IL TIMEO

A cura di

SOCRATE: Uno, due, tre: e dov'è, caro Timeo, il quarto (1) di quelli che ieri invitai a pranzo e che oggi mi

invitano?

TIMEO: Si è ammalato, Socrate: certamente non si sarebbe assentato di sua volontà da questo incontro.

SOCRATE: è dunque compito tuo e di costoro svolgere anche la parte che spettava all'assente?

TIMEO: Certamente, e per quanto ci è possibile nulla tralasceremo: non sarebbe giusto, infatti, che dopo che siamo

stati accolti da te nei modi che si convengono agli ospiti, noi che siamo rimasti, non avessimo la volontà di ricambiare

la tua ospitalità.

SOCRATE: Dunque vi ricordate di quanti argomenti e su quali questioni vi ho invitato a parlare?

TIMEO: Alcuni li ricordiamo, mentre per quel che non ricordiamo, tu che sei qui lo richiamerai alla memoria: anzi,

se per te non è una seccatura, riprendi nuovamente in breve dal principio queste cose, perché si consolidino

maggiormente in noi.

SOCRATE: Sarà così . Il punto principale dei miei discorsi di ieri sullo Stato riguardava il come dev'essere e da

quali uomini dev'essere costituito per sembrarmi il migliore.

TIMEO: E ci è senz'altro sembrato, Socrate, che tu ne parlassi con intelligenza.

SOCRATE: E innanzitutto non separammo in esso la classe dei contadini e tutti gli altri mestieri da quella dei

difensori dello Stato?

TIMEO: Sì .

SOCRATE: E assegnando secondo natura ciò che più si addice a ciascuna classe, vale a dire un'unica mansione e

un'unica arte per ciascuna, dicemmo che costoro che dovevano combattere per tutti dovevano essere soltanto guardiani

della città, sia che qualcuno venisse a saccheggiarla da fuori o anche dall'interno, giudicando da un lato con

benevolenza i loro sottoposti ed amici naturali, ma diventando ostili nelle battaglie con i nemici che incontrassero.

TIMEO: Certamente.

SOCRATE: Dicevamo, io credo, che l'anima dei guardiani doveva essere per natura particolarmente veemente e

saggia ad un tempo, perché potessero a buon diritto diventare nei confronti degli uni e degli altri rispettivamente

benevoli ed ostili.

TIMEO: Sì .

SOCRATE: E l'educazione? Non dovevano essere allevati nella ginnastica e nella musica e in tutte le discipline che

si addicessero loro?

TIMEO: Certamente.

SOCRATE: Si disse che quelli che venivano allevati in questo modo non dovessero ritenere né l'oro, né l'argento, né

alcun altro bene come loro proprio, ma in qualità di difensori dello stato ricevessero da quelli che erano da loro difesi un

compenso per la loro custodia commisurato alle esigenze di persone moderate, e lo spendessero in comune, e vivessero

gli uni con gli altri, avendo soprattutto cura del valore e non occupandosi delle altre questioni.

TIMEO: Anche queste cose si dissero in questi termini.

SOCRATE: E facemmo menzione anche delle donne, sostenendo che le loro nature dovessero armonizzarsi a quelle

degli uomini fino a diventare loro somiglianti, e a tutte loro si dovessero assegnare le stesse mansioni dei maschi

riguardanti la guerra e il resto della vita.

TIMEO: Anche questo fu detto così .

SOCRATE: E riguardo alla procreazione dei figli? Ma questa cosa, per la novità delle cose dette, è facile da

ricordare, e cioè che abbiamo stabilito che tutto fosse comune a tutti, matrimoni e figli, facendo in modo che nessuno

fosse mai in grado di riconoscere il proprio figlio, e tutti pensassero di essere tutti consanguinei, sorelle e fratelli quanti

sono generati nei limiti di una stessa età, padri e padri dei padri quelli già avanti negli anni e più vecchi, figli e figli dei

figli i più giovani?

TIMEO: Sì , anche queste cose, come dici, sono facili da ricordare.

SOCRATE: Perché diventassero direttamente, nei limiti del possibile, migliori per carattere non ci ricordiamo di

aver detto che i magistrati uomini e i magistrati donne dovessero, negli accoppiamenti dei matrimoni, tramare di

nascosto con certi sorteggi, in modo che, dopo aver separato i malvagi dai buoni, gli uni e gli altri si unissero con le loro

simili, e non provassero invidia per questa ragione, attribuendo la causa dell'unione alla sorte?

TIMEO: Ricordiamo.

SOCRATE: E non dicevamo che soltanto i figli dei buoni dovevano essere educati, mentre i figli dei cattivi si

dovevano distribuire di nascosto in un'altra parte della città? Questi ultimi, tenuti costantemente sotto osservazione

durante la loro crescita, si dovevano di nuovo ricondurre fra i buoni se fossero diventati degni, sostituendoli con quelli

che presso di loro fossero diventati indegni.

TIMEO: è così .

SOCRATE: Abbiamo ormai passato in rassegna la discussione così come ieri si è svolta, per quanto si può

riassumere per sommi capi, oppure avvertiamo l'esigenza di ricordare ancora qualcuna delle cose dette, caro Timeo,

come se l'avessimo tralasciata?

TIMEO: Nient'affatto, ma proprio queste sono le cose che sono state dette, Socrate.

SOCRATE: Ed ora, a proposito di questo Stato che abbiamo appena passato in rassegna, ascoltate quali sono i miei Platone Timeo

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sentimenti nei suoi confronti. Il mio sentimento assomiglia a quello di chi, avendo osservato da qualche parte degli

stupendi animali, sia rappresentati da una pittura sia realmente viventi, ma in riposo, provi il desiderio di osservarli in

movimento e di vederli gareggiare in una di quelle lotte che sembrano adatte ai loro corpi: un identico sentimento io

provo verso la città che abbiamo appena descritto. Infatti ascolterei volentieri qualcuno che esponesse con un discorso

come essa affronta contro le altre città quelle gare che ogni città deve affrontare, e come nobilmente entra in guerra, e

come nel fare la guerra mostra di avere ciò che si addice alla sua cultura ed educazione, sia nei fatti con le sue imprese,

sia nei discorsi con i negoziati verso le singole città. Ma a questo proposito, Crizia ed Ermocrate, sono perfettamente

consapevole di non essere capace di elogiare come si deve tali uomini e tale città. Per quanto mi riguarda non mi

stupisco affatto: ma nutro la stessa opinione sia dei poeti che vissero anticamente, sia di quelli che vi sono ora, non

perché disprezzi la stirpe dei poeti, ma perché è chiaro a chiunque che la stirpe di chi imita imiterà più facilmente e più

nobilmente ciò in cui è stato allevato, mentre ciò che è al di fuori della propria educazione, se è difficile imitarlo nei

fatti, è ancor più difficile imitarlo bene a parole. Quanto alla classe dei sofisti, li ritengo assolutamente esperti per

quanto riguarda molti discorsi ed altre belle cose, ma nutro il timore che, siccome vagano di città in città senza avere in

alcun luogo una loro dimora, siano incapaci di comprendere ciò che fanno o dicono i filosofi e gli uomini politici,

quando agiscono in guerra e in battaglia e che con questi e con quelli negoziano sia nei fatti che a parole. Rimangono

dunque le persone come voi, che ad un tempo partecipano - per natura ed educazione - del carattere degli uni e degli

altri. Questo nostro Timeo, che proviene da quella città governata da ottime leggi che è Locri in Italia, non essendo

secondo a nessuno fra quelli che abitano in quella città per ricchezza e per stirpe, da un lato ha esercitato le cariche e le

magistrature più importanti fra quelle che vi sono nella città, e dall'altro ha raggiunto, a mio avviso, la vetta più alta di

tutta la filosofia. Quanto a Crizia, noi tutti che siamo qui sappiamo che non ignora nessuna delle cose che diciamo.

Riguardo all'indole e alla educazione di Ermocrate, dobbiamo affidarci alla testimonianza di molti secondo cui esse si

conformano in modo adeguato a tutte queste cose. Perciò anche ieri, riflettendo, quando mi avete domandato di esporre

il mio pensiero intorno allo Stato, volentieri vi ho reso questo favore, sapendo che nessuno potrebbe svolgere meglio di

voi, se solo lo voleste, il seguito del discorso - infatti, dopo aver disposto lo Stato verso una degna guerra, soltanto voi

fra quelli che vivono in questo tempo potrete assegnarle tutto ciò che le conviene -. Dopo aver detto ciò che mi era stato

assegnato, a mia volta vi ho assegnato quelle cose che adesso dico. Avendo riflettuto fra di voi, avete deciso di comune

accordo di ricambiarmi in questo momento l'ospitalità dei discorsi, ed io sono qui assolutamente ben disposto verso di

essi e il più preparato fra tutti ad accoglierli.

ERMOCRATE: E certamente, come disse il nostro Timeo, o Socrate, nulla tralasceremo del nostro impegno, e non

vi sarà alcun pretesto per non far ciò: sicché anche ieri, subito fuori di qui, dopo che arrivammo da Crizia nelle stanze

per gli ospiti, dove anche alloggiammo, e ancora prima lungo la strada, riflettevamo proprio intorno a tali questioni.

Questi dunque ci narrò una storia proveniente da un'antica tradizione: anche adesso raccontala a Socrate, Crizia, perché

possa valutare se sia adatta o meno al nostro compito.

CRIZIA: Bisogna fare così , se anche il terzo compagno Timeo è d'accordo.

TIMEO: Sì , sono d'accordo.

CRIZIA: Ascolta, Socrate, un discorso certamente singolare, ma tutto vero, come lo raccontò un giorno Solone, (2)

il più saggio dei sette.

Era dunque parente ed assai amico con Dropide, nostro bisnonno, come dice anche lui stesso in molti luoghi della

sua poesia: disse a Crizia, nostro nonno, come il vecchio a sua volta ricordava a noi, che grandi e meravigliose erano

state le imprese di questa città, oscurate dal tempo e dalla morte degli uomini, ma una era la più grande fra tutte, la

quale, se noi adesso richiameremo alla memoria, potremo in modo conveniente contraccambiare la tua benevolenza e

nello stesso tempo potremo giustamente e veramente celebrare la dea nella sua festa solenne (3) come se elevassimo

inni.

SOCRATE: Dici bene. Ma qual è questa impresa che Crizia narrava non come un racconto, ma come un qualcosa

che un tempo è avvenuto realmente per opera della nostra città, secondo la versione tramandata da Solone?

CRIZIA: Vi racconterò allora questa antica storia, così come l'ho ascoltata da un uomo non più giovane. Infatti

allora Crizia, come disse, era ormai vicino ai novant'anni, mentre io avevo appena dieci anni: per noi era il giorno

Cureotide delle Apaturie.(4) Quell'usanza della festa che ogni volta coinvolge i bambini anche allora venne rispettata: i

nostri padri stabilirono di assegnarci dei premi di poesia. Vennero letti molti carmi di molti poeti, e siccome in quel

tempo i carmi di Solone erano nuovi, molti di noi bambini li cantammo. Dunque un tale delle tribù, vuoi perché allora la

pensasse in quel modo, vuoi anche per rendere un tributo di riconoscenza a Crizia, disse che Solone gli sembrava il più

saggio non solo nelle altre cose, ma anche nella poesia il più nobile di tutti i poeti. A questo punto il vecchio - lo ricordo

perfettamente - si rallegrò assai e sorridendo disse: "Se, Aminandro, non si fosse occupato occasionalmente della

poesia, ma avesse profuso tutte le sue energie come fanno gli altri, e avesse terminato quella storia che portò sin qui

dall'Egitto, e non fosse stato costretto a trascurarla per le rivolte e gli altri mali che trovò quando fece ritorno qui da noi,

a mio avviso né Esiodo, né Omero, né nessun altro poeta sarebbe mai stato più onorato di lui". "Qual era questa storia",

chiese Aminandro, "o Crizia?" "Essa riguarda", rispose Crizia, "l'impresa più importante e senza dubbio più celebre fra

tutte quelle che questa città compì , anche se a causa del tempo e per la morte di coloro che la compirono il racconto non

giunse fino a noi". "Racconta dal principio", disse allora Aminandro, "che cosa diceva Solone, e come lo raccontava, e

da quali persone lo aveva udito come veritiero".

"Vi è in Egitto", prese a raccontare quello, "nel Delta, presso il cui vertice si divide il corso del Nilo un distretto

denominato Saitico, e Sais è la città più importante di questo distretto - città da cui proveniva anche il re Amasi (5) -.

Platone Timeo

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Per gli abitanti una dea fu la fondatrice della città, e il suo nome in Egiziano è Neith, (6) mentre in Greco, come dicono

loro, Atena: sono molto amici degli Ateniesi e in un certo senso dicono di essere ancora parenti con loro. Solone disse

che, giunto in quel luogo, venne accolto con grandi onori presso di loro, e che avendo una volta domandato sui fatti

antichi i sacerdoti più preparati intorno a tali questioni, scoprì che né lui stesso, né nessun altro greco era per così dire al

corrente di tali fatti. E allora volendo spingerli verso i discorsi riguardanti eventi antichi cominciò a partare di quei fatti

che qui si pensa che siano i più antichi, e narrò di Foroneo (7) che si dice che sia il primo uomo, e di Niobe, e dopo il

diluvio, di come Deucalione e Pirra (8) trascorsero la vita, e fece la genealogia dei loro discendenti, e ricordando i tempi

cercò di calcolare in quali anni erano accaduti gli eventi di cui parlava. Allora uno dei sacerdoti assai vecchio disse:

"Solone, Solone, voi Greci siete sempre bambini, e non esiste un Greco vecchio". E Solone, dopo aver ascoltato,

chiese: "Come? Che cos'è questa cosa che dici?" "Siete tutti giovani", rispose il sacerdote, "nelle anime: infatti in esse

non avete alcuna antica opinione che provenga da una primitiva tradizione e neppure alcun insegnamento che sia canuto

per l'età. E questa è la ragione. Molte sono e in molti modi sono avvenute e avverranno le perdite degli uomini, le più

grandi per mezzo del fuoco e dell'acqua, per moltissime altre ragioni altre minori. Quella storia che presso di voi si

racconta, vale a dire che un giorno Fetonte, (9) figlio del Sole, dopo aver aggiogato il carro del padre, poiché non era

capace di guidarlo lungo la strada del padre, incendiò tutto quel che c'era sulla terra, e lui stesso fu ucciso colpito da un

fulmine, viene raccontata sotto forma di mito, ma in realtà si tratta della deviazione dei corpi celesti che girano intorno

alla terra e che determina in lunghi intervalli di tempo la distruzione, mediante una grande quantità di fuoco, di tutto ciò

che è sulla terra. Allora quanti abitano sui monti e in luoghi elevati e secchi muoiono più facilmente di quanti abitano

presso i fiumi e il mare: e il Nilo, che ci è salvatore nelle altre cose, anche in quel caso ci salva da quella calamità

mediante l'inondazione. Quando invece gli dèi, purificando la terra con l'acqua, la sommergono, i bifolchi e i pastori che

sono sui monti si salvano, mentre coloro che abitano nelle vostre città vengono trasportati dai fiumi nel mare. In questa

regione né in quel tempo né mai l'acqua scorre dalle alture ai campi arati, ma, al contrario, scaturisce per natura tutta

dalla terra. Di qui e per queste ragioni si dice che siano state conservate le più antiche tradizioni, ma in realtà in tutti i

luoghi in cui il freddo eccessivo o il calore soffocante non lo impedisca, sempre esiste, ora di più ora di meno, la stirpe

degli uomini. E tutte quante le cose che sono accadute presso di voi o qui o in altro luogo di cui abbiamo sentito notizia,

se ve ne sia qualcuna che sia onorevole, o grande, o che si sia distinta per qualche altra ragione, sono state scritte qui nei

templi e vengono conservate: ma non appena presso di voi e presso altri popoli viene inventato l'uso della scrittura e di

tutto ciò che serve per la città, ecco che di nuovo, nel solito spazio di anni, come una malattia giunge il terribile diluvio

dal cielo, e di voi lascia coloro che sono inesperti di lettere e di arti, sicché diventate di nuovo dal principio come

giovani, non sapendo nulla né di ciò che accadde qui, né di ciò che accadde presso di voi, e che avvenne in tempi

antichi. Dunque queste vostre genealogie che hai ora esposto, Solone, sono poco diverse dalle favole dei bambini,

perché in primo luogo voi ricordate un solo diluvio della terra, mentre in precedenza ve ne sono stati molti, e in secondo

luogo non sapete che nella vostra regione, presso di voi, ha avuto origine la stirpe più onorevole e più nobile di uomini,

dai quali provenite tu e tutta la città che adesso è vostra, essendo allora rimasto un piccolo seme; ma voi lo ignorate

perché i superstiti per molte generazioni morirono muti per non conoscere le lettere. In quel tempo, Solone, prima

dell'immane rovina causata dalle acque, la città degli Ateniesi era la migliore in guerra e, soprattutto, sotto ogni punto di

vista, era governata da ottime leggi: ad essa si attribuiscono le imprese più belle e le costituzioni migliori fra quelle di

cui noi abbiamo accolto la tradizione sotto il cielo". Dopo aver ascoltato queste parole, Solone disse di meravigliarsi e

di pregare con fervore i sacerdoti di esporgli con esattezza il seguito delle storie riguardanti i suoi antichi concittadini. Il

sacerdote rispose: "Non vi è nessun problema, Solone, ma parlerò per te e per la vostra città, e soprattutto in onore alla

dea che ebbe in sorte la vostra e questa città, e le allevò ed educò, per prima la vostra mille anni fa, ricevendo il vostro

seme da Gea ed Efesto, (10) e in seguito questa città qui. Per quanto riguarda l'ordinamento di questa nostra città, nelle

sacre scritture, vi è scritto il numero di ottomila anni. Quindi riguardo ai cittadini vissuti novemila anni fa ti mostrerò

brevemente le leggi, e l'impresa più bella che essi compirono: un'altra volta con maggior precisione te le spiegherò tutte

con maggior tranquillità, una dopo l'altra, ricavandole dagli scritti stessi. Presta dunque attenzione alle leggi mettendole

in relazione a quelle di qui: infatti ora, in questo luogo, troverai molti esempi di quelle che allora erano presso di voi, in

primo luogo la classe dei sacerdoti separata dalle altre, dopo di questa la classe degli artigiani, poiché ciascuna di per sé

esercita il proprio mestiere senza mescolarsi ad un'altra, e ancora la classe dei pastori, dei cacciatori, dei contadini. E ti

sei reso conto che la classe dei guerrieri è qui separata da tutte le classi: ad essi è stato ordinato dalla legge di non

occuparsi di nient'altro se non delle questioni concernenti la guerra. E ancora, per quanto riguarda la forma della loro

armatura, degli scudi e delle lance, con cui noi per primi fra i popoli dell'Asia ci siamo armati, fu la dea che ce la

mostrò, come in quei luoghi a voi per primi. Quanto alla scienza, poi, puoi renderti conto di quanto impegno vi abbia

profuso qui subito sin dal principio la legge riguardo a tutto l'ordinamento dell'universo fino all'arte divinatoria e medica

volte alla salvaguardia della salute, ricavando da queste scienze divine quel che giova alle cose umane, e procurando

tutte quelle altre discipline che seguono a queste. Allora la dea, dopo che fornì a voi per primi tutto questo ordinamento

e disposizione vi diede una dimora, scegliendo il luogo in cui siete nati, tenendo conto del fatto che il clima mite delle

stagioni che vi è in esso avrebbe fatto nascere uomini assai saggi: poiché la dea era amante della guerra e anche della

scienza, dopo aver scelto quel luogo che potesse far nascere uomini il più possibile affini ad essa, in quel luogo

dapprima li fece abitare. Dunque vivevate facendo uso di tali leggi, e ancor meglio eravate governati, superando tutti gli

uomini in ogni virtù, com'era conveniente per la prole e gli allievi degli dèi. Molte e grandi, pertanto, sono le imprese

della vostra città che noi ammiriamo e che sono scritte qui, ma fra tutte ve n'è una che le supera per grandezza e valore:

dicono infatti le scritture quanto grande fu quella potenza che la vostra città sconfisse, la quale invadeva tutta l'Europa e Platone Timeo

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l'Asia nel contempo, procedendo dal di fuori dell'Oceano Atlantico.

Allora infatti quel mare era navigabile, e davanti a quell'imboccatura che, come dite, voi chiamate colonne d'Ercole,

(11) aveva un'isola, e quest'isola era più grande della Libia (12) e dell'Asia messe insieme: partendo da quella era

possibile raggiungere le altre isole per coloro che allora compivano le traversate, e dalle isole a tutto il continente

opposto che si trovava intorno a quel vero mare. Infatti tutto quanto è compreso nei limiti dell'imboccatura di cui ho

parlato appare come un porto caratterizzato da una stretta entrata: quell'altro mare, invece, puoi effettivamente

chiamarlo mare e quella terra che interamente lo circonda puoi veramente e assai giustamente chiamarla continente.

In quest'isola di Atlantide vi era una grande e meravigliosa dinastia regale che dominava tutta l'isola e molte altre

isole e parti del continente: inoltre governavano le regioni della Libia che sono al di qua dello stretto sino all'Egitto, e

l'Europa sino alla Tirrenia. Tutta questa potenza, radunatasi insieme, tentò allora di colonizzare con un solo assalto la

vostra regione, la nostra, e ogni luogo che si trovasse al di qua dell'imboccatura. Fu in quella occasione, Solone, che la

potenza della vostra città si distinse nettamente per virtù e per forza dinanzi a tutti gli uomini: superando tutti per

coraggio e per le arti che adoperavano in guerra, ora guidando le truppe dei Greci, ora rimanendo di necessità sola per

l'abbandono da parte degli altri, sottoposta a rischi estremi, vinti gli invasori, innalzò il trofeo della vittoria, e impedì a

coloro che non erano ancora schiavi di diventarlo, mentre liberò generosamente tutti gli altri, quanti siamo che abitiamo

entro i confini delle colonne d'Ercole. Dopo che in seguito, però, avvennero terribili terremoti e diluvi, trascorsi un solo

giorno e una sola notte tremendi, tutto il vostro esercito sprofondò insieme nella terra e allo stesso modo l'isola di

Atlantide scomparve sprofondando nel mare: perciò anche adesso quella parte di mare è impraticabile e inesplorata,

poiché lo impedisce l'enorme deposito di fango che che vi è sul fondo formato dall'isola quan- do si adagiò sul fondale".

Queste parole che hai ascoltato, Socrate, riassunte per sommi capi, sono quelle pronunciate dal vecchio Crizia,

secondo la versione dì Solone: mentre ieri tu parlavi dello Stato e degli uomini che delineavi, rimanevo meravigliato

richiamando alla memoria proprio le cose che ora ho raccontato e osservando che per una incredibile coincidenza avevi

in gran parte perfettamente aderito con quelle cose che disse Solone. Thttavia non volli parlare in quel momento perché

a causa del tempo trascorso non me le ricordavo abbastanza. Pensai allora che, prima di parlare, sarebbe stato meglio

riprendere con esattezza tutto quanto dentro di me. Per questo motivo accettai subito le cose che mi erano state ordinate

di dire, pensando che avremmo convenientemente superato quella che è la più grande difficoltà in tutte le discussioni di

questo genere, vale a dire l'esposizione di un racconto che si adatti agli scopi proposti. Così , come costui diceva, ieri,

non appena uscii di qui, riportai a costoro le cose che mi ricordavo, poi, congedandomì e riflettendo con attenzione

durante la notte, ho richiamato quasi tutto alla memoria. E proprio vero quel che si dice, e cioè che quanto si apprende

da bambini si ricorda in modo mirabile. Infatti ciò che ho udito ieri, non so se sarei in grado di richiamarlo di nuovo

tutto alla memoria: quanto invece a queste cose che ho ascoltato già da molto tempo, mi meraviglierei assai se qualcosa

di esse mi fosse sfuggita. Io in quel tempo le ascoltavo con molto piacere e come un passatempo, e il vecchio volentieri

mi insegnava mentre io lo interrogavo di frequente, sicché mi sono rimaste impresse come pitture indelebili a fuoco: a

costoro subito dissi fin da questa mattina queste stesse cose, perché avessero abbondanza di discorsi insieme a me. Ora

dunque, ed è la ragione per cui è stato detto tutto ciò, sono pronto a riferire, Socrate, non soltanto per sommi capi, ma

ciascuna cosa proprio nel modo in cui l'ho ascoltata: quanto ai cittadini e alla città che tu ieri ci hai delineato come in

una favola, ora trasferendoli nella realtà, li metteremo qui, come se quella città fosse proprio questa, e diremo che i

cittadini che hai mentalmente rappresentato sono quei nostri reali progenitori di cui ha parlato il sacerdote. Saranno del

tutto concordi e non diremo un assurdo affermando che essi sono proprio quelli che vissero allora. Dividendoci i

compiti, cercheremo tutti quanti insieme di realizzare convenientemente, per quanto ci è possibile, quanto ci hai

ordinato di fare. Bisogna dunque vedere, Socrate, se questo discorso corrisponde alle nostre intenzioni, oppure se al

posto di questo si deve cercarne un altro.

SOCRATE: E, Crizia, quale altro migliore argomento si potrebbe prendere in cambio di questo, che per l'affinità si

adatta perfettamente al presente sacrificio della dea, e che è di enorme importanza perché è un racconto che non è il

prodotto della fantasia, ma una storia vera? Come e da dove piglieremo altri discorsi, se abbandoniamo questo? Non è

possibile, ma confidando in una buona sorte bisogna che voi parliate, ed io standomene tranquillo per i discorsi di ieri, a

mia volta vi ascolti.

CRIZIA: Presta attenzione, Socrate, all'ordine dei doni ospitali che abbiamo preparato per te, come l'abbiamo

predisposto. Abbiamo deciso che Timeo, poiché fra noi è il più esperto di fenomeni celesti, e quello che ha speso più

energie nello studio della natura dell'universo, cominci per primo a parlare sulla natura dell'universo e termini con la

natura dell'uomo. Dopo di lui io, come se ricevessi da costui gli uomini generati dalla sua parola - di cui alcuni sono

stati egregiamente educati da te -, li conduco secondo la storia e la legge di Solone dinanzi a noi come fossimo dei

giudici, e li nomino cittadini di questa città come se fossero gli Ateniesi di allora che la tradizione delle sacre scritture

ha riportato alla luce dall'oscurità; e per il resto farò ormai discorsi su di loro come se fossero cittadini e Ateniesi.

SOCRATE: In modo compiuto e con estrema chiarezza mi pare di ricevere in cambio il banchetto imbandito di

discorsi. Dunque è compito tuo parlare, Timeo, ma non prima di aver invocato, secondo la consuetudine, gli dèi.

TIMEO: Ma, Socrate, tutti quanti, anche quelli che partecipano in piccola misura della saggezza fanno così , ovvero

prima di intraprendere qualsiasi affare, piccolo o grande che sia, sempre invocano la divinità: e noi, che stiamo per fare

dei ragionamenti intorno all'universo, vale a dire se è nato o se è privo della nascita, se non deliriamo completamente,

dobbiamo di necessità invocare gli dèi e le dee, e pregarli di poter dire tutto assolutamente secondo il loro pensiero, ma

anche in conformità con il nostro. E così si invochino gli dèi: dobbiamo d'altra parte invocare questa nostra fatica,

perché più facilmente voi apprendiate, mentre io vi possa spiegare meglio quello che penso sulle questioni che si sono Platone Timeo

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stabilite.

A mio avviso si devono innanzitutto distinguere queste cose: che cos'è ciò che sempre è e non ha nascita, e che cos'è

ciò che sempre si genera, e che mai non è? L'uno si apprende con l'intelligenza e mediante il ragionamento, poiché è

sempre allo stesso modo, l'altro si congettura con l'opinione mediante la sensazione irrazionale, poiché si genera e

muore, e in realtà non è mai.

Tutto ciò che è generato si genera necessariamente per una causa: infatti per ogni cosa è impossibile generarsi senza

una causa.

Quando l'artefice, rivolgendo il suo sguardo verso ciò che è sempre allo stesso modo e servendosi di una tale entità

come di un modello, realizza la forma e la proprietà di qualche cosa, è necessariamente bello tutto quello che in questo

modo realizza.

Non è bello se invece ha prestato attenzione a ciò che è soggetto a generazione, servendosi appunto di un modello

generato. Dunque, riguardo a tutto il cielo - o cosmo o come lo si preferisca chiamare, così noi possiamo chiamarlo -

bisogna innanzitutto considerare di esso ciò che abbiamo stabilito di dover considerare in principio riguardo ad ogni

cosa, vale a dire se è sempre, e non ha alcun principio di nascita, oppure si è generato traendo origine da un qualche

principio. è nato: infatti si può vedere e toccare, è fornito di un corpo, e tali proprietà sono tutte cose sensibili, e ciò che

è sensibile, che si coglie con l'opinione mediante la sensazione, è evidentemente soggetto a divenire e generato. D'altra

parte ciò che è nato diciamo che necessariamente si è generato per una qualche causa. è tuttavia impossibile trovare il

fattore e il padre dell'universo, e, una volta trovatolo, indicarlo a tutti. Proprio questo dobbiamo considerare di esso,

vale a dire in base a quale dei due modelli l'artefice lo realizzò, se guardando a quello che è allo stesso modo e identico,

oppure a quello generato. Se questo mondo è bello e l'artefice è buono è chiaro che guardò al modello eterno: altrimenti,

ma non è neppure lecito dirlo, a quello generato. è chiaro ad ognuno che rivolse il suo sguardo al modello eterno, poiché

è il più bello fra i mondi generati, e l'artefice, fra le cause, quella migliore. Generato in questo modo, il mondo è stato

realizzato sulla base di quel modello che può essere appreso con la ragione e l'intelletto e che è sempre allo stesso

modo: stando così le cose, vi è assoluta necessità che che questo mondo sia ad immagine di qualcosa. La cosa più

importante in ogni questione è quella di cominciare dal principio naturale. Così allora si deve distinguere l'immagine dal

suo modello, come se i discorsi fossero parenti di quelle cose di cui sono interpreti: i discorsi, dunque, intorno a ciò che

è saldo e fisso ed evidente all'intelletto sono saldi e sicuri, e per quanto è possibile, conviene che siano inconfutabili e

invincibii e nulla di ciò deve mancare. Quanto allora a quei discorsi che si riferiscono a ciò che raffigura quel modello,

ed è a sua immagine, essi sono verosimili e in proporzione a quegli altri: perché come l'essenza sta alla generazione,

così la verità sta alla fede. Se dunque, Socrate, poiché sono state dette molte cose cose riguardo a svariate questioni

concernenti gli dèi e la generazione dell'universo, non siamo in grado di offrirti dei discorsi assolutamente e

perfettamente congruenti fra loro ed esatti, non ti stupire: ma purché non ti offriamo discorsi meno verosimili di altri,

bisogna contentarsi ricordando che io che parlo e voi che giudicate abbiamo natura umana, sicché intorno a tali

questioni ci conviene accettare un mito verosimile, e non cercare più lontano.

SOCRATE: Perfetto, Timeo, e allora bisogna accettare assolutamente le cose come tu ci consigli di fare: intanto con

grande piacere abbiamo accolto il tuo esordio, e ora continua e fa' che noi ascoltiamo il canto.

TIMEO: Diciamo dunque per quale ragione l'artefice realizzò la generazione e quest'universo. Egli era buono, e in

chi è buono non si genera mai alcuna invidia riguardo a nessuna cosa: essendone dunque esente, volle che tutto fosse

generato, per quanto era possibile, simile a lui. Se si accettasse da uomini assennati questa ragione come quella più

fondata della generazione e del cosmo, la si accetterebbe nel modo più corretto.

Volendo infatti il dio che tutte le cose fossero buone, e nessuna, per quanto possibile, cattiva, prendendo così quanto

vi era di visibile e non stava in quiete, ma si muoveva sregolatamente e disordinatamente, dallo stato di disordine lo

riportò all'ordine, avendo considerato che l'ordine fosse assolutamente migliore del disordine. Non era lecito e non è

possibile all'essere ottimo fare altro se non ciò che è più bello: ragionando dunque trovò che dalle cose che sono

naturalmente visibili non si sarebbe otuto trarre un tutto che non avesse intelligenza e che fosse più bello di un tutto

provvisto di intelligenza, e che inoltre era impossibile che qualcosa avesse intelligenza ma fosse separato dall'anima. In

virtù di questo ragionamento, ordinando insieme l'intelligenza nell'anima e l'anima nel corpo realizzò l'universo, in

modo che l'opera da lui realizzata fosse la più bella e la migliore per natura. Così dunque, secondo un ragionamento

verosimile dobbiamo dire che questo mondo è un essere vivente dotato di anima, di intelligenza, e in verità generato

grazie alla provvidenza del dio.

Stabilita questa cosa dobbiamo dire quel che segue, e cioè a somiglianza di quale animale, fra gli esseri viventi,

l'artefice lo realizzò. Certamente non penseremo che sia stato fatto a somiglianza di nessuno di quelli che sono sotto

forma di parte - poiché essendo simile a ciò che è incompiuto, non potrebbe mai essere bello -, ma noi stabiliamo che

esso sia fra tutte le cose più simile a ciò di cui fanno parte gli altri esseri viventi, sia presi singolarmente sia nei loro

generi. Infatti quello contiene in sé tutti gli animali dotati di intelligenza, come questo mondo riunisce noi e tutti gli altri

esseri visibili. Volendo il dio che questo mondo rassomigliasse il più possibile al più bello e al più perfetto fra gli esseri

intellegibili, realizzò un solo essere visibile che avesse al suo interno tutti quegli esseri che gli fossero per natura affini.

Dunque abbiamo detto giustamente che il cielo è uno solo, oppure era più giusto affermare che sono molti e infiniti?

Esso è uno solo, se è stato fabbricato secondo il modello. Infatti quello che contiene tutti quanti gli esseri

intellegibili non potrebbe mai essere secondo dopo un altro: altrimenti, a sua volta, vi dovrebbe essere un altro essere

che contenga quei due, di cui appunto quei due sarebbero parte, e dunque sarebbe più corretto dire che esso non

rassomiglia a quelli ma a ciò che li contiene. Platone Timeo

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Perché allora questo mondo fosse simile, nella sua unicità, all'essere vivente perfetto, per questa ragione, l'artefice

non fece né due né infiniti mondi, ma quest'unico cielo, unigenito e generato, che è e ancora sarà.

Ciò che è generato dev'essere corporeo, visibile e tangibile, ma nulla potrebbe mai essere visibile se è separato dal

fuoco, né tangibile senza qualcosa di solido, e non può esserci solido senza terra.

Di qui, cominciando a realizzare il corpo dell'universo, lo fece di fuoco e di terra. Tuttavia non è possibile unire due

soli elementi senza disporre di un terzo: dunque in mezzo vi dev'essere un legame che li unisca entrambi. Fra i legami il

più bello è quello che faccia, per quanto è possibile, un'unica cosa di sé e dei termini legati insieme; ed è la proporzione

che realizza ciò nel modo migliore.

Perché quando di tre numeri, o masse, o potenze che siano, il medio sta all'ultimo come il primo sta al medio, e

d'altra parte il medio sta al primo come l'ultimo sta al medio, allora il medio, divenendo primo e ultimo, e l'ultimo e il

primo divenendo medi, così accadrà che tutti diventino necessariamente la stessa cosa, e diventando la stessa cosa fra

loro, saranno tutti un'unità.(13) Se dunque il corpo dell'universo doveva essere piano e senza alcuna profondità, un solo

medio bastava ad unire gli elementi a lui congiunti e se stesso: ora invece, conveniva che esso avesse corpo solido, e i

corpi solidi non li congiunge in armonia un solo medio, ma sempre insieme due medi. Così il dio, avendo posto acqua e

aria in mezzo al fuoco e alla terra, e componendoli fra di loro, per quanto era possibile, secondo la stessa proporzione,

in modo che come il fuoco stava all'aria, così l'aria stava all'acqua, e come l'aria stava all'acqua così l'acqua stava alla

terra, unì insieme e compose il cielo visibile e tangibile. E in questo modo e mediante questi quattro elementi il corpo

del mondo fu generato, secondo un'armonica proporzione, ed ebbe tale amicizia che riunito in se stesso non può essere

sciolto da nient'altro se non da colui che lo legò insieme.

La composizione del mondo ha assunto in sé ciascuno di questi quattro elementi, presi nella loro totalità. L'artefice

lo formò mediante tutto il fuoco, tutta l'acqua, e tutta l'aria e tutta la terra, senza lasciare fuori nessuna parte o proprietà

di nessun elemento, e innanzitutto lo concepì perché l'essere vivente fosse, nella sua totalità il più possibile perfetto e

composto di parti perfette, inoltre perché fosse uno, dal momento che non era stato lasciato nulla da cui si potesse

generare un altro simile, ed infine affinché non fosse soggetto a vecchiaia e a malattia, tenendo conto che ad un corpo

così formato il caldo e il freddo e tutti quanti gli agenti dotati di intense energie, circondandolo dall'esterno e

assalendolo intempestivamente, lo dissolvono e lo fanno morire infliggendogli malattie e vecchiaia. Per questa ragione e

in base a tale considerazione egli ha formato quest'unico tutto, costituito da tutti gli elementi, perfetto e immune da

vecchiaia e malattia. Quindi gli assegnò una forma adatta e affine.

All'essere vivente che doveva contenere in sé tutti i viventi conveniva una forma che contenesse in sé tutte quante le

forme. Perciò lo arrotondò a forma di sfera, ugualmente distante in ogni punto dal centro alle sue estremità, in un'orbita

circolare, che è fra tutte le forme la più perfetta e la più simile a se stessa, avendo pensato che il simile fosse di gran

lunga più bello del dissimile.

Lisciò con cura tutt'intorno la sua superficie esterna per molte ragioni. Infatti non aveva nessun bisogno di occhi, dal

momento che all'esterno non era rimasto nulla da vedere, né d'orecchi, poiché non vi era nulla da udire: e intorno non vi

era aria che chiedesse di essere respirata, e neppure aveva bisogno di un qualche organo per ricevere in sé il nutrimento,

né per espellere i residui. Nulla infatti poteva lasciare andare via, e nulla gli si aggiungeva da nessuna parte - d'altronde

al di fuori non vi era niente -, ma il mondo è stato generato ad arte per cui procura da solo a se stesso il nutrimento

mediante la sua corruzione, e tutto agisce e patisce da sé e per sé: il suo ordinatore ritenne infatti che esso sarebbe stato

migliore se fosse bastato a se stesso che se avesse avuto bisogno di altri. Quanto alle mani, che non gli sarebbero servite

per prendere o lasciare qualcosa, il dio non ha ritenuto di dovergliele aggiungere inutilmente, né i piedi, né quanto in

genere viene utilizzato per camminare. Gli ha invece assegnato un movimento che si adatta al suo corpo, e cioè quello

fra i sette che riguarda maggiormente l'intelligenza e il pensiero. Perciò facendo girare intorno nello stesso modo, nella

stesso punto e in se stesso, lo fece muovere di un moto circolare, gli tolse tutti e sei i movimenti e lo realizzò in modo

che fosse privo degli errori di quelli. E non avendo bisogno di piedi per questa rotazione, lo generò senza gambe e senza

piedi.

Tale fu il ragionamento che il dio che sempre è formulò riguardo al dio che un giorno sarebbe stato, e così fece un

corpo liscio e uniforme, in ogni punto ugualmente distante dal centro, e intero e perfetto e composto di corpi perfetti: e

posta l'anima in mezzo ad esso, cercò di stenderla in ogni direzione, e addirittura dal di fuori ricoprì con essa il corpo, e

realizzò un cielo circolare che si muove tutt'intorno, unico e deserto, per sua virtù in grado di accompagnarsi da sé e di

non aver bisogno di nessun altro, buon conoscitore ed amico di se stesso. Per tutte queste ragioni felice generò quel dio.

Quanto all'anima, il dio non la fabbricò più giovane del corpo, così come adesso facciamo noi, cominciando a

parlarne dopo: non permise infatti che nell'atto di unirsi insieme, il più vecchio fosse comandato dal più giovane. Ma

noi che prendiamo parte in larga misura della sorte anche a caso parliamo. Il dio prima del corpo formò l'anima e la

generò più vecchia per generazione e per virtù, in modo che fosse padrona del corpo e questi obbedisse. La generò

formata di tali elementi e in base a tale criterio. Dell'essenza indivisibile e che è sempre allo stesso modo e di quella

divisibile che si genera nei corpi, da tutte e due, dopo averle mescolate, formò una terza specie di essenza intermedia,

che prende parte della natura del medesimo e dell'altro, e così la pose in mezzo tra l'essenza indivisibile e quella

divisibile secondo i corpi: e dopo averle prese tutte e tre, le mescolò in una sola specie collegando a forza la natura

dell'altro, che rifiutava di mescolarsi, con quella del medesimo. Mescolando queste due nature con l'essenza, e di tre

facendone una sola, divise di nuovo questa totalità in quante parti conveniva, risultando ciascuna dalla mescolanza del

medesimo, dell'altro e dell'essenza.

Cominciò a dividere così : prima tolse dal tutto una parte, dopo di questa tolse una doppia della prima, quindi una Platone Timeo

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terza, una volta e mezzo più grande della seconda e il triplo della prima, poi una quarta doppia della seconda, una quinta

tripla della terza, una sesta che era otto volte la prima, una settima ventisette volte più grande della prima.(14) Dopo di

ciò, riempì gli intervalli doppi e tripli,(15) tagliando ancora dal tutto altre parti e ponendole in mezzo a questi intervalli,

sicché in ciascun intervallo vi fossero due medi, ed uno superasse gli estremi e fosse superato della stessa frazione di

ciascuno di essi, mentre l'altro superasse e fosse superato dallo stesso numero.(16) Originandosi da questi legami nei

precedenti intervalli nuovi intervalli di uno e mezzo, di uno e un terzo, e di uno e un ottavo, riempì tutti gli intervalli di

uno e un terzo con l'intervallo di uno e un ottavo, lasciando una piccola parte di ciascuno di essi, in modo che

l'intervallo lasciato di questa piccola parte fosse definito dai valori di un rapporto numerico, come duecentocinquantasei

sta a duecentoquarantatré.(17) Così riuscì ad impiegare tutta quella mescolanza da cui aveva operato queste divisioni.

Dopo che ebbe diviso in due, secondo la lunghezza, tale composizione, ed ebbe adattato una parte all'altra nel loro

punto mediano in forma di x, le piegò in circolo nello stesso punto, congiungendo fra di loro le estremità di ciascuna nel

punto di incontro opposto alla loro intersezione, e vi impresse un movimento di rotazione uniforme nel medesimo

spazio, e uno dei due circoli lo fece esterno, mentre l'altro interno.(18) Destinò il movimento del circolo esterno al

movimento della natura del medesimo, e quello del circolo interno al movimento della natura dell'altro. E rivolse il

movimento della natura del medesimo secondo il lato di un triangolo, verso destra, mentre il movimento della natura

dell'altro secondo la diagonale verso sinistra. Infine conferì potere al movimento del medesimo e del simile: lasciò che

esso fosse uno ed indivisibile, mentre divise sei volte il movimento interno facendone sette circoli disuguali, secondo gli

intervalli del doppio e del triplo, in modo che fossero tre per ciascuna parte. E a questi circoli comandò che si

muovessero in senso opposto gli uni agli altri, e che tre avessero uguale velocità, mentre gli altri quattro avessero

velocità disuguale l'uno rispetto all'altro e rispetto agli altri tre, ma che tutti girassero secondo un criterio logico.

Dopo che l'intera struttura dell'anima fu generata secondo il pensiero del suo artefice, compose allora dentro di essa

tutta la parte corporea, e unì anima e corpo armonizzando insieme i due centri: e l'anima, estendendosi dal centro in

ogni direzione sino all'estremità del cielo e avvolgendolo esternamente tutt'intorno, per poi rivolgersi essa stessa in se

stessa, diede origine ad un principio divino di incessante e intelligente vita per tutta la durata del tempo. E il corpo del

cielo fu generato visibile, e l'anima invisibile; ma l'anima, prendendo parte della ragione e dell'armonia, è la migliore fra

le cose generate dal migliore degli esseri intellegibili ed eterni. Poiché essa risulta dalla mescolanza di queste tre parti,

ovvero la natura del medesimo, quella dell'altro e dell'essenza, ed essendo divisa e collegata in modo ben proporzionato,

e rivolgendosi in se stessa, quando viene a contatto con un qualcosa che abbia natura corruttibile o indivisibile,

muovendosi tutta quanta in sé dice a che cosa quel qualcosa sia uguale e da che cosa sia diverso, e soprattutto perché,

dove, come, e quando, avviene alle cose generate di essere o di subire, sia fra dì loro, sia in relazione a quelle che sono

sempre le stesse. Questo ragionamento diviene allo stesso modo vero sia che si riferisca a quello che è l'altro, sia a

quello che è il medesimo, procedendo in ciò che si muove da sé senza voce né suono.

Quando si riferisce al sensibile, e il circolo dell'altro, muovendosi con regolarità, rende consapevole tutta l'anima,

allora nascono opinioni e credenze solide e vere: quando si riferisce al razionale, e il circolo del medesimo, correndo

rapidamente, lo indica, allora di necessità giunge al suo compimento la mente e la scienza. E se qualcuno dicesse che

ciò in cui nascono queste due conoscenze sia diverso dall'anima, dirà tutto tranne che la verità.

Non appena il padre che lo aveva generato osservò muoversi e vivere questo mondo che era stato fatto ad immagine

degli eterni dèi, si rallegrò e pieno di gioia pensò di renderlo ancora più simile al modello. Come dunque esso è un

essere vivente eterno, così , per quanto gli era possibile, cercò di rendere tale anche questo tutto. Dunque la natura di

quell'essere è eterna, e questo non era possibile applicarlo completamente a questo mondo generato: pensò allora di

realizzare un'immagine mobile dell'eternità, e, ordinando il cielo, fa dell'eternità che rimane nell'unità un'immagine

eterna che procede secondo il numero, e che noi abbiamo chiamato tempo. E i giorni e le notti, e i mesi e gli anni, che

non esistevano prima che il cielo fosse generato, fece allora in modo che essi nascessero nel momento in cui componeva

il cielo. Tutte queste sono parti di tempo, e "l'era" e il "sarà" sono specie generate di tempo che noi senza saperlo

attribuiamo in modo scorretto all'essenza eterna. Diciamo infatti che essa era, è, e sarà, ma secondo un ragionamento

veritiero soltanto "l'è" si adatta all'essenza eterna, mentre "l'era" e il "sarà" conviene dirle a proposito della generazione

che procede nel tempo: si tratta infatti di due movimenti, mentre ciò che è sempre allo stesso modo ed immobile non

conviene che diventi attraverso il tempo né più vecchio né più giovane, né che sia mai diventato, né che ora diventi, e

neppure che diventerà in avvenire.

In sintesi non gli si può conferire nessuna di quelle proprietà che la generazione applica a quelle cose che si

muovono sul piano del sensibile, ma queste, invece, sono forme del tempo che imita l'eternità e si muove in circolo

secondo il numero. Ed inoltre noi usiamo tali espressioni: "ciò che è divenuto è divenuto", "ciò che diviene è

divenente", e ancora "ciò che diventerà diventerà", "ciò che non è non è", e tuttavia di queste espressioni nessuna è

esatta. Ma nella presente circostanza non è forse ancora giunto il momento opportuno per esaminare attentamente tali

questioni.

Il tempo dunque è nato insieme al cielo, in modo che, generati insieme, insieme anche si dissolvano, se mai avvenga

una loro dissoluzione, e fu fatto sulla base del modello dell'eterna natura, perché, per quanto è possibile, le somigli: il

modello esiste per tutta l'eternità, mentre il cielo sino alla fine per tutto il tempo è esistito, esiste, ed esisterà. In base

allora a questo ragionamento e pensiero del dio sulla nascita del tempo, perché il tempo fosse generato, furono generati

il sole, la luna, e altri cinque astri che si chiamano pianeti, per distinguere e custodire i numeri del tempo: il dio, avendo

formato i corpi per ciascuno di essi, i quali erano sette, li pose nelle sette orbite in cui si muoveva il circolo dell'altro,

ovvero la luna nella prima orbita intorno alla terra, il sole nella seconda sopra la terra, la stella del mattino e l'astro che Platone Timeo

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si dice sacro ad Hermes nell'orbita uguale per velocità a quella del sole, ma che ha direzione contraria rispetto ad essa.

Sicché il sole, e l'astro sacro ad Hermes, e la stella del mattino si raggiungono e allo stesso modo sono raggiunti

l'uno dall'altro.

Quanto agli altri pianeti, se si volesse spiegare dove il dio li collocò e per quale ragione, questa appendice

risulterebbe più faticosa della stessa materia per cui se ne parla. Dunque queste cose, se avremo tempo, saranno forse

oggetto di una degna trattazione più tardi. Dopoché ciascuno degli astri, che sono necessari per la formazione del

tempo, giunse nell'orbita che gli era più adatta, e i loro corpi, collegati con legami animati, divennero esseri viventi, e

appresero il loro compito, allora secondo il movimento dell'altro che è obliquo e passa attraverso il movimento del

medesimo e ne è dominato, gli uni percorsero un'orbita maggiore, gli altri un'orbita minore, e quelli che percorrevano

un'orbita minore erano più rapidi, quelli che percorrevano un'orbita maggiore erano più lenti. Grazie al movimento del

medesimo gli astri che giravano più rapidamente sembravano essere raggiunti da quelli che giravano più lentamente,

anche se li raggiungevano: infatti questo movimento volgeva tutte le loro orbite a spirale, e muovendosi gli uni in un

senso e gli altri in senso contrario, faceva in modo che quel pianeta che si allontanava più lentamente da questo

movimento, che è il più veloce, sembrasse il più vicino. Perché vi fosse un'evidente misura della relativa lentezza e

rapidità, e i pianeti percorressero le loro otto orbite, il dio accese nella seconda orbita dopo la terra quella luce che

adesso abbiamo chiamato sole, in modo che risplendesse, per quanto era possibile, per tutto il cielo, e tutti gli esseri

viventi cui conveniva prendessero parte del numero, apprendendolo dal movimento del medesimo e del simile. In

questo modo e per queste ragioni ebbero origine la notte e il giorno, che rappresentano il periodo del movimento

circolare unico e più sapiente: il mese nacque invece quando la luna raggiunge il sole dopo aver percorso la sua orbita, e

l'anno quando il sole ha percorso la sua orbita. Quanto ai periodi degli altri pianeti, poiché gli uomini non li conoscono,

salvo alcuni pochi, non sono stati neppure nominati e non si misurano in numeri, mediante l'osservazione, i loro rapporti

reciproci, sicché, così per dire, gli uomini non sanno che il tempo è misurato anche dai loro giri, infinitamente

molteplici e straordinariamente vari: non di meno è tuttavia possibile capire che il numero perfetto del tempo realizza

l'anno perfetto allorquando le velocità di tutti e gli otto periodi, compiendosi reciprocamente, ritornano al punto di

partenza, misurate secondo l'orbita del medesimo che si muove in modo uniforme. In questo modo e per questa ragione

furono generati tutti gli astri che percorrono il cielo e fanno ritorno, perché questo mondo fosse il più simile possibile a

quell'essere vivente perfetto e intellegibile, in virtù dell'imitazione della sua eterna natura.

E tutto il resto sino alla generazione del tempo era ormai stato realizzato a somiglianza del modello, anche se, dentro

di sé, non comprendeva ancora tutti gli esseri viventi che in seguito vi furono generati, e in questo era ancora dissimile

rispetto al suo modello. Ciò che rimaneva da compiere il dio lo realizzò imitando la natura del modello. Come dunque

la sua mente osserva, nell'essere vivente che è, quali e quante specie vi si contengono, così pensò che tali e tante anche

questo mondo dovesse avere.

Esse sono quattro: una è la stirpe celeste degli dèi, un'altra quella alata che vaga per l'aria, una terza è la specie

acquatica, la quarta è quella pedestre che cammina sulla terra. Per quanto riguarda la specie divina, il dio la realizzò in

larga parte di fuoco, perché fosse la più splendente e la più bella a vedersi, e rendendola simile all'universo la rese

perfettamente rotonda e la collocò nell'intelligenza del circolo più potente in modo che lo potesse seguire,

distribuendola intorno per tutto il cielo, perché fosse per lui un reale e vario ornamento in tutta la sua interezza.

Assegnò due movimenti a ciascuno degli dèi: l'uno nello stesso punto ed uniforme, poiché in se stessi pensano lo

stesso intorno alle stesse cose, l'altro orientato in avanti, poiché sono dominati dall'orbita del medesimo e del simile.(19)

Rispetto invece agli altri cinque movimenti li rese immobili e stabili, in modo che ciascuno di essi diventasse il più

possibile migliore. Per questa ragione dunque furono generati quegli astri che non sono vaganti, esseri viventi divini ed

eterni i quali, roteando con moto uniforme nello stesso punto, stanno sempre fermi: gli astri invece che mutano il loro

corso e vagano in varie direzioni, come si è detto prima, in conformità con quelli furono generati. Quanto alla terra,

nostra nutrice, girando intorno all'asse che si estende per l'universo, il dio fece in modo che fosse custode ed artefice

della notte e del giorno, la prima e la più antica fra le divinità che sono state generate dentro il cielo. Per quanto riguarda

infine le danze di questi astri e i loro incontri, le circonvoluzioni e gli avvicinamenti dei loro circoli, e quali dèi nelle

connessioni vengano in contatto fra loro e quali siano all'opposto, e dietro a chi, coprendosi l'un l'altro, e in quali tempi

si nascondano a noi, per fare nuovamente la loro comparsa inviando paure e segni del futuro a coloro che non sanno

fare questi calcoli, trattare in sostanza tutte queste cose senza poterle osservare, sarebbe fatica inutile: ma questo ci sia

sufficiente, e la trattazione sulla natura degli dèi visibili e generati abbia termine.

Parlare degli altri dèmoni e conoscerne l'origine è impresa superiore alle nostre capacità, e quindi bisogna prestare

fede a quanti ne hanno parlato in un tempo precedente, in quanto erano, come dicevano, discendenti degli dèi, e

conoscevano perfettamente i loro antenati: è impossibile dunque non prestare fede agli dèi, e anche se parlano senza

argomentazioni verosimili e necessarie, tuttavia, poiché dicono di esporre cose riguardanti la loro famiglia, bisogna,

seguendo la tradizione, prestarvi fede. Così dunque secondo loro sia e si dica la genealogia di questi dèi: da Gea e

Urano nacquero i figli Oceano e Teti, e da questi, Forci, Crono, e Rea e quanti nacquero insieme a loro; da Crono e Rea,

Zeus ed Era e tutti quanti noi sappiamo che sono detti loro fratelli, e ancora gli altri, figli di questi. Non appena tutti

quanti gli dèi nacquero, sia quelli che percorrono apertamente le loro orbite, sia quelli che fanno la loro comparsa

quando vogliono, colui che generò quest'universo disse loro le parole che seguono: "Dèi, figli di dèi, di cui io sono

padre ed artefice, grazie a me le cose che sono generate sono indissolubili, fin quando lo voglio.

Tutto ciò che è legato si può sciogliere, ma è un male voler sciogliere ciò che è ben armonizzato e sta bene insieme:

perciò, siccome siete stati generati, non siete immortali né del tutto incorruttibili, ma non sarete disciolti, né vi colpirà il Platone Timeo

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destino di morte, poiché avete ricevuto in sorte i legami della mia volontà, che sono ancora più forti e potenti di quelli

con cui siete stati legati quando siete nati. Prestate attenzione a quello che ora il mio discorso vi dimostra. Le specie

mortali che devono ancora essere generate sono tre, e se non verranno generate, il cielo rimarrà incompiuto: infatti non

avrà in esso tutte le specie degli esseri viventi, mentre deve averle, se vuole essere del tutto compiuto.

Se io dunque le facessi nascere e grazie a me prendessero parte alla vita, sarebbero uguali agli dèi. Perché siano

mortali, e questo universo sia davvero universo, rivolgetevi, secondo la vostra natura, alla realizzazione degli esseri

viventi, imitando la potenza che io ho impiegato nella vostra generazione. E per quella parte di essi cui convenga avere

lo stesso nome degli immortali, che è detta divina e governa quanti fra essi vogliono sempre seguire la giustizia e voi,

darò il seme e il principio: quanto al resto, tessendo insieme la parte mortale con l'immortale, formate e generate esseri

viventi, e dando loro il nutrimento fateli crescere, e quando moriranno accoglieteli nuovamente".

Così parlò, e di nuovo nella prima coppa, nella quale aveva mischiato e temperato l'anima del mondo, versò ciò che

rimaneva di quei primi elementi, mescolandoli più o meno nello stesso modo: d'altra parte non erano più ugualmente

puri come prima, ma erano elementi di secondo o terzo grado. Dopo aver formato il tutto, lo divise in un numero di

anime uguale a quello degli astri, ne distribuì una a ciascun astro, e, facendole salire come su di un carro, indicò la

natura dell'universo, e disse loro le leggi fatali: e cioè che la prima generazione sarebbe stata unica per tutti, perché

nessuno fosse posto in condizione di inferiorità da lui; che le anime, disseminate ciascuna negli strumenti del tempo più

adatti ad ognuna, avrebbero generato il più religioso fra gli esseri viventi; e che essendo doppia la natura umana,

sarebbe stata migliore quella stirpe che in seguito si sarebbe chiamata uomo. Quando le anime fossero di necessità

impiantate nei corpi, e al loro corpo qualcosa si aggiungesse e qualcos'altro si togliesse, in un primo tempo nascerebbe

inevitabilmente in tutti gli esseri viventi un'unica sensazione prodotta da passioni violente, in un secondo tempo amore

mescolato a piacere e dolore, e inoltre paura, ira, e tutti gli stati d'animo che seguono a queste o che per natura sono

opposti. Se si dominassero queste passioni si vivrebbe nella giustizia, se si fosse dominati, nell'ingiustizia. E chi vivesse

bene il tempo che gli spetta, tornando di nuovo nella dimora dell'astro a lui affine, vivrebbe una vita felice e ordinaria:

se invece sbagliasse in questo, nella seconda generazione si muterebbe nella natura di donna; e se neppure in queste

circostanze facesse cessare la sua cattiveria, a seconda della sua malvagità, si muterebbe di continuo in una natura ferina

tale da somigliare al vizio che in lui si fosse generato, e mutando in questo modo non cesserebbe dalle sue pene se non

quando, lasciandosi trascinare dal periodo del medesimo e del simile che è in sé, e dominando con la ragione la gran

massa che si fosse venuta a generare sul suo essere, costituita di fuoco, di acqua, di aria, e di terra, una massa

tumultuosa ed irrazionale, non giungesse nella specie della prima ed ottima condizione. Dopo che legiferò per essi tutte

queste leggi, per non essere responsabile della malvagità futura di ciascuno, seminò alcuni di essi nella terra, altri nella

luna, altri ancora in altri organi del tempo: dopo la seminagione affidò ai giovani dèi il compito di plasmare corpi

mortali e di completare quanto dell'anima umana era ancora da aggiungere, e tutto ciò che ne conseguiva, e di governare

le anime e di guidare l'essere mortale nel modo più bello e migliore possibile, perché non fosse esso stesso causa dei

suoi mali.

Avendo ordinato tutto ciò, rimase nel suo stato, com'era conveniente: e mentre egli stava in questo stato, i figli,

compreso l'ordinamento del padre, gli obbedivano. E preso l'immortale principio dell'essere mortale, imitando il loro

demiurgo, presero in prestito dal mondo parti di fuoco, di terra, di acqua e di aria che sarebbero poi state restituite, e le

unirono insieme, non con quei legami indissolubili con cui essi erano uniti, ma, connettendole con moltissimi chiodi

invisibili per la loro piccolezza, e realizzando così da tutti gli elementi un corpo unico per ciascuno, legarono i circoli

dell'anima immortale a questi corpi soggetti ad influssi ed efflussi. E questi circoli, legati come ad un fiume in piena,

non dominavano e non erano dominati, mentre a forza erano trasportati e trasportavano, sicché tutto l'essere vivente si

muoveva, avanzando in modo disordinato dove il caso lo portava, e senza ragione, avendo in sé tutti e sei i movimenti:

si muoveva in avanti e indietro, e a destra e a sinistra, e in basso e in alto, ed errando da ogni parte procedeva nelle sei

direzioni. Era impetuosa l'ondata che affluiva e refluiva e che procurava il nutrimento, ma le impressioni che

giungevano dall'esterno determinavano in ciascuno ancor più scompiglio, quando il corpo incontrasse all'esterno un

fuoco estraneo, o anche la solidità della terra, o l'umido scorrere delle acque, o fosse sorpreso dal turbine dei venti

portati dall'aria, e quando i movimenti causati da tutti questi fenomeni, attraverso il corpo, colpissero l'anima: e tutti

questi movimenti, in seguito, furono chiamati per queste ragioni sensazioni, e ancora ad esso così si chiamano. Le

sensazioni, procurando anche allora moltissimo e grandissimo movimento, e, insieme al fiume che continuamente

fluisce, muovendo e scuotendo con violenza i circoli dell'anima, impedirono completamente, scorrendo in direzione

opposta, il circolo del medesimo, e proibirono che dominasse e progredisse nel suo corso, e in seguito turbarono anche

il circolo dell'altro. In tal modo i tre intervalli doppi e i tre intervalli tripli, e i medi e i legami dell'uno e mezzo, dell'uno

e un terzo, e dell'uno e un ottavo, (20) non potendo essere del tutto sciolti se non da chi li aveva legati, esse li contorsero

in tutte le direzioni, e provocarono tutte le fratture e le deviazioni che erano possibili, in modo che quei circoli, stando

appena uniti fra loro, si muovevano, ma si muovevano senza criterio logico, ora in senso contrario, ora in senso obliquo,

ora supini: come quando un uomo supino, appoggiato il capo a terra e sollevando in alto i piedi, si mette di fronte a

qualcuno, allora in questa posizione dì chi si trova in tale condizione e di chi lo osserva, la destra sembra la sinistra, e la

sinistra la destra, a seconda delle rispettive posizioni dei due osservatori.

Quando dunque i circoli dell'anima subiscono il violento impatto di questi stessi turbamenti e di altri simili, e

quando si imbattono in qualcuno degli oggetti esterni appartenenti al genere del medesimo o dell'altro, allora,

chiamando in modo contrario alla verità ciò che è medesimo o diverso rispetto a qualcosa, diventano falsi ed insensati, e

non vi è in essi nessun circolo che governi o che faccia da guida agli altri: quando poi alcune sensazioni, provenendo Platone Timeo

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dall'esterno, si abbattono su questi circoli e trascinano con sé anche tutto l'involucro dell'anima, allora, benché essi siano

dominati, sembrano dominare. A causa di tutte queste impressioni esterne, l'anima, adesso come in principio, non

appena si lega al corpo immortale, diventa insensata.

Quando però il flusso di ciò che serve a far crescere e nutrire giunge con minore intensità, e i circoli dell'anima,

ripresa la calma, vanno di nuovo per la loro strada, e si rinsaldano con il passare del tempo, allora le orbite di ciascun

circolo, procedendo ormai secondo il loro corso naturale e correggendosi, chiamano in maniera corretta l'altro e il

medesimo, e rendono assennato chi le possiede. Se inoltre interviene una retta educazione ed istruzione, l'individuo,

liberato dalla più grande malattia, diventa integro e perfettamente sano, ma se non presta attenzione, percorrendo

zoppicando il cammino della vita, ritorna nell'Ade imperfetto e insensato.

Ma questo arriverà alla fine, nell'occasione più opportuna. Intanto dobbiamo spiegare con maggior precisione ciò

che ora è stato proposto, e cioè si deve innanzitutto parlare della generazione dei singoli corpi e dell'anima, e in base a

quali ragioni e pensieri degli dèi essi furono generati: questo bisogna trattare, seguendo la ragione più verosimile, e

procedere così lungo questa strada.

Imitando la forma dell'universo che è sferica, gli dèi collegarono i circoli divini, che sono due, in un corpo sferico

che ora chiamiamo capo, che è la parte più divina e che governa tutte le altre che sono in noi: e al capo gli dèi

affidarono, come servitore, tutto il corpo, una volta che lo ebbero formato, pensando che esso avrebbe preso parte di

tutti quanti i suoi movimenti. Perché allora, rotolando sulla terra che ha alture e profondità di ogni sorta non incontrasse

difficoltà nel superare le une e a venir fuori dalle altre, gli diedero questo corpo come carro, e l'agilità di muoversi:

perciò il corpo ha una lunghezza, e generò quattro membra distese e flessibili, strumenti fabbricati dal dio con i quali

prendendo e appoggiandosi sopra, potesse spostarsi in ogni luogo, portando nella parte alta di noi la dimora di ciò che è

più divino e più sacro. Così e per questa ragione furono aggiunti a tutti gambe e mani. Poiché gli dèi ritenevano che la

parte anteriore fosse più degna di quella posteriore e più adatta al comando, ci diedero soprattutto la possibilità di

muoverci in questa direzione. Dunque bisognava che l'uomo avesse la parte anteriore del corpo distinta e diversa. Perciò

prima di tutto intorno alla cavità del capo, dopo avervi sistemato il volto, legarono ad esso gli organi che servono per

ogni previsione dell'anima, e decisero che questa parte, per natura anteriore, prendesse parte del comando. Prima i ogni

altro organo fecero gli occhi, i quali portano la luce e li attaccarono in tal modo: di tutto quel fuoco che non ha la

proprietà di bruciare, ma che procura la mite luce propria di ogni giorno, fecero in modo che vi fosse un corpo. Quindi il

fuoco puro che è dentro di noi, e che è come fratello del fuoco esterno, lo fecero scorrere liscio e denso attraverso gli

occhi, comprimendo tutte le parti degli occhi, ma soprattutto la parte centrale, perché trattenessero tutto quanto è più

grasso, e lasciassero passare solo quello puro. Quando dunque vi è la luce diurna intorno alla corrente del fuoco della

vista, allora il simile si incontra con il simile, diventando un tutt'uno compatto, e forma un corpo unico e concorde nella

direzione degli occhi, dove la luce che viene dal di dentro si scontra con quella che proviene da fuori. Se questo corpo,

diventato tutto ugualmente sensibile a causa della sua conformità, viene a contatto con qualcosa o lo subisce,

propagando i movimenti di queste impressioni per tutto il corpo fino all'anima, procura quella sensazione per cui noi

diciamo di vedere. Ma quando il fuoco del giorno scompare nella notte, il fuoco della vista si separa dal suo affine:

uscendo fuori dagli occhi e imbattendosi nel dissimile, si altera e si spegne, non essendo più della stessa natura dell'aria

circostante, poiché essa non ha più fuoco. L'occhio cessa di vedere e chiama il sonno: le palpebre, infatti, che gli dèi

hanno fabbricato per la salvezza della vista, quando si chiudono, trattengono la potenza del fuoco interno la quale placa

e calma i movimenti interiori, e una volta appianati giunge la quiete. E quando la quiete è molta, si verifica un sonno

fatto di brevi sogni, mentre se permangono agitazioni più grandi, a seconda della loro natura e delle parti del corpo in

cui rimangono, producono all'interno tali e tanti visioni che rassomigliano a quelle esterne e che da svegli ci ricordiamo.

Per quanto riguarda la formazione delle immagini negli specchi e tutti quei corpi lucidi e levigati, non è difficile

rendersi conto. Infatti, dalla combinazione reciproca del fuoco interno e di quello esterno, che diventano ogni volta uno

solo sulla superficie levigata e in molti modi si trasformano, derivano di necessità tutte le apparenze di questo genere,

dal momento che il fuoco che si trova intorno al volto diventa un tutt'uno con il fuoco che esce dagli occhi su di una

superficie liscia e lucida. E la sinistra sembra la destra, poiché le parti opposte del fuoco della vista vengono in contatto

con le parti opposte del fuoco esterno, contrariamente al solito modo con cui avviene il contatto: la destra, invece,

appare destra e la sinistra sinistra, al contrario, quando la luce, componendosi, muta la sua posizione con ciò con cui si

compone. Questo si verifica quando, essendo la superficie levigata degli specchi curvata innanzi dalle due parti, la sua

parte destra invia luce verso la sinistra del fuoco della vista e la sinistra verso la destra. Se questo stesso specchio si

volge secondo la lunghezza del volto, fa in modo che tutto appaia capovolto, e quindi la luce che proviene dal basso

viene proiettata verso la parte superiore del raggio visivo, e quella che proviene dall'alto verso la parte inferiore.

Tutte queste sono concause di cui il dio si serve come di assistenti per realizzare, per quanto è possibile, l'idea

dell'ottimo: dalla maggior parte delle persone, invece, vengono ritenute cause, e non concause di tutta la realtà, perché

raffreddano e riscaldano, condensano e dilatano, e compiono altre cose di questo genere.

Esse però non sono in grado di possedere alcuna ragione, né intelligenza nei confronti di nulla. Di tutti gli esseri si

deve dire che soltanto l'anima è quella cui conviene che sia fornita di intelligenza: infatti essa è invisibile, mentre il

fuoco e l'acqua, la terra e l'aria sono tutti corpi visibili. è allora necessario che chi ama l'intelligenza e la scienza vada

alla ricerca delle cause prime della natura ragionevole, e in seguito, le cause che si generano da altre cause e che di

necessità ne muovono altre. Anche noi dobbiamo fare così : bisogna parlare di queste due specie di cause, distinguendo

quelle che con intelligenza fabbricano ciò che è bello e buono, da quelle che, separate dall'intelligenza, operano ogni

volta a caso e in modo disordinato. Ma sulle concause degli occhi in relazione alle quali essi hanno quella facoltà che Platone Timeo

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essi ora hanno avuto in sorte, si è detto a suficienza: dopo di ciò si deve parlare del loro grandissimo vantaggio, grazie a

cui il dio ce ne ha fatto dono. Secondo il mio ragionamento la vista è diventata causa del più grande vantaggio per noi,

perché nessuno dei discorsi che ora abbiamo pronunciato intorno all'universo sarebbe mai stato detto se non avessimo

visto gli astri, il sole e il cielo. Ora le osservazioni del giorno e della notte, dei mesi e dei periodi degli anni, degli

equinozi e dei solstizi hanno procurato il numero, e hanno fornito la riflessione sul tempo e la ricerca sulla natura

dell'universo: da queste cose abbiamo ottenuto il genere della filosofia, di cui nessun bene più grande giunse, né

giungerà mai alla stirpe mortale come dono degli dèi. Dico che questo è il bene più grande degli occhi: quanto agli altri,

che sono minori, perché dovremmo celebrarli? E chi non è filosofo, se si lamentasse per aver perso la vista, non si

lamenterebbe invano?

Ma dobbiamo dire che la ragione per cui il dio ha scoperto e ci ha donato la vista è quella per cui, osservando nel

cielo i circoli dell'intelligenza, ce ne servissimo per i circoli della nostra intelligenza, che sono affini a quelli, anche se i

nostri sono disordinati, mentre quelli ordinati, e dunque, appresi e resi partecipi della correttezza dei ragionamenti

naturali, imitando i movimenti del dio che sono assolutamente regolari, potessimo correggere gli errori dei nostri. Per

quanto riguarda la voce e l'udito vale di nuovo lo stesso discorso, e cioè che per gli stessi scopi e le stesse ragioni sono

stati donati dagli dèi. La parola è stata ordinata per lo stesso scopo, e ad esso ha contribuito moltissimo, e così quanto vi

è di utile nel suono della musica è stato donato all'udito a causa dell'armonia. E l'armonia, dotata di movimenti affini ai

circoli della nostra anima, a chi con intelligenza si serve delle Muse non sembra utile, come si crede ora, a procurare un

piacere irragionevole: ma essa è stata data dalle Muse per ordinare e rendere consono con se stesso il circolo della

nostra anima che fosse diventato discorde. E il ritmo è stato donato da quelle per questo stesso motivo, vale a dire per

ovviare a quella condizione che interessa la maggior parte di noi e che consiste nella mancanza di misura e di grazia.

Nel discorso precedente, tranne brevi accenni, si è parlato di ciò che è stato realizzato mediante l'intelligenza: a

questa parte del discorso bisogna aggiungere anche ciò che avviene per necessità.

Infatti la genesi di questo mondo è mista, derivando da una composizione di necessità e di intelligenza.

L'intelligenza dominò la necessità, persuadendola a muovere verso l'ottimo bene la maggior parte delle cose che si

generavano, e così , poiché la necessità si era lasciata dominare da una saggia persuasione, venne in principio realizzato

quest'universo. Se dunque qualcuno dirà come esso si è effettivamente formato, dovrà includere questa specie di causa

mutevole, per quanto, secondo la sua natura, vi abbia apportato il suo contributo: così ora si deve ritornare indietro, e

ricominciare di nuovo da capo anche per queste cose, così come avevamo fatto per quelle di prima, dando a questa

stessa questione un altro principio che le si adatti. Bisogna osservare la natura del fuoco e dell'acqua, dell'aria e della

terra prima della nascita del cielo, e le sue proprietà precedenti: ora nessuno mai indicò la loro origine, ma come se si

sapesse che cos'è il fuoco e ciascuno degli altri elementi, diciamo che essi sono i princì pi primi ponendoli come le

lettere dell'universo, mentre converrebbe avere un po' di intelligenza per capire che non si potrebbero neppure

paragonare con verosimiglianza alle specie delle sillabe. Adesso il nostro intento sarà questo: non dobbiamo parlare per

ora del principio, o dei princì pi, o come si voglia dire, di tutte le cose, e non per altro se non per questo motivo, e cioè

per il fatto che è difficile manifestare la mia opinione con l'attuale metodo di discussione. Non crediate pertanto che io

debba parlarvene, e del resto neppure io stesso potrei convincermi di far bene ad assumermi un compito così gravoso:

ma osservando, come fu detto in principio, la forza dei ragionamenti verisimili, tenterò prima di tutto di dire riguardo ad

ogni cosa ed a tutte le cose in generale, ragioni non meno verosimili, anzi ancor più verosimili delle altre. Dunque, dopo

aver invocato anche ora, all'inizio del discorso, il dio salvatore perché ci scampi da una trattazione assurda e insensata e

ci conduca in salvo verso opinioni verosimili, cominciamo di nuovo a parlare.

Questo ragionamento intorno all'universo avrà sin dall'inizio più divisioni di prima: allora noi distinguemmo due

specie, ora dobbiamo mostrare un'altra terza specie. Nel discorso di prima, infatti, erano sufficienti due specie, una

presentata come la specie del modello, che è intellegibile e sempre allo stesso modo, la seconda che è l'imitazione del

modello, che ha nascita ed è visibile: allora non ne individuammo una terza, pensando che due sarebbero bastate. Ora il

discorso pare che ci costringa a tentare di spiegare con le parole questa specie difficile e oscura.

Quale proprietà si deve supporre che essa abbia secondo natura?

Questa soprattutto: di essere il ricettacolo di tutto quanto si genera, come fosse una nutrice. Questa è la verità, ma si

deve parlarne con maggior chiarezza, anche se è difficile soprattutto perché si devono sollevare dei dubbi sul fuoco e

sugli altri elementi che sono uniti con il fuoco: per ciascuno di questi elementi è infatti difficile dire quale

effettivamente si debba chiamare acqua piuttosto che fuoco, e quale si può chiamare in qualsiasi altro modo piuttosto

che con tutti i nomi o con ciascun nome, in modo tale che si possa parlare con fedeltà e con sicurezza.

Come dunque potremmo dire questo, e in che modo, e come si potranno verosimilmente risolvere i nostri dubbi? In

primo luogo, quella che ora abbiamo chiamato acqua, quando gela, osserviamo che diventa, a quanto pare, pietre e terra,

quando evapora e si dissolve, essa diventa vento e aria, e l'aria, bruciando, diventa fuoco, e il fuoco, comprimendosi e

spegnendosi, ritorna nuovamente nella forma di aria, e l'aria, compressa e condensata, diviene nuvola e nebbia, e da

queste ultime, quando si condensano ancora di più, scorre l'acqua, e dall'acqua nasce di nuovo terra e pietre, in modo

che questi corpi, a quanto sembra, si trasmettono come in un ciclo la generazione. E poiché ciascuno di questi corpi non

si presenta mai sotto la stessa forma, come non vergognarsi se si afferma con sicurezza che uno qualsiasi di essi

corrisponde a quel corpo e non ad un'altro? Di nessuno si può dire questo, ma su tali questioni il modo di parlare di gran

lunga più sicuro è quello che segue: di quello che sempre noi osserviamo mutarsi da una forma ad un'altra, come il

fuoco, non si deve dire che questo è il fuoco, ma ogni volta che esso ha tale proprietà, né che questa è l'acqua, ma

sempre che essa ha tale proprietà, e infine nessuna altra cosa, quasi avesse una qualche stabilità, dobbiamo indicare Platone Timeo

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mediante l'uso delle determinazioni "questo" e "quello", ritenendo di mostrare qualcosa di determinato. Infatti sfuggono

e non tollerano le determinazioni di "questo" e "quello" e di "così " e ogni altra definizione che le indichi come se

fossero stabili. Non dobbiamo allora chiamare in tal modo ciascuna di queste cose, ma di ciascuna di esse e di tutte

insieme dobbiamo indicare soltanto quella tale proprietà che circola simile dall'una all'altra, e dunque diremo fuoco ciò

che attraverso ogni cosa è sempre tale, e così per tutto quanto ha nascita: ma ciò in cui ciascuna di queste proprietà

compare quando nasce e di nuovo svanisce, solo quello dobbiamo chiamare con il nome di "questo" e di "quello",

mentre per quanto riguarda le qualità come caldo, freddo e qualsiasi dei loro contrari e tutto quanto deriva da essi,

nessuna di quelle si possono indicare con tali termini. Ma a questo proposito cerchiamo di parlare ancor più

chiaramente. Se qualcuno, modellando con dell'oro figure di ogni specie, non smettesse di trasformare ciascuna di esse

in tutte le altre, e se un tale, indicando una di quelle, chiedesse che cos'è mai, si potrebbe rispondere, avvicinandosi con

grande sicurezza alla verità, che è oro: ma per quel che riguarda il triangolo e tutte le altre figure che potrebbero nascere

da quell'oro, non sarebbe possibile affermarne l'esistenza, perché mutano nel momento stesso in cui si pongono, e allora

quel tale dovrebbe accontentarsi di voler accettare con sicurezza soltanto quella tale proprietà. Lo stesso discorso vale

anche per quella natura che accoglie tutti i corpi: essa dev'essere chiamata sempre allo stesso modo, perché non

abbandona mai la sua proprietà.

Infatti accoglie in sé tutte le cose, e non assume affatto in alcun modo forma simile ad alcuna delle cose che riceve,

perché per natura essa è come un'impronta di ogni cosa e, messa in movimento e foggiata dalle cose che entrano,

appare, grazie ad esse, ora in una forma ora in un'altra. Le cose che entrano ed escono sono immagini di quelle che

sempre sono, e sono improntate da esse in un modo indicibile e meraviglioso che dopo esamineremo. Per il momento

bisogna riflettere su tre generi, vale a dire quello che è generato, quello in cui è generato, quello a somiglianza del quale

nasce ciò che è generato.

Conviene paragonare alla madre quello che riceve, al padre quello da cui riceve, al figlio la natura intermedia, e

considerare che, dovendo l'impronta essere assai varia e di tutte le varietà, ciò in cui si forma l'impronta sarà ben

preparato a ricevere, a condizione che non sia fornito di tutte quelle forme quante si appresta a ricevere da fuori. Se

infatti ciò che riceve fosse simile ad una di quelle cose che entrano, e se dovesse accogliere quelle cose che fossero

sopraggiunte e che avessero natura contraria e del tutto estranea ad esso, le rappresenterebbe male, perché accanto a

quelle rappresenterebbe la propria forma. Perciò bisogna che ciò che deve accogliere in sé tutte le specie sia estraneo ad

ogni forma, come per gli unguenti odorosi ad arte si escogita prima di tutto il modo per cui siano assolutamente inodori

i liquidi che devono accogliere gli odori, mentre quelli che cominciano a plasmare delle figure in qualcosa di molle, non

permettono che si manifesti affatto alcuna figura, ma spianano prima la materia per renderla quanto più è possibile

liscia. Allo stesso modo, anche ciò che spesso deve ricevere bene in ogni sua parte le immagini di tutte quelle cose che

sempre sono, conviene che per natura sia estraneo a tutte le forme.

Perciò la madre e il ricettacolo di tutto ciò che è generato visibile e assolutamente sensibile non dobbiamo chiamarla

né terra, né aria, né fuoco, né acqua, né quante da queste sono nate, né quelle da cui queste sono nate: ma se diciamo

che è una specie invisibile e priva di forma, che tutto accoglie, che prende parte dell'intellegibile in modo assai oscuro e

difficile a comprendersi, non diremo nulla di falso. Per quanto dunque possiamo giungere, sulla base delle cose dette, ad

una definizione della sua natura, si potrebbe dire assai giustamente in questo modo: sembra ogni volta fuoco la parte

infuocata di essa, acqua la parte liquida, terra e aria nella misura in cui accoglie le loro immagini. Ora però, discutendo

intorno a queste cose, valutiamo con più attenzione tale questione: vi è un fuoco che esiste di per sé, e così tutte le cose

di cui sempre diciamo che esistono ciascuna di per sé esistono veramente in sé, oppure tutte queste cose che noi

vediamo, e le altre cose che percepiamo attraverso il corpo sono le uniche ad avere tale verità, mentre non ve n'è affatto

altre, oltre a queste?

Invano allora ogni volta affermiamo che esiste per ciascun oggetto una specie intellegibile, e che altro non sarebbe

se non soltanto una parola? Dunque, se lasciamo da parte la presente questione senza esaminarla e giudicarla, non

potremo affermare con sicurezza che le cose stiano in un modo o nell'altro, e tuttavia non si può aggiungere alla

lunghezza del discorso un'altra lunga digressione. Sarebbe assai opportuno se si individuasse una definizione chiara e

netta espressa in poche parole. Ecco dunque il mio parere: se l'intelligenza e la vera opinione sono due generi distinti,

queste specie esistono assolutamente di per sé, e non le possiamo percepire attraverso i sensi, ma soltanto attraverso

l'intelletto. Se poi, come sembra ad alcuni, la vera opinione non differisce in nulla dall'intelligenza, allora dobbiamo

considerare assolutamente certo tutto quanto sentiamo attraverso il corpo.

E tuttavia si deve dire che sono due generi distinti, poiché si sono generati separatamente ed hanno natura dissimile.

L'una infatti nasce in noi attraverso l'insegnamento, l'altra si ingenera in noi attraverso la persuasione, l'una si

accompagna sempre insieme al veritiero ragionamento, l'altra è priva di ragione, l'una non si lascia piegare dalla

persuasione, l'altra si lascia facilmente persuadere: e si deve dire che ogni uomo prende parte dell'opinione, mentre il

dio dell'intelligenza, nonché una ristretta cerchia di uomini. Stando così le cose, dobbiamo riconoscere che vi è una

prima specie che è sempre allo stesso modo, immune da generazione e da corruzione, che non riceve in sé altro da

altrove, e che essa stessa non procede in altro, invisibile e soprattutto impercettibile, ed è questa che l'intelligenza

ottenne in sorte di osservare. La seconda specie ha lo stesso nome ed è simile a quella, è percettibile, generata, sempre

in movimento, e nasce in un certo luogo e in quel luogo di nuovo perisce, e questa può essere colta dall'opinione

mediante la sensazione. Vi è infine una terza specie, che sempre esiste ed è quella dello spazio: essa non riceve in sé

corruzione, offre una sede a tutte le cose che hanno una nascita, si può cogliere non mediante la sensazione, ma con un

ragionamento alterato, e a stento le si può prestare fede, e quando ci rivolgiamo ad essa, sogniamo e affermiamo che è Platone Timeo

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necessario che tutto ciò che è si trovi in qualche luogo e occupi uno spazio, e che ciò che non è in terra, né in cielo, non

è nulla. Ma tutte queste cose, ed altre affini ad esse, intorno alla natura che al di fuori del sonno è realmente esistente,

per questo nostro sognare non siamo in grado, una volta svegli, di distinguerle, e di dire la verità: e cioè che dunque

all'immagine, se è vero che non le appartiene neppure l'essere per cui fu generata, ma si muove sempre come il riflesso

di qualcos'altro, conviene per queste ragioni che si generi in qualcos'altro, attaccandosi in qualunque modo all'esistenza,

oppure che non sia assolutamente niente; invece a ciò che realmente esiste viene in soccorso la ragione vera ed esatta,

dimostrando che finché una cosa è una cosa e un'altra un'altra, nessuna delle due può esistere nell'altra in modo da

essere nello stesso tempo una sola cosa e due.

Questo dunque, per sommi capi, il ragionamento che ho formulato secondo il mio pensiero, e cioè che, anche prima

che il cielo fosse generato, vi erano tre principi distinti: l'essere, lo spazio, e la generazione. La nutrice della

generazione, inumidita e infuocata, accogliendo in sé le forme della terra e dell'aria, e subendo tutte le altre condizioni

che seguono a quelle, appariva multiforme, e poiché era piena di forze non omogenee né equivalenti, mancava essa

stessa di equilibrio, ma, oscillando in modo irregolare, veniva scossa da quelle forze, e muovendosi, a sua volta

scuoteva quelle. E le diverse parti, mosse ora in una direzione ora in un altra, separandosi venivano sempre trasportate,

come quando, dopo che sono state scosse e ventilate dai vagli e dagli strumenti che servono a purificare il grano, le parti

dense e pesanti vanno da una parte, mentre quelle che sono passate al vaglio e sono leggere vengono sistemate da

un'altra parte: così allora quei quattro elementi, scossi dal loro ricettacolo, il quale si muoveva esso stesso in qualità di

strumento che procurava la scossa, separavano da sé, quanto più era possibile, le parti meno omogenee, ammassando

quanto più potevano in uno stesso punto le parti del tutto omogenee, e perciò, prima che nascesse l'universo ordinato da

essi, alcuni occuparono una posizione, altri un'altra. In un primo tempo tutti questi elementi erano disposti senza ragione

e senza misura: e quando il dio cominciò ad ordinare l'universo, in principio il fuoco, l'acqua, la terra e l'aria, che pure

avevano tracce delle proprie forme, si trovavano in quella condizione in cui è naturale che ogni cosa si trovi quando il

dio è assente. Essendo in tale stato, il dio allora li adornò dapprima di forme e di figure. E che il dio ordinò insieme

questi elementi, partendo da una condizione ben diversa, nel modo più bello e più nobile possibile, dobbiamo dirlo

sempre e di ogni cosa. Ora però voglio cercare di mostrarvi con un discorso insolito come ciascuno di questi elementi è

stato ordinato ed è nato, ma dal momento che conoscete il metodo scientifico con il quale bisogna mostrare le cose che

dico, mi seguirete. In primo luogo è chiaro a chiunque che fuoco, terra, acqua e aria sono corpi: e ogni specie di corpo

ha anche profondità. Ed è assolutamente necessario che la profondità includa la natura del piano; e la superficie piana e

rettilinea è formata da triangoli. Tutti i triangoli derivano da due triangoli, ciascuno dei quali ha un angolo retto e due

acuti: e di questi triangoli l'uno ha, dall'una e dall'altra parte, una parte uguale di angolo retto diviso da lati uguali, l'altro

due parti disuguali di angolo retto diviso da lati disuguali. (21) Questo è il principio che noi stabiliamo per il fuoco e per

gli altri corpi, procedendo secondo un ragionamento necessario e verosimile: quanto ai princì pi superiori a questi, li

conosce il dio e, fra gli uomini, chi a lui è caro. Ora bisogna dire quali sono i quattro bellissimi corpi, fra di loro

dissimili, di cui alcuni possono, dissolvendosi, generarsi reciprocamente: se scopriamo questa cosa, abbiamo la verità

intorno alla nascita della terra e del fuoco e di tutti gli altri elementi che secondo una proporzione stanno nel mezzo.

Non saremo infatti d'accordo con nessuno che affermi che vi sono corpi visibili più belli di questi, i quali costituiscono

ciascuno un genere a se stante. Cercheremo dunque di accordare insieme questi quattro generi di corpi che si

distinguono per la loro bellezza, e allora diremo di aver compreso a sufficienza la loro natura. Dei due triangoli

l'isoscele ha ottenuto in sorte una sola forma, lo scaleno infinite: e dunque fra queste forme infinite bisogna scegliere la

più bella, se vogliamo cominciare in modo conveniente. Se allora qualcuno fosse in grado di dirci, in base alla sua

scelta, una più bella ancora per la composizione di questi corpi, quello dunque avrà ragione come amico e non come

nemico: lasciando da parte gli altri triangoli, stabiliamo dunque che fra i molti triangoli uno sia il più bello, e cioè quel

triangolo che ripetuto forma un terzo triangolo, l'equilatero.

Spiegarne la ragione, sarebbe un discorso troppo lungo: e tuttavia vi è in premio la nostra amicizia per chi rifiuterà

questa cosa e dimostrerà che non è così . I due triangoli scelti da cui sono stati realizzati i corpi del fuoco e degli altri

elementi siano l'isoscele e quello che ha sempre il quadrato del lato maggiore triplo del quadrato del minore. Ora

definiamo meglio quel che prima si è detto in modo oscuro. Infatti ci sembrava che i quattro elementi traessero tutti

origine uno dall'altro, ma questa visione non era corretta: in realtà i quattro elementi derivano dai triangoli che abbiamo

scelto, e cioè tre si formano da quello che ha i lati disuguali, mentre il quarto è formato esso soltanto dal triangolo

isoscele. Non possono dunque dissolversi tutti quanti reciprocamente, in modo che da un grande numero di corpi piccoli

nasca un piccolo numero di corpi grandi, e viceversa, ma questo vale soltanto per i primi tre: poiché derivano tutti da un

solo triangolo, quando i più grandi si dissolvono, se ne formeranno molti e piccoli, i quali accolgono le figure a loro

appropriate, e quando invece numerosi corpi piccoli si dividono nei triangoli, derivando un solo numero di una sola

massa, costituiranno un'altra grande specie. Dunque, quanto si è detto sulla loro reciproca generazione sia sufficiente.

Quello che si deve qui di seguito spiegare è come si è formata ciascuna specie di essi, e dalla combinazione di quanti

numeri. Si comincerà dalla prima specie, che è ordinata nel modo più semplice: elemento di essa è il triangolo che ha

l'ipotenusa lunga il doppio del lato minore. Se si accostano due triangoli di questo tipo secondo la diagonale, e per tre

volte si ripete l'operazione, e le diagonali e i lati piccoli convergono nello stesso punto, come in un centro, dai sei

triangoli nasce un solo triangolo equilatero: e se si compongono insieme quattro triangoli equilateri, formano per ogni

tre angoli piani un angolo solido, che segue immediatamente il più ottuso degli angoli piani. Formati questi quattro

angoli, abbiamo la prima specie di solidi, (22) che può dividere l'intera sfera in parti uguali e simili. La seconda specie

si forma dagli stessi triangoli, riuniti insieme in otto triangoli equilateri, in modo da formare un angolo solido da quattro Platone Timeo

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angoli piani: e quando vi siano sei angoli di questo tipo, il corpo della seconda specie è così compiuto.(23) La terza

specie e formata da centoventi triangoli connessi insieme, da dodici angoli solidi, compresi ciascuno da cinque triangoli

equilateri piani, e ha per base venti triangoli equilateri.(24) E l'uno dei due elementi, dopo aver generato queste figure,

terminò la sua funzione. Il triangolo isoscele generò la natura della quarta specie, che è formata da quattro triangoli

isosceli, con gli angoli retti congiunti nel centro, così da formare un tetragono equilatero: sei di questi tetragoni

equilateri, accostati insieme, formano otto angoli solidi, ciascuno dei quali è formato dall'armonica combinazione di tre

angoli piani retti. La figura del corpo che così è formata è quella cubica, ed ha per base sei tetragoni equilateri piani.(25)

Vi era ancora una quinta combinazione, di cui il dio si servì per decorare l'universo.(26) Se qualcuno, riflettendo con

attenzione su tutto quello che è stato detto, non riuscisse a decidersi se conviene dire che i mondi sono infiniti oppure

limitati, potrebbe effettivamente ritenere che il pensarli di numero illimitato sia proprio di chi conosce in modo limitato

ciò che occorre sapere senza limiti; mentre sul fatto che sia più conveniente affermare che esso è uno solo o siano stati

veramente generati nel numero di cinque, chi ponesse tale dubbio, a buon diritto dubiterebbe. Noi suggeriamo che,

secondo una ragione verosimile, ne sia stato generato uno solo; un altro, in base ad altre considerazioni, può pensarla in

un altro modo. Ma lasciamo perdere questa questione, e le specie che ora si sono formate mediante il ragionamento

distribuiamole nel fuoco, nella terra, nell'acqua e nell'aria. E alla terra assegnamo la figura cubica: fra le quattro specie,

infatti, la terra è quella meno soggetta a movimento, e fra tutti i corpi è la più plasmabile, ed è assolutamente necessario

che sia tale quel corpo che ha le basi più salde: fra i triangoli che abbiamo posto in principio, è per natura più salda la

base di triangoli a lati uguali che quella di quelli a lati disuguali, e la figura piana, che è formata dall'una e dall'altra

specie di triangoli, il tetragono equilatero, sia nelle parti, sia nel tutto, è inevitabilmente più stabile del triangolo

equilatero.

Perciò assegnando questa forma alla terra, manteniamo un discorso verosimile, mentre all'acqua assegnamo la forma

meno soggetta a movimento fra le altre, al fuoco la più mobile, all'aria quella intermedia: e attribuiamo il corpo più

piccolo al fuoco, il più grande all'acqua, quello intermedio all'aria. E ancora il più acuto al fuoco, il secondo per

acutezza all'aria, il terzo all'acqua. Fra tutte queste forme, allora, quella che ha il minor numero di basi è inevitabile sia

la più soggetta a movimento, essendo fra tutte le altre la più tagliente e la più acuta in ogni sua parte, ed inoltre la più

leggera, essendo formata dal minor numero delle medesime parti: e la seconda di queste forme ha tutte queste proprietà

in secondo grado, e la terza le possiede in terzo grado. Secondo un ragionamento corretto e verosimile, la figura solida

della piramide sia l'elemento e la semenza del fuoco, seconda per generazione diciamo che sia la figura dell'aria, terza

quella dell'acqua. Tutte queste figure bisogna concepirle così piccole, che nessuna delle singole parti di ciascuna specie

è visibile ai nostri occhi per la sua piccolezza, ma, se molte si riuniscono insieme, è possibile vedere le loro masse: per

quanto riguarda le proporzioni relative ai numeri, ai movimenti e a tutte le altre proprietà, il dio, dopo aver realizzato in

ogni parte alla perfezione queste cose, finché la natura della necessità si lasciava spontaneamente persuadere, le unì in

proporzione ed armonia.

Dopo tutto quello che abbiamo detto riguardo alle diverse specie, la questione starebbe assai verosimilmente in

questi termini.

La terra, incontrando il fuoco e disciolta dalla proprietà di quello di essere acuto, vagherebbe o fondendosi nel fuoco

stesso, o imbattendosi nella massa dell'aria e dell'acqua, fino a che le sue parti, incontrandosi ed unendosi di nuovo

insieme fra loro, diventassero terra: in nessun'altra specie, infatti, essa mai potrebbe trasformarsi. L'acqua, invece, divisa

dal fuoco e anche dall'aria, è possibile che si ricomponga in un corpo di fuoco e in due di aria: e le particelle di aria,

perdendo la loro unità e dissolvendosi, danno origine a due corpi di fuoco. E viceversa, quando una piccola quantità di

fuoco racchiusa in una grande massa di aria, di acqua, e in qualche parte di terra, agitata dal movimento di ciò che la

racchiude, e vinta dopo aver fatto opposizione, si spezza, due corpi di fuoco si ricompongono in una sola specie di aria.

E se l'aria è dominata e sminuzzata da due elementi interi di aria e un mezzo, si formerà una specie intera di acqua. Ma

riflettiamo di nuovo su queste cose in questo modo: quando una delle altre specie, chiusa nel fuoco, è tagliata

dall'acutezza dei suoi angoli e dei suoi lati, se si compone nella natura di quello, cessa di essere tagliata. Infatti nessuna

specie simile o identica a se stessa è in grado di determinare un mutamento o di subirlo da parte di ciò che è identico e

simile: e finché una specie, incontrandosi con un'altra, combatte - essa che è più debole con una più forte -, non smette

di disciogliersi. Così quando specie più piccole e poche, contenute in specie più grandi e numerose, si spezzano e si

annientano, quelle che vogliono comporsi nella forma dell'elemento che predomina, cessano di annientarsi, e da fuoco

diventano aria, da aria diventano acqua. Se alcuni elementi si riuniscono insieme, e un agglomerato formato da altre

specie li assalta, questi non cessano di dissolversi, finché o del tutto espulsi o dissolti si rifugiano presso la specie che è

loro affine, oppure, una volta vinti, diventano una sola cosa assimilandosi all'elemento vincitore e rimangono ad abitare

con lui. Pertanto, in base a queste trasformazioni, gli elementi cambiano tutti di sede: infatti le masse di ciascun

elemento si separano e si distribuiscono secondo il loro proprio luogo in virtù del movimento del ricettacolo che li

contiene, e ogni volta che diventano dissimili a se stessi e simili ad altri, vengono trasportati, per l'agitazione, verso il

luogo di quelle cui si sono assimilati.

Tutti i corpi semplici e primitivi si sono dunque originati per queste ragioni. Per quanto riguarda le diverse specie

che sono nate nelle forme di questi corpi, se ne deve ricercare la ragione nella composizione dell'uno e dell'altro

elemento, perché in principio non fu generato un solo triangolo che avesse una certa grandezza, ma triangoli più piccoli

e più grandi, e tanti di numero quante sono le specie contenute nelle forme originarie. Perciò, mescolandosi con se stessi

e fra loro, questi triangoli sono infiniti di varietà: e bisogna che osservino con attenzione tale varietà coloro che si

apprestano a parlare della natura con un discorso verosimile. Platone Timeo

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Riguardo al movimento e alla quiete, se non saremo d'accordo sul modo e sui mezzi con cui si generano, sorgeranno

molti ostacoli nel ragionamento che ora segue. Già si è parlato di essi, ma ora bisognerebbe aggiungere queste

riflessioni, e cioè che il movimento non può trovarsi là dove ci sia uniformità. è difficile, anzi, impossibile, che vi sia

ciò che si muove senza ciò che fa muovere, o ciò che fa muovere senza ciò che si muove: non vi è movimento, se

mancano questi due termini, ed è impossibile che essi siano uniformi. Così dobbiamo sempre mettere in relazione la

quiete con l'uniformità, e il movimento con la mancanza di uniformità: e la causa della mancanza di uniformità è la

disuguaglianza.

A proposito dell'origine della disuguaglianza abbiamo già parlato: quel che non abbiamo ancora detto è come i

singoli corpi, dopo che si sono separati secondo le specie, non cessino di muoversi e di passare gli uni negli altri.

Dunque adesso lo diremo.

La rotazione periodica dell'universo, dal momento che comprende tutte le specie, essendo circolare e tendendo per

natura a convergere su se stessa, abbraccia tutte quante le cose, e non lascia che rimanga alcuno spazio vuoto. Perciò il

fuoco si è esteso in modo particolare a tutte le cose, e in secondo luogo l'aria, perché è seconda per quanto riguarda la

finezza, e così gli altri elementi: infatti ciò che si genera dalle parti più grandi lascia nella sua composizione un vuoto

più grande, mentre ciò che è più piccolo un vuoto più piccolo. Il processo di condensazione costringe allora le parti

piccole negli intervalli vuoti delle parti grandi. Trovandosi dunque le parti piccole accanto alle grandi, e le minori

separando le maggiori, e le maggiori comprimendo le minori, sono tutte trasportate in tutte le direzioni, ciascuna verso

il proprio luogo: mutando infatti ciascuna la grandezza, muta anche la posizione nello spazio. Così e per queste ragioni

la mancanza di uniformità che si genera in perpetuo, determina un movimento perenne di questi corpi che è e sarà

sempre senza interruzione.

Dopo di ciò bisogna riflettere sul fatto che vi sono molti generi di fuoco, come per esempio la fiamma e ciò che

proviene dalla fiamma, e non brucia, ma procura luce agli occhi, e ciò che, una volta che la fiamma si sia spenta, rimane

del fuoco nei corpi incandescenti. Allo stesso modo per quanto riguarda l'aria, la parte più luminosa viene chiamata

etere, la parte più torbida viene detta nebbia e tenebra, e vi sono altre specie che non hanno nome, generate per la

disuguaglianza dei triangoli. E dell'acqua vi sono innanzitutto due specie, una liquida, l'altra che può fondersi.

L'una pertanto è liquida perché è composta di particelle d'acqua piccole e disuguali, e si muove da sé e da altri per la

diversità e per la caratteristica della sua forma. L'altra invece, che è formata da parti grandi e uguali, è più stabile della

prima ed è più pesante, poiché è più compatta per la sua uniformità: ma quando il fuoco entra e la dissolve, essa perde la

sua uniformità, e prende sempre più parte dei movimento, e, diventando mobile, è respinta dall'aria vicina, e si distende

sulla terra.

Dunque si è definito "fondersi" la disgregazione della sua massa, e "scorrere" il distendersi sulla terra, due parole

che indicano questa doppia condizione. Poiché il fuoco esce nuovamente di lì , e poiché non esce nel vuoto, avviene che

l'aria vicina, spinta da esso, preme la massa liquida, che si muove ancora con facilità, verso le sedi del fuoco, e la

mescola con se stessa: e la massa liquida, così compressa, recuperando nuovamente l'uniformità, poiché è andato via il

fuoco che era il responsabile della diversità, si ricompone in una massa identica a se stessa. Raffreddamento fu

chiamato il fuoco che se ne va, e congelamento la condensazione che avviene quando esso se n'è andato. Dunque, di

tutte queste specie di acque che abbiamo definito "fusibili", quella che è formata dalle particelle più sottili e più

omogenee, ed è la più densa di tutte, specie uniforme, che è associata ad un colore lucente e giallo, ricchezza

preziosissima, è l'oro che, filtrando attraverso la pietra, si condensa: e il nodo dell'oro, diventando durissimo per la sua

densità, e assumendo un colore nero, viene detto adamante.

Quel genere che per la composizione delle sue parti si avvicina all'oro, ma ha più di una specie, e per densità è più

denso dell'oro, e contiene una piccola e sottile particella di terra, sicché è più duro dell'oro, anche se è più leggero per i

grandi intervalli che vi sono al suo interno, questo genere di acque lucenti e condensate, quando si unisce, forma il

rame: e quella parte di terra unita ad esso, quando i due corpi per il tempo si separano l'uno dall'altro, diventata lucente

di per sé, si chiama ruggine. Non sarebbe affatto complesso continuare ancora a trattare gli altri fenomeni simili a

questi, seguendo la linea della verosimiglianza. E se qualcuno per desiderio di riposarsi lasciasse da parte i discorsi sulle

verità eterne, ed esaminando le ragioni verosimili riguardo al divenire prende un piacere senza rimpianto si potrebbe

procurare nella vita un passatempo moderato e intelligente.

Anche noi adesso, abbandonandoci a questo passatempo, continuiamo qui di seguito ad esporre le ragioni verosimili

di queste cose nel modo seguente. L'acqua mescolata al fuoco, quella che è sottile e fluida, a causa del suo movimento e

del percorso per cui precipita sulla terra si dice liquida, ed inoltre molle, per il fatto che le sue basi, essendo meno stabili

di quelle della terra, sono cedevoli. Non appena quest'acqua, dunque, si divide dal fuoco e si separa dall'aria, diviene più

omogenea, si contrae in sé per l'uscita del fuoco e dell'aria, e così si condensa: e questa condensa, se si modifica

soprattutto al di sopra della terra, si dice grandine, mentre quella che avviene sulla terra ghiaccio; se invece è meno

densa e si è condensata solo a metà, nel caso avvenga al di sopra della terra si dice neve, nel caso avvenga sulla terra e

si sia formata dalla rugiada, si dice brina. La maggior parte delle specie di acqua, mescolate insieme, e filtrate attraverso

le piante della terra, hanno in generale il nome di succhi. Per il fatto che questi succhi erano ciascuno diverso a causa

delle mescolanze, diedero origine a molte altre specie senza nome, anche se quattro, che hanno in sé il fuoco e

risplendono moltissimo, hanno avuto in sorte un nome: quella che riscalda l'anima insieme al corpo si chiamò vino,

quella che è liscia e che divide il fuoco della vista, e per questa ragione è splendida a vedersi, ed appare lucida e nitida,

è la specie oleosa, ovvero la pece e l'olio di ricino, e l'olio stesso e tutti gli altri succhi che hanno la stessa proprietà.

Quanto a quel succo che, nei limiti in cui la natura lo consente, dilata gli organi della bocca, procurando dolcezza in Platone Timeo

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virtù di questa proprietà, lo si chiamò in generale miele, mentre quel succo che, bruciando, fa sciogliere la carne, specie

spumeggiante separata da tutti gli altri succhi, fu detto caglio.

Quanto alle specie della terra, quella che è filtrata attraverso l'acqua, diviene in questo modo corpo petroso. L'acqua,

mescolata con la terra, quando in tale mescolanza si divide in particelle, si trasforma assumendo la forma dell'aria: e

divenuta aria, si eleva verso la propria sede naturale. Non essendovi nessun vuoto intorno, essa preme l'aria vicina, la

quale, essendo pesante, premuta e diffusa intorno alla massa della terra, la costringe violentemente e la comprime verso

le sedi dov'era salita la nuova aria. Compressa dall'aria, la terra che è legata indissolubilmente all'acqua, diviene pietra:

più bella quella lucida che è formata da parti uguali e uniformi, più turpe quella contraria. Quando tutta l'umidità viene

sottratta dalla rapidità del fuoco e si forma qualcosa di più secco della pietra, nasce quella specie cui noi abbiamo dato il

nome di ceramica: talvolta avviene che, rimanendo dell'umidità, la terra, fusa per il fuoco, quando si raffredda, diventa

una pietra dal colore nero. E se in questo stesso modo da quella mescolanza viene a mancare una gran quantità di acqua,

e le parti della terra sono sottili e salate, si forma un corpo semisolido che a contatto dell'acqua diventa di nuovo

solubile, e si ha da un lato il genere del nitro, che serve a pulire le macchie di olio e di terra, e dall'altra quel corpo

costituito dai sali che si armonizza benissimo nelle combinazioni del cibo per quel che riguarda il gusto della bocca e

che, come dice la legge, è caro agli dèi. Quanto a quei corpi che risultano dalla combinazione di terra e di acqua, i quali

non possono essere sciolti dall'acqua, ma dal fuoco, per questa ragione si sono condensati così . Fuoco e aria non

fondono delle masse di terra: perché essendo le loro parti generate più piccole degli intervalli della sua composizione,

attraversano senza violenza questi intervalli abbastanza larghi, e le lasciano senza scioglierle né fonderle. Poiché invece

le parti dell'acqua sono generate più grandi, passano in modo violento, e sciolgono e fondono la massa di terra. Pertanto

la terra, se non ha consistenza, viene sciolta dalla sola acqua con la violenza, se invece è compatta non viene sciolta da

nient'altro se non dal fuoco: infatti a nessuna cosa se non al fuoco è permesso penetrarvi. E se l'acqua è fortemente

condensata, soltanto il fuoco può dissolverla, mentre se lo è debolmente, l'uno e l'altro, e cioè il fuoco e l'aria: l'aria

passando attraverso i suoi interstizi, e il fuoco anche attraverso i triangoli. E se l'aria è fortemente condensata, nulla la

dissolve a meno che non venga divisa nei suoi stessi elementi, se invece è debolmente condensata, la consuma soltanto

il fuoco. Quanto ai corpi composti di terra e di acqua, invece, finché l'acqua occupi gli interstizi della terra

comprimendoli violentemente, le parti dell'acqua, giungendo dall'esterno e non trovando un modo per entrare, scorrono

intorno alla massa intera e non riescono a fonderla, mentre le parti di fuoco, introducendosi negli interstizi formati

dall'acqua, operano sull'acqua come l'acqua sulla terra e il fuoco sull'aria, e rappresentano l'unica causa che il corpo

comune, una volta dissolto, scorra. Capita allora che alcuni di questi corpi abbiano meno acqua che terra, e sono tutte le

specie di vetri e le specie di pietre che sono definite fusibili, mentre altri, che al contrario hanno più acqua, sono tutti

quei corpi che sono condensati in forma di cera ed esalano profumi.

E così si sono press'a poco trattate le varie specie di corpi che si differenziano per figure, per combinazioni, e

trasformazioni reciproche: ora bisogna cercare di chiarire per quali ragioni si generano le impressioni prodotte da quei

corpi. In primo luogo bisogna che ad ogni cosa che viene detta corrisponda una sensazione. D'altra parte non abbiamo

ancora parlato dell'origine della carne, né dì ciò che ad essa si riferisce, e neppure di quel che vi è di mortale nell'anima:

e non è possibile parlare in modo adeguato di queste cose, se non si accenna alle impressioni sensibili, né di queste

senza quelle, e, del resto, non si può parlare nelle stesso tempo di tutte e due le cose. Prendiamo uno dei due argomenti,

e su quello che abbiamo tralasciato torneremo in seguito. Perché si possa parlare delle impressioni immediatamente

dopo le specie dei corpi, cominciamo a trattare quelle che riguardano il corpo e l'anima. Prima di tutto vediamo perché

diciamo che il fuoco è caldo, tenendo conto della separazione e dell'incisione che esso determina sul nostro corpo.

Quasi tutti infatti ci accorgiamo che l'impressione che esso determina corrisponde a qualcosa di acuto: infatti bisogna

tenere in considerazione la sottigliezza degli spigoli, l'acutezza degli angoli, la piccolezza delle sue parti, la rapidità del

movimento, tutti fattori per cui, essendo violento e tagliente, taglia sempre acutamente tutto ciò che incontra, e si deve

ricordare l'origine della sua figura, perché è soprattutto in virtù di quella e non di un'altra natura che il fuoco può

dividere e sminuzzare i nostri corpi in piccole parti, procurando verosimilmente quell'impressione che ora chiamiamo

caldo e la rispettiva definizione.

Ed è evidente l'impressione contraria a questa, e tuttavia non si può non parlarne. I liquidi che sono intorno al nostro

corpo e che sono formati di parti più grandi, entrando nel corpo, schiacciano quelli formati da parti più piccole, ma non

potendo occupare le loro sedi, comprimono ciò che in noi vi è di umido, da eterogeneo e in movimento lo rendono

immobile e omogeneo, e comprimendolo, lo coagulano: quel corpo che contro natura deve raccogliersi insieme

combatte respingendo se stesso in senso contrario. A questa battaglia e a questa scossa si è dato il nome di tremore e

brivido, ed ebbe il nome di freddo il complesso di questa impressione e ciò che la determina. E duro è quel corpo cui la

nostra carne cede, molle, invece quello che cede alla nostra carne: e così nelle loro relazioni reciproche. Cede quel

corpo che poggia su di una piccola base: ma un corpo che ha basi quadrangolari, essendo assolutamente saldo,

rappresenta la specie più salda, poiché venendo ad avere la più grande compattezza è assai resistente. E il pesante e il

leggero, se si esaminano ponendoli in relazione con quella che viene chiamata la natura del basso e dell'alto, verranno

chiariti nel modo più evidente. Che in natura vi siano due luoghi opposti che dividono in due tutto l'universo, l'uno

posto in basso, verso il quale sono trasportati tutti quanti gli oggetti che hanno una massa corporea, l'altro posto in alto,

verso il quale ogni oggetto si muove contro il proprio volere, non sarebbe affatto giusto crederlo. Infatti, poiché il cielo

è tutto di forma sferica, tutte le parti distano ugualmente dal centro, e bisogna che esse formino tutte allo stesso modo le

estremità, e poiché il centro nella stessa misura dista dalle estremità, si deve ritenere che esso si trovi nella posizione

opposta a tutte quelle. Se l'universo è stato generato in questo modo, quale delle estremità di cui si è appena parlato si Platone Timeo

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potrebbe chiamare alta o bassa, senza sembrare di dare loro correttamente un nome che non è per nulla adatto? Infatti il

luogo che in esso occupa il centro non si può affermare correttamente che sia generato né in basso né in alto, ma esso si

trova proprio nel centro. E la circonferenza non è il centro, e non ha alcuna parte che sia in altro rapporto con il centro,

se non come parte opposta. Se dunque l'universo è generato ovunque alla stesso modo, potrebbe ritenere di parlare bene

quel tale che attribuisse ad esso nomi contrari? Se nel centro dell'universo vi fosse un corpo solido in equilibrio, non

sarebbe attratto verso nessuna delle estremità proprio a causa della loro equidistanza: ma se qualcuno si muovesse in

giro intorno ad esso, spesso fermandosi ora in un punto, ora nel punto opposto, chiamerebbe lo stesso punto basso e

alto. Poiché allora quest'universo, come ora si è detto, ha forma sferica, non è ragionevole affermare che possiede un

luogo posto in basso e uno in alto. Donde provengano questi nomi, e in quali casi siamo abituati ad usarli, dividendo

così con essi anche il cielo intero, queste sono questioni sulle quali dobbiamo accordarci, dopo aver stabilito queste

ipotesi. Se qualcuno salisse in quel luogo dell'universo dove la natura del fuoco ha ricevuto in sorte la sua sede, e dove

esso è raccolto in massima quantità, e verso cui si muove ogni altro fuoco, e se avesse la forza di prendere parti di

fuoco, e le pesasse ponendole sulla bilancia, e sollevando il braccio della bilancia trascinasse con la forza il fuoco verso

l'aria che gli è dissimile, è chiaro che una parte minore di fuoco sarebbe più facilmente oggetto di violenza che una parte

maggiore: quando infatti due oggetti sono contemporaneamente sollevati in alto da una sola forza, è inevitabile che

l'oggetto più piccolo ceda maggiormente alla forza, mentre quello più grande di meno, e si chiamerà pesante quello più

grande e che tende a muoversi verso il basso, leggero quello più piccolo che tende a salire verso l'alto. Dobbiamo allora

osservare che noi facciamo la stessa cosa in questo nostro luogo. Stando infatti sulla terra, e separando sostanze di

natura terrosa, e talvolta la stessa terra, noi lanciamo queste sostanze in quell'aria che è dissimile, a forza e contro

natura, poiché entrambe aderiscono all'elemento affine: la sostanza più piccola cede più facilmente della più grande alla

violenza, e giunge prima verso ciò che le è dissimile. Diciamo pertanto che quella sostanza è leggera, e chiamiamo alto

il luogo verso il quale a forza la lanciamo, mentre nel caso opposto a questo diciamo pesante la sostanza, e basso il

luogo. è necessario allora che queste cose siano in rapporti differenti fra loro, in quanto la maggioranza degli elementi

occupa luoghi diversi e fra di loro opposti: se si mette infatti a confronto un elemento che in un luogo è leggero con un

altro elemento leggero che è nel luogo opposto, e così un elemento pesante con un altro pesante, e un elemento che è in

basso con un altro elemento in basso, e un elemento che è in alto con un altro in alto, si troverà che sono tutti opposti,

obliqui e assolutamente differenti fra loro. L'unica cosa che si può pensare riguardo a tutti questi corpi è che la direzione

di ciascuno di essi verso ciò che gli è affine fa dire pesante il corpo che si muove, e basso il luogo verso cui quel tale

corpo si muove, e nomi diversi hanno i corpi e i luoghi posti diversamente. Queste, dunque, sono le ragioni di questi

fenomeni. Per quanto riguarda invece l'origine delle impressioni di liscio e ruvido, ognuno può osservarla da solo e

spiegarla ad altri: durezza mescolata a mancanza di uniformità determina un'impressione, mentre uniformità mescolata

con densità determina l'altra.

Ci resta da spiegare la cosa più importante che riguarda le impressioni comuni a tutto il corpo, vale a dire la causa

dei piaceri e dei dolori messa in relazione alle impressioni che abbiamo già passato in rassegna, e a quelle che,

procurando sensazioni nelle parti del corpo, si accompagnano a dolori e a piaceri. Cerchiamo così di comprendere le

ragioni di ogni impressione sensibile e insensibile, ricordando che abbiamo in precedenza diviso la natura che si muove

facilmente da quella che si muove con difficoltà: solo così possiamo indagare tutto quanto abbiamo intenzione di

cogliere.

Quando un oggetto, secondo la sua natura, si muove facilmente, e un'impressione anche piccola lo colpisce, le sue

parti la trasmettono in giro le une alle altre, rappresentandola fedelmente, finché comunicano all'intelligenza la proprietà

di ciò che ha agito: quell'oggetto che al contrario è stabile e non si muove affatto in giro, subisce soltanto, e non muove

nessuna delle cose vicine, sicché le sue parti non trasmettono le une alle altre la prima impressione, e questa rimane

immobile in esse per tutto il corpo, e rende insensibile colui che subisce. Questo avviene per le ossa, i capelli, e tutte le

altre particelle che abbiamo in noi e che sono costituite in buona misura di terra: quello che si è detto in precedenza si

riferisce invece alla vista e all'udito, perché in essi vi è una grandissima forza di fuoco e di aria.

Circa il piacere e il dolore, dobbiamo fare queste considerazioni: l'impressione contro natura e violenta che d'un

tratto si determina in noi è dolorosa, quella invece che sempre d'un tratto ritorna nella sua natura è piacevole;

un'impressione che pian piano e a poco a poco si produce non è sensibile, mentre al contrario lo sono quelle che si

presentano in modo opposto. Ogni impressione che si determina con facilità è sensibile al massimo grado, e non prende

parte né di dolore, né di piacere, come le impressioni che riguardano la vista stessa, che - si è detto prima -, durante il

giorno danno luogo ad un corpo che è connaturato con il nostro. Infatti, né tagli né bruciature né alcun altro stimolo

procurano ad essa dolore, ma neppure piacere,