconta i fatti. È tempo omai, dopo cinquecento ventidue anni (nel 1779), che la voce libera d'uno scrittore implori all'onorata cenere di Beno de' Gozadini riposo e pace, e ricordi ai concittadini suoi questa atroce ingiustizia commessa dai loro antenati, troppo incautamente sedotti, a quanto pare, in que' tempi infelici da un ceto venerabile che voleva difendere le immunità come parti essenziali della religione. Ripariamola ora noi, e la riparino i nostri posteri, ed ogni volta che rimireremo il canale che dà ricchezza alle terre e porta l'abbondanza nella città, ricordiamoci che ne abbiamo l'obbligazione a un onoratissimo Bolognese, Beno de' Gozadini, e ne sia consacrato il fausto nome all'immortalità!

Capitolo X

Della signoria de' Torriani; e principii della grandezza della casa Visconti, sino al cominciamento del secolo XIV

Verso la metà del secolo decimoterzo l'Impero era immerso nell'anarchia e nella confusione. Vi erano più rivali, e ciascuno s'intitolava augusto ed aveva un partito; rivali deboli però, e appena bastanti a nuocersi scambievolmente; e perciò l'autorità imperiale più non vi era; anzi, riguardo alla storia di Milano, dobbiamo considerare l'influenza dell'imperatore sospesa sino alla fine del secolo decimoterzo. Gl'imperatori Corrado IV, Guglielmo d'Olanda, Riccardo di Cornovaglia, Alfonso di Castiglia, Rodolfo di Habsburg, Adolfo di Nassau e Alberto I non ebbero che poca o nessuna parte negli avvenimenti di Milano, dove si ritornò a riconoscere l'autorità cesarea colla venuta di Enrico (sesto per gl'Italiani, ma comunemente chiamato settimo), che ascese alla dignità imperiale l'anno 1308. Frattanto la città viveva tra le fazioni, cercando al solito i nobili d'opprimere la plebe, e questa di contenere i nobili ed umiliarli. La forma civile della società era incerta, non fondata sopra costituzione alcuna. La libertà, i beni, la vita non avevano altra protezione che la forza o l'astuzia. Questo stato di vera guerra piuttosto che di repubblica, peggiore della stessa tirannia, rendeva insopportabile a ciascun cittadino la propria condizione. Il solo motivo per cui non si eleggeva un principe stabile, era la fiducia che hanno sempre i governi liberi, di correggere colla propria autorità i propri mali; ma frattanto per intervalli si eleggeva un dittatore. Si è già veduto nel capitolo precedente come Pagano della Torre dominasse col titolo di protettore del popolo; egli fu proclamato tre anni dopo l'affare dì Cortenova, cioè l'anno 1240. Si è pure accennata la nuova carica di anziano della Credenza, conferita dal popolo a Martino della Torre, nipote di Pagano, l'anno 1247. Così la città cominciava ad accostumarsi al governo d'un solo. Il disordine civile crebbe dappoi, e si dovette pensare ad eleggersi un sovrano potente, a fine di preservarci dagli insulti de' nemici vicini, e di contenere i mali delle civili dissensioni. Il primo passo verso la monarchia ascende all'anno 1253, nel quale Manfredo Lancia, marchese d'Incisa, fu creato signore di Milano per tre anni. E ben si vide quanto fosse necessario quel partito, poiché, appena terminata che fu quella temporaria monarchia, scoppiarono più che mai gli odii e le dissensioni fra la plebe e gli ottimati, avendo sempre la plebe alla testa i signori della Torre. Si cercava non più se dovesse la città esser libera ovvero soggetta, ma si disputava a chi dovesse consegnarsene la signoria. Le fazioni, spossate e stanche, combattevano alla fine per far avere la preferenza a quel signore che ciascuna bramava. Il popolo voleva Martino della Torre; un altro partito voleva Guglielmo da Soresina; i nobili espulsi proponevano Ezelino da Romano, uomo celebre nella storia di Brescia, Verona, Vicenza, Padova e Marca Trivigiana. Accadde che nessuno volle cedere al partito contrario, e si elesse il marchese Oberto Pelavicino signore di Milano per cinque anni. I signori della Torre rimanevano frattanto in Milano, godendo di tutta l'influenza del popolo, ma riconoscendo la signoria del marchese, il quale s'intitolò capitano generale di Milano. Non piaceva al papa che si andassero formando nell'Italia signori troppo potenti; perciò gli erano poco accetti e i Pelavicini e i Torriani ed Ezelino. L'Inquisizione non manco di adoperarsi per abbassare il capitano generale di Milano. I frati predicatori lo diffamavano come fautore degli eretici; e frate Rainerio da Piacenza, inquisitore in Milano, dal pulpito minacciò scomunica ai Milanesi se ricevevano il marchese: e il marchese scacciò l'inquisitore da Milano. Una moltitudine di forestieri s'incamminò processionalmente verso Milano. S'era inventata in Perugia allora l'usanza di flagellarsi, e si era sparsa questa opinione che fosse atto religioso il percuotere se medesimo; onde a turbe andavano, nudi dalla cintura in su, da una città all'altra questi promulgatori del nuovo rito, rappresentando dovunque un orrendo spettacolo di cilicii e di flagelli. Il marchese Pelavicino si diffidò di tanta divozione, e sulla strada fece piantare seicento forche, vedute le quali, la processione rivoltò cammino: Sexcentae furchae parantur; quo viso recesserunt, dice il Fiamma. Sembra che i papi avessero formato il progetto di stendere insensibilmente la loro sovranità anche sopra Milano e sopra la Lombardia, profittando della debolezza dell'Impero e delle civili discordie delle città. A tal fine si opponevano, destramente bensì, ma non risparmiando mezzo alcuno, contro di ogni famiglia che alzasse il capo a primeggiare: poiché, rimanendo alle città il solo partito del principato per dare una forma stabile e sicura al loro governo, quello che sopra d'ogni altro avvenimento più doveva spiacere a Roma, era appunto che alcuna famiglia s'innalzasse ad ottenerlo. Questa fu la base della politica de' sommi pontefici; e la storia seguente ci farà conoscere quanti ostacoli abbia sempre posti la corte di Roma all'ingrandimento, prima dei signori della Torre, poscia dei signori Visconti, che Roma istessa aveva da principio favoriti, per abbassare con essi il potere de' Torriani.

(1261) L'origine della grandezza della casa Visconti si può fissare all'anno 1261: non già che io intenda per ciò, ch'ella da prima fosse oscura affatto od ignobile, il che sarebbe falso. Già accennai un celebre Ottone Visconti al capitolo sesto, che morì in Roma centocinquant'anni prima di quest'epoca. Accennai pure altro di simil nome, console della città, assediata dall'imperatore Federico cent'anni prima. Ma l'origine di sua grandezza non ascende più in là: perché, sebbene ella si fosse già condecorata con feudi ed antichi privilegi, sebbene ella si fosse già illustrata col valore di qualche suo antenato, nulla era di più che una delle famiglie nobili e generose, ma non potente né ricca né in condizione di lasciar prevedere la grandezza a cui rapidamente ascese; diventando poi, non solamente sovrana della sua patria, ma in meno d'un secolo regnando sopra venti altre città, e dilatandosi poi poco dopo alla grandezza di aspirare al regno d'Italia e possedere trentacinque città, fra le quali le più floride della parte settentrionale d'Italia, come vedremo. Colla fortuna de' Visconti crebbe l'adulazione, e i genealogisti ammassarono le più grossolane menzogne, le quali vennero poi accettate con rispetto e credulità. Di ciò accaderà in seguito occasione di accennarne qualche cosa di più; ora conviene indicare come nacque la fortuna dei Visconti. Già sino dal 1257, in cui morì l'arcivescovo Leone da Perego, la sede metropolitana di Milano era vacante a cagione di due ostinati partiti che dividevano gli elettori. I nobili volevano fare arcivescovo Francesco da Settala, e i popolari volevano Raimondo della Torre, figlio di Pagano e zio di Martino, anziano della Credenza. Venne a Milano, l'anno 1261, il cardinale Ottaviano degli Ubaldini, ritornando dalla legazione di Francia. Egli alloggiava nel monastero di Sant'Ambrogio. Sono d'accordo i nostri scrittori nell'asserire che Martino della Torre, un giorno in cui meno se lo aspettava il cardinale legato, comparve sulla piazza di Sant'Ambrogio alla testa d'un forte squadrone di cavalleria, che ivi fece schierare; e il cardinal legato, sorpreso dal rumore delle trombe militari, non senza inquietudine ne ricercò il motivo; al che fu dato riscontro, come il signor Martino della Torre informato che allora il signor cardinale partiva, era venuto per onorevolmente accompagnarlo fuori della città. Il cardinale scelse il miglior partito; dissimulò, e ricevette cortesemente come un onore la violenza che gli veniva fatta, e se ne partì. (1262) Pochi mesi dopo, cioè il giorno 22 luglio 1262, il papa Urbano IV nominò arcivescovo di Milano Ottone Visconti, arcidiacono della chiesa milanese, uomo che il cardinale legato aveva riconosciuto in Francia ambiziosissimo, smanioso per comandare, violento; l'uomo in somma opportuno a bilanciare ed abbattere il potere de' Torriani, tosto che ne avesse i mezzi. L'elezione era sempre stata libera agli ordinari, e quella fu la prima volta in cui il papa vi s'intromise; il che è stato anche osservato dal nostro conte Giulini. La lunga discordia, dic'egli, de' nostri ordinari fu ad essi molto nociva, perché a cagion di questa sofferì un gran crollo il loro antico insigne diritto di eleggere l'arcivescovo. Alcuni de' nostri scrittori attribuiscono il fatto di Martino della Torre a ciò che, invogliatosi il legato d'una preziosa gemma del tesoro di Sant'Ambrogio, da essi chiamata carbonchio, cercasse colla sua autorità di appropriarsela; per lo che i canonici erano assai imbarazzati, e Martino per tal modo li trasse d'inquietudine. Altri credono che il legato si adoperasse per escludere dall'arcivescovado Raimondo della Torre; e sembra così più verosimile la cagione del vigoroso partito preso da Martino. Ma questa inaspettata elezione d'un arcivescovo fatta dal papa, doveva cagionare sorpresa nella città, negli ecclesiastici e nella signoria. In fatti Martino della Torre e il marchese Pelavicino, intesa ch'ebbero tale novità, occuparono immediatamente tutti i beni dell'arcivescovado. Il papa, senza indugio, pose la città di Milano all'interdetto. Poco dopo, in Lodi, venne a morte Martino della Torre, e prima di morire ottenne che il popolo di Milano eleggesse alla sua dignità Filippo, di lui fratello, siccome avvenne, ed ebbe il titolo di podestà perpetuo del popolo; ma ne godette poco, poiché morì improvvisamente, e gli fu successore Napoleone, ossia Napo della Torre, figlio del famoso Pagano.

I signori della Torre andavano crescendo sempre più in potenza. L'arcivescovo Ottone Visconti aveva un nome vano; ma, esule dalla patria, non poteva ricavare cosa alcuna, nemmeno dalle terre arcivescovili, occupate dai Torriani. L'interdetto e gli anatemi non avevano arrestato il corso della grandezza loro. Essi possedevano Como, Lodi, Novara, Vercelli, Bergamo e Brescia; non già con sovranità decisa ed ereditaria, ma indirettamente, con varii titoli e magistrature, esercitandovi il supremo potere. La influenza loro negli affari d'Italia era già tale, che Filippo della Torre si era collegato con Carlo conte d'Angiò e di Provenza, fratello del re di Francia Luigi IX, affìne di far ottenere il regno di Napoli al conte d'Angiò; e l'accortezza di Napo della Torre gli suggerì d'indurre il popolo di Milano ad eleggere esso conte per suo signore per cinque anni, dopo che fu egli dichiarato re di Sicilia. Così, dando l'odioso titolo di sovrano al re Carlo, lontano, beneficato e debole, Napo della Torre dominava con minore invidia nella Lombardia, celando la sovranità e adescando la moltitudine con modi popolari e con largizioni splendidissime, aprendo corti bandite, con mense apprestate sulle pubbliche strade della città, a beneficio del popolo: di che minutamente ne tratta il conte Giulini. Furono magnificamente accolti in Milano, mentre i signori della Torre la reggevano, il papa Innocenzo IV, il quale vi fece ingresso il giorno 7 luglio 1251; il re di Francia Filippo III, nel 1271; il re d'Inghilterra Edoardo, colla regina Leonora sua moglie, nel 1273. Pare esagerato il numero di duecentomila persone, che i nostri autori asseriscono essere uscite da Milano per incontrare il papa Innocenzo; ma certamente la città si andava popolando e crescendo, a misura che in essa si ergeva una potenza capace di mantenervi l'ordine. Le strade della città cominciavano a lastricarsi nel 1271. I signori della Torre avevano un alloggio grandioso. Il loro palazzo era dove oggidì trovasi la chiesa del Giardino, e in quei contorni si cominciarono a lastricare le strade. Napo della Torre non voleva apertamente palesarsi sovrano, né romperla colla corte di Roma. Egli teneva in suo potere i beni dell'arcivescovato; teneva esiliato l'arcivescovo Ottone, che per quindici anni non poté mai vedere la sua sede, non che goderne; teneva depressi i nobili ed esuli i fautori del Visconte; ma non si opponeva alle preghiere che la città faceva al papa per essere liberata dall'interdetto. (1268) Venne a questo fine a Milano un legato pontificio, l'anno 1268, cioè sei anni dopo fulminata la censura; e il Corio c'informa che il legato expuose come non levarebbe lo interdicto insine che tutta la plebe e famiglie non iuravano fede ala Romana Chiesia. Il che essendosi exequito: a Turriani dimandò che principalmente si reconoscessino ad Otho Vesconte, come a vero presule e pastore: secondariamente, che fusse restituito quanto era occupato de la archiepiscopale sede: tertio, che a li chierici nel tempo a venire non fosse posta alchuna graveza: le quali cose facendosi, levò lo interdicto. La prima condizione mostra chiaramente quai fossero le mire di Roma, e l'ultima era la più a proposito per sanare la perdita dell'elezione dell'arcivescovo, e rendere il clero della chiesa milanese propenso alle mire di Roma. Gl'interessi dell'Italia, se si fosse avuto in vista di conservarla una nazione sola riunita, erano conformi alle mire di Roma; ma l'interesse personale superò sempre. Quindi anche queste promesse furono senza effetto veruno; poiché né l'arcivescovo poté venire in Milano e godere delle rendite, né gli ecclesiastici furono esentati dai carichi, ai quali i frati e i preti si tennero soggetti nel tributo che tre anni dopo, cioè nel 1271, impose il podestà di Milano Roberto de' Roberti.

Lasciavasi dai Torriani un'apparente libertà alla patria. Napo della Torre si accontentava del titolo di anziano perpetuo del popolo. Così l'accorto ambizioso regnava senza avere intorno di sé i pericoli che circondano un nuovo sovrano che vuole annientare una repubblica. V'era il parlamento, ossia il consiglio degli ottocento, il quale rappresentava la repubblica. V'era un podestà, che presedeva al consiglio. Ma il podestà era eletto ad arbitrio dell'anziano perpetuo, e il Corio ci ha conservato il giuramento del Piacentino che fu trascelto alla dignità pretoria, ossia podestà, l'anno 1272: Principalmente che iurasse ad honore de la Beata Vergine et il Divo Ambrosio di questa cità potentissimo patrone: ad exaltatione di Santa Chiesia e di Carlo serenissimo re de Sicilia, et a bono stato de la cità e destricto de Milano e de la Turriana famiglia, inscieme con gli amici de quella, remotto ogni odio o amore, gubernerebbe il dominio. Dal quale principio non sarebbe facile il decidere se la città fosse libera, ovvero suddita al re Carlo, ovvero alla casa della Torre; ma continua il giuramento e ci palesa la costituzione di que' tempi: Item che obedirebbe tutti li precepti della Credentia de Sancto Ambrosio, e similmente li mandati de Napo Torriano, anziano e perpetuo rectore dil populo; e nessuna menzione si fa de' mandati del re di Sicilia, al quale nemmeno si diede il titolo di signore di Milano. Il solo freno che poteva avere Napo della Torre, era per parte del consiglio degli ottocento; ma anche a ciò era posto tal sistema, che fosse una mera apparenza di libertà. Ecco nel giuramento istesso cosa fu ingiunto al podestà: Item che fusse tenuto con quello consiglio meglio li parirebbe (al podestà), con dui homini per porta, elegere la mità de la mità del consiglio de li octocento, che spectava a la societate de' capitani e valvasori, cioè ducento de li predicti, e ducento fusseno electi a sorte secondo la consuetudine, e in questa forma fusseno electi li quatrocento appartenevano ala societate de Mota e Credentia. Da ciò vediamo come non rimaneva più nemmeno alla città la nomina dei suoi rappresentanti. Il consiglio che rappresentava la repubblica, ogni anno si cambiava: era composto di ottocento, la metà nobili e la metà popolari; la metà di questi consiglieri era nominata dal podestà, che aveva giurato di obbedire ai mandati di Napo della Torre; la sorte faceva eleggere il rimanente, se pure anche questa sorte non era una mera apparenza. Così il consiglio era unicamente una macchina destinata a lasciar credere che ancora vi fosse una repubblica, mentre la città era governata dal valore di un uomo solo; il quale, vigorosamente contenendo i nobili, lasciava che il popolo gliene sapesse buon grado: quasi a ciò venisse sollecitato per sola benevolenza, affine di preservarlo dall'oppressione, mentre egli teneva nell'umiliazione i suoi emuli. Le corti bandite, le mense generosamente esposte sulle strade a piacere del popolo, gli spettacoli pubblici di giostre e tornei, un costume semplice, affabile, popolare, tutto si univa in Napo per renderlo l'uomo il più opportuno ad istabilire una nuova sovranità senza che il popolo se ne avvedesse.

Napo della Torre non pose veruna marca alla moneta che allora si batteva nella zecca di Milano, né alcuno di sua famniglia ve la pose. L'impero si considerava vacante, e le monete nostre, sì d'oro che d'argento, avevano da una parte sant'Ambrogio, e dal rovescio o i santi Gervaso e Protaso, ovvero una croce, col nome Mediolanum, senz'altro nome di principe o stemma alcuno. Nella mia raccolta ne ho d'oro, d'argento e di lega. La pulizia e l'ordine cominciarono a comparire nella città. Ma per far questo, e molto più per sostenere le frequenti guerre co' vicini, e assoggettarli alla dominazione de' Torriani, non meno che per dare alla plebe le feste, i conviti ed i giuochi frequenti, era necessario l'accrescere i tributi o l'imporne di nuovi. Si è già veduto nel capitolo precedente, come, al tempo di Martino della Torre, venisse formato il catastro dei fondi stabili, e sopra di esso ripartito il carico. L'anno 1271 s'imposero dieci soldi e cinque denari per ogni cento lire del valore de' fondi, e l'anno 1275 s'imposero due lire di terzioli sopra di ogni centinaio di lire d'estimo. La più antica memoria che abbiamo della gabella del sale ascende all'anno 1272.

I due carichi prediali imposti nel 1271 e 1275 sembrano assai gravosi a primo aspetto, ora che il valore capitale delle terre si calcola comunemente moltiplicando trentatré volte la rendita annuale. Un campo che produca tre scudi all'anno al padrone, si calcola valere cento scudi; e cento scudi dati a mutuo oggidì rendono il frutto di scudi tre, o tre e mezzo all'incirca. Allora il mutuo fruttava usure assai maggiori. Troviamo che verso il fine del secolo duodecimo venne da noi fatta una legge, ordinando che fra privati non si potesse esigere il frutto de' prestiti più di tre soldi per lira, che corrispondono al quindici per cento. E poiché tai frutti produceva il denaro al limite moderato dalla legge, forza era che il valore dei campi proporzionatamente diminuisse; non potendosi sperare che alcuno comprasse per cento lire un fondo, se da esso non potesse ricavarne ogni anno quindici lire. Con tal principio l'imposizione del 1271 di soldi dieci e denari cinque per ogni centinaio di valore de' fondi, era assai tenue, cioè circa la trentesima parte dell'annuo ricavo; e sebbene assai più importante fosse quella del 1275, cioè di lire due per ogni cento lire di valor capitale, ella pure si riduceva alla settima parte dell'entrata. Su queste imposizioni veggasi il nostro conte Giulini.

Queste imposizioni sopra le terre cadevano a danno de' nobili; e così Napo della Torre da' suoi rivali e nemici cavava i mezzi per sempre più indebolirli e rinfiancare il suo partito. (1273) Un seguito di prosperi eventi aveva innalzato Napo della Torre, il quale, anche per appoggiare sempre più la signoria, appena che fu terminata l'anarchia dell'Impero coll'elezione di Rodolfo conte di Habsburg, seguìta l'anno 1273, ottenne da quell'augusto la nuova dignità di vicario imperiale in Milano; dignità la quale costituiva Napo luogotenente dell'imperatore, e davagli tutto l'esercizio della suprema autorità che nella pace di Costanza era stata accordata ai cesari. Questo titolo di vicario imperiale servì poi d'introduzione alla signoria de' Visconti, come vedremo.

Pareva fondata ben sodamente la fortuna di Napo e de' Torriani. Se Napo avesse conservato, anche in mezzo degli avvenimenti felici, la moderazione, i suoi nemici verisimilmente non avrebbero potuto giammai prevalere. Ma due cose furono cagione del rovescio di sua fortuna: la prima fu il titolo ch'ebbe dall'imperatore, col quale troppo chiaramente dimostrò il suo fine di assoggettare la città; l'altra fu che alla fine commise molte crudeltà, condannando varii nobili al supplicio; ciò che lo appalesò anche alla plebe smascherato, e assai distante da quella dolcezza ch'egli, sino a quel punto, aveva saputo mostrare. Molti nobili milanesi andavano esuli dalla patria, o scacciati da Napo, ovvero spontaneamente sottrattisi ad un governo nemico. (1277) Poiché videro intiepidito il favore del popolo, i nobili fuorusciti si collegarono coll'arcivescovo Ottone Visconti, esule da quindici anni; lo elessero per loro capo; e sotto di lui radunati, con varia fortuna fecero dei tentativi e delle invasioni sul Milanese; sin tanto che, nel giorno memorabile 21 di gennaio 1277, sorpresero i Torriani a Desio, borgo distante dieci miglia dalla città, e fatto un macello de' Torriani, che appena s'erano avveduti d'aver vicino il nemico dalla strage de' loro compagni, rimase Napo istesso prigioniere. Entrò in Milano l'arcivescovo Ottone Visconti, e tutto il popolo lo acclamò signore. Così terminò Napo della Torre; il quale sopravisse ancora un anno e mezzo, miseramente rinchiuso entro di una gabbia, in cui cessò di vivere e di soffrire, il giorno 16 agosto 1278. I Novaresi, i Pavesi, i Comaschi ed altri del contado istesso di Milano avevano resa forte l'armata dell'arcivescovo.

L'arcivescovo Ottone Visconti poco tempo poté rimanere principe tranquillo di Milano. Sebbene Napo della Torre non fosse più capace di fargli ostacolo, comparvero in campo molti signori della famiglia della Torre, e fra questi il patriarca d'Aquileia Raimondo, Cassone, Gotifredo, Salvino ed Avone, tutti della Torre; e colle scorrerie, sino sotto le porte di Milano, rendevano pericolosa e precaria la condizione di Ottone Visconti, ancora troppo debole per opporre una valida resistenza; e perciò l'arcivescovo, costretto ad eleggersi un signore, prima di cadere nelle mani dei Torriani suoi nemici, stimò miglior partito il dare la signoria di Milano al marchese di Monferrato per dieci anni, colla facoltà della guerra e della pace. Questa dedizione, cominciata nel 1278, non durò che quattro anni soli; giacché, battuti che furono i Torriani a Cassano, e indeboliti a segno di non potere sì tosto innalzarsi, l'arcivescovo Ottone, cessando il timor in lui e il bisogno dell'assistenza del marchese, le di cui forze erano di molto peso, non ebbe ritegno alcuno di violare il contratto. (1282) Colse il momento opportuno, e, montato a cavallo, il giorno 27 dicembre 1282, coll'armi in mano, alla testa dei suoi fedeli, scacciò gli ufficiali tutti del marchese, e ritornò a signoreggiare da sé. Queste zuffe di patriarchi e di arcivescovi, tanto aliene dallo spirito del sacerdozio, sono una prova de' progressi che la ragione e seco lei la virtù hanno fatto ai tempi nostri, ne' quali ad alcuni sembreranno o supposti o esagerati questi fatti. Sembrerà poco credibile altresì che l'arcivescovo avesse adottato per suo figlio Guido da Castiglione, e che Milano venisse sottoposto all'interdetto l'anno 1381, perché una famiglia aveva fatta ingiuria al prior d'un convento. Ma il Calco ce lo attesta: Sacris interdicta manserat civitas Mediolanum ex controversia qua per injuriam gens Mirabilia priorem Pontidae premere videbatur; e così, per il fatto d'un casato, si maledisse tutta la città. La storia tutta di que' tempi ci prova l'abuso di ogni cosa sacra. Ho detto che Ottone Visconti diede la signoria di Milano al marchese di Monferrato: non però la diede violando le apparenze della libertà, poiché anzi ne ottenne l'adesione del pubblico consiglio; e mentre comandava il marchese, si continuarono ogni anno a creare due magistrati, uno col nome di podestà, e l'altro con quello di capitano del popolo, e sempre si eleggeva il consiglio degli ottocento; consiglio, come ho detto, mutabile ogni anno, e che non rappresentava la città ed il popolo che per mera apparenza, perché composto da membri non eletti del popolo. Il signore creava il podestà, e il capitano del popolo; i quali, siccome dissi, giuravano obbedienza a lui; e il podestà e capitano creavano il consiglio. La città era realmente priva di libertà; soggetta a signorie temporarie del marchese d'Incisa, del marchese Pelavicino, del marchese di Monferrato: ma le fazioni interne erano almeno frenate e non rimanevano da soffrire che gl'insulti d'un solo, sempre da principio cauto nel celare l'abuso del potere, non solo, ma persino la di lui ampiezza. Ne' tempi de' quali trattiamo, mentre il marchese di Monferrato godeva la signoria di Milano, si creò il Tribunale di Provvisione, ossia dodici sapienti uomini che presedevano alla provvisione del comune di Milano. Ciò viene dall'erudito conte Giulini fissato all'anno 1279, e quel tribunale e il podestà sono le due più antiche magistrature che ancora ci rimangono. Il podestà cominciò coll'anno 1188; e poco manca a compiere il sesto secolo dalla sua instituzione, e i dodici di provvisione contano l'antichità di cinque secoli già trascorsi.

Il carattere di Ottone Visconti era assai meno moderato di quello di Napo Torriano. Cercò ed ottenne l'arcivescovo che l'imperatore Rodolfo facesse lega con lui, quantunque avesse fatto morire entro di una gabbia il suo vicario creato dieci anni prima. Ma l'influenza dell'Impero, dopo le seguìte vicende, era assai debole nell'Italia, e conveniva cogliere ogni opportunità per acquistare appoggio. In ciò Napo ed Ottone palesarono ambizione uguale; ma Ottone Visconti con maggior impeto si volle mostrar prepotente. Egli bandì le famiglie che gli erano sospette, e fece diroccare le case de' signori da Soresina. Poscia, disgustatosi del figlio adottivo, fece diroccare parimenti le case di Guido Castiglione. Indi, dopo una concordia giurata, l'arcivescovo istesso a tradimento s'ìmpadronì di Castel Seprio, e distrusse quella ròcca, celebre per la tradizione che in quel luogo eminente avessero collocata la prima loro sede gl'Insubri, e celebre non meno per la fortezza del luogo medesimo; e fece porre negli statuti: Castrum Seprium destruatur, et destructum perpetuo teneatur, et nullus audeat vel presumat in ipso monte habitare; e questo statuto è stato obbedito finora. Il Calco, scrivendo di quei tempi e di Ottone, c'insegna: Cum suspicionibus plena omnia viderentur, nova etiam consilia vicatim agitari dubitabat, proindeque armatas cohortes die noctuque circumire urbem, et ne conventus inter cives fierent curare jussit. Cercava, coll'orribile argomento delle torture, quell'arcivescovo di schiarire i molti sospetti. Era in somma un cattivo principe; come lo sarà sempre un uomo pauroso e potente. La città sentiva il peso d'un tal nuovo governo. Era probabilmente vicina una strage, se l'arcivescovo Ottone opportunamente non si piegava, abbandonando ogni cura civile a Matteo Visconti, suo pronipote, capitano del popolo, e creato podestà l'anno 1288. Ottone sopravisse ancora sette anni oscuramente, pieno di paura della morte, ed attorniato da' medici, i quali non l'abbandonavano mai; e coll'assistenza di essi, all'età di ottantotto anni, morì, il giorno 8 agosto 1295, a Chiaravalle. Il tumulo di quest'Ottone, il primo de' Visconti che ebbe la signoria di Milano, sta nel coro del Duomo, ove fu trasportato dalla vecchia chiesa di Santa Tecla. L'arca viene sostenuta da due colonne; e vi si legge l'epitaffio dell'arcivescovo Giovanni Visconti, postogli da poi, allorché venne tumulato nella stessa tomba di Ottone. La signoria di Ottone durò circa undici anni. Egli nulla fece che meriti d'essere dalla storia ricordato con lode. Si può dire in sua discolpa ch'egli dominò fra le turbolenze. Ma la mancanza di fede commessa col marchese di Monferrato, scacciandolo dalla signoria di Milano, prima che i dieci anni finissero, è un tratto d'aperta ingiustizia che non ha discolpa. Così non si doveva da lui tradire un principe coll'assistenza del quale era stato liberato dalle mani de' Torriani nemici. La fede mancata a Guido Castiglione, dopo appena giurata concordia con lui, introducendo degli uomini travestiti in Castel Seprio, e con tradimento invadendo quella ròcca, nemmeno può dar luogo a discolpa. I bandi, le torture, le case diroccate, la pusillanime paura di morire, anche dopo d'essere vissuto ottant'anni, mostrano un uomo che nulla aveva di grande, nulla di generoso, e che forse nessun altro talento aveva per diventar principe, che la smania di comandare. Durante la signoria d'Ottone si abbandonò l'usanza di condurre il carroccio alla guerra; usanza che da due secoli e mezzo era stata in vigore, e di cui ho parlato al capitolo quarto. Né questo cambiamento possiamo attribuirlo alle armi da fuoco, le quali si cominciarono ad usare più di mezzo secolo dopo. Forse si cambiò l'usanza del carroccio, perché allora si introdusse quella di stipendiare una classe di uomini particolarmente addetta alla milizia, e conseguentemente disciplinata in modo, ch'ella non avrà avuto bisogno di segnali tanto visibili per eseguire le evoluzioni: il che faceva di bisogno per rendere uniformi e cospiranti ad un fine le mosse di una moltitudine di cittadini, condotti a combattere senza una determinata educazione a quel solo oggetto. Anche questo costume di assoldare truppe, e inventare una classe di milizia, conduceva alla signoria d'un solo: perché allontanava da una parte il popolo dall'uso delle armi e lo disponeva all'obbedienza, e dall'altra parte dava il comando d'una forza preponderante nelle mani d'un uomo solo: forza composta di elementi staccati in certa guisa dalla società civile, il ben essere di cui in nessun modo influisce sul loro, e conseguentemente dipendenti affatto dall'arbitrio del comandante.

(1287) Matteo Visconti, col titolo di capitano del popolo, cominciò la signoria di Milano. I nostri scrittori lo chiamano Matteo Magno. Io mi limiterò a chiamarlo Matteo I, per distinguerlo da un altro dello stesso nome che regnò poi. Il Fiamma ci attesta che, sino dal principio del suo governo, Matteo I ebbe cura di conservare le pubbliche entrate, e non se ne appropriò la menoma parte; che non sparse mai sangue d'alcuno; che consegnava ai nobili le signorie de' borghi e delle terre, cambiandole però ogni anno; ch'egli era molto compiacente verso dei nobili; agile di corpo, e di tale robustezza, che colle sue mani spaccava il ferro d'un cavallo; ch'egli, in mezzo alla sua robustezza, era morigerato; che aveva la sua corte ripiena di frati; che vestiva colle sue mani i sacerdoti, esercitava giornalmente atti di religione, e obbligava i suoi domestici ogni anno nella quaresima a confessarsi, e i renitenti castigava: Cum autem praedictus Matheus Magnus Vicecomes dominium Mediolani obtinuisset, in ipso primo regimine nimis virtuose se habuit: fuit enim tantae castitatis et honestatis, quod tota ejus curia ex religiosis viris conserta videbatur. Missas devotissime audiebat, sacerdotes propriis manibus vestiebat. In omni quadragesima suos domicellos et caeteram familiam confiteri faciebat; aliter, ipsos graviter puniebat. Nobiles de Mediolano libenter audiebat, quorum consilio non contradicebat. Bona communitatis conservabat, sibi nihil retinebat. Nullius unquam sanguinem effudit. Dominia burgorum et villarum inter nobiles dividebat: omni tamen anno istorum dominia permutabat, unde omnes nobiles provocabat in amorem sui. Fuit etiam fortissimus corpore et agilis: ferratam magni dextrerii manibus lacerabat: et multa alia commendabilia faciebat, Vedremo poi che Matteo I, scomunicato, interdetto, morì senza ottenere nemmeno gli onori d'un funerale. Non sarà forse discaro il leggere qual giuramento facesse Matteo Visconti come capitano del popolo per cinque anni; il Corio ce lo ha tramandato: Ad honorem Domini nostri Jesu Christi, et gloriosae Virginis Mariae, suae matris, et beati Ambrosii confessoris nostri, et beatorum Vincentii, Agnetis, Dionisii, et omnium sanctorum, sanctae matris Ecclesiae, et summi pontificis, et domini regis Romanorum, et ad conservationem Status venerabilis patris domini Othonis, sanctae mediolanensis Ecclesiae archiepiscopi, et ad bonum, tranquillum et pacificum statum populi et communis Mediolani, ac omnium amicorum, et ad mortem et destructionem marchionis Montisferrati, et ejus omnium sequacium, vos, domine capitanee, così a Matteo Visconti diceva Francesco da Legnano, vos, domine capitanee, jurabitis regere populum Mediolani ab hodie in antea, ad annos quinque proxime venturos, bona fide, sine fraude, et quod custodietis et salvabitis ipsum populum... et statuta... et si deficerent, servabitis leges romanas. I signori della Torre avevano il capitaniato del popolo, perpetuo nelle loro persone; poi si fece un annuale capitano; indi Matteo Visconti l'ebbe per cinque anni. Nel giorno di sant'Agnese, Ottone Visconti vinse i Torriani a Desio; nel giorno di san Vincenzo, Ottone s'era impadronito di Milano; nel giorno di san Dionigi, erano ultimamente stati sconfitti i Torriani a Vaprio: ecco il motivo per cui que' tre santi furono nominati. Per conoscere poi il cambiamento felice de' nostri costumi, si veda se oserebbe ora più alcuno, assumendo una solenne dignità, di promettere mortem et destructionem marchionis Montisferrati, et ejus omnium sequacium: giuramento crudele, iniquo e sacrilego, nulla più potendo un sovrano cercar dal nemico, se non la riparazione de' mali che gli ha fatto, e la sicurezza di non riceverne di nuovi, non mai la morte e distruzione di esso e de' suoi; pensiero atroce, che offende la religione e persino le stesse leggi di natura. Merita osservazione altresì il vedere come si cercassero le leggi romane per servire ai giudici in caso non contemplato dallo statuto; la qual reviviscenza del gius romano presso di noi, è la più antica memoria sinora osservata in questo giuramento, fatto l'anno 1288.

La signoria di Matteo Visconti non era ben sicura; egli era appena capitano del popolo per cinque anni, e terminavano coll'anno 1292. I Torriani, sebbene colla disfatta di Vaprio, seguita nel 1181, fossero stati per allora ridotti all'impotenza di nuocere, non vennero ivi estinti, e, col tempo, ricomparvero ancora potenti. (1290) Mosca ed Errecco della Torre, l'anno 1290, invasero da più parti le terre milanesi. Avevano degli alleati, e fra questi il marchese di Monferrato, nominato nel giuramento solenne del nostro capitano del popolo. L'infelice marchese fu preso dagli Alessandrini, e finì i giorni suoi entro di una gabbia, come Napo della Torre. L'umanità geme alla memoria di tai venture! Quasi tutte le città della Lombardia avevano, verso la fine del secolo decimoterzo, due fazioni e due famiglie prepotenti che si disputavano la signoria, come accadeva in Milano fra i Torriani e i Visconti. Pavia, per esempio, aveva i Beccaria e i Langosco; Novara, i Tornielli e i Cavalazzi; Vercelli, gli Avvocati e i Tizzoni; Bergamo, i Colleoni e i Suardi; Lodi, i Vignati e i Vistarini; Como, i Rusca e i Vitani: e così altre città erano internamente lacerate da' partiti. Mentre in tale imbarazzo si trovava Matteo I, due frati si posero a predicare pubblicamente per Milano la Crociata per Terra Santa, e radunavano molta gente pronta ad abbandonare la città per le indulgenze di quella impresa. Matteo perdeva se stesso e la signoria, se avesse concesso che si allontanassero dalla patria le persone atte alle armi, nel tempo in cui aveva tanto bisogno d'essere difesa; e perciò impedì questa emigrazione: il che poi fu uno dei capi di accusa che vennero fatti a Matteo. Cercava accortamente Matteo I di fiancheggiare la sua nascente sovranità. Egli signoreggiava in Como, in Alessandria, in Novara e nel Monferrato, in qualità di capitano temporario del popolo di quei luoghi. Era stato eletto imperatore Adolfo conte di Nassau, l'anno 1292; e Matteo cautamente spedigli persona che lo impegnasse in favor suo, affine di ottenergli il titolo di vicario imperiale. Non cercava Matteo la signoria della sola città sua patria; più vaste erano le sue mire, e nulla meno desiderava che d’essere signore della Lombardia tutta. (1294) Il nuovo cesare era poco sicuro sul suo trono; nella Germania aveva un potente partito contrario, al quale finalmente dovette piegarsi. I denari dell'Inghilterra non furono inefficaci presso di lui; e non senza ragione crediamo noi che i doni e le promesse di Matteo avranno indotto quell'augusto a spedire a Milano, siccome fece nell'aprile dell'anno 1294, quattro legati cesarei; i quali, introdotti nel pieno generale consiglio, vi pubblicarono l'imperiale diploma, in cui Matteo Visconte veniva dichiarato vicario imperiale in Milano e per tutta la Lombardia, con mero e misto imperio, come lo aveva lo stesso re de' Romani. L'accorto Matteo si alzò, si mostrò sorpreso, e protestò ch'egli non accettava quella sublime dignità, salvoché il consiglio generale non l'ordinasse. Il che fu immediatamente determinato da quel consiglio, scelto da Matteo medesimo, mutabile ogni anno, e che si pretendeva che rappresentasse il volere de' cittadini, dai quali non aveva ricevuta veruna commissione. Il consiglio supplicò Matteo ad accettare la dignità. Né meno accorto si dimostrò Matteo nel fare in modo che in quel diploma medesimo l'imperatore assai onorevolmente confermasse tut'i privilegi della nostra città; la qual graziosa conferma dispose i cittadini a giurare volentieri fedeltà all'imperatore, e indirettamente al suo vicario. Spedì Matteo i suoi legati per la Lombardia, per essere riconosciuto rivestito del potere imperiale. Ma non tutte le città fecero loro facile accoglienza. Le città di Lodi, di Crema ed alcun'altra avevano anzi fatto lega co' signori della Torre, per bilanciare la potenza del Visconte. Matteo prudentemente pensò a farsi confermare dai Milanesi per altri cinque anni capitano del popolo, per togliere ogni odiosità al nuovo titolo, e riconoscere sempre temporaria e dipendente dal consiglio la signoria esercitata. Tale era il carattere di Matteo; l'uomo che meglio di ogni altro seppe adattarsi ai tempi e cavare profitto dalle circostanze.

(1298) Il successore del deposto imperatore Adolfo, cioè Alberto re de' Romani, innalzato l'anno 1298, confermò a Matteo Visconti il diploma di vicario imperiale, che quattro anni prima aveva ottenuto. Il titolo che si dava a Matteo era al magnifico ed egregio uomo il signor Matteo de' Visconti. Varie città, siccome dissi, eransi collegate coi Torriani a danno del Visconte, la di cui rapida fortuna e la di cui vasta ambizione facevano temere un padrone a molti piccoli Stati, i quali, in mezzo alla discordia, al disordine, alla tirannia di più padroni, avrebbero anzi dovuto desiderarne un solo, se la lusinga d'una chimerica libertà non gli avesse sedotti. Le terre del Milanese erano devastate dalle scorrerie de' Torriani. (1299) Matteo Visconte fece radunare in Milano il consiglio generale il giorno 9 di aprile 1299. Ivi espose lo stato delle cose, le alleanze dei Torriani, i guasti cagionati dalle loro incursioni, le forze loro, le nostre, gli appoggi su i quali potevamo noi far conto; indi propose il partito se convenisse fare la guerra ovvero la pace. Detto ciò, volle abbandonare l'adunanza, affine di lasciare un'intera libertà alle opinioni di ciascuno. Con tale accorgimento Matteo si rendeva affezionata la città; credendosi libero il volgo, pago dell'apparenza e dei nomi; e credendosi considerati i pochi avveduti, per l'artificio medesimo che adoperava colui che aveva il potere nelle mani. La determinazione del consiglio fu, di confermare per altri cinque anni Matteo Visconte capitano del popolo, colla facoltà di fare la guerra o la pace a suo piacimento. Il credito di Matteo era tale, che i Veneziani e i Genovesi lo scelsero per arbitro d'una loro contestazione, ch'egli terminò; e quasi tutta la Lombardia si reggeva da lui. Alla moderazione e prudenza aggiungeva Matteo la liberalità pubblica. (1300) L'anno 1300 egli ammogliò Galeazzo, suo primogenito, con Beatrice d'Este, sorella di Azzone VIII, signore di Modena e Reggio e marchese di Ferrara. Lo sposo era più giovine della sposa. Galeazzo aveva ventitré anni, e Beatrice trentadue. Fra le singolari pompe che diede Matteo all'occasione di queste nozze illustri, per otto giorni vi fu corte bandita, cioè cibo e bevanda per chiunque la volesse; e alla mensa nuziale sedettero mille convitati, vestiti tutti in abito uniforme a spese della comunità di Milano. Per conciliarsi la corte di Roma, Matteo lasciava che il papa Bonifacio VIII regolasse e disponesse della chiesa milanese a suo libero arbitrio, eleggendo i candidati per qualunque beneficio, e dando ordine ai regolari senza saputa dell'arcivescovo; in somma comandando senza limite quanto voleva nella gerarchia ecclesiastica. Pareva infatti consolidata la signoria di Matteo di modo che nessun avvenimento potesse rovesciarlo giammai. Ma l'amore paterno deluse la politica nel cuore di Matteo: il che non lo rammento per biasimo, anzi per lode; giacché è grande colui che talvolta è sedotto dalla benevolenza. Un cuor gelato che lascia l'ingegno arbitro de' propri interessi in ogni occasione, non può avere mai l'eroismo: e gli uomini tutti, e molto più i principi, si possono non credere benèfici, sin tanto che, mostrandosi tali, promovono i propri interessi; ma laddove, beneficando, li pregiudicano, forza è conoscere l'animo loro sensibile e generoso. Galeazzo, sposo, giovine, imprudente, era l'idolo di suo padre; il quale fece passare in lui la carica di capitano del popolo. I nemici, siccome dissi, devastavano colle loro scorrerie lo Stato. Il nuovo capitano del popolo, senza sperienza militare, senza talenti, col solo inquieto ardimento dell'età sua, prese a fare diverse spedizioni, ora contro de' Novaresi, ed ora contro de' Pavesi; con nessun profitto, e con notabile dispendio e incomodo dei Milanesi. Mosca, Errecco e Martino della Torre erano acquartierati in Cremona, ed avevano in favor loro Novara, Pavia, Vercelli, Lodi, Crema, ed il giovine marchese di Monferrato. Tutta questa lega era combinata per ricondurre i signori della Torre in Milano, e deprimere la nascente potenza de' Visconti il governo de' quali era diventato spiacevole colla condotta imprudente di Galeazzo. La sorte rimase indecisa sino all'anno 1302, nel quale i Visconti caddero alla condizione di semplici privati. Matteo non ebbe altro partito da prendere, se non quello di ritirarsi a Peschiera presso il lago di Garda, indi a Nogarola nel Veronese, dove con pochi beni di fortuna si pose a vivere una vita libera e campestre, lontano da ogni cura pubblica. Galeazzo si rifugiò colla moglie presso il marchese suo cognato, ed in Ferrara diventò padre di Azzone Visconti. Ho risparmiato al lettore il racconto delle zuffe datesi con varia fortuna in questa ed in altre occasioni, e lo risparmierò sempre; fuorché non siavi qualche circostanza che sembri meritevole di essere conservata nella memoria degli uomini. Matteo non si mostrò mai buon soldato. Galeazzo aveva impeto, ma non condotta. Dovettero perciò soccombere a forze assai preponderanti.

(1302) Ritornati alla patria i signori della Torre l'anno 1302, dopo venticinque anni d'esilio, mostrarono ne' primi cinque anni d'essere alieni da ogni vita ambiziosa, e di volere essere cittadini di una patria libera; non ottennero dignità alcuna. La città si reggeva co' soli magistrati, il podestà e il capitano del popolo. Si nominava ogni anno il consiglio degli ottocento; e sarebbe stata libera la patria, se i consiglieri avessero ricevuta la loro dignità dall'elezione del popolo. Nondimeno la rispettosa opinione verso de' signori della Torre non era svanita. Morì in Milano Mosca della Torre, e il di lui funerale si celebrò con pompa sovrana, vestendo di porpora il cadavere, e trasportandolo sotto un baldacchino alla chiesa di San Francesco. (1307) Guido della Torre rimase il capo della sua casa, e a lui venne offerta la carica di capitano del popolo per un anno, e l'accettò il giorno 17 dicembre 1307. Fu tanto gradito il governo di Guido alla città, che, al terminare dell'anno, per acclamazione pubblica, non solo venne creato capitano perpetuo del popolo, ad esempio di quanto si era fatto con Martino, con Filippo e con Napo dello stesso casato, ma di più gli venne data la facoltà di fare nuovi statuti; il quale attributo, costituendolo legislatore, gli dava la vera sovranità. Guido si mostrò sorpreso da un impensatissimo avvenimento, quando vide attorniata la sua casa dai popolari applausi; e accondiscese quasi a stento a portarsi alla sala, ove il popolo lo volle accompagnare; ed ivi dagli ottocento radunati consiglieri era aspettato per dare il giuramento della dignità. Quasi crederei sincera la sorpresa, e sincera la renitenza in Guido della Torre, il quale, dimenticando le gabbie orrende che avevano rinchiusi Napo suo zio e il marchese di Monferrato suo amico, non pensò mai a tessere insidie a Matteo Visconti, che, privo di denaro e di forze, viveva tranquillamente alle sponde dell'Adige. Guido non poté piegarsi mai alla dissimulazione, anche in tempo in cui il solo partito che gli rimaneva era quello.

Mentre Guido della Torre godeva d'una sovranità la più legittima di ogni altra, poiché spontaneamente offertagli dai voti pubblici, si preparava nella Germania la di lui rovina coll'elezione di Enrico di Lucemburgo, innalzato alla cesarea dignità. Guido, in mezzo alla prosperità, fece chiedere a Matteo Visconti come vivesse, e quando sperasse di riveder Milano. I due quesiti vennero fatti in nome di Guido a Matteo mentre passeggiava alle sponde dell'Adige; e la risposta fu precisa; come io viva lo vedi, passeggiando e adattandomi alla fortuna; per ritornare alla patria aspetto che i peccati de' Torriani sieno maggiori de' miei: tale fu il riscontro ch'egli fece fare a Guido della Torre. Alcuni amici rimanevano ancora a Matteo, ma dispersi, abbattuti e proscritti. Fra questi merita distinta menzione Francesco da Garbagnate, milanese, esiliato per essere del partito di Matteo; uomo di studio, di età fresca e di ottime maniere. Viveva egli in Padova insegnando la giurisprudenza, e traendo da quest'esercizio il suo vitto. Ma poiché intese l'elezione accaduta in Germania di Enrico di Lucemburgo, annoiato egli della sua ristrettissima condizione, e probabilmente a ciò spinto da Matteo, vendette i suoi libri; e, col denaro che ne poté adunare, s'equipaggiò alla meglio, e passò in Germania, cercando stipendio sotto il nuovo imperatore. Il Garbagnate era un giovine colto, amabile, di felice aspetto, accorto, informato dello stato d'Italia, e probabilmente parlava la lingua tedesca. Si presentò al nuovo augusto in un momento felice, e fu bene accolto ed ammesso fra gli stipendiati. Enrico già pensava all'Italia, e non potevagli essere indifferente il Garbagnate; il quale anzi in breve seppe così ben soddisfare la curiosità di Enrico, che acquistò la sua grazia e benevolenza, per modo che lo informò minutamente del carattere di ciascuno de' signori che possedevano le città lombarde, degli appoggi, delle amicizie, degli odii di ciascuno, delle loro forze, dello stato di ciascuna città: il che alla venuta che fece poi Enrico nell'Italia, lo trovò esattamente vero. Il Garbagnate non mai dimenticava ne' suoi discorsi con Cesare il suo Matteo Visconti, di cui la fedele divozione all'Impero, la bontà, la prudenza, la moderazione, il disinteresse, la beneficenza e tutte le virtù venivano poste in tal lume da invogliare l'imperatore a conoscerlo, e preparare la confidenza in lui, come il più conveniente di ogni altro per terminare le intestine discordie, e far rivivere l'autorità dell'Impero sulle città lombarde, tosto che ei fosse tratto da quell'oscurità in cui la capricciosa fortuna l'avea gettato.

L'eletto imperatore si dispose a venire nell'Italia, ove disegnava di ricevere la corona del regno italico prima, indi la imperiale. (1310) Egli previamente spedì a Milano il vescovo di Costanza, il quale, nell'aprile dell'anno 1310, si presentò al consiglio generale; ed ivi ricercò, seguendo l'antica pratica usata nel viaggio dei cesari, che la comunità facesse accomodare le strade e i ponti per dove il nuovo augusto doveva passare; ed avvisò i conti, i baroni e i vassalli tutti che si portassero alle Alpi ad incontrare il sovrano. Lo storico milanese Giovanni da Cermenate, che viveva in que' tempi, espone l'arringa officiosa di quel vescovo; il quale, fra le altre cose, disse che Enrico di Lucemburgo, incoronato già in Acquisgrana col diadema d'argento, aveva destinato di ricevere in Milano la corona di ferro; Quod, clarissimi cives, significat, quod sicuti per ferrum et istrumenta ferrea cætera metalla domantur, sic per salubre consilium, nec non praeclaram armorum virtutem italicorum, et præcipue Mediolanensium, domare debet imperator cæteras nationes. Il punto era assai scabroso per Guido della Torre, il quale, come capitano perpetuo, sedeva nel consiglio. L'opporsi alla domanda, era lo stesso che il dichiararsi apertamente ribelle; la domanda era giusta, conforme alla pratica, e fatta colla maggiore onorevolezza; né si poteva contrastarla, se non innalzando lo stendardo della fellonia; e Guido non era sicuro d'essere secondato dalle altre città, ossia da' molti vacillanti principi che le reggevano. L'aderire alla richiesta era lo stesso che porre nelle mani del nuovo eletto la città, la signoria acquistata, e la propria persona. Promettere tutto, e mancare poi, non lo permetteva il carattere di Guido. L'imbarazzo era grande per darvi una risposta; e chi lo sciolse fu un di lui amico intimo, un giureconsulto che sedeva nel consiglio, Bonifacio da Fara. Incominciò questi un discorso ampolloso, magnificando primieramente la maestà del romano Impero, il rispetto dovuto al trono augusto, la divozione che sempre la città di Milano aveva dimostrato ai cesari benèfici; passò quindi a trattare della venuta degli augusti nell'Italia, per ricevere la corona d'oro in Roma, dopo essere incoronati col ferro in Milano, e coll'argento prima nella Germania; viaggio di somma importanza e per il sublime personaggio che lo fa, e per la sacra solennità che viene a celebrarvi; poscia discese a trattare della venerazione che meritava il vescovo di Costanza, non meno per l'episcopale dignità, che per l'importantissima legazione che eseguiva, rappresentando il più gran monarca del mondo; e dopo una lunga amplificazione concluse, essendo perciò quest'affare della maggior importanza, o si risguardi l'eccelso principe che lo promoveva, o il venerabile ministro che lo annunziava, o la maestà della cosa che veniva proposta; quindi come i grandi oggetti meritano rispetto e ponderazione somma per ogni riguardo, tempo perciò vi voleva per maturamente esaminarlo, e preparare una confacente determinazione. Con tale artificio l'astuto Bonifacio da Fara offrì il disimpegno per guadagnar tempo e sciogliere il consiglio, come si fece; e il vescovo ne uscì nulla più informato di prima sulle intenzioni del signor Guido della Torre, capitano perpetuo del popolo di Milano.

Guido della Torre si approfittò del tempo, e chiamò a Milano tutti i signori che dominavano nelle città della Lombardia ad un congresso; a fine di concertare il partito che conveniva di prendere intorno la venuta del nuovo imperatore. Erano trascorsi già centoventiquattr'anni dopo l'ultima coronazione, fatta in Milano nel 1186, di Enrico, figlio di Federico I. Gl'imperatori non erano stati dopo quell'epoca nominati da noi, se non o per qualche diploma, ovvero per le guerre che avevamo con essi. Radunatisi questi principi in Milano, Guido propose che tutti seco lui si collegassero a far causa comune per la comune loro salvezza, e, combinando tutte le forze loro in una armata, si portasse questa ai difficili passi delle Alpi, e s'impedisse la insolita venuta d'un imperatore nell'Italia; il che non facendosi, Guido annunziava, non solamente ecclissato lo splendore delle loro famiglie, ma schiantata dalle radici la loro dominazione sulle città. Guido prevedeva esattamente la cosa, come la sperienza mostrò poi. Ma il conte di Langosco, suo suocero, rammentando la devozione che i maggiori suoi ebbero sempre all'Imperio, ricordandosi vassallo dell'imperatore, sosteneva doversi anzi preparar tutto per accogliere quell'augusto coll'onore e colla riverenza che era dovuta da uno Stato fedele al suo legittimo sovrano. Replicava Guido, sin ora non essere concorsa nell'elezione di Enrico di Lucemburgo che la sola Germania; non essere il regno d'Italia per anco radunato, né acclamazione o incoronazione alcuna seguìta, onde potesse qualificarsi sovrano legittimo; trattarsi la questione appunto se convenga, coll'accettazione, crearlo tale; il che egli dimostrava contrario ai comuni interessi delle loro famiglie, e lo sosteneva con forza e con passione. Ma non gli riuscì di fare che gli altri abbracciassero questa opinione. Fosse negli altri timidità, fosse virtù, fosse ritrosa gelosia di non mostrarsi vinti dalle parole di Guido, fosse che l'eloquenza passionata e di sentimento vigoroso, che trascina le anime energiche, rende diffidenti ed ostinate le anime piccole e fredde, qualunque ne fosse la cagione, Guido uscì da quel congresso smanioso, esclamando d'aver trattato con ciechi, sordi ed insensati, che rifiutavano l'unico partito che rimaneva per la loro salvezza. Gli storici ce lo dipingono quasi fuori di sé, che, smanioso, passando da una sala all'altra del suo palazzo, andava ripetendo: "Che ho io che far mai con quest'Enrico di Lucemburgo? Che c'entra egli mai a turbare il mio Stato? Che gli debbo io; che mai gli dovettero quei di mia casa? Io mai nol vidi, né mai ebbi relazione alcuna con lui". Così egli diceva, e, rivolto ad alcuni domestici che, sebbene sbigottiti, non lo perdevano di vista: "Dite, dite, rispondete (esclamava), che cosa ho io che fare con Enrico, o Tedesco o Francese ch'ei sia? Cosa gli debbo io? Qual ragione può egli aver mai per togliermi il mio? Perché non ci difendiamo noi dunque?" Cercarono di calmarlo i signori del congresso, e fu concluso che, dovendo il re entrare nell'Italia per la strada di Savoia, siccome aveva egli disposto, nulla pregiudicava il lasciarlo avanzare sino al Piemonte; che ivi poi alcuni di essi sarebbergli andati incontro, ed esaminando più da vicino quali pretensioni avesse quel sovrano, o avrebbero fatte le scuse per gli assenti, qualora mite e benevolo lo trovassero; ovvero avrebbero avvisati gli amici lontani per l'opportuno concerto, quando mai avessero ravvisato lui disposto a contrastare la loro autorità. Guido fu costretto ad accontentarsi di questo complimento; e il congresso fu sciolto con una determinazione che da una parte doveva alienare l'animo del nuovo augusto da questi piccoli principi, e dall'altra nessuna precauzione preparava per mettersi al coperto dei danni che poteva loro cagionare. Guido non misurava l'indipendenza sua colle sue forze. Proibì che nessuno in Milano nominasse Enrico da Lucemburgo, o ragionasse della venuta d'un nuovo imperatore. I vassalli s'erano allestiti per andare incontro al nuovo cesare, e Guido proibì loro l'uscire dalla città.

Il re Enrico, verso la fine di ottobre dell'anno 1310, venne a Susa, d'onde passò a Torino, indi ad Asti. Egli aveva seco la regina Margherita sua moglie, principessa d'una bellissima figura; conduceva seco molti principi tedeschi e francesi, e lo accompagnavano mille arcieri e mille uomini d'arme. I vassalli d'Italia, che gli andavano giornalmente incontro co' loro militi, rendevano sempre più forte il seguito di quell'imperatore. Alcuni del congresso di Milano si presentarono al nuovo cesare. Enrico parlava di pace, di ordine, di tranquillità civile, e di voler dare questi beni alle città d'Italia, le quali da lungo tempo ne erano prive. Il re si mostrava imparziale, non inclinato a fazione alcuna; e da quanto aveva già fatto in Torino ed in Asti, si comprendeva qual fosse il piano da lui abbracciato per procedere a questo fine; cioè togliendo ai privati ogni dominio, restituendo il governo di ciascuna città al suo consiglio generale, sotto il presidio di un vicario imperiale. Con questo saggio e benefico progetto ogni gara veniva annientata; e l'Italia, sotto un moderato governo, veniva a goder della pace; e la regia autorità si rianimava sol tanto quanto bastava ad escludere gli usurpatori, con utilità reciproca del sovrano e del popolo. Allora compresero Langosco e gli altri che più poco v'era da sperare per la loro dominazione; e conobbero tardi che Guido aveva saputo prevedere.

Francesco da Garbagnate, sempre caro e sempre vicino al nuovo imperatore, era in Asti, venuto in seguito di lui; né mai trascurava l'occasione di encomiare le qualità e il merito di Matteo Visconti. Allorché vide il re invogliato di conoscerlo, e che dal re medesimo ne intese la brama, cautamente operò in modo che Matteo, travestito e colla compagnia d'un solo domestico, per strade inosservate, prestamente da Nogarola si portò in Asti. Tanta era la fama di quest'uomo e tanta la fiducia che avevano in lui i nemici dei Torriani, che, risaputosi appena l'arrivo di questo illustre solitario, un'immensa folla di persone andò al suo albergo, e lo accompagnò al palazzo ove risedeva il re Enrico, i cortigiani del quale conobbero di quanta considerazione godesse l'uomo che cercava d'essere al re presentato, il che subito gli venne concesso. Il Visconti, introdotto alla presenza del nuovo cesare, levatosi il cappuccio, si gettò a' suoi piedi, e raccomandò alla giustizia e clemenza sua la persona propria e i suoi. Fu accolto con molta grazia dal re. Dicono i nostri scrittori che nella stanza medesima vi fossero varii altri signori delle città lombarde, e fra questi il conte Langosco; che Matteo, poiché ebbe reso omaggio al re, si accostasse per abbracciare il conte, dal quale villanamente gli fossero voltate le spalle; il che desse luogo a Matteo di ammonirlo, esser tempo omai di por fine alle inimicizie private, e di servire tutti d'accordo all'utilità pubblica sotto di un così benigno, così giusto e così grazioso monarca. Se questo fatto è accaduto, egli è certamente lontano dai nostri costumi, che non permettono in faccia del sovrano di essere occupati da simili personalità. Si dice di più, che ivi rabbiosamente taluno rinfacciasse a Matteo Visconti d'essere il perturbatore della Lombardia; e che Matteo, sempre padrone de' suoi moti, pacificamente indicando il re, null'altro rispondesse se non: ecco il nostro re, che darà la pace a ciascuno. Se ciò avvenne, la inurbana ostilità de' suoi nemici dovette dare risalto alla cortese moderazione del saggio Matteo. Il re, sorridendo, terminò il discorso col dire: la pace per metà è già fatta; a me spetta il compierla. Così racconta il Corio.

Guido della Torre frattanto se ne stava in Milano. Egli alloggiava nel palazzo fabbricato quindici anni prima da Matteo Visconte, allora vicario imperiale dell'imperatore Adolfo; il qual palazzo era situato dove oggidì vi è la real corte arciducale. Guido aveva al suo stipendio mille soldati a cavallo. Il re gli aveva spedito ordine di consegnargli liberi i due fratelli dell'arcivescovo, ch'egli teneva prigionieri; e Guido non aveva dato riscontro alcuno. Sperava Guido che i consigli de' Langoschi e di altri suoi aderenti avrebbero dissuaso il re dal venire a Milano; e si fidava che in ogni evento, Vercelli, Novara e Vigevano, ben presidiate città, avrebbero resistito alla venuta di Cesare. Il Langosco, in fatti, e gli altri suoi aderenti adoperarono ogni arte per fare che il re prescegliesse di farsi incoronare a Pavia, e non venisse a Milano. Ma il Garbagnate e il Visconte fecero comprendere ad Enrico che non v'era sicurezza sin tanto che Milano era in potere di Guido della Torre; che anzi era indispensabile che in Milano l'imperatore piantasse la sua sede: poiché, padrone una volta della città, e ricevuta che avesse ivi solennemente la corona del regno italico, alcuno più non avrebbe osato di fargli opposizione. Il re deliberò appunto di così fare. Al presentarsi del re colle sue forze prima a Vercelli, poscia a Novara, nessuna opposizione ritrovò: venne anzi onoratamente accolto e venerato come sovrano. Vigevano fu preso dalle truppe reali senza spargimento di sangue, poiché un medico del paese cautamente ve le introdusse. Il re non permise che si oltraggiassero i vinti, e il solo uso ch'ei fece dell'autorità, fu per sedar le fazioni. Informato Guido di tai progressi, finalmente spedì a Novara anch'egli alcuni de' suoi, per rendere omaggio in di lui nome al re, e presentargli i due fratelli dell'arcivescovo. S'incamminò poscia il re de' Romani verso Milano; dove aveva già spedito il suo maresciallo di corte con truppe, affine di preparare gli alloggiamenti; e mentre era innoltrato nel cammino da Novara a Milano, ricevette un avviso dal maresciallo, che Guido della Torre non voleva sbrattare dal suo palazzo per lasciarlo al re; e che non voleva licenziare i mille armati del suo stipendio. Il re, scostatosi dalla via pubblica, chiamò a parlamento i suoi. Nessuno ardì di consigliargli il partito ch'egli saggiamente prese. Spedì rapidamente avanti di sé l'ordine che il maresciallo al momento pubblicasse in Milano il comando, che ciascuno uscisse incontro del re fuori della porta della città. La sorpresa, la fama già precorsa della bontà di quel sovrano, l'amore delle cose insolite, naturale al popolo, che sente i mali presenti e si lusinga d'un favorevole cambiamento; la maestà d'un augusto, la noia de' Torriani, tutto in un momento si riunì, e fece uscire i Milanesi affollati fuori della porta della città ad incontrare l'imperatore. Guido della Torre, per non rimanere solo, s'indusse egli pure ad uscire; e fu degli ultimi. A misura che il re s'andava accostando alla città, cresceva il numero de' Milanesi che gli rendevano omaggio. I signori cavalcavano, secondo l'uso di que' tempi, col loro scudiere, che portava innalberata la loro insegna; e a misura che compariva il re, le insegne si abbassavano per riverenza. Presso le porte, al fine della città, comparve Guido della Torre, preceduto dal podestà, che in quell'anno era Ricuperato Rivola, bergamasco. Il podestà umilmente presentò al re il bastone del comando, ch'era il distintivo della sua dignità; il re lo prese, indi graziosamente glielo riconsegnò. Guido della Torre teneva immobilmente innalberato il suo stendardo; e alcuni del seguito del re de' Romani, ragionevolmente sdegnati di questo inopportuno orgoglio, si scagliarono sullo scudiero, glielo strapparono dalle mani e lo gettarono nel fango. Sconcertata così ogni pretensione di Guido, scese da cavallo, e umiliatosi al re, baciogli il piede, siccome allora era il costume. Il saggio Enrico allora lo accolse con bontà, e con paterno amichevole tuono gli disse: sia d'ora innanzi fedele e paciflco; questo è il solo buon partito che ti resta da prendere.

Resosi per tal modo padrone di Milano, Enrico di Lucemburgo, andò ad alloggiare nel palazzo, ove sta oggidì la real corte, il quale era signorilmente fabbricato per l'uso di que' tempi. Questa entrata del re in Milano accadde il giorno 23 dicembre 1310. La prima cosa che ordinò Enrico fu: che fra le due famiglie Visconti e della Torre vi fosse una perpetua pace; che le cose passate nemmeno più si potessero nominare; che da quel punto ogni fazione si'ntendesse proscritta ed abolita per sempre; che i fuorusciti liberamente ritornassero tutti nel seno della loro patria, e fossero repristinati nel godimento de' loro beni. Ciascuno dovette giurare di osservare questa legge; in cui venne imposta la pena contro i contravventori di mille libbre d'oro: per fare il qual peso vi vogliono centomila zecchini, somma che, in que' tempi singolarmente, doveva essere difficile il far pagare. Io quasi dubiterei di errore, se la carta non dicesse chiaramente mille librarum auri puri poena, e non l'avesse pubblicata il nostro esimio Muratori. Il re Enrico fece dappoi radunare il popolo sulla piazza di Sant'Ambrogio. Ivi si collocò sopra di un eminente e magnifico trono, a' piedi del quale fece sedere i signori Visconti e della Torre; e in questa circostanza, d'ordine del re, un oratore prese a parlare al popolo, dichiarando che il nuovo augusto non era venuto in Italia per proteggere alcun partito, ma per fare indistintamente il bene, e senza parzialità, a tutti; ch'egli voleva la pace e la concordia; ed in prova indicò i signori che unitamente sedevano sui gradini del trono. Questi benèfici sentimenti, la vista inaspettata e tenera di due famiglie irreconciliabili, rese tranquille dalla felice autorità del monarca, fecero che il popolo scoppiasse in lagrime di gioia e in applausi al virtuoso e benigno principe; e così l'eloquenza del cuore della moltitudine coronò, nella più sensibile maniera e nella più fausta, il principio della nuova sovranità, anche prima della sacra cerimonia, che si celebrò poi in Sant'Ambrogio il giorno 6 gennaio 1311; dove l'arcivescovo di Milano, assistito da due arcivescovi e da ventun'altri vescovi, solennemente incoronò colla corona ferrea del regno d'Italia il nuovo augusto. I due arcivescovi assistenti furono quei di Treveri e di Genova. I vescovi furono di Liegi, di Ginevra, d'Asti, di Torino, di Vercelli, di Novara, di Bergamo, di Padova, di Vicenza, di Treviso, di Verona, di Mantova, di Piacenza, di Parma, di Reggio, di Modena, di Lucca, di Brescia, di Lodi, di Como e di Trento. Questa solennità fu resa più augusta dall'assistenza del duca d'Austria, del duca di Baviera, del conte di Lucemburgo, fratello dell'imperatore, del conte di Fiandra, del conte di Savoia del Delfino, del marchese di Monferrato, e di gran numero d'altri baroni e signori italiani e tedeschi. Il vescovo di Vercelli ebbe l'onore di cingere la spada al re, al quale vennero con cerimonia consegnati il pomo d'oro, lo scettro e la verga, prima che l'arcivescovo terminasse il rito, imponendogli la corona. È degno di memoria un fatto, ed è che non fu possibile per quante ricerche se ne facessero, di ritrovar conto dell'antica corona del tesoro di Monza, colla quale era tradizione che fossero stati incoronati gli antichi re d'Italia. Forse il far smarrire quell'antico cerchio è stata una minuta animosità di Guido della Torre; ma vi si supplì ben tosto con poca difficoltà da un fabbro, che formò d'acciaio una corona di ferro, a foggia di due rami d'alloro intrecciati. In quel giorno solenne il nuovo re d'Italia creò alcuni militi, siccome era l'uso di fare nelle grandi occasioni, e il primo nominato fu Matteo Visconti.

Sin qui la novità della venuta del re Enrico non aveva cagionato se non giubbilo e consolazione alla città. Ma terminata appena la incoronazione, venne convocato il consiglio generale; dove, entrando un ministro del re con un notaio, ricordò ai consiglieri radunati l'antica usanza del regalo da farsi all'imperatore nuovamente coronato; e, rivoltosi al notaio: scrivete, disse, ciò che una città sì grande e magnifica determinerà di offrire al nuovo cesare. Nessuno ardiva essere il primo a favellare. Un cupo silenzio regnò per qualche tempo in quella numerosa adunanza. Pure conveniva proferire; e il primo eccitato a parlare, per liberare sé medesimo d'imbarazzo, altro non seppe suggerire, se non d'incaricare uno dei più stimati fra' consiglieri, a lui rimettendo il determinare la somma. Nominò poi Guglielmo della Pusterla; e tutti i consiglieri, contenti di questo disimpegno, replicarono il nome di Guglielmo della Pusterla: il quale, così impensatamente còlto, avrebbe pur voluto potersi liberare da quella briga, e uscire dall'alternativa o di mancare con suo danno ai riguardi verso del nuovo augusto, ovvero d'esporsi, pure con suo danno, ai venturi rimproveri de' cittadini. Non v'è cosa buona che qualche volta non rechi incomodo; persino la buona riputazione. Costretto Guglielmo a nominare una somma, proferì cinquantamila fiorini d'oro. Il consiglio approvò questo donativo. Matteo Visconti non voleva tralasciare occasione di farsi merito; quindi, dopo di avere anch'egli assentito al donativo proposto, quest'è, disse, per l'imperatore; ma lasceremo noi di offrire qualche segno d'omaggio alla incomparabile imperatrice? Presentiamo alla bellissima principessa dieci altri mila fiorini d'oro. Così propose Matteo; e, sebbene tacessero i consiglieri tutti, il notaio andava scrivendo anche questo secondo regalo; Guido della Torre, impetuosissimo uomo e incapace di piegarsi ai tempi, non si poté contenere; o fosse sdegno contro di Enrico, o fosse insofferenza vedendo un antico rivale diventato l'arbitro del consiglio, qualificò altamente Matteo per un cattivo cittadino, che con una comodissima liberalità donava l'altrui; s'alzò borbottando e dicendo con ironia: e perché non piuttosto il numero compito di centomila fiorini? Il notaio puntualmente scrisse centomila fiorini d'oro, e si dovettero pagare, malgrado i maneggi fatti poscia inutilmente per diminuire tal somma.

Mi sia permessa una breve digressione. Se la somma di centomila fiorini d'oro era allora tanto grave a pagarsi, quantunque ripartita su tutta la città, come adunque una somma di tal valore poteva minacciarsi a un privato, il che pocanzi si è veduto nella pace ordinata fra i Visconti e i Torriani? La storia ci presenta frequenti occasioni di dubitare, anche sopra de' più autentici documenti, perché i costumi, co' secoli, si sono cambiati; e se oggidì sarebbe ridicola una legge che imponesse la pena d'un milione di scudi al delinquente, forse allora non lo sarà stata, e la esagerata minaccia era forse lo stile del legislatore. Fors'anco l'antico spirito delle leggi longobarde, che fissava le pene pecuniarie, non permetteva di imporre, se non indirettamente, le pene personali, cioè fissando una somma impossibile, la quale, non pagata, il delinquente cadeva in potere del legislatore. È noto come il fiorino d'oro è la stessa moneta che oggi chiamiamo il gigliato, che, da Fiorenza e dal fiore che aveva ed ha nell'impronto, si chiama fiorino; che questa moneta di purissimo oro si cominciò a coniare in Firenze l'anno 1252; e che ben presto acquistò tal credito, che molti altri Stati lo imitarono. Anche Milano ebbe i suoi fiorini d'oro nei tre secoli che vennero dopo quell'epoca: ed io credo che una di tali monete che possedo, coll'immagine da una parte di sant'Ambrogio, e dall'altra, de' santi Gervaso e Protaso, e colla data Mediolanum, possa essere coniata circa l'anno 1258, nel quale si fece uno statuto per migliorare la moneta, ovvero circa al 1260; anno al quale il Muratori attribuisce altre monete d'argento battute in Milano senza nome di principe, poiché l'Impero era vacante.

Era sul punto il re Enrico d'incamminarsi verso di Roma, per ivi ricevere la terza incoronazione come imperatore; ma ben prevedeva quel prudente signore che sarebbe stata di corta durata la pace data a Milano, s'egli si allontanava, conducendo seco le sue milizie. Gli armati che lo accompagnavano non erano numerosi abbastanza per poterne staccare porzione in custodia della Lombardia. Doveva aspettarsi che l'odio e la rivalità delle fazioni sopite, scoppiassero al momento in cui veniva levato il peso che le aveva fiaccate; e che o i Visconti o i Torriani ben tosto venissero espatriati e resi raminghi co' loro aderenti. Il saggio principe, con accorto consiglio, nominò cento nobili milanesi, dai quali voleva essere onorevolmente accompagnato nel suo viaggio di Roma; e in questo numero erano compresi i capi e i più distinti d'una e dell'altra fazione. Questa determinazione, che in fatti era decorosa per gli eletti, piacque sommamente alla città, che ne traeva l'augurio della ventura quiete e dell'ordine. Gli eletti, per lo contrario, cercavano il pretesto onde potere sventarne l'idea; e quello che singolarmente rappresentavano, era la mancanza del denaro per un decente corredo: mancanza in parte vera; poiché gli espulsi, nel tempo dei partiti, avevano perduto i loro beni. Comandò adunque il re che la comunità di Milano dovess'ella somministrare i mezzi convenienti per i cento nobili nominati ad accompagnarlo. Pareva che per tal modo fosse spianata ogni difficoltà; ma le sorde ed implacabili passioni rovesciarono ogni cosa. Sembrava quasi che secretamente i due partiti operassero di concerto per annientare ed eludere il potere benefico del re, che altro non toglieva loro che la facoltà di nuocersi. I centomila fiorini d'oro del regalo si riscuotevano con violenze, e in modo cotanto odioso, che la città era piena di lamenti. Si disseminò la vociferazione del nuovo aggravio da imporsi, per equipaggiare i cento nobili ed abilitarli al viaggio di Roma. Si cercava di far nascere l'avversione contro del re e dei Tedeschi, come invasori dello Stato. In queste circostanze, e mentre cominciava già a spargersi la tristezza, venne radunato il consiglio generale per ordine del re, nel quale comparve Niccolò Bonsignore di Siena, come ministro del re, proponendo al consiglio d'assumersi la spesa per il viaggio de' cento nobili. Aveva Niccolò Bonsignore fatto circondare dalle armi del re la sala del consiglio, quella cioè dove attualmente si trova l'archivio pubblico. Fatta ch'ebbe quel signore la proposizione, un cupo silenzio occupò tutta la sala, e non vi fu mai modo che un solo de' consiglieri rispondesse alle molte istanze e interpellazioni di quel ministro. Credette Niccolò di essere deriso; e dopo inutili tentativi, partì dal consiglio lasciando gli ottocento radunati e custoditi dalle guardie, sì che nessuno potesse uscirne. Portossi immediatamente dal re, al quale esponendo l'ostinazione del consiglio, procurò di animarlo contro de' Milanesi; gli significò come la città fosse inquieta; che fuori di porta Ticinese, ne' prati ove scorre la Vecchiabbia, eransi veduti Galeazzo Visconti e Francesco della Torre in secreto misterioso colloquio, d'onde, non credendosi veduti, s'erano separati prendendosi per la mano in atto di reciproca promessa; il che fra due case cotanto nemiche non poteva indicare se non una congiura contro del nuovo regno; eccitò l'animo reale a farsi perfine temere da un popolo che non poteva guadagnare co' beneficii, e chiese se dovesse trasportare in carcere i taciturni consiglieri, ovvero passarli tutti a fil di spada. Tale fu il bel parere che quell'italiano diede ad Enrico. Ma il re aveva un miglior naturale del suo ministro. L'ora è ben tarda, rispose il re; i consiglieri non hanno pranzato; licenziate il consiglio, e lasciategli andare alle case loro. Così rispose quell'augusto, il quale merita d'aver sempre un luogo onorato nella memoria di tutti i buoni. Così venne fatto. Questa nel saggio monarca era virtù, era umanità, nobile sicurezza e moderazione; non era spensieratezza o mancanza di azione. Egli cautamente sapeva diffidare; vegliava sopra tutti i movimenti d'una città abituata ai cambiamenti; era di tutto informato; e con varii pretesti giravano sovente le truppe imperiali per i quartieri della città.

La congiura fra i Visconti e i Torriani forse non era un sogno. Galeazzo Visconti fors'anco vi ebbe parte; almeno il popolo credette già preso il concerto di scacciare il re ed i suoi. Taluno dubita che Matteo istesso vi avesse parte; io non lo credo. Egli è certo che Matteo comparve innocente e fedele presso dell'imperatore. Chi crede gli uomini troppo buoni s'inganna; e s'inganna non meno chi li crede troppo maligni. Matteo Visconti non si è mostrato mai uomo di cattivo carattere; e bisognava supporlo d'un pessimo animo, se appena ottenuto il beneficio di ricuperare la patria e i beni, appena onorato del cingolo della milizia, avesse tramata una insidia contro dell'augusto benefattore. Il fatto è questo. Già era cominciato il tumulto nella città, e molti erano usciti dalle loro case armati. Correva voce che i Visconti e i Torriani riuniti volessero scacciare i forestieri, a cagione de' quali s'erano imposte le ultime gravezze. Il luogo per radunarsi si vociferava alle case de' Torriani, le quali erano al Giardino, al Teatro Nuovo, ne' contorni di San Giovanni alle Case Rotte; denominazione data dappoi, quando, diroccate le case de' Torriani, così rimasero per alcuni anni. La città era in allarme; ma le truppe tedesche eranvi in buon numero, e giravano per le strade, in modo da non essere sorprese o poste facilmente in fuga. Si pretende da alcuni che il complotto fosse concertato fra l'inquieto Galeazzo, figlio di Matteo, e Francesco, figlio di Guido; il quale Guido della Torre trovavasi ammalato. Dai movimenti dei Tedeschi poté Galeazzo accorgersi che più non era possibile il sorprenderli, e che la mina era sventata. Il partito più scaltro era quello di ripiegare a tempo, di non arrischiarsi; comparire fedele, e lasciare che tutta la colpa e la macchia piombasse sopra dei Torriani. Se la cosa sia stata fatta a disegno e con malizia non lo sappiamo. Egli è vero che Matteo Visconti nascose entro un ripostiglio di sua casa Lodrisio Visconti, che era già armato per uscire; e fatto ciò, Matteo, in abito da casa, si pose a sedere sotto il porticato del suo cortile, e fece venire intorno di sé alcuni domestici, co' quali si mise tranquillamente a ragionare, come se nulla accadesse nella città, o non fosse a di lui notizia che dovesse accadere. Il re aveva spedita una banda de' suoi per arrestare Matteo, qualora lo cogliessero in armi. Entrarono improvvisamente gl'imperiali, e furono sorpresi di trovare il silenzio e la pace in quel ricetto in cui erano disposti a combatter i nemici. Matteo, spogliato, e attonito a quella novità, mostrò tutte le apparenze d'un buon uomo che vive nella tranquillità la più profonda: fece offrire cibo e bevanda con ogni ospitalità a que' stipendiati; i quali non ricusarono il dono, indi, preso il galoppo, si inviarono alle case dei Torriani, intorno alle quali tutto era in armi. Pagano della Torre, vescovo di Padova, si pose gli abiti episcopali indosso, la mitra, il baston pastorale, e si collocò sulla porta di sua casa per ricevere i Tedeschi; come i Romani al tempo di Camillo ricevettero i Galli. La persona del vescovo non fu offesa da alcuno, ma non poté per questo impedire l'ingresso. I signori della Torre, vedendosi sorpresi e male assistiti da una moltitudine disordinata, raccomandarono la loro vita a generosi cavalli, ai quali tagliarono gli usati ornamenti per renderli più veloci alla fuga; e così Francesco e Simone, figli di Guido, giunsero a ricoverarsi a Montorfano. Guido, infermo, si alzò da letto, e, sorpassando il muro del giardino, si appiattò entro un monastero di monache; d'onde poi ebbe asilo presso un antico suo amico, e poté nascondersi e passare a salvamento. Frattanto gl'Imperiali con poco stento uccisero e sbandarono quegli ammutinati. Le case de' Torriani, bagnate di sangue e ingombrate di cadaveri, vennero esposte al saccheggio dalla licenza militare.

Mentre questa tragedia si eseguì in Milano, Matteo Visconti e Galeazzo, di lui figlio, rappresentavano due scene in luoghi distinti. Matteo aveva comandato a Galeazzo di starsene in casa sino al di lui ritorno. Ma Galeazzo, appena fu il padre uscito, si armò, si pose a cavallo e si mostrò per le strade. Matteo Visconti, poiché vide sgombrati gl'imperiali dalla sua casa, si portò disarmato dal vescovo di Trento, cancelliere imperiale, e lo pregò di volerlo presentare al re; mentre non osava di presentarglisi solo nel momento in cui poteva ogni cittadino essere sospetto. Il vescovo fu compiacente; e la spontanea presenza del Visconti, i suoi ragionamenti, la relazione dello stato in cui venne sorpreso nella sua casa, persuasero il re che Matteo fosse innocente: e tutta la trama ricadde soltanto sopra i Torriani. Probabilmente, o non vi fu intrigo dalla parte di Matteo, ovvero fu concertato dal solo Galeazzo senza saputa del padre. Nel momento poi in cui scoppiò il tumulto, facilmente Matteo avrà conosciuto come fosse stata ordita la trama. Mi piace, se posso, senza mancare alla verità, di togliere quest'ingrata e bassa accusa alla memoria di un uomo la di cui vita non presenta azioni nere; e mi piace pure di non lasciare al buon re Enrico un inganno, per mercede della bontà del suo animo. Matteo da Enrico non aveva ricevuto se non beneficii. Per lui aveva riacquistati i beni e la patria. Per lui il sommo potere non era più fra le mani di Guido, suo nemico, da cui doveva temere nuovi danni se cessava il potere d'Enrico. Quindi a me sembra poco verosimile la congiura di cui alcuni nostri autori lo voglion complice, e della quale minutamente descrivono persino i familiari colloqui di Guido con Matteo. Forse i Torriani con tai dicerie cercarono poi d'offendere la fama di Matteo, la sola che avevan forze bastanti per invadere; e gli scrittori ne furono sedotti facilmente; perché riesce più frizzante la storia, quando più malignamente dipinge gli uomini; e lo storico signoreggia più, indicando ingegnosamente le cagioni, ancor false, anzi che raccontando i fatti soli, ove siano incerte le cagioni che li produssero. Io mi crederò onorato ancora più, rendendo un omaggio costante alla verità. Si può credere innocente anche Galeazzo, di lui figlio, il quale uscì armato; e, inalberando l'insegna della vipera, aveva radunato un buon numero di cavalieri, che marciavano dietro di lui pronti a combattere. Questo drappello marciava dal Bocchetto al Corduce; quando improvvisamente se gli fece incontro un grosso squadrone di Imperiali, in numero da non cimentarvisi. Gl’Imperiali, avevano già le lance in resta, ma Galeazzo, alzata la visiera, si dié a conoscere venuto per unirsi a combattere contro i sediziosi e in servizio del re. I Tedeschi erano comandati da un vescovo. Con essi si accompagnò Galeazzo, e fece in modo che s'introdusse nella città un corpo di Austriaci acquartierati a San Simpliciano, che allora esisteva fuori delle mura. Accadde in tale occasione che il duca Leopoldo d'Austria, passando in mezzo a questi popolari tumulti, nelle vicinanze della chiesa di San Marcellino corse pericolo d'essere trasforato da una lancia; se un suo fedele non avesse spronato il cavallo, e, postosi di mezzo, salvata la vita a questo giovine principe, glorioso ascendente dell'augusta casa d'Austria. La lancia fortunatamente passò fra le vesti del generoso suddito, senza nocumento di Leopoldo.

I Torriani in quel giorno perdettero per sempre la patria, da cui vennero proscritti; e sempre dappoi riuscirono vani gli sforzi che posero in opera per ritornarvi. Così terminò la dominazione de' Torriani, la quale interrottamente durò anni trentatré, cominciando da Martino, che, nel 1247, intraprese a reggere il popolo, e lo resse per anni sedici, poscia Filippo, per anni due, indi Napoleone ossia Napo, per anni dodici, poi (dopo l'intervallo di Ottone Visconti e di Matteo), Guido della Torre lo resse per anni tre sino al 1311, il che forma il periodo di trentatré anni. Non ho interrotto il racconto di questa interessante serie di avvenimenti colle frequenti citazioni; perché l'epoca è assai nota, quantunque gli autori raccontino variamente le circostanze. Chi bramasse di esaminare il fatto dalla sorgente, vegga il tomo XII della Raccolta Rerum Italicarum; Bonincontro Morigia, Cronaca di Monza; Giovanni Villani, Storia, lib. IX; Cronaca d'Asti; Giovanni da Cermenate, Istoria; il Corio, all'anno 1311; e più d'ogni altro, la diligente e laboriosa opera del nostro conte Giulini, al tomo VIII.

Capitolo XI

Di Matteo I, di Galeazzo I, e d'Azzone Visconti, signori di Milano.

La storia d'un paese repubblicano può paragonarsi ad una vasta pittura che rappresenti un grande ammasso di oggetti variati, sulla quale scorre lo sguardo, incerto talora quali delle figure meritino un'attenzione distinta; alcuni oggetti veggonsi bene illuminati, altri indicati appena in lontananza; e nella memoria non rimane poi se non un tutt'insieme. Laddove la storia d'un paese soggetto ad un principe si rassomiglia ad un quadro storiato, di cui le figure tutte servono al risalto del principale ritratto, che a sé chiama i primi sguardi dello spettatore, nella mente di cui rimangono le tracce distinte della fisionomia rappresentata e della disposizione del quadro. Mutata la forma tumultuosa ed instabile della nostra città; assoggettata questa alla signoria de' Visconti, i costumi, la felicità, la pace, la guerra, la povertà o la ricchezza diventarono dipendenti dalla buona o cattiva indole del sovrano, sul quale principalmente convien fissare lo sguardo. (1311) I Torriani vennero per sempre scacciati, siccome dissi, dalla città. Matteo Visconti, collo sborso di quarantamila fiorini d'oro, l'anno 1311, nel mese di luglio, ottenne dal re de' Romani, Enrico di Lucemburgo, un diploma col quale lo creò vicario imperiale nella città e contado di Milano. Diciassette anni prima, Matteo istesso era stato creato vicario imperiale dall'augusto Adolfo, non di Milano soltanto, ma di tutta la Lombardia, con mero e misto imperio. Il re Enrico doveva abbandonare la Lombardia, ed inoltrarsi verso Roma, ove ricevette la corona imperiale. Egli aveva in animo di sottomettere il regno di Napoli, ma gli mancavan i denari; non è quindi maraviglia che, volendo egli trar profitto dalla carica di vicario dell'Impero, la concedesse ad un uomo che gli dovea tutto, cioè a Matteo Visconti. (1313) Passò poi quel buon imperatore nella Toscana, ove a Buonconvento, morì il giorno 24 agosto 1313. La controversa cagione della di lui morte non è un oggetto appartenente alla storia di Milano. L'arcivescovo di Milano era uno della casa della Torre, cioè Cassone della Torre; e doveva vivere esule dalla sua patria, seguendo il destino della sua famiglia. Egli dalla Francia, ove stavasene ricoverato presso del papa, si portò a Pavia, città che allora non era dominata dai Visconti, e l'anno 1314 da Pavia scrisse a Matteo Visconti una lettera che comincia così: Cassonus etc. Viris utinam providis Mattheo Vicecomiti, vicario et rectori, sive capitaneo, potestati, sapientibus et antianis, consiliariis, consulibus, consilio, Communi civitatis Mediolani, et Galeatio, Luchino, etc.; indi espone i mali fatti alle possessioni della mensa arcivescovile, e conclude: ut ideo tu Mattheus Vicecomes, et alii ut supra nominati, nisi vos emendaveritis de praedictis, in perpetuum excomunicamus, anathematizamus, omnique commercio humano ac ecclesiastica sepultura atque sacris ordinibus privamus. Pare che questo sia stato il primo annunzio degli anatemi che vennero scagliati dappoi. Matteo era uomo cauto e pacato. Poco a poco stese la sua dominazione su Piacenza, Bergamo, Novara e qualche altra città. (1315) Pavia era una città forte, nemica di Milano quasi da trecento anni. Matteo Visconti fece comparire le sue armi sotto Pavia, le quali intrapresero dalla parte di Milano un finto attacco, a rispingere il quale incautamente accorsero tutte le forze del presidio. Frattanto un altro corpo di Militi di Matteo, assistito da' corrispondenti ch'erano nella città, entrò dall'opposta parte in Pavia, guidato da Stefano Visconti, uno dei figli di Matteo; e così Pavia diventò dei Visconti l'anno 1315, e si assicurò Matteo che da quella vicina e forte città l'arcivescovo Cassone della Torre non gli avrebbe più scritte di tai lettere. I Pavesi, un secolo e mezzo prima, avevano avuta gran parte nella rovina di Milano. Ne' meschini tuguri ove stavano appiattati i nostri maggiori a Noceto e Vicentino, risuonavano ancora i singulti degli avviliti cittadini, che temevano non incendiassero i Pavesi anche que' tristi ricoveri. Matteo Visconti risparmiò ogni danno possibile ai Pavesi; fabbricò un castello col quale assicurarsi quella signoria, e ne confidò il comando a Luchino suo figlio. Matteo non era punto atroce, e pensava alla stabile grandezza del suo casato. Le sue armi erano confidate a' suoi figli. Non sembra ch'egli fosse in conto alcuno uomo da guerreggiare; Marco Visconti comandava Alessandria e Tortona, Galeazzo comandava Piacenza, Luchino, Pavia, e Lodrisio, cugino di Matteo, comandava Bergamo. I figli suoi avevano ardor militare e perizia; e l'estensione del dominio n'è la prova; poiché in breve furono assoggettate Piacenza, Bergamo, Lodi, Como, Cremona, Alessandria, Tortona, Pavia, Vercelli e Novara; e così Matteo signoreggiava undici città, compresa Milano.

Non poteva piacere al papa la signoria de' Visconti per le ragioni che altrove ho indicate. Il papa, sebbene rifugiato nella Francia, sempre aveva in vista l'Italia. Dopo la morte di Enrico di Lucemburgo gli elettori nella Germania formarono due partiti, e furono incoronati re di Germania e de' Romani Federico d'Austria e Lodovico di Baviera. Il papa Clemente V aveva inalberata una pretensione, che fu poi cagione di una lunga guerra fra l'Impero ed il Sacerdozio. Pretendeva quel papa che il giuramento che solevano gl'imperatori pronunziare nella incoronazione fatta dal sommo pontefice, fosse un giuramente di fedeltà e di vassallaggio. (1317) Questa opinione la sosteneva anche il suo successore Giovanni XVII; e in conseguenza spedì, l'anno 1317, due frati nella Lombardia, i quali in di lui nome dichiararono invalide le elezioni di Federico e di Lodovico: pubblicarono vacante l'Impero, e comandarono che non ardisse alcuno di arrogarsi il titolo di vicario imperiale. La cosa era chiara che si aveva di mira Matteo Visconti, la cui pieghevole politica non urtava mai, e secondava anzi i tempi. Matteo cessò di chiamarsi vicario imperiale, e assunse il titolo di signor generale di Milano e suo distretto. Forse il papa e l'arcivescovo Cassone della Torre si aspettavano minore compiacenza; e quindi speravano un pretesto per venire ad un'aperta rottura. Matteo, da saggio, abbandonò una parola, per non compromettere la dominazione. L'arcivescovo era esule; ma non sappiamo che potesse darsene colpa a Matteo; poiché forse non v'era atto di autorità che lo allontanasse dalla diocesi, in cui non si credeva però sicuro l'arcivescovo, sotto la signoria de' rivali della sua famiglia. Non vedendo quindi Cassone della Torre speranza alcuna di ritornare al possesso della sua sede arcivescovile, cercò dal papa il patriarcato di Aquileia, e il papa glielo conferì. Poiché Matteo Visconti seppe essere vacante la sede metropolitana, maneggiò la cosa in modo, che gli ordinari passarono ad eleggere arcivescovo Giovanni Visconti, altro figlio di Matteo. Cassone della Torre era stato parimenti eletto dagli ordinari l'anno 1308, senza che il papa Clemente V vi facesse opposizione. Questo era il metodo delle elezioni praticato sempre nella nostra chiesa, prima che Urbano IV, di propria autorità, eleggesse l'arcivescovo Ottone Visconti, l'anno 1262. Con tutto ciò il papa non badò punto alla canonica elezione fatta dagli ordinari, e in Avignone consacrò arcivescovo di Milano certo frate francescano, per nome Aicardo. L'elezione che aveva fatta il papa dell'arcivescovo Ottone poteva comparire in qualche modo giustificata, attesa la discordia degli ordinari, che da più anni lasciavano sprovveduta del pastore la chiesa milanese. Ma questa non curanza d'una elezione regolare e canonica non poteva comparire altrimenti che una ostilità. Matteo Visconti era cauto, moderato; ma non era pusillanime. Non permise mai che frate Aicardo ponesse il piede ne' suoi Stati.

Matteo Visconti aveva cinque figli: Galeazzo, Luchino, Marco, Stefano e Giovanni, creato arcivescovo. Sebbene Galeazzo, Luchino e Stefano abbiano mostrato valor militare in ogni occasione presentandosi ai nemici, Marco però li superava, e aveva i talenti d'un buon generale. Fu spedito dal padre a tentare la conquista di Genova; e l'impresa non riuscì; perché il re Roberto di Napoli vi trasportò un flotta ed un'armata in soccorso. Non però abbandonò sì tosto quell'impresa Marco Visconti; che anzi, avendogli fatto intimare il re che sciogliesse tosto l'assedio, poiché altrimenti sarebbe venuto ad attaccarlo alle porte di Milano, Marco gli fece dire per risposta, che non occorreva andar tanto lontano, giacché egli era pronto a riceverlo ivi alle porte di Genova. Il re Roberto era collegato col papa; e, portatosi egli in Avignone, Matteo Visconti fu uno de' principali oggetti che si trattarono in tal conferenza. Egli veniva accusato de pessimis criminibus, et de haeresi, licet non foret noxius. Il cardinale Berengario, vescovo tusculano, fu destinato a formare il processo a Matteo Visconti, ed ivi in Avignone quel cardinale riferì in concistoro, che risultava dall'asserzione di testimonii degni di fede, essere Matteo Visconti gravemente diffamato come reo di sacrilegi, delitti ed eccessi. La fama di tali accuse giunse a Milano; e Matteo, per calmare la procella, cominciò a permettere che frate Aicardo fosse dal clero riconosciuto per arcivescovo; e così rinunziò al dritto acquistato da Giovanni suo figlio, già canonicamente eletto alla medesima sede. (1319) Oltre ciò, volendo dare un pubblico attestato insigne della sua divozione alla Chiesa, ricuperò il rinomatissimo tesoro di Monza, che nei passati guai era stato depositato in pegno al tempo di Napo Torriano; e colle sue mani, la vigilia del Natale dell'anno 1319, lo portò in Monza e lo depositò sull'altare di quella chiesa di San Giovanni. Questo tesoro consisteva in corone e calici d'oro gemmati; e convien dire che fosse veramente un tesoro, poiché veniva stimato allora ventiseimila fiorini d'oro. Ma questa pieghevolezza di Matteo Visconti non bastò a concigliargli l'aderenza del papa; il quale voleva esclusi i Visconti dalla dominazione, assoggettato l’Impero, e dipendente l'Italia. Giovanni XXII spedì nella Lombardia il cardinale Bertrando del Poggetto in qualità di legato, il quale dichiarò l'Impero vacante; nulla l'elezione di Lodovico il Bavaro; creò vicario imperiale il re Roberto di Napoli; comandò a tutto il clero di Lombardia di ubbidire al nuovo vicario imperiale; e finalmente intimò a Matteo Visconti di doversi presentare in Avignone al papa per rendergli conto dei delitti che gli erano imputati. L'affare era serio, perché era già in marcia alla vòlta della Lombardia un'armata di Francesi, comandata dal conte del Maine, in nome del nuovo vicario il re Roberto di Napoli. Matteo, richiamando Galeazzo da Piacenza, Marco da Genova, e Luchino da Pavia, radunò tutte le sue forze, le quali consistevano in cinquemila cavalli e quarantamila fanti. Il comando venne affidato a Galeazzo e non a Marco, fors'anco perché non si doveva decidere la questione colle armi. Marciò l'armata sino verso Sesia nel Piemonte, ove si trovò in faccia i nemici. Pose le sue tende Galeazzo; indi spedì al conte del Maine due botti d'argento, che si dicevano piene di generoso vino; facendogli dire ch'ei provava sommo rincrescimento nel vederselo nemico, sì per l'ossequio ch'ei professava alla casa di Francia, quanto per essere stato ei medesimo onorato del cingolo della milizia dal conte di Valois, di lui padre. I due eserciti non si offesero, anzi i Francesi dopo due giorni piegarono le tende, e ripassate le Alpi, tornarono alla loro patria, lasciando la Lombardia come prima. Si credette da alcuni che le due botti fossero ripiene di monete, e che Matteo con quelle armi si fosse difeso. Per quanto miti fossero i ripieghi di Matteo, il papa non voleva in conto alcuno né tregua né pace; anzi da lui si voleva annientato nell'Italia il potere nascente de' Visconti. Il papa spedì un breve in cui diceva che, quantunque Matteo Visconti avesse deposto il titolo di vicario imperiale, nondimeno aveva osato chiamarsi signore di Milano; e in pena di questo disprezzo della Santa Sede lo scomunicò. Ordinò che la scomunica si pubblicasse in tutte le chiese, e citò nuovamente Matteo a comparire in Avignone a dire le sue discolpe. Il cardinale legato Bertrando del Poggetto, da Asti, ove si era domiciliato, spedì a Milano certo Ricano di Pietro, suo cappellano, incaricato di consegnare il breve. Ma appena era il cappellano disceso nell'albergo, si vide attorniato da un grosso numero di sgherri, i quali l'obbligarono a rimontare tosto a cavallo, e partirsene: di che se ne lagnò il cardinal legato in una sua enciclica: individuando che nemmeno si era voluto permettere che facesse abbeverare i cavalli, e il cappellano e i suoi seguaci dovettero lasciare a mezzo il loro pranzo, facendogli persino difficoltà dalla gran fretta di ripigliare il cappello, che aveva deposto, e scortandoli direttamente fuori dello Stato senza permetter loro di parlare con alcuno. Se il cardinal legato trovava biasimevole Matteo, perché si riparava da un colpo mortale da esso slanciatogli, doveva almeno non lagnarsi della moderazione istessa con cui se n'era riparato. (1320) Il cardinale Bertrando del Poggetto, il giorno 3 settembre 1320, nella chiesa de' Francescani in Asti, nuovamente scomunicò Matteo, e nuovamente lo citò a comparire in Avignone. Matteo cercava pure le vie d'un accomodamento; ma le condizioni che si proponevano, erano inammissibili da un uomo che era sovrano, e talmente sovrano, che veniva considerato come un re della Lombardia, siccome dice il Villani. Si voleva che rinunciasse al governo di Milano; che riconoscesse per suo signore Roberto re di Napoli; e che i signori della Torre ritornassero alla loro patria. Queste proposizioni non piacquero a Matteo né alla città di Milano. Il papa continuava a citare Matteo Visconti; pubblicava incessantemente i monitorii, e in essi gli rinfacciava i delitti: i quali consistevano in esazioni fatte sul clero, giurisdizione esercitata sopra persone ecclesiastiche, autorità adoperata nelle elezioni de' superiori de' conventi. (1321) Poi nel 1321, il giorno 20 di febbraio, lo stesso papa Giovanni XXII, con sua bolla, pubblicata dal nostro conte Giulini, condannò Matteo a pagare diecimila marche d'argento; nuovamente lo scomunicò, e lo dichiarò decaduto da tutt'i beni, feudi, onori, ragioni, ecc., e dice che così le sentenziava: Tum quia reatus sacrilegii cognitio et punitio ad ecclesiasticum forum spectat, tum etiam quia, vacante Imperio, sicut et nunc vacare dignoscitur, ad nos et apostolicam Sedem pertinet excedentium hujusmodi in Imperio existentium ausus comprimere, oppressionem tollere, ac lassis et oppressis justitiam ministrare. Poco dopo andò più avanti il papa; scomunicò anche i figli di Matteo, pose all'interdetto le città possedute dai Visconti, ordinò agli inquisitori di processarlo, e il breve comincia così: Profanus hostis, et impius auctor immanis scelerum et culparum, Mathaeus Vicecomes de Mediolano, partium Lombardiae rabidus populator, etc.. (1322) Gl’inquisitori citarono Matteo a doversi presentare al loro tribunale il giorno 25 febbraio 1322 in una nominata chiesa, presso Alessandria. Vi comparve il di lui figlio Marco, con grande comitiva di cavalli e fanti e bandiere spiegate. Gl’inquisitori si trasportarono a Valenza, ove condannarono Matteo, come reo di venticinque delitti, molti de' quali consistevano in avere Matteo imposto carichi anche al clero, ed avere esercitata giurisdizione sopra i beni, i corpi e le persone ecclesiastiche. Se gli faceva delitto perché avesse impedito che le chiese del Milanese pagassero tassa al cardinale legato ed alla camera apostolica. Altro delitto se gl'imputava, d'aver impedita l'emigrazione per la Crociata. Indi fra le sue colpe due se ne ricordano le quali meritano riflessione; cioè d'aver posto argine all'Inquisizione, e d'avere pregato per liberare l'infelice Mainfreda, che fu, malgrado le sue preghiere, bruciata viva, siccome narrai al capitolo nono. Concludeva la narrazione de' delitti, asserendo che Matteo negava la risurrezione de' corpi; aveva da' suoi progenitori ereditato il veleno dell'eresia; era collegato co' scismatici; sentiva male de' sacramenti; disprezzava l'autorità delle chiavi, e aveva fatto lega co' demonii, più volte da lui esecrabilmente invocati. Quindi si sentenziava Matteo Visconti eretico; i suoi beni mobili ed immobili confiscati; veniva privato del cingolo della milizia, dichiarato incapace di nessun ufficio pubblico, degradato da ogni dignità ed onore, e nominato perpetuamente infame, dando la facoltà a chiunque di arrestarlo. In oltre i figli di Matteo, e persino i figli de' suoi figli, vennero dichiarati incapaci perpetuamente di qualunque ufficio, di qualunque dignità e di qualunque onore. La sentenza è del giorno 14 marzo 1322, data nella chiesa di Santa Maria di Valenza, e la pronunziarono frate Aicardo, arcivescovo di Milano, frate Barnaba, frate Pasio da Vedano, frate Giordano da Montecucco, frate Onesto da Pavia, domenicani inquisitori, alla presenza del cardinale legato. Il cardinal legato, in Asti, pubblicò una remissione plenaria, non solamente della pena, ma della colpa de' peccati, a chiunque prendesse le armi, e marciasse sotto lo stendardo che ivi fece inalberare, alla distruzione di Matteo Visconti e de' fautori suoi: Fecit portare vexillum sactae Ecclesiae super solarium de domo; praedicatum fuit ibi, quilibet vir et mulier, qui vellet sequi dictum vexillum ad destruendum dictum Mathaeum et coadjutores ejus, liber et mundus sit tam a culpa, quam a poena; e nella cronaca di Pietro Azario si legge che le maledizioni furono estese sino alla quarta generazione da quel cardinale legato: Sententias excommunicationis proferendo, thesauris Ecclesiae apertis, et undequaque stipendio perquisito contra praefatum dominum Mathaeum et sequaces, usque in quartum gradum suarum progenierum.

In quale misero stato si ritrovasse, dopo tutto ciò, Matteo Visconti, è facile l'immaginarselo. Molti dei nobili, per la naturale invidia d'una nascente potenza, aderivano al legato. Altri tremavano per obbedire ad un eretico scomunicato; e il popolo tutto era inorridito per l'anatema e l'interdetto pronunziati sopra della città. Il Corio riferisce quell'epoca, ed io mi servirò delle parole di lui. I nobili adunque di continuo interponevano littere al legato, ed in altro non havevano il pensiere se non excogitare in quale modo Matteo con li figlioli potessino rimovere dal governo dil milanese imperio. Mattheo da questa hora avante più non si volse intromettere de veruna cosa concernente al Stato suo, ma in tutto ne le mano de Galeazo renuntiò il dominio, grandemente condolendosi de la lite quale contra la Chiesia cognosceva moltiplicare, ed anche perché non altramente da li citadini milanesi se haveva a guardare come da pubblici e capitali inimici, inde tutto il pensiere suo puose, con devotione a visitare li templi, et ultimamente un giorno avante alo altare de la chiesia maggiore havendo facto convocare il clero, e pervenuti alla presenzia de quello con alta voce cominciò a dire Credo in Deum Patrem, e disse tutto lo symbolo, lo quale fornito, levando il capo, cridava che questa era la sua fede, la quale haveva tenuto tutto il tempo della vita sua e che qualunque altra cosa gli era imposto, con falsitate lo accusavano, e de ciò ne fece conficere un publico instrumento. Il Rainaldi confessa che in quei processi vi è stata della parzialità: Certe fidei censores studio partium nimium commotos in percellendis sententia haereseos Gibellinis aliquibus constat; e il papa Benedetto XII, dicianove anni dopo, con sua bolla del 7 maggio 1341, dichiarò e sentenziò iniqui e nulli i processi fatti nel 1322: Processus, et sententias supradictas, ex certis causis legitimis atque justis repertis in eis, inique factos invenimus existere, atque nullos ipsos processus et sententias per archiepiscopum, Paxium, Jordanem, Honestum et Barnabam praefatos, et eorum quemlibet super praemissis, communiter vel divisim, contra Johannem et Luchinum praedictos (erano allora quei due figli di Matteo signori tranquilli di dodici città) habitos atque latos, et quaecumque secuta sunt ex eisdem vel ob eos, de ipsorum Fratrum nostrorum consilio, et authoritate apostolica, inique facta ac nulla atque irritata declaramus. Comunque fossero i processi, certo è che un seguito di tante angustie oppresse l'animo di Matteo, già indebolito anche dalla non più vegeta età di sessantadue anni; e dopo breve malattia, nella canonica di Crescenzago, tre miglia lontano da Milano, finì i suoi giorni il 24 di giugno dello stesso anno 1322, poco più di tre mesi dopo la sentenza. I figli tennero per alcuni giorni occulta la di lui morte; anzi si facevano entrare medici e cibi nella stanza, come se Matteo tuttora fosse vivo; e ciò si fece per aver modo almeno di salvare le di lui ceneri, e riporle celatamente in luogo ove alcuno non potesse insultarle per paura dil pontefice, che il cadavere non facesse remanere insepulto, dice il Corio. Qual carattere abbia fatto di Matteo il Fiamma, si è veduto nel capitolo precedente. La fisonomia di Matteo era piacevole: due begli occhi cerulei, vivaci, carnagione bianca, tratti del volto fini e gentili. Egli non si mostrò crudele giammai. Ebbe il raro talento di sopportare in pace la fortuna contraria, e il talento più raro ancora di non ubriacarsi co' favori di lei. Nessuna prova egli diede mai di valor militare, e tutti i successi felici delle sue armi si debbono al coraggio ed al talento di Luchino, di Galeazzo, e sopra gli altri di Marco, suoi figli. Di quest’ultimo l'Azario dice: qui omnes alios probitate excedebat, e si vede che credette di significare prodezza. Per altro in Matteo non si conosce alcuno di que' tratti sovrani che indicano le anime grandi, capaci d'innalzarsi al sublime. Egli si limitò sempre a pensieri proporzionati alla sua condizione presente, e preferì la prudenza all'eroismo. La grandezza della sua casa singolarmente si deve a lui; ma piuttosto per una combinazione di circostanze, che per un ardito progetto ch'ei ne avesse immaginato. Matteo è stato un buon uomo, un buon padre, un buon principe, accorto, giudizioso; ma non l'ho chiamato Matteo Magno, perché quel titolo è consacrato per distinguere quelle anime vigorosamente energiche, le quali, slanciatesi oltre la sfera comune degli uomini, formano un'epoca della felicità, della coltura e dei progressi della ragione negli annali del genere umano.

Se la guerra contro di Matteo Visconti fosse stata mossa per motivi personali, colla di lui morte sarebbe terminata, ed avrebbe Milano nuovamente goduta la tranquillità; ma l'oggetto della ostilità era di opprimere una nascente potenza; e perciò Galeazzo I, al quale Matteo aveva rinunziato avanti di morire il governo dello Stato, si trovò esposto alle persecuzioni, più animose ancora di quelle che afflissero gli ultimi anni della vita di suo padre. Già vedemmo che Galeazzo, coll'inquietudine sua incautamente indisponendo i Milanesi, era stato cagione della perdita della signoria, del ritorno de' Torriani e dell'esilio a cui soggiacque la sua casa. La sperienza di venti anni che erano trascorsi, non aveva reso molto prudente Galeazzo; il quale, nell'anno medesimo in cui morì Matteo, perdette il dominio di Piacenza per un'inconsideratezza appena perdonabile nel primo bollore della gioventù. Il signor Versuzio Lando era uno de' primari nobili di Piacenza, distinto per il valore, per i costumi e per le ricchezze; egli aveva in moglie la signora Bianchina Landi, bellissima giovine, che amava teneramente il suo sposo. Galeazzo, credette, con poca accortezza, di renderla infedele, ed essa informò il caro sposo dell'insidie che se gli tessevano; e così il Lando, unitosi al cardinal legato Bertrando del Poggetto, occupò Piacenza a nome del papa. In quella sorpresa corse gran rischio d'essere preso il giovine Azzone, figlio di Galeazzo, il quale trovavasi in Piacenza, con Beatrice d'Este, di lui madre. Questa virtuosa donna lo salvò, sottraendolo con poca scorta, al primo avviso ch'ebbe della sorpresa; indi ebbe la fermezza di rimanere esposta al rischio degl'insulti nel suo palazzo, acciocché non si dubitasse della partenza d'Azzone, e frattanto egli profittasse del tempo per salvarsi; anzi andava ella gettando delle monete ai vincitori, e così fece perdere più lungo tempo. Ma quando s'avvidero poi che in nessun ripostiglio si trovava il giovine principe, troppo tardi s'accorsero del pietoso inganno della principessa madre, la virtù della quale venne rispettata da' nemici, i quali onorevolmente la scortarono fuori di Piacenza. Galeazzo I non aveva in somma le virtù di suo padre, e perciò, quantunque in Milano avesse un forte partito che lo sosteneva malgrado gli anatemi, fu egli costretto di fuggirsene il giorno 9 dicembre di quell'anno 1322; sebbene un mese dopo vi rientrò come privato, e prima del terminar di quell'anno, a grido generale del popolo, venne proclamato signore di Milano il giorno 29 dicembre. Ma il papa non lo lasciò tranquillo. Pubblicò una bolla per cui ordinò a tutto il clero di Milano che immediatamente uscisse dalla città, e non si accostasse a quella per lo spazio di tre miglia. Ognuno s'immaginerà qual turbamento doveva nel popolo cagionare questa novità, che toglieva la possibilità d'assistere ai sacri misteri, privava i moribondi del soccorso de' ministri dell'altare, ed esiliava dalla patria i cittadini nei quali stava comunemente collocata la maggiore confidenza e venerazione. Né quivi pure ebbe confine la controversia. Fece il papa predicare nell'Inghilterra, nella Francia e nell'Italia un'indulgenza generalissima in beneficio di chiunque prendesse le armi contro de' Visconti; e così venne a formare una Crociata contro di essi, come si era fatto contro de' Saraceni. L'armata de' crocesignati già aveva occupato alcuni borghi del Milanese. La comandava Raimondo di Cardona, nipote del cardinal legato Bertrando del Poggetto. Le cose de' Visconti andavano alla peggio. (1323) Il giorno 13 giugno 1323 l'esercito sacro s'impadronì dei sobborghi di Milano, e singolarmente quelli di porta Nuova, porta Renza e porta Comacina furono in preda alla licenza de' crocesignati, che, violando le donne, passando a fil di spada gli uomini e distruggendo colle fiamme le case, portarono gli eccessi al colmo. Nella città però essi non poterono entrare. La città era bloccata, e ci riferisce il Corio che i Fiorentini ch'erano nell'esercito pontificio, il giorno del loro santo protettore san Giovanni Battista, fecero correre il palio sotto le mura di Milano; sorta d'insulto che talvolta si usava per dimostrare che non si temeva in verun conto dell'inimico, non credendosi in lui coraggio nemmeno di uscire per interrompere i giuochi degli assedianti. Talvolta ancora si usò di coniare moneta sotto le mura nemiche, ponendo una preziosa officina, che non può sottrarsi con celerità, sotto gli occhi de' nemici, in segno di disprezzo. Tale era la condizione de' Visconti, che pareva inevitabile la totale loro rovina. Due cose però concorsero ad impedirla: il valore, l'attività, la condotta militare di Marco Visconti, e la riunione degl'interessi dì Lodovico il Bavaro con quei de' Visconti. Il papa dichiarava vacante l'Impero; pretendeva di far egli frattanto l'ufficio dell'imperatore; creava vicario imperiale Roberto, re di Napoli. Lodovico di Baviera, che si considerava imperatore legittimo, non poteva preservare il regno italico e impedire l'intrusione di questo preteso vicario imperiale, se non soccorrendo i Visconti; poiché da solo non aveva forze bastanti per tentare l'impresa. In fatti Lodovico il Bavaro aveva spedito ai Visconti un corpo di truppe comandate dal conte di Mährenstädten. L'instancabile papa Giovanni XXII non bilanciò punto a scomunicare Lodovico di Baviera, incolpandogli fra le altre cose l'aiuto ch'egli aveva dato ai Visconti. Il Rainaldi, che ne pubblicò la bolla, così riflette: Non deerant tamen Ludovico plures rationes, quae ipsius gesta apud plerosque excusarent. Controversiam de Imperio cum Federico austriaco jam direptam ferro. Mediolanum vero defensum, non ut Galeatio haeretico studeret, sed ut assereret sibi Imperii jura, neque a Roberto Siciliae rege amplissimam Imperii provinciam nunquam forte recuperandam occupari pateretur. Non his tamen Johannes a meditato consilio revocatus est. Lodovico venne così impegnato più che mai a sostenere i Visconti. L'armata dei Crociati aveva l'interno vizio d'un'armata combinata di drappelli di varii principi e di varie nazioni; basta il tempo per indebolirla colle gelosie, le rivalità e i sospetti. (1324) Nel giorno 28 di febbraio 1324 a Vaprio venne potentemente battuta. Il generale Raimondo di Cardona fu preso: egli era nipote, siccome dissi, del cardinal legato; Simone della Torre restò ucciso sul campo; Enrico di Fiandra se ne fuggì a piedi; molti rimasero sul campo; molti, fuggendo, s'affogarono nell'Adda; in somma la vittoria fu compita per i Visconti. Marco Visconti voleva profittare del momento, e marciare a sloggiare da Monza i crocesignati che vi avevano trovato ricovero. Ei conosceva che l'opinione decide nella guerra più che la forza fisica; che le battaglie non si vincono per aver ridotto l'inimico all’impossibilità di continuare la contesa, ma per lo spavento che gli si è potuto imprimere; e che, assalendo un'armata nel punto in cui gli uomini sono sgomentati per una rotta, la vittoria è sicura. Così pensava Marco; ma il primogenito Galeazzo, forse perché il progetto era del fratello, non lo volle secondare. I crocesignati in Monza si premunirono, ripresero animo, si prepararono una difesa contro di qualunque insulto; e Marco, deridendo Galeazzo, gli diceva poi: Fratello, va a Monza, che si vuol rendere. Otto mesi di blocco dovette spendere Galeazzo per averla. Infine poi, dopo di avere sofferti tutti i mali della fame e della libidine militare, Monza si rese il giorno 10 dicembre 1324; e così Galeazzo vide terminar la Crociata mossa contro di lui.

Mentre era Monza bloccata e abbandonata in preda alla violenza che usavano questi avanzi di un'armata collettizia, i canonici di San Giovanni di quel borgo avevano somma inquietudine che le rapine non si estendessero sopra del pregevolissimo tesoro della loro chiesa; il quale allora, siccome dissi, era valutato ventiseimila fiorini d'oro, oltre il pregio delle cose sacre antiche. Deputarono quindi quattro canonici del loro ceto, ai quali commisero di pensare a un sicuro nascondiglio, ed ivi riporlo. Fecero giurar loro un inviolabile secreto, da non rivelarsi se non in punto di morte. Poiché da essi fu eseguita la commissione, e il tesoro collocato, non si sapeva dove, il capitolo obbligò i quattro depositari del secreto a partirsene, e separatamente frattanto vivere altrove; acciocché non potesse colle minacce, e fors'anco colle torture, costringersi alcun d'essi a parlare; e in potere di que' licenziosi non rimanesse alcuno presso cui fosse il secreto. Pensare non si poteva più cautamente: eppure Monza perdette il tesoro. Uno de' quattro canonici, che aveva nome Aichino da Vercelli, stavasene in Piacenza, ove venne a morte, e palesò il secreto a frate Aicardo, arcivescovo di Milano. Da esso ne fu bentosto informato il vigilantissimo cardinale legato, Bertrando del Poggetto; il quale non perdé tempo, e incaricò Emerico, camerlingo di santa Chiesa, che trovavasi in Monza, di trasmettergli quel tesoro, siccome eseguì puntualmente; e indi fu trasportato in Avignone, dove dimorava il papa; d'onde, venti anni dopo, signoreggiando Luchino, venne restituito l'anno 1344. Io lascerò al chiarissimo signor canonico teologo don Antonio Francesco Frisi la cura di verificare se la restituzione siasi fatta senza alcuna perdita. Il valore dell'oro e delle gemme che oggidì ivi si mostrano, non giunge fors'anco a duemila fiorini d'oro. Egli, che con varie dissertazioni ha illustrate le antichità di Monza, ci renderà istrutti esattamente anche di ciò, nella dissertazione che si è proposto di pubblicare sul tesoro di quella chiesa.

Poiché Galeazzo ebbe Monza in suo potere, e si vide liberato dalla Crociata, pensò tosto a rendere quel luogo munito in avvenire contro simili accidenti. Importava molto il non avere alla distanza di sole dieci miglia da Milano un borgo facilmente prendibile, e nel quale i nemici, con molto numero d'armati, potessero sostenersi per alcuni mesi, siccome poco anzi era accaduto. (1325) Per tal motivo Galeazzo I, l'anno 1325, fabbricò un castello in Monza, di cui vedesi ancora oggidì la torre rovinosa. Il modo col quale fece quel principe fabbricare quella torre ci prova sempre più quanto poco ei rassomigliasse al buon Matteo suo padre. Veggonsi anche al dì d'oggi le prigioni orrende, destinate a far soffrire l’umanità, calandovi gli uomini come entro un sepolcro per un buco della volta, ove discesi posavano sopra d'un pavimento convesso e scabroso, tanto vicino alla vôlta da non potervisi reggere in piedi. Così egli aveva immaginato il modo di aggiugnere all'angustia, alla privazione della libertà, al timore dell'avvenire, al maligno alimento del cibo e dell'aria, anche il tormento di far succedere una positura dolorosa ad un'altra dolorosa. Galeazzo I questa unica memoria ci lasciò come sovrano; poiché la signoria di lui fu breve, e la cagione la troviamo nella domestica discordia. Marco, che col suo valore aveva conservato e difeso lo Stato, non poteva soffrire il fasto di Galeazzo I, a cui il padre aveva lasciata la signoria. La distanza che passa fra un sovrano ed un suddito, rendeva insopportabile a Marco la sua condizione. I principi cadetti delle case sovrane, sono educati sin dalle fasce a venerare nel primogenito il venturo signore: ma a ciò non era disposto dall'educazione l'animo di Marco. La dominazione di Matteo Visconti, loro padre, fu tanto eventuale, precaria ed incerta, che nessun uomo, per illuminato ch'ei fosse, avrebbe potuto con ragione antivedere s'egli avrebbe finito come privato, siccome nacque, ovvero qual principe, siccome avvenne. Perciò la disparità fra i fratelli sopragiunse come un avvenimento impensato, il quale doveva eccitare la vampa delle passioni nei cadetti. Giovanni era di carattere mite, e la condizione sua d'ecclesiastico moderava l'invidia. Luchino aveva egli pure la prudenza di accomodarsi ai tempi. Stefano aveva moglie e figli. Marco era quello che più si mostrava intollerante. Egli s'era fatto conoscere e stimare dagli stipendiari tedeschi, spediti da Lodovico il Bavaro; onde non gli fu cosa difficile l'indurre quell'eletto imperatore a venire nell'Italia, per celebrare le incoronazioni a Milano ed a Roma. Si pretende ch'egli trovasse il modo d'irritare l'animo di quell'augusto contro de' suoi fratelli, e contro di Galeazzo I singolarmente, supponendogli dei maneggi col papa Giovanni XXII, dal quale, siccome ho detto, Lodovico era stato maltrattato. (1327) Quello che sappiamo di certo si è che, nel giorno 17 di maggio dell'anno 1327, Lodovico il Bavaro entrò solennemente in Milano, accompagnato da quattromila cavalli. Egli e la regina Margherita, sua moglie, stavano sotto di un baldacchino. Andarono a prendere alloggio nel palazzo del Broletto vecchio, cioè dove oggidì trovasi la corte; e il giorno ultimo di maggio Lodovico fu incoronato in Sant'Ambrogio. Il giorno 5 di luglio, per ordine del nuovo re d'Italia, vennero arrestati Galeazzo, Luchino e Giovanni. Azzone, figlio di Galeazzo, ebbe la medesima sventura. Stefano Visconti morì improvvisamente nella notte precedente. Gli arrestati vennero collocati nelle nuove carceri della torre di Monza, ove Galeazzo fu il primo a far prova dell'architettura che aveva così malamente raffinata. Il re ebbe dalla città il dono di cinquantamila fiorini d'oro, e partì da Milano alla vòlta di Roma il giorno 5 d'agosto, avendo nel suo seguito Marco Visconti. Questa serie di fatti, e quello che accadde dappoi, ci rendono verosimile l'opinione che Marco avesse parte nella sciagura de' fratelli. Galeazzo lo credeva; e andava dicendo: Marco ferisce se medesimo; e ciò risaputosi da Marco, in contracambio diceva: Galeazzo vuol esser solo, e solo si regga. Sperava forse Marco di ottenere dal nuovo augusto la signoria di Milano; ma anche allora si dovette conoscere che nelle altercazioni domestiche è facile il recare danno ad altri, ma difficilissimo il trarne bene per noi. Lodovico formò un consiglio di ventiquattro cittadini, e vi pose a presedere suo luogotenente il conte Guglielmo Monforte. Così diede nuova forma al governo della città; mentre i tre fratelli ed un nipote giacevano nello squallore della torre di Monza, e Marco, confuso, negletto, e forse disprezzato, languiva nella folla de' cortigiani che accompagnavano Lodovico a Roma. L'annientamento della sua famiglia di riverbero aveva abbassato Marco Visconti, il quale, non avendo più speranza alcuna di rialzarsi col favore di Lodovico, si rivolse a Castruccio Antelminelli, signore di Lucca, uomo potente e celebre nella storia di que' tempi, ed amico de' Visconti; e col di lui mezzo ottenne dall'imperatore, debole e bisognoso di soccorso, la liberazione de' suoi congiunti, i quali erano in Monza, custoditi da truppe bavaresi. Marco tentò poi di avere una sovranità sulla città di Pisa, ma gli andò il colpo a vuoto. Egli ritornossene a Milano, sempre impetuoso ed impaziente di non vedervisi sovrano; sin tanto che, il giorno 8 di settembre dell'anno 1329, cadde da una delle finestre della corte ducale, alcuni dicono dopo di aver sofferta una morte violenta, e l'Azario dice, de cujus morte certum ignoratur.

Si cerca come siasi fatta l'incoronazione di Lodovico in Milano, poiché trattavasi di consacrare uno scomunicato in una città posta all'interdetto. L'arcivescovo Aicardo era assente; e, come aderente al papa Giovanni XXII, non avrebbe mai osato di venire a Milano nel tempo in cui vi si trovava il re de' Romani Lodovico. Bonincontro Morigia, autore che allora vivea ci dice che Lodovico creò arcivescovo di Milano Guido Tarlati, vescovo di Arezzo, e che questi lo incoronò, assistendovi alcuni pochi vescovi; cioè Federico Maggi, vescovo di Brescia, Arrigo, vescovo di Trento e alcuni altri ben pochi; essendosi ritirati gli altri vescovi, per non concorrere a incoronare e riconoscere un principe che dal papa era scomunicato e non riconosciuto imperatore. Il Muratori non credette che Guido Tarlati facesse le funzioni d'arcivescovo. Il conte Giulini è dell'opinione del Muratori. L'autorità di questi due eruditi uomini è presso me di gran peso; ma né l'uno né l'altro dicono la ragione del loro dissenso. Il Muratori s'accontenta d'asserire che Bonincontro Morigia a vero longe abest; il conte Giulini s'appoggia all'autorità del Muratori. Io ingenuamente confesso che le asserzioni loro non mi persuadono abbastanza, per abbandonare il testimonio d'un autore contemporaneo; tanto più che, essendo sempre stato lontano della sua sede frate Aicardo, e dovendosi la consacrazione in Milano fare dall'arcivescovo, niente vi trovo d'incredibile se Lodovico, che aveva in Trento deposto il papa come eretico, e che in Roma ne fece creare un nuovo, altretanto facesse in Milano creando un arcivescovo; sebbene in seguito quel posticcio metropolitano non abbia più nemmeno preteso di conservarsene il titolo.

Della improvvisa morte di Stefano Visconti (dal quale discesero Barnabò, Galeazzo II e i tre duchi Visconti, siccome vedremo) varie sono le opinioni degli autori; alcuni attribuendola a veleno, altri ad eccesso di vino; tutti però sono d'accordo nel riconoscerla improvvisa. Il mausoleo di Stefano vedesi nella chiesa di sant'Eustorgio, nella cappella di san Tommaso d'Aquino; lavoro il quale probabilmente si fece verso la metà del secolo decimoquarto. Poiché allora, oltre l'incertezza nella quale trovavasi la signoria de' Visconti, anche l'interdetto avrà impedito questi onori funebri; molto più a Stefano Visconti, scomunicato, perché figlio di Matteo, quantunque egli non abbia mai avuto parte nel governo dello Stato e nelle dispute col papa. Quel mausoleo merita d'essere osservato, per avere idea della magnificenza de' Visconti in que' tempi; e in quella chiesa medesima merita più d'ogni altra cosa osservazione il nobilissimo deposito di marmo in cui stanno le reliquie di san Pietro Martire; opera che è delle prime e delle più antiche per servire d'epoca al risorgimento delle arti, e da cui si può conoscere quanto fossero già onorate e risorte verso la metà del suddetto secolo decimoquarto. Le figure e i bassirilievi sono di un artista pisano, che travagliò con una maestria e grazia affatto insolita a' suoi tempi.

Galeazzo I fu liberato dal forno (che tal nome aveva l'orrido carcere di Monza) il giorno 25 di marzo 1328. Furono parimenti resi liberi Luchino, Giovanni ed Azzone. Egli per più di otto mesi aveva dovuto soffrire que' mali istessi che aveva immaginati per gli altri. S'incamminò nella Toscana, per ricovrarsi presso dell'amico e benefattore Castruccio; ma nella prigionia aveva tanto sofferto, che in Pescia, nel contado di Lucca, morì il giorno 6 d'agosto dell'anno 1328, all'età d'anni cinquantuno. Cinque anni durò la combattuta signoria di Galeazzo I; giacché, dopo il principio di luglio del 1327, da che fu posto in carcere, nulla gli rimase più che fare nel governo. Il Corio ce lo descrive di statura mediocre, di bella carnagione, di faccia rotonda, e robusto della persona; ei lo qualifica liberale, magnifico, coraggioso, prudente, e parco nel parlare, ma eloquente e colto nel poco che diceva. Il Corio sarebbe un cattivo giudice del colto ed eloquente modo di parlare. Galeazzo fece perdere lo Stato alla sua casa colla sua imprudente condotta vivendo suo padre. Perdette Piacenza per avere imprudentemente tentata la signora Bianchina Landi. Lasciò per più mesi in preda al saccheggio militare Monza, che avrebbe potuta liberare al momento, ascoltando un opportuno parere; tutto ciò dimostra che prudente era ben poco. Il carcere di Monza non lascia luogo a crederlo sensibile ed umano. Non sappiamo che egli abbia commesse crudeltà; ma nemmeno ebbe egli mai sicurezza bastante per commetterle; e forse per la sua gloria è un bene ch'ei non abbia mai posseduto senza contrasto il sommo potere; onde dobbiamo collocarlo nella classe numerosa ed oscura de' principi di nessuna fama. Ei venne tumulato in Lucca, ove il suo amico Castruccio ne fece celebrare la pompa con magnificenza.

Lodovico il Bavaro, entrato che fu in Roma, intese come nuovamente papa Giovanni XXII dalla Francia l'avesse scomunicato, e dichiarato illegittimo cesare. Quindi, vedendo anche il popolo di Roma assai malcontento del papa, che stavasene in Avignone, sentenziò che il papa Giovanni (ch'ei non altrimenti nominava se non col suo primo nome, cioè Giacomo da Euse, e come altri dicono, d'Ossa), come scismatico, profano ed eretico, era cassato, rifiutato; e che non più alcuno dovesse riconoscerlo per pontefice. Poscia, il giorno 12 maggio 1328, radunatisi in San Pietro il clero e i capi di Roma, venne proclamato papa frate Pietro di Corvaria, che prese il nome di Nicolò V; e il popolo lo riconobbe come vero papa. Frate Nicolò da Fabriano allora recitò una solenne orazione, di cui il tema fu questo: Reversus Petrus ad se dixit: venit Angelus Domini et liberavit nos de manu Herodis, et de omnibus factionibus Judaeorum. Questo Pietro di Corvaria era francescano, e i francescani accusavano il papa Giovanni XXII di avere delle opinioni eterodosse sulla visione beatifica; il che anche venivagli rimproverato dai teologi di Parigi, censurando tre omelie da lui pubblicate. Il papa prima di morire ritrattò quelle sue private opinioni. Di Pietro di Corvaria ne scrivono bene alcuni, qualificandolo buono, pio e quasi contro sua voglia diventato antipapa. Egli terminò poi i suoi giorni in Avignone in carcere, dopo di avere chiesto perdono a Giovanni papa. Ciò avvenne perché Lodovico ogni giorno di più s'andava indebolendo; e la ragione era la medesima per cui la maggior parte de' re de' Romani dalla Germania entrarono fortissimi nell'Italia, e videro tutto da principio piegarsi; indi poco a poco svanirono le forze loro. Nelle diete de' principi della Germania molte volte si pensò a far cadere la dignità cesarea sopra di un principe che non avesse forze da opprimere. Eletto che egli era, secondo le leggi dell'Impero ciascun sovrano della Germania era obbligato a scortare il nuovo augusto alla spedizione romana colle sue armi. Quindi il nuovo eletto scendeva le Alpi comandando una rispettabile armata, e si trovava arbitro dell'Italia. S'inoltrava a Roma. L'armata cominciava a soffrire un clima infuocato. Le malattie, il tedio della spedizione, l'amore della patria, la mancanza de' viveri facevano che, un dopo l'altro, i principi prendessero congedo dal nuovo augusto, più solleciti degli Stati propri e de' propri sudditi, che d'altro pensiero. E quindi vediamo molti cesari costretti a ricorrere ai maneggi, al partiti, alle brighe per protrarre la loro dominazione e soggiornare più a lungo nell'Italia. Così dovette fare Lodovico, forzato, per non inimicarsi Castruccio, ad accordare la libertà ai Visconti; laonde (1329), per ottenere sessantamila fiorini d'oro, che gli erano necessari per pagare lo stipendio alle truppe tedesche che gli rimanevano, dovette vendere ad Azzone Visconti il vicariato imperiale; il che avvenne il giorno 15 di gennaio dell'anno 1329. Indi il falso papa Niccolò V creò cardinale della santa romana chiesa Giovanni Visconti, zio di Azzone, e lo costituì legato apostolico nella Lombardia, invece di Bertrando del Poggetto. Quasi tutto il clero e popolo di Milano si gettò dal partito di papa Niccolò; e molti frati, francescani singolarmente, declamando nelle prediche, annunziavano al popolo che Giovanni, ossia Giacomo da Euse, non era altrimenti pontefice, ma era anzi un eretico, uno scomunicato, un pessimo omicida; e che il solo vero legittimo papa era il saggio, il pio, il virtuoso Niccolò V. Queste grida potevano sedurre la moltitudine, e piaceva ai Visconti ch'ella così fosse persuasa; ma gli uomini un poco informati non potevano dubitate che il legittimo papa era Giovanni XXII canonicamente eletto e riconosciuto, vivo e sano, focoso e imprudente bensì, ma non mai eretico, né legittimamente deposto. L'affare però era serio per papa Giovanni, e tale ch'ei facilmente perdeva ogni influenza sull'Italia, se non piegava a tempo, siccome fece, riconciliandosi coi Visconti, e liberando finalmente i Milanesi dagl'interdetti che da otto anni erano stati pronunziati. La data del breve è del giorno 15 settembre 1329, in Avignone, e il mediatore di questa pace fu il marchese d'Este. L'imperatore Lodovico fremeva contro Azzone. Venne colle sue armi sotto Milano; ma egli era troppo indebolito e nulla poté occupare. Il Fiamma ci ha trasmessa la cantilena che i Milanesi dalle mura ripetevano: die el nocte clamabant in vituperium Bavari: Ob Gabrione, ebrione, bibe, bibe, hò, hò, Babii Babo. Cosa volessero significare quelle voci ultime, e quel Gabrione non lo sappiamo. Egli è certo che non si parlava latino, anzi da più di cinquant'anni s'era cominciato anche a scrivere volgare italiano, e probabilmente il Fiamma ha guastato il senso traducendolo nel suo barbaro latino. In quell'occasione è probabile che, uscendo i Milanesi dalla porta Ticinese, abbiano battuti gl'Imperiali; poiché le monache, le quali sino a quel tempo si chiamavano le signore bianche sotto il muro, cambiarono dappoi il nome, e si chiamarono Della Vittoria, denominazione che attualmente ancora conservano.

Azzone Visconti, unico figlio di Galeazzo I e di Beatrice d'Este, era diventato, siccome dissi, vicario imperiale, al prezzo di sessantamila fiorini d'oro. Ma poiché egli fu rappacificato col sommo pontefice (da cui non era conosciuto Lodovico per imperatore) il titolo di Vicario eragli di nessun uso; perché dato da chi non poteva più concederlo. Perciò egli ottenne la signoria di Milano dal consiglio generale della città, il giorno 14 marzo 1330; e così si ritrovò sovrano e principe senza contrasto alcuno. Azzone veramente meritava d'essere il primo della sua patria; e già mentre signoreggiava Galeazzo I, di lui padre, s'era guadagnato un nome distinto nella milizia, avendo egli acquistato borgo San Donnino, aiutato il Bonacossi a battere i Bolognesi, ed assistito Castruccio Antelminelli a battere i Fiorentini. Azzone in quest'incontro non dimenticò di far correre il palio sotto le mura di Firenze, per bilanciare il trattamento che i crocesignati fiorentini avevano fatto, due anni prima, ai Milanesi. Allora fu che egli acquistò la stima e l'amicizia di Castruccio; il che poi fu la cagione per cui egli e il padre e gli zii riacquistarono, siccome dissi, la libertà.

Appena si trovò Azzone alla testa d'uno Stato tranquillo, ch'ei pensò a circondare di mura la città. Le antiche di Massimiano Erculeo, cioè quelle che sono parallele al sotterraneo condotto delle acque e delle chiaviche, erano state demolite al tempo di Federico I. Le mura di Azzone si fabbricarono al luogo medesimo in cui si formò il terrapieno, ossia il fossato, nell'assedio di Barbarossa, e s'innalzarono nelle parti della città che ancora oggi chiamansi Terraggio, con vocabolo che nasce dalla barbara latinità, per indicare un terrapieno, ossia un rialzamento di terra e di legna; ad oggetto di preservare i cittadini dalle incursioni e dagl'insulti dei nemici. Celebrò Azzone le sue nozze con Catterina di Savoia, figlia del conte Lodovico, e magnificamente le celebrò. Azzone stese la signoria sopra Bergamo, Vercelli, Vigevano, Treviglio, Pizzighettone, Pavia, Cremona e Borgo San Donnino; e ciò nei primi due anni del suo principato. Indi diventò signore di Como; prese Lecco; fabbricò il ben ponte sull'Adda, che anche oggidì vi si ammira; s'impadronì di Lodi e Crema. A lui premeva anche Piacenza, ma ella era posseduta dal papa, col quale non conveniva di urtare. Francesco Scotti ambiva d'avere Piacenza, ed Azzone non lo stornò dall'impresa. L'ebbe Francesco; e allora il Visconti si pose in campo, la tolse all'usurpatore del dominio pontificio; e così, colla rispettosa apparenza di vendicare la Santa Sede, riacquistò Piacenza, che Galeazzo I, suo padre, aveva imprudentemente perduta. Azzone ebbe pure Brescia in dominio; e mentre così andava dilatando lo Stato, più per dedizione e per accordi, che per violenza delle armi, egli introduceva nella città una pulizia ed un ordine sconosciuto nei tempi rozzi precedenti. Abbellì egli le strade, e sbrattolle dalle sozzure; all'acque di pioggia, che prima le allagavano, diè sfogo con opportuno scolo nelle cloache; dettò provvide e moderate leggi per la conservazione dell'ordine civile: tutto in somma fu rianimato dalla cura indefessa di quel buon principe.

La gloria e la felicità di Azzone erano un tormento atroce nell'animo di Lodovico, ossia Lodrisio Visconti, cugino in quarto grado del principe. Lodrisio era buon soldato; pareva che fosse trasfusa in lui l'anima orgogliosa e forte di Marco. Già vedemmo come Lodrisio fosse celato in sua casa da Matteo, nel giorno in cui scoppiò la sollevazione contro del re Enrico. Veduto pure abbiamo come Matteo gli avesse dato il comando di Bergamo. Morto che fu Matteo, nessun caso più si faceva di Lodrisio. Lo Scaligero, signore di Verona, aveva licenziata una di quelle compagnie militari che prendevano in quei tempi servizio indifferentemente; e che pronte erano ad uccidere e devastare dovunque, in favore di chi voleva più pagarle. Lodrisio assoldò questa truppa, per tentate il colpo di scacciare il cugino, e collocarsi sul trono. Entrò nel Milanese e fece guasto largamente; e coll'improvvisa intrusione sbigottì e sorprese. Ma Lodrisio aveva preso a combattere contro di un principe che era buon soldato e che era amatissimo da tutti i sudditi. Nobili, popolari, tutti a gara corsero intorno di Azzone; cercando quanti erano capaci di portare armi, di combattere volontari per lui. Lodrisio si era attendato a Parabiago, e la sua armata era composta di duemila e cinquecento militi; ciascuno de' quali aveva due altri combattenti a cavallo di suo seguito; in tutto settemila e cinquecento cavalli. Aveva di più un buon numero di fanti e di balestrieri; il che formava un corpo d'armata poderosa per quei tempi; uomini tutti veterani e di somma bravura nel mestiero delle armi. L'armata d'Azzone andò a raggiugnere l'inimico; e talmente lo distrusse, che la giornata 21 febbraio 1339 è notata ancora ai tempi nostri nei calendari del paese, e se ne celebra la commemorazione. Dopo lunghissimo conflitto, in cui Luchino Visconti rimase ferito, più di tremila uomini e settecento cavalli restaron morti sul campo; duemila e cento cavalli furono presi; e fra i combattenti ben pochi fuorono quei che restarono illesi e senza ferita. Tanto ostinata fu la battaglia in cui, per colmo della vittoria, Lodrisio istesso rimase prigioniero d'Azzone! Federico I poneva i prigionieri sulla torre contro Crema, gli faceva impiccare, o per clemenza, loro faceva cavar gli occhi. Federico II li conduceva nudi, legati a un palo, in trionfo, poi, trasportandoli nel regno di Napoli, li consegnava al carnefice. Azzone non incrudelì contro alcuno de' prigionieri; e Lodrisio istesso, pure meritava la morte, come un suddito ribelle, fu umanamente trasportato prigioniero a San Colombano. Questa battaglia famosa di Parabiago viene riferita da due nostri cronisti che allora vivevano; da Galvaneo Fiamma e da Bonincontro Morigia; i quali, per rendere più maraviglioso il loro racconto, asserirono d'essersi veduto da molti sant'Ambrogio che stava in alto, e con una sferza nelle mani andava combattendo per Azzone Visconti. La chiesa milanese però non adottò tal visione, e unicamente attribuì alla protezione del santo l'esito fortunato della vittoria; anzi ora più nemmeno se ne celebra la messa. Al luogo della battaglia presso Parabiago s'innalzò una chiesa dedicata a sant'Ambrogio; la quale, nel secolo passato, fu distrutta, per edificare la più grandiosa che oggidì vi si osserva. Tutte le immagini di sant'Ambrogio che hanno la destra armata d'uno staffile, sono posteriori all'anno 1339, ossia all'epoca della battaglia di Parabiago. Si cominciò, sulla tradizione di questa visione, a rappresentare il saggio, prudente e mansuetissimo nostro pastore con volto furibondo, in atto di sferzare; e si è portata l'indecenza al segno di rappresentarlo sopra di un cavallo, a corsa sfrenata, colla mitra e piviale, e la mano armata di flagello in atto di fugare un esercito, e schiacciare co' piedi del cavallo i soldati caduti a terra. Il volgo poi favoleggiò, e crede tuttavia, che ciò significhi la guerra di sant'Ambrogio cogli Ariani; coi quali il santo pastore non adoperò mai altre armi che la tolleranza, la carità, l'esempio e le preghiere. Sarebbe cosa degna de' lumi di questo secolo, se nelle nuove immagini ritornassimo ad imitare le antiche; togliendo la ferocia colla quale calunniamo il pio pastore. Nelle monete milanesi da me vedute, le prime che portano quest'iracondia da pedagogo, sono posteriori di quindici anni alla battaglia; e le mie di Azzone, di Luchino e di Giovanni, hanno sant'Ambrogio in atto di benedire. Il conte Giulini ne riferisce una di Luchino collo staffile, ch'ei dice tratta dal museo di Brera: ora non credo che vi si trovi quella moneta; almeno nel museo di Brera a me non è accaduto di riscontrarla. Come mai questo fatto d'armi si rendesse tanto celebre, e come nei giorni fausti siasi tanto distinto il 21 di febbraio, e nessuna menzione trovisi fatta del giorno, ben più memorando, 29 di maggio, in cui l'anno 1176 venne totalmente battuto Federico I dai Milanesi, potrebbe essere il soggetto d'un discorso. Nel primo caso un ribelle che non aveva sovranità o Stati, fu sconfitto da un principe che dominava dieci città; nel secondo una povera città, che aveva sofferto i mali estremi, sconfisse un potentissimo imperatore che avea fatto tremare la Germania, l'Italia e la Polonia. Nel primo caso si combatté per ubbidire più ad Azzone che a Lodrisio; nel secondo si combatté per essere liberi, o per essere schiavi. Pare certamente che meritasse celebrità assai maggiore la giornata 29 di maggio. Ma la fortuna ha molta parte nel distribuire la celebrità. È vero che una nascente repubblica nel secolo duodecimo non aveva né l'ambizione né i mezzi che poteva avere un gran principe nel secolo decimoquarto, per tramandare ai posteri un'epoca gloriosa.

Le dieci città sulle quali dominava Azzone Visconti erano Milano, Pavia, Cremona, Lodi, Como, Bergamo, Brescia, Vigevano, Vercelli e Piacenza. Oltre le fabbriche pubbliche, delle mura, de' ponti, delle strade, questo principe rifabbricò ed ornò, in modo meraviglioso per que' tempi, il palazzo già innalzato dal di lui avo Matteo I, dove ora sta la regia ducal corte. Il Fiamma, autore allora vivente, ce ne dà una magnifica idea. V'era un gran numero di sale e di stanze, tutte fregiate di assai pregevoli pitture. Il gran salone era sopra tutto ammirato per le pitture eccellenti; il fondo era d'un bellissimo azzurro; e le figure e l'architettura erano d'oro. Quel salone rappresentava il tempio della Gloria, ed è strana la riunione degli eroi che vi si vedevano dipinti; Ettore ed Attila; Carlomagno ed Enea; Ercole ed Azzone Visconti. La storia era poco conosciuta in que' tempi, e le idee della gloria e dell'eroismo non erano chiare. Queste pitture erano opera del famoso Giotto, che diede vita alla pittura, giacente da mille anni; e il Vasari ci attesta ch'ei da Firenze venne a Milano, e vi lasciò bellissime opere. È anche probabile che vi lavorasse Andrino da Edesia, pavese, uno de' più antichi ristoratori della pittura, che viveva in quel secolo. Né la sola pittura era premiata e promossa da questo buon principe, tanto più degno di stima, quanto che allora appena spuntava l'aurora delle belle arti. Egli invitò e protesse Giovanni Balducci, pisano, esimio scultore per quei tempi, di cui si può conoscere il valore nell'arca di marmo di san Pietro Martire, poco fa da me ricordata. Col mezzo di questi artisti, i primi del loro tempo, Azzone abbellì la sua corte, e insegnò ai nobili un genere di lusso colto ed utilissimo ai progressi delle belle arti. La torre di San Gottardo è il solo avanzo che ci rimane per avere una idea del gusto dell'architettura di Azzone; ed è un pregevole monumento, singolarmente perché erano i primi passi che si facevano dalla somma barbarie al nobile ed elegante modo di fabbricare. Anche un altro motivo rende quella torre degna d'osservazione; ed è che ivi Azzone fece collocare un orologio che batteva le ore; macchina allora affatto nuova e sorprendente, dalla quale prese nome la via delle ore, come anche in oggi viene chiamata. Anticamente eranvi le guardie per le strade, le quali, colle clepsidre, ovvero cogli oriuoli a polvere misurando il tempo, ad ogni ora gridavano, avvisando i cittadini, come ancora si suole nella Germania. Questa macchina ingegnosa, che batte tanti colpi sulla campana quante sono le ore, fu inventata da un monaco benedettino, inglese, per nome Wallingford, e posta ad uso pubblico in Londra l'anno 1325. Ma probabilmente allorché Azzone la collocò sulla sua torre, ancora non ve n'era alcuna nell'Italia; poiché il famoso orologio che fece porre in Padova Giovanni Dondi, per cui la famiglia acquistò il sopranome Dondi Orologio, vi fu collocato cinque anni dopo morto Azzone, cioè l'anno 1344; e l'orologio in Bologna si conobbe dopo che era celebre quello di Padova. Così Azzone aveva rivolto il lusso e la magnificenza verso di oggetti che tutti animavano il paese a illuminarsi, a risorgere, ed avanzarsi al buon gusto ed alla perfezione. Egli amava le curiosità, e aveva nella corte i serragli di fiere. Leoni, scimmie, babbuini, struzzi, ecc.; oggetti tanto allora più rari, quanto meno in quei tempi era la fratellanza e la sicurezza fra nazione e nazione. Aveva delle vaste uccelliere, coperte di rame, come si fa ancora presentemente, e queste popolate da uccelli rari e di paesi lontani. In mezzo al cortile v'era una magnifica peschiera, entro della quale dalle fauci di quattro leoni, scolpiti in marmo con nobile lavoro, sgorgava l'acqua limpidissima ed abbondante; e quest'acqua, la quale presentemente passa coperta sotto della regia ducal corte, l'aveva Azzone raccolta da due sorgenti ritrovate fuori di porta Comasina, nel luogo detto alla Fontana, e per canali sotterranei l'aveva condotta sino al suo palazzo. S'ingannano coloro che confondono quest'acquedotto col Seveso, colla Cantarana o col Nirone. Non so se presentemente potrebbe quell'acqua sgorgare, come prima, entro di una peschiera; poiché il suolo, colle ripetute demolizioni e fabbriche accadute in quel palazzo, si è notabilmente innalzato, come si vidde l'anno 1779, allorquando si abbassò la strada che divide il Duomo dalla Corte, la quale si era alzata più di tre braccia da che venne fabbricato il Duomo. Il Fiamma ci racconta che in quella peschiera vi stavano diversi uccelli acquatici, e che eravi in piccolo formato, da un canto, il porto di Cartagine, con figurine rappresentanti la guerra Punica. Ciò basta per dare una idea del gusto di quel buon principe, il quale terminò i suoi giorni il 16 di agosto dell'anno 1339, senza lasciare figli. Undici anni soli regnò quell’amabile signore, che gli autori contemporanei, tutti concordemente, ci descrivono di bella figura, di nobile aspetto, grazioso, buono, giusto, e adorato da' suoi popoli; che rimasero inconsolabili, dovendo perdere un tanto caro protettore della patria, nell'età ancor fresca di trentasette anni. Più di tremila persone vestirono il lutto alla di lui morte. La figura di questo amato principe si vede nel di lui mausoleo, che trovasi presso del signor conte Carlo Anguissola, nobilissimo amatore delle belle arti e dell'antichità della patria. Azzone fu il primo che veramente fosse sovrano; e laddove nessuno dei Torriani, né Ottone Visconti, né Matteo I, né Galeazzo I ardirono mai di porre il loro nome nella moneta; la quale anzi sempre fu coniata o col nome solo di Milano e di sant'Ambrogio, ovvero coll'aggiunta del nome del re de' Romani o dell'imperatore; Azzone pose il suo nome e la biscia nelle monete milanesi. E in ciò è degna d'osservazione la gradazione tenuta; avendo io delle monete milanesi di Lodovico il Bavaro, coniate sul modello di quelle di Enrico di Lucemburgo; indi una di Lodovico, la quale ha nel campo unicamente le due lettere A Z. Fu questo il primo tentativo di Azzone, in seguito a cui, trascurò poi interamente il nome imperiale, e sostituì il proprio, apponendovi lo stemma del suo casato.

Capitolo XII

Di Luchino, di Giovanni arcivescovo, e dello stato della città sino verso la metà del secolo XIV

Il consiglio generale di Milano, nel giorno 17 agosto 1339, cioè nel giorno immediatamente dopo la morte di Azzone, che non lasciò figliuolanza, proclamò signori di Milano Luchino e Giovanni Visconti, zii paterni di Azzone, e i soli figli ancora viventi di Matteo I. Sebbene però a tutti due i fratelli fosse data la sovranità, e che gli atti pubblici per la maggior parte fossero in nome di entrambi, realmente però Luchino da solo disponeva d'ogni cosa. Giovanni era di placido e benigno carattere, e non volle mai contrastare col risoluto e qualche volta violento Luchino, il quale sapeva ben regolare lo Stato. I fatti mostrarono poi, quando Giovanni rimase a regnar solo, che nel partito da lui preso nessuna parte vi ebbero la debolezza o i vizi dell'animo; ma fu guidato dalla sola ragione e dalla virtù. Alle dieci città che lasciò Azzone, aggiunse Luchino Asti, Bobbio, Parma, Crema, Tortona, Novara ed Alessandria; e così divenne signore di diciasette città, la maggior parte sottomesse colle armi; il che gli rese nemici il conte di Savoia, il marchese di Monferrato, i signori Gonzaghi, i Genovesi ed altri Stati d'Italia, sbigottiti dalla forza preponderante collocata in così breve spazio di tempo nella casa Visconti; poiché ne' primi tre anni del suo governo Luchino estese a tale ampiezza lo Stato. Oltre al dominio del marchese d'Este, cui Luchino aveva mosso guerra, le di lui armi eransi inoltrate fino a Pisa, e costrinsero i Pisani a chiedere pace, pagando a Luchino centomila fiorini d'oro, ed obbligandosi a presentargli ogni anno un palafreno con due falconi in segno d'omaggio: ecco ciò che questo principe fece per l'ingrandimento del suo Stato. Molto fece egli ancora per mantenere e introdurre l'ordine sociale nel suo dominio. (1348) Ei preservò Milano dalla peste l'anno 1348. Egli non volle proteggere veruna fazione; e Guelfi e Gibellini indistintamente erano difesi dalle stesse leggi, e ritrovavano egualmente giustizia. Le strade poi, che per l'addietro erano infestate da' ladri, divennero sicurissime; per ottener la qual cosa Luchino si appigliò ad un partito singolare. Prese egli al suo stipendio i masnadieri medesimi che vivevano in prima saccheggiando i passaggieri, e da costoro le fece custodire, il che mirabilmente si ottenne. Oltre i masnadieri, erano saccheggiati i viandanti da cento angherie che loro imponevano i feudatari nelle giurisdizioni de' quali conveniva loro di passare; il che sembra una prova di più delle antiche prepotenze de' nobili sopra de' popolari, delle quali si è superiormente trattato. Luchino promulgò provvide leggi, ch'ebbero per oggetto di preservare i poveri dall'oppressione, sollevare il popolo da' carichi, assoggettarvi i ricchi, e togliere ai nobili ogni mezzo d'esercitare impunemente estorsioni e violenze. La politica di Luchino dispensò la plebe dall'obbligo di servire nelle guerre; e, coll'apparenza d'un pietoso beneficio, allontanò così il popolo dal maneggio dell'armi, e piantò l'ordine e la sicurezza pubblica sotto di un'assoluta monarchia. Vegliava egli sulla esecuzione di tai regolamenti, ed era severamente punita la prepotenza di chiunque. Stabilì in Milano un supremo giudice, che si nominò sgravatore, e nel latino di quella età exgravator: magistrato che si rese celebre in quei tempi per l'autorità, non meno che pel buon uso a cui l'impiegava. Questo sgravatore doveva sempre essere un forestiere, e non doveva avere né moglie né figli né parenti in Milano. Anzi si portava la diffidenza al segno, che non era mai permesso allo sgravatore di andare a cibarsi in casa di alcuno, ma doveva sempre starsene solo in casa propria. Il ministero dello sgravatore era di decidere sommariamente e senza appellazione le querele di coloro che si credessero indebitamente gravati da qualunque altro giudice, e invigilare sulla retta amministrazione della giustizia. Il sistema delle strade nel circondario delle dieci miglia dalla città, che continuò sino ai giorni nostri, era d'istituzione di Luchino. In conseguenza di tali regolamenti, col favore della sicurezza pubblica, s'introdusse il commercio e l'industria. S'incominciarono a piantare a que' tempi in Milano alcune fabbriche d'oro e di seta. L'agricoltura si rianimò, e se ne cominciarono a conoscere i raffinamenti. Si perfezionò la coltura della vite, e si principiò a preparare un vino più delicato, che chiamavasi vernaccia. S'introdussero razze di cavalli e di cani. La popolazione s'andava accrescendo. I costumi s'ingentilivano; e il Fiamma, deplorando, con poco giudizio, questi cambiamenti, rimproverava ai Milanesi de' suoi giorni l'eleganza del vestire, la pompa degli ornamenti, la squisitezza delle mense e lo studio delle lingue forestiere: studio il quale fa conoscere che il commercio era già dilatato in paesi oltramontani.

Sin qui ho rappresentato in compendio le buone qualità di Luchino, ora l'imparzialità storica mi obbliga a dirne ancora i vizi. Francesco Pusterla, nobile ed onorato cittadino non solo, ma uno de' più amabili, più ricchi e più splendidi signori di Milano, aveva in moglie la signora Margherita Visconti, parente del sovrano, donna di esimia grazia e bellezza. Luchino pensò di sedurla, come aveva fatto a Piacenza colla signora Bianchina Landi il di lui fratello Galeazzo I; ma trovò la fedeltà istessa e lo stesso amore verso lo sposo anche nella virtuosa Margherita. La tela era già ordita per far soffrire a Luchino il destino medesimo di Galeazzo; se non che il cauto e sospettoso Luchino fu pronto a scoprirla e lacerarla. Tutto era disposto per discacciare con una rivoluzione questo principe dal suo trono, e si dubita che i di lui nipoti Matteo, Barnabò e Galeazzo fossero complici. Ma Luchino prese talmente le sue misure, che Francesco Pusterla, fautor principale della congiura, appena ebbe tempo bastante di salvarsi colla fuga, e di ricoverarsi presso del papa in Avignone. Fin qui si vede un vizio di questo principe; ma in seguito si manifesta un'iniquità bassa ed atroce. Non risparmiò spesa o cura Luchino per attorniare in Avignone istesso il Pusterla d'insidie e di consiglieri, i quali, con simulata amicizia, lo animassero a ritornare nell'Italia, persuadendogli che presso dei Pisani avrebbe trovato un sicurissimo asilo, e si sarebbe collocato più vicino alla patria per rientrarvi ad ogni opportunità. Furono tanto moltiplicati i consigli, e tanto apparenti le ragioni, che alla fine il Pusterla si arrese, s'imbarcò, e per mare si trasferì a Pisa; ove arrestato venne dai Pisani, che temevano le armi di Luchino, e a lui fu consegnato. Francesco Pusterla, trasportato a Milano, terminò la sua vita coll'ultimo supplicio. Un gran numero de' suoi amici diedero al popolo lo stesso spettacolo; e quello che rese ancora più crudele la tragedia, si fu che la nobile e virtuosa Margherita dovette, al paro degli altri, finire nelle mani del carnefice. Il luogo in cui si eseguì la carnificina fu al Broletto Nuovo, cioè alla piazza de' Mercanti, dalla parte ove alloggiava il podestà, ed ove vedesi la loggia di marmo delle scuole palatine collo sporto in fuori, da dove solennemente il giudice pronunziava le sentenze di morte. I nobili venivano ivi su quella piazza abbandonati all'esecuzione: all'incontro i plebei erano trasportati fuori di porta Vigentina al luogo del supplicio. L'industriosa sagacità adoperata da Luchino per cogliere nell'insidia il Pusterla, potrebbe essere una lode per uno sbirro o un bargello, ma è una macchia che disonora un sovrano. La crudeltà poi di far condannare all'orrore del supplicio una donna amata, in pena della sua virtù, è una macchia ancora più obbrobriosa e vile. Luchino esiliò dallo Stato i tre suoi nipoti, figli di Stefano, cioè Matteo, Barnabò e Galeazzo. La ragione di Stato forse giustificava un tal rigore, singolarmente dopo i sospetti di loro complicità nella congiura dell'infelice Pusterla. Pretendono alcuni che Galeazzo, il nipote, fosse anche troppo intimamente unito alla signora Isabella Fieschi, moglie di Luchino, e che il bambino ch'ella partorì, ed ebbe il nome di Luchino Novello, per questa cagione insieme colla madre vedova passasse poi a Genova, e non entrasse mai nella serie de' nostri principi. Avrà avute quel sovrano le sue buone ragioni per tenersi lontani i nipoti; ma le insidie colle quali incessantemente li perseguitava nei paesi lontani, la miseria e la povertà nella quale gemevano sempre raminghi, sconosciuti ed erranti (ora nella Francia, ora nella Germania e persino nella Palestina, ove Galeazzo fu creato cavaliere del Santo Sepolcro), son prove d'un animo niente generoso, ma anzi vendicativo e crudele. Il Corio ci dice come Luchino aveva obtenuto che 'l papa haveva declarato che Barnabò e Galeazzo suoi nepoti, per lui relegati ale confine come suspecti de la fede, violatori de la pace, perjuri e detestandi, non puotessino contrahere matrimonio, e morendo manchassino de ecclesiastica sepultura, ne che imperatori ne re con epsi potessino havere confederazione, dil che tri jurisperiti, difendendo li prenominati fratelli, si appellarono de tanta nephandissima declaratione alo imperatore. E in fatti era cosa evidente che, volendosi dividere la signoria d'Azzone, i tre fratelli Matteo, Barnabò e Galeazzo avrebbero dovuto per giustizia possedere la porzione di Stefano, loro padre e fratello di Luchino e di Giovanni; e può darsi che l'ingiustizia che provavano, essendo esclusi nella divisione, fosse l'origine di questi guai. Gli avvenimenti sono lontani da noi, e non ci sono noti che per quel poco che alcuni ce ne hanno tramandato. L'indole di Barnabò e di Galeazzo era perversa, come dimostrarono poi; quindi Luchino avrà forse avute delle ragioni colle quali giustificarsi.

L'occasione della morte di Luchino la riferirò colle parole istesse di Pietro Azario. Voverat autem praedicta domina Elisabeth, ejus uxor, visitare ecclesiam Sancti Marci in Venetiis, ut dicebat. Cui itineri dominus Luchinus annuit. Et sociata multis proceribus utriusque sexus, iter arripuit, et tamquam imperatrix et cum maximis dispendiis et curia pubblicata, recepta fuit in Verona per dominum Mastinum. Complevitque iter suum, et dicitur etiam voluntatem suam complevisse circa coitum; et aliae sociae suae de majoribus Lombardiae fecerunt illud idem. Propterea multa scandala sequuta sunt. Sed quia amor et tussis nequeunt celari, nec aliquod tam occultum, quod non reveletur, quum ipsa rediisset, dominus Luchinus scivit et audivit de gestis. Sed tamquam sapiens curavit dare ordinem de vindicta. Et quia una die dixit, quod in brevi facturus erat in Mediolano majorem justitiam, quam umquam fecisset, cum pulchro igne, praedicta ejus uxor percepit quod ipsa erat in justitia; illa intellecta, propter commissa cum persona, non poterat se excusare a praedictis, sicuti alias excusaverat. Qualiter autem processissent negotia, ignoratur, nec scribitur. Sed dominus Luchinus vindictam illam facere non potuit propter defectum vitae. (1349) Così Luchino Visconti si trovò improvvisamente morto il giorno 24 di gennaio 1349, all'età di cinquantasette anni, dopo di avere signoreggiato nove anni ed alcuni mesi. L'Azario non dice che la moglie lo avesse avvelenato, ma con un verso conclude:

Nam nulli tacuisse nocet: nocet esse locutum.

Ei ci descrive Luchino così: Austerus homo visu et opere erat, parcus in promittendo, largus in attendendo. Sotto il principato di lui in Milano crebbe notabilmente la popolazione, la ricchezza e l'industria; e non poteva a meno che ciò non accadesse in una metropoli mantenuta in pace, situata in un fertilissimo terreno, sotto un sovrano che proteggeva e vegliava su i poveri e popolari, contenendo i potenti, che manteneva l'ordine pubblico e il facile corso alla giustizia: essendo la sede d'un principe che dominava diciasette città del contorno. Il carattere di Luchino è un misto di buone e di cattive qualità: cuore insensibile e mente illuminata per governare, unita a forza d'animo e valor personale, il che può formare un fausto principato, non mai un principe buono o grande; qualità generose, che hanno sempre per base un cuore buono. Le lacrime sparse alla morte d'Azzone erano un encomio per il principe trapassato, e un biasimo preventivo per quello che subentrava; simili desolazioni pubbliche si vogliono sempre dividere per metà. Luchino in fatti fu sommamente temuto per la sua risolutezza, per la sua implacabile severità, e per la sua profonda dissimulazione

Ostendebat de paucis curare et de multis curabat,

dice l'Azario.

Giovanni Visconti, figlio di Matteo I, fino dall'anno 1317 era stato canonicamente eletto arcivescovo di Milano; ma il papa, al quale dava non poco fastidio la rapida fortuna de' Visconti, di propria autorità nominò e consacrò un altro arcivescovo, e fu, siccome dissi, il francescano frate Aicardo; il quale visse sempre ramingo ed esule dalla sua chiesa, dove appena poté ricoverarsi un mese prima della sua morte, accaduta nel 1339. Allora di bel nuovo gli ordinari elessero per la seconda volta Giovanni Visconti. I tempi erano mutati e, quantunque Giovanni avesse accettata la dignità di cardinale della chiesa romana dall'antipapa Nicolò V (dignità ch'ei però aveva deposta al riconciliarsi che fecero i Visconti col papa), Clemente VI lo riconobbe e preconizzò arcivescovo l'anno 1342. Giovanni, il giorno 17 di agosto 1339, era già stato dichiarato signore di Milano dal consiglio generale, insieme col fratello Luchino; quindi, dopo la morte di questi, non v'ebbe bisogno di nuova elezione per dargli la signoria; onde egli, senz'altra cerimonia, venne da ognuno obbedito. Si trova però un decreto memorabilissimo, fatto dal consiglio generale, verosimilmente in questo tempo; poiché oltre al confermare il dominio all'arcivescovo Giovanni, il principato, che sino a quel giorno era stato elettivo, si stabilì ereditario. Tale decreto leggesi in un antico codice segnato A, che si conserva nell'archivio del reale castello, segnato n. 1, p. 11. Ecco le di lui parole: Quod praefatus magnificus et excelsus dominus Johannes, filius quondam bonae memoriae domini Matthei de Vicecomitibus, et posi ejus domini Johannis decessum, eo modo, quilibet alius masculus, descendens per lineam masculinam et ex legittimo matrimonio ex praefato quondam domino Matthaeo de Vicecomitibus sit et sint perpetuo verus et legitimus et naturalis dominus, et veri et legitimi et naturales domini civitatis et totius districtus et dioecesis et jurisdictionis Mediolani. Questo decreto ivi è mancante e del principio e del fine. Forse vi erano delle condizioni colle quali veniva moderata la perpetua sovranità; anzi è assai probabile che il consiglio non volesse privarsi del prezioso diritto dell'elezione, senza una reciproca ricompensa che assicurasse la immutabile conservazione de' privilegi del consiglio medesimo. Ma questo archivio, stato custodito dai sovrani che in seguito signoreggiarono, non poteva essere un sicuro deposito di simile documento, in quella parte che avrà limitata la sovranità. Il consiglio, composto di cittadini che non erano stati nominati nei comizi generali, ma dal principe istesso, ovvero da un podestà che gli era subordinato, non poteva obbligare la città, la quale non era rappresentata dal consiglio, se non illegalmente. E quand'anche i consiglieri poi avessero una legittima rappresentanza, non potevano conferire ad altri, se non quanto era in dominio della città medesima. La suprema sovranità dell'Impero, per diritto, sussisteva; e la pace di Costanza l'aveva definita centosessantasei anni prima. Onde quest'atto non poteva confidare ai Visconti se non quella porzione della sovranità che, in vigore di quella pace, era rimasta alla città, cioè i tributi, l'elezione de' magistrati, la guerra e la pace; ma non mai togliere l'appellazione all'imperatore, né il vassallaggio stabilito nell'anzidetta pace.

Appena l'arcivescovo Giovanni rimase solo alla testa dello Stato, ognuno dovette conoscere che la passata sua non curanza del governo certamente non nasceva da mancanza di talento per governare, né da indifferenza per la gloria, né da insensibilità per il pubblico bene. Il virtuoso principe cominciò il suo regno col fare la pace co' vicini; col conte di Savoia, co' Gonzaghi, col marchese di Monferrato e co' Genovesi, posti prima in armi per le invasioni che Luchino aveva fatte, dilatando lo Stato proprio a danno loro. Assicuratosi così d'un pacifico dominio, la natura e l'indole sua benefica lo portarono a terminare la miseria degli esuli nipoti. Matteo, Barnabò e Galeazzo furono richiamati dall’esilio ed accolti come a principi si conveniva. Diede Regina della Scala in moglie a Barnabò, e Bianca di Savoia a Galeazzo; e festeggiò quelle nozze illustri con pompe ed allegrezze pubbliche; fra le quali vi furono de' tornei d'una nuova foggia, cioè colle selle alte, usanza che Barnabò aveva insegnata, seguendo la costumanza da lui imparata nella Francia. Oltre lo stato signorile e lieto al quale fece passare i nipoti, quel magnanimo arcivescovo si risovvenne di Lodrisio Visconti, che, dopo la battaglia di Parabiago, da più di dieci anni languiva in carcere, e lo rese libero. L'anima grande e generosa di Giovanni non dava luogo a quelle diffidenze e sospetti che dominavano nel cuore di Luchino. (1350) Appena un anno era passato da che Giovanni reggeva lo Stato, esteso sopra diciasette città, quale glielo aveva lasciato Luchino; ch'egli, senza umano sangue e senza pericolo, fece un insigne acquisto; e col mezzo di duecentomila fiorini d'oro sborsati a Giovanni Pepoli, comprò il dominio della città di Bologna l'anno 1350. Prevedeva però il sovrano arcivescovo che questa importantissima addizione non poteva accadere senza forti contrasti, singolarmente per parte del papa, il quale, sebbene domiciliato in Avignone, sempre stava vigilante sull'Italia; e se tollerava che il Pepoli, piccolo principe, e che facilmente poteva superarsi, dominasse Bologna, non così tollerante doveva essere poi, passando quella a incorporarsi nella potente dominazione de' Visconti. In fatti Clemente VI mandò un ordine all'arcivescovo Giovanni, acciocché, entro lo spazio di quaranta giorni, dovesse restituire Bologna alla Santa Sede; minacciando in caso di contumacia di volerlo scomunicare, insieme ai nipoti suoi quanti erano, e porre all'interdetto tutti i popoli del suo dominio. (1351) Giovanni non si cambiò per questo, né pensò di abbandonare Bologna; onde il giorno 21 di maggio dell'anno 1351 il papa scomunicò l'arcivescovo e i tre nipoti Matteo, Barnabò e Galeazzo, e pose l'interdetto su tutte le diciotto città dei Visconti. Il Corio ci racconta come il pontefice, sdegnato contra di lui per la presa di Bologna, havendo questa città interdicta, li destinò un legato, il quale con somma humanità dal Presule fu ricevuto. Duoppo li expuose per parte del summo sacerdote che a Santa Chiesia volesse restituire Bologna, e che anche dil suo dominio una cosa facesse, e che il spirituale o che il temporale solo administrasse: la qual cosa intendendo Giovanne, respuose che la proxima domenica nel magiore templo de Milano li darebbe conveniente risposta, dove il deputato giorno convenendosi ogniuno, Giovanne con grande solennitate celebrò la messa, la quale essendo finita, in cospecto dil populo, il legato, secundo l'ordine dato un altra volta replicò l'ambasciata dil pontefice, onde dappoi il magnanimo arcivescovo evaginò una lucente spada quale haveva a lato, e da la mano sinistra pigliò una croce dicendo: questa è il mio spirituale, e la spada voglio che sia il temporale per la difesa di tutto il mio imperio; e non con altra risposta il legato tornando al pontefice referì quanto da lo arcivescovo Giovanne haveva havuto. Siegue poscia il Corio medesimo a narrarci, come, essendo il papa sempre più irritato ed animoso contro dell'arcivescovo Giovanni, lo citasse a comparire in Avignone; e che l'arcivescovo Giovanni, preparato già a comparirvi col seguito di dodicimila cavalli e seimila fanti, venisse poi dispensato dal papa istesso dall'intraprendere il viaggio, e si accomodasse in tal guisa pacificamente ogni cosa. Anche il Giovio e il Ripamonti raccontano questi fatti. Il Muratori ed il conte Giulini non prestano in ciò fede al Corio. Sono però gli autori d'accordo nell'asserire che la scomunica e l'interdetto vennero pubblicati, e che la riconciliazione si fece ben tosto, ritenendo il Visconti Bologna in qualità di Vicario della Santa Sede. Fra le mie monete patrie una ne ho d'oro, valore d'un gigliato, di Bologna, colla biscia Visconti, che credo battuta in questi tempi.

(1353) Bologna erasi acquistata senza pericolo e senza sangue; e senza sangue o pericolo l'accorto Giovanni acquistò una altra non meno cospicua città, cioè Genova, l'anno 1353, ed ecco come. Erano i Genovesi impegnati sventuratamente a guerreggiare contro de' Veneziani, collegati col re Pietro di Aragona. Erano stati malamente battuti da quelle forze preponderanti i Genovesi. Le loro navi erano quasi distrutte; e Genova si trovava bloccata dalla parte del mare; e per terra ancora, dalla parte di ponente, custodita dagli Spagnuoli; per modo che non le rimaneva altra via per ottenere i viveri, che già mancavano, se non dalle terre possedute da Giovanni arcivescovo. Proibì questi che né da Alessandria, né da Tortona, né da Piacenza, né dalla Lunigiana, né da veruna altra parte del suo Stato venisse portato alcun alimento ai Genovesi; e così, anzi che perire o cader nelle mani de' loro nemici, quei cittadini presero il solo partito che loro rimaneva, offrendo a Giovanni la signoria della loro città. Quest'offerta venne accettata ben presto, e il nuovo principe, nel mese di ottobre del 1353, prendendo solennemente possesso di quella illustre città, v'introdusse al momento l'abbondanza e la gioia. Così aggiunse Giovanni al suo Stato la decimanona città, e diventò padrone di un porto di mare. Ciò fatto spedì quel principe a Venezia degli ambasciatori, acciocché cessassero i Veneziani di offendere Genova, divenuta cosa sua. I Veneziani, i quali già dovevano vedere con sospetto la potenza preponderante del Visconti, non vollero ascoltare discorso di pace. (1354) Giovanni fece allestire una poderosa armata navale, la quale lasciò il porto di Genova, spiegando al vento del mare, per la prima volta, le insegne della vipera; e seppe così bene farsi rispettare, che bruciò Parenzo, città marittima dell'Istria soggetta ai Veneziani, indi batté la flotta veneziana presso Modone, sulle costiere della Grecia. Quando, ventisei anni prima, Giovanni Visconti trovavasi coi fratelli nel carcere orrendo di Monza, chi avrebbe mai potuto prevedere ch'ei dovesse un giorno rappresentare sul teatro del mondo il personaggio che vi sostenne poi! Chi mai avrebbe potuto accostarsi all'orecchio di Matteo, mentre viveva da povero privato in Nogarola, e dirgli: tu sarai sovrano, e da qui a quarant'anni i figli tuoi domineranno un principato che potrà nominarsi un regno: Bologna, Parma, Piacenza, Cremona, Crema, Bergamo, Brescia, Como, Milano, Lodi, Pavia, Vigevano, Novara, Alessandria, Tortona, Vercelli, Asti, Genova e Bobbio; dicianove città! L'Ente Supremo regge gli avvenimenti. Il saggio impara ad adorarne i decreti; si tiene modesto nella prospera, e fermo nell'avversa fortuna.

Se Azzone aveva invitato, siccome ho detto, i migliori artisti, e gli aveva condotti a Milano, Giovanni vi accolse e vi onorò sommamente il più dotto ed elegante letterato di quel secolo, Francesco Petrarca. Egli venne a Milano l'anno 1353, per vedere la città; e l'arcivescovo Giovanni, sensibile al merito, lo onorò tanto, che lo indusse a fissarvi la sua dimora. Il buon principe era magnifico e sociale. La corte era aperta agli uomini di merito, nazionali o forestieri. Egli amava la società della mensa; e tanto crebbe presso di lui la stima del Petrarca, che lo fece sedere nel suo consiglio, e lo spedì a Venezia suo ambasciatore all'occasione detta pocanzi. Petrarca, nelle sue lettere si esprime che egli amava in Milano gli abitanti, le case, l'aria, i sassi, non che i conoscenti e gli amici. L'unica figlia sua la maritò in Milano a Francesco Borsano; e la tenerezza che egli aveva per quella e per il figlio adottivo Borsano, ch'egli poi istituì suo erede, gli rendevano caro questo soggiorno come una nuova sua patria. Scrivendo Petrarca della prepotente influenza del clima, oggetto sviluppato nel nostro secolo dall'immortale Carlo Secondat, ma non intentato dal Petrarca, ei così dice de' Milanesi: Totam praeterea Rheni vallem colonis ab Augusto missis habitatam invenio; verum haec sedium mutatio non patriam ad quam pergitur, sed pergentes immutat. Itaque et Galli in Asiam, Asiani, et Itali in Phrygiam profecti, Phryges, et post Troyae excidium in Italiam reversi, Itali iterum facti sunt. Sic nostri, in Galliam vel Germaniam traslati, naturam illarum partium imbiberunt moresque barbaricos, et Mediolanenses, a Gallis conditi atque olim Galli, nunc mitissimi hominum, nullum servant vestigium vetustatis; ita vis coelestis humana moderatur ingenia . Petrarca aveva tanta passione per l'Italia, che potevasegli imputare a ragione la ingiustizia colla quale detestava i costumi oltramontani; dal che però ne risultava una lode esimia ai Milanesi. Egli alloggiava dicontro a Sant'Ambrogio; anzi nel suo testamento, pubblicato nelle opere sue, ordinò d'essere ivi tumulato, qualora fosse morto in Milano. Questo testamento lo fece in Padova l'anno 1370. Aveva Petrarca una piccola villa, poco discosta dalla città, nelle vicinanze della Certosa di Garignano; e quel casino solitario lo chiamava Linterno, col nome della villa di Scipione Africano; comunemente poscia acquistò nome l'Inferno, parola più nota della prima. Si dice che Giovanni Boccaccio, per amore del suo amico Petrarca, vivesse qualche tempo con lui in Milano, e al suo Linterno. Si dice ancora che, dopo la morte di Giovanni arcivescovo, cadendo la signoria di Milano nelle mani de' tre figli di Stefano, Matteo, Barnabò e Galeazzo, Petrarca recitasse l'orazione inaugurale nella chiesa maggiore, ove celebravasi la funzione di consegnar loro il dominio; e che un impudente astrologo, ad alta voce gridando, lo interrompesse asserendo che in quel momento i pianeti erano faustamente collocati; e non si doveva perderlo, per non avventurare la prosperità del nuovo governo. Si pretese anzi, che, essendosi consegnato il bastone del comando a Matteo fuori del tempo, da ciò ne accadesse poi il misero e presto suo fine. La credulità e l'ignoranza erano certamente grandi a quei tempi; e alcuni pochi uomini illuminati non bastavano a sgombrarla sì tosto dai popoli, che le avevano ereditate dalla lunga notte de' barbari secoli precedenti. Petrarca fu da' Visconti spedito ambasciatore al re di Francia Giovanni, ed all'imperatore Carlo IV, che trovavasi in Praga; e tanto venne considerato il di lui merito, ch'egli stesso fu trascelto all'onore di levare al sacro fonte il primogenito che nacque dalle nozze di Barnabò; e in quella occasione compose il Genethliacon Marci Mediolanensium principis, che così comincia:

Magne puer, dilecte Deo, titulisque parentum

Praefulgens, populis olim venerande superbis,

Sit modo vita comes, teneris sit spiritus annis;

Expectate diu nobis, patriaeque patrique,

Laete veni, vitaeque viam foelicibus astris

Ingredere, et rebus gaudens accede secundis:

Te Padus expectat dominum, etc.

poi, dopo di aver descritti i fiumi del vasto di lui Stato, passa a fargli dono d'una coppa d'oro co' versi seguenti:

Quum tamen egregius vivendo adoleverit infans,

Hanc habeat pateram, et roseo bibat ore jubeto:

Parva decent parvos; minimus sum, maximus ille,

Parva sed est aetas, lucis nova limina nuper

Attigit, et coelum trepido suspexit ocello;

Aetati, non fortunae, munuscula dantur

Apta suae, ludet, nitido mulcente metallo;

Spernet idem ex alto fuerit dum plenior aetas,

Et rutilam terre faecem sciet esse profundae.

At fortasse sibi tunc carmina nostra placebunt;

Perleget, et secum, sacro dum fonte levabar

Tanto humilem excelsus genitor dignatus honore est.

Probabilmente Petrarca (che non poteva stare in Firenze, sua cara patria, immersa nelle fazioni) disingannato dai viaggi fatti nella Francia e nella Germania, non avrebbe mai più abbandonato il nostro paese, dove viveva ammirato da ognuno e distintamente onorato dai sovrani, e dove aveva stabilmente collocata la figlia, e creatasi una famiglia per adozione; se il disastro spietatissimo della pestilenza, che desolò Milano, non lo avesse costretto a rifugiarsi altrove. Mediolanum, urbem Ligurum caput et metropolim, dice egli, usque ad invidiam hactenus horum nesciam laborum, et coeli salubritate, et clementia, et populi frequentia gloriantem, sexagesimus primus annus et vacuam fecit et squallidam. Galeazzo II molto si regolò col consiglio del Petrarca e nel formare la biblioteca, che radunò in Pavia, e nel piantarvi gli studi dell'Università. È celebre la distinzione che gli venne fatta in Milano, quando, nella pompa delle nozze di Violanta Visconti, Galeazzo II volle che Petrarca sedesse commensale, insieme collo sposo Lionetto, figlio di Edoardo III re d'Inghilterra.

Giovanni Visconti, arcivescovo e signore di Milano e di altre diciotto città, fra le quali Genova e Bologna, cessò di vivere il giorno 5 di ottobre dell'anno 1354, dell'età di sessantaquattro anni, dopo d'aver regnato sei anni appena; poiché il tempo in cui comparve ch'ei correggesse con Luchino non può contarsi, tanto poco s'immischiò egli allora negli affari dello Stato. Giovanni fu un principe umano, benefico, giusto, liberale, fermo e d'animo signorile; e merita un luogo fra i buoni principi vicino ad Azzone. Il tumulo di lui si vede nel coro della metropolitana.

Milano, nei ventiquattr'anni nei quali regnarono Azzone, Luchino e Giovanni, i primi che apertamente si dichiararono sovrani, battendo moneta col loro nome, godette la pace; e provò alfine i beni dell'ordine sociale e della civile sicurezza. I Milanesi abbandonarono il mestiere dell'armi, e si rivolsero a più miti e più industriosi pensieri; alla mercatura, cioè, alla coltivazione delle arti e delle terre. La popolazione e la ricchezza crebbero in proporzione, e qualche coltura appresero gl'ingegni; onde questi oggetti meritano dilucidazione.

La prima epoca del risorgimento dell'agricoltura milanese io la trovo nel blocco che Federico I pose intorno della città; allorquando fece devastare le piante e le campagne, ed atterrare i boschi che ci stavano intorno. Il bene sempre è figlio del male. Liberati che fummo da quel nemico terribile, poiché la libertà civile fu cimentata colla lega lombarda, si dovettero ridurre a coltura i boschi incendiati; unico mezzo per cui i proprietari, ai quali non rimaneva più la legna spontanea, ricavassero qualche profitto dal loro fondo. In fatti verso quei tempi pensarono i Milanesi a promuovere l'irrigazione, a fecondare i loro campi colle acque, e si scavarono il Tesinello e la Muzza; il primo verso l'anno 1179, e l'altra l'anno 1220. Indi il Tesinello venne allungato sino a Milano verso la metà del secolo decimoterzo, cioè l'anno 1257; operazioni tutte le quali non ebbero allora per oggetto la navigazione, ma bensì la semplice irrigazione delle terre. Io ho per qualche tempo creduto che i Milanesi, ritornati dalle crociate, avessero portata dall'Egitto nella loro patria la coltura del riso, e che questi scavi di canali e questa diramazione di acqua sulle terre venissero fatti a tal fine. Ma ho poi dovuto essere convinto che la coltivazione del riso presso di noi, è di molto posteriore a quelle opere pubbliche; e ne serve d'invincibile prova la tassa che il tribunale di Provvisione faceva delle droghe; e quella singolarmente che ha pubblicata l'esattissimo nostro conte Giulini, ove scorgesi che il giorno 18 aprile 1386 venne ordinato che gli speziali e i droghieri non possano vendere il riso più che a dodici imperiali la libbra. Questo decreto trovasi nell'archivio del tribunale di Provvisione, d'onde l'ha tratto il chiarissimo autore. Se il riso fosse stato, come oggidì, un prodotto della nostra agricoltura, non sarebbesi venduto dagli speziali e droghieri. Il prezzo poi di un soldo per libbra (avuto ragguaglio alla moneta di quei tempi) lo mostra ancora con maggiore sicurezza, anche paragonandolo alla tassa del mele sottile e fino, che in quel medesimo decreto viene fissata a un terzo meno del riso, cioè ad imperiali otto la libbra. Quest'irrigazione adunque serviva ai soli prati, e forse allora il clima di Milano era più salubre di quello che ora non è; da che si è ogni anno sempre più dilatata l'irrigazione, ed introdotta singolarmente la coltura dei risi; e perciò il Petrarca, fra le qualità che rendevano allora pregevole Milano, vi pose coeli salubritate, come poco anzi si è veduto. La nostra agricoltura ci produceva sorta di grani, frumento, segale, miglio, seligine, orzo, scandella. La coltura parimenti del lino e delle viti è antichissima presso di noi. I prati si andavano moltiplicando, perché s'erano introdotte razze di cavalli, e il lusso aveva dilatato il bisogno di questi tanto utili e generosi animali. Se poi tanto grano si raccogliesse quanto occorreva al nutrimento del popolo, non è così facile il deciderlo; poiché in una concordia che si fece fra i nobili e i popolari, l'anno 1225, venne pattuito, fra gli altri articoli, che il comune di Milano dovesse ogni anno far venire da paese estero de' grani, pel valore di seimila lire di terzoli. Il che non saprei se debbasi considerare come una forzata compiacenza de' nobili terrieri verso di un error popolare, come inclina a crederlo il nostro conte Giulini; ovvero come una prudente precauzione, in tempi ne' quali questo commercio era vincolato. Parmi che se le terre fossero state bastantemente feraci di grano, si sarebbe dalla plebe domandata, non l'introduzione del grano estero, ma del più vicino e nazionale, per assicurare l'alimento alla città. Generalmente si mangiava in Milano pane di mistura; e l'anno 1355 vi era in tutta la città un forno solo che fabbricasse il pane bianco di puro frumento; pane che allora era di lusso; e questo forno privilegiato chiamavasi il prestino dei Rosti, ed era vicino alla piazza dei Mercanti. È bensì vero che l'uso di servire con pane di frumento puro e bianco, nei pranzi d'invito, era anche un secolo prima conosciuto presso di noi; e ne fa prova una sentenza favorevole ai canonici di Varese, pronunziata l'anno 1248, in cui venne condannato un beneficiato a dar loro la domenica avanti Natale un pranzo composto, videlicet, panis frumentini boni et bene cocti et albi, et vini boni, et puri ad sufficientiam et capponorum, videlicet unum inter duos plenum, et carnium bovis et porci cum bonis piperatis, videlicet frustum unum, sive petiam bovis competentem et bonam inter duos; et aliud frustum seu petiam porci cum bonis piperatis inter duos, et frustum, sive petiam unam carnis porcinae assatae, sive rostitae cum paniciis inter duos; et hec omnia ad sufficientiam, secundum quod decet, praestet singulis annis. La carta si conserva nell'archivio della collegiata di Varese, e l'ha pubblicata l'erudito nostro conte Giulini. Verso la fine del capitolo sesto ho ricordato un altro pranzo, preteso un secolo prima, da altri canonici, i quali chiedevano lombulos con panitio; ora si trattava cum panitiis. Potevano forse essere pagnotelle più fine, di mero fiore di farina apprestata sul finir della mensa. La piperata si è veduta nominata in quella carta del 1148, si vede in questa del 1248; si usava ai tempi del Corio; e l'abbiamo anche oggidì scritta nella tariffa della mercanzia, col tributo di trentasei soldi e mezzo per ogni rubbio, sebbene ora non sappiamo più cosa ella si fosse. Io la crederei una salsa stimolante, e in cui entrava singolarmente il pepe, simile a quella che ora adoperiamo colla senape.

Il Fiamma, che viveva appunto ai tempi di Giovanni arcivescovo, ci lasciò un'idea della ricchezza e del lusso di quel tempo: nunc vero in praesenti aetate priscis moribus superaddita sunt multa ad perniciem animarum irritamenta: nam vestis praetiosa, et ornatu superfluo circumtecta per totum; in ipsis vestibus, tam virorum quam mulierum, aurum, argentum, perlae inseruntur. Frixa latissima vestibus superinducuntur. Vina peregrina, et de partibus ultramarinis bibuntur: cibaria omnia sunt sumptuosa: magistri coquinae in magno praetio habentur. Lo stesso Fiamma ci attesta che in Milano al suo tempo eranvi delle manifatture assai perfette e stimate al di fuori, e fra le altre vi si lavoravano gli elmi, le corazze e tutte le armature di ferro, speculorum claritatem excedentes. Soli enim fabri loricarum sunt plures centum, exceptis innumerabilibus subjectis operariis; e di queste nostre manifatture, dice quell'autore, che ne somministravano a tutta l'Italia non solo, ma se ne trasportavano persino ai Tartari ed ai Saraceni. Questa manifattura, di cui troviamo la materia ne' monti vicini, si mantenne per molto tempo in Milano, e vediamo nell'estratto fatto poi, all'occasione del censo, dai libri delle gabelle dell'anno 1580, che si considerarono, dal Ragionato dell'Estimo Barnaba Pigliasco, da Milano trasportate agli esteri: armature di cavallo num. 100, a lire 55.10, lire 5650; armature da fante num. 390, a lire 33.15, lire 13163. Il Fiamma pure ci attesta che le nostre razze de' cavalli erano della maggiore altezza e forza; e tali dovevano appunto ricercarsi nel secolo in cui dovevano portare alla guerra gli uomini tutti coperti di ferro, e talvolta gli arnesi istessi del cavallo erano del metallo medesimo, per assicurarlo dalle ferite. De' cavalli nostri ne facevamo smercio assai nella Francia, a quanto ci attesta quell'autore contemporaneo; e tale era probabilmente il frutto dell'irrigazione estesa, e de' nostri prati. Oltre questi due articoli di commercio, eravi già piantata l'industria del lanificio in Milano, ai tempi di Luchino e di Giovanni Visconti; e il Fiamma dice de' nostri mercanti: Ipsi enim mercatores discurrunt per Franciam, Flandriam, Angliam, ementes lanam subtilem, ex qua in hac civitate texuntur panni subtiles in maxima quantitate, qui tinguntur omni genere tincturarum, qui per totam Italiam deferuntur. Quest'industria del lavoro de' pannilani, la quale crebbe dappoi e formò la ricchezza cospicua di Milano, era già presso di noi conosciuta anche prima del Fiamma, e poco dopo l'epoca di Federico I. Almeno in Como ed in Monza si lavoravano de' pannilani fino dal 1216; poiché nell'antico esemplare che ritrovasi nella biblioteca Ambrosiana, vedonsi tassati i pannilani di Como e di Monza a pagare quattro imperiali per ogni pezza, entrando in Milano. Anche delle tele di cotone e de' lini nostri se ne faceva spaccio, singolarmente in Levante, col mezzo de' Veneziani e de' Genovesi, ch'erano diventati assai ricchi e commercianti; avendo, i primi singolarmente, approfittato moltissimo col trasporto dei crocesignati, colla somministrazione de' viveri alle Crociate, allorché prudentemente tranquilli, in mezzo alla fermentazione universale, colsero l'occasione d'impratichirsi del mare e de' porti del Levante, onde si resero arbitri del commercio d'Europa coll'Asia; la qual ricchezza si sparse anche sopra di noi ed animò la nostra industria. Né i soli cavalli, le armature, e i pannilani e pannilini erano i capi del nostro commercio utile cogli esteri. Sino da' primi anni del secolo decimoquarto eranvi da noi degli artefici che fabbricavano anche drappi di seta; e Niccolò Tegrimo, nella Vita di Castruccio Antelminelli, ci narra che, avendo Castruccio ed Uguccione della Faggiuola occupato Lucca l'anno 1314, i fabbricatori di drappi di seta vennero a rifugiarsi in Milano. La seta allora era sommamente cara; e un drappo di seta si valutava lire venti d'allora la libbra; e ognuno sa che la lira d'allora era quasi due terzi d'un fiorino d'oro, ossia gigliato, che correva per trentadue soldi; così che la libbra di seta costava dodici gigliati e mezzo. Facilmente pure ognuno comprende quanto maggior pregio in que' tempi dovesse aver l'oro, che nei secoli a noi più vicini è diventato assai più abbondante, per i paesi scoperti, per le nuove miniere scavate, e per la comunicazione del vasto commercio aperta fra tutti i popoli conosciuti della terra.

Della popolazione di Milano ce ne ha lasciata memoria Buonvicino da Ripa verso l'anno 1288. Quell'autore vivente dice che v'erano tredicimila porte di case, seimila pozzi, quattrocento forni per cuocere pane, e mille taverne di vino, centocinquanta alberghi pei forestieri, tremila ruote da mulino, e seimila giumenti che portavano la farina nella città; in cui dice ch'eranvi ducentomila abitanti, fra i quali quarantamila atti alle armi; che si mangiavano ogni giorno in Milano mille e ducento moggia di farina; che entravano ogni anno nella città cinquantamila carri di legna, duecentomila carri di fieno e seimila carri di vino, e si consumavano di sale in Milano staia seimilacinquecento. Questa descrizione facilmente si conosce che non merita fede. Seimila giumenti impiegati a portare mille e ducento moggia di farina al giorno sono incompatibili, mentre un moggio lo porta sulle spalle un villano robusto. Quarantamila uomini atti alle armi sono pure una cosa sconnessa. La popolazione di ducentomila abitanti suppongasi metà di uomini e metà di donne; dagli uomini si deducano i bambini, i fanciulli ed i vecchi; non rimarranno quarantamila uomini atti alle armi. Seimila carri di vino, suppongasi portar ciascuno dieci brente, saranno sessantamila brente di vino che entravano in città per uso di ducentomila abitanti: ora centoventimila, quanti abitano in Milano, consumano più del quadruplo. Anche le staia seimila e cinquecento di sale sarebbero proporzionate alla popolazione di ventiseimila abitatori, e non mai di duecentomila. Poca e nessuna fede merita quella relazione, fatta da un uomo che descrive diciotto laghi e sessanta fiumi abbondantissimi di pesci nel contorno di Milano. Abbenché consideriamo ragionevolmente come scritti piuttosto a caso quei numeri, che per vera cognizione, difficile assai ad aversi in que' tempi, egli è però assai probabile che fosse numerosa la popolazione d'una città alla quale dovevano, come a residenza e a dominante, ricorrere, al tempo di Giovanni arcivescovo, i cittadini di diciotto città del contorno. Petrarca la qualificò, siccome vedemmo, populi frequentia gloriantem; e Pietro Azario, che viveva mentre la pestilenza del 1361 devastò Milano, asserisce che in Milano perirono per quella sciagura settantacinquemila abitatori; il che può verosimilmente farci credere ch'essi fossero più di centocinquantamila. Né è difficile il concepire come una popolazione maggiore dell'attuale fosse contenuta entro di una città di un recinto più angusto di quanto ora lo sia: poiché sappiamo che tutte le case nobili e vaste sono state formate colla incorporazione di più e più case piccole; che molti monasteri e conventi e chiese sono piantate oggidì in luoghi che servivano allora all'abitazione del popolo; e che finalmente il lusso di abitare per pompa uno spazio vasto di luogo, e il conservare signorilmente un buon numero di stanze, al solo uso che siano trascorse da chi ci viene a visitare, prima che ci ritrovi, non era il lusso di quel secolo né di questa popolata città. Nel principio del secolo decimoterzo v'erano in tutto in Milano tredici monasteri, sei di frati e sette di suore.

Il governo civile di que' tempi era una vera dominazione di un solo, con qualche apparenza di repubblica; poiché il consiglio degli ottocento, che poi a' tempi di Luchino diventò, non saprei come, di novecento, di tempo in tempo si radunò, sino verso la fine del secolo decimoquarto. Ma le deliberazioni che si prendevano, non erano altro che giuramenti di fedeltà, acclamazioni al nuovo signore, e convalidazioni del sistema monarchico. Questi consiglieri, che non erano a vita, ma bensì trascelti per rappresentare la città in occasioni passeggiere, non erano altrimenti nominati dal popolo; ma originariamente traevano la loro commissione dalla nomina del principe o del suo ministro; onde quel consiglio era, siccome anche di sopra ho accennato, una mera popolare illusione, che rappresentava una apparente libertà. Verso la metà del secolo decimoquarto si creò il vicario di provvisione, che presedeva ai dodici. Vicario significava lo stesso che vicegerente, ossia luogotenente; un ministro in somma che teneva il luogo e faceva le parti del sovrano. Quel tribunale nella sua origine non fu un dicastero civico, ma bensì fu un tribunale eletto dal sovrano; al quale era commessa la percezione e direzion de' tribunati, la cura dell'abbondanza, e la vigilanza sopra i giudici della città, per modo che sembra fosse questo allora il solo dicastero che si radunava in Milano, e avesse riunite le separate cure che oggidì occupano il senato, il magistrato camerale e il tribunale di Provvisione medesimo. Ora questo tribunale di Provvisione, poiché fu consolidata la signoria dei Visconti, eleggeva ei medesimo i novecento consiglieri, ogniqualvolta occorresse di avvalorare con questa formalità il volere del sovrano; di che ce ne serve di prova l'antico registro della città segnato n. 1, ove, alla pag. 107, si legge: MCCCLXXXVIII, die XXII Julii. Per dominos vicarium et XII Provixionum Comunis Mediolani et sindicos dicti Comunis electi fuerunt infrascripti cives Mediolani, qui sunt et esse intelliguntur consilium DCCCC Comunis Mediolani.

La politica de' nuovi principi tendeva ad allontanare, siccome dissi, il popolo dal mestiero della guerra, la quale sempre più si andava facendo, per mezzo di stipendiati forestieri. Così nacquero le compagnie di avventurieri, che si vendevano da' loro capi ora ad un principe, ora ad un altro; e così pure alcuni capi di tali sgherri si resero formidabili ai sovrani medesimi, e giunsero ad acquistare per loro conto degli Stati, come fra gli altri avvenne alla casa Sforza. Conseguenza di un tal sistema era l'accrescimento de' tributi per aver mezzi onde stipendiare quegli estranei, ai quali si commetteva la difesa dello Stato. Oltre il catastro generale de' fondi che si fece, siccome vedemmo, verso la metà del secolo decimoterzo, e sul quale s’incominciarono a ripartire i carichi pubblici, che prima si distribuivano per capitazione, ovvero sulla stima annua de' frutti raccolti, s’instituì la privativa della vendita del sale, di cui la più antica memoria che abbiamo ce la riferisce il Corio all'anno 1272. In un trattato fra il re Roberto di Napoli e i fuorusciti Milanesi del partito de' Torriani, promise il re ch'egli non avrebbe guadagnato nella vendita del sale se non venti soldi papali per ogni moggio, e ciò per il sale comune; il bianco però e raffinato era libero a lui il venderlo come più gli fosse piaciuto. Questo trattato si fece l'anno 1312. Venti soldi papali del secolo decimoquarto valevano, secondo il calcolo del Muratori, ventiquattro paoli. Il moggio è di staia settanta; e, ciò posto, la gabella si riduceva a cinque soldi de' nostri per ogni staio di sale; così che a un di presso allora prometteva di venderlo al valore che oggidì corrisponderebbe a soldi quaranta per ogni staio. Per un trattato di commercio che si fece fra i Milanesi ed i Veneziani l'anno 1317, segnato il giorno 30 d'agosto in Venezia, i Veneziani si obbligarono a dare a quegli il sal marino, e i Milanesi si obbligarono a prenderlo tutto da essi, ed a non spanderlo né sul Comasco né sul Veneto. A noi rimase però la libertà di venderlo poi agli abitanti delle Alpi. Questo pregievole monumento ritrovasi in un antico codice MS. presso del signor marchese Giovanni Corrado Olivera, signore venerabile per l'integrità e beneficenza, più ancora che per i luminosi titoli e la presidenza del senato. Sono già più di quattro secoli e mezzo da che prendiamo i sali da Venezia, e li vendiamo agli Svizzeri e Grigioni. Al tempo di Luchino, la gabella del sale della città di Milano e del contado gli fruttava tremila fiorini d'oro; presentemente se ne ricava cinquanta volte altrettanto. È vero che l'oro allora aveva notabilmente più valore che ora non ha, dopo l'abbondanza che ne hanno prodotte le nuove miniere e il commercio, siccome torno a ricordare. Non abbiamo notizie bastanti di quei tempi per indicare i positivi prezzi ai quali siasi venduto il sale alle gabelle. Sappiamo però dai registri civici esaminati dall'instancabile conte Giulini, che verso la fine del secolo decimoquarto si vendeva a soldi cinquanta lo staio; prezzo veramente gravoso, poiché il fiorino d'oro correva a soldi trentadue. Il carico poi della macina alle porte di Milano erasi imposto sino dell'anno 1333, come ce ne fa fede una carta dell'archivio dello spedal maggiore, esaminata dal conte Giulini. La gabella della Dovana eravi pure già verso la fine del medesimo secolo decimoquarto; poiché v'è il decreto che dice: cum etiam per datiarios Dovanae bestiarum grossarum et minutarum dicti vestri comitatus fiant diversimodae extorsiones: così faceva scrivere latino il signor di Milano l'anno 1381, dopo il lungo soggiorno fatto in questa città da Francesco Petrarca! Si vede che sino da quel tempo s'era introdotta l'usanza d'affittare le regalie, o, per dir meglio, la pace, la sicurezza e la libertà del popolo ad un impresario: volumus bene quod incantatoribus datiorum dicti nostri Comunis serventur eorum data. Era riserbato al glorioso regno dell'augusta Maria Teresa di atterrare quest'obice, che divise i contributori dal principe per quattro secoli. Il carico Datium imbottaturae vini, cioè l'imbottato eravi già anticamente, ma si pagava soltanto sul vino raccolto; indi l'anno 1392 vennero assoggettati a questo tributo anche i grani. Chi ne cercasse più esatte prove, le troverebbe presso il conte Giulini. Il carico poi sulle merci si andava proporzionatamente accrescendo; mentre laddove questo era tassato, nel principio del secolo decimoterzo, in proporzione del valore, a poco più dell'uno per cento, come si vede nella tariffa annessa agli statuti compilati nel 1216; nell'anno poi 1333 il carico era asceso ad un soldo per ogni lira di valore, il che monta al cinque per cento, come leggesi nel codice MS. del nominato signor marchese Corrado Olivera, presidente onoratissimo del senato. Da un verosimile calcolo preso in massa, oggidì questo tributo corrisponde circa al sei per cento del valore. Oltre questi carichi, v'era la tassa de' cavalli, imposta verosimilmente l'anno 1315, per mantenere le paghe della cavalleria. V'erano le condanne pecuniarie de' delitti, emanazione ancora vigente delle leggi longobarde. V'erano altre antiche gabelle sulle case, su i forni, sopra i mulini, i macelli, i contratti, le misure, i pesi ed altre delle quali ho fatto menzione al capitolo ottavo.

La grandezza dell'arcivescovo e del clero milanese scomparve colla soggezione da Roma, e coll'erezione del principato. Non vi è memoria che, dopo la metà del secolo duodecimo, siansi mai chiamati i nostri ordinari, sanctae mediolanensis ecclesiae cardinales, come facevano per lo passato. Essi però, sino dal secolo decimoterzo, portavano la porpora; e questa distinzione, che tuttavia conservano, è antica per lo meno cinque secoli. In que' tempi però assai liberamente vestivansi gli ecclesiastici, ed eran ben lontani da quella edificante uniformità e modestia che ora gli distingue. Manfredo Occhibianchi, canonico di Sant'Ambrogio, fece un testamento il giorno 18 marzo, l'anno 1203, che si conserva nell'archivio di quella basilica, e di cui parla il conte Giulini, e lascia manstrucam unam conilii, cohopertam de violato, et alias duas... scilicet unam volpinam, cohopertam de scalfanio, et aliam de flanchitis, cohopertam de sagia bruna, et... capellum meum grisum, cohopertum de sagia nigra, et cohopertorium meum, et scradam seu diproidam meam... cappam meam blavetam... cappam meam de mantellato... quinque coclearia argenti, et mantellum meum foderatum de zendado... vestitum violatum meum. Da ciò osserviamo che di tutte le vesti, nulla v'era di nero fuori del cappello, voce che digià si era inventata per dinotate quelle berrette che allora si ponevano sul capo; ma tutti i vestiti di quell'ecclesiastico erano di colore violato, ceruleo o bruno. La parola blavetam sembra nata dal teutonico blau ossia bleu, come noi Lombardi anche oggidì nominiamo quel colore, similmente ai Francesi. I cucchiai d'argento si vede che già erano in uso. Né gli ecclesiastici si vestivano tampoco con colori modesti, poiché, l'anno 1211, l'arcivescovo Gherardo da Sessa fece un editto in cui leggesi: Universis praeterea clericis interdicimus vestes rubeas, vel diversi coloris gialdas et virides; la quale proibizione non bastò a togliere tale usanza degli ecclesiastici, poiché in un concilio provinciale tenutosi un secolo dopo di ciò, nuovamente si dovette stabilire che gli ecclesiastici non portassero vestes virgulatas, seu de catabriato dimidiatas, vel listatas, vel frixis, vel maspilis argenteis, vel de metallo aliquo, e non dovessero portare cappucci a modo dei secolari, ad modum laicorum capucia non habentes.

Nella guerra i militi erano tutti coperti di ferro, e, calata la visiera, non si potevano conoscere se non da pennacchio o altra insegna. Filippone, conte di Langosco, poiché ebbe in suo potere il cimiero di Marco Visconti, si presentò co' suoi alle porte di Vercelli, le quali (credendolo Marco i Vercellesi) gli vennero aperte; e con tale astuzia se ne impadronì l'anno 1312. Nella più antica compilazione de' nostri Statuti, fatta, come ho detto, nel 1216, vi si legge la rubrica de' duelli. Si combatteva o in persona, ovvero un campione si batteva per altrui commissione. Si celebrava la messa in presenza de' due combattenti, si deponevano le armi presso dell'altare, il sacerdote le benediceva, indi venivano sigillate e venivano portate al luogo della lizza, ove sedeva il giudice. Ivi si presentavano i due combattenti coi loro patrocinatori. Interrogavano questi il giudice s'egli ivi risedesse affine di giudicare la lite col duello, e il giudice rispondeva che appunto ivi a tal fine si era collocato. Il patrocinatore del pretendente ad alta voce chiedeva la cosa per cui doveva farsi il duello; e ad alta voce il patrocinatore opposto la negava. Indi s'accostavano i due combattenti al giudice; e ciascuno di essi con giuramento affermava essere vero e giusto ciò che dal suo patrocinatore erasi detto. Il giudice poi faceva che giurassero entrambi, che non si presentavano al cimento con alcuna forza d'erbe, di parole o di maleficio; il che fatto, davansi loro lo scudo e le armi. Questa cerimonia a un di presso così facevasi in tutta l'Europa in quel secolo. V'erano ancora altri giudizi di Dio; quello del ferro rovente da portarsi nella mano nuda non era permesso in Milano: illud autem scire opportet quod ferventis ferri judicium in nostra civitate non admittitur, licet in quibusdam locis jurisdictionis domini archiepiscopi secus obtineat; così nei nostri Statuti di quei tempi. Bensì era ammesso il giudizio di Dio coll'acqua fredda, e questo da noi non era punto crudele; poiché si prendeva un fanciullo, e con una fune, senza pericolo, si tuffava nell'acqua; e immergendosi il fanciullo, che tosto s'estraea, il reo era assoluto.

Finalmente vorrei poter dare un'idea della coltura nostra verso quell'età; ma le notizie non erano copiose in nessuna parte dell'Europa. Avemmo un medico che compose le pandette della medicina, dedicate al re di Napoli Roberto. Questi si chiamava Matteo Selvatico, milanese, che scrisse l'anno 1317. Quel libro si stampò a Venezia l'anno 1498. Un altro Milanese ebbe nome presso dei giusperiti, cioè Signorollo Omodeo, le opere del quale non sono ignote ai forensi. Ma di bella letteratura non ne abbiamo vestigio alcuno. Uno de' più antichi poeti italiani fu Pietro da Bescapè, nostro milanese. Egli scrisse i suoi versi nell'anno 1264, nel quale pretese di tradurre in poesia la storia del Vecchio Testamento. L'autore così comincia:

Como Deo a facto lo mondo,

E como la terra fo lo homo formo.

Cum el descendè ce cel in terra

In la Vergine Regal polzella,

E cum el sostenè passion

Per nostra grande salvation,

E cum verà el dì del ira

La o sarà la grande roina

Al peccator darà grameza

Lo justo avrà grande alegreza,

Ben è raxon ke l'omo intenda

De que traita sta legenda.

Il fine di questo canto, poema o diceria, qualunque si voglia chiamare, è ancora più rozzo del principio, e così termina:

Petro de Bescapè, ke era un Fanton,

Si a facto sto sermon,

Si il compilò e si la scripto.

Ad onor de Ihu Xpo

In mille duxento sexanta quattro

Questo libro si fo facto,

Et de junio si era lo premier dì

Quando questo libro se finì,

Et era in seconda diction

In un venerdì abbassando lo sol

L'antico manoscritto trovasi nella scelta libreria del signor conte Archinto. Non più felice del Bescapè fu il nostro frate Bonvicino da Ripa, i di cui poveri versi si trovano nella biblioteca Ambrosiana, fra i quali vedesi, che fino dall'anno 1291 si conoscevano quei versi che nei tempi a noi vicini si chiamarono Martelliani. Frate Bonvicino con tal metro compose le Zinquanta cortesie da Tavola, le quali così cominciano:

Fra Bon Vexin da Riva, che sia in Borgo Legnano,

D' le cortexie da descho ne dixette primano:

D' le cortexie zinquanta che s' de osservare a descho

Fra Bon Vexin da Riva ne parla mo de frescho.

Costoro scrissero prima che Francesco Petrarca dimorasse in Milano; ma certo Galliano scriveva l'anno 1391; e ne conservano l'antico MS. i monaci di Sant'Ambrogio. Costui non lesse mai le dolci e sensibili rime del Petrarca; né pose mai il piede nel suo Linterno; così questo rozzo scrittore terminò la sua cantilena:

E se di chi l'ha facta alcun se lagna

Digli che sta alla Pietra Cagna

In Milano

E facta sotto l'anno MCCCLXXXX uno

Indictione quarta decima

Per man d'uno

Che non decima denari

Perché gli sono sì selvaggi e contrari

Che non se ponno domesticare

Ne stare con lui

A dirlo contra vui

El se giama dalla Terra che fronteggia Cantu.

Queste sono le sole reliquie che siano da quei tempi trapassate alla cognizione nostra; e ben a ragione il signor abate Paolo Frisi, che ci vantiamo d'aver per concittadino, e che mi onora colla sua amicizia, nell'Elogio del Cavalieri, sul proposito della venuta a Milano del Petrarca e dello stato delle lettere milanesi in que' anni, così s'esprime: I tempi dell'antica anarchia, le guerre intestine ed estere del principato, la fiera e bellicosa indole dei nostri principi, avevano lasciato appena qualche adito tranquillo e libero agli studi della pace... que' semi esotici non trovando il terreno bastantemente preparato a riceverli, non allignarono molto sotto del nuovo cielo. Non vi si videro spuntare per molto tempo, che informi compilazioni, popolari leggende, storie non ragionate, prose snervate e languide, poesie che di poetico non avevano altro che il metro e la desinenza delle parole, ec.

Capitolo XIII

Della signoria dei tre fratelli Matteo, Barnabò e Galeazzo Visconti.

Nella successione de' Visconti non si vede seguìta una legge costante. Matteo I aveva quattro figli: dopo la di lui morte restò unico signore Galeazzo I, a cui successe Azzone di lui figlio. Pareva adunque il principato ereditarsi dal primogenito. Ma dopo di Azzone, morto senza figli, la signoria passò a' due fratelli Luchino e Giovanni, senza che i figli di Stefano vi avessero parte; i quali pure avrebbero dovuto possedere l'eredità paterna, se lo Stato fosse un bene divisibile. In fatti, morto Giovanni, i tre soli discendenti di Matteo riconosciuti legittimi, cioè Matteo, Barnabò e Galeazzo, figli di Stefano, diventarono padroni, e si divisero lo Stato. Non vi erano in que' tempi idee chiare di gius pubblico. Il principato era un podere, non una dignità instituita per il bene dello Stato. Tutto il bene che un sovrano faceva al suo popolo, non era considerato allora come il più sacro dovere adempiuto, ma bensì come un'accidentale beneficenza d'un animo generoso. Terminata che fu la vita di Giovanni, la divisione si fece di comune accordo fra i tre fratelli. A Matteo toccarono le città che s'inoltrano nell'Italia, a Barnabò la provincia che s'accosta a Venezia, ed a Galeazzo toccarono le terre che ora sono appartenenti al Piemonte. Milano e Genova rimasero indivise sotto la comune dominazione. Matteo così ebbe in sua separata porzione Bobbio, Lodi, Piacenza, Parma e Bologna. Barnabò ebbe Cremona, Crema, Bergamo e Brescia. Toccarono a Galeazzo Pavia, Alessandria, Tortona, Novara, Vigevano, Asti, Vercelli; e Como, che rimaneva come isolata, fu pure assegnata a Galeazzo. Con tal modo altro non mancava se non la dissensione o diffidenza per distruggere una signoria ragguardevolissima. Ma nelle cose umane comunemente accade che né si ottenga tutto il bene che ragionevolmente si poteva sperare, né si soffrano tutt'i mali che con ragione si dovevano prevedere; e talvolta le più scomposte ed assurde organizzazioni di sistemi, le quali pareva che dovessero rovinare uno Stato, si sono ridotte ad effetto, senza che per ciò siane accaduto il danno che compariva inevitabile: poiché nell'esecuzione, gl'interessi degli uomini che vi si adoperano, essendo quelli d'evitare la rovina, rimediano e correggono l'imperfezione del sistema. Così lo Stato si conservò, crebbe anzi, come vedremo, e poté lusingarsi il successore de' tre fratelli d'essere dichiarato re d'Italia; e forse lo sarebbe stato, se la morte non troncava il filo della di lui ambizione.

Lodovico il Bavaro, ossia Lodovico V, quel contrastato imperatore, avea terminato i suoi giorni, ed era stato eletto legittimamente imperatore Carlo IV, marchese di Moravia, figlio di Giovanni re di Boemia, e di Elisabetta, che era figlia di Enrico di Lucemburgo. Carlo IV era riconosciuto e dai principi della Germania e dal papa e da tutta l'Europa, come vero re de' Romani. La di lui elezione era accaduta l'anno 1347, e in quel punto le dispute già da trent'anni incominciate fra il Sacerdozio e l'Impero, erano terminate. Carlo IV se ne venne in Italia per ricevere le due corone del regno italico e dell'impero romano. I principi d’Italia, che temevano la potenza de' Visconti, non mancarono di profittare dell'occasione, e d'animare quell'augusto ad abbatterla, promettendogli ogni aiuto e vantaggio. Ma sia che a Carlo premesse maggiormente l'acquisto del denaro per se medesimo, anzi che la difesa di quella autorità che per caso era annessa alla persona di lui; sia che l'esempio de' suoi antecessori l'avesse istrutto a non adoperare la forza delle armi ausiliarie, per non correre ei pure il pericolo di vedersi abbandonato da' suoi, prima di avere ridotti i progetti a fine; sia che le forze dei Visconti fossero tali da non lasciargli sperare un buon esito; sia finalmente che il genio mite e rivolto alle lettere di quel re lo distogliesse da simile briga, certo è ch'egli allora si mostrò anzi amico dei Visconti. I fratelli Visconti mandarongli incontro i loro ambasciatori a Mantova, invitandolo a passare a Milano, e ricevervi la corona; e il re accettò l'invito. Appena Carlo IV si trovò sulle terre de' Visconti, non dovette aver più pensiero alcuno; poiché ogni cosa eravi magnificamente preparata per alloggio, ristoro e trasporto di quell'augusto e di tutta la corte che veniva seco. I Visconti non risparmiarono né spesa né attenzione. A Lodi se gli presentò Galeazzo, e, resogli omaggio, lo accompagnò con cinquecento militi alla vòlta di Milano. A Chiaravalle gli andò incontro Barnabò con altri militi, e fece dono al re di trenta superbi cavalli, coperti di velluto, di scarlatto e di drappi di seta, tutti in ricco e magnifico arnese. (1355) Entrò in Milano quel Cesare il giorno 4 di gennaio dell'anno 1355; e venne da tutto il popolo festosamente accolto con rumore di nacchere, cornamuse, tamburi e trombe, siccome allora era il costume. Venne splendidamente alloggiato nel palazzo ora della regia ducal corte, dove avevano presa dimora i suoi antecessori Enrico VII, che noi diciamo VI, suo avo materno, e il combattuto Lodovico V. Non vi è dimostrazione di rispetto e di benevolenza che i Visconti abbiano dimenticata. Protestarono di riconoscere la loro signoria dall'Impero: e l'imperatore, al quale regalarono duecentomila fiorini d'oro, dichiarò i tre fratelli vicari imperiali ne' loro Stati. Si fecero giostre, feste e corti bandite per onorare l'augusto ospite, e fra le pompe che i Visconti immaginarono in quella occasione, una singolarmente fu significante; e fu quella di passare schierati sotto le finestre di corte, ove alloggiava l'imperatore, seimila uomini a cavallo, signorilmente equipaggiati, e diecimila fanti; e i Visconti dissero a quel monarca che quelle forze e le altre molte che tenevano nelle altre città del loro Stato, erano tutte pronte per servigio suo. Per que' tempi erano queste forze di molta considerazione. La cerimonia della incoronazione si celebrò in Sant'Ambrogio dall'arcivescovo Roberto Visconti, il giorno 6 di gennaio: e in quell'occasione il re Carlo creò milite il figlio di Galeazzo, cioè Giovanni Galeazzo, bambino di due anni. Questo bambino fu poi il primo duca, e diventò un potentissimo principe, come vedremo. Alcuni giorni dopo partì il re Carlo, e s’incamminò alla vòlta di Roma. Pretende Matteo Villani che questo re non fosse stato nelle mani dei Visconti senza inquietudine. Sarebbe questa una prova della pusillanimità di quel principe, giacché non potevano sperare alcun vantaggio i Visconti né da un affronto né da un tradimento che gli facessero, allorché era abbandonato nelle loro mani.

Prima che terminasse l'anno, il triumvirato fu tolto, e colla improvvisa morte di Matteo II lo Stato si divise in due sole parti fra Barnabò e Galeazzo II. Matteo II aveva molto vigor fisico e poca forza di mente. Dopo ch'egli ebbe in sua porzione Bologna, la perdette, per aver cercato di scemare lo stipendio a quei che potevano soli conservargliela. Matteo operava in modo da perdere la signoria, e trascinar seco in rovina anco i fratelli; poiché, diventato padrone, cercava di possedere per autorità e senza mistero quello che tutt'al più si carpisce industriosamente fra le tenebre. Egli giunse a minacciar la morte ad un cittadino ammogliato con una bellissima donna, perché contrastava di cedergli i suoi diritti. Questi presentossi a Barnabò chiedendo giustizia, e dichiarandosi con molto impeto di esser pronto a morire, anzi che acconsentire a tanta infamia. Barnabò lo accolse con freddezza ed indifferenza; poiché trattandosi del suo maggior fratello, a lui, disse, non toccava il correggerlo: poi concertato l'affare con Galeazzo II, vedendo che Matteo era incorreggibile nella scostumatezza, che già serpeggiavano nel popolo delle sorde e tronche voci, e che correvasi rischio, temporeggiando e lasciando moltiplicare gl'insulti, di vedere lo Stato in rivoluzione, per evitare il fatto de' Tarquini, divennero fratricidi come Romolo; almeno così ci racconta Matteo Villani. Si dice altresì che a questo timore un altro vi si accoppiasse per unire e indurre a tale estrema risoluzione i due cadetti Barnabò e Galeazzo, e fu che, trovandosi i tre fratelli insieme cavalcando, nell'osservare il fecondo e ridente paese del quale erano signori, uno de' cadetti dicesse, che era pure la bella cosa l'esservi sovrani; e che incautamente allora al primogenito fuggisse di bocca, che bella cosa era l'esser solo; la quale risposta (non essendovi stato prima d'allora altro esempio di signoria promiscua veramente, meno poi di signoria divisa) doveva dar molto da temere ai due principi minori. Qualunque ne fosse la cagione, Matteo II morì il giorno 26 di settembre dell'anno 1355; e Barnabò e Galeazzo si divisero la di lui porzione. Anche Milano venne divisa: Barnabò ebbe la parte d'oriente e mezzodì; l'aquilone e l'occidente della città l'ebbe Galeazzo. V'ha chi pretende altresì che nessun altro motivo vi fosse stato per escludere dalla successione Luchino Novello, e farlo comparire illegittimo, fuori che le minacce e le brighe di Barnabò e Galeazzo, colle quali intimorissero la Fieschi, già colpevole della licenziosa peregrinazione non solo, quant'anche del veneficio, e la inducessero a dichiarare il figlio macchiato nella sua origine, e a contentarsi d'uscire illesa dalle loro mani; onde l'essere vivo il legittimo successore sempre più rendesse sospettosi e Barnabò e Galeazzo II. Fors'anco la divisione dello Stato mostra ch'essi piuttosto si divisero una preda. Non sono divisibili le sovranità passate per legittima successione.

Carlo IV, dopo di essere stato incoronato anche in Roma, se ne ritornò al suo paese; ma non per questo cessarono gli emuli principi d'Italia di eccitare per ogni modo l'animo di quell'augusto a deprimere i Visconti. (1356) I maneggi degli Estensi, dei Gonzaghi e del marchese di Monferrato indussero Marquardo, vescovo d'Ausburgo, il quale stavasene in Pisa col carattere di vicario imperiale, a citare i fratelli Visconti per il giorno 11 di ottobre 1356 a comparire dinnanzi al suo tribunale e discolparsi d'aver conferite con arrogata facoltà le dignità ecclesiastiche, di aver tessute all'imperatore delle insidie a Pisa, e di aver fatte chiudere le porte della città, impedendovi l'ingresso al medesimo imperatore nel suo ritorno da Roma. I due fratelli Visconti non pensarono nemmeno a questo viaggio. Il vescovo Marquardo radunò le forze degli emuli: e si pose alla testa di un corpo d'armati rispettabile, incamminandosi verso Milano. S'impadronì di varie città; poiché i Visconti o non avevano preveduta una tale invasione, ovvero avevano negligentate le difese. La stessa campagna di Milano venne esposta alle prede ed ai guasti de' nemici. Si spostarono gl'imperiali ne' contorni di Casorate; e i due fratelli finalmente, radunate le loro forze, ne confidarono il comando al vecchio Lodrisio Visconti; a quel Lodrisio, che, diciassette anni prima, colle armi alla mano, venne preso a Parabiago, allorché cercava di togliere la sovranità ad Azzone. Il valore di Lodrisio, e la sua perizia produssero la vittoria del giorno 14 di novembre l'anno 1356. I nemici vennero disfatti a Casorate; il vescovo Marquardo d'Ausburgo, loro comandante, rimase prigioniero, fu condotto decorosamente a Milano, e dai Visconti fu poi licenziato, onde ritornossene nella Germania. Lodrisio Visconti ricompensò per tal modo la vita che gli lasciò Azzone, e la libertà che gli diede Giovanni, principi illuminati, i quali conobbero che un generoso perdono ci affeziona più di qualunque altro beneficio un'anima nobilmente energica. I Visconti, signori quasi tutti assai valorosi, affrontarono intrepidamente i pericoli prima che reggessero lo Stato; seduti poi che erano sul trono, ben rare volte si esponevano; ma affidavano anzi ai loro figli o cugini od altri estranei il comando. La sconfitta di Casorate però non tolse la speranza ai collegati, dai quali non si risparmiavano maneggi. Il papa non vedeva punto con indifferenza il gran potere de' Visconti, e sopra tutto da che Bologna era un oggetto delle loro pretensioni; il che ottenendo essi, era aperta loro la strada a nuovi acquisti sulla Romagna. Ai Genovesi non era men gravosa questa estera dominazione sulla loro città, in prima libera, e già illustre per imprese marittime e per ricchezza. Il papa, i Genovesi, gli Estensi, il marchese di Monferrato e i Gonzaghi facevano causa comune. Già Bologna, siccome accennai, si era staccata. Genova fece lo stesso; e il giorno 17 di novembre 1356 si dichiarò libera, e creossi un doge, che fu Simone Boccanegra. (1358) Dopo ciò, seguirono varii piccoli fatti d'armi sul Milanese; ma le cose de' fratelli Visconti non prendevano buona piega; onde furono costretti, cedendo Asti e Pavia al marchese di Monferrato, di cercare la pace, la quale fu stabilita il giorno 8 di giugno dell'anno 1358.

Non era piccol discapito per Barnabò e Galeazzo l'avere, ne' primi quattro anni del loro regno, perduto Bologna, Genova, Asti e Pavia. Questa ultima città singolarmente doveva premere a' due fratelli; poiché a venti miglia di Milano non potevano vedere, senza inquietudine, domiciliata una guarnigione di nemici. Ma nemmeno conveniva mancare apertamente alla fede d'una pace appena giurata, senza una superiorità di forze che ne imponesse alla opinione dei popoli. Le fazioni interne di Pavia fecero quasi spontaneamente nascere l'occasione, e Galeazzo Visconti la seppe cogliere. Il fatto ce lo riferisce l'Azario. Il marchese di Monferrato, nuovo signore di Pavia, non aveva forza d'armi bastante per esercitarvi una piena sovranità. La famiglia de' signori Beccaria era assai potente, e disponeva delle cose della città più che non ne potesse fare il marchese, nuovo sovrano. Egli cercò pure come abbassare i Beccaria, e toglier loro quel favore popolare che li faceva prevalere, e gli venne in pensiero che nessun altro avrebbe meglio potuto ottenergli quest'intento, fuori che frate Giacomo de' Bussolari, agostiniano, predicatore rinomatissimo in Pavia, dietro del quale, come a santo uomo, correva ciecamente il popol tutto. Quai mezzi adoperasse il marchese per guadagnarsi questo frate Giacomo de' Bussolari non lo sappiamo; sappiamo bensì ch'egli lo guadagnò, e sì fattamente, che il frate fece passare il popolo pavese, dall'amore passionato che aveva, alla detestazione ed all'odio contro de' Beccaria, per modo che furon costretti a partire esuli dalla patria. Cominciò il frate, nelle sue prediche, a indicarli al popolo, senza però palesemente nominarli: O frumentarii, o viri sanguinum populi, non expectatis diem judicii? Andava costui esclamando, e persuadeva che la carezza del pane fosse cagionata dalla insaziabile avarizia de' fratelli Beccaria: Ipse praedicando fertur propalasse occulta illorum de Beccaria, quae sibi narrata fuerant nomine poenitentiae, et praecipue de domino Castellino talia dixit, quod universum populum pellexit et animavit ed destructionem universorum de Beccaria, et eorum prolis, et progeniei, et amicorum suorum, et ad ruinam, et populationem eorumdem. Et tunc, sine ulla defensione praecedente, universas illorum ac sequacium domos, aedes et palatia dirui fecit, et asportari lapides, et vendi, praedicans quod quisque Papiensis ipsos lapides teneret sub pulvinari, et capite lecti, ad perpetuam memoriam male gestorum per ipsos de Beccaria. Gli esuli Beccaria si rifugiarono a Milano presso Galeazzo, implorando soccorso. È assai probabile che da Galeazzo medesimo fossero stati animati i Beccaria, per attraversare le voglie del loro nuovo sovrano marchese di Monferrato. Galeazzo II spedì Luchino dal Verme, valoroso comandante, alla testa d'un conveniente numero d'armati, con apparenza di proteggere gli oppressi e di porre l'ordine in una città vicina, tumultuante, sotto un sovrano che non aveva forze bastanti per darle la pace. Fu così bloccata quella città, in cui frate Giacomo comandava dispoticamente, creando e cassando a suo arbitrio i magistrati. A tal proposito io riferirò le stesse parole d'Azario: Nam a carrocio, quo saepius vehebatur (et beatus ille qui poterat tangere id carrocium, pro vehendo palliis cohopertum!) caepit praedicare, et increpare quod homines, et mulieres debebant a laqueis mundanis declinare, nempe a vestibus luxuriosis et sumtuosis, ab argenteis, et gemmis praetiosis, et ornamentis... et in exequutorem eligi fecit officialem, quem vidi incidendo maniconos guarnazonorum phrigio opere contextos, vel auro, et argento ornatos, et incidendo balthea si quid praetiosi inveniebat circa ea. Né tale pure era il limite del potere di questo frate Giacomo de' Bussolari. Egli giunse al segno che fecit publicam justitiam per capitis obtruncationem... Venditis ergo praedictis auro, et argento, gemmis, adamantibus, et lapillis praetiosis usque in Venetiis, radunò una somma destinata a provvedere i viveri alla città. Ma non era facile l'introdurveli, e Luchino dal Verme vegliava intorno da ogni parte. Si cominciò a provare in Pavia la fame, e il frate scorreva per la città nel suo calessetto, gridando al popolo: ne dubitaret de victualibus, quum sciret ipse, ita enim affirmabat, per orationes... se impetraturum ut manna similis datae Moysi in deserto defluxura esset ad sufficientiam. I Pavesi alla fine, ridotti alla estremità, si diedero a Galeazzo II, al quale avevano già ubbidito; e frate Giacomo de' Bussolari ebbe la cura di capitolare, e provvidde a tutto per la città, e nessuna condizione ricercò per se medesimo: curaverat de aliis, non autem de se ipso, prout semper allegabat praedicando. Il generale del suo Ordine pregò poscia Galeazzo II, dal quale ottenne il frate, che terminò i suoi giorni in carcere. Così Pavia ritornò in potere de' Visconti.

Non così facile riuscì ai Visconti il riavere Bologna; ché anzi, malgrado l'ostinazione e gli sforzi di Barnabò, questi non poté, sin che visse, averla in suo dominio. Una signoria divisa, non è nel momento opportuno d'ingrandirsi. Fra Barnabò e Galeazzo II non trovavasi molta armonia; i vizi loro, la maniera di governare atrocemente, non disponevano i popoli a bramare il loro impero. I principi italiani, tanto più attivi e costanti, quanto più speravano di riuscire contro di uno Stato diviso, non risparmiarono arte e forza in ogni occasione; per modo che non v'è da maravigliarsi come sotto i due fratelli non s'ampliasse lo Stato, ma bensì come ei non cadesse in un totale discioglimento. (1360) Bologna era passata nelle mani del papa, e Barnabò vi spinse le sue armi l'anno 1360, ma senza frutto; poiché Innocenzo VI fece venire nell'Italia Lodovico re d'Ungheria, con buon numero di armati, in soccorso di Bologna, e Barnabò dovette ritirarsi. Quel sommo pontefice scomunicò Barnabò Visconti; e Urbano V, che fugli successore, confermò la scomunica con sua bolla. I delitti che s'imputavano in quella bolla a Barnabò Visconti sono: ch'egli proteggesse gli eretici; ch'egli un giorno, avendo fatto chiamare avanti di sé l'arcivescovo, torvamente gli avesse comandato di porsi in ginocchio, il che fattosi dal timido prelato, Barnabò gli dicesse: Nescis, poltrone, quod ego sum papa et imperator ac dominus in omnibus terris meis; ch'egli sugli ecclesiastici esercitasse giurisdizione, obbligandoli a pagare i carichi, facendoli imprigionare, e condannandoli al supplizio, come gli altri cittadini, e che si arrogasse la collazione de' beneficii e l'amministrazione de' beni ecclesiastici. Questa era la settima volta in cui il papa prendeva a scomunicare ed interdire i signori o la città di Milano. Già vedemmo al capitolo quinto gli anatemi pronunziati, nel secolo undecimo, da Alessandro II, all'occasione di sottomettere la chiesa Milanese alla giurisdizione di Roma. Vedemmo pure, al capitolo nono, l'interdetto pubblicato sopra Milano da Innocenzo III, l'anno 1216, per fargli abbandonare il partito di Ottone IV; e l'altro interdetto di Urbano IV, di cui ho fatta memoria al capitolo decimo, per abbassare i signori della Torre, nel 1262; poi le scomuniche pronunziate contro Matteo I Visconti, nell'anno 1321, allorché la potenza di lui cominciava a dar gelosia a Giovanni XXII, di che trattossi al capitolo undecimo. Vedemmo pure come lo stesso sommo pontefice, non contento della scomunica e dell'interdetto sulla città, facesse pubblicare contro Galeazzo I una Crociata, e invadere il di lui Stato. Vedemmo nel capitolo precedente come il papa Clemente VI ponesse all'interdetto la città, e scomunicasse Giovanni Visconti, arcivescovo, e i tre suoi nipoti Matteo, Barnabò e Galeazzo II, perché aveva l'arcivescovo comprato dal Pepoli il dominio di Bologna. Ora la scomunica cadde sopra Barnabò, il quale era stato già due altre volte anatematizzato di riverbero, come discendente da Matteo e nipote di Giovanni. Il papa, per mezzo d'un cardinal legato, faceva delle proposizioni di accomodamento a Barnabò. Bologna era stata comperata da Giovanni arcivescovo per ducentomila fiorini d'oro. Questo era il solo titolo che poteva Barnabò legittimamente allegare per sostenerne il dominio; e il legato gli offeriva di sborsargli la metà di quella somma, cioè centomila fiorini d'oro, purché egli abbandonasse le sue pretensioni sopra Bologna. Ma Barnabò non faceva altra risposta se non questa: Voglio Bologna. Nuove offerte faceva il legato, e Barnabò rispondeva sempre: voglio Bologna. Per deludere tutte le arti d'un uomo colto, ingegnoso ed accorto, basta ch'egli abbia a trattare con un uomo ostinato, ignorante e feroce. Tali erano i dialoghi tra Barnabò ed il legato. Gli Annali Milanesi c'insegnano che ipse dominus diebus suis scientificos laicos, clericos, et praelatos, ac quoslibet virtuosos viros odio habuit; et idiotas, crudeles, abjectos viros, infames et homicidas semper sublimavit. Un principe di tal carattere poteva far tremare gli uomini di merito che avevano la sventura di trovarsi con lui, ma non poteva riuscire felicemente ne' suoi progetti. Le sue armi ritornarono verso del Bolognese l'anno 1361, e più d'una volta vennero malamente battute, senza ch'ei punto acquistasse.

Due fatti accaduti in quel tempo dimostrarono qual principe fosse Barnabò, e qual rispetto egli avesse pel gius delle genti. Innocenzo VI gli spedì come nunzii due abati benedettini. Essi erano incaricati di trattar seco lui, per terminare la controversia di Bologna, ed avevano le bolle pontificie da presentargli. Ciò accadde nell'anno 1361. Barnabò stavasene nel castello di Marignano, rintanato colà per allontanarsi dalla ferocissima pestilenza che devastava Milano, abbandonata dai due fratelli al caso, e senza adoperare alcuna di quelle precauzioni colle quali Luchino, loro zio, nell'anno 1348, cioè tredici anni prima, aveva saputo preservarla; abbenché allora quella sciagura avesse desolata gran parte dell'Italia. Ivi attese i due nunzi, e concertò la cosa per modo che il primo incontro con essi loro seguisse al ponte sotto cui scorre il fiume Lambro. Barnabò, scortato da una buona caterva d'armati su di quel ponte, ricevé i due nunzi, i quali se gl'inchinarono, e presentarongli le bolle consegnate loro dal papa. Barnabò seriamente si pose a leggerle, indi biecamente mirando i due ministri: scegliete, disse, una delle due, o mangiare o bere. I due nunzi, posti in mezzo agli armati, senza scampo, mirando il fiume che scorreva al disotto, costretti dopo replicate e impazienti istanze alla scelta, mostrarono che non piaceva loro di bere: ebbene mangiate dunque, disse il feroce Barnabò; e furono costretti i due venerabili prelati a mangiare la pergamena tutta quanta, il cordoncino di seta e la bolla di piombo. Con tale insulto atroce ardì Barnabò di violare non solamente la riverenza che si deve al sommo sacerdote, ma i doveri che reciprocamente uniscono i principi e le nazioni fra di loro; e persino le sacre leggi d'ospitalità, che impongono, anche agli stessi popoli agresti e selvaggi, di non abusare della condizione d'uno straniero ricoverato in casa nostra. (1363) Uno di questi due abati era Guglielmo da Grimoaldo di San Vittore di Marsiglia, il quale, pochi mesi dopo di quest'obbrobrio, venne creato sommo pontefice e chiamossi Urbano V. È facile l'immaginarsi quai sentimenti dovesse poi avere Urbano V verso di Barnabò, da cui era stato insultato con tanta soperchieria. Egli, in fatti, con un breve dato di Avignone il giorno 3 di marzo dell'anno 1363, scomunicò solennemente Barnabò; lo dichiarò eretico, decaduto dall'ordine di cavaliere, spogliato d'ogni onore, diritto e privilegio; e comandò che alcuno non osasse più di trattare con lui. Nel breve della scomunica vi eran queste parole: propterea destruet te Deus in finem, evellet te, et emigrabit te de tabernaculo tuo, et radicem tuam de terra viventium. Inoltre, agli 11 di luglio dello stesso anno 1363, dal cardinale Egidio Alburnoz fece pubblicare la Crociata contro Barnabò, come già era stata pubblicata contro suo zio Galeazzo quarant'anni prima; e tale e tanto era in ciò l'impegno del papa, che (quantunque egli venisse istantemente sollecitato e da Pietro re di Cipro, e dal re di Francia medesimo, ad intimare una Crociata contro de' Saraceni, che sempre più si tendevano formidabili ai Cristiani del Levante), egli ricusò di farlo per allora; anzi si protestò ch'ei non avrebbe mai dato mano a Crociata alcuna, sin tanto che non avesse ottenuto esito felice quella già intimata contro di Barnabò. (1364) Allora però questa Crociata non ebbe effetto; poiché la combinazione degl'interessi dei principi gl'indusse ad accordar la pace l'anno 1364, in cui Barnabò cedette Bologna al papa, che s'obbligò a pagargliela cinquecentomila fiorini d'oro. Le perdita di Bologna e del Modanese fatta da' Visconti non fu una riparazione bastante al pontefice; poiché con nuova bolla dell'anno 1368, in data 30 maggio, lo stesso papa pubblicò una seconda Crociata contro il Barnabò e fece che lo attaccassero con formidabile esercito l'imperatore, la regina di Napoli, il marchese di Monferrato, gli Estensi, i Gonzaghi, i Malatesti, i Carraresi, i Perugini e i Sanesi collegati insieme coi pontificii. Questo esercito collegato avrebbe svelta dalle radici la sovranità de' Visconti, se non avesse portato seco quel principio di lentore e debolezza, che sono inseparabili dalle armate combinate, ciascuna porzione delle quali, perché dipendente da un distinto sovrano, si crede la prima di ogni altra, o almeno l'eguale, e si disperde nelle rivalità, che più la tengono occupata di quello non faccia la causa comune. Così poté Barnabò difendersi, e senza nuove perdite ottenere la pace, segnata il giorno 11 febbraio 1369. Né la morte di Urbano V, che aveva sofferto l'insulto personale, diede costante fine all'odio pontificio, parve anzi che nel successore Gregorio XI venisse trasfuso come un'eredità; poiché Gregorio, l'anno 1372, combinò una nuova lega fra i principi d'Italia, e vedendo che le armi non andavano prosperamente, scomunicò di bel nuovo Barnabò, e liberò i sudditi dal giuramento di fedeltà; poi animò l'imperatore Carlo IV, il quale, con suo diploma dato in Praga il giorno 3 di agosto dello stesso anno 1372, privò i due fratelli Visconti Barnabò e Galeazzo del vicariato imperiale e d'ogni dignità, e Barnabò venne persino degradato dell'ordine equestre. Alle forze degli alleati, per opera del cardinale di Bourge, legato pontificio, si unirono quelle del duca di Savoia; e sebbene nemmeno questa volta l'armata combinata giugnesse a fare conquista sulle terre di Barnabò, ella però poté devastarle, e porre a saccheggio e in rovina una parte del suo Stato. Così la rozza e feroce violazione del gius delle genti produsse a Barnabò delle inquietudini mortali durante il suo regno; e questo è il primo de' due fatti. L'altro fatto si vede originato dall'animo istesso di quel sovrano truce ed ignorante. Sino dall'anno 1362 s'era formata l'alleanza fra il papa, i Carraresi signori di Padova, gli Scaligeri signori di Verona, gli Estensi signori di Ferrara, e un Gonzaga signore di Reggio. Quei principi collegati, prima di commettere ostilità, spedirono i loro ministri a Barnabò, facendogli dire che essi avevano fatto lega col papa, ma unicamente in difesa dello stato della Chiesa; non mai per invadere gli Stati altrui; onde qualora il signor Barnabò avesse restituito i luoghi da lui occupati nel Bolognese e nella Romagna, essi non avrebbero mosse le armi contro di lui. Tale era la commissione di que' legati. A questo colto e nobile ufficio Barnabò corrispose nella più villana maniera. Ordinò che i legati venissero a corte; ivi non si degnò di lasciarsi vedere, ma volle che esponessero la loro ambasciata avanti di un notaro; e poiché ebbero ciò eseguito, egli spedì una squadra d'armati e fece attorniare i legati de' principi; indi furono essi dalla forza obbligati a indossarsi alcune vesti bianche preparate apposta per esporli alla derisione della plebe. Vennero poscia costretti, in tal ridicolo arnese, di porsi a cavallo; e per due buone ore volle che in tal meschina e pazza forma rimanessero avanti la porta del palazzo di corte: indi li fece girare per la città, esposti al vilipendio, ed alle fischiate della ciurmaglia; e con tale infamia vennero scortati poi sino ai confini. Non è dunque da stupirsi che i principi italiani sempre gli fossero poi contrari, e pronti a secondare contro di lui tutte le proposizioni del papa. Barnabò pensava come l'imperatore Federico I, e sarebbe nato a proposito, se fosse stato suo contemporaneo e suo nemico. In mezzo alle guerre fra le quali visse, una volta sola Barnabò comparve in campo, e fu l'anno 1363, nel quale si portò sul Modanese alla testa de' suoi. Egli era intrepido, e fu ferito; ma questo non basta per essere un buon capitano: venne sempre battuto. Barnabò era violento, coraggioso e feroce; ma di poco ingegno. Per richiamare intorno di sé i militi sparsi nello Stato, e riparare le perdite che faceva, ei mandò loro ordine che immediatamente si portassero da lui nel Modanese sotto pena della vita. Da questo modo barbaro di comandare minacciando la morte, si deve concludere, o che Barnabò non aveva avuto il talento di scegliere i suoi militi e di formarli, poiché conveniva minacciar loro la morte per indurgli ad accostarsi al nemico, ovvero che Barnabò non aveva il talento di comandare la gente d'onore e sensibile alla gloria, la quale si aliena anzi, trattata colle minacce e con viltà. Sempre in quella spedizione Barnabò fu battuto.

Se riguardiamo adunque Barnabò Visconti come principe e signore potente, dobbiamo confessare che egli non meritò stima alcuna; poiché la porzione sulla quale ei regnò venne diminuita colla perdita di Bologna, delle terre del Bolognese, della Romagna e del Modanese, ch'egli aveva ereditate dall'arcivescovo Giovanni. Egli con puerili e feroci insulti animò i suoi nemici, e non ebbe forze abbastanza per difendersi. Osserviamolo come legislatore del suo popolo e conservatore della felicità pubblica. Egli lasciò che la pestilenza desolasse Milano nel 1361; quella pestilenza alla quale ho attribuita la partenza del Petrarca; se pure anche l'indole del governo non isforzò del pari quell'uomo illuminato a tal partito. Quella sciagura distrusse più di settantamila abitatori di Milano, e fece nelle terre ancora strage molto maggiore. Dopo sì gran flagello, mentre Barnabò stava alla guerra nel Modanese, alcune compagnie d'uomini facinorosi devastavano la città, tormentata dalle violenze, dalle rapine e da ogni genere di dissolutezza. Ritornato Barnabò, per rimediare a simil disordine, pubblicò un editto in cui proibì che alcuno in Milano non potesse andar di notte per le strade, sotto pena del taglio d'un piede. Tanto ci attesta l'Azario, che allora viveva. Un ammalato, di notte non poteva più avere soccorso in virtù di tal legge feroce. Barnabò lasciò soffrire ai suoi popoli la carestia negli anni 1364 e 1365, senza trovare modo di soccorrere i suoi sudditi. Questa carestia nacque da un fenomeno fisico che riferirò poi. Attendentes temporum sterilitates, et guerrarum discrimina, dicesi in un decreto di Barnabò dell'anno 1369, nel quale introdusse il costume di mettere alle gride i fondi per assicurare al compratore la proprietà. L'anno 1372, con altro editto, comandò Barnabò che nessuno ecclesiastico potesse allontanarsi dal luogo di suo domicilio, senza suo permesso. L'ordine poteva essere necessario, attese le scomuniche e l'assoluzione dal giuramento di fedeltà dette di sopra; ma la pena d'essere subito gittati nel fuoco gli ecclesiastici contravventori, è orrenda. Il Corio ci assicura che Barnabò, dopo la pestilenza e la carestia e le perdite dello Stato, se volse contra de li miseri subditi che per quatro anni adietro havevano pigliato porci salvatici, ed altre selvaticine: onde a molti di loro faceva doppuo grande tormento cavare gli occhi, et inde suspendere per la gola, de li quali si referisce essere ascesi al numero de cento. Assai magiore summa, de le crudele e tyranice mano fugendo, li faceva proscrivere, dinde gli pigliava ogni sua facultate, et a molti altri habitanti ne le ville, non havendo il modo di satisfare al fisco per le condemnatione, le case sue faceva brusare... due frati Minori, andandogli per reprendere de si inaudita extorsione, senza alcuno riguardo gli fece brusare, incolpandoli de nuova heresia. Amava Barnabò la caccia singolarmente dei cinghiali, e manteneva un grande numero di cani; come ciò facesse ce lo dice il Corio all'anno medesimo: teneva cinque milia cani, e la magiore parte de quelli distribuiva ala custodia de li cittadini et anche a contadini, li quali niuno altro cane che quegli puotevano tenere. Questi due volte il mese erano tenuti a fare la mostra, onde trovandoli macri, in grande summa de pecunia erano condemnati, e se grassi erano, incolpandoli dil troppo, similmente erano mulctati, se morivano gli pigliava il tutto; e li officiali o caneteri più che pretori de le terre erano temuti. Pietro Azario, che vivea in quei tempi, ci lasciò scritto che certo Antoniolo da Orta, ufficiale in Bergamo, venne accusato presso di Barnabò di avere esatte delle propine arbitrarie nello spedire certe licenze. L'accusatore era un solo, e Barnabò sine alia determinatione et defensione praecedente, jussit unum suum domicellum cum litteris suis de praesenti ire, dirigendis Potestati Pergami, ut, visis praesentibus, dictum Antoniolum per gulam laqueo faceret suspendi sub poena suspensionis ipsius potestatis. Qui Potestas, licet invite, dictum Antoniolum in palatio Pergami, nullo alio expectato nisi quod cum sacerdote confiteretur, suspendi fecit. Se prestiamo fede agli Annali Milanesi, Barnabò con un editto proibì che alcuno più non ardisse di chiamarsi Guelfo o Gibellino, sotto pena del taglio della lingua, e furono tagliate le lingue ad alcuni contravventori. Fece bruciar vivi tre uomini ragguardevoli, imputati di tradimento. Fece bruciare due monache del Bocchetto. Due altre monache di Orona miseramente ebbero sorte uguale. Fece crudelmente torturare Tommaso Brivio, vicario generale dell'arcivescovo, perché aveva ricusato di degradare quelle infelici. Fece bruciare il prete Stefano da Ozeno d'Incino, dopo di avergli fatto soffrire atroci tormenti. Fece impiccare l'abate di San Barnaba, perché aveva prese delle lepri. Fece cavare un occhio ad un uomo, perché trovato a passeggiare in una strada privata di Barnabò. Un povero contadino fu incontrato da Barnabò, e lo fece ammazzare dal suo canattiere, perché egli aveva un cane. Un giovinetto raccontò d'avere sognato che uccideva un cinghiale, e per questo Barnabò gli fece cavare un occhio e tagliare una mano. Per un decreto di Barnabò nessun giusdicente poteva cominciare a ricevere il soldo assegnatogli, se prima non aveva fatto tagliar la testa a un uccisore di pernici. Giovanni Sordo e Antoniolo da Terzago, suoi cancellieri, furono chiusi in una gabbia di ferro con un feroce cinghiale. Il podestà di Milano Domenico Alessandrino, a forza di bastonate, fu obbligato a strappare la lingua ad un uomo colle sue proprie mani... Chiudasi l'atroce scena: chi ne bramasse più minute circostanze vegga il nostro diligente conte Giulini. Io suppongo che vi sia della esagerazione in questi fatti. Mi sento uomo; ed ho piacere di lusingarmi che un uomo simile a me non possa mai discendere in tale abisso di crudeltà. Credo esagerati i racconti di Nerone, di Caligola e di simili principi. Ma togliendo anche la esagerazione, sempre ne rimane abbastanza per detestarli. I popoli disgraziati che erano sudditi di un tal uomo, gemevano altresì sotto il peso di gravosissimi tributi. Il Corio ci dice che Barnabò ogni anno riceveva centomila fiorini d'oro pe' carichi ordinari, e sessantamila fiorini d'oro pei straordinari; in tutto incassava centosessantamila annui fiorini d'oro dal suo Stato. Egli possedeva Cremona, Bergamo, Brescia, Crema, Lodi, Parma e la metà di Milano, e questo carico contributo da suoi popoli allora riusciva insopportabile. Oggidì il solo Cremonese paga altretanto senza che il popolo sia oppresso; il che sempre dimostra quanto ho detto al capitolo ottavo e ripetuto poi, cioè che il valore dell'oro, reso in questi tempi più abbondante, si è notabilmente diminuito.

Il fenomeno fisico di cui ho fatto cenno, quello cioè per cui l'anno 1364 venne una funesta carestia nello Stato, è per fortuna nostra così insolito nel Milanese, che le persone poco istrutte lo potrebbero collocare fra le favolose invenzioni immaginate per allettare colla maraviglia. Ma ve ne sono prove tali, che non ci lasciano luogo a dubitarne. Tre scrittori che allora vivevano, i quali, oscuramente celati, notavano gli avvenimenti de' loro tempi, senza che uno potesse avere cognizione dell'altro, ce lo hanno tramandato concordemente; e sono Pietro Azario, l'autore degli Annali Milanesi, ed il cronista di Piacenza. Nell'anno 1364 comparvero nel mese di agosto de' nembi di locuste. Queste occupavano l'aria, come dense e vaste nubi, ed offuscavano il sole. Esse volavano con molta forza, e tutte si dirigevano dalla stessa parte nel volo. Scendevano poi su i campi, e, a vederle discendere, pareva che cadessero fiocchi di neve. L'Azario dice che questi animaletti erano verdi, e col capo e collo grossi. Nel terreno sul quale avevano posato, erbe, foglie, frutta, tutto rimaneva distrutto; e così questi eserciti funesti di locuste, passando da un campo all'altro, isterilirono le terre; e durò il flagello da agosto sino al mese di ottobre. Un simile flagello, si dice che l'avesse provato la Lombardia quattrocentonovantun'anni prima, cioè l'anno 873, e ce ne tramandò memoria Andrea Prete. Ma se a quell'autor solo si poteva contrastare un avvenimento maraviglioso, converrebbe rinunziare alla storia se dubitassimo della verità rapporto all'anno 1364. Questo fenomeno, stranissimo per noi, è conosciuto in altre regioni verso il Levante. Carlo XII, re di Svezia, nella Bessarabia ebbe moltissimo a soffrire per i nembi di locuste; e l'autore della Histoire militaire de Charles XII de Suède ci narra un caso simile, ed eccone le parole: Une horribile quantité de sauterelles s'elevoit ordinairement tous les jours avant midi du côté de la mer, premièrement à petits flots, ensuite comme des nuages, à qui obscurcissoient l'air, et le rendoient si sombre, et si épais que dans cette vaste plaine le soleil paroissoit s'être éclipsé. Ces insectes ne voloient point proche de terre, mais à peu près à la même hauteur que l'on voit voler les hirondelles, jusqu'à ce qu'ils eussent trouvé un champ sur lequel ils pussent se jetter. Nous en rencontrions souvent sur le chemin, d'oû ils se jettoient sur la même plaine oû nous étions et sans craindre d'être foulés aux pieds des chevaux, ils s'elevoient de terre, et couvroient le corps et le visage à ne pas voir devant nous, jusqu'à ce que nous eussions passé l'endroit où ils s'arrêtoient, Partout oû ces sauterelles se reposoient, elles y faisoient un dégât affreux, en broutant l'herbe jusqu'à la racine; ensorte qu'au lieu de cette belle verdure dont la champagne ètoit auparavant tapissée, on n'y voyoit qu'une terre aride et sablonneuse. Questi insetti, col favore del vento gagliardo, attraversano persino il mare a volo; e in conseguenza della sterilità avenuta nell'Asia, o di una prodigiosa moltiplicazione accaduta in quell'anno nella specie di quegl'insetti, o d'un vento straordinariamente violento, che gli abbia trasportati oltre i consueti loro confini, o alfine di qualche altra cagione che non posso conoscere, giunsero essi persino a noi l'anno 1364. Se questa devastazione fosse periodica, sarebbe da temersi da' nostri figli, che vivranno l'anno 1855. Ma tali avvenimenti o non hanno periodo, ovvero l'hanno così vasto che oltrepassa la memoria,

Ritorniamo agli orrori di quel governo, e miriamo l'altra porzione dello Stato soggetta a Galeazzo II. Dopo che egli ebbe nuovamente in suo potere Pavia, ivi collocò la sua sede, lasciando che Barnabò alloggiasse in Milano. Galeazzo non ebbe tante brighe a sostenere colle armi, quante ne ebbe Barnabò; onde, abbandonando da principio ai ministri ogni cura dello Stato, egli null'altro ebbe in pensiero, che di apparentarsi con illustri matrimoni, celebrare regie pompe, e cercare la fama di protettore delle lettere. Le scuole di Pavia vennero da lui fomentate e promosse, e nell'anno 1362 sembra che venisse aperta quell'Università, la quale aveva maestri di leggi canoniche e civili, di medicina, fisica e logica. Radunò una biblioteca pregevole per quei tempi, anteriori quasi d'un secolo alla invenzione benefica della stampa. Per illustrare la sua famiglia, al figlio suo Gian Galeazzo (che non aveva più di sette anni) diede per moglie Isabella di Francia, figlia del re Giovanni, bambina essa pure di pochi anni; e la pompa di questi illustri sponsali costò ben cinquecentomila fiorini d'oro, cavati con ogni sorta di mezzi dai sudditi, senza eccezione alcuna; il che non bastò a togliere la sofferenza in ciascuno d'un aggravio enorme. Maritò sua figlia Violanta con Lionetto, figlio del re d'Inghilterra Edoardo III. Galeazzo aveva Bianca di Savoia per moglie; e così la casa Visconti, in meno di sessant'anni di tempo, dalla condizione nobile sì ma privata, passò a grandeggiare a segno d'avere le più strette parentele col re di Francia, col re d'Inghilterra e col duca di Savoia. Oltre a questi oggetti sproporzionati di spese, ei si volse a fabbricare senza riguardo. In Pavia si pose ad erigere un parco di più miglia, cinto di muro; ivi aveva le cacce, i giardini, le peschiere, che ricevevano l'acqua per un cavo ch'ei fece dal Naviglio di Milano sino colà. Queste spese, e quest'abbandono degli affari pubblici, in tempi di pestilenza e di carestia, mentre una parte dello Stato soffriva le invasioni de' nemici, produssero danni così grandi, che, malgrado l'opulenza e l'adulazione che a più giri attorniavano quel principe, ei si dovette alla fine riscuotere. Aprì gli occhi; e vide tutte le cariche venali occupate da vilissimi ministri; i popoli rovinati; le sue milizie mancanti di paghe; il suo erario vuoto; e i suoi pochi sudditi, esausti e languenti. In quel momento fece quello che sogliono le anime da poco; dalla inerzia passò alla frenesia. Fece impiccare il suo direttore delle fabbriche in Milano. Fece impiccare il suo direttore delle fabbriche in Pavia. Il castellano di Voghera per essere stato assente, quando quegli afflitti abitanti scossero il giogo della oppressione, fu strascinato a coda d'asino, poi fu impiccato con un suo figlio. Sessanta stipendiati, perché furono un poco lenti nell'eseguire una commissione, furono con una sola parola condannati tutti alle forche. Indotto a far loro grazia, se ne rammaricò poi, e fece porre in carcere Ambrosolo Crivello, suo cancelliere, e lo privò d'un anno di salario, perché era stato sollecito nella spedizione della grazia. Questi fatti ci sono attestati da più autori contemporanei. L'Azario poi ci ha tramandato l'editto col quale quel principe ordinò a' suoi giudici qual carnificina dovessero far eseguire contro i rei di Stato. Egli immaginò il modo per far soffrire atrocissimo strazio per quarantun giorni, riducendo un uomo sempre all'agonia senza lasciarlo morire. La natura freme; Busiri e Falaride non lasciarono altretanto: Intentio domini est quod de magistris proditoribus incipiatur paulatim. Prima die quinque bottas de curlo; secunda die reposetur; tertia die similiter quinque bottas de curlo; quarta die reposetur; quinta die similiter quinque bottas de curlo; sexta die reposetur; septima die similiter quinque bottas de curlo; octava die reposetur; nona die detur ei bibere aqua, acetum et calcina; decima die reposetur; undecima die similiter aqua, acetum et calcina; duodecima die reposetur; decima tertia die serpiantur eis duae corrigiae per spallas, et pergottentur; decima quarta die reposetur; decima quinta die dessolentur de duobus pedibus, postea vadant super cicera; decima sexta die reposetur; decima septima die vadant super cicera; decima octava die reposetur; decima nona die ponantur super cavalletto; vigesuma die reposetur; vigesima prima die ponantur super cavalletto; vigesima secunda die reposetur; vigesima tertia die extrahatur eis unus oculus de capite; vigesima quarta die reposetur; vigesima quinta die truncetur eis nasus; vigesima sexta die reposetur; vigesima septima die incidatur eis una manus; vigesima octava die reposetur; vigesima nona die incidatur alia manus; trigesima die reposetur; trigesima prima die incidatur pes unus; trigesima secunda die reposetur; trigesima tertia die incidatur alius pes; trigesima quarta die reposetur; trigesima quinta die incidatur sibi castronum; trigesima sexta die reposetur; trigesima septima die incidatur aliud castronum; trigesima octava die reposetur; trigesima nona die incidatur membrum; quadragesima die reposetur; quadragesima prima die intenaglientur super plaustro, el postea in rota ponantur. Pare impossibile che un sovrano abbia mai dato un comando tanto infernale; pare impossibile, che alcun uomo, soffrendo questi martirii, potesse sopravivere sino al quarantesimoprimo giorno. Eppure convien dire che crudelmente si andassero applicando i rimedii, per prolungare la vita e il tormento; poiché, ci attesta lo stesso autore, che harum poenarum exequutio facta fuit in personas multorum anno 1372 et 1373. Così pensarono i principi, così furono governati i popoli di quella città, in cui doveva l'immortale marchese Cesare Beccaria scrivere il libro dei Delitti e delle Pene; libro sacro all'umanità, alla ragione ed alla beneficenza. I principii di sublime filosofia che l'hanno dettato; la calda e libera eloquenza colla quale si annunziano; la compassionevole sensibilità ai mali degl'infelici, assicurano all'illustre nostro cittadino, ed all'amico e compagno de' miei studi una celebrità costante: la onorata tranquillità poi di cui gode; anzi lo stipendio e le cariche delle quali è stato decorato, serviranno agli esteri non solo, ma alla posterità, di vera dimostrazione della felicità e della gloria del governo sotto cui abbiamo la fortuna di vivere.

Sin qui Galeazzo II poteva essere sedotto da malvagi consiglieri; ma il fatto seguente lo mostra quale egli era, senza difesa. Aveva quel principe incorporato nel vastissimo suo parco di Pavia i poderi di molti, e fra gli altri d'un povero cittadino pavese che aveva nome Bertolino da Sisti. Questo povero uomo aveva una famiglia numerosa da alimentare; i figli soffrivano la fame e la miseria, mancando di quel fondo, che non gli era stato pagato. Egli si prostrò avanti del suo sovrano, implorando umilmente soccorso, e il pagamento della sua porzione di terra. Venne accolto da Galeazzo con amarissima derisione e vilipendio, e non poté ottenere compenso alcuno. Quel disperato padre di famiglia aspettò poi, nel parco istesso dove Galeazzo soleva cavalcare, il momento della vendetta, e, il giorno 24 di agosto dell'anno 1369, lo ferì, mentre passava a cavallo, in un fianco; ma la fascia cordonata di seta lo difese. Fu arrestato quel suddito; sempre colpevole, ma degno di commiserazione, e finì, dopo fieri tormenti, squartato dai cavalli. Coloro che esclamano contro i costumi del nostro secolo, vedano se in tutta quanta l'Europa vi sia un angolo solo in cui gli uomini siano trattati come lo erano i nostri maggiori quattro secoli sono! A che attribuirne il cambiamento? All'ardimento che alcuni ebbero di pensare e cercare il vero, indipendentemente dalle opinioni ereditate; al progresso della ragione, all'accrescimento de' lumi; alla moltiplicazione de' libri; al genio della coltura; a quello spirito moderato e benefico di filosofia che ha dissipata la ferocia e il fanatismo, ed ha reso gli uomini benevoli ed umani, sotto di una santa e pura religione di concordia e di pace. Rendiamo umili azioni di grazie al Dator di ogni bene, e guardiamoci da coloro che ardiscono d'insultare a que' felici mezzi co' quali si è operata la consolante rivoluzione. Galeazzo II aveva la bassezza di voler giuocare ai dadi co' sudditi che avessero denaro, e godeva di rovinarli. (1377) Quel principe fece un decreto l'anno 1377 che non ha esempio, a quanto mi è noto. Egli, con un foglio di carta, annullò, cassò, rivocò tutte le grazie e dispense che aveva sin allora concesse. Il decreto è del giorno 13 di ottobre, Datum in castro nostro Zojoso, sito nel Pavese, ora chiamato Belgioioso, nel quale soleva passar qualche tempo quel principe. Che un successore revochi le grazie di un sovrano che l'ha preceduto, benché sia cosa dura assai per chi la soffre, se ne trovano esempi, ma che un principe cancelli, così in un colpo solo, tutte le sue beneficenze, non so che sia mai accaduto altra volta.

Paragonando i due fratelli, pare che Barnabò avesse l'animo più forte, e Galeazzo fosse freddamente crudele. Il primo, abbandonandosi ad una collera brutale, era capace di ogni eccesso; l'altro lo era sempre, con maligna tranquillità. Barnabò dava gl'impieghi a persone che li sapessero eseguire, e sapeva tenersele affezionate e fedeli; Galeazzo, per denaro, dava le cariche a' più inetti uomini. Barnabò era veridico e palesava i suoi sentimenti; Galeazzo non era definibile. Il primo incuteva spavento, l'altro diffidenza. Barnabò si fece scolpire in una statua equestre di marmo, e la collocò sull'altar maggiore di San Giovanni in Conca. Essa ivi si vede, ma non più sull'altare. Galeazzo pazzamente fece distruggere le peschiere, le pitture del Giotto, e tutte le belle cose ordinate da Azzone nel palazzo di corte, quae domus, diceva l'Azario, cum ornamentis et picturis et fontibus, hodie non fieret cum trecentis millibus florenis. Galeazzo faceva alzare un gran muro con molta spesa; poi, parendogli che stesse male, lo faceva demolire. Faceva delle vòlte assai grandi in mezzo del verno, e diroccavano poi; e i mattoni, le travi, la calce si prendevano, per suo cenno, ove trovavansi, senza parlare di pagamento. Galeazzo fabbricò il castello di Milano e quello di Pavia: Barnabò, quello di Trezzo. Nessuno di questi due atroci fratelli ebbe commensali, come solevano averne Azzone, Luchino e Giovanni. Costoro offendevano un numero sì grande di persone, che non era poi loro fattibile la scelta di alcuni fra' quali passare giocondamente le ore. Barnabò pagava esattamente i suoi stipendiati, e non permetteva che facessero estorsioni; Galeazzo trascurava di pagarli, e non badava alle loro angherie. Durante tale governo, i due successivi arcivescovi Guglielmo della Pusterla e Simone da Borsano non posero piede mai nella loro diocesi; sia che ciò nascesse per le dissensioni col papa; sia che, per godere le rendite dell'arcivescovato, i principi non volessero concederne a quei prelati il possesso; sia finalmente che la meschina vita che sotto a quel governo vi dovette passare l'arcivescovo Roberto Visconti, fatto porre in ginocchio per ascoltarsi il nescis, poltrone, di Barnabò, avesse fatto perdere il coraggio ai successori di presentarsi a vivere sotto quei terribili sovrani, animati anche contro degli ecclesiastici; i quali, con un editto di Barnabò, venivano obbligati a porsi in ginocchio tosto che l'incontravano per le strade, e, non solamente dovevano contribuire la porzione d'ogni tributo al paro di ciascun altro cittadino, ma dovevano portare il più delle tasse che quei sovrani arbitrariamente imponevano sul clero. (1378) Galeazzo II morì in Pavia il giorno 4 di agosto dell'anno 1378, dopo di aver regnato ventiquattro anni; e successe ne' suoi Stati Giovanni Galeazzo, di lui figlio, che portava nome il conte di Virtù, per un feudo che gli era stato dato nella Francia, per dote della principessa Isabella.

Prima di terminare questo capitolo, credo di far cosa grata a' miei lettori, informandoli d'un curioso dialogo che ebbe Barnabò con un villano, da cui non venne conosciuto. Io lo tradurrò, perché la storia della patria può interessare anche persone che non sappiano il latino. Ho dovuto inserire anche troppi squarci, scritti in tal lingua, o per contestare l'autenticità dell'asserzione, o per non diventarne io medesimo responsabile, ovvero per non annunziare colle mie parole, cose che mi sarebbe dispiaciuto di dover dire. Il dialogo si trova nella Cronaca di Azario, e consiglio ai curiosi lettori di vederlo nel suo originale; perché frammezzo a quella trascurata e rozza latinità, vi è certo lepore ingenuo, e una certa domestichezza di frasi che piacciono sommamente e dipingono il costume. Barnabò soggiornava parte dell'anno in Marignano; i contorni erano ancora pieni di boschi ed opportuni alla caccia, e questo era il motivo per cui Barnabò amava di trattenervisi. Egli a cavallo ben sovente si allontanava dalla comitiva, e s'innoltrava solo nel più interno de' boschi. Un giorno fra gli altri aveva smarrita ogni traccia, né sapeva più d'onde uscirne per ritornare al suo albergo. La stagione era assai fredda; l'ora avanzata, e rigido il verno. Per caso Barnabò s'avvide che taluno era in quel bosco. S'accostò, e riconobbe ch'era un povero contadino, assai lacero, che s'affaticava a tagliar legna. Ecco il dialogo che con lui tenne Barnabò: Il cielo t'aiuti, galantuomo. - Villano: Ne ho bisogno. Con questo freddo ho potuto far poco. L'estate è ita male. Potesse almeno andar meglio l'inverno! - Barnabò, scendendo dal suo cavallo affaticato: Amico, tu dici che la state è ita male; e come? L'annata è stata anzi felice; vi è stato abbondante raccolto di grano, vendemmia abbondante. E che t'è ito male? - Villano, mentre continua a tagliar la legna: Oh abbiamo di bel nuovo il diavolo per nostro padrone. Si sperava che allorquando venne scacciato il signor Bruzio Visconti, il diavolo fosse morto; ma ne è comparso un altro peggiore ancora. Costui ci cava il pane di bocca. Noi poveri Lodigiani lavoriamo come cani, e tutto il profitto colui ce lo carpisce. - Barnabò: Certamente, quel signore opera male assai... ti prego, guidami, amico, fuori del bosco; l'ora è tarda: la notte è vicina; e m'immagino che tu ancora non avrai tempo da perdere, se brami ritornartene a casa tua. - Villano: Oh! per andare a casa non ho alcun pensiero. L'imbroglio, padron mio, sarà a ritrovarvi da cenare; e davvero ho gran paura che non ne faremo nulla; mia moglie e i miei figli gli ho lasciati a casa con poco pane. - Barnabò: Ebbene conducimi fuori del bosco, e guadagnerai qualche cosa. - Villano: Tu mi vuoi distrarre dal mio lavoro... saresti tu mai uno spirito infernale... i cavalieri non vengono per questi boschi... sia tu chiunque ti piaccia, pagami prima, e ti scorterò dove vuoi. - Barnabò: Ebbene cosa vuoi ch'io ti dia? - Villano: Un grosso di Milano. - Barnabò: Fuori che saremo dal bosco ti darò il grosso, e ancora di più. - Villano: Oh sì domani! Tu sei a cavallo, e fuori che tu sia dal bosco, prendi il galoppo, ed io rimango come un cavolo! Così fanno gli ufficiali di quel diabolico nostro padrone; vengono scalzi, e ruban poi tanto, che passeggiano come grandi signori a cavallo. - Barnabò: Amico, poiché non mi vuoi credere, eccoti il pegno, e gli diede la fibbia d'argento che aveva alla cintura. Il villano se la gettò in seno nella camicia, e cominciò a precedere per uscire dal bosco; ma, stanco come era, camminava lentamente. - Barnabò: Galantuomo, monta in groppa sul mio cavallo. - Villano: Credi tu che quella rozza potrà reggere a due! Tu sei tanto grosso! - Barnabò: O, benissimo; porterà te e porterà me; tanto più che, a quanto dicesti, non hai mangiato troppo a pranzo. - Villano: tu dici il vero... proviamoci; e qui si pose a sedere in groppa, e mentre così proseguivano attraverso del bosco, continuò Barnabò: Amico, tu mi hai date delle cattive nuove del tuo padrone: e del signor Barnabò, che sta in Milano, che se ne dice? - Villano: Di lui se ne parla meglio. Benché sia feroce, egli almeno fa osservare l'ordine; e s'egli non fosse, non avremmo osato né io né gli altri poveri entrar nel bosco a tagliar legna, per timore degli assassini. Il signor Barnabò fa osservare esatta giustizia, e quando promette, mantiene. Ma quest'altro che sta in Lodi, fa tutto al contrario. E così, proseguendo il discorso, gli riferì come un castellano gli aveva rubato un pezzo di terra ed alcuni pochi mobili; indi, usciti che furono dal bosco, disse il villano: Signore, tenete la campagna da questa banda, la notte viene, fate presto, perché altrimenti vi potrete trovare in mezzo d'una strada. - Barnabò: Amico, mi vorresti gabbare, e con questo bel modo portarmi via la fibbia. - Tremava di freddo il villano, perché a piedi almeno si riscaldava, e sedendo era, senza moto, esposto al rigore della stagione, e disse: Per Dio! non mi ricordava nemmeno più della fibbia; prendetela, signore. Se mi volete dar qualche cosa per amor di Dio, fatelo; se non vi piace, il cielo vi aiuti, e andate colla vostra fibbia. Correrei pericolo d'essere impiccato, se questa fibbia si ritrovasse presso di me; si direbbe che l'avessi rubata. Tenetela. Credo bene che, se mi volete fare la carità, non vi mancano in tasca denari. - Barnabò: Amico, fa a modo mio; accompagnami ad un albergo e ti prometto un grosso, e di più un buon camino per riscaldarti, e poi anco di più una buona cena: e così domattina di buon'ora tornerai da tua moglie. Il villano si consolò pensando a questi beni, e come la mattina vegnente con quel grosso avrebbe potuto comprare dodici pagnotte e darle alla sua povera famiglia. Scese dalla groppa e riprese il cammino, calpestando le stoppie attraverso de' campi; e Barnabò cavalcava dietro lui. - Barnabò: E dove anderemo noi ad albergare? - Villano: Andremo a Marignano; vi sono delle buone osterie; vi si può entrare giorno e notte, e alloggeremo bene, e noi ed il cavallo, che mi pare ne abbia bisogno. - Barnabò: Dici bene. E da questo tuo Marignano siamo noi molto discosti? - Villano: Cosa ti preme? Se non vi giugneremo di giorno, vi giugneremo di notte. Non t'ho dett'io che ivi non si chiudono le porte! - Barnabò: Va dunque, sia come tu vuoi. Così proseguendo con tai discorsi il cammino, si videro da lontano comparire molte e grandi fiaccole, e Barnabò disse: Vedi tu que' fanali e tante faci? - Villano: Le vedo. - Barnabò: E che vuol dir questo? - Villano: Vuol dire che vanno cercando il signor Barnabò, che tante volte s'innoltra nei boschi per amore della caccia; vuole essere solo, si perde, e i suoi domestici poi vanno la sera facendo de' fuochi, acciocché veda per dove possa ritornarsene. - Barnabò: S'ella è così, fanno bene: è segno che quei domestici hanno premura pel loro padrone. Discorrendo per tal modo s'andarono accostando a quei che portavano le faci; e tosto che questi videro Barnabò, scesero da cavallo; e salutato con riverenza quel sovrano (inclinatis capuciis, dice Azario), e rispettosamente attorniando lui e il villano, tutti giunsero a Marignano. Allora il povero villano s'avvide qual fosse l'uomo col quale aveva fatto il dialogo. Desiderava di essere già morto; tanto timore aveva de' tormenti che s'aspettava di dover patire nel castello di Marignano! Giunti che vi furono, il signor Barnabò, scoppiando dalle risa, raccontò a' suoi domestici tutta l'avventura; e ordinò che il villano, tal quale era, stracciato e sporco, fosse condotto in una sala, e se gli accendesse un gran fuoco. Poiché fu ben ristorato dal freddo, fu chiamato il povero villano a cena; e dovette sedere di contro al signor Barnabò. Essi due soli sedevano; e volle che il villano venisse in tutto servito come egli lo era. Il contadino non voleva tanti onori; tremava; e Barnabò: son galantuomo, mantengo la parola. Ti ho promesso un buon fuoco, e te l'ho dato. Ti ho promessa una cena, e te la mantengo. Ti ho promesso un grosso di Milano, e domattina l'avrai. - Villano: Ah! signore, misericordia! io ho parlato da stolido qual sono! sono un povero uomo, che vive nei boschi solitario, non so quello che convenga di parlare: per pietà, mi lasciate partire: per carità, perdonatemi. Il villano combatteva fra lo spavento e la fame, stimolata da' cibi insoliti; e la fame la vinse; mangiò bene assai. Poscia venne congedato dal principe, e condotto in una bella stanza; lavato con un bagno tepido, posto a dormire sopra di un magnifico letto; e la vegnente mattina fu condotto avanti del signor Barnabò, che gli disse: Ebbene, amico, come hai passata la notte? - Villano: Come in paradiso; ma, con vostra buona grazia, vorrei andarmene. - Barnabò: Se così ti piace, vi consento; indi rivolto ad un suo cameriere: dagli un grosso; e questi immediatamente lo consegnò al villano, poi Barnabò: La mia promessa ora è compiuta; pure ti ho lasciato sperare qualche cosa di più; cercami quella grazia che brami. - Villano: Signore, basta che mi lasciate partire vivo e sano. - Barnabò: Questo lo accordo; chiedi qualche altra grazia. - Villano: Se mi faceste restituire il mio piccolo podere toltomi dal castellano... subito facegli dare lettere colle quali il villano riebbe il suo, e tranquillamente se ne ritornò allo stato di prima. L'Azario, che allora viveva e che ci ha tramandata la memoria di questa scena, non ci riferisce chi fosse il governatore di Lodi che era succeduto a Bruzio Visconti. Questo avvenimento ha tanto verosimiglianza, che lo credo veramente accaduto; e Barnabò avendolo subito raccontato ai suoi cortigiani, è naturale che venisse poi divulgato come una novella di quel tempo. Non avranno trascurato alcuni d'interrogarne il villano medesimo, e così potrà essersi ancora più esattamente risaputo. Il carattere di Barnabò mi pare che vi sia dipinto al vivo. Non permetteva egli che si commettessero vessazioni ed ingiustizie; amava la sicurezza e l'ordine, manteneva la parola data. Ma un buon principe non avrebbe impresso nel cuore dei sudditi uno spavento generale, a segno che, per qualche incauta parola, temessero d'essere condannati alla carnificina, da lui medesimo, nel di lui palazzo. Nessun principe oggidì avrebbe piacere di far soffrire a quel meschino la barbara incertezza che lo tormentò per tante ore; e la prima parola gli annunzierebbe ilarità e pace. Poi lo sborso di un grosso, ossia il solo valore di dodici pagnotte, oggidì sembrerebbe affatto indecente. Il povero villano aveva dovuto lasciare la moglie ed i figli con poco pane; stanco e mal pasciuto, aveva camminato per ricondurre il sovrano senza sapere ch'ei fosse altro che un uomo; meritava adunque qualche cosa di più d'un grosso. Se il fatto fosse accaduto alla maestà dell'adorabile augusto Giuseppe II, o ad alcuno dei reali arciduchi, la sera medesima avrebbe la famiglia del villano avuto di che cenare; e invece di tremare, come avrà fatto, avrebbe sparse lagrime di tenerezza, benedicendo la sovrana pietosa munificenza. Non bastava poi alla giustizia la restituzione del podere rubato dal castellano. Un principe buono non si sarebbe determinato a cosa alcuna colla esposizione di un solo. Avrebbe disposte le cose in modo d'essere esattamente informato del fatto, e d'ascoltare anche il castellano, per dargli campo a giustificarsi; indi, s'egli aveva oppresso una povera famiglia, non bastava disfare il mal fatto. Voleva il ben pubblico che quel prepotente venisse contenuto per l'avvenire, e col suo esempio allontanasse i suoi pari dal meditare altretanto. Né avrebbe mancato un principe buono, di prendere informazione sul governatore di Lodi, e sugli ufficiali rapaci che l'attorniavano. Barnabò, anche in questa scena, manifesta un carattere duro, insensibile, atroce nei momenti istessi della giocondità, ed appare violento, e niente addottrinato nella scienza di governare.

Capitolo XIV

Del conte di Virtù, e della erezione del ducato di Milano

Per lo spazio di sette anni ancora, dopo la morte di Galeazzo II, continuò ad essere separato in due parti lo Stato de' Visconti, reggendo l'eredità del padre il conte di Virtù, e continuando a regnare Barnabò sulla sua porzione. Il Gazata nella sua Cronaca ci racconta che Barnabò aveva comprata la città di Reggio da Feltrino Gonzaga, collo sborso di cinquantamila fiorini d'oro; e che per diventar padrone di alcune ròcche e castella di quel distretto, egli s'impadronì di Francesco Fogliano; ed avutolo nelle sue mani, gli fece intimare che o doveva indurre Guido Fogliano. dì lui fratello, a consegnare a Barnabò le fortezze ch'egli possedeva, ovvero questi sicuramente lo faceva impiccare; quantunque tra il Fogliano e Barnabò non vi fosse mai stata altercazione alcuna. Il povero Francesco Fogliano fece ogni sforzo per indurre colle sue lettere il fratello a riscattarlo. Guido credette che non si sarebbe mai imbrattato il Visconti con una così obbrobriosa macchia; ma s'ingannò, perché Barnabò fece sospendere Francesco alle forche, sulle mura di Reggio, il giorno 7 dicembre 1372. Il conte di Virtù aveva questo terribile collega. Il conte era giovine di venticinque anni. Egli s'era più volte presentato al nemico con valore, allorquando i collegati invasero lo Stato; ma non aveva dato saggio nemmeno d'avere i talenti d'un buon comandante. Aveva egli stretti vincoli di sangue colla casa di Francia, colla casa di Savoia, colla casa d'Inghilterra: ma Barnabò non era meno appoggiato ad illustri e potenti parentele. Barnabò ebbe tanti figli, che (omettendo i bambini ed i fanciulli periti) se ne contarono trentadue, de' quali quindici legittimi, nati dalla signora Beatrice della Scala, da altri chiamata Regina della Scala. Barnabò aveva date le sue figlie in matrimonio a potenti signori. La casa d'Austria, la casa di Baviera, il re di Cipro, la casa di Wirtemberg, la casa di Turingia, i Gonzaghi avevano delle principesse figlie di Barnabò. La principessa che entrò nella gloriosissima casa d'Austria si chiamava Verde Visconti. Ella sposò il duca Leopoldo. Questo principe, giovine di quattordici anni, venne a Milano l'anno 1365, ed il giorno 23 di febbraio celebrò le sue nozze nel palazzo del signor Barnabò Visconti, presso San Giovanni in Conca. Barnabò diede in dote alla figlia centomila fiorini. Indi andarono gli sposi a Vienna; e da queste nozze discende l'augusto sovrano, che ora, per nostra felicità, domina su questo Stato. Chi bramasse più minute notizie di queste memorabili nozze (per le quali il sangue de' Visconti, sublimato a più elevata condizione, e depurato colla virtù e colla beneficenza di quattro secoli, trovasi attualmente sul trono, dal quale i Milanesi ricevon legge) vegga il nostro conte Giulini, che ne ha pubblicati i monumenti sinora inediti.

A fronte d'uno zio terribile, stavasene circospetto ed attentissimo il conte di Virtù. Milano, siccome dissi, era divisa in due padroni: Galeazzo II possedeva il castello di Porta Giovia, cioè il castello che ancora in parte internamente sussiste; e Barnabò possedeva un altro castello alla torre di Porta Romana, di cui veggonsi anco oggidì le vestigia dalla parte del Naviglio. Il conte di Virtù stavasene in Pavia: era una volpe che addocchiava destramente il vecchio leone. Mostrava il giovine conte di Virtù d'essere timido, irresoluto, debole in ogni sua azione. Bramava d'imprimere nell'animo di Barnabò tale opinione, che, considerandolo egli giovane da nulla ed incapace d'intraprendere un colpo ardito, nemmeno pensasse a tenersi difeso; e tanto seppe dissimulare in ogni azione, anche domestica, tanto attento fu nel rapportare il meschino personaggio propostosi, che ingannò supinamente lo zio, quantunque avesse giorno e notte al suo fianco Catterina Visconti, figlia di Barnabò, da Galeazzo sposata, sebben cugina, dopo la morte di Isabella di Francia, sua prima moglie. Barnabò derideva l'imbecillità del nipote, il quale ne' suoi editti ancora spirava umanità, beneficenza e moderazione, mentre l'altro continuava a spaventare i sudditi con inesorabile ferocia. Poteva comparire agli occhi dello zio un nuovo tratto di pusillanimità la cura che ebbe il conte di Virtù di procurarsi la grazia del nuovo augusto Venceslao, succeduto al defunto Carlo IV di lui padre. Ma in fatti egli solo venne da quel monarca confermato vicario imperiale l'anno 1380, senza che nel diploma venisse fatta menzione di Barnabò. Così nel silenzio andava il conte di Virtù preparando la mina che doveva scoppiare un giorno e, rovinando il collega, riunire sovranità dello Stato sopra di lui solo. Barnabò, dal canto suo, senza accorgersi, somministrava sempre nuove armi al nipote contro di lui; poiché disponeva una nuova divisione dello Stato suo ne' cinque suoi figli legittimi, e già a ciascuno di essi aveva assegnato il governo nel distretto che gli aveva destinato in sovranità dopo di lui. Marco aveva la metà di Milano; Lodovico aveva Lodi e Cremona; Carlo aveva Parma, Crema e Borgo San Donnino; Rodolfo avea Bergamo, Soncino e la Ghiara d'Adda; Giovanni Mastino, ancora bambino, aveva finalmente Brescia colla Riviera e Valle Camonica. Questo avvenire non poteva essere caro ai popoli, che diventavano sudditi d'una piccola sovranità, e soggetti ad un principe debole. Così insensibilmente, e simulando debolezza ed incapacità, Gian Galeazzo lasciava maturare gli avvenimenti; e andava contraponendo l'apparenza di un saggio principe, a quella d'un capriccioso e crudele despota. (1385) Giunse il momento, e fu il giorno memorando 6 di maggio dell'anno 1385; giorno in cui venne tolta a Barnabò ed a' suoi figli, per sempre, ogni sovranità, e concentrossi nel conte di Virtù ogni potere. Il caso è noto, ed è il seguente. Il conte fece intendere al signor Barnabò ch'egli pensava di portarsi alla Madonna del Monte presso Varese; che sarebbe venuto da Pavia a Milano, la mattina del 6 di maggio, ma non amando di entrare nella città, costeggiandola fuori dalle mura, sarebbe andato a smontare nel suo castello a Porta Giovia; e che sarebbe stata pure grande la sua consolazione se avesse potuto abbracciare uno zio che tanto onorava. Si sapeva che il conte voleva condurre la scorta di quattrocento lance. Un domestico del signor Barnabò non mancò di fargli osservare che quel corredo era troppo per portarsi ad un santuario e ad un borgo dello Stato, in tempo di pace. Questo domestico si chiamava Medicina, e cercò di persuadere al suo padrone di starsene cauto e non avventurarsi. Ma Barnabò disprezzava il nipote, e attribuì alla pusillanimità sua questa schiera d'armati. I due figli maggiori di Barnabò furono spediti incontro al conte due miglia fuori di Porta Ticinese. Questi accolse co' maggiori segni di cordialità i suoi due cugini e cognati, Rodolfo e Lodovico, i quali, dopo le accoglienze, con apparenza di onore, furono circondati dalle armi di cui erano comandanti Jacopo dal Verme, Ottone da Mandello e il marchese Giovanni Malaspina. S'incamminò il conte verso Milano, e, giunto che fu avanti della porta Ticinese (che allora era ove oggidì sta il ponte del Naviglio) prese la sinistra, e per la via che ora fiancheggia il canale, andò colla sua comitiva cavalcando, sin che alle ore sedici, ossia verso mezzo giorno, trovatisi vicini al ponte che da Sant'Ambrogio conduce a San Vittore, per esso videro scendere Barnabò a cavallo con uno o due domestici di seguito. Il conte, dopo i primi saluti, diede il segnale concertato; e Jacopo dal Verme il primo spronò il cavallo, e pose le mani addosso della persona del signor Barnabò, dicendogli: siete prigioniere. Ben tosto Ottone da Mandello gli levò dalle mani la briglia; altri gli tagliò il cingolo; così al momento Barnabò fu disarmato, togliendogli altri spada, altri la bacchetta dalle mani. Contemporaneamente lo stesso venne fatto ai due suoi figli Rodolfo e Lodovico; e presto presto, in mezzo alle armi, vennero tradotti nel castello di Porta Giovia, poco di là lontano. Barnabò venne cautamente trasportato poi al castello di Trezzo, ove anco oggidì vedasi la stanza, in cui sopravisse sette mesi colla sua o moglie o amica Donnina de' Porri, sin che morì avvelenato, a quanto si dice. Tanto seppe simulare il conte! Egli aveva trentadue anni.

Appena il colpo era fatto, il conte, alla testa degli armati, entrò nella città, e senza veruna opposizione se ne impadronì, fra gli evviva della plebe, alla quale permise tosto di saccheggiare i palazzi di Barnabò e de' suoi figli; e la plebe di più saccheggiò le dogane e la gabella del sale, che era alla piazza dei Mercanti. Nella fortezza di Porta Romana vi fu ritrovato tanto argento per caricarne sei carri, ed in ori vi si contarono settecentomila fiorini. Quindi si radunò un consiglio generale della città, il quale tosto conferì il dominio al conte di Virtù, e, dopo lui, a' suoi discendenti maschi legittimi, in quel modo a lui più fosse piaciuto. Con tal decreto vennero esclusi i discendenti di Barnabò; e in quel giorno Giovanni Galeazzo Visconte, conte di Virtù, diventò sovrano di ventuna città, e sono Reggio, Parma, Piacenza, Cremona, Brescia, Lodi, Bergamo, Crema, Milano, Como, Vigevano, Pavia, Bobbio, Alessandria, Valenza, Novara, Tortona, Vercelli, Alba, Asti e Casale. Questo colpo, eseguito con tanto vigore, e preparato colla più cupa e simulata ipocrisia, conveniva in qualche modo farlo comparire onesto e suggerito dall'assoluta necessità; e a tal fine ordinò il conte che si formassero i processi contro di Barnabò. L'autore degli Annali Milanesi ce ne ha trasmesso l'epilogo. Le atrocità che ivi si leggono imputate a Barnabò, sono enormi; e dopo una sanguinosa enumerazione di esse, vedesi incolpato Barnabò d'avere tese insidie alla vita del nipote; d'essere uno stregone, che colle fattucchierie, avesse rese sterili le nozze del conte di Virtù; e che finalmente Gian Galeazzo fosse stato costretto a far prigionieri lo zio ed i cognati, perché essi l'avevano in quel momento assalito a tradimento. Non saprei se sotto il governo di uomini di quell'indole vi fosse nelle magistrature un uomo virtuoso; ma se pur vi era, quello certamente non sarà stato trascelto per formare il processo. Barnabò era uomo feroce, violento, coraggioso, franco, ma non dissimulato, né capace di tradire o di insidiare. Egli era nemico di ogni arte e di ogni scienza, crudele, sanguinario, d'una religione inconseguente, poiché, insultando il papa, oltreggiando i vescovi, calpestando gli ecclesiastici, donava ai conventi generosamente i beni che rapacemente confiscava ai cittadini. Ma il conte era suo nipote; il conte era suo genero; giaceva le notti colla sua moglie Catterina Visconti, nel tempo in cui ordiva di togliere la sovranità alla di lei famiglia, mentre teneva prigione suo padre, lasciava errare raminghi e bisognosi i di lei fratelli, che pure avevano tanta ragione per succedere nella signoria di Barnabò, quanta ne aveva il conte per essere succeduto nella signoria a Galeazzo. Di tanti figli che aveva Barnabò, malgrado le potenti e illustri loro aderenze, non ve ne fu più alcuno che potesse comparir nemmeno a disputare la usurpata porzione del padre, trattone Estore, che eragli figlio illegittimo, il quale poté fare ventisette anni dopo un momentaneo contrasto al duca Filippo Maria, come vedremo. La potenza acquistata in un istante dal conte di Virtù fiaccò l'animo de' suoi sudditi; l'ardimento della sua ambizione, spiegata come un improvviso lampo, unita alla profondissima simulazione, rese attoniti gli altri principi; giacché gli oggetti più ne soprafanno, quanto più grandeggiano annebbiati. I popoli, oppressi dal duro e violento giogo sofferto, accolsero con allegrezza il cambiamento. La virtù e la giustizia non ebbero parte alcuna in questa rivoluzione, in cui si vide accadere un avvenimento di cui sono frequenti gli esempi; cioè che, posti due colleghi di egual condizione al governo, colui che avrà le passioni più spiegate, dovrà soccombere a colui che saprà coprire colla timidezza l'ambizione; siccome ancora accadde dell'impero del mondo fra Ottavio ed Antonio.

All'ambizione artificiosa del conte di Virtù erano poche ventuna città suddite. Egli pensava a nulla meno che al regno d'Italia; e i primi sguardi ch'egli gettò, furono dalla parte del Veronese e del Padovano, per estendere sino all'Adriatico il suo Stato. Egli, siccome dissi, possedeva già Crema, Bergamo e Brescia. Antonio della Scala era signore di Verona e di Vicenza. Francesco da Carrara era signore di Padova. Da gran tempo questi due piccoli sovrani avevano delle discordie, e si facevano delle reciproche ostilità. Il conte di Virtù, simulando zelo per la concordia e per il bene di que' due principi, entrò mediatore per accomodare le loro controversie; e mentre l'una parte e l'altra stavano facendo le loro proposizioni, il conte lusingò il Carrarese, signore di Padova, proponendogli un'alleanza invece del progettato accordo. L'alleanza aveva per fine la distruzione delle Scaligero. Il piano era che il Carrara lo dovesse attaccare dalla parte di Vicenza, mentre il conte di Virtù farebbe lo stesso dalla parte di Brescia. L'esito non poteva essere dubbio, poiché Antonio della Scala, posto così di mezzo, non poteva avere scampo. Il frutto era grande; mentre s'offeriva a Francesco Carrara di lasciargli Vicenza, e il conte restava pago di prendere per sé Verona. Non poteva essere l'orecchio del Carrarese adescato da una proposizione più seducente di questa, e incautamente la accettò. La passione antica che aveva contro lo Scaligero, lo acciecò a segno di lusingarsi che il conte (il quale aveva tradito suo zio, usurpata la sua sovranità, e, coll'apparenza di officiosa mediazione, proponeva un tradimento contro dello Scaligero) sarebbe stato un alleato fedele a lui, poiché fosse reso ancora più forte coll'acquisto del Veronese, e diventato confinante col Padovano! Appena concertata la cosa, il conte mediatore immediatamente pubblicò un manifesto diretto allo Scaligero, diffidandolo che tre giorni dopo quella data veniva a muovergli guerra. (1387) Fu invaso il Veronese dalla milizia del Visconte da una parte, e del Carrara dall'altra. Alcuni malcontenti Veronesi, che avevano secreta corrispondenza con Antonio Bevilacqua, comandante delle truppe del conte, aprirono l'ingresso; e il Bevilacqua, fuoruscito veronese e nemico di Antonio della Scala, rese Verona suddita del conte di Virtù; alle armi di cui si sottomisero i borghi e le terre tutte del Veronese non solo, ma del Vicentino, e la stessa città di Vicenza. Così terminò la signoria degli Scaligeri l'anno 1387. La conquista fatta dal conte, della città di Vicenza, era una violazione dei patti. Contro di essa reclamava il signore di Padova Francesco da Carrara. Il conte rispondeva che egli teneva Vicenza, non come cosa spettante a lui, ma come l'eredità di Catterina sua moglie, figlia di Regina Scaligera, moglie di Barnabò. Il Gatari, nella Storia di Padova, ci dice che il conte di Virtù, per maneggi secreti, corruppe i favoriti di Francesco da Carrara, e fece che gli consigliassero di alzar ben bene la voce, e declamare contro la perfidia del conte, facendogli sperare che, in tal modo, e il consiglio del conte e la di lui stessa moglie l'avrebbero certamente indotto a consegnargli Vicenza, anzi che portare la patente macchia d'aver violata la fede; supponendosi a ciò indotti dalla lusinga che, intimorito, il Carrara non avrebbe osato di fare pubblica doglianza. Anche da tale insidia fu còlto quell'incauto principe; e il conte ebbe il pretesto di vendicare le ingiurie proferite da Francesco Carrara; e non solamente ritenne Vicenza, ma invase il Padovano, s'impadronì di Padova istessa, fece prigioniere l'infelice Francesco da Carrara, e trasportollo nella torre di Monza, ove terminò i suoi giorni. Io ho delle monete del conte di Virtù, signore di Padova, e sono già pubblicate altre monete del medesimo come signore di Verona, le quali monete vennero coniate probabilmente dalla zecca di Milano o nell'anno 1387, ovvero poco dopo. Da questi fatti compare chiaramente il carattere di Giovanni Galeazzo. Gli editti che pubblicava, erano composti con frasi che indicavano religione, pietà, moderazione. S'invocava Dio; se gli rendeva omaggio di ogni prospero successo; si fabbricava il Duomo; si fondava la gran Certosa presso Pavia; ma la morale non era punto rispettata. Le animosità e le contese fra gli Scaligeri ed i Carraresi ebbero tal fine. E per lo più così accade, che i piccoli nemici combattono, colla chimerica lusinga di soggiogare i loro emuli; e un terzo si presenta, il quale tranquillamente profitta delle loro spoglie; giugnendo poi i rivali rovinati a conoscere, ma tardi, che assai miglior partito è quello di tollerarsi scambievolmente, e rimanere concordi ed uniti, per ottenere stabilità di fortuna, e tranquillo e decoroso godimento di essa.

Poiché per tal modo ebbe Giangaleazzo estesi i suoi confini sino al mare Adriatico, rivolse le sue cure a dilatarli al lungo dell'Italia, al di là di Bologna, nella Romagna e nella Toscana. Egli conquistava per mezzo de' suoi generali. Prese colle armi Bologna. Molto si estese nella Romagna. Perugia, Spoleti, Nocera, Assisi furono da lui acquistate. Nella Toscana egli comprò Pisa collo sborso di duecentomila fiorini, e gliela vendette Gerardo Appiani, che era succeduto al padre in quel dominio. Egli acquistò Siena, che se gli rese per dedizione spontanea. La repubblica di Firenze non poteva con tranquillità rimirarsi in tal modo cinta dai nuovi Stati del conte, la di cui ambizione non aveva limiti, e si venne alle ostilità. Nel loro manifesto i Fiorentini dissero: sed profecto nosmetipsos, vana fide delusi, decipiebamus, persuadentes nobis illum esse posse fidelem, qui tam infidelis extitit nepos et gener et frater, in patruum, socerum, atque fratres, cujusque toties, et nobis, et aliis, probata fides erat nihil habere constantiae, nisi solum in hoc ut fidem quam promiserat non servaret... Nos versa vice tyranno Lombardiae, qui se regem facere cupit, et inungere, bellum indicimus. Stimolarono i Fiorentini il re di Francia, e non si sa con quai mezzi l'indussero, malgrado gli stretti vincoli del sangue, a spedire per la Savoia un corpo di diecimila Francesi, comandati dal conte d'Armagnac. Sebbene il duca di Savoia fosse pure stretto parente del conte, che era figlio di Bianca di Savoia, pure lasciò libero il passo a queste truppe. Il comandante conte d'Armagnac era parente stretto di Carlo Visconti, figlio di Barnabò, che viveva miseramente ramingo colla sua moglie Beatrice d'Armagnac. L'armata francese si portò rapidamente sotto di Alessandria, città munita di valido presidio, comandato da quel Jacopo dal Verme che aveva fatto prigioniere Barnabò. I Francesi si presentarono con insulto, deridendo, provocando, ed invitando se avevano coraggio di venir fuori que' poltroni Lombardi. Si vide poi che è più facile l'oltraggiare che il vincere. Uscì Jacopo dal Verme il giorno 25 di luglio dell'anno 1319, e, per risposta, prese il conte di Armagnac prigioniere, e tutti que' Francesi che non rimasero sul campo. Così terminossi quella spedizione; e il conte ben presto si accomodò colla Francia, facendole sperare di sottomettere colle sue armi Genova, e darla a quel re; il che poi non avvenne. Il conte per altro sembrava affezionatissimo ai Francesi. Ei si faceva pregio della contea di Virtù, che era un piccolo feudo della Francia nella Sciampagna, portatogli in dote dalla prima moglie Isabella, figlia del re di Francia Giovanni II. L'essere stato sino dalla fanciullezza unito con una amabile principessa di Francia, gli aveva lasciata quella propensione. Il conte, nell'anno 1387, maritò Valentina Visconti, l'unica sua figlia, a Luigi duca di Turrena e conte di Valois, fratello del re di Francia Carlo VI. Le sborsò quattrocentomila fiorini d'oro per sua dote, e le assegnò pure in dote Asti, e tutte le terre e castelli del Piemonte. Di più, volle riservare a lei ed a' suoi figli la ragione di succedere negli Stati suoi in mancanza di successori maschi legittimi e naturali; poiché allora non per anco ne aveva: di che erasene incolpata la stregoneria del signor Barnabò, come dissi. Questa riserva di successione fu poi cagione funestissima di miseria e rovina allo Stato, allorché, centododici anni dopo, il re di Francia Lodovico XIII (che era salito sul trono dopo Carlo VIII, morto senza figli), venne a far valere le ragioni della sua ava paterna Valentina Visconti, per essere estinta la linea legittima di Matteo I Visconti. Se poi il conte di Virtù, che aveva ottenuta la sovranità, per sé e suoi successori maschi legittimi e naturali, dal consiglio generale due anni prima, avesse facoltà di trasferirla ai discendenti delle femmine; e se ciò fosse conforme alla pace di Costanza, all'eminente sovranità dell'Impero, di cui era vicario, ed al buon diritto, sarebbe facil cosa il deciderlo, qualora la questione si fosse tratta fra privati avanti un tribunale. Il conte dava una cosa non sua. Pure, questa incautissima eventuale sostituzione serve di una dolorosa epoca nella nostra storia, per le guerre, le invasioni, la scissione che poi ne avvenne del nostro paese.

Se i Fiorentini erano in armi, e se movevano altri principi contro di Giangaleazzo conte di Virtù, per porre argine alle conquiste ch'egli faceva nella Toscana, non avrebbero certamente i papi risparmiato dal canto loro di adoperare tutti i mezzi ch'erano in loro potere, contro di un principe invasore del loro Stato, e che occupava Bologna e le altre città che abbiamo accennate. Ma gl'interessi della Santa Sede erano turbati internamente. V'erano due, ciascuno de' quali pretendeva d’essere papa; e questo scisma, incominciato sin dall'anno in cui morì Galeazzo II, durò da un successore all'altro per lo spazio di ben quarant'anni. Alcuni paesi decisamente riconoscevano uno de' due papi per legittimo sommo pontefice. Lo scaltrito conte di Virtù non volle mai decidersi; ma adescò ed un papa e l'altro, lasciando sperare a ciascuno di volersi per esso determinare; e frattanto che i due competitori, con prodiga compiacenza, gareggiavano per guadagnarsi l'amicizia sua, egli andava togliendo alla Santa Sede lo Stato, ed operando ne' suoi dominii come s'ei fosse padrone di tutto, disponendo anche delle cose ecclesiastiche. La politica del conte era tale, che volle ottenere e da Urbano VI, che stava in Roma, e da Clemente VII, che risedeva in Avignone, la dispensa per contrarre le nozze con Catterina Visconti, su cugina, l'anno 1380; e ciò sotto pretesto di timorata coscienza, non essendo egli ben certo quale de' due papi fosse il vero. Con tal mezzo, Omnes dignitates, dice l'Annalista Piacentino, et beneficia ecclesiastica terrarum ipsius domini comitis, quale erant conferenda, dictus dominus comes ipse conferebat cui volebat, et dictus dominus papa dicta beneficia et dignitates confirmabat omnibus illis quos dictus dominus comes elegerat. Ciò nondimeno i principi minori d'Italia erano collegati contro del conte; e fra questi eravi il signore di Mantova Francesco Gonzaga, gli Stati del quale, come più vicini, erano ancora più degli altri in pericolo; sembrando inevitabile anche per lui il destino dei signori della Scala e de' signori di Carrara. L'armata del conte, spedita contro il Mantovano, era comandata da Jacopo dal Verme. I Fiorentini non potevano soccorrere il Gonzaga, perché il conte altro corpo di truppe teneva contro Firenze. Il Po era coperto di navi con armati dall'una e dall'altra parte; ed il Gonzaga aveva fabbricato su di quel fiume un ponte, di legno bensì, ma tanto forte e munito, che il dal Verme non credé di attaccarlo. Sotto di questo ponte si ricoveravano le navi mantovane ogni volta che dalle nostre venivano minacciate di offesa, come frequentemente accadeva. (1397) Il dal Verme, che non poteva inoltrarsi senza essere padrone del fiume, per cui riceveva la vettovaglia, immaginò uno stratagemma, che fu poi imitato dal re di Svezia Carlo XII alla Duina, mentre guerreggiava nella Polonia. Fece disporre un buon numero di barche piccole, e le caricò di paglia e di legna da ardere. Aspettò un buon vento favorevole; vi accese il fuoco; e il vento, unito alla corrente, portarono le barche sotto del ponte, ed immersero quel presidio nel fumo anche prima che il fuoco lo distruggesse. Ebbe cura che le barche fossero più larghe di quello che non erano i vani del ponte, per modo che, ivi giunte, vi rimanessero, e ne seguisse l'incendio; e così avvenne, dato che fu il fuoco alla paglia, e lasciate le macchine in poter del fiume. Nello stesso momento egli attaccò per terra la testa del ponte; talché i Gonzaghesi, sorpresi, e nemmeno potendo conoscere ove occorresse di portare soccorso, non s'avvidero del fatto se non dopo che fu rovinato il presidio ed il ponte, e perduta la difesa del Po. Jacopo dal Verme colse il momento della costernazione dei nemici, de' quali ben mille si erano sommersi col ponte; attaccò le navi de' Gonzaghi colle sue, e terminò questa battaglia navale colla presa di tutte le navi del nemico; il che accadde il giorno 14 di luglio dell'anno 1397. Pareva dopo ciò inevitabile la presa di Mantova e di tutto lo Stato del Gonzaga. Ma questi ricorse ad uno stratagemma men nobile e meno eroico, ma che lo sottrasse dall'imminente destino. Trovò un falsario che seppe esattamente contraffare una lettera di Giangaleazzo Visconti; e con questa lettera ordinò al dal Verme di ritirarsi dal Mantovano, come seguì. L'occasione passò, e il Gonzaga si sottrasse alla rovina; poiché attaccò l'armata priva del suo generale, e nel momento in cui nessuna disposizione vi era per la difesa, ebbe il campo di batterla. Il mestiere di falsificare le lettere del principe convien credere che in que' tempi fosse in uso, poiché il conte di Virtù, l'anno 1393, fece a tal proposito un editto che decretava a que' falsari un'atrocissima pena. Cum catena ferrea alligetur ad unam columnam, cum uno annulo ferreo revolvente se, et cum quo ipse homo revolvere se possit circumcirca ipsam columnam, longinqua eatenus quatenus plus fieri poterit, ita ut mortem dolentiorem sustineat; ibidem tamen comburatur ita quod moriatur: così leggesi in quel decreto, che pare scritto dallo stesso secretario che serviva Galeazzo, padre del conte.

Sino dall'anno 1380 il conte di Virtù aveva ottenuto, siccome dissi, dall'imperatore Venceslao il diploma di vicario imperiale. Ma questa dignità personale poteva non essere data a' suoi figli, e la elezione d'un nuovo imperatore poteva farla perdere al conte medesimo, il quale non dimenticava i figli di Barnabò, e le pretensioni che avrebbon potuto far valere, sì tosto che le circostanze loro fossero favorevoli. Per tal cagione egli cercò d'essere formalmente investito da quell'augusto come vassallo di tutti gli Stati che possedeva, onde per tal modo rimanesse la successione e la sovranità perpetua ne' suoi discendenti. La richiesta venne esaudita dall'imperatore Venceslao, col mezzo di centomila fiorini d'oro, che ei ricevette dal conte. Gli Stati del conte vennero eretti in ducato, e il conte venne dichiarato duca di Milano, con un diploma segnato il giorno 2 di maggio dell'anno 1395; e con altro diploma posteriore l'imperatore dichiarò le venticinque città che intendeva comprese nel ducato concesso, cioè Arezzo, Reggio, Parma, Piacenza, Cremona, Lodi, Crema, Bergamo, Brescia, Verona, Vicenza, Feliciano, Feltre, Belluno, Bassano, Bormio, Como, Milano, Novara, Alessandria, Tortona, Vercelli, Pontremoli, Bobbio e Sarzana. Oltre queste città lo stesso augusto investì il nuovo duca d'una distinta contea, transitoria pure a' suoi discendenti, nella quale si comprendevano Pavia, Valenza e Casale. Il diploma è del giorno 13 ottobre 1396. Così quell'augusto venne a staccar dall'Impero ventotto città, che formavano la maggior parte dell'antico regno italico; e il duca ne diventò legittimo sovrano. Altre città possedeva Giangaleazzo, non comprese in quel diploma; poiché, sebbene avesse ceduto Padova e dato in dote alla principessa Valentina Alba ed Asti, ancora Bologna, Pisa, Siena, Perugia, Nocera, Spoleti ed Assisi erano sue suddite; per lo che era egli sovrano di trentacinque città. La solenne funzione di rivestire delle insegne ducali il nuovo duca si celebrò in Milano sulla piazza di Sant'Ambrogio, il giorno 5 di settembre dell'anno 1395. In que' tempi non v'erano altri duchi in questa parte d'Italia; quindi la funzione fu solennemente celebrata con infinito corso di forestieri, e come dice il Corio, al spectaculo de tanta solennitate vi concorse quase de tutte le natione de christiani, ed anche infedeli, in modo che ciaschuno diceva non più potere maggior cosa videre. Io ho un esemplare manoscritto della orazione che recitò il vescovo di Novara in mezzo di quella pompa, sulla piazza di Sant'Ambrogio. Essa incomincia così: Ecce testem populis dedi eum ducem, et praeceptorem gentibus. - Venerabiles patres, spectabilesque domini mei, plurimum merito venerandi, tota Mediolanensium patria potest a me condiligenter quaerere: - dic, quaeso, Novariensis episcope, quae sacrum moverunt caesareum animum nostrae comunitati ducatus exhibere fastigium? - Ad quam ego: - quadruplex rerum conditio; dirigens benignitas Regis aeternalis; prosequens conformitas actus parentalis; obsequens fidelitas domus Viperalis; congruens utilitas plebis generalis. Poi dopo s'impegna a provare con varii testi della Sacra Scrittura, che Giangaleazzo era stato dall'imperatore creato duca per volere di Dio; per inclinazione di quell'augusto, che, sull'esempio de' suoi maggiori, beneficava la casa Visconti; per rimunerazione della fedeltà colla quale i Visconti erano sempre stati affezionati all'Imperatore, e per bene generale de' numerosi popoli che obbedivano a Giangaleazzo. Indi l'oratore passa alle lodi dell'imperator Venceslao, nel quale trova: Celebris potentia validi vigoris; nobilis prosapia fulgidi decoris; hilaris clementia placidi datoris; e continua a dimostrare queste asserzioni ritmiche, con frasi e modi singolarissimi. Poi, terminato l'encomio di Venceslao, passa a tessere quello del nuovo duca, e le sue lodi sono: Generis propinquitas, multum radiosa; corporis formositas, multum speciosa; animi tranquillitas, valde virtuosa. L'oratore vescovo di Novara era Pietro di Candia, che poi diventò papa col nome di Alessandro V; e tale sermone fu allora ammirato da tutti, come un capo d'opera della più nobile eloquenza. Eppure trentacinque anni prima Petrarca era domiciliato presso quella piazza medesima! convien dunque dire che le eleganti adunanze che ivi aveva tenute, e quelle del suo Linterno, non avessero lasciato alcuna traccia. Il Corio descrive i donativi magnifici che fece il duca di superbi vasi d'oro e d'argento, collane d'oro, drappi ricchissimi d'oro e seta, cavalli signorilmente bardati, ed altri generosi regali distribuiti ai convitati. Il grandioso pranzo lo diede il duca nell'antica corte dell'Arengo, ossia Broletto Vecchio, dove oggidì sta la regia ducal corte. Il Corio ce ne dà la descrizione, ed io la riferisco, perché dà idea del costume di que' tempi. Si cominciò con presentare a ciascuno de' convitati aqua a le mano, stillata con preciosi odori; e puoi seguitarono le imbandisone, tutte accompagnate con trombe, ed altri diversi suoni; !a prima delle quali fu, marzapani e pignocate dorate, con arme dil serenissimo imperatore e nuovo duca, in taze doro, con vino bianco; deinde pollastrelli con sapore pavonazzo, cioè uno per scotella, e pane dorato; puoi porci dui grandi dorati, e dui vitelli parimente dorati. Inde vi furono portati grandissimi piatelli d'argento, e per caduno pecti dui de vitello; pezi quatro de castrato; pezi due de sensali. Capretti dui interi, pollastri quatro, capponi quatro, persutto uno, somata una, salzici dui, e sapore bianco per minestra, e vino greco. Doppo furono portati altri piatelli di simile grandezza con pezzi quatro de vitello a rosto; capreti dui interi; lepori dui intere; pizoni grossi sei; cunelli quatro. Puoi pavoni quatro, cotti et vestiti; orsi dui, dorati, con sapore citrino. Doppo furono portati altri grandissimi piatelli d'argento con faxani quatro per cadauno, vestiti; ed a quelli seguitavano conche grande di argento, con uno cervo intero dorato; daino uno similmente indorato, e caprioli dui con gallatina. Puoi piatelli come di sopra con non puocho numero de qualie e pernice con sapore verde; puoi furono portate torte di carne dorate con pere cotte. Doppo fu dato aqua a le mano, facta con delicati odori, ali quale seguitava pignocate in forma de pessi, inargentate. Puoi pani inargentati, limoni syropati, inargenti in taze, pesce rostito con sapore rosso, in scutelle d'argento, pastelli de inguilli, inargentati. Puoi piatelli grandi de argento furono portati con lamprede e gallatina inargentata, trute grande con sapore nero, e sturioni dui, inargentati. Inde fu portato torte grande verde, inargentate, mandole fresche, vino legiero, malvasia, persiche e diversi confecti a varie fogie. Pare che l'usanza fosse allora nei conviti pomposi di collocare nel centro della gran mensa de' pezzi enormi, come maiali, vitelli, orsi, cervi, daini, sturioni interi o dorati o inargentati, ovvero rivestiti colla loro pelle naturale e internamente arrostiti. Pare che queste masse non servissero ad altro che alla vista dei commensali durante il convito, e che quello finito si concedessero da depredare festosamente al popolo. Per cibo de' commensali si ponevano loro davanti, all'uso monastico, de' piatti minori. I sapori bianco, nero, rosso, verde, citrino e pavonazzo, pare che fossero salse di colori e gusti diversi. L'usanza di coprire con foglie d'oro e di argento i cibi, anche oggidì si conserva in alcune ciambelle di monache: gli speziali lo fanno altresì per diminuire la nausea alle cattive cose che presentano da inghiottire; e nella nostra plebe rimane ancora il proverbio di mangiare il pan d'oro per significare una vita signorile e deliziosa. In mezzo a questa stomachevole abbondanza, degna di quel tempo, in cui si ammirava l'accennata eloquenza del vescovo di Novara, confesseremo che nella eleganza di servire con acque odorose per lavarsi, erano quegli uomini più colti e raffinati, che ora non lo siamo noi.

L'ambizione di Giovanni Galeazzo non era sazia giammai, e voleva per ogni modo quel principe lasciare ai secoli venturi la fama di se medesimo. Felici i suoi popoli s'egli avesse temuto la cattiva fama! Egli ordinò una compilazione degli statuti di Milano, la quale si pubblicò il giorno 13 di gennaio dell'anno 1396, ed è la medesima che venne stampata poi l'anno 1480, in Milano, da Paolo Suardi, con assai bella edizione. Egli fece immaginare la genealogia del suo casato; e questa fu compilata nella maniera più grossolanamente fastosa che dire si potesse. Si creò allora la cronaca de' conti di Angera, celebre presso di molti fra i nostri autori. Si riascese nulla meno che al troiano Enea, il nipote di cui, per nome Anglo, si fece fondatore d'Angleria, nome latino d'una ròcca del distretto del lago Maggiore chiamata Angera. Da Anglo se ne fanno discendere molti re, molti eroi e finalmente Matteo Visconti. Appoggiati a questa genealogia i successori di Gian Galeazzo ambirono poi di aggiungere al titolo di duca di Milano quello ancora di conte d'Angera, e talvolta semplicemente Anglus; come fra gli altri ambì di fare Lodovico Sforza, che nella leggenda delle sue monete per questo si potrebbe credere un Inglese. Anche il titolo distinto di conte di Pavia, lo aggiunsero i successori, per essere quella sua contea separatamente infeudata; e per lo più il principe ereditario chiamavasi conte di Pavia. Vi bisognava nulla meno che un'ignoranza totale della storia, per ispacciare seriamente la impostura dei conti d'Angera. Eppure il duca fu contentissimo di quella adulazione; e la cronaca venne accolta con riverenza e con fede. La stessa ambizione della immortalità portò il duca a fabbricare la chiesa e la magnifica Certosa presso Pavia, dotandola signorilmente, in guisa che era uno de' più grandiosi e ricchi monasteri che avesse quest'ordine. Finalmente allo scopo medesimo mirò colla fabbrica del Duomo di Milano, immaginato ed innalzato da lui. Allora non v'era in Roma la superba chiesa di San Pietro, né in Londra quella di San Paolo; e il tempio, che disegnò Gian Galeazzo, ed innalzò in Milano, per que' tempi era il più grande, il più ardito e il più magnifico del mondo, senza eccettuare Santa Sofia di Costantinopoli. Se la fabbrica siasi cominciata nell'anno 1386, ovvero nel 1387, è un soggetto di controversia nel quale non entrerò. Nemmeno entrerò io a trattare del gusto di questa immensa mole, tutta caricata di minutissimi lavori di marmo, con tanta prodigalità e capriccio, che costano secoli e tesori gli ornati, le balaustrate, le guglie, i terrazzi che la coprono, e non sono visibili se non agli uccelli, o a que' pochi che hanno la curiosità di salire centottanta braccia, quant'è l'altezza dell'ultima guglia, per rimirarle. Il duca volle fare questo tempio abbandonando la simmetria degli ordini eleganti di architettura, e seguendo il gusto di fabbricare della Germania. Io non saprei a tal proposito esprimermi tanto bene, quanto ha fatto nell'Elogio del Cavalieri il nostro immortale abate Paolo Frisi. Gli architetti fatti allora venire dalla Germania, avendo preferita la nativa loro maniera di fabbricare agli ottimi modelli che sino da quei tempi vedevansi nella Toscana, ci lasciarono nella gran fabbrica del nostro Duomo un monumento della rozza opulenza, piuttosto che del buon gusto. Anzi il nuovo modello, imponendo colla sua stessa grandiosità, e confondendo le idee della simmetria, dell'euritmia e del bello, servì piuttosto a ritardare fra di noi i progressi della maestosa, e nobile architettura; così egli. La lunghezza del Duomo è di braccia duecentoquarantanove e mezzo; la larghezza massima della croce è braccia centoquarantotto e un ottavo; e la larghezza della chiesa è braccia novantasette. Il nostro braccio è l'estensione di un piede e dieci pollici di Parigi, così che sei braccia si calcolano prossimamente undici piedi reali di Francia. Questo grande edificio è tutto di marmo bianco ed alquanto trasparente, che si cava da un monte del lago Maggiore, verso Domodossola. Il duca arricchì questa fabbrica di assai pingue patrimonio; ma per innalzare la immensa mole vi vollero generose e moltiplicate obblazioni; ed il Corio ci racconta che, essendo stato nell'anno 1390 pubblicato in Roma un Giubileo, dove Lombardi per le continue guerre et turbazione non essendogli potuto andare, Bonifacio pontefice, ad intercessione de Giovanne Galeazzo Vesconte, la concesse a Milano ne la medesima forma che era a Roma, cioè che ciaschuno nel dominio dil Vesconte sì anche non fusse contrito ne confesso, fusse absoluto di qualunque peccato... offerendo al primo Templo due parte de le tre che avrebbino speso ne lo andare a Roma, de la cui oblatione due parte dovevano essere de la fabrica dil celeberrimo Templo, e la tertia parte al pontefice: a questa indulgentia li ultimi dui mesi gli concorse innumerabile moltitudine de Lombardi. Si è temuto questo passo del Corio, che asserisce avere il papa accordata l'assoluzione anche ai non pentiti; e per ciò nelle più recenti edizioni questo pezzo fu ommesso. Non vi è però motivo alcuno di temere sinistra impressione, dappoiché l'instancabile nostro conte Giulini ha pubblicata la bolla medesima di Bonifacio IX, che ritrovasi nell'archivio Panigaroli nel registro A. p. 169, in cui chiaramente si legge: vere penitentibus et confessis. Il Corio si è ingannato attribuendo quella opinione al papa. Ma non credo io ch'egli poi siasi ingannato, asserendo che tale opinione comunemente si facesse correre per adescare in gran numero i donatori. In fatti già vedemmo al capitolo undecimo, come il cardinal legato Bertrando del Poggetto, sessantanove anni prima, aveva pubblicata la Crociata per la distruzione di Matteo I, promettendo a chi vi si arruolava assoluzione intera, liber et mundus sit tam a culpa, quam a pœna. Questa opinione erronea e funesta era di poi andata serpeggiando per modo, che lo stesso Bonifacio IX, in un suo breve, scrisse a disinganno di chi si lasciava adescare: non veras, et prætensas facultates hujusmodi mendaciter simulant, cum etiam pro parva pecuniarum summula, non pœnitentes, sed mala conscientia satagentes inquitati suae quoddam mentitæ absolutionis velamen praetendere, ab atrocibus delictis nulla vera contritione, nullaque debita praecedenti forma (ut verbis illorum utamur) absolvant, mala ablata, certa, et incerta, et nulla satisfactione praevia (quod omnibus saeculis absurdissimum est) remittant. V'erano dunque pur troppo i comodissimi dottori, che per carpire denaro, addormentavano gli uomini del delitto; e non è difficile che questi venissero adoperati per innalzare il Duomo; nel quale il duca pensò di lasciare ai secoli un monumento eterno della sua grandezza. Da tali fatti si può concludere che allora non v'era idea di eloquenza; non si studiava la storia; cattivo era il gusto di architettura; e poco dissimile quello della mensa; e quel che è peggio di tutto ciò, correva una morale infame, per cui si credeva col denaro di cancellare qualunque iniquità; senza bisogno alcuno di pensare a diventar migliori. I lodatori de' tempi antichi, torno ancora a ripeterlo, non sanno la storia.

La vendita che aveva fatta l'imperator Venceslao di tutto il regno longobardo, ossia italico, al nuovo duca, mosse i principi della Germania a formare un partito per deporre quel sovrano dal trono augusto, dal quale aveva staccata una parte importante. Altri motivi di doglianza avevano ancora contro di lui. (1401) Quindi dichiararono imperatore Roberto conte Palatino di Baviera, e Venceslao deposto; il che avvenne l'anno 1401. Il papa, i Veneziani ed i Fiorentini animarono il nuovo Cesare a comparire nell'Italia, per rivendicare le terre staccate dall'Impero; e gli promisero tutti i soccorsi. Il nuovo imperatore, prima di venire, scrisse al duca la lettera seguente, che ci ha conservata il Corio. Robertus de Bavaria, Dei gratia, Romanorum rex, et Rheni comes Palatinus. Tibi Johanni Galeaz, militi Mediolanensi, praecipiendo mandamus, quatenus omnes civitates, castra, terras, et loca Romano Imperio et ditioni nostrae spectantia, quae in Italia occupata indebite detines, Nobis, quibus Romani Imperii gubernatio, ex electione de nobis imperatore per Imperii electores canonice facta, ad me spectat et pertinet, restituere ac resignare debeas, alioquin ut sacri Imperii terrarum, et jurisdictionum invasorem, et nostrum hostem et rebellem diffidamus. A tale intimazione così rispose il duca: Tibi Roberto de Bavaria nos Johannes Galeaz Vicecomes, Dei et serenissimi domini Vincislai Romanorum, et Bohemiae regis gratia, dux Mediolani, etc., ac Papiae et Virtutum comes. Per praesentes respondemus quod quascumque civitates, castra, terras et loca in Italia possidemus, et a prefato serenissimo domino Vincislao, Romanorum rege, et sacri Imperii gubernacula canonice possidente, tenemus et possidemus, ipsasque a te, Imperii invasore atque praefacti domini Vincislai et nostri hoste manifesto, defendere prorsus intendimus, teque, ipsorum Imperii et dominii Vincislai regis atque Nostrum hostem manifestum, si nostrum territorium invadere praesumpseris, diffidamus. L'effetto di queste bravate non fu altro, se non che, il nuovo augusto Roberto passò le Alpi, e dal Tirolo venne sul Bresciano. L'armata del duca se gli affacciò; e il giorno 21 di ottobre dello stesso anno 1401, batté gli imperiali per modo che condusse a Brescia un buon numero di prigionieri, due stendardi e più di mille cavalli; il che risulta dagli antichi registri della città sovra memorie contemporanee, consultate e pubblicate dal nostro conte Giulini. Il conte Alberico di Cunio e di Barbiano ebbe gran parte dell'onore di questa vittoria. Egli fu molto caro a Barnabò. Alberico fu istitutore della società militare di San Giorgio, che liberò l'Italia da masnadieri esteri. La virtù e il nome di questo illustre Italiano vivono ne' nobilissimi suoi discendenti. La presa di due stendardi significava allora assai più che non farebbe in questo secolo, nel quale abbiamo moltiplicato le insegne, non saprei a qual altro uso, fuori di quello di attestare con maggior autenticità le proprie perdite quando vengon prese da' nemici, stipendiando a tal fine molti uomini inutili per la battaglia. L'apparizione del re Roberto fu momentanea; poiché dopo quell'incontro voltò strada, e per la via di Trento se ne ritornò nella Germania. (1402) A tale stato di prosperità era giunto Giovanni Galeazzo Visconti nell'anno 1402, che tutto si piegava sotto la potenza di lui. Altro più non gli restava se non di sottomettere Firenze, la quale era già cinta d'assedio dal conte Alberico, e fra poco la Toscana, la Romagna in buona parte, e la Lombardia non avrebbero avuto altro padrone fuori che lui. Così il Visconti aveva nuovamente radunato in un solo corpo l'antico dominio de' re longobardi, né altro più gli mancava che il solo titolo di re. Il Corio ci attesta che il manto reale, il diadema, lo scettro erano già preparati dal duca; e per celebrare la funzione di farsi consacrare, aspettava soltanto l'avviso della resa di Firenze. I generali del duca erano i migliori di quei tempi: Jacopo dal Verme, Ottobuon Terzo, Facino Cane e il conte Alberico di Barbiano. Il duca contava il quarantanovesimo anno dell'età sua mentre aveva in faccia questa ridente e grandiosa scena; quando morì in Marignano, il giorno 3 di settembre dello stesso anno 1402; e così ogni cosa cambiò aspetto; e tutte le previdenze umane, e tutt'i lunghi fili tessuti per un avvenire sempre indipendente dagli uomini, rimasero troncati. Fu veramente magnifica e reale la pompa funebre che si celebrò in Milano per Giovanni Galeazzo I duca. Ne abbiamo la descrizione minuta. Intervennero al funerale gli oratori di ciascuna delle città suddite; gl'inviati di tutti i principi esteri; e quaranta illustri consanguinei della agnazione Visconti. Le insegne di tutte le città e borghi principali del dominio, portate da ducentoquaranta uomini a cavallo; duemila uomini vestiti a bruno, con grosse torce di cera; tutt'i vescovi sudditi; il feretro, portato dalle cariche di corte, sotto di un baldacchino di broccato d'oro, foderato d'armellini; le insegne ducali, portate dagli araldi, il tutto formò unspettacolo maestoso.

Il carattere di Giangaleazzo, si manifesta bastantemente dalle sue azioni. Sant'Antonino lo ha dipinto con odiosissimi colori. Il nostro Corio lo dice prudentissimo ed astuto, che sfuggiva il commercio degli uomini, pigro, timido nell'avversità, e audace nella prospera fortuna, simulato, vano ed infedele alle promesse. Io dirò che egli era ambizioso, senza elevazione d'animo, superstizioso, senza vera religione, mite, senza principio di virtù. Egli non ebbe l'atrocità del padre e dello zio, ma nemmeno ebbe la franchezza del carattere del secondo. Tutto in complesso, egli però fu men cattivo principe di quello ch'essi furono: dal che non risulta gran lode. Nel suo regno vi sono de' fatti grandi; ma nessuno ve n'ha di nobile e generosa indole. I sudditi dovettero sopportare pesantissimi aggravii, com'era necessario di fare per supplire alle grandiose spese che assorbivano le armate, le pompe, le compre di Stati e di titoli, e tutti i maneggi che prese il duca a trattare. Il nostro Annalista ci scrive: Dux noster imposut taleas, conventiones, et mutua intra dominium subditis suis ita magna et continua, quod ipsis oportebat per peregrina loca vagari, non valentes dicta onera sustinere, et fuit ululatus viduarum, et orfanorum, et aliorum singulorum, et maximus strepitus inferiorum, et immensae crudelitates. Et non valentes solvere detinebantur, et bona sua a stipendiariis usurpabantur. Questi mali però in Milano si dovettero sopportar meno che altrove. Una popolata capitale, che è patria del sovrano, in una recente signoria, sempre è rispettata. I clamori sarebbero troppo vicini all'orecchio del principe. Milano in fatti, alcuni anni dopo, malgrado il disordine che dovette soffrire sotto il governo del secondo duca, era popolata, ricca ed animata colla industria. Allora in questa capitale colava il denaro che dovevano portarvi gli oratori delle trentaquattro città soggette al duca, quello che vi spendevano i ministri de' principi esteri, quello che vi consumava il duca per la sua corte e per le sue pompe, quello che si raccoglieva per fabbricare il Duomo dalla divozione de' cittadini delle altre città; e per conseguenza aveva mezzi grandi per i tributi. Certamente che il duca pose in opera tutti i ripieghi per radunare il denaro, e fra questi ricorse ad uno di que' metafisici ritrovati che, colla idea di tener celato il tributo, opprimono i popoli, più ancora di quello che non faccia un tributo sinceramente richiesto. L'Argellati ci ha pubblicata la legge monetaria, colla quale comandò quel principe che tutte le monete si dovessero spendere a maggior numero di lire; così che, da quel giorno in avanti, la moneta che correva per tre soldi, dovesse essere spesa ed accettata per quattro soldi; salvo però il pagamento de' tributi, che eccettuò e volle che venissero pagati a ragguaglio dell'antica moneta. Con questa operazione quel sovrano defraudava i suoi creditori e stipendiati d'una quarta parte di quanto loro competeva. Ma tanti furono gli inconvenienti di questa indiretta operazione, che poco dopo la dovette rivocare, e restituire le monete al primiero loro corso; di che ne ha trovati i documenti il conte Giulini nell'archivio della Città. La superiorità che aveva il Visconti sopra degli altri principi confinanti si conosce dalle frasi che adoperava nelle lettere ch'egli scriveva; e ciò anche da principio, avanti che avesse tanto dilatato il suo dominio ed acquistata la dignità ducale. Il Corio ci trascrive le lettere che Gian Galeazzo scriveva ad Antonio della Scala, sovrano di Verona e di Vicenza, e le risposte che da quel principe riceveva. Allo Scaligero il Visconti scriveva nulla più che Vir Magnifice; ed esso, nella risposta al Visconti, Illustris et excelse Pater noster praeclarissime. Nel corpo della lettera il Visconti scriveva nobilitati, vestrae, e nulla più; e lo Scaligero, Excelsa, Paternitas vestra, ovvero Pater Excellentissime. Anche nel carteggio colla repubblica fiorentina si manifestava il superiore riguardo che avevasi per il Visconti. Egli scriveva Magnifici fratres carissimi; ed essi nelle risposte dicevano: Magnifice et Excelse Domine, frater et amice carissime; e nel corpo della lettera, Excellentia vestra.

Il duca Giangaleazzo, malgrado la severa pietà che dimostrava sino alla ipocrisia, lasciò, morendo, un figlio naturale, nato da Agnese Mantegazza. Questi aveva nome Gabriello Visconti; e il padre, nel suo testamento, lo fece sovrano di Pisa e di Crema. Nel testamento medesimo, egli divise a suo arbitrio lo Stato; poiché al cadetto (de' due figli legittimi ch'ei lasciò, nati dalla duchessa Catterina, figlia di Barnabò), non solamente lasciò la contea di Pavia, che aveva ottenuta come un feudo separato, ma vi aggiunse Novara, Vercelli, Tortona, Alessandria, Verona, Vicenza, Feltro, Belluno e Bassano; città tutte staccate dal ducato, il quale doveva pure, in virtù del diploma e colla legge de' feudi, passare interamente nel primogenito, che era Giovanni Maria. Il primogenito adunque rimase duca di Milano; il cadetto restò conte di Pavia; s'intitolò il primo: Johannes Maria Anglus, dux Mediolani, etc., comes Angleriae ac Bononiae, Pisarum, Senarum ac Perusii; e il secondogenito prese a chiamarsi: Philippus Maria, comes Papiae, et Veronae dominus.

Capitolo XV

Del duca Giovanni Maria, e del terzo ed ultimo duca Visconti, Filippo Maria

Dalla metà del secolo decimoquarto sino alla metà del secolo decimoquinto, per lo spazio di cento anni, la storia di Milano presenta come una figura colossale mal connessa, di cui ora si raccozzano ed ora cadono i pezzi; che però in nessuna parte mostra vaghezza od eleganza, ma rappresenta una figura truce e deforme. Tale fu l'indole di que' tempi e di que' governi, nei quali della virtù appena si conosceva il nome; sotto a principi che considerarono gl'interessi loro, non solamente staccati, ma opposti a quelli del loro popolo, che opprimevano e saccheggiavano anzi che governarlo. Ad onta però dei vizi de' sovrani, Milano s'andò arricchendo; si animò l'agricoltura, si aumentò sempre la popolazione, l'industria si moltiplicò. Perché la capitale d'un vasto impero, collocata in mezzo d'una fertile pianura, e comandata da un sovrano (che, malgrado l'atrocità, predilige sempre i suoi concittadini), non può a meno che non cresca. Morto il duca Giovanni Galeazzo, cadde la gran mole dello Stato sotto il governo di due minori. Giovanni Maria, primogenito e nuovo duca, aveva appena quattordici anni, e dieci e non più ne aveva Filippo conte di Pavia, di lui fratello minore. Sarebbe stato difficile in que' tempi il conservare illesa la dominazione, quand'anche il ducato di Milano fosse stato un principato antico, consolidato dalla opinione de' popoli, e la duchessa vedova tutrice fosse stata d'animo bastantemente elevato ed energico per sostenere il peso del governo. Ma oltre i mali inseparabili dalla minorità, lo Stato era un recente aggregato di conquiste, di usurpazioni, di compre; e nessun altro titolo v'era per convincere i popoli della legittimità della nuova dominazione, che la forza. Un diploma comprato da un debole e deposto imperatore, le male arti, le insidie e la più vergognosa mancanza di fede, questi erano i titoli che doveva far valere la vedova duchessa Catterina, donna avvilita d’animo; perché, per lo spazio di ventidue anni, costretta a soffocare colla dissimulazione il rammarico della rovina di suo padre e de' suoi fratelli, oppressi da quello stesso uomo ch'ella vedeasi giacere al suo fianco la notte, e al quale doveva simulare stima ed affetto. L'orrore del suo misero stato aveva ridotta la vedova principessa affatto incapace di reggere alla testa di una tale sovranità; ed all'animo abbattuto dalla lunga ed uniforme sofferenza de' mali, s'aggiugneva un colpo d'apoplessia già sofferto, che la rendeva ancora più inetta agli affari. I due giovani principi non avevano alcun prossimo congiunto che potesse reggere lo Stato; non un Consiglio appoggiato alla costituzione. La loro rovina era inevitabile. La reggenza cominciò coll'unione di alcuni generali e di alcuni cortigiani, i quali pretesero di formare il Consiglio, presso cui stava la sovranità, sotto il nome del duca Giovanni Maria. Questa unione d'uomini potenti e mal assortiti, di cui ciascuno null'altro aveva per fine che la propria fortuna, e null'altro aspettava se non l'occasione per approfittarsi della gioventù d'un principe per il quale nessuno aveva alcuno zelo; questa unione, dico, colle interne rivalità, e col disordine ed interno scompigliamento, diede in certo qual modo il segnale ai sudditi d'essere giunto il momento opportuno per liberarsi dal giogo ch'era stato aggravato da Barnabò, da Galeazzo, e recentemente dal primo duca, la dispotica dominazione de' quali non era durata abbastanza per far dimenticare l'antica libertà; se pure è possibile che si dimentichi mai, ogniqualvolta si soffre l'abuso del potere sovrano. I Rossi fecero ribellare Parma; Ugo Cavalcabò s'impadronì di Cremona; Giorgio Benzone si fece arbitro di Crema; Brescia se la prese a reggere Giovanni Rosone; Franchino Rusca s'eresse sovrano in Como; Giovanni da Vignate si pose a signoreggiare Lodi; e frattanto i generali del morto duca, che avevano combattuto per lui, ma non sotto di lui, niente affezionati alla sua memoria, andavano saccheggiando lo Stato e occupandone le città per proprio loro conto; come fece Facino Cane, che si rese padrone di Piacenza, di Tortona, di Alessandria, di Novara e di altre terre. (1403) Le armi de' collegati scacciarono i Visconti dalla Romagna, e così Bologna, Perugia ed Assisi vennero cedute al papa il giorno 25 agosto dell'anno 1403. Siena anch'essa scosse il giogo; e poco dopo si dovettero cedere ai Veneziani Verona, Vicenza, Feltro, Belluno e Bassano l'anno 1404; frattanto che il marchese di Monferrato s'impadroniva di Casale e di Vercelli. In tale stato erano le cose, che, due anni dopo la morte del duca Giovanni Galeazzo (due anni appena dopo la real clamide disposta, la corona e lo scettro), i suoi figli tremavano, il primo rinchiuso in Milano colla duchessa sua madre nel palazzo di corte, custodito come un ostaggio in mezzo di una città che, divisa in partiti, tumultuava ogni giorno; e l'altro appiattato nel castello di Pavia e mal sicuro, perché nella città più di lui potevano i Beccaria: ed ecco il fine di tanta ipocrisia, di tanti maneggi, di tanta simulazione, e di tante violazioni di fede!

Il duca Giovanni Maria, mentre stavasene occulto nel palazzo ducale, nel tempo in cui i suoi Stati erano ceduti, invasi, saccheggiati, ovvero oppressi senza di lui saputa in suo nome, s'annoiò della compagnia della vedova duchessa sua madre, fors'anco per qualche buon ricordo che ella gli desse. Come la cosa andasse non lo sappiamo. La duchessa Catterina dovette staccarsi dal duca suo figlio, e si ritirò a Monza, per ivi passare il resto de' tristi giorni suoi; i quali ben presto terminarono il giorno 17 di ottobre dell'anno 1404. Questa morte si attribuì, non senza fondamento, allo stesso duca suo figlio; e le azioni della sua vita ci levano pur troppo l'inquietudine di essere o maligni o calunniosi nel sospettarlo. I consiglieri di quell'insensato duca non erano sazii mai della preda, e imponevano tributi, prestazioni e gabelle, per fare in ogni modo un buon saccheggio; ma non avendo assoldate truppe bastanti, né essendo ben organizzata la macchina politica, non sapevano con qual mezzo forzare i sudditi a pagare i tributi imposti, e allora ne immaginarono uno che prova l'indole di quel misero governo. (1406) E l'anno sexto sopra MCCCC, dice il Corio, Giovanne Maria in Milano dominante, il dicinove de febraro, in un giorno de Venere, ale XII ore, fu per parte del principe cridato che veruna persona non se odesse in iudicio per infine non fusse satisfacto ala solutione de le taglie imposte tanto in quello anno quanto dil preterito, e parimente che veruno notaro non celebrasse istrumento nel modo come scripto. Cospirava la fisica a rovina del popolo per una pestilenza che uccideva più di seicento persone al giorno. L'interno disordine in Milano giunse a tal segno, che i generali saccheggiavano le case de' ricchi cittadini, facevano i corsari, depredando le mercanzie che navigavano sul Po, e persino, impadronitisi del castello di Milano, scaricavano l'artiglieria sopra della città, nella quale pure vi stava lo stesso duca. Bastano questi fatti per concepire una idea precisa della minorità di quel principe; ed io mi credo lecito di trascurare una immensa serie di azioni cattive, uniformi e minute, che nulla ci insegnano di più, e inutilmente renderebbero sempre più meschino il racconto storico di que' tempi. Il duca Giovanni Maria era un impasto di stranissima ferocia. La crudeltà in lui sembra che nascesse non da vendetta né da impetuose passioni, ma piuttosto da mancanza di riflessione; come si vede ne' fanciulli, che atrocemente incrudeliscono contro i più deboli e timidi animali, senza avvedersene, poiché nulla pensando allo spasimo d'un vivente sensibile, unicamente si divertono nel fenomeno che producono, e si consolano della loro superiorità. Tale sembra che fosse il carattere di Giovanni Maria, il di cui sovrano piacere era quello di vedere sbranare gli uomini da robusti mastini, ch'egli nodriva per tale oggetto, nel tempo stesso in cui, timido ed imbecille, obbediva con sommessione a qualunque de' generali, i quali a vicenda comparendogli davanti colla forza, lo soggiogavano e lo rendevano pupillo, anche dopo terminata che fu l'età minore: sorta di principato pessima sopra tutte le altre; poiché le tirannie si commettevano, senza che il vero autore nemmeno compromettesse il suo nome. Giunto il duca all'età di vent'anni, il giorno 28 di gennaio dell'anno 1408 fece sbranare da' suoi cani Giovanni Pusterla, castellano di Monza, calunniandolo per la morte della duchessa Catterina. Questo innocente e nobile cittadino spirò satollando colle sue membra la fame di que' mastini nel luogo istesso ove, sessant'otto anni prima, aveva terminata la vita, con altro supplizio, Francesco Pusterla, regnando Luchino, siccome vedemmo. Fu consigliato il duca di scolparsi con tal sacrificio dall'accusa d'essere parricida. Bertolino del Maino spirò pure squarciato dai denti di que' mastini. Così cominciò il suo regno il duca Giovanni, terminata che fu la minorità! Il signor Carlo Malatesta, sovrano di alcune città, aveva a lui data in moglie Antonia Malatesta, sua nipote. Egli voleva pure illuminare il genero ed insegnargli i principii per governare lo Stato, e mostrarsi degno di comandare agli uomini; a tal fine, dovendo egli partirsene da Milano per reggere i propri Stati, lasciò al duca alcuni ricordi, i quali tuttora si conservano nell'archivio della città, e furono pubblicati dal benemerito nostro conte Giulini. La sostanza di questo testamento politico si può epilogare nel modo seguente. La crudeltà è sempre indecente, sempre odiosa, e non di rado funesta. I popoli debbono venerare nel sovrano l'immagine della Divinità, protettrice della innocenza, e placabile col pentimento. Si guardi il principe da coloro che cercano di rendergli sospetti i suoi congiunti o i provati suoi domestici; coloro sono suoi nemici. Risolva da sé il sovrano, ma negli affari ascolti prima l'opinione de' suoi consiglieri; così non accaderà una inconsiderata risoluzione. Meglio è perdonare che distruggere. I tributi s'impongano per vero bisogno, si ripartano con giustizia, si percepiscano con economia, e i cortigiani dieno l'esempio agli altri col pagarli. Non s'intraprendano guerre senza necessità. Non largheggi il principe nel donare superfluamente. Sia inviolabile nel mantenere la parola data, e imparziale per la giustizia. Le cariche si dieno al merito, non mai al prezzo. Nella scelta de' ministri si esamini di quale riputazione godano, e se la vita loro sia proba; chi non è buon marito, buon padre, buon padrone in sua casa, non sarà mai buon consigliere del sovrano. Agli stipendiati si corrisponda fedelmente la paga. Le antiche leggi patrie sieno venerate ed obbedite. Ai ribelli riconciliati si tenga d'occhio, ai pertinaci si tolga il potere. Questo è il transunto di tale memoria. S'ella fu destinata da Carlo Malatesta per illuminare il duca, non vi fu mai carta più inutile di questa. Se poi egli aveva null'altro in veduta che di lasciare una pubblica disapprovazione della condotta del nipote, non poteva scrivere meglio di così; perché indicò appunto tutte le massime dalle quali si allontanava quel principe. Andrea Biglia, nel libro secondo della sua storia, ci descrive la barbarie di Giovanni Maria. Genus illud nefandae necis quae canibus urgebatur, adversum plures intendit, tam ferme sanguinis sitiens, ut nullum fere diem per id tempus incruentum sineret. (1409) Il Corio racconta che molti inermi popolari avendo gridato pace, pace mentre il duca passava avanti della chiesa di Santo Stefano, ad istigazione di due perfidi suoi famigliari ordinò quel principe alle sue guardie di scagliarsi colle armi in quella misera ed inerme compagnia, il che fu eseguito; e di quegl'infelici oltra a ducento ne occiseno: ed inde fece proclamare, che sotto pena de la forcha veruno più non nominasse pace né guerra: anchora ordinò che gli sacerdoti ne la missa, in loco de pacem, dicessino tranquillitatem. Doppuoi essendo al prelato duca presentato avante uno figliolo de Giovanne da Pusterla memorato, forse in età de XII anni, intervenne questa maraviglia anzi miraculo, che, mettendo li cani addosso al fanciullo per squarciarlo, quello se gittò a terra chiamando al duca misericordia, il quale, più incrudelendo, se gli remisse uno ferocissimo cane, chiamato il guerzo, custodito per il Squarza Giramo, assai più che quello crudele contra il sangue humano, ed a suggestione dil quale lo principe molte persone per denti de suoi cani faceva lacerare. Questo cane adunque, per il canetero lassato, puoi che il fanciullo ebbe nasato, se fece a disparte. Ma il principe non per questo revocando la innata crudeltate, cominciò minaciar al Squarza che lo farebbe suspender per la gola; onde remettendo una crudelissima cagna per nome sibillina, parimente quella non volse molestar il fanciullo, che di continuo domandava perdono. Ma Giovanne Maria, più obstinato nel suo furore, comandò al malvagio canatero che scanasse lo innocente garzono, il che voluntiere exequendo, non ancora quegli cani volsino gustare dil suo sangue: ed in tal forma ne faceva morire, ed tanto in questa inaudita crudeltate se delectò, che sino la nocte andava per la cità con il Giramo, inventore de si inaudita sceleragine e favoregiato da lui per tanto horrendo maleficio, caciando il sangue umano come li cazatori ne boschi le sevissime fere. Così il Corio, il quale nella sua gioventù avrà inteso questi atrocissimi fatti da' vecchi che n'erano stati dolenti spettatori. Il Biglia poi scriveva le cose de' suoi tempi, e poteva essere testimonio di veduta. Ho voluto narrar questi orrori colle parole altrui, per risparmiare a me stesso la pena di descrivere cose tanto crudeli, e per togliere ogni sospetto sulla verità dei fatti.

La condotta del duca Giovanni Maria era quella d'un vero pazzo furioso; poiché nel mentre ch'egli insultava l'umanità, la giustizia, la natura istessa coi mastini, compagnia degna di un tal principe, egli sopportava che Facino Cane a suo pieno arbitrio non solamente dominasse Alessandria, Tortona, Novara ed altre terre, ma disponesse da sovrano, e in Milano ed in Pavia, ogni cosa a suo piacimento, per modo che il Biglia ci lasciò scritto: nec multo post Facinus Mediolanum advocatur, ut nihil jam illi ad utriusque dominium praeter nomen deesset, omnia uni parebant, omnia pro illius imperio statuebant, ne tanto quidem ad impensas juvenum relicto quod vitae satisfacerent. Appena i due giovani principi avevano di che mangiare. Il duca aveva fatta colla città di Milano una convenzione, la quale si trova nell'archivio della città, e venne pubblicata dal conte Giulini. In vigore di tal carta egli si sottopose in molta parte a que' limiti che presentemente fissa la costituzione della Gran Brettagna al sovrano, almeno per riguardo al tributo. Le regalie tutte le cedette alla città, alla quale diede in proprietà ogni sorta di carico non solo, ma persino gli stessi beni suoi allodiali; e ciò a condizione che la città gli sborsasse sedicimila fiorini al mese, ossia centonovantaduemila fiorini all'anno. Il primo duca aveva da tutto il suo Stato un milione e duecentomila fiorini all'anno; ma ora non rimaneva a questo secondo duca se non Milano, e non era tenue quella somma per que' tempi. Né questo fu pure il limite a cui si tenne il duca. Volle che la città diventasse, in certo modo, anche amministratrice dei centonovantaduemila fiorini; e stabilì che per la sua persona se gli sborsassero ogni mese duemilacinquecento fiorini, per mantenimento della sua corte, cavalli, tavola e vestito: del rimanente la città doveva pagare ottomila fiorini di stipendio per ogni mese a cinquecento lance, tremila fiorini al mese per lo stipendio di mille fanti, mille altri fiorini al mese per la guardia del corpo, e millecinquecento fiorini al mese per soldo ai consiglieri ed ai giudici. Questo contratto (che dava una esistenza morale al corpo politico, creandolo legittimo percettore del tributo, e un essere vivente interposto fra il sovrano ed il suo popolo, avendo un debito fisso col primo, ed un dritto e una giurisdizione sul secondo) poteva essere una nobilissima beneficenza verso della patria in tutt'altro principe; ma era una stolida imbecillità in quel Giovanni Maria, incapace di governare. Tutto era in combustione e in disordine: Vulgus quidem, dice il Biglia, annonae copia delinitum; caeteri, quicumque bonorum civium loco essent, intolerandis tributis gravabantur... Multi vel publica vel privata licentia interfecti. I mali pubblici, l'odio contro l'infame duca, il profondo disprezzo che si era egli meritato, giunsero finalmente al colmo. (1412) I due fratelli Andrea e Paolo Baggi, ai quali il sovrano aveva fatto ammazzare un fratello chiamato Giovanni; Giovanni della Pusterla, nipote dell'infelice castellano di Monza sbranato da' cani, e cugino dell'altro disgraziato fanciullo scannato; Francesco e Luchino del Maino, cui il duca aveva fatto decapitare due fratelli, e sbranare da' cani Bertolino, loro parente, si collegarono, e varii altri ad essi si unirono per togliere dal mondo quel mostro crudele, pazzo, debole, imbecille e ferocissimo; e il giorno 16 di maggio dell'anno 1412 lo colsero, non si sa bene se nella chiesa di San Gottardo, ovvero in una sala di corte mentre s'inviava alla chiesa, e lo lasciarono sul momento morto dalle ferite. Il duca Giovanni Maria così terminò la obbrobriosa sua vita, nell'età giovenile di ventiquattro anni non per anco compiuti, dopo di aver portato il nome di duca per quasi dieci anni. La universale detestazione contro di lui si manifestò con segni inusitati, poiché nemmeno si volle rendere al di lui cadavere il vano onore della pompa funebre: e una donna della pubblica prostituzione fu la sola che diede un segno di pietà, gettandogli sopra un canestro di rose. L'infame Squarcia Giramo fu dalla plebe còlto e strascinato per le strade, indi appeso per la gola alla sua casa.

Alcuni de' nostri scrittori hanno preteso di farci credere che il duca Giovanni Maria coltivasse le belle lettere; se ciò mai fosse, ridonderebbe un tal fatto piuttosto in disonore delle lettere che in lode di quell'anima perversa; perché proverebbe che si può anche da un cuore insensibile gustare la venustà e la grazia del Petrarca, il che però sembra una contraddizione. So che la filosofia, le lettere, la musica, la pittura, le arti tutte hanno i loro ipocriti, come gli ha la virtù, come gli ha la religione; ma un giovine dissoluto che si diverte a far lacerare gli uomini dai cani, non è sulla strada d'alcuna ipocrisia.

Sarebbe un problema da esaminarsi tranquillamente da un uomo ragionevole e non ambizioso, se veramente Matteo Visconti abbia procurato un bene a se stesso e alla sua casa, innalzandosi al trono. Lo stesso Matteo I morì di rammarico per gl'interdetti e le scomuniche; Galeazzo I, suo figlio, cessò di vivere per i lunghi patimenti sofferti nel carcere; Stefano perì di veleno; Marco venne gettato da una finestra; Luchino fu avvelenato dalla moglie; Matteo II fu ucciso violentemente dai fratelli; Barnabò morì in carcere a Trezzo di veleno; Giovanni Maria fu trucidato. È una gran massa di sventure cotesta, accadute ad una famiglia in meno di cento anni! Nella condizione privata è ben difficile che ne accada altretanto. Azzone e Giovanni furono i due soli principi felici, perché sensibili, benèfici e virtuosi, ma fu breve il loro regno. Egli è vero però che questo seguito di miseri casi nacque per i vizi di que' sovrani; quando, nella serie di cinque secoli dell'augusta casa d'Austria non troveremo veruna traccia de' mali che in meno d'un secolo sopportarono i Visconti.

Il duca Giovanni Maria non lasciò figli: Juvenem his monitis imbuerunt, dice il Biglia, ut jam uxorem, si non repudiatam, certe pro dissociata haberet; né della duchessa Antonia, figlia di Malatesta de' Malatesti, si è inteso più cosa alcuna. Filippo Maria era giunto all'età di vent'anni. Egli era il solo avanzo che rimanesse nella discendenza di Gian Galeazzo; ma se ne stava nascosto e pauroso nel castello di Pavia; solo spazio sicuro che gli restava sulla terra. Pavia, Milano e tutto il rimanente dello Stato, era occupato da piccoli sovrani. Quasi ogni città si era creato un conte. Il più potente fra questi nuovi divisori del dominio era, siccome dissi, Facino Cane, al di cui stipendio viveva una schiera di militi de' migliori di que' tempi, avvezza a vincere sotto il comando di Facino. Egli in fatti era il padrone di Milano, di Pavia, di Alessandria, di Novara, di Tortona e di altre terre; e non gli mancava altro che il titolo di duca. Anzi vi è tutta l'apparenza di credere che lo sarebbe diventato, e colle armi avrebbe ricuperato per se medesimo la successione del primo duca, poiché fu estinto Giovanni Maria, e nessun altro rimaneva che il timido Filippo Maria; ostacolo di mera opinione, facile a togliersi colla fede e colla morale di quel secolo d'orrore. Ma il potere supremo dispose altrimenti, e decretò che nel medesimo giorno 16 di maggio dell'anno 1412 Giovanni Maria morisse trucidato in Milano, e Facino Cane morisse in Pavia di natural malattia. Il momento era giunto al fine in cui i figli dell'oppresso Barnabò potessero far valere le loro ragioni. Non v'era forza che potesse far loro valida resistenza; e il governo civile di Milano era talmente sconnesso ed incerto, che nulla più doveva costare ad essi impadronirsene che lo stendervi la mano. In fatti Estore Visconti, figlio naturale di Barnabò, nato da Beltramola dei Grassi, negli ultimi anni del regno del duca Giovanni Maria s'era impadronito di Monza; e pare che da colà aspettasse il momento per rendersi signore di Milano; e così fece spirato che fu il duca. Siccome poi l'origine sua poteva dar luogo a chi volesse trovare illegittima la sua dominazione, così Estore si associò Giovanni Carlo Visconti, discendente legittimo del signor Barnabò, perché figlio di Carlo e di Beatrice d'Armagnac. Ebbero questi due (zio e nipote) un frate domenicano, chiamato Bartolommeo Caccia, che perorò e predicò tanto, che indusse il popolo di Milano a riconoscere Estore e Giovanni per sovrani; e tali durarono per un mese di tempo, cioè sino al giorno 16 di giugno dello stesso anno 1412. Questi apocrifi sovrani batterono moneta, in cui s'intitolarono bensì signori, ma non duchi di Milano; ed io ne ho nella mia raccolta. Tale era la situazione di Filippo Maria, che poteva assumere bensì il titolo di duca di Milano, ma non ne possedeva proprietà alcuna, e mancava d'ogni mezzo per deprimere gli usurpatori. Una sola via poteva aprirsegli per riascendere. Gli stipendiati di Facino Cane erano un corpo ragguardevole di bravi soldati, affezionatissimi al loro generale, e dopo la morte di esso alla di lui vedova Beatrice Tenda. Se il nuovo duca sposava questa vedova, da cui dipendevano alcune città e questo corpo di armati, era da sperarsi che quei militi, fedeli alla vedova, combattessero con impegno in favore del nuovo di lei marito. Tal consiglio provvidamente venne suggerito al duca Filippo Maria. Si entrò a trattar quest'affare; e quantunque la vedova Beatrice avesse l'età d'essere madre dello sposo che le veniva proposto, aderì all'offerta e sposò il giovine duca. Con tal atto si trovò il duca immediatamente padrone di Pavia, di Tortona, di Novara, di Alessandria e de' soldati di Facino. Il primo passo era quello di scacciare da Milano Estore Visconti. Quindi Filippo Maria, chiamati intorno di sé i fedeli stipendiati di Facino Cane, s'incamminò da Pavia a Milano. Que' militi intrepidi riguardavano il duca come un figlio del loro amato padrone, e fecero sì bene, che Estore dovette abbandonare la città appunto il giorno 16 di giugno, siccome ho detto; e ritiratosi nel castello di Monza venne ivi assediato, e dopo alcuni mesi vi rimase ucciso da un colpo di spingarda, che gli fracassò una gamba. Il cadavere di Estore Visconti si conserva incorrotto e visibile in un cortile di fianco alla chiesa di San Giovanni di Monza; e si riconosce la rottura della gamba. Appena fu padrone di Milano Filippo Maria, III duca, girò per la città, e mostrò al popolo umanità ed accoglienza. Ma quanti poté avere dei complici della morte del duca Giovanni Maria, tanti morirono col supplicio, e taluni squartati, e le loro membra inchiodati alle porte della città, e le teste, conficcate in cima di lunghe aste, vennero piantate sul campanile della piazza de' Mercanti. Le case de' congiurati furono abbandonate al saccheggio; e così cominciò il suo regno il duca Filippo Maria. Fra i militi di Facino Cane vi era un soldato di fortuna, Francesco Carmagnola, uomo di grand'animo, che aveva i talenti di un buon generale, e che colla superiorità del suo merito aveva dato persino gelosia al suo antico padrone, che pure era grande uomo di guerra de' suoi tempi. Il duca non era fatto per comandare in persona: egli era timido, inerte, superstizioso, amante della solitudine. Egli fortunatamente ascoltò il consiglio di Beatrice sua moglie, e collocò nel Carmagnola il comando e la confidenza. Francesco Carmagnola fu dichiarato conte; innalzato, arricchito e beneficato dal duca. Il conte Francesco alloggiava in Milano nel palazzo in cui ora si radunano i Corpi civici. Premeva al duca di riacquistare Lodi, città distante appena venti miglia da Milano. Giovanni Vignate s'intitolava conte di Lodi, e ne era il padrone. Una tregua si era sottoscritta fra il duca e lui; quindi il Vignate, fidandosi al gius delle genti, senza alcun sospetto veniva qualche volta a Milano. (1416) Egli un dì non ebbe timore di porre piede nel castello in cui stavasene appiattato ed invisibile il duca; ed ivi, il giorno 19 di agosto dell'anno 1416, venne a tradimento arrestato, malgrado la tregua, e trasportato a Pavia, ove fu riposto in una gabbia di ferro. Contemporaneamente le truppe ducali sorpresero Lodi e fecero prigionieri Luigi Vignate, figlio del conte; il padre ed il figlio passarono nelle mani del carnefice; e con tal mezzo il duca s'impadronì di Lodi. Loterio Rusca, signore di Como, credette di fare un buon contratto cedendo al Duca la sua sovranità per quindicimila fiorini d'oro. Crema ritornò in potere del duca, perché il nipote del conte di Crema, Giorgio Benzone, tradì suo zio e v'introdusse le armi ducali.

Stavasene il duca Filippo Maria inaccessibile nel castello di Milano, senza che mai fosse veduto nella città. Le strade di Milano, le mura istesse diroccavano, e si lasciavano senza riparazioni. Quel principe credeva all'astrologia; e questa era forse anco la sola norma della sua morale e di tutte le sue azioni. Quando la luna era in congiunzione col sole, egli s'intanava in qualche angolo del castello più solitario, e non voleva mai dare risposta, né permetteva nemmeno che alcuno la desse per lui. Aveva una macchina egregiamente lavorata; quest'opera di orologeria dinotava il movimento dei pianeti, e quest'era l'oggetto della più frequente osservazione del duca. Se taluno lo interpellava per avere i suoi ordini del momento che egli credesse infausto, o taceva, ovvero rispondeva soltanto: aspetta un poco. Egli aveva i suoi astrologi, i quali erano i più cari di lui consiglieri, e quelli che influivano più d'ogni altro nel governo dello Stato. Le forze del duca Filippo Maria ci vengono descritte da Andrea Biglia. Il conte Francesco Carmagnola era alla testa degli stipendiati ducali. Settecento cavalieri formavano la guardia del corpo: il Biglia li chiamava familiares. Due squadroni, ciascuno di settecento cavalieri, formavano due corpi di lance spezzate, lanceas laceras. Aveva altra cavalleria comune, in tutto quattromila cavalli. D'infanteria egli aveva allo stipendio mille uomini scelti, tutti coperti di lucidissime armature, qui totis armis lucerent; e il rimanente dei fantaccini, ben corredati, ascendeva a più di quattromila uomini. Tale armata si preparava a marciare contro del marchese di Monferrato; il quale, per evitare la guerra, cedette al duca Vigevano. (1418) Così il duca, da Beatrice Tenda, ottenne la ricuperata sovranità di Milano, Pavia, Lodi, Como, Vigevano, Alessandria, Tortona e Novara; e da queste otto città e dall'armata ebbe i mezzi per dilatare nuovamente i confini dello Stato, siccome fece. Doveva il duca venerare la sua benefattrice più della stessa sua madre. A lei doveva tutto, persino l'esistenza, che gli sarebbe sicuramente stata levata, se non aveva il di lei soccorso. Essa con tutto ciò soffrì il trattamento di essere (malgrado l'età sua e la sua virtù) dal marito incolpata d'avergli violata la fede per un giovine cavaliere, nominato Michele Orombello, che era al di lei servizio. Questo giovine era veramente di amabile aspetto e di pari maniere; e talvolta la duchessa passava qualche ora con minore noia, facendolo suonare il liuto. Volle il duca che venisse imprigionata in Binasco l'infelice Beatrice Tenda; e il non meno disgraziato cavaliere fu parimenti posto nei ferri. Si fecero soffrire ventiquattro strappate di corda alla duchessa, come ci narra il Corio. Furono condannati e l'una e l'altro a perdere la testa sotto la scure; il che si eseguì in Binasco nell'infausta notte susseguente al giorno 13 di settembre dell'anno 1418. Il Corio ci attesta che, per liberarsi dagli strazi della tortura, la duchessa incolpasse se medesima; ma poi, in presenza degli ecclesiastici che l'accompagnarono al patibolo, prima di sottoporvi il capo, chiamasse Iddio in testimonio dell'incolpabile sua innocenza. Ci dice il Biglia che il giovine Orombello, lusingato di potere sfuggire il supplicio calunniando la duchessa, preferisse la vita alla virtù, sebbene in fine perdesse e l'una e l'altra; e che la duchessa, avanti il patibolo, da donna forte e virtuosa, rimproverasse la vile colpa all'Orombello, e protestando la innocenza propria, chiamandone testimonio Iddio, piegasse il capo alla mannaia. Fosse il peso d'un troppo grande beneficio insopportabile all'anima del duca; fosse ambizione, per cui si sdegnasse d'aver per moglie una che non era di famiglia sovrana; fosse noia d'avere una compagna d'un'età matura; fosse l'amore ch'egli già nutriva per Agnese del Maino, colla quale visse poi sempre, ed a cui null'altro mancò se non il nome di moglie; fosse una trama di qualche abbietto favorito, a cui non tornava bene che il duca ascoltasse fedeli consigli; fosse perfine ciò prodotto da qualche astrologica predizione che promettesse al duca felicità da un tal colpo; qualunque ne fosse il motivo, tale fu la mercede che Filippo Maria seppe rendere ai benefici ricevuti da quella sventurata donna. Trema la mano nello scrivere tali abbominazioni!

La città di Piacenza era stata occupata da principio da Facino Cane; poi se n'era preso il dominio Filippo Arcelli. Il fratello ed il figlio di questo signore caddero in potere del duca; il quale, memore di quanto col Fogliano aveva quarantasei anni prima fatto Barnabò, fece piantare a vista di Piacenza due forche, e fece intimare la resa a Filippo Arcelli, minacciandogli altrimenti di fare impiccare Bartolomeo e Giovanni, il fratello ed il figlio. Non credette Filippo che il duca volesse a tal segno disonorarsi, e ricusò di cedere la sovranità. Que' due illustri ed innocenti gentiluomini furono ben tosto impiccati, a vista della madre medesima, che da una finestra s'accorse dell'orribile sventura, e colle smanie accrebbe talmente l'intima desolazione del marito, che se ne uscì da Piacenza sconosciuto; e così quella città ritornò in potere del duca il giorno 13 di giugno dell'anno 1418. (1419) Bergamo era posseduta dai Malatesta; ma il conte Francesco Carmagnola la sorprese e la riacquistò al duca il giorno 24 di luglio l'anno 1419; il che vedutosi da Gabrino Fondulo, signore di Cremona, stimò di vendere al duca la sua sovranità per trentacinque mila fiorini, ossia ducati d'oro. Il marchese di Ferrara, Nicolò d'Este, cedette Parma al duca il giorno 28 di novembre l'anno 1420. Brescia da Pandolfo Malatesta fu ceduta al duca, il giorno 15 di marzo dell'anno 1421, per il prezzo di trentaquattromila fiorini d'oro. Tanto erano temute e fortunate le armi ducali sotto il comando dell'intrepido ed esperto conte Francesco Carmagnola, che portò questi l'assedio sotto di Genova; città che sessantotto anni prima s'era data a Giovanni arcivescovo, e che, dopo tre anni essendosi sottratta, inutilmente era sempre stata addocchiata dal primo duca. Il valoroso conte la costrinse alla resa; e il giorno 2 di novembre dello stesso anno 1421 capitolò la città e riconobbe per suo signore il duca di Milano. Filippo Maria prescrisse da buon astrologo l'ora e il momento in cui dovevasi fare la funzione del possesso di Genova. I Genovesi però quattordici anni dopo scossero nuovamente il giogo dei Visconti. (Il signor don Carlo de' marchesi Triulzi, cavaliere di moltissima erudizione, ha nella sua collezione di monete il fiorino d'oro di Genova regnandovi il duca Filippo Maria, ed io ho delle monete d'argento pure di Genova col nome e collo stemma del medesimo duca). Poi dal duca d'Orleans ebbe il Visconti per cessione Asti: città che da suo padre era stata, come dote della principessa Valentina, ceduta al conte di Valois trentacinque anni prima. Fece il duca altri acquisti nella Romagna, cioè Forlì, Imola, Faenza. (1424) A tale stato di grandezza era giunto il duca Filippo Maria l'anno 1424, che possedeva venti città acquistate colle nozze della infelice duchessa, e colla fede e col valore del conte Francesco. Le città erano Milano, Como, Brescia, Bergamo, Lodi, Crema, Cremona, Piacenza, Parma, Faenza, Imola, Forlì, Pavia, Alessandria, Tortona, Genova, Asti, Vercelli, Novara e Vigevano, tutte acquistate nel breve spazio appena di dodici anni. Avrebbe il duca sottomesse ancora le altre quindici città che gli mancavano per ricuperare lo Stato di suo padre; avrebbe fors'anco esteso ancora più in là i confini; se, tenendosi inaccessibile, invisibile e sempre attorniato da uomini da nulla, fra i quali il primo era certo Zanino Riccio, non avesse tagliato a se medesimo la mano destra col diffidare del conte Carmagnola, dopo le non interrotte prove del di lui animo. La superiorità dei talenti del conte, e la grandezza colla quale suggeriva i buoni consigli al suo principe, facevano tremar di paura gli abbietti uomini che attorniavano il duca. S'avvedevano ben essi che quel generale non avrebbe mai fatto lega né cogli astrologi, né coi parassiti che deludevano il sovrano. Formarono quindi il progetto di alienar l'animo del duca dal conte Carmagnola, e mentre il conte gli sottometteva le città, facevano malignamente risuonare all'orecchio di Filippo Maria l'amore dei soldati, la riverenza de' popoli sempre crescente verso del Carmagnola. Quindi ogni dì più rendevano timido il duca appiattato, invisibile ad ognuno, fuori che ad essi; a tal segno ch'ei non usciva dal castello di Milano, se non dalla parte solitaria dei campi; per di là passando al castello di Abbiategrasso, ove parimenti stavasene solitario ed occultato. Basta il dire ch'egli non venne mai in Milano, se non quella prima volta che ho detto. Bloccato in tal maniera il duca, nulla ei più sapeva degli affari, di quanto volevano dirgliene quei vili intriganti cortigiani. Costoro a poco a poco fecero nascere il pensiero nel duca di collocare il conte stabilmente al governo di Genova, finché gli tolse il comando dell'armata. Il conte da Genova andava scrivendo al duca, illuminandolo sul proposito degl'interessi del suo Stato, e lagnandosi de' torti. Ma le lettere nemmeno giugnevano al duca. Se ne avvide il conte, e lasciando Genova si portò alle porte del castello d'Abbiategrasso, chiedendo umilmente di essere ascoltato; ma gli venne risposto che esponesse le sue occorrenze a Zanino Riccio. Il Carmagnola alzò la voce colla speranza di essere inteso dal duca, e protestò che quel principe era attorniato da traditori e malvagi cortigiani. Le guardie avevano militato sotto di lui; sebbene animate ad arrestarlo, non l'osarono. Il conte allora, rimontato sopra il veloce destriero, su cui erasi ivi improvvisamente portato, forse si pentirà, disse, in breve il duca di non avermi ascoltato; e spronò il cavallo e disparve da un luogo dove non era stato senza pericolo; quindi per vie sicure se ne andò a Venezia, ove offrì i suoi servigi a quella repubblica, da cui vennero accettati con somma onorificenza.

Le avventure del conte Carmagnola sono interessanti. Il momento in cui sconsigliatamente volle il duca disgustare quel benemerito generale, fu quello in cui la fortuna dello Stato si cambiò; e laddove sino a quell'ora sempre la vittoria, le conquiste o le dedizioni avevano contrasegnati gli anni del suo regno, da quel punto cominciò a contrasegnarli colle inquietudini, colle sconfitte, colle umiliazioni e colle perdite. Appena era partito il conte, che il duca stese la mano confiscatrice su tutti i poderi suoi, e si riprese tutt'i doni che gli aveva fatti. Tese varie insidie per averlo prigione; ma non gli riuscirono. Tentò il veleno, e certo Giovanni Liprandi, milanese, che aveva per moglie una Visconti, provossi a Treviso di avvelenare il conte: il che verificato, perdé poi la testa a Venezia. A tali infami azioni s'abbassava il duca per consiglio di Zanino Riccio, e d'altri vigliacchi ed astrologi, pari a lui, mentre in vece con qualche onesto partito nulla sarebbe riuscito più facile che l'accomodarsi col Carmagnola, già affezionatissimo nel suo cuore al Visconti, siccome accade sempre di esserlo, quando si sono fatti insigni benefici, pe' quali amiamo il beneficato come cosa nostra. Il conte, pagato con tanta ingratitudine, insidiato in così bassa ed atroce maniera, conobbe non rimanergli più altro partito che l'operare da nemico. Egli adunque consigliò ai Veneziani di legarsi co' Fiorentini. Temevano i primi di perdere Verona e Vicenza, occupate recentemente sotto l'infame governo dell'ultimo duca. I Fiorentini vedevano già nuovamente inoltrata nella Romagna quella sovranità de' Visconti, che ventiquattro anni prima aveva esposto all'estremo pericolo la loro repubblica; quindi si unirono co' Veneziani. (1426) Il re Alfonso di Napoli si unì alle due repubbliche; ed il conte Francesco Carmagnola, l'anno 1426, ricevette solennemente dalle mani del doge di Venezia lo stendardo di San Marco, e venne dalla repubblica dichiarato capitano generale dell'armata terrestre, coll'assegnamento, cospicuo per que' tempi, di dodicimila annui fiorini, ossia ducati d'oro. Ciò fatto, il Carmagnola si portò sul Bresciano. Egli conosceva quel paese, poiché sei anni prima vi aveva guerreggiato per riacquistarlo al duca e scacciarne i Malatesti. Era celebre la battaglia ch’ei vinse l'anno 1420, il giorno 8 di ottobre; ora si trattava di acquistar Brescia ai Veneziani. Il conte ne scacciò l'armi del duca. Il comandante che Filippo Maria aveva posto alla testa delle sue armi invece del Carmagnola, era Guido Torello; uomo che non pareggiava i talenti del Carmagnola. Sotto del Torello combattevano Niccolò Piccinino e Francesco Sforza, uomini di merito; ma il primo di questi due si sdegnava d'essere sotto il comando d'un generale ch'egli non credeva superiore a se stesso; l'altro era ancor giovine, focoso ed inesperto. Oltre ciò, passavano fra tutti e tre quelle rivalità che, tendendo a farsi reciprocamente scomparire, rovinavano il sovrano e lo Stato, del quale ad essi era consegnata la difesa. Presa Brescia, era da temersi che la guerra non s'avanzasse nel centro del dominio; e perciò dovette il duca richiamare le truppe dalla Romagna, e abbandonare per sempre Forlì, Imola e Faenza, che appena da due anni erano sue. (1427) Il conte Francesco Carmagnola diede una sconfitta ai ducali il giorno 11 ottobre 1427. Quasi tutti i generali del duca, e quasi tutti i suoi soldati rimasero prigionieri. Oltre i già nominati erano nell'esercito ducale altri generali, cioè il conte di Cunio Alberico da Barbiano, Cristoforo Lavello, Carlo Malatesta ed Angelo della Pergola; uomini che tutti avevano buon nome nella guerra. Conseguenza ne venne che Bergamo passò in potere de' Veneziani l'anno 1428. Così Zanino Riccio fece perdere al duca ed a' suoi successori non solo Vicenza e Verona, che si dovevano ricuperare, ma Brescia e Bergamo, e quasi tutta la terra ferma che possedette poi ed attualmente possede la repubblica di Venezia. Se il conte Carmagnola fosse stato d'animo costante, il duca Filippo Maria sarebbe rimasto con Zanino Riccio; anzi sarebbe stato abbandonato ben presto da quell'istesso infingardo, che non amava se non la fortuna del duca. Già Filippo Maria aveva dovuto cedere al duca di Savoia Vercelli, per contentarlo e non soffrire invasione anche da quella parte. Il marchese di Monferrato, i Fiorentini, i Veneziani ben presto gli toglievano il restante de' suoi Stati. Il Carmagnola, dopo la presa insigne dell'armata ducale, non aveva più contrasto: e Cremona, Crema, Lodi rimanevano, se lo voleva, in potere de' Veneziani. Ma quando vide il conte posto il duca a mal partito, cessò di far la guerra con vigore; anzi non servì più con buona fede i Veneziani. O foss'egli allontanato, per una ripugnanza dell'animo, dal portare così la distruzione ad un principe dal quale aveva un tempo ottenuto gli onori e sotto del quale aveva acquistata la celebrità; ovvero fosse egli ancora nella fiducia che, umiliato il duca, venisse a fargli proposizioni di accomodamento, e gli sacrificasse i meschini nemici che avevano ardito di nuocergli, cioè i vilissimi cortigiani suoi; o qualunque ne fosse il motivo, il conte Francesco Carmagnola, malgrado il dissenso de' procuratori veneti, e malgrado la decisa loro opposizione, volle rimandare, disarmati bensì, ma liberi al duca tutti i generali ed i soldati numerosissimi che aveva fatti prigionieri nella vittoria del giorno 11 ottobre 1427. Il duca in pochi giorni armò di nuovo e rimontò questi militi, ed è molto degno di osservazione questo fatto, cioè che due soli artefici di Milano in pochi giorni gli diedero le armature per quattromila cavalli e duemila fanti, sapendosi che in que' tempi gli uomini si coprivano tutti di ferro; il che prova quanto si è accennato al capitolo duodecimo sulla grandiosa manifattura d'usberghi, d'elmi e d'ogni lavoro di ferro, che v'era in Milano. Anche i quattromila cavalli ben tosto li ritrovò il duca dalle razze del suo Stato; e così il Carmagnola poco dopo ebbe nuovamente di fronte quella stessa armata che aveva avuta inerme in suo potere. Il seguito delle sue imprese sempre più fece palese il suo animo, poiché trascurò tutte le occasioni, e, lentamente progredendo, lasciò sempre tempo ai ducali di sostenersi. (1432) In somma giunse a tale evidenza la cattiva fede del conte Francesco Carmagnola, che venne, dopo formale processo, decapitato in Venezia, il giorno 5 di maggio dell'anno 1432, come reo di alto tradimento. Tale fu il fine che fece il conte Francesco; uomo che non aveva i vincoli sacri della patria e della famiglia, i quali ammorzarono la vendetta nell'animo di Coriolano; uomo che sarebbe un eroe, se non avesse macchiato l'ultimo atto della sua vita colla infedeltà.

Più ancora di quelle del Carmagnola interessano la storia di Milano le vicende di Francesco Sforza. Questi era romagnuolo. La di lui famiglia era di Cotignola. Il primo che s'era fatto qualche nome, era il di lui padre Giacomo Attendolo (tale era il vero di lui cognome); poiché, servendo questi sotto il comando del conte Alberico di Zagonara, da esso ebbe il sopranome Sforza, il quale passò nel di lui figlio Francesco, e divenne poi nome di casato. Francesco Sforza (che fu poi il quarto duca di Milano, e il più grand'uomo e il più gran principe del suo tempo) nacque in San Miniato, il giorno 23 luglio dell'anno 1401, ed ebbe per madre Lucia Trezania. Niente ancora vi era d'illustre in lui, se non l'ardor militare, ed il nome che nella milizia si era fatto suo padre. Egli aveva ventiquattro anni, allorché, sulla fama del valore da lui mostrato nel regno di Napoli, il duca lo invitò al suo stipendio, disgustato che ebbe il conte Carmagnola. Una delle prime imprese che Francesco Sforza ebbe in commissione dal duca, fu quella di soccorrere Genova, attaccata dai nemici; ma ne uscì con poca fortuna, poiché, innoltratosi imprudentemente e con inconsiderato impeto, fu malamente battuto e posto in fuga; per lo che il duca lo rilegò per due anni a Mortara, ove rimase privo di stipendio. Terminato il castigo, i cortigiani del duca, non saprei per qual motivo, cercarono di fargli entrare in grazia Francesco Sforza; e la cosa giunse a segno che, non avendo altri discendenti il duca, fuori che una figlia naturale chiamata Bianca Maria, pensò di darla a Francesco Sforza. Bianca Maria era nata da Agnese del Maino, colla quale viveva il duca come se fosse vera sua moglie. Quella donzella non aveva per anco finiti gli otto anni, allorché il duca, l'anno 1432, il giorno 13 di febbraio, stabilì il contratto di nozze. Considerava in quel momento il duca di farsi per adozione un figlio, al quale passare il suo Stato, e quindi interessarlo a difenderlo: figlio tanto più caro, quanto più quel meschino principe era lacerato nella solitudine da' timori che Zanino Riccio e i suoi pari facevano nascere contro de' generali; i quali naturalmente non si saranno degnati mai di mostrare deferenza a quella feccia di uomini da cui era il duca attorniato. Cercavano, innalzando lo Sforza, di umiliare il Piccinino, il Torello e gli altri. Ma poiché lo Sforza fu innalzato, la di lui ombra dispiaceva a quei raggiratori, temendo forse un avvenire cattivo per essi. E perciò si posero colle arti consuete a gettare il veleno nell'animo del principe, loro schiavo, e a fargli nascere il pentimento e la diffidenza, a segno che il duca pose delle insidie persino alla vita del disegnato suo genero. Francesco Sforza se ne uscì dalle mani del duca, si ricoverò presso de' Fiorentini, nemici de' Visconti, e si pose al loro stipendio. Si collegarono i Fiorentini e i Veneziani a danno del duca, e il generale comandante delle armi collegate fu lo stesso Francesco Sforza. Anche il papa aveva acceduto alla lega. Io non descriverò, nemmeno questa volta, le minute azioni militari. Dirò soltanto che gli affari del duca piegavano assai male. Il duca era giunto all'età di cinquant'anni. Egli era mostruosamente pingue, e la sanità sua diventava inferma. La vita inerte che menava, ed i sospetti continui fra quali veniva tenuto dagli officiosi nemici che aveva intorno, affrettarono la di lui morte; egli s'accorgeva della propria decadenza. I generali di questo invisibile sovrano (che non si era mai presentato una sol volta in vita al nemico, che dava e toglieva il favore a norma de' pianeti non solo, il che sarebbe a caso, ma dei maligni interessi di quei poltroni che gli stavano intorno) cominciarono a fare un accordo fra di loro per dividersi la sovranità. Il Piccinino divisava d'avere per sé Piacenza; il Sanseverino, Novara; Luigi dal Verme, Tortona; il Fogliano, Alessandria; altri, altro distretto. In somma il duca si trovò sotto di un cielo coperto da nubi procellose, che minacciavano da ogni parte. Il solo uomo capace di liberarlo nell’estrema angustia era Francesco Sforza. Rivolse i trattati a lui, e ben vedendo che troppo instabile appoggio sarebbe stato l'offerire al genero eletto il suo pentimento, gli offrì la sovranità del Cremonese e di Cremona sino da quel momento; pronto a dichiararlo conte e sovrano di essa, e a celebrare lo sposalizio di Bianca Maria. Accettò la proposizione Francesco Sforza, ma non si fidò di venire a Milano. (1441) Ma poiché consegnata gli venne la sovranità di Cremona, e poi ch'ivi fu sicuro, in Cremona stessa sposò Bianca Maria, il giorno 25 di ottobre dell'anno 1441. La sposa aveva diciasette anni, e lo sposo ne aveva quaranta. Il duca Filippo, sempre divorato da sospetti e dominato dall'astrologia, tornò a detestare lo Sforza a segno che fece uccidere da' suoi sicari Eusebio Caimo che aveva maneggiate le nozze di Bianca Maria; (1444) e quell'infelice cavaliere venne scannato in Duomo mentre pregava avanti l'altare di Santa Giuditta, il giorno 8 di aprile, l'anno 1444. Tentò poi il duca di rapire colle armi Cremona, quantunque l'avesse data in dote a sua figlia; e buona parte di quel contado era già in potere delle sue armi. Il conte Sforza fu costretto d'impetrare l'aiuto de' Veneziani, i quali mandarono forze tali, che non solamente liberarono il Cremonese e lo restituirono al suo legittimo nuovo signore, ma tolsero al duca Treviglio, Caravaggio, Cassano ed altre terre, e si presentarono persino sotto le mura di Milano l'anno 1446. Il duca tremava nel suo castello di Milano, invocava persino con vili sommissioni la pietà del genero, e lo lusingava della eredità dello Stato. Francesco si mosse; lo difese: ma perdette Casalmaggiore, Soncino, Romanengo ed altre terre, che i Veneziani tolsero al conte, il quale loro non era stato fedele. Ogni minuta circostanza è interessante nel conte Sforza, che fu poi il quarto duca di Milano, non per testamento di Filippo Maria, ma per altre combinazioni, come vedremo più avanti, e fu lo stipite della seconda dinastia de' duchi di Milano.

Il Sassi e l'Argelati pretendono che il duca Filippo Maria amasse e proteggesse le lettere. Il Decembrio, che tanto minutamente ha scritta la di lui vita, e che fu testimonio delle azioni di lui, ci assicura diversamente: humanitatis ac litterarum studiis imbutos neque contempsit, neque in honore praetioque habuit, magisque admiratus est eorum doctrinam, quam coluit. Ci racconta lo stesso autore che Antonio Raudense aveva tradotte in italiano a Filippo Maria alcune vite degli uomini illustri, senza che il duca lo avesse mai nella sua grazia; sebbene quel traduttore gli rendesse intelligibili quei monumenti che il primo non poteva capire nella loro lingua originale. Francesco Barbula, poeta greco di qualche merito, rifugiatosi a Milano, non poté ottenere dal duca nemmeno il viatico per portarsi altrove. Ciriaco Anconitano, uomo di lettere, fu scacciato dalla corte del duca. Tutta la vita di quel principe ci dimostra ch'egli non era capace di sentire alcuna stima. Questa emozione non la provano se non le anime che la meritano.

Ci rimane un testimonio autentico della rozza imperizia di quel principe nelle monete battute durante il suo governo, nelle quali per lo più è scolpito il nome Filipus con due errori nel suo medesimo nome. Un altro solenne monumento ne abbiamo nella barbara poesia sotto la statua di Martino V, giacché sotto di un principe colto non si sarebbero posti i versi seguenti:

Cerne, viator, ave, hic stat imago simillima papae

Qui bonus Ecclesiam Martinus in ordine quintus

Pastor alit tibi, Roma etc...

Carminis est Bripius Joseph, ordinarius, auctor,

Doctor canonici juris, sacraeque magister

Teologiae etc.

come più diffusamente può vedersi nel Duomo, ove in segno d'onore venne collocata sopra la barbara iscrizione la non meno barbara statua, di cui si legge:

... Ast hic praestantis imaginis auctor

De Tradate fuit Jacobinus, in arte profundus,

Nec Prasitele minor, sed major farier auxim.

Non posso perdonare a taluno de' nostri autori storici, l'aver voluto paragonare ad Augusto il meschinissimo Filippo Maria, e farlo un protettore delle lettere e dei letterati. Egli era, convien dirlo, un principe da nulla. È vero che alcune epoche del regno di questo duca hanno un aspetto grandioso e brillante, né sembrano volgari. Quando le truppe ducali sotto del Carmagnola fecero prigioniere il comandante istesso nemico, Lodovico Migliorati, fu questi condotto a Milano, indi accolto dal duca con magnifica generosità; e poi da lui rilasciato onorevolmente libero e colmo di regali. Più illustre riuscì il fatto seguente. Il duca aveva preso parte in favore de' Francesi, che disputavano agli Spagnuoli il regno di Napoli. Ei fece uscire dal porto di Genova una flotta in aiuto dei Francesi, o, come allora dicevasi, degli Angioini contro degli Aragonesi. La flotta genovese fece sì bene, che prese i due re di Navarra e di Aragona; e con essi rientrò nel porto di Genova; togliendo i competitori alla casa d'Angiò. Il duca ordinò che questi illustri prigionieri venissero scortati a Milano, e il giorno 15 di settembre dell'anno 1435 Filippo Maria fu per questo insolito caso visibile, ed ammise alla sua udienza nel castello di Milano Alfonso, re d'Aragona; indi, il giorno 23 dello stesso mese fece lo stesso al re Giovanni di Navarra. I Genovesi, avendo acquistato que' due preziosi pegni, si aspettavano un riscatto proporzionato; ma il duca, dopo tre mesi, ne' quali e la corte e i più ricchi signori di Milano gareggiarono per onorare splendidamente i due monarchi, generosamente, il giorno 8 di ottobre dello stesso anno, li lasciò partire liberi. Tale atto fu tanto inaspettato e discaro ai Genovesi, che ben tosto si sottrassero dalla obbedienza del duca. Questi due fatti sembrano dinotare elevazione d'animo e generosità verso i vinti. Se mai però i consigli di Zanino Riccio, comprato da questi prigionieri, avessero cagionato tali determinazioni, si collocherebbero queste tranquillamente nella classe delle altre azioni volgari di Filippo Maria. Io credo anzi probabile che così accadesse; perché un uomo ed anche un principe può bensì non avere nel corso della sua vita che una sola occasione per far cose grandi, ma non può in due sole occasioni mostrare l'anima grande; la quale, quando v'è, in ogni giorno, in ogni fatto dà inizio di se medesima, abbellisce ogni azione, e persino ne' vizi istessi porta un non so che di maestoso e di sublime. Parmi probabile ancora che l'orrore della morte di Beatrice Tenda sia nato, piuttosto che da animo atroce, dalla solita docilità ai consigli di Zanino Riccio e de' suoi simili. Il pinguissimo solitario duca non era sanguinario né violento; e quei manigoldi astuti che volevano regnare col nome del duca, dovevano togliergli d'intorno una moglie saggia ed avveduta. La selvatichezza di questo principe giunse a tal segno, che sembra quasi incredibile. Egli invitò l'imperatore Sigismondo a ricevere la corona in Milano, dove, il giorno 25 di novembre dell'anno 1431, nella chiesa di Sant'Ambrogio fece la funzione l'arcivescovo Bartolomeo Capra. La cerimonia si eseguì tre ore prima dell'aurora, e non saprei per qual motivo non si celebrasse solennemente di giorno. Il duca destinò venti cortigiani a servire quell'augusto, e lo fece magnificamente trattare a spese sue per quasi un mese in cui dimorò in Milano; ma non visitò mai l'imperatore, né volle giammai concedere che l'imperatore lo visitasse, siccome desiderava. Il duca s'era occultato nel castello di Abbiate, e fu invisibile al solito. Né ciò può attribuirsi a verun rancore politico, perché anzi dell'imperatore istesso aveva il duca motivo di chiamarsi contento; mentre pochi anni prima, avendogli spedito Guarnerio Castiglione nell'Ungheria, per impetrare la conferma del diploma di Venceslao, venne esaudito; e con nuovo diploma, nella diocesi di Strigonia, in data del primo di luglio dell'anno 1426, Filippo Maria venne da quell'augusto riconosciuto duca e signore di tutto il paese concessogli già da Venceslao. Anzi nel tempo medesimo in cui Sigismondo era in Milano, aveva fatto marciare i suoi Ungheresi nel Friuli, per fare una diversione in favore del duca, ed ivi chiamare le forze de' Veneziani. È vero però che nella prima venuta fatta in Italia da Sigismondo, non v'era fra esso ed il duca buona corrispondenza; per lo che quell'augusto non s'arrischiò di entrare in Milano, sebbene avesse tenuta la strada di Bellinzona e di Como per discendere le Alpi. È celebre il fatto che allora accadde, e fu l'anno 1414, quando portatosi l'imperatore a Cremona per abboccarsi col papa Giovanni XXIII, mentre Gabrino Fondulo era padrone di quel distretto, ascesero l'imperatore ed il papa sulla rinomata altissima torre di quella città, e Gabrino poscia si mostrò pentito di non averli gettati da quella sommità, non per altro, se non per la fama che ciò gli avrebbe dato nella storia. Fu più umana l'ambizione di Erostrato, poiché almeno non distrusse che un tempio; ma fu meno perniciosa quella di Gabrino Fondulo, poiché nulla più cagionò fuori che un desiderio. Il duca Filippo Maria fece, durante il suo governo, una operazione di finanza, a mio parere assai bella, utile e semplice, e tale che fa maraviglia come siasi in quei tempi immaginata. Abolì un buon numero di minute gabelle, incomode a percepirsi, e rovinose per il popolo; svincolò i poveri, sopra dei quali cadevano singolarmente tai pesi; e per compensare il suo erario, senza apertamente imporre nuovo carico, accrebbe l'intrinseca bontà delle monete; e così tutti i tributi essendogli pagati colle nuove monete, venne a incassare tanto valore quanto bastò a compensargli le abolite gabelle. Il decreto è del giorno 24 di ottobre dell'anno 1436, e ce lo ha pubblicato il conte Giulini. Questa operazione ha qualche analogia coll'altra che quarantacinque anni prima aveva tentata il conte di Virtù, siccome nel capitolo precedente si è osservato; ma in questa non si fece ingiustizia ai creditori, né si trattò d'una mera addizione sul tributo, ma bensì della sostituzione d'un modo semplice e meno gravoso di quello che contemporaneamente veniva abolito. Il Decembrio, che ci ha descritta la vita del duca Filippo Maria, ci racconta, come un tratto di sublime accortezza, che il duca mischiava ne' suoi consigli uomini buoni e cattivi. In eligendis consultoribus, quos consiliarios vocant, mira astutia utebatur: nam viros probos et scientia praeclaros eligebat, hisque impuros quosdam, et vita turpes collegas dabat; ut nec illi justitia inniti, nec hi perfidia grassari possent, sed, continua inter eos dissensione, praesciret omnia. Se il consiglio ducale fosse un parlamento formato dalla costituzione per porre un limite all'autorità del duca, allora certamente sarebbe stata accortezza l'organizzarlo in modo che la interna dissensione lo distraesse dal travagliare al suo fine: ma il consiglio era formato per obbedire al duca e servire agl'interessi di lui, ed era ben infelice l'astuzia di comporlo in modo che, gli uni attraversando gli altri, diventasse inoperoso. Tristo colui che teme la virtù, e crede di doverla temperate col vizio!

Il regno di Filippo Maria durò per trentacinque anni di guerra quasi continua. Giammai i trattati di pace furono tanto insignificanti come allora; poiché il giorno dopo si violavano se conveniva, e la fede pubblica si considerò una parola senza alcuna idea. Non ho voluto fare la storia di molte marziali vicende troppo uniformi, la minuta notizia delle quali sarebbe un peso inutilissimo alla memoria, poiché nessun lume somministrerebbe, o per meglio conoscere lo stato de' tempi, o per l'arte militare medesima. Avrei pur bramato di trovare qualche germe almeno di virtù in que' tempi; ma l'ho cercato in vano. Le fisionomie degli uomini ch'ebbero parte negli affari pubblici, mi si presentarono tutte bieche ed odiose. La fede e la probità erano celate allora nell'oscurità di qualche famiglia, e nel magazzino dei negozianti. La virtù nasconde e copre la sua esistenza nell'asilo della privata fortuna per essere sicura contro i colpi del vizio, quand'egli è armato e trionfante come in que' tempi. Non può incolparsi a malignità di messer Niccolò Macchiavello s'egli ha dato per norma ai principi una pessima morale. Egli era un pittore che fedelmente ci rappresentava gli oggetti quali erano allora; la colpa sua è quella di non aver osato di esaminare la fallacia della politica che generalmente si praticava: io ne do la colpa alla mente, piuttosto che al cuore di quell'autore. Per vedere anche in piccolo la fede di que' tempi, aggiungo un fatto solo. Già dissi che il duca, l'anno 1419, aveva comprato da Gabrino Fondulo la città di Cremona, collo sborso di trentacinquemila ducati. Gabrino si era però riservato per sé Castelleone, luogo forte del Cremonese, ove tranquillamente da sei anni dimorava. Volle il duca possedere anche quella fortezza, la quale difficilmente avrebbe superata colle armi. Fu scelto Oldrado Lampugnano, amico di Gabrino, per tradirlo; e vi si prestò benissimo Oldrado. Si portò egli sul Cremonese con alcuni armati, mostrando commissione di visitare le terre del duca; e, fatto posa avanti Castelleone, spedì un uomo entro della fortezza, chiedendo un maniscalco per ferrare un cavallo, e frattanto lo incaricò di salutare il suo amico Gabrino, e dirgli che verrebbe ad abbracciarlo, se la fretta di proseguire il cammino non glielo vietasse. Gabrino Fondulo, disarmato e senza alcun sospetto, immediatamente uscì per salutare anche per un momento il creduto amico. Oldrado Lampugnano lo arrestò e lo tradusse a Milano: la famiglia del Fondulo fu posta nei ferri; il suo tesoro, nel quale si trovò anche una prodigiosa quantità di perle, fu confiscato; e Gabrino fu decapitato in Milano il giorno 21 di febbraio del 1425. Due anni dopo Oldrado Lampugnano, che aveva sacrificato la virtù e l'onore per ottenere la grazia del duca, perdette anche quella, e rimase colla esecrazione di se medesimo.

(1447) Il duca Filippo Maria morì il giorno 13 di agosto l'anno 1447, nel castello di Milano, dopo una settimana di malattia, nella quale non permise mai che alcun medico gli toccasse il polso. Egli morì con molta indifferenza. Corpulento sino alla deformità, da alcuni anni sentivasi opprimere dal peso proprio. La fortuna, da che aveva perduto il Carmagnola, eragli stata quasi sempre nemica; s'aggiugneva a questi mali la cecità, che da più mesi era in lui totale, sebbene simulasse di vedere: caecitatem sic erubuit, ut visum simularet, cubicularibus clamculum eum admonentibus, dice il Decembrio: onde, sebbene non oltrepassasse il cinquantesimoquinto anno, era ridotto come un vecchio decrepito. Io non ho accennato ancora le seconde nozze contratte dal duca colla principessa Maria di Savoia; poiché ella non ottenne se non se il nome di duchessa, e l'amica del duca fu sempre Agnese del Maino, madre di Bianca Maria; e si leggono in un antico messale che si conserva nella cospicua raccolta del signor don Carlo dei marchesi Trivulzi, le orazioni che allora si recitavano nella messa per quella compagna del duca, quasi ella fosse tale colla sanzione de' sacri riti. Il duca, senza eredi, senza prossimi parenti, così morì. Fu seppellito tumultuariamente nel Duomo. Se vivesse allora Zanino Riccio, nol so. L’erario, del duca venne saccheggiato da' suoi famigliari, i quali si divisero diciasettemila ducati d'oro. Francesco Sforza era nella Romagna, né poteva allegare titolo alcuno per il dominio di Milano. Innocenzo Cotta, Teodoro Bossi, Giorgio Lampugnano, Antonio Trivulzi e Bartolommeo Moroni furono i capi dei Milanesi che progettarono di ricusare la signoria d'un solo come una pessima pestilentia, dice il Corio; ed avevano ben ragione di così risguardarla, poiché avevano provato che in dodici principi, due soli erano stati buoni, Azzone e Giovanni arcivescovo; tollerabili quattro, cioè l'arcivescovo Ottone, Matteo I, Galeazzo I e Luchino; e gli ultimi sei che finalmente erano succeduti, non presentarono che vizi e detestabili tirannie. La città adottò quel partito. Si demolì il castello di Milano, e molte città dello Stato imitarono quest'esempio, come vedremo nel seguito della storia. Così terminò la sovranità della casa Visconti e la discendenza di Matteo, la quale ebbe, senza interruzione, la signoria di Milano pel corso di centotrentasei anni, ed erano già trentaquattro anni da che grandeggiava per averla, quando l'ottenne.

Prima di terminar questo capitolo convien dare un'idea dello stato in cui trovossi Milano ne' tempi ultimi de' quali ho scritto. Le città possono talvolta crescere ed ingrandirsi anche sotto un odioso e viziato governo; purché i vizi di quello direttamente non offendano i principii e le cagioni della prosperità del popolo. Non furono vessati i sudditi con eccessivi tributi sotto Filippo Maria; la proprietà de' cittadini non fu violata; le guerre si fecero al di fuori, e la città non ebbe a soffrirne; la pestilenza, che andava girando, e più d'una volta, non lungi da Milano, non vi penetrò. Crebbe quindi la popolazione; si ammassarono le ricchezze in questa capitale d'un vasto dominio; si rivolsero i cittadini all’industria del commercio; giacché sotto di quel governo nessun uomo di mente poteva ambire altra carriera; e così Milano diventò una tanto poderosa città, sì che nacque il proverbio poi, che conveniva distruggere Milano per rinvigorire l'Italia, come ci annunziò un autore imparziale. Quid dicam de Mediolano, potentissima Italiae civitate, Galliaeque Cisalpinae metropoli; in qua tam multa, tamque diversa artificum genera, tantaque frequentia, ut inde vulgo sit natum proverbium, qui Italiam reficere velit, eum destruere Mediolanum debere. Andrea Biglia, scrittore di quel tempo, ci dà idea della popolazione di Milano: nempe ut facile existiment posse in ea civitate super triginta hominum millia armari; e non sarebbe esagerazione il supporre che il solo dieci per cento della popolazione fosse atto alla milizia. Immenso fu il popolo che uscì incontro a papa Martino V, che venne da Costanza a Milano nell'ottobre del 1418. Il duca Filippo ebbe l'onore di avere a suoi ospiti in Milano un papa, un imperatore e due re, e questi due ultimi suoi prigionieri. Lo stesso Biglia ci dà una prova, ancora più precisa, delle forze della città di Milano in quel tempo. L'anno 1427, il Carmagnola, alla testa delle armi venete, aveva angustiato lo Stato del duca, il quale pensava ai mezzi per la difesa. Ho già detto come due soli artefici in pochi giorni somministrarono le armature per quattromila cavalli e ottomila fanti; ora, appoggiato al Biglia, dirò che la città di Milano si esibì di mantenere stabilmente diecimila uomini a cavallo e diecimila uomini a piedi, con questa sola condizione che il duca lasciasse alla città medesima la percezione di tutte le gabelle, e tributi di Milano e suo distretto, e che i tributi delle altre città tutte egli liberamente li percepisse per arricchire se stesso, o chi più gli fosse piaciuto. Oggidì, quand'anche si volesse fare un massimo sforzo, non si troverebbe il modo di mantenere la metà di quest'armata; e oggidì tanto un cavaliere, quanto un fantaccino costano meno assai di quello che allor si pagavano. Il Biglia perciò aggiugne: mirum dictu hoc solos Mediolanenses ausos polliceri, quod Florentia ac Venetiae aegre hac aetate praestarent fecissentque: tanta est hoc tempore unius urbis gens, tanta domi et apud exteros negotiandi consuetudo. Il nostro commercio solo con Venezia era grandiosissimo in quel torno. Tutto il commercio colle Indie Orientali si faceva dagl'Italiani in quei tempi, anteriori alla scoperta del Capo di Buona Speranza. Venezia, Genova, Pisa, Firenze, Amalfi ed Ancona avevano l'impero de' mari, e quasi esse sole giravano non solamente il Mediterraneo, ma l'Oceano, e portavano le loro merci persino al Baltico; così che tutto il commercio dell'Europa era presso gl'Italiani. Le leggi amalfitane erano la base del gius marittimo. Venezia sola manteneva trentaseimila marinari; numero sterminato per quel secolo, nel quale non s'intraprendevano viaggi di lungo corso, e la nautica non era ridotta alla perfezione attuale. Milano trasmetteva a Venezia i pannilani che da noi si fabbricavano, e riceveva da Venezia cotone, lana, drappi d'oro e di seta, droghe, legni da tingere, sapone, sali ed altre mercanzie. Queste mercanzie, che ricevevamo da Venezia in gran parte le spedivamo alla Francia, agli Svizzeri ed all'Impero, unitamente alle armature ed altri lavori. Il nerbo principale della nostra industria consisteva nella fabbrica de' pannilani e degli usberghi, scudi, lance ecc. Abbiamo un prezioso documento su tal proposito che merita esame, e questo è lo scritto di Marino Sanuto, che il Muratori, nostro maestro, ha tratto dalla biblioteca Estense e dato in luce. Il Sanuto scrisse le vite di alcuni dogi di Venezia, e riferisce l'aringa fatta nel gran consiglio dal doge Tommaso Mocenigo. Quello scrittore era posteriore di poco, ma asserì di avere trascritto i fatti dal libro dell'illustre messer Tommaso Mocenigo, doge di Venezia, d'alcuni aringhi fatti per dar risposta agli ambasciatori de' Fiorentini, che richiedevano di far lega colla signoria contro il duca Filippo Maria di Milano nel 1420. Il doge opinava che non convenisse ai Veneziani di rompere la pace col duca; ed in prova dimostrava l'utilità esimia che ridondava al commercio di Venezia dalla corrispondenza con Milano. Ser Francesco Foscari, procuratore, opinava l'opposto. Se vi è documento nella storia che meriti fede, certamente è questo; poiché l'occasione, il luogo, le persone ci debbono far credere che non avranno allegati che fatti costanti e sicuri. Asserì il doge che ogni anno da Milano si spedivano a Venezia quattromila pezze di panno, del valore di trenta ducati ciascuna, e di più si spedivano novantamila ducati d'oro, così che la somma in tutto ascendeva a duecentodiecimila ducati. Ciò appartiene alla sola città; poiché Monza separatamente ivi è registrata pel valore di centoquarantaduemila ducati di roba, e denari che spediva ogni anno a Venezia. Allora Milano e Monza, colla sola Venezia facevano la stessa parte del commercio che ora fanno Milano, il contado e le cinque città e province dello Stato; ed è notabile colla sola Venezia, poiché l'esteso commercio con Genova, colla Francia e colla Germania che allora avevamo, non entrava in quella somma. Dico la stessa parte, e dovrei dire molto più, se considerassi che il ducato allora era un pezzo di metallo assai più raro e più pregevole, come più volte ho ricordato. Questo basta per conoscere che verosimilmente v'era in Milano una popolazione di trecentomila abitanti; che v'erano sessanta fabbriche di lanificio; e che moltissima era tra noi l'industria e la ricchezza; come ci confermano tutti gli scritti posteriori, ricordando que' tempi della opulenza.

Non sarà forse discaro a miei lettori ch'io aggiunga alcune osservazioni a quel bilancio del commercio, fatto dal Sanuto. Da Venezia ci si trasmettevano i cotoni: il valore de' cotoni allora era otto volte maggiore che non lo è di presente: le strade del commercio oggidì sono aperte, e ciascuna nazione procura, per vendere presto, di contentarsi d'un minor guadagno; allora i pochi che lo possedevano, erano arbitri del prezzo. Ho pure osservato che allora noi prendevamo appena la metà del cotone che adesso ci spediscono gli esteri; poiché le fabbriche delle bombagine e fustagni allora non esistevano presso di noi, e questa manifattura era de' Cremonesi. Questa odierna manifattura ci porterà più di settantamila gigliati per la vendita di trentamila pezze, che attualmente ne facciamo agli esteri. La seconda osservazione cade sul lanificio. La lana ce la vendevano i Veneziani allora più a buon mercato, cioè circa il sessanta per cento meno che non vale presentemente. È probabile che molte pecore si alimentassero su i nostri prati; e che la lana fina non ci venisse da Venezia. Lo stato intero di Milano spediva allora a Venezia cinquantamila pezze di panni. Ora le cose sono cambiate. Il lanificio, preso tutto insieme, costa allo Stato l'uscita di ducentocinquantamila zecchini ogni anno; i soli pannilani dobbiamo comprarli dagli esteri per settantamila gigliati. La terza osservazione risguarda la seta e suoi lavori; allora ne ricevevamo da Venezia di seta e drappi d'oro pel valore cospicuo di ducati ducentocinquantamila; naturalmente una buona porzione si sarà rivenduta. Oggidì però l'articolo della seta, computato tutto, darà in vece l'utilità d'un milione di ducati, ossia zecchini, ed è la principale ricchezza delle nostre terre. La quarta osservazione appartiene alle droghe; e per esempio di pepe e di cannella allora se ne introduceva assai più che non facciamo al dì d'oggi; e di questi capi allora nelle mense v'era maggiore consumo, e ciò oltre il commercio secondario che da noi se ne faceva col rivenderli. Oggidì consumiamo appena ottantamila libbre di pepe; il che ci fa pagare agli esteri ottomila ducati, ossia gigliati, ed allora ne compravamo per ducati trecentomila; cioè si spendeva allora in un anno per questo articolo quanto si spende appena in trentasei anni a' nostri giorni. Della cannella dico lo stesso; allora spendevasi il quadruplo in paragone de' tempi nostri, poiché ventimila libbre, che costano circa sedicimila zecchini, sono presso poco la quantità annua che oggidì ne consumiamo. In quinto luogo ho osservato che dello zucchero invece ne abbiamo notabilmente ampliato il consumo; giacché allora seimila centinaia ne ricevevamo, ed ora ne consumiamo sedicimila centinaia. Il prezzo altresì dello zucchero è notabilmente scemato in paragone di quello ch'era allora; poiché seimila centinaia valevano ducati novantacinquemila, ed ora sedicimila centinaia si comprano con settantamila ducati. L'uso del mele era comune in quei tempi; e vi si è poi sostituito lo zucchero, dappoiché le navigazioni alle Indie Orientali, e le copiose piantagioni d'America l'hanno reso una droga più comune. Cade la sesta osservazione sul sapone, per acquistare il quale allora spendevasi ducentocinquantamila ducati, cioè il decuplo di quello che ora spendiamo, ricevendone dagli esteri non più di circa quarantamila rubli; ma allora ne facevamo rivendita, e forse non v'erano alcune fabbriche nel paese che ora ne ha. L'ultima osservazione cade sopra un legno da tintura chiamato verzino, che allora era enormemente caro, e costava seicento volte più che ora non vale: ne ricevevamo allora migliaia quattro, valutate ducati centoventimila; ora ne riceviamo più di venti migliaia, le quali ci costano mille ducati d'oro; ma il Capo di Buona Speranza non fu scoperto se non l'anno 1497 da Vasco de Gama, sotto il re Emanuele IV di Portogallo, e l'America non fu scoperta dal Colombo che l'anno 1491.

 

Capitolo XVI

Repubblica di Milano, che termina colla dedizione a Francesco Sforza

Prima ch'io narri gli avvenimenti della repubblica di Milano, vuolsi esaminare brevemente in quale stato trovavansi le potenze che avrebbero voluto signoreggiare sopra di noi. (1447) Colla morte del duca Filippo Maria era terminata la discendenza maschile di Giovanni Galeazzo Visconti, infeudata coll'imperatore Venceslao; e perciò il ducato (considerandolo come un podere) era devoluto all'imperatore. Se il destino delle città dipendesse dal solo diritto di proprietà ereditaria, l'imperatore solo, sulla base della pace di Costanza, avrebbe dovuto decidere di noi, o creando un nuovo duca, o nominando un vicario imperiale, ovvero, sotto quella denominazione che più gli fosse stata in grado, ponendo chi esercitasse la suprema dominazione dell'Impero su questa parte dell'Impero medesimo. Ma lo scettro imperiale era nelle deboli mani di Federico III, principe timido, indolente e minore della sua dignità; il quale nemmeno avrebbe potuto far valere le sue ragioni sull'Italia, oppresso, come egli era, dalle armate del re d'Ungheria. Il lungo regno di questo Cesare lasciò dimenticato nel Milanese il nome dell'Impero per più di quarant'anni dopo morto l'ultimo duca. La casa d'Orleans possedeva la città di Asti, portatale in dote dalla principessa Valentina, figlia del primo duca, conte di Virtù. V'era un piccolo presidio francese in quella città: ma la casa d'Orleans non regnava. Cinquantadue anni dopo ella ascese sul trono di Francia, e colle armi sostenne le sue pretensioni sul ducato di Milano, appunto come discendente dalla Valentina Visconti. Frattanto il re di Francia Carlo VII, occupato nel combattere contro gl'Inglesi, che avevano conquistate alcune province del suo regno, non aveva né mezzi né pensiero di rivolgersi a questa parte d'Italia in favore di suo cugino. Il papa Niccolò V, di carattere sacerdotale, non conosceva l'ambizione; e l'antipapa Felice V e il non affatto disciolto concilio di Basilea occupavano interamente la corte di Roma. Il trono di Napoli era incerto e disputato. I Veneziani e il duca di Savoia avevano formato il progetto di profittare dell'occasione; ed erano e finitimi e potenti e sagaci. La vedova duchessa di Milano, Maria di Savoia, era in Milano, e cercava di guadagnare un partito al duca di Savoia, di lei padre. I Veneziani avevano in Milano i loro fautori, e colle immense ricchezze possedevano i mezzi di sostenerli e secondarli colle armi. Il conte Francesco Sforza pareva che nemmeno dovesse porre in vista le insussistenti pretensioni della moglie e del suo primogenito, esclusi per la investitura imperiale dalla successione nel ducato. La condizione del conte era anche più degradata di quella del duca d'Orleans, attesa la viziata origine della Bianca Maria. Egli possedeva Cremona, recatagli in dote; comandava un possente numero d'armati; aveva il nome più illustre di ogni altro nella milizia di que' tempi. Ma un Romagnuolo, nato in Samminiato da Lucia Trezania, senza parenti illustri, e che non ebbe fra suoi antenati un nome degno di memoria, trattone suo padre (a cui il conte Alberico di Barbiano, sotto del quale militava, diede il sopranome Sforza), non pareva posto in condizione da disputare con alcuno la signoria di Milano, meno poi di prevalere. In questa situazione si trovò la città di Milano, quando, nel 1447, morì l'ultimo duca, ed ella intraprese a governarsi a modo di repubblica.

Appena aveva cessato di vivere Filippo Maria, che cominciarono a comparire nuove leggi e regolamenti sotto il nome de' capitani e difensori della libertà di Milano. Il primo proclama col quale annunziarono la loro dignità e il loro titolo, fu del giorno 14 agosto 1447, cioè il primo dopo la morte del duca. In esso questi capitani e difensori della libertà di Milano confermarono per sei mesi prossimi a venire il generoso Manfredo da Rivarolo de' conti di San Martino nella carica di podestà della città e ducato. Questi nuovi magistrati però non pretesero d'invadere tutta l'amministrazione della città; anzi lasciarono che i maestri delle entrate dirigessero le finanze e le possessioni che erano state del duca; e lasciarono pure che il tribunale di Provvisione regolasse la panizzazione, le adunanze civiche, l'annona e gli altri oggetti di sua pertinenza. I capitani e difensori, considerandosi investiti dell'autorità sovrana, riserbate al loro arbitrio le cose veramente di Stato, col dare, quand'occorreva, ordini al podestà, al capitano di giustizia, al tribunale di Provvisione ecc. pe' casi straordinari, lasciarono a ciascun magistrato la cura di provvedere, secondo i metodi consueti e regolari, a quanto soleva appartenere alla di lui giurisdizione. Questi capitani e difensori della libertà non avevano però ragione alcuna per comandare agli altri cittadini. S'erano immaginato un titolo, creata una carica, attribuita una autorità, addossata una rappresentanza tumultuariamente, per usurpazione e sorpresa, non mai per libera scelta della città. Se un virtuoso entusiasmo di gloria e di libertà avesse animati coloro ad ascendere alla pericolosa rappresentanza del sovrano, potevano, annientato ogni privato interesse, primeggiando il solo pubblico bene, andare cospiranti e unanimi, e adoperare così la forza pubblica col maggiore effetto per la pubblica salvezza. Ma come sperare che si accozzasse un collegio di eroi casualmente, in una città oppressa da una serie di sei pessimi sovrani? Mancava a questo corpo resosi sovrano, e la opinione di chi doveva ubbidire, e la coesione delle parti di lui medesimo; né era riserbato nemmeno ai più accorti il prevedere la poca solidità e durata di un tal sistema, manifestatamente vacillante. Già nel capitolo antecedente nominai i fautori principali del governo repubblicano, cioè Innocenzo Cotta, Teodoro Bossi, Giorgio Lampugnano, Antonio Trivulzi e Bartolomeo Morone. Non era probabile che le altre città della Lombardia superassero il ribrezzo di farsi suddite di una città metropoli, governata a caso e senza una costituzione politica. In fatti due sole città, cioè Alessandria e Novara si dichiararono di essere fedeli a Milano; le altre o progettarono di voler governarsi a modo di repubblica indipendente, o posero in deliberazione a qual principe sarebbe stato meglio di offerirsi. In Pavia sola vi erano ben sette partiti; gli uni volevano Carlo re di Francia; altri, Luigi il Delfino; altri, il duca di Savoia; altri, Giovanni marchese di Monferrato; altri, Lionello marchese di Ferrara; altri, i Veneziani; altri, il conte di Cremona Francesco Sforza. Il Corio, che ciò racconta, non fa menzione dell'ottavo partito, che sarebbe stato quello di reggersi da sé e collegarsi in una confederazione di città libere; o meglio ancora unirsi in una sola massa e formare un governo comune. Né ciò pure terminava la serie de' mali del sistema. I banditi ritornavano alle città loro, occupavano i loro antichi beni, già venduti dal fisco ducale, e ne spogliavano gl'innocenti possessori. La rapina era dilatata per modo, che nessuno era più sicuro di possedere qualche cosa di proprio; la vita era in pericolo non meno di quello che lo erano le sostanze; il disordine era generale e uniforme; il che doveva accadere in una numerosa e ricca popolazione, rimasta priva del sistema politico, mentre con incerte mire tentava di accozzarne un nuovo. Il castello di Milano non poteva torreggiare sopra di una città che voleva essere libera e temeva un invasore; perciò con pubblico proclama si posero in vendita i materiali di quella ròcca.

Il conte Francesco Sforza, appena ebbe l'annunzio della morte del duca, s'incamminò diligentemente verso Milano, abbandonando la Romagna, ove si trovava. I Veneziani erano nella circostanza la più favorevole per impadronirsi del Milanese. Lodi, Piacenza ed altre città desideravano di vivere sotto la repubblica veneta. Francesco Sforza vedeva che i Veneziani erano i più potenti ad invadere e conquistare questo ducato, ch'egli aveva in mente di far suo; sebbene le circostanze non gli fossero per anco favorevoli a segno di palesarlo. Le forze de' Veneti già si trovavano nel Milanese prima che il duca morisse, il che accennai nel capitolo antecedente. E come pochi mesi prima s'erano essi presentati sotto le mura di Milano, e avevano devastato il monte di Brianza, così v'era ragionevole motivo per cui i Milanesi temessero l'imminente pericolo. Appena venti giorni erano trascorsi dopo la morte di Filippo Maria, che la repubblica milanese dovette eleggere un comandante capace di opporsi alle forze venete e salvarla; e questa scelta cadde nel conte Francesco Sforza, dichiarato capitano delle nostre armate. I denari de' Milanesi erano necessari per mantenere un corpo numeroso di soldati, e ai Milanesi era necessario un gran capitano, la cui mente e valore, opportunamente dirigendo la forza, li preservassero dall'invasione dei Veneti. Questi bisogni vicendevolmente unirono da principio lo Sforza e i repubblicani nascenti, se pure il nome di repubblica poteva convenire a una illegale adunanza, che governava senza autorità e senza principii.

Una prova della incertezza di quel governo la leggiamo nel proclama che i capitani e difensori della libertà pubblicarono in data 21 settembre 1447. Per ordine di questi vennero pubblicamente consegnati alle fiamme i catastri che servivano alla distribuzione de' carichi, affine di rallegrare il popolo; e si credette fondo bastante per le spese pubbliche la spontanea generosità di ciascun cittadino. Appena due settimane dopo si dovette pensare al rimedio; e fu quello che i medesimi capitani e difensori arbitrariamente tassassero i cittadini a un forzoso imprestito. Si obbligarono poi i sudditi a notificare quanto possedevano sotto pena della confisca, invitando gli accusatori col premio; e ciò per formare nuovi catastri per ripartire i carichi. Cercavano questi incerti capitani e difensori l'opinione favorevole del popolo con mezzi rovinosi, e vi rimediavano poi con ingiusti e odiosi ripieghi. Alcune delle leggi che proclamarono, poiché danno una precisa idea dello spirito di quel governo e della condizione di que' tempi, non sarà discaro al lettore ch'io qui trascriva. Nei primi momenti della inferma Repubblica, incerti della loro autorità, privi di legale sanzione, in una città divisa in partiti, attorniata da città che non eranle amiche, coll'armata veneta che invadeva le sue terre, coi Savoiardi e Francesi, che minacciavano d'occuparlene dalla parte opposta, costretta a confidarsi al pericoloso partito di collocare nelle mani del conte Sforza il poter militare in così importante e seria situazione, pubblicarono un ordine il 18 ottobre 1447, rinnovando irremissibilmente la pena del fuoco ai pederasti. Gli uomini nei più pressanti disastri cercano l'aiuto della Divinità colla maggiore istanza, e a tal uopo credonsi di ottenerlo persino col sacrificio d'umane vittime. I Greci cercavano i venti col sangue d'Ifigenia; i Romani placavano il cielo seppellendo uomini vivi; i nostri, bruciando i peccatori. Le pazzie e le atrocità di un secolo si assomigliano alle pazzie e atrocità d'un altro, a meno che la coltura e la ragione, diffondendosi largamente, non indeboliscano i germi del fanatismo inerente all'uomo; e questa coltura, questa filosofia, contro la quale ancora v'è chi declama, formano appunto l'unica superiorità de' tempi presenti, Oggidì un popolo che aspiri a diventar libero e combatta per sottrarsi dall'imminente giogo, non pubblicherà certo una legge per proibire ai barbieri di far la barba ne' giorni festivi. Ha ben altro che fare chi si trova al timone della Repubblica fra la tempesta, che vegliare su di questi meschini e indifferenti oggetti; eppure allora si proclamò un bando cosiffatto.

Anco un'altra legge ho riscontrata in quei tempi, la quale merita d'essere ricordata, perché ci fa conoscere alcuni ripieghi politici, i quali volgarmente si credono d'invenzione di questi ultimi tempi, non erano punto sconosciuti negli stati d'Italia alla metà del secolo decimoquinto; cioè le pubbliche lotterie. Nel capitolo nono accennai come sino dall'anno 1240 s'era posta in uso da noi la circolazione della carta in luogo del denaro, e a tal proposito si facessero leggi assai opportune; ora dall'editto del 9 gennaio 1448 verrà assicurato il lettore dell'antichità delle lotterie, ossia tontine, di quei tributi spontanei in somma ai quali si adescano i cittadini colla lusinga di arricchirli. Colle note potrà il lettore dalla sorgente istessa conoscere da quai principii fosse regolato quel governo, a qual grado fosse la coltura, a quale elevazione si trovasse la politica; né sulla asserzione mera dello storico dovrà persuadersi della infelicità di que' tempi.

Ora conviene ch'io ponga sott'occhio una fedele immagine del nuovo comandante delle armi milanesi Francesco Sforza. Sì tosto che il conte Francesco fu creato capitano generale della repubblica di Milano, e che l'armata di esso conte venne allo stipendio de' Milanesi, ei si trovò alla testa di forze valevoli a preservare lo Stato e dai Veneziani, e da ogni altro pretendente. Se egli le avesse rivoltate allora per assoggettare a sé il ducato di Milano, avrebbe dovuto superare ad un tempo medesimo e le forze venete, e le savoiarde, e le francesi, e l'entusiasmo della nascente libertà de' popoli, non per anco staccati dai disordini dell'anarchia. I suoi soldati avrebbero ragionato fors'anco del tradimento che si faceva ai Milanesi, della illegalità delle pretensioni sue alla successione nel ducato; si doveva temere o la defezione o la svogliatezza. Il conte conosceva i tempi, gli uomini e gli affari. Egli era venerato come il più gran generale del suo tempo. Sapeva farsi adorare da' suoi soldati, che egli, con una prodigiosa memoria, soleva quasi tutti chiamare col loro nome. Nella azione si esponeva con mirabile indifferenza e intrepidezza, e con voce militare animava nella mischia i combattenti. Padrone assoluto de' propri moti, sapeva celare le cose che gli dispiacevano con mirabile superiorità d'animo. Accortissimo conoscitore dei pensieri altrui, antivedeva le risoluzioni de' nemici, che lo trovavano preparato mentre s'immaginavano di sorprenderlo. La reputazione dello Sforza era tale, che, venendo da' Veneziani attaccato un drappello dei suoi ch'egli aveva postati a Montebarro, vi giunse il conte Francesco nel punto in cui i nemici vincevano pienamente. Al solo avviso della inaspettata sua presenza, si posero in fuga i vincitori; anzi innoltrandosi egli incautamente ad inseguirli, si trovò come attorniato e preso da essi; ma invece di farlo prigioniere, i nemici deposero le armi, e scopertisi il capo, riverentemente lo salutarono, e qualunque poteva, con ogni reverentia li tochava la mano perché lo reputavano patre de la militia ed ornamento di quella; così il Corio. Sin dalla sua gioventù egli inspirava rispetto per la nobile e dignitosa figura, e più per la saviezza, prudenza, costumatezza ed eleganza nel parlare; onde l'istesso Filippo Maria admirabatur enim magis atque magis quotidie tum illius prudentiam, facundiam egregiosque mores, tum formae praestantiam, vultus gestusque dignitatem. Un fatto raccontatoci dallo storico Giovanni Simonetta, che viveva in que' tempi, mostra l'indole generosa del conte Francesco, e la singolare di lui prudenza nel fiore degli anni suoi. Sforza suo padre, mentre guerreggiava nell'Abruzzo, aveva affidato a Francesco un corpo. Ivi guerreggiavano i due partiti francese e spagnuolo, ossia gli Angioini contro gli Aragonesi. Si formò una trama segreta fra i soldati sottoposti a Francesco Sforza; e improvvisamente una gran parte di essi tradì la fede, e, abbandonando il giovine Francesco, passò al nemico. Francesco co' pochi rimastigli fedeli si ricoverò in luogo munito. Appena ottenuto dal padre nuovo soccorso, si scagliò contro i nemici, e fece prigionieri tutti i traditori. Ne spedì la novella a Sforza di lui padre, chiedendo i suoi comandi sul trattamento da farsi a questi prigionieri. Sforza gli mandò il comando di farli, tutti quanti erano, impiccare. Al ricevere un tal riscontro rimase pensieroso il giovane Francesco, e dopo qualche taciturnità interpellò il messaggero: Dimmi; con quale aspetto parlò mio padre, che t'incaricò di quest'ordine? Il messaggere rispose ch'egli era assai incollerito. Non lo comanda adunque mio padre, disse Francesco; questo è l'impeto di un uomo sdegnato, e mio padre a quest'ora è pentito di aver detto così: indi, fatti condurre alla sua presenza i prigionieri, poiché mio padre, diss'egli, vi perdona, io pure vi perdono. Siete liberi; se volete restare al nostro stipendio, vi accetto come prima, se volete partire, fatelo. La sorpresa di que' soldati, che si aspettavano il supplizio, fu tale che, lacrimando e singhiozzando, giurarono fede alle insegne sforzesche, e in ogni incontro poi se gli mostrarono affezionatissimi e valorosi. Quando Sforza intese il fatto, confessò che Francesco era stato più prudente di se stesso. Questo avvenimento ci fa risovvenire delle Forche Caudine: lo Sforza fu assai più avveduto che non si mostrò Ponzio. Francesco amava e venerava suo padre, e con ragione. Mentre appunto nel regno di Napoli Francesco stava alle mani coi nemici, vennegli il crudele annunzio che, poco discosto, Sforza suo padre, volendo soccorrere un suo paggio, erasi miseramente affogato nel fiume, che stavano passando. Questa era la massima prova che potesse dare della padronanza di se medesimo, Francesco, soffocando l'immenso dolore, e dirigendo la battaglia con mente e faccia serena, come fece. Questi fatti bastano per darci idea di questo illustre Italiano, che diventò poi nostro principe.

Agnese del Maino s'era ricoverata nella ròcca di Pavia, dove ella ebbe influenza bastante per rendere preponderante il partito di coloro che scelsero per loro principe il conte Francesco, genero di lei. Se il conte avesse accettata questa sovranità mentre era allo stipendio de' Milanesi, senza l'assenso loro, avrebbe mancato al dovere. Pavia era, ed è una parte dello Stato di Milano vicina ed importante. Il conte Francesco però fece conoscere che, attesa l'antica avversione, non sarebbe stato mai possibile di ottenere una sincera sommessione di Pavia ai Milanesi, che frattanto ella si offriva al duca di Savoia, ovvero ai Veneziani; e sarebbe stata impresa difficile lo sloggiarli poi da quella città munita, e pericoloso il lasciarveli: che non era possibile sbrattare il Po dalle navi venete, e sgombrarne lo Stato, esposto alle invasioni, se non possedendo Pavia, ove trovavansi gli attrezzi per quella navigazione. In somma persuase che l'interesse di Milano era, dover Pavia cadere piuttosto nelle sue mani che di alcun altro principe. Per tal modo, coll'assenso de' Milanesi, il conte Francesco diventò signore di Pavia; e così due città principali del ducato, Cremona e Pavia, una per dote, l'altra per dedizione, furono del conte Francesco.

Non sì tosto ebbe il conte acquistata Pavia, che s'innoltrò colle sue armi sotto Piacenza, occupata da' Veneziani, e se ne impadronì il giorno 16 dicembre 1447. Così, appena trascorsi quattro mesi dalla morte del duca, il conte s'era già reso padrone del corso del Po; padronanza la quale indirettamente lo rendeva arbitro di Milano, che non ha altro sale per i bisogni della vita, se non di mare, che conseguentemente deve navigare il Po. Frattanto i Francesi, che stavano al presidio di Asti, tentarono di occupare Alessandria e Tortona; ma vennero rispinti da Bartolomeo Coleoni, spedito loro incontro dal conte Francesco. Così, al terminare dell'anno in cui era morto Filippo Maria, il conte possedeva già una importante porzione del ducato.

I repubblicani, o, per nominarli con maggior proprietà, gli oligarchi milanesi conoscevano la loro situazione e il pericolo imminente di ricadere sotto la dominazione d'un uomo solo, cosa generalmente detestata; per ciò si rivolsero secretamente a fare proposizioni di accomodamento coi Veneziani: anzi si progettò una confederazione fra le due repubbliche per la difesa reciproca della loro libertà e signorie, offerendo a' Veneziani il dominio di Lodi, oltre quei di Bergamo e Brescia, che le armi venete avevano già conquistate sotto il regno dell'ultimo duca. Niente poteva accadere di peggio per attraversare la fortuna del conte. Quindi i partigiani di lui che trovavansi in Milano, mossero la plebe, rappresentando che non v'era più sicurezza se a venti miglia di Milano si collocavano i Veneziani; che quando meno ce lo saremmo aspettato, una sorpresa rendeva Milano suddita di San Marco e città provinciale e squallida; che non v'era più una sola notte tranquilla pe' Milanesi, se una così vergognosa cessione si facesse. La plebaglia, mossa da ciò, andava per le strade urlando: guerra, guerra contro de' Veneziani! e così vennero forzati gli usurpatori del governo, i capitani e difensori a lasciarne ogni pensiero in disparte. Frattanto il conte Francesco, sempre vittorioso, con molti e piccoli fatti d'arme avendo fatto sloggiare i Veneti dalle rive del Po, stava risoluto di movere sotto Brescia, e toglierla ai Veneti, che da ventidue anni la possedevano per conquista fattane dal Carmagnola, siccome vedemmo nel capitolo precedente. Presa una volta Brescia, non potevano più i Veneziani conservare Bergamo né Lodi, né altra parte delle loro conquiste. I nostri repubblicani allora cominciarono più che mai a temere, forse più de' nemici, il loro capitano generale; il quale se riusciva, come era probabile di rendersi padrone di Brescia, l'avrebbe acquistata per se medesimo, siccome aveva fatto di Piacenza; e per tal modo cerchiando Milano, l'avrebbe costretta, non che a rendersi, a impetrare la di lui dominazione. Si spedirono adunque ordini al conte, comandandogli che non altrimenti s'innoltrasse a Brescia, ma si portasse a Caravaggio e facesse sloggiare i Veneti da quel borgo. Il conte ubbidì. Nella sua armata eravi il Piccinino, generale emulo e nemico del conte: le operazioni militari o s'eseguivano lentamente, ovvero venivano attraversate: si lasciava penuriare il campo dello Sforza d'ogni sorta di foraggi e di viveri: l'armata veneziana che stavagli di fronte, era di dodicimila e cinquecento cavalli, oltre i fantaccini. Con tanti disavvantaggi egli venne a una giornata, che rese memorabile il 14 settembre 1448; poiché nei contorni di Mozzanica venne il conte còlto dai Veneziani talmente all'improvviso, che nemmeno ebbe tempo di armarsi compiutamente; onde si pose a comandare e diresse l'azione mancandogli i bracciali. L'insidiosa emulazione fu quella che rese inoperosi i drappelli di osservazione che egli aveva postati verso del nemico, il quale perciò poté cadere con sorpresa sull'armata del conte. V'erano, siccome dissi, il Piccinino ed altri sotto i di lui ordini, generali di cattivo animo. Il conte, mezzo disarmato, espose più volte se stesso al più forte della mischia, riconducendo i fuggitivi all'attacco, animando colla voce e coll'esempio i soldati; in somma tanto gloriosa fu quella giornata pel conte Francesco, che interamente disfece i Veneti, e tanti furono i prigionieri che ei fece, che fu costretto a congedarli per mancanza di vettovaglia. Vennero portate in Milano con una specie di trionfo le insegne di san Marco tolte ai nemici; e Luigi Bosso e Pietro Cotta, che erano al campo dello Sforza commissari, entrarono in Milano colle medesime, conducendo i più illustri prigionieri, fra i quali un Dandolo ed un Rangone.

Questa vittoria di Mozzanica dava sempre maggior motivo di temere lo Sforza; e il Piccinino, generale di credito, nemico del conte, cercava di accrescere il popolar timore, fors'anco sulla speranza di acquistare per se medesimo poi quella sovranità che ora faceva comparire esosa ed esecranda. Giorgio Lampugnano era, fra i più accreditati Milanesi, quegli che non si stancava di tenere animata la plebe contro del conte, rammentando i mali sofferti sotto i duchi, le gravezze imposte da' principi, le violenze esercitate dai cortigiani e favoriti. Ricordava la demolizione del castello di Milano, come un motivo per cui il conte avrebbe esercitata la vendetta su quanti vi ebbero parte; anzi come una cagione di nuovi aggravii, obbligandoci a riedificarlo con dispendio e scorno, ponendoci in bocca il freno, dopo che ci avesse fatti sudare nella fucina a formarlo. Proponeva il conte l'impresa di Brescia, la quale, dopo un tal fatto, era senza difesa, e così ripigliare ai Veneti quella parte del ducato che s'erano presa; ma non lo vollero i capitani e difensori della libertà. Tutte le proposizioni dello Sforza erano contraddette; i soccorsi d'ogni specie ritardati; le militari disposizioni attraversate. Il Piccinino primeggiava. Carlo Gonzaga aveva in Milano un poderoso partito, ed adocchiava il trono. Con Giorgio Lampugnano e Teodoro Bosso, primarii fautori della libertà, si univa Vitaliano Borromeo, signore di somma significazione, perché, oltre la grandiosa opulenza del casato, possedeva in dominio quasi tutte le fortezze del lago Maggiore. Questi tre rivali partiti si univano contro l'imminente fortuna del conte; il quale, posto in tale condizione, ascoltò le proposizioni della repubblica veneta, e segretamente stipulò un trattato per cui egli si obbligò a restituire, non solamente quel che aveva invaso nel Bresciano e Bergamasco, ma Crema e il suo contado ai Veneziani; e che i Veneziani, in compenso, a fine di ottenere al conte il dominio di tutte le altre città che aveva possedute Filippo Maria, gli avrebbero stipendiati quattromila cavalli e duemila fanti, sborsandogli tredicimila fiorini d'oro al mese, sin tanto ch'egli non si fosse impadronito di Milano. Poiché il trattato fu concluso, il conte lo pubblicò nel suo esercito. Sì tosto che i Milanesi ebbero notizia di tale accordo, concluso fra il conte Sforza e i Veneziani, spedirono al di lui campo alcuni primarii cittadini, cercando con modi rispettosi di giustificare le cose passate, anzi offrendo ogni soddisfazione, salva sempre la Repubblica. Ma il conte aveva già presa palesemente la sua determinazione; e, senza mistero, espose ad essi le ragioni ch'egli asseriva competere e a Bianca Maria, di lui moglie, e a se medesimo e a' figli suoi, per la successione nel dominio di Filippo Maria, suo suocero: sé essere determinato a farle valere ad ogni costo. Che se i Milanesi, deposta la chimerica pretensione d'erigersi in repubblica, di buon grado riconoscevano lui per sovrano, egli avrebbe avuta cura della salvezza e felicità di ciascuno; che se, all'incontro, si fossero ostinati a sostenere una illusione di libertà, che, in sostanza, era una rovinosa oligarchia, doveano attribuire a loro stessi i mali che avrebbero sofferti, obbligandolo, suo malgrado, ad usare contro di essi la forza. Furono con tal risposta congedati i legati Giacomo Cusano, Giorgio Lampugnano e Pietro Cotta; e, mentre con tristezza s'incamminavano a recare questo poco favorevole riscontro alla loro patria, vennero dileggiati non solo, ma insultati e svaligiati dalla licenza militare di alcuni soldati sforzeschi. Intese ciò con isdegno il conte, e, prontamente rintracciati i malvagi soldati, convinti del delitto, immantinente furono impiccati; la roba al momento venne spedita ai legati, a' quali di più aggiunse il conte altri regali, per riparare quanto poteva il danno sofferto da essi. La nobile generosità del conte Francesco sorprese i legati.

I Veneziani spedirono le loro truppe a servire come ausiliarie al conte. La repubblica fiorentina inviogli i suoi legati, promettendogli amicizia. Il conte Francesco, reso per tal modo sicuro dalla parte di Venezia, immediatamente si mosse a circondare sempre più Milano. Da Pavia spinse le forze al castello d'Abbiategrasso, e lo costrinse bentosto alla resa. È memorabile il fatto che, mentre il conte Francesco conteneva i suoi, vietando loro il sacco della terra, a tradimento dalle mura vennegli scoppiata un'archibugiata. Gli Sforzeschi correvano per vendicarsi. Il conte, illeso, placidamente impedì che si facesse male a veruno. Fattosi padrone di Abbiategrasso, prese a sviare l'acqua del Naviglio, e per tal modo rese inoperosi i mulini di Milano. S'innoltrò a Novara, e se ne impadronì. I Tortonesi spontaneamente si diedero al conte. Vigevano pure spontaneamente lo volle per suo sovrano, discacciando i Savoiardi che l'occupavano; Alessandria fece lo stesso; Parma si assoggettò. Mentre le cose erano a tal segno, i Milanesi scelsero per loro comandante Carlo Gonzaga. Allora il Piccinino, che forse aveva adocchiata la signoria di Milano, vedendosi preferito il marchese Gonzaga, anzi che servire sotto di lui, passò ad offrirsi al conte Francesco Sforza. Egli era stato sempre, siccome dissi, emulo non solo, ma nemico e atroce nemico del conte; ciò nondimeno il conte lo accettò per suo generale, e gli accordò un onorevole stipendio. Due uomini volgarmente zelanti, certo Barile e certo Frasco, andavano animando il conte perché lo facesse uccidere, o per lo meno lo imprigionasse come irreconciliabile nemico, che, per necessità, simulava in quel momento, e che poi, al primo lampo di speranza di nuocergli, se gli sarebbe nuovamente avventato contro. Il conte Francesco rispose loro che vorrebbe piuttosto morire, anzi che violare la fede verso chi s'era abbandonato al suo potere. In fatti il Piccinino desertò poi con tremila cavalli e mille fanti; ma il tradimento non produsse altro effetto, che una macchia di più alla di lui fama, e un contraposto sempre più glorioso pel conte Francesco.

Giorgio Lampugnano e Teodoro Bosso, grandi fautori dapprincipio per la libertà, s'erano cambiati ed erano diventati fautori del conte Sforza, o fosse ciò accaduto perché l'esperienza gli avesse convinti della impossibilità di adattare stabilmente alla nazione degradata un politico sistema, o fosse che la fortuna militare e le virtù grandi del conte, e le speranze sotto la sovranità di lui avessero mutate le loro opinioni. Carlo Gonzaga, che, sotto nome di capitano della repubblica, era animato dalla probabile ambizione di cingere la corona ducale di Milano, considerava i due primari partigiani dello Sforza come i primi nemici da spegnere. Intercettaronsi delle lettere in cifra, che Lampugnano e Bosso scrivevano al conte Francesco; s'interpretarono; si connobbe la trama di aprirgli le porte della città, e si destinò di consegnarli come ribelli al supplizio. La difficultà consisteva nel trovare il modo per riuscirvi; poiché i magistrati non avevano forze tali da contenere questi nobili, e si ricorse alla insidia. Si elessero il Lampugnano e il Bosso come oratori di Milano all'imperatore, per implorare il suo aiuto nelle angustie nelle quali la città era posta. Essi cercavano di procrastinare la partenza per essere mal sicure le strade; ma Carlo Gonzaga seppe sì bene fingere, che, apprestata loro una buona scorta d'armati, vennero indotti a portarsi a Como, dove assicurògli che sarebbesi sborsata loro una conveniente somma di danaro per inoltrarsi nella Germania e fare la commissione. Adescati così, caddero nell'insidia. Usciti appena dalla città, furono costretti dai soldati del Gonzaga a passare a Monza, ove Giorgio Lampugnano venne subito decapitato, e la sua testa, portata a Milano, fu esposta al pubblico. Indi, a forza di torture, Teodoro Bosso in Monza fu costretto a nominare i complici, a' quali tutti fu troncata la testa alla piazza de' Mercanti, e furono Giacomo Bosso, Ambrogio Crivello, Giovanni Caimo, Marco Stampa, Giobbe Orombello e Florio da Castelnovato. Vitaliano Borromeo, il di cui nome pure trovavasi fra i proscritti, poté uscire dalla città e salvarsi.

Oppressi per tal modo i primari del partito nobile, del quale poco si fidava il Gonzaga, e sollevata la plebe ad ambire il comando della Repubblica, il disordine e lo scompiglio divennero generali nell'interno della città. Artigiani, giornalieri, plebaglia la più sfrenata arrogantemente cominciarono a disporre e della vita e delle fortune altrui a loro piacimento. Giovanni da Ossona e Giovanni da Appiano si segnalarono colle tirannie, usurpandosi una dittatoria facoltà e il dominio della repubblica. Il Corio li chiama uomini iniquissimi e scellerati. Saccheggiare i granai de' proprietari delle terre; sforzare di notte con mano armata l'asilo delle private famiglie, rubando le gioie, gli argenti, e quanto v'era di meglio; costringere colla minaccia dell'oppressione i nobili agiati a manifestare e consegnare i denari che possedevano; quest'era la forma colla quale costoro percepivano il tributo col pretesto di mantenere l'armata a salvamento della Repubblica. Si pubblicò pena di morte a chiunque nominasse Francesco Sforza se non per dispregio, e si andava gridando che, piuttosto che a lui, si darebbero al Turco o al diavolo. I cittadini ragionevoli non ardivano nemmeno d'uscire dalle case loro sotto di un sì atroce governo. Per rimediare al disordine, Guarnerio Castiglione, Pietro Pusterla e Galeotto Toscano formarono un triumvirato, e si posero alla testa della città. Chiusero in carcere l'Ossona e l'Appiano. La plebaglia liberò dal carcere costoro; indi a furore insurgendo contro i triumviri, Galeotto Toscano venne scannato sulla piazza dei palazzo ducale; i due altri si sottrassero colla fuga. Altri furono trucidati, uomini di virtù e di merito. Le case de' migliori cittadini vennero saccheggiate: in somma la misera patria divenne orrendo teatro di sciagure.

In mezzo alle vicende e alle angustie della città stavasene in Milano la vedova duchessa, sposa un tempo di Filippo Maria, la quale, cogliendo l'opportunità, sparse la speranza che il duca di Savoia, di lei padre, venisse a dare soccorso ai Milanesi. In fatti il duca Lodovico di Savoia si affacciò a Novara per discacciarne gli Sforzeschi, ma con esito infelice. Il Piccinino, allorché vide comparire questo nuovo nemico al conte Sforza abbandonollo, seco traendo, siccome vedemmo, tremila cavalli e mille fanti, e alcune terre occupò, sorprendendone gli Sforzeschi. Il conte allora spedì un suo inviato a Milano a fine di persuadere i rettori a non avventurare una città bella, grande e ricca alla inevitabile sciagura d'un assalto; ma l'inviato non poté parlare se non a quei capi che non volevano abbandonare la loro chimerica sovranità. Il marchese Gonzaga, vedendo però le forze del conte, la posizione decisiva di lui, che possedeva quasi tutte le città del contorno, l'ascendente del valor suo e della scienza militare, pensò ai casi propri, e a trarre qualche profitto dalla conciliazione, prima che la necessità lo costringesse a perdere la carica di capitano dei milanesi senza verun compenso. Trattò col conte Francesco; e fu convenuto ch'egli passerebbe allo stipendio del conte.

I Milanesi, attorniati dallo Sforza, già padrone di Cremona, Parma, Piacenza, Pavia, Novara, Vigevano, e de' borghi e terre ancora più vicine; vedendosi abbandonati dal Gonzaga; non potendosi fidare sul Piccinino; nessuna speranza loro rimanendo nel duca di Savoia; in mezzo ai disordini, al saccheggio, alla licenza popolare; devastati, oppressi da' propri magistrati; non avendo un uomo solo di qualche merito nelle cariche, usurpate da' più violenti, e da chi meno conosceva l'arte di reggere una città, e meno forse degli altri si curava della felicità della patria; in tale misero stato si pensò da alcuni a conciliare la repubblica veneta colla nascente repubblica di Milano; il che, sebbene recentemente si foss'ella collegata col conte, non mancò del suo effetto. Stava domiciliato in Venezia Arrigo Panigarola, milanese, avendovi casa di negozio: costui venne incaricato d'invocare il senato veneto, amatore della libertà, in favore della patria. Fu ammesso il Panigarola a trattare. Egli con eloquenza mosse gli animi, descrivendo lo stato a cui erano ridotti i Milanesi, non per altro, se non perché ricusavano essi un giogo ingiusto e illegale, e volevano reggersi da sé con una libera costituzione. Turpe cosa, diss'egli, che i Veneziani, illustri difensori della libertà, si colleghino con un usurpatore, per porre i ceppi agl'Italiani, loro confratelli. Assicurò che se la Repubblica cessava di far loro guerra, se stendeva una mano adiutrice a questa nascente repubblica, dopo un tal beneficio, i Milanesi avrebbero amato e venerato i Veneziani come loro padri e Dei tutelari; che da una generazione all'altra ne sarebbe passata ai secoli la divozione e la gratitudine. Il discorso del Panigarola commosse gli animi; ma più ancora erano commosse le menti del senato dalle lettere che andava scrivendo il nobil uomo Marcello, il quale, per commissione della Repubblica, stava al fianco del conte. Testimonio della prudenza e del grand'animo del conte Sforza, ammiratore della imperturbabile fermezza di lui negli avvenimenti prosperi e avversi; vedendo la benevolenza somma che avevano per lui i soldati, non meno che i suoi sudditi, colpito continuamente dalla superiorità de' talenti suoi nel mestiere dell'armi, andava esso Marcello colle sue lettere intimorendo il senato, parendogli facil cosa che, poiché lo Sforza avesse acquistato Milano, pensasse poi a riunire le membra del ducato, e ricuperando Brescia, Vicenza e fors'anche Padova, ritornasse ad occupare quanto settantadue anni prima era soggetto al conte di Virtù, primo duca. Queste circostanze produssero l'effetto che: primieramente, i Veneziani trascurarono di spedire i convenuti soccorsi al conte; e gli stipendiari loro, che servivano nell'armata di lui, cambiando costume, più non volevano concorrere od esporsi; indi, senz'altro, abbandonarono il campo. Non faceva mestieri di tanto, perché il conte s'avvedesse del cambiamento de' Veneziani; i quali, per mezzo di Pasquale Malipiero, fecergli noto avere la loro repubblica fatta la pace coi Milanesi. Le condizioni erano, che tutto lo spazio compreso fra l'Adda, il Ticino e il Po rimanesse della repubblica di Milano, trattane Pavia, che si sarebbe lasciata al conte; e il rimanente dello Stato posseduto dal duca Filippo Maria passasse al conte Francesco Sforza. I Veneziani poi, oltre Brescia, Bergamo e Crema, rimanevano padroni di Triviglio, Caravaggio, Rivolta e altre terre del ducato.

Un tal partito non poteva convenire al conte, giacché la maggior parte del ducato e la capitale medesima venivagli sottratta, e se gli assegnava una sovranità di tante membra quasi staccate, estesa per lungo spazio, difficile a custodire. Si rivolse egli adunque ad accomodarsi col duca di Savoia, e colla cessione di alcune terre sull'Alessandrino e sul Novarese, si assicurò da quella parte. Indi, rivolgendosi ai Milanesi e Veneti, si pose a disputare con essi il ducato di Milano. Io non entrerò a descrivere i fatti d'arme; inutile materia per uno storico, a cui preme di conoscere lo spirito dei tempi, l'indole degli uomini, lo stato della società, e non di stendere i materiali per una tattica di poco profitto, atteso il cambiamento accaduto nella maniera di guerreggiate: basta dire che il conte Sforza in ogni parte si presentò abilissimo generale nel postare il suo campo, nel prevenire il nemico, nelle marce giudiziosamente condotte, nel cogliere il momento per attaccare, nel dirigere la battaglia, nel provvedere di tutto l'armata propria e impedire la sussistenza al nemico, nel conservare la militar disciplina, risparmiare quanto era possibile la miseria dei popoli, e nel tempo stesso conservarsi l'amore de' soldati, che giungeva sino all'entusiasmo. (1449) Con tai superiori talenti, con virtù tale ei circondò sì bene la città di Milano, che in breve tempo si manifestò lo squallore della carestia. Egli non volle spargere il sangue de' cittadini, né diroccare con macchine Milano; ma costringerla per la fame a darsi a lui. In somma egli concepì quel progetto medesimo sopra Milano, che il grande Enrico IV fece poi con Parigi; e molta somiglianza troverebbesi fra l'uno e l'altro di questi grandi uomini, se venissero al paragone. Le traversie che l'uno e l'altro dovettero soffrire ne' primi anni; i pericoli della vita che corsero per le insidie delle corti, nelle quali dovevano regnare poi; l'umanità, la popolarità, il valore, la perizia militare dell'uno e dell'altro sono degne di confronto. A Francesco Sforza mancò un più grande teatro sul quale mostrarsi, e spettatori più illuminati. Enrico ebbe per campo il regno di Francia, e per testimonio un secolo più colto.

La carestia fece nascere un generale disordine. Non v'era più chi volesse ubbidire. Quei che si erano arrogate le magistrature e il comando della città, erano considerati come buffoni del popolo. Il consiglio generale era stato composto da essi, scegliendo maliziosamente ad arte uomini inetti o del partito. Per dare apparenza al popolo che si vegliava al bene della città, i rettori fecero radunare il consiglio generale nella demolita chiesa di Santa Maria della Scala. Pietro Cotta e Cristoforo Pagani erano sulla strada in quel contorno: cominciarono questi a mormorare cogli astanti sulla spensierata condotta de' rettori e sulla dappocaggine de' consiglieri. A misura che passavano i cittadini, si trattenevano; e cominciò a formarsi un'unione di popolari malcontenti. Ben tosto corse il grido per i quartieri della città, come vicino alla Scala vi fosse unione di malcontenti, e da ogni parte concorsero nuovi popolari, in modo che i rettori e consiglieri si trovavano assai inquieti. Laonde spedirono Lampugnino da Birago, loro collega, per aringare il popolo, e, colle buone, pacificarlo, promettendo ogni bene. Ma Lampugnino ebbe pena a salvarsi. Comparve il capitano di Giustizia Domenico da Pesare, scortato da buon numero di cavalleria, e facendo mostrare al popolo i capestri; ma il popolo li pose tutti in fuga. La moltitudine de' malcontenti si creò due capi: Gaspare da Vimercato e il sopranominato Pietro Cotta. Altri signori spalleggiarono i malcontenti, come Giovanni Stampa, Francesco da Triulzio, Cristoforo Pagano suddetto, Marchionne da Marliano. Vi fu del sangue sparso; vennero espulsi i magistrati, occupato il palazzo, e distrutta l'organizzazione civile; se ne formò una tumultuariamente. I primarii cittadini, il giorno seguente, si radunarono nella stessa chiesa della Scala per deliberare qual partito si dovesse prendere. Alcuni volevano rimaner liberi e non ubbidire a verun principe. Altri, conoscendo l'impossibilità di formare una repubblica in mezzo a tanti e sì appassionati partiti, in una città nella quale le voci di patria e di ben pubblico non bastavano ad ammorzate le private mire, volevano un principe. Tutti però concordemente ricusavano i Veneziani. Si proponeva dagli uni il papa; da altri il re Alfonso; altri suggeriva il duca di Savoia; Gasparo da Vimercato propose il conte Francesco Sforza. Egli nel suo discorso fece vedere che la fame minacciava a giorni la morte; che né il papa né il re Alfonso né il duca di Savoia avevano mezzi per salvarci al momento, come chiedeva l'urgente necessità; che non rimaneva altro partito da scegliere che o i Veneziani o il conte. Sudditi de' Veneziani, non potevamo aspettarci se non che il destino d'una città secondaria e provinciale, sotto una dominazione che avrebbe temuta la nostra prosperità. Sotto del conte, valoroso, umano, benefico, nostro concittadino per la moglie, non dovevamo aspettarci un signore, ma un padre saggio, provvido, amoroso, da cui si sarebbe posto rimedio a' nostri mali. (1450) Il partito per il conte prevalse per acclamazione, e si spedì tosto ad avvisarlo. Due mesi prima che la città si rendesse allo Sforza, si pubblicò in Milano un proclama, col premio di diecimila zecchini a chi avesse ammazzato il conte Sforza, o mortalmente ferito. Così gl'imbecilli nostri legislatori si mostravano insensibili alla virtù, ignoranti della ragion delle genti, indegni per ogni modo di comandare agli uomini. Il conte Francesco Sforza teneva in tanta disciplina le sue truppe, che vietò loro di non offendere per niun modo le terre o le persone de' Milanesi, come si scorge dagli archivi dì città. Ma i nostri capitani e difensori, l'istesse armi che avean rivolte contro dello Sforza, le adoperavano ancora verso altri. Leggesi ne' registri di città la taglia di duemila ducati d'oro a chi condurrà a Milano Antonio e Ugolino fratelli Crivelli, i quali avevano ceduta la fortezza di Pizzighettone al conte Sforza. Leggesi la taglia di mille ducati a chi consegnerà Francesco Borro, che aveva ceduta allo Sforza la fortezza di Lodi.

Era circondata la città di Milano dai soldati dello Sforza, e custodita con tanta esattezza, che egli era impossibile di ricevere alimento veruno. Un moggio di grano si vendeva a venti zecchini S'eran vendute pubblicamente e mangiate le carni dei cavalli, degli asini, de' cani, de' gatti e persino de' sorci. Morivano sulle pubbliche strade alcuni cittadini di fame. In queste estremità, cioè tre giorni prima che Francesco Sforza diventasse padrone di Milano, i capitani e difensori della libertà pubblicarono un editto per la pudicizia e morigeratezza pubblica.

Oltre il Corio, che minutamente descrive la desolazione di que' tempi, e la miseria di quel governo, anche il Decembrio ce ne dà un'idea colle parole seguenti: - Mediolanensium res in deterius labi caepere. Nam duce destituti, dissidentibus inter se civibus, deteriora prioribus in dies pullulabant. Non pubblica numera a populo rite gubernari; non divites onera conferre; non jussa quisquam exsequi poterat; sed veluti tempestate disjecta classis, inundante pelago, hinc inde ferebatur. Si qua in residuis militibus spes affulserat, Caroli Gonzagae ambitione turbabatur, qui ad populi dominatum improbe aspirans, longa suspicione cuncta detinebat. Qua ex causa desperatione et pavore squallebant omnia. Conjurationes ad haec a quibusdam perpetratae majorem adhuc sollicitudinem singulis injecerant. Capti siquidem plerique nobilissimi Cives, et supplicio affecti sunt: Sed nec ullorum caede mali atrocitas leniri poterat... Boni praeterea, officiis exuti, nec sibi aut aliis prodesse utiles, silentio languebant; plebs vero, inter spem metumque conjecta, onus tolerabat, dominatus dumtaxat nomine exsultans. Questo veramente è uno de' tratti più compassionevoli e umilianti della nostra storia: vorrei poterla nobilitare esponendola; ma lo storico consecrato all'augusta verità, benché contro sua voglia, la scrive. Qual differenza mai fra Milano assediata dall'imperator Federico, e Milano bloccata da Francesco Sforza! Contro l'imperatore e contro tutt'i principi della Germania Milano si difende. Escono con valore i Milanesi dalle loro mura; si cimentano; piegano alfine traditi, soverchiati; e terminano con gloria, assicurando lo Stato della loro limitata libertà. Contro lo Sforza non v'è un tratto solo di vigore, non un lampo di civile prudenza. Uno spirito, ora cenobitico, ora insidiosamente timido e atroce, detta le leggi, dirige le azioni. Erano i nostri, tre secoli prima, agresti, rozzi, ma generosi, guerrieri e affezionati alla patria. I loro discendenti, degradati nella servitù di cattivi principi, sembrano un'altra nazione; e perciò il Secretario Fiorentino ebbe a dire: - Pertanto dico che nessuno accidente (benché grave e violento) potrebbe ridurre mai Milano o Napoli libere, per essere quelle membra tutte corrotte. Il che si vide dopo la morte di Filippo Visconti, che volendosi ridurre Milano alla libertà non potette e non seppe mantenerla. La città, colla mediazione di Gaspare da Vimercato, si rese a Francesco Sforza dopo trenta mesi e mezzo di anarchia, ossia d'un atroce disordine chiamato Repubblica. Le monete d'oro e d'argento battute in Milano in que' tempi hanno da una parte sant'Ambrogio, e dall'altra la Croce e la lettera M., colla leggenda Comunitas Mediolani, e lo stemma della città. Francesco Sforza entrò in Milano il giorno 26 di febbraio del 1450. Coloro che si lagnano de' tempi presenti, ed esaltano la felicità de' maggiori, torno a dirlo e lo ridirò pure altra volta, non sanno la storia.

Capitolo XVII

Francesco I Sforza, duca di Milano

Appena il conte ebbe notizia che per quasi unanime voto degli affamati cittadini milanesi egli veniva proclamato signor loro e duca, volle cogliere il momento e senza dimora alcuna entrare nella città; giacché l'indugio non poteva essere di utilità se non ai Veneziani, ai quali fors'anco, per l'instabilità della moltitudine, avrebbero potuto ricorrere, qualora avesse egli tardato a soccorrerli di vittovaglia nella estremità della fame a cui erano ridotti. Postò egli adunque di contro alle schiere venete un corpo di armati valevole a contenerle, e immediatamente egli da Vimercato incamminossi a Milano alla testa d'un altro corpo di fedeli soldati, i quali, oltre le solite armi, vennero caricati sulle spalle e nelle tasche di quanto pane ciascuno poteva portare, con ordine di lasciarsi saccheggiare allegramente dalle affamate turbe milanesi. La strada da Vimercato a Milano era popolata da infinita turba, dice il Corio, singolarmente nelle dieci miglia vicine alla città. Fu uno spettacolo degno di un cuore sensibile quella pompa, nella quale non già primeggiava il fasto o l'alterigia d'un irritato vincitore, ma bensì l'affabile umanità di Francesco Sforza, che amichevolmente accoglieva le grida di allegrezza del popolo, nominava e salutava le conoscenze che aveva fatte sino da' suoi primi anni in questa quasi sua patria, ordinava ai valorosi soldati suoi di abbandonare ogni contegno militare e imponente, e fatti concittadini, di lasciarsi svaligiare dall'affamata moltitudine, che avidamente si satollava col loro pane; e fra le consolanti risa che faceva nascere l'inusitata mischia, fra le grida gioiose de' popoli che andavano esclamando: haec est dies quam fecit Dominus, exultemus et laetemur in ea, andò accostandosi alla città e vi entrò per Porta Nuova. Malgrado lo sterminato numero de' cittadini uscitogli incontro, dice il Corio, benché grande era stata la moltitudine che di fuori l'haveva salutato, molto maggiore era quella di dentro l'aspectava. Ognuno procurava di giungere a toccar la mano al conte nuovo duca; e tanta e tanto strettamente la moltitudine lo circondava, che il cavallo di lui parve portato sulle spalle de' cittadini. Andossene egli direttamente al Duomo per rendere alla Divinità il primo omaggio d'un avvenimento sì fausto per lui; ma non fu possibile ch'egli scendesse dal cavallo, e dovette così entrarvi e così orare: tanta era la immensità della turba e tanto era l'entusiasmo de' nuovi suoi sudditi! Dispose poscia il nuovo duca che da Pavia, da Cremona e da altri luoghi venisse portato quanto occorreva al vitto e ai comodi, e in tre giorni l'abbondanza comparve nella città. Tutto venne ordinato dal duca con paterna previdenza: pose al governo della città uomini probi e illuminati; intimò la pace, la sicurezza, il gaudio a ciascun Milanese; distribuì ai poveri larghi soccorsi di frumento; poi tornò al campo contro i Veneziani, i quali si ritirarono a quartiere, e così fece egli pure de' suoi. Ricevette l'omaggio di Bellinzona, Como e Monza, suddite de' Milanesi. Spedì i suoi ministri alle corti estere per dar loro avviso della nuova sua condizione. L'imperatore Federico III e Carlo re di Francia ricusarono di trattarlo qual duca, perché il primo non doveva riconoscere rivestito di quella dignità se non un discendente maschio legittimo de' Visconti investiti; e l'altro pretendeva dovuto il ducato ai discendenti della principessa Valentina. Gli altri principi lo riconobbero. Gli uomini più turbolenti e sediziosi, quei che avevano tiranneggiato il popolo nel tempo dell'interregno, vennero con umanità relegati nelle città vicine.

Non voleva il nuovo duca sgomentare i sudditi dominando sopra di essi con un potere illimitato, né che essi lo considerassero come un dispotico conquistatore. Sarebbe stato troppo repentino il passaggio dalla licenza alla servitù, e questo violento cambiamento avrebbe potuto facilmente cagionar poi de' pentimenti e de' moti nel popolo; nel qual caso un principe vi perde sempre, quand'anche giunga colla forza a reprimere ed a punire. Ciò conosceva ottimamente il saggio duca; e perciò volle che alla nuova dominazione di lui servisse di base un contratto, e che i sudditi lo considerassero sovrano e non despota. Questa prudente politica diresse il solenne contratto di dedizione, celebrato il giorno 3 di marzo 1450, nella villa del conte Giovanni Corio in Vimercato, essendone rogato il notaio Damiano Marliano; in vigore del qual atto venne concordato che le gabelle sarebbero state moderate, riducendosi la macina a soldi 12, il dazio del vino a soldi 4, e stabilendosi che non s'imporrebbero in avvenire nuove gabelle, anzi si abolirebbe quella del fieno; che il nuovo duca avrebbe fatto residenza in Milano, almeno per due terze parti dell'anno; che i tribunali avrebbero sempre in Milano la loro sede; che il prezzo del sale sarebbe stato lire 3 per ogni staio; che non si sarebbe imposto verun carico straordinario, eccetto quello di somministrar carri e guastatori per gli usi militari; che il solo podestà di Milano sarebbe stato forestiere, ma tutti gli altri uffici sarebbero confidati a' Milanesi; e alla vacanza di ogni carica la città avrebbe presentata la nomina di sei, fra i quali il duca avrebbe fatto la scelta, salvo però l'arbitrio a lui, in casi speciali, di scegliere anche altrimenti; che il duca avrebbe mantenuta la fede ai creditori di Filippo Maria; che si osserverebbero gli statuti civili e criminali e que' de' mercanti; che non si sarebbero impetrati privilegi dal papa né dall'imperatore senza il beneplacito del duca; che i soldati a piedi, a cavallo, saccomanni, uomini d'armi sarebbero partiti dalla città, dovendo essa restare immune dall'alloggiamento militare, eccettuati i contestabili alle porte; il duca però in casi speciali potrà deviare da questa regola. Questi sono i più importanti articoli del solenne contratto: indi il nuovo duca fece il pubblico ingresso dalla porta Ticinese, il giorno 25 marzo 1450. Il nuovo duca era colla sua sposa Bianca Maria e col primogenito Galeazzo Maria. Un numero grande di matrone andarongli incontro pomposamente. Gli oratori delle città suddite, i nobili milanesi tutti sfoggiarono per rendere magnifico quell'ingresso.

Erasi preparato un maestoso carro e un baldacchino; ma un tal fasto non piacque a Francesco Sforza, che amava la gloria e non le apparenze teatrali; e, ricusandolo, disse: ch'egli in quell'ingresso s'incamminava al tempio per rendere omaggio al padrone dell'universo, avanti del quale gli uomini sono tutti eguali. Cavalcò egli adunque. La folla immensa del popolo, i ricchi arredi de' nobili, la magnifica parata degli uomini d'armi che precedevano, tutti coperti d'usberghi lucidissimi, il lusso de' loro illustri condottieri, tutto ciò formò uno spettacolo sorprendente. La cerimonia si fece al Duomo, ove smontato, il duca si pose una candida sopraveste: indi colle solennità de' sacri riti la duchessa e il duca vennero ornati col manto ducale fra gli applausi e i viva del popolo. Poi dagli eletti di ciascun quartiere ricevette il giuramento di fedeltà. Essi a lui consegnarono lo scettro, la spada, il vessillo, il sigillo ducale e le chiavi della città. Fatto ciò, il duca fece proclamare conte di Pavia il primogenito Galeazzo. Terminossi per tal modo la funzione in Duomo, seguendosi il rito de' duchi antecessori. Indi per cinque giorni volle il duca che la città vivesse in mezzo alle feste e alle allegrie. Danze, giostre, tornei di varie sorta, musica, spettacoli teatrali, lautissimi pranzi, tutto venne così giudiziosamente distribuito e con tal previdenza ed ordine eseguito, che si mostrò il duca la delizia della buona società e l'anima dei divertimenti. Egli creò molti cavalieri, scegliendo quei che più meritavano quest'onore, e tutti li regalò nobilmente. In somma Francesco Sforza, invincibile alla testa di un'armata, si mostrò il più giudizioso direttore delle feste, come si fece conoscere il principe più umano, giusto e benefico, reggendo in pace lo Stato.

Il papa Niccolò V, i Fiorentini, i Genovesi, i Lucchesi, gli Anconitani, i Sanesi, e varii altri Stati e principi d'Italia spedirono tosto i loro ministri per una onorevole ricognizione al nuovo duca. Il primo pensiero di questo principe fu di rialzare il castello di porta Giovia, demolito due anni prima, siccome dissi. Questa fortezza, fabbricata da Galeazzo II, era necessaria per la sicurezza del duca, il quale in una città piena di partiti, recentemente riscaldata dal nome di libertà, rendeva sempre pericolosa la residenza del nuovo principe, sprovveduto in fatti di legali fondamenti per succedere nel ducato. Ma nemmeno conveniva alla prudente accortezza del nuovo signore di palesare la inquietudine sua, né di lasciar conoscere al popolo apertamente una tale diffidenza; essendo cosa naturale alla moltitudine il non accorgersi delle forze proprie, se non pel timore altrui. Propose egli adunque alla città, come ostinandosi tuttavia i Veneziani nella guerra contro di lui e contro lo Stato, trovandosi Milano allora mal difesa dalle mura della circonvallazione, non convenendo di acquartierare l'armata nella città, resa esente dall'alloggio militare, non eravi modo alcuno di preservare la metropoli dai pericoli d'un assalto, se non ricoverando in luogo munito e forte un corpo di armati, in guisa da allontanare il nemico da simili tentativi. Propose quindi alla deliberazione della città medesima il determinare, se dovesse per tutela di lei riedificarsi il castello, assicurando nel tempo medesimo la città che vi sarebbe stato collocato per castellano non mai altri che un nobile milanese per tutti i tempi a venire. Questa moderazione di cercare l'assenso per una cosa ch'egli avrebbe potuto da se medesimo fare immediatamente; le maniere umanissime e nobilissime del duca; tante virtù militari e civili riunite in questo grand'uomo impegnarono i primari cittadini ad ottenergli la pubblica acclamazione per rialzare la demolita fortezza. Si fecero le adunanze del popolo in ciascuna parrocchia per deliberare su tale richiesta. La storia ci ha conservato un discorso tenuto in tale occasione da Giorgio Piatto, allora celebre giureconsulto. Egli era nell'adunanza della parrocchia di San Giorgio al Palazzo. Questi parlò così: "Se il virtuosissimo principe Francesco Sforza fosse immortale, come immortale ne sarà la sua gloria, io il primo fra i cittadini milanesi vorrei caricare sulle mie spalle le pietre e portarle al sito ove si propone d'innalzare il castello. Una fortezza sotto il felice governo d'un così provvido sovrano serve a ornamento della città, a tutela e sicurezza di ciascuno di noi. Ma, cittadini miei, verrà quel giorno in cui il nobilissimo duca Francesco piegherà sotto la universal condizione. I sovrani sono soggetti al destino dell'umanità; muoiono, e dopo un principe umano, benefico, provvido, siamo noi certi che vi succeda un altro principe erede di sue virtù? Una ròcca inespugnabile, che, torreggiando sulle case nostre, può incendiarle e distruggerle, in potere di un malvagio principe, lo rende arbitro assoluto di noi, di tutto il nostro. Appiattato in quel forte qual limite aver potranno le violenze, le estorsioni, la tirannia? Se innalziamo quella fortezza, noi imponiamo al collo de' nostri discendenti, come a tanti buoi, il giogo della servitù. I nostri figli malediranno un giorno noi, la nostra spensieratezza, la cecità nostra. Noi decretiamo la sciagura della patria, e rendiamo i nomi nostri esecrandi a' nostri discendenti. Che bisogno ha mai Francesco Sforza di una fortezza? I nostri cuori, i nostri petti gli offrono una più grande, più solida munizione di qualunque altra. Egli non ha bisogno di castelli per difendere la signoria. Infin che un solo di noi sarà in vita, combatterà contro chi tentasse di frastornarla. Cittadini miei, badatemi, parlo per me, parlo per ciascuno di voi, uniformatevi al mio suggerimento, e siate certi che per tal modo avremo sempre una delle due buone, o un principe retto o la libertà. I nostri nipoti ci benediranno, e vivranno lieti e felici, siccome lo siamo ora noi sotto il governo del clementissimo duca". Così parlò Giorgio Piatto, e non persuase veruno. Egli era uno de' pochi cittadini che avrebbero potuto reggere lo Stato nel tempo della repubblica, e che giacquero oscuri e inoperosi. L'unanime consenso della città concluse di pregare il duca di voler riedificare il castello, quale internamente scorgesi anco oggidì, cioè un vasto edificio quadrato con quattro poderose torri, ossia torrioni agli angoli; fortissimi ripari che, sostenendo grossi pezzi di artiglieria, possono far volare le palle al disopra della città. Questo rialzamento della fortezza costò più di un milione di ducati, ossia di zecchini.

Il regno di Francesco Sforza fu breve, poiché durò sedici anni e non più. Egli non visse mai in pace, né poté pienamente rivolger l'animo alla parte del legislatore ed alla politica della nazione. Sarebbe troppo noioso il racconto delle minute azioni di queste guerre. Sopra tutto i Veneziani continuarono a muover le armi contro del nuovo duca. (1451) Pretendeva egli Bergamo e Brescia, possedute dai Visconti, e per solo diritto di conquista usurpate durante il dominio di Filippo Maria. Pretendeva Verona e Vicenza, come il retaggio della casa Scaligera, terminata nell'ava di sua moglie, cioè nella duchessa Catterina. Per lo contrario i Veneziani pretendevano di portare il loro confine all'Adda. Sedicimila cavalieri stavano in campo per la repubblica di Venezia, e diciottomila ne presentava all'opposto il duca Francesco. (1452) I Fiorentini erano collegati col duca, i Savoiardi colla repubblica veneta. Le ostilità non cessarono ancora per quattro anni da quella parte. (1453) Finalmente, innoltrandosi i Turchi, padroni di Costantinopoli, verso la Grecia e verso la Dalmazia, i Veneziani ricorsero alla mediazione di papa Niccolò V, affine di ottenere la pace col duca, onde poter rivolgere tutte le forze in loro difesa contro del Turco; (1454) il duca piegossi ai paterni uffici del sommo sacerdote, e, coll'opera del nobil uomo Paolo Balbo, ai 9 d'aprile del 1454, fu sottoscritta la pace di Lodi, celebre per noi, poiché oltre le ragioni della casa della Scala, alle quali rinunziò il duca, cedette pure i suoi diritti sopra Brescia e sopra Bergamo, anzi abdicò dal ducato la città di Crema e suo territorio, trasferendone il dominio nella repubblica veneta, che la possedette dappoi. Alle guerre in seguito che il duca ebbe co' Savoiardi, si pose termine con una pace che fissò il fiume Sesia per limite ai due Stati. Le città che formarono lo Stato sotto il dominio del conte Francesco primo duca Sforza, e quarto duca di Milano, furono quindici, cioè Milano, Pavia, Cremona, Lodi, Como, Novara, Alessandria, Tortona, Valenza, Bobbio, Piacenza, Parma, Vigevano, Genova e Savona. Queste due ultime città le acquistò lo Sforza nel 1464 per la cessione che gliene fece Luigi re di Francia; il che non bastando, colle armi sottomise Genova al suo potere. Come poi il re di Francia, Luigi XI avesse fatta questa cessione, dopo che il di lui padre Carlo VII aveva ricusato di riconoscerlo per duca, e come a questo segno pregiasse egli l'aiuto e l'amicizia dello Sforza, ce lo insegnano più autori. La Francia era immersa nella guerra civile; il re aveva collegati contro di lui il duca di Calabria, il duca di Borbone, il duca di Bretagna, il duca di Bari, il duca di Namur, i conti di Charolois, Dunois, Armagnac, Dammartin; e questa lega formata contro del re cristianissimo si qualificava la Lega del ben pubblico. Il re Luigi sommamente onorava Francesco Sforza, a tale che interamente si reggeva a norma de' consigli di lui. Il signor Gaillard, uno de' più accreditati scrittori francesi, dice a tal proposito - Les talens politiques de Sforce égaloient ses vertus guerrières. Louis XI, qui se connoissoit en hommes habiles, le consultoit comme un sage. Ce fut François Sforce qui lui traça le plan qu'il suivit pour dissiper la ligue du bien public: aussi Louis XI ne souffrit-il jamais que la maison d'Orleans, qu'il haïssoit, troublât Sforce dans la possession du Milanez. Il Corio dice che il re pregò Francesco Sforza, duca di Milano, che gli sporgesse adiuto; per lo che il duca preparò un valido esercito, e lo spedì nella Francia sotto il comando di Galeazzo Maria, conte di Pavia, di lui primogenito. In quell'esercito servivano da generali Gaspare Vimercato, Giovanni Pallavicino, Pier Francesco Visconti e Donato da Milano. Il duca di Savoia accordò il passaggio a quest'armata; la quale dal Delfinato passò nel Lionese, s'impadronì di Pierancisa, vi pose comandante Vercellino Visconti, indi, passato il Rodano, postossi sul Borbonese e servì il re con tanta fermezza e valore, che Sforzeschi più che huomini erano extimati, dice il Corio, e vennero costretti i collegati a sottomettersi al re; per lo che quel monarca, l'anno 1466, mandò al duca una solenne ambasciata per ringraziarlo di tanto beneficio: sono parole del Corio. Per tai motivi il re di Francia cedette al duca tutti i diritti suoi sopra Genova e Savona.

Ma Genova, siccome dissi, fu di mestieri sottometterla colle armi comandate dallo stesso Gaspare Vimercato che introdusse lo Sforza in Milano e fu nella spedizione di Francia. I Genovesi, assoggettati, spedirono a Milano ventiquattro oratori, accompagnati da più di dugento loro cittadini, e il duca accolse onorevolmente l'omaggio, spesandoli e alloggiandoli signorilmente.

Né soltanto co' Veneti, co' Savoiardi, colla Lega e co' Genovesi fu costretto a guerreggiare per mezzo de' suoi generali il nuovo duca; ma ben anco nel regno di Napoli, come ausiliario di Renato d'Angiò, mantenne le sue schiere. Renato pretendeva quel regno come figlio adottivo della regina Giovanna II, ed aveva seduto sul trono di Napoli come re, sintanto che il più fortunato di lui, Alfonso d'Aragona, ne lo scacciò, e si pose in suo luogo. Venne a Milano il re Renato, e lo accolsero il duca e la duchessa Bianca Maria colla dovuta magnificenza. Egli condusse una squadra di Francesi, i quali si unirono cogli Sforzeschi. Il Padre della duchessa, diciotto anni prima, aveva pure in Milano alloggiato il re Alfonso d'Aragona, rivale di lui; ma Alfonso vi dimorò come prigioniero, Renato come amico ed alleato. (1455). Le avventure poi del regno di Napoli terminarono facendo lo Sforza la pace col re Alfonso; e questa pace fu convalidata con due nodi di parentela. Alfonso duca di Calabria, nipote del re Alfonso e figlio di Ferdinando, sposò la principessa Ippolita, figlia del duca Francesco; e la principessa Leonora, figlia pure di Ferdinando, fu data in moglie a Sforza Maria, terzogenito del duca.

Frammezzo a' pensieri militari per difendere lo Stato e rivendicarne le usurpate membra, il duca Francesco non dimenticò mai le cure d'un padre benefico de' suoi popoli. Abbellì, ristorò e rese più vasto il palazzo ducale, fabbricato da Matteo I, ornato poscia da Azzone, rifabbricato da Galeazzo II, e cadente e quasi abbandonato allorché il duca Francesco divenne signore di Milano; poiché Filippo Maria, come vedemmo, non mai vi alloggiò. Riedificò maestosamente il castello di Porta Giovia, che tuttora è in piedi; sebbene cinto al di fuori di fortificazioni fattevi durante il governo della Spagna. (1456) Intraprese e condusse a fine la fabbrica dell'Ospedal Maggiore, aperto indistintamente a sollievo dell'egra umanità, senza risguardo a patria né a religione. Il Turco, l'ebreo, il cattolico, l'acattolico, purché siano ammalati e poveri; ivi trovano ricetto e assistenza. Intraprese in fine e condusse pure al suo termine la grand'opera del canale, ossia Navilio, che da Trezzo conduce a Milano le acque dell'Adda. Il Decembrio così ci assicura: - Conversus deinde ad excolendam urbem, vicis arenâ latereque constratis, Arcem Portae Jovis, populi tumultu antea disjectam, e fundamentis erigi magnificentissime curavit. Curiam etiam priscorum Ducum, vetustate fatiscentem, non solum restituit, sed ampliavit, ornavitque. Acquaeductum quoque ex Abdua, defosso solo, per viginti milliaria deduci jussit, quo agri finitimi irrigarentur, populoque necessariae copiae suppeterent. (1457) Questo canale, che chiamasi tra noi Naviglio della Martesana fu progettato l'anno 1457. Bertola da Novate fu l'ingegnere cui Francesco Sforza trascelse per quest'opera: egli era nostro cittadino milanese. Fu condotto a termine l'anno 1460. Le principali difficoltà del progetto erano di derivare un ramo perenne d'acqua dall'Adda in un luogo di corso assai rapido, di continuare per alcune miglia il nuovo cavo in una costa sassosa, e di attraversare con esso il torrente Molgora e il fiume Lambro. Questo canale è sostenuto dapprincipio da un argine grandioso di pietra sino all'altezza di 40 braccia sopra il fondo dell'Adda. La lunghezza del canale e è circa di 24 miglia. Il torrente Molgora vi passa sotto un ponte di tre archi di pietra. Il Lambro vi sbocca dentro ad angolo retto, ed a foce aperta con tutte le piene, si scarica dalla parte opposta. Il canale, quale fu fatto dal duca Francesco, era più ristretto di quello che ora noi lo veggiamo, e venne adattato a questa più comoda guisa l'anno 1573. Il Naviglio sfogavasi per l'alveo del torrente Seveso, né entrava allora nella fossa della città, siccome per opera di Lionardo da Vinci si eseguì con somma maestria l'anno 1497, introducendovi sei sostegni ossia conche, invenzione allora novissima, e per mezzo di cui le barche ebbero il passaggio dal nuovo canale all'antico. Nondimeno, porzione dell'acqua cavata dall'Adda e condotta nel nuovo canale, entrava in Milano ad altri usi, come si prova da memorie conservate ne' registri della Città. Così nello spazio di sedici anni, in mezzo a guerre continue, malgrado la devastatrice pestilenza, la quale cominciò appunto colla di lui signoria l'anno 1450, e in Milano estinse trentamila abitatori, Francesco Sforza ci lasciò un canale navigabile, un grandioso e ricco spedale, due magnifiche fabbriche, il castello e la corte ducale, e le vie della città riattate.

Questi sono i pubblici monumenti che ci rimangono del nostro buon duca Francesco Sforza; ma la storia ci ha conservato de' tratti di lui, che più intimamente ancora ci palesano la di lui anima. Il Corio ce lo rappresenta così: Fu questo principe liberalissimo, pieno de humanitate, e mai veruno di mala voglia se partiva da lui; e singolarmente honorava li homini virtuosi e docti: contra gli homini semplici non exercitava alcuna inimicizia. Ma haveva in summo hodio li versuti e maliciosi. In nissuno fu maggiore observantia di fede: amò sempre la justizia e fu amatore de la religione: Ebbe eloquenza naturale, e nulla extimava gli astrologhi. La figura del duca era sommamente dignitosa. Negli atteggiamenti era elegante e nobile senza studio alcuno. La statura era più grande della comune degli uomini; e guardandolo alla fisionomia sola del volto, ognuno ravvisava in lui un uomo nato per comandare. Non vi fu chi lo superasse mentre fu giovine nella robustezza, ovvero nella agilità. Fu pazientissimo d'ogni disagio, caldo, freddo, fame, sete: tutto sopportava con volto sereno. In faccia al nemico non palesò mai, non che timore, ma nemmeno inquietudine; né mai si mostrò dolente per le ferite che riportò. Abitualmente visse sobrio in ogni cosa, moderato alla mensa, sempre semplice e frugale. Amava di pranzare in compagnia; ed oltre ai commensali, lasciava a moltissimi la libertà di visitarlo mentre era a mensa, ed ascoltava quanto ciascuno voleva esporgli con pazienza e bontà. Poco dormiva, ma quel poco non mai lo perdé, né per animo turbato, né per rumore alcuno: dormiva in mezzo a qualunque strepito. Egli era dotato di un ingegno penetrante e di una esimia prudenza, per modo che niente intraprendeva se prima diligentemente non l'avesse esaminato; ma poich'era deciso, con mirabile magnanimità e celerità incredibile l'eseguiva. Malgrado la scostumatezza di quei tempi egli fu sempre alieno dal disordine, né si lasciò sedurre alla lascivia. La virtù signoreggiollo per modo, che negli avversi casi non s'avvilì giammai; e quanto più gli venne prospera la fortuna, tanto più modesto mostrossi ed incapace di usar contumelia a' nemici; anzi nel corso intero di sua vita non si vendicò mai. Testimonio ne fu il conte Onofrio Anguissola, piacentino, il quale, capo della sedizione di Piacenza, colle armi del duca fu preso. Il duca lo fece custodire bensì, come era necessario, ma la custodia fu il solo male ch'ei dovette soffrire. Il Simonetta diffusamente c'informa del suo militare talento e della mirabile provvisione di lui anche nei dubbi eventi della guerra, e de' ritrovati impensati e opportuni che venivangli in mente per superare le difficultà, e della liberalità e beneficenza sua abituale e quasi organica e di temperamento. Umano e clemente fu sempre questo grand'uomo: pronto alla collera, tosto si conteneva, siccome è l'indole dei generosi; e colui al quale avesse fatto danno o con parole o altrimenti, non occorreva che chiedesse cosa alcuna; che il buon principe co' beneficii lo risarciva spontaneamente. Non amava i lodatori, e conosceva che questa è la maschera seducente colla quale il vizio insidiosamente si accosta al soglio. Non vi era cosa più sicura che la fede e la parola di Francesco. Così ce lo descrive il citato Simonetta, che termina con queste parole: sed illud certe ausim affirmare, post Cajum Julium Caesarem neminem fere habuisse Italiam reperies, quem jure possis cum uno Francisco Sfortia conferre. Qui quidem, cum vicisset semper, et victus fuisset numquam, ita diem obiit ut omnibus de se non minus desiderium, quam fletum relinqueret.

Già da due anni era stato idropico il duca, e sebbene ei nell'aspetto sembrasse ristabilito, soffriva nelle gambe, le quali anche talora si gonfiavano. Egli tentò qualche rimedio per ridurle alla loro figura di prima; e v'è chi attribuisce a tal cagione la quasi improvvisa di lui morte, accaduta con due soli giorni di malattia. (1466) Il giorno 8 di marzo dell'anno 1466, all'età di sessantacinque anni, dopo sedici anni di signoria, morì il duca Francesco Sforza. Tutta la città rimase squallida e desolata a tale inaspettata disgrazia: stimando ogniuno, dice il Corio, non solo havere perduto uno duca, ma uno colendissimo patre. La duchessa Bianca Maria, sebben colpita da questo impensato fulmine, s'era addottrinata coll'esempio del marito ad affrontare e sostenere l'avversa fortuna. Il figlio primogenito, Galeazzo Maria, in quel punto era nella Francia. Se la duchessa si abbandonava al femminil dolore, la casa Sforza perdeva la sovranità, alla quale mancava la sanzione imperiale. Ella si mostrò degna di essere stata moglie amatissima di Francesco Sforza: compresse il dolore; pensò a salvare i figli. Con animo virile, la notte medesima, appena spirato il duca, convocò un consiglio dei primari signori milanesi. Con poche, ma gravi e accomodate parole raccomandò loro l'ordine pubblico, la fede verso il sangue del duca. Scrisse immediatamente a tutti i principi d'Italia la perdita fatta, e richiese il favore di ciascun d'essi a pro del conte di Pavia, Galeazzo, suo primogenito. Poiché ebbe così adempiuti con magnanimità i doveri di sovrana e di madre, si pose ad eseguire quei di moglie, secondo l'usanza di que' tempi. Il cadavere del duca nel palazzo ducale si espose; e la vedova mai non si dipartì dal suo fianco, dando segni, come dice il Corio, d'incredibile amore. Il terzo giorno poi, ornato con tutte le insegne ducali, e cinto di quella spada la quale fortissimamente in tutte le victorie aveva usato, venne con magnifica pompa tumulato in Duomo.

Mentre l'imperatore Federico III venne di qua dall'Alpi, e si fece incoronare in Roma dal papa, egli non toccò nemmeno le terre soggette allo Sforza; non volendo pregiudicare alle ragioni dell'Impero col riconoscere per legittimo sovrano e duca l'usurpatore d'un feudo imperiale, ch'ei non aveva forze per difendere. Era questo un oggetto importante assai per la dominazione della casa sforzesca, di cui era mancato il sostegno e lo splendore. Galeazzo Maria, in marzo del 1466, allorché morì suo padre, era, siccome già dissi, nella Francia, comandando nel Delfinato l'armata che il duca aveva allestita in soccorso del re contro la Lega. Appena ricevé l'avviso che spedìgli la madre Bianca Maria, del cambiamento accaduto nella famiglia, confidò tosto il comando a Giovanni Scipione; e, travestitosi come un famigliare di Antonio da Piacenza mercatante, s'incamminò per la Savoia alla vòlta di Milano. Il giovane Galeazzo aveva ventidue anni; temeva le insidie del duca di Savoia, il quale sulla dominazione della casa Sforza pensava di ampliare il suo Stato. Se riusciva di acquistare Galeazzo Maria per ostaggio, potevasegli far comperare la libertà e il ducato con qualche notabile sacrificio. Malgrado il cambiamento del vestito e della condizione, convien credere che egli venisse riconosciuto, poiché, attorniato da una turba di persone, appena ei poté ricoverarsi nell'asilo di una chiesa; ed ivi dovette starsene tre giorni interi; e la seguente notte poi, mercé la cura di un fedele suo domestico, poté sottrasi colla fuga, e proseguendo il suo cammino per dirupi e balze non frequentate poté finalmente ridursi in salvo. Pare impossibile che, malgrado il ritardo de' tre giorni dell'asilo, Galeazzo Maria fosse in Milano dodici giorni dopo la morte del duca: ma io credo che sino d'allora vi fossero stazioni regolate pel cambio de' cavalli; tanto più che non si sarebbero potuti altrimenti trasmettere sollecitamente gli avvisi dall'armata ch'era nel Delfinato. Il nuovo duca Galeazzo Maria fece la solenne entrata per Porta Ticinese il giorno venti di marzo del 1466. Tutto lo Stato di Francesco Sforza, composto di quindici città nominate disopra, passò al nuovo duca Galeazzo Maria Sforza. (1467) I sovrani lo riconobbero. Il duca di Savoia, poiché vide il duca Galeazzo assicurato sul trono, pensò a stringere non solamente amicizia, ma parentela con esso lui. (1469). Si conchiusero le nozze; e il duca Galeazzo Maria sposò la principessa Bona di Savoia, il giorno 6 di luglio dell'anno 1468. Una sorella della duchessa Bona era sul trono di Francia; e per tal guisa Galeazzo Maria Sforza, nato in Fermo nella Romagna, il di cui avo cinquant'anni prima era un avventuriere, divenne cognato del re di Francia.

Capitolo XVIII

Del governo del quinto duca Galeazzo Maria Sforza, e della minorità del duca Giovanni Galeazzo Maria, sesto duca

Quando uno Stato, anche vasto, sia accozzato insieme con male arti, con sorprese, con insidie, con tradimento, al morire del sovrano cessa il timore ne' sudditi e ne' vicini; e per poco che il successore sia debole o mancante d'artificio, si scompone, siccome avvenne della signoria che radunò il primo duca Giovanni Galeazzo. Ma quando per lo contrario la dominazione s'acquisti col valore personale, e si innalzi colla generosità delle virtù del sovrano, e siavi stato tempo bastante per imprimere nel cuore degli uomini la riverenza e l'amore che l'eroismo fa nascere, ancora dopo spento l'eroe, l'ammirazione e l'affezione de' popoli aiutano il figlio, come parte viva di lui, e malgrado i difetti e la poca somiglianza che egli abbia col padre, lo coprono colla di lui gloria. Così accadde al nuovo duca Galeazzo Maria, il quale poco imitò il magnanimo suo padre. Uno de' primi fatti di Galeazzo lo svela. La duchessa Bianca Maria, di lui madre, si era sempre dimostrata ottima moglie, ottima madre, donna di senno, di cuore e di mente non comune. Il duca Francesco perciò l'aveva onorata ed amata sommamente. Galeazzo doveva doppiamente il ducato di Milano a lei, e per nascita, e per l'accorgimento col quale aveva dirette le cose alla morte del duca Francesco; giacché, qualora non vi fosse stata alla testa della signoria una donna del merito di lei, difficilmente Galeazzo Sforza, assente, avrebbe trovata aperta la via del trono, dove poté placidamente collocarsi. La Bianca Maria co' saggi consigli e colla autorità regolava lo Stato unitamente al duca, quasi come correggente. L'ambizione, la seduzione di consiglieri malvagi fecero nascere la gelosia del comando; indi la visibile freddezza; finalmente la discordia palese tra il figlio ed una madre tanto benemerita. La vedova duchessa preferì la pace e il riposo ad ogni altra cosa, e divisò di portarsi a Cremona, città sua, perché recata da lei in dote, siccome vedemmo; ed ivi, lontana dalle contese, passare il rimanente de' giorni suoi, non avendo ella allora che quarantadue anni. Abbandonò la cort