I DOLORI DEL GIOVANE WERTHER
LIBRO PRIMO
Tutto quanto ho potuto rintracciare sulla vicenda del povero Werther, l'ho raccolto con cura e qui ve lo sottopongo, sicuro che me ne sarete grati. Non mancherete di effondere la vostra ammirazione e il vostro amore sul suo spirito e carattere, né le vostre lacrime sul suo destino.
E tu, anima buona, che come lui provi lo stesso tormento, che i suoi dolori siano di lenimento ai tuoi, e fa' che questo libriccino ti sia amico, se per sorte o per tua colpa non riesci a trovarne uno più fido.
4 maggio 1771
Come sono contento di essermene andato via! Dimmi un po' tu, amico caro, se non è strano il cuore dell'uomo. Lasciare te, che mi sei tanto caro, da cui non potevo separarmi un momento, e rallegrarmene. Mi perdoni, vero? E quegli altri legami! il destino non è forse andato a cercarseli proprio per mettere scompiglio nel mio cuore? Prendi Eleonora, poveretta. Eppure non ne avevo nessuna colpa. Che cosa potevo farci io se lei, mentre mi lasciavo imbambolare dalle grazie smorfiosette di sua sorella, andava covando una passione nel suo povero cuore? Però, a ben pensarci, sono innocente proprio del tutto? Non ho dato più di un'esca ai suoi sentimenti? Non mi sono, in fondo, fin troppo deliziato di fronte a quelle espressioni così ingenue e istintive che tanto spesso ci facevano ridere, quando invece non sarebbe stato affatto il caso? non ho forse... Oh, ma perché l'uomo deve sempre lamentarsi? Guarda, promesso, amico carissimo, voglio migliorarmi, sul serio; basta star lì a rimasticare quel po' di male mandatoci dal destino, come faccio di solito; voglio godermi il presente, e che il passato sia passato una volta per tutte. Certo, hai ragione tu, le sofferenze degli uomini sarebbero minori se essi - chissà Dio perché sono fatti così - non ci mettessero tutta l'alacrità della loro immaginazione per rievocare lo spettro del male passato piuttosto di rassegnarsi a un presente né carne né pesce.
E per favore, di' a mia madre che mi occupo dei suoi affari come meglio non potrei e che gliene darò un resoconto al più presto. Ho parlato con mia zia, e non è affatto quella strega che si dice a casa nostra. È una donna vivace, un tantino impetuosa, ma con un cuore grande così. Le ho spiegato le lamentele di mia madre per via della parte di eredità che le viene trattenuta; lei ha esposto le sue ragioni, le cause ecco, e a quali condizioni sarebbe disposta a restituire tutto, e anche più di quello che noi chiediamo. Taglio corto, adesso non ho voglia di star qui a scriverne; di' a mia madre che tutto si sistemerà per il meglio. E anche qui, caro mio, in questa faccenda di così poco conto, ho avuto modo di constatare che fraintendimenti e lungaggini combinano forse più pasticci che non astuzia e cattiveria. Queste ultime, almeno, sono certamente più rare.
Per il resto qui mi trovo proprio bene, la solitudine stilla da questi luoghi paradisiaci un balsamo prezioso nel mio cuore, e la stagione della gioventù lo riscalda vigorosamente, facile com'è lui ai brividi. Ogni albero, ogni siepe è un mazzo di fiori, e vorrei trasformarmi in un maggiolino per svolazzare nel mare dei profumi e suggervi tutto il nutrimento necessario.
La città in sé è brutta, però con tutt'intorno l'indicibile bellezza della natura. Il che convinse il fu conte von M... a farsi un giardino su una delle colline che s'intersecano nella leggiadra mutevolezza dei pendii e dei poggi che si rincorrono attraverso le valli. Il giardino è semplice, e già all'entrata si sente che al progetto non ha posto mano un giardiniere da tavolino, ma un cuore sensibile che voleva venirci per godervi i propri battiti. Devo dire che ho versato qualche lacrima alla sua memoria nel piccolo padiglione fatiscente che era il suo posticino preferito e che ora è diventato il mio. Ci manca poco che diventi io il padrone del giardino; ci vengo da un paio di giorni soltanto e il giardiniere mi si è già affezionato, e non avrà certo di che pentirsene.
10 maggio
Una serenità incantevole avvolge tutta la mia anima, come una di queste dolci mattine di primavera che qui mi godo con tutto il cuore. Sono solo e mi rallegro di vivere da queste parti, che sembrano fatte apposta per anime come la mia. Sono così felice, mio carissimo, così assorto in una sensazione di placida esistenza che la mia arte ne sta soffrendo. Adesso non potrei mai mettermi a disegnare, eppure non sono mai stato pittore così eccelso come in questi momenti. Quando l'amorosa vallata rigurgita attorno a me di tutti i fumi della terra e il sole alto si posa sopra la volta delle tenebre impenetrabili del mio bosco e solo qualche raggio s'intrufola all'interno di questo santuario, io me ne sto nell'erba alta accanto al ruscello gorgogliante e, più vicino alla terra, mi rendo conto con stupore delle svariate erbette mai notate prima; quando il brulichio del minuscolo mondo fra gli steli, le innumerevoli, indistinguibili forme dei vermi e dei moscerini fanno breccia nel mio cuore e sento in tutta la sua presenza qui l'Onnipotente che ci creò a sua immagine, qui nel respiro dell'amore immenso che ci sostiene e ci culla in una voluttà infinita... quando, amico mio, il mio sguardo s'incupisce e il mondo e il cielo calano nella mia anima sotto forma di una donna amata... allora c'è spesso in me un pensiero struggente, un ardente desiderio: oh, potessi mai dare corpo a tutto ciò, potessi soffiare nella carta tutto quanto vive in me così pieno, così palpitante, tanto da diventare lo specchio della mia anima come la mia anima è lo specchio del riflesso infinito di Dio! amico mio, ecco, io... Ma poi stramazzo, soccombo sotto la violenza della magnificenza di queste visioni.
12 maggio
Non so se spiriti ingannevoli aleggiano sopra questi luoghi o se non è invece la calda, celestiale fantasia del mio cuore che dà un tocco di paradiso a ogni cosa attorno. Proprio all'entrata del villaggio c'è una fontana, ma una fontana così particolare che mi sento avvinto quasi per sortilegio, come Melusina e le sorelle. Scendi da una collinetta e ti ritrovi davanti a una volta che, fatti una ventina di gradini, porta a un'acqua di una purezza indicibile sgorgante da rocce marmoree. Il muretto che la cinge, i grandi alberi che coprono il sito tutt'intorno, la frescura del posto, tutto ha un che di ammaliante, di terribile. Non c'è giorno che non vi trascorra almeno un'ora. Le ragazze vengono dalla città a prendere l'acqua, l'incombenza più innocente e necessaria, tanto che una volta la facevano le stesse figlie dei re. Quando mi trovo là, il mondo dei patriarchi palpita così vi vido intorno a me: come se vedessi gli antichi padri fare amicizia e pattuire matrimoni nei pressi della fontana, e spiriti benigni aleggiare attorno alle fontane e alle sorgenti. Oh, chi non ha provato questa mia stessa sensazione non deve mai essersi ristorato, dopo una lunga passeggiata in un giorno d'estate, alla freschezza di questi zampilli.
13 maggio
Come fai a chiedermi se non dovresti mandarmi i miei libri? Mio caro, per l'amor di Dio, non nominarmeli neppure! Non voglio più essere guidato, incoraggiato, infervorato, questo cuore è già abbastanza attivo per conto suo; quello di cui ho bisogno è una ninna-nanna, e l'ho trovata pienamente nel mio Omero. Quante volte cullo il mio sangue in ebollizione fino a calmarlo, e non ti capiterà mai di trovare qualcosa di più disuguale, di più instabile di questo mio cuore. Caro, ma devo propio dirlo a te che così spesso hai dovuto sopportare di vedermi passare dalla titubanza all'eccesso e dalla malinconia più dolce alla passione più sfibrante? E allora tratto il mio cuoricino come un bambino ammalato: ogni capriccio gli viene concesso. Ma non dirlo in giro: qualcuno potrebbe disapprovarmi.
15 maggio
La gente umile del posto ormai mi conosce e mi vuole bene, specialmente i bambini. All'inizio, quando mi avvicinavo e chiedevo di questo e di quello, alcuni credevano che volessi prenderli in giro, e mi piantavano in asso girando sui talloni. Non me la prendevo a male, ma si acuiva in me quell'impressione avuta da un'osservazione fatta di frequente, e cioè che la gente di un certo rango si mantiene sempre alla dovuta distanza dalla gente comune, come se temesse che avvicinandosi avrebbe tutto da perdere; poi ci sono anche quei balordi e quei burloni che si degnano di scendere verso il popolino solo per fargli pesare ancor più chiaramente la loro superbia.
Lo so benissimo che non siamo uguali né che possiamo esserlo, però sostengo che chi crede necessario stare alla larga dalla cosiddetta plebe per incutere il dovuto rispetto, è non meno biasimevole del vigliacco che si nasconde al nemico per paura di soccombere.
Recentemente sono stato alla fontana e vi ho trovato una servetta che aveva posato la sua brocca sull'ultimo gradino e si guardava attorno per vedere se non ci fosse una qualche compagna che l'aiutasse a posarsela sulla testa. Scesi e la guardai. «Posso aiutarla, giovinetta?» le chiesi. Si fece tutta rossa. «Oh no, signore!» disse. «Senza complimenti.» Si sistemò il cercine e l'aiutai. Ringraziò e risalì la scala.
17 maggio
Ho fatto conoscenze di ogni genere, però non ho ancora trovato la compagnia giusta. Non so proprio che cosa ho di tanto attraente per gli altri, sono sempre lì a cercarmi, e come mi si attaccano, e mi rincresce quando la nostra strada è la stessa per poco tempo. Se mi domandi com'è la gente da queste parti, ti devo rispondere: come dappertutto! Il genere umano è una cosa uniforme. Quasi tutti consumano la maggior parte del tempo per tirare a campare, e quel poco che gli resta li terrorizza a tal punto che cercano con ogni mezzo di sbarazzarsene. O destino dell'uomo! Però questa gente è buona davvero. Quando mi capita di lasciarmi andare e di godere con loro quei piaceri che sono rimasti all'uomo, come spassarsela con schietta cordialità attorno a un tavolo occupato da gente ammodo, o organizzare per tempo una gita, un ballo o qualcosa di simile, la cosa mi fa un effetto benefico; ma guai se mi metto a pensare che dentro di me ci sono tante altre energie che marciscono inutilizzate e che devo nascondere con cura. Ah, mi si stringe il cuore. E tuttavia essere incompresi è il nostro destino.
Ahimè, l'amica della mia gioventù è scomparsa. Ah, se non l'avessi mai conosciuta! Mi direi sei un pazzo, cerchi quello che quaggiù non si trova; ma io l'ho avuta, il suo cuore io l'ho sentito, la sua grande anima, quando lei era presente mi sembrava di essere più di quanto non fossi perché era tutto ciò che potevo essere. Buon Dio, c'era forse una sola energia della mia anima inutilizzata? davanti a lei non ero forse capace di dipanare quel portentoso sentimento che permette al mio cuore di circonscrivere la natura? il nostro rapporto non era forse un intreccio senza fine delle più delicate sensazioni, dello spirito più arguto, le cui variazioni, manieracce comprese, erano tutte contrassegnate dall'impronta del genio? E adesso!... Ahimè gli anni che lei aveva più di me l'hanno condotta alla tomba prima. Non la dimenticherò mai, non dimenticherò mai la fermezza del suo animo, la sua divina comprensione.
Qualche giorno fa ho incontrato un giovanotto, un certo V., un tipo schietto e in quanto a bellezza con una faccia davvero ben riuscita. È appena uscito dall'università, non che si reputi un pozzo di scienza, certo è che crede di saperne più degli altri. Deve comunque avercela messa tutta, lo si capisce da tante cose; insomma, la sua cultura è di tutto rispetto. Quando è venuto a sapere che disegno molto e che so il greco (due meteore in questo posto), si è rivolto a me e ha tirato fuori moltissime nozioni, da Batteux a Wood, da de Piles a Winckelmann, e mi ha garantito di aver letto da cima a fondo la prima parte della teoria di Sulzer, e che possiede un manoscritto di Heyne sullo studio delle civiltà antiche. L'ho lasciato dire.
Anche di un altro brav'uomo ho fatto la conoscenza, l'intendente e funzionario giudiziario del principe, una persona schietta e cordiale. Dicono che sia una gioia unica vederlo circondato dai suoi figli, nove in tutto; in particolare si dice un gran bene della figlia maggiore. Mi ha invitato da lui, uno di questi giorni ci vado. Abita in una tenuta di caccia del principe, a un'ora e mezza da qui, dove ha avuto il permesso di trasferirsi dopo la morte della moglie, siccome stare in città e nel palazzo governativo gli riusciva penoso.
Poi mi sono imbattuto in certi tipi strambi, dei quali tutto è insopportabile, segnatamente le loro proteste di amicizia.
A presto! questa lettera dovrebbe proprio garbarti: è tutta storica.
22 maggio
Che la vita degli uomini sia soltanto un sogno, l'hanno pensato in molti, e anche a me capita continuamente di sentirmi attirato da questa sensazione. Quando vedo la limitatezza in cui sono prigioniere le energie fattive e sperimentali dell'uomo... quando vedo come ogni azione tenda alla soddisfazione di bisogni che altro scopo non hanno se non quello di allungare la nostra misera esistenza, e per giunta che ogni appagamento riguardo a certi punti della scienza non è che una sognante rassegnazione, un dipingere le pareti fra le quali siamo incastrati di figure variopinte e di scorci luminosi, ecco, tutto ciò, Guglielmo, mi fa restare di sasso. Mi ripiego in me stesso, trovo il mio mondo! daccapo fatto più di presentimenti e oscure voglie che di realtà e energie vive. E allora tutto s'annebbia in me e continuo trasognato a sorridere al mondo così com'è.
Che i bambini, non sappiano che cosa vogliono, è un fatto su cui sapienti pedagoghi e maestri tutti sono concordi; ma che anche gli adulti, come i bambini, brancolino su questa terra e come quelli non sappiano né da dove vengono né dove vanno e che non agiscano per motivi veri e propri e vengano parimenti governati con leccornie e vergate, nessuno lo vuole credere volentieri, eppure a me sembra trattarsi di una verità lampante.
Volentieri ti confesso - siccome so quello che tu avresti da obiettare a questo proposito - che i più felici vivono alla giornata, come i bambini, trascinando in giro le loro bambole, vestendole, rivestendole e facendo con gran circospezione la ronda attorno al cassetto dove la mamma ha messo sotto chiave la torta e, quando finalmente agguantano di che soddisfare la loro golosità, lo divorano a quattro palmenti e subito gridano: ancora! Queste sì che sono creature felici. Ma va molto bene anche a quelli che danno splendide denominazioni alle loro misere faccenduole o addirittura alla cupidigia del loro egoismo e mettono il tutto in conto al genere umano quali titaniche imprese atte a salvarlo e a farlo star meglio... Beato chi può essere così! Ma chi nella sua umiltà sa vedere dove va a finire ogni cosa, chi vede con quanta grazia ogni cittadino benestante sa trasformare il suo giardinetto in un paradiso e quanto indefessamente anche quello sfortunato continui ad arrancare sotto il suo fardello per la sua strada, e quanto tutti siano ugualmente interessati a godersi un minuto di più la luce di questo sole... ecco, costui è tranquillo e anche lui si costruisce da sé un suo mondo e anche lui è felice, perché è un uomo. E dunque, per quanto limitato egli possa essere, conserva pur sempre nel cuore quel dolce sentimento della libertà; e sa che può uscire da questa prigione quando vuole.
26 maggio
Conosci da tempo questa mia mania di fare il bozzolo in un qualche luogo appartato, di costruimi un cantuccio e di abitarvi così alla buona. Anche qui ho scovato un posticino che fa per me.
A un'ora all'incirca dalla città c'è una località chiamata Wahlheim. La sua posizione collinare è molto interessante e quando si sale il sentiero verso il villaggio, improvvisamente si spalanca davanti tutta la vallata. Una buona ostessa, piacente e arzilla malgrado l'età, mesce vino, birra, caffè; e quel che più conta, è che ci sono due tigli che con i loro rami coprono la piazzetta davanti alla chiesa, racchiusa fra case rustiche, granai e aie. Non ho mai trovato un posticino così intimo e suggestivo, e lì mi faccio portare un tavolino e una sedia dall'osteria, bevo il mio caffè e mi leggo Omero. Un bel pomeriggio, la prima volta che per caso arrivai sotto i tigli, la piazzetta era completamente deserta. Erano tutti nei campi; solo un ragazzino di circa quattro anni se ne stava seduto per terra e teneva in braccio un bambino di circa sei mesi, rannicchiato fra le sue gambe, e se lo stringeva al petto con entrambe le braccia, fungendogli per così dire da sgabello e, malgrado la vivacità con cui ruotava gli occhioni neri, il marmocchietto se ne stava seduto tutto bello tranquillo. A quella vista mi rallegrai, mi sedetti sopra un aratro che si trovava dirimpetto e mi misi a disegnare di slancio quella scenetta fraterna. Vi aggiunsi la vicina siepe, il portone di un granaio e alcune ruote di carro sfasciate, tutto così come stava, e dopo un'ora scoprii che avevo messo a punto un disegno ben proporzionato e molto interessante, senza aggiungervi assolutamente niente di mio. La cosa mi ha rinforzato nel mio proposito di attenermi in futuro solo alla natura. Soltanto essa è infinitamente ricca ed essa soltanto forma il grande artista. Si può dire molto in favore delle regole, suppergiù quanto si può dire in lode della società borghese. Un uomo che vi si è conformato, non produrrà mai qualcosa di insulso o di cattivo, così come chi si lascia modellare dalle leggi e dalle convenzioni non potrà mai diventare un vicino insopportabile o un'insigne canaglia; per contro, checché se ne dica, tutte le regole finiranno per distruggere il vero sentimento della natura e della sua espressione. Dirai che esagero, che la regola si limita a moderare, pota i rami ridondanti eccetera. Caro amico, vuoi che ti faccia un paragone? È la stessa cosa con l'amore. Un giovane cuore si appunta a quello di una ragazza, trascorre tutte le ore della giornata accanto a lei, profonde tutte le sue energie, tutto il suo patrimonio per poterle esprimere attimo dopo attimo tutta la sua dedizione. Ed ecco che arriva un filisteo, uno che riveste una carica pubblica, e gli dice: «Caro il mio giovanotto! amare è umano, a patto che si ami umanamente! Suddividi le tue ore: tante al lavoro, e quelle per lo svago dedicale pure alla tua ragazza. Calcola bene il tuo patrimonio e quello che ti rimane una volta fatto fronte al necessario, io non ti proibisco affatto di farle un regalo, sempre che non diventi un'abitudine, al suo compleanno, per esempio, o al suo onomastico eccetera eccetera.» Se il giovanotto è ubbidiente, ecco che abbiamo un uomo utile, e io stesso sarei il primo a consigliare a ogni principe di metterlo in qualche commissione; solo che possiamo mettere una pietra sopra il suo amore e, se si tratta di un artista, sopra la sua arte. Amici miei! perché mai la corrente del genio erompe così raramente, così raramente straripa sì da scuotere le vostre anime attonite? Cari amici, è là che abitano i pacifici signori, sulle due sponde, e le loro villette e aiuole di tulipani e orticelli verrebbero devastati, ecco perché provvedono a tempo con dighe e canali per deviare il pericolo che li minaccia.
27 maggio
Vedo che mi sono lasciato prendere la mano da estasi, paragoni e declamazioni e che ho dimenticato di raccontarti fino in fondo come andò poi a finire con i bambini. Rimasi dunque seduto sul mio aratro, rapito in quella concentrazione pittorica descrittati così frammentariamente nella mia lettera di ieri, non meno di due ore. Quando verso sera ecco che una giovane donna si avvicina ai bambini - che nel frattempo non si erano mossi - con un cesto al braccio, e da lontano grida: «Filippo, sei proprio bravo.» Mi salutò, le ricambiai il saluto, mi alzai, le andai incontro chiedendole se era la madre dei piccini. Rispose di sì, e, mentre dava al più grandicello una mezza pagnotta, sollevò l'altro e lo baciò con infinito amore. «Ho affidato al mio Filippo,» disse, «il piccolino e sono andata in città con quello più grande a comperare pane bianco e zucchero e un tegame di terracotta.» Vidi il tutto nel cesto, il cui coperchio era scivolato di lato. «Stasera voglio fare una zuppa per il mio Gianni (così si chiamava il più piccolo); il più grande, quello scapestrato, ieri mi ha rotto il tegame litigando con Filippo per le croste del fondo.» Le chiesi del figlio maggiore, e non aveva neppure fatto in tempo a dirmi che stava rincorrendo un paio di oche nei prati che questi arrivò di corsa e portò a quello di mezzo una verga di nocciolo. Continuai a discorrere con la donna e venni a sapere che è figlia del maestro e che suo marito è partito per la Svizzera per andare a intascare l'eredità di un cugino. «Lo volevano imbrogliare,» disse, «e alle sue lettere non rispondevano, e allora è andato di persona. Speriamo che non gli sia successa una disgrazia, non ho più avuto sue notizie.» Mi è stato difficile staccarmi dalla donna; a ogni bambino ho dato un soldo e per il più piccolo l'ho dato a lei perché, andando in città, gli comperasse un panino all'olio per la zuppa, dopodiché ci siamo salutati.
Ti dico, mio diletto, che quando mi sento scoppiare basta la vista di una simile creatura a sedare tutto il mio tumulto, una creatura che in fiduciosa accettazione percorre lo stretto cerchio della sua esistenza, che tira avanti da un giorno all'altro, vede cadere le foglie e pensa soltanto che sta arrivando l'inverno.
Da allora vado spesso nello stesso posto. I bambini si sono abituati a vedermi arrivare; quando bevo il caffè gli do lo zucchero e di sera dividono con me il pane imburrato e il latte agro. Di domenica il loro soldo non gli manca mai, e se dopo la funzione io non ci sono, l'ostessa ha l'incarico di darglielo a nome mio.
Hanno preso confidenza, mi raccontano ogni sorta di cose, e niente mi diverte quanto le loro passioncelle, le ingenue impennate della loro possessività, specialmente quando gli altri ragazzi del villaggio si radunano attorno a me.
Ho avuto il mio bel da fare per convincere la madre che «non danno nessun incomodo al signore».
30 maggio
Quanto ti ho detto recentemente della pittura, vale certamente anche per la poesia; si tratta insomma di riconoscere ciò che eccelle e avere l'ardire di esprimerlo, il che senza dubbio è dir molto con poco. Oggi ho visto una scena che, trascritta tale e quale, costituirebbe il più bell'idillio del mondo: ma che c'entrano poesia, scena e idillio? non si può dunque mai fare a meno di lavorare di cesello quando ci capita di essere partecipi di un fenomeno naturale?
Se da queste premesse ti aspetti qualcosa di sublime e di edificante, ti sbagli di grosso; è stato semplicemente un famiglio a causarmi un'emozione così intensa - come sempre racconto alla rinfusa, e tu, come sempre, credo, penserai che sto esagerando; è di nuovo Wahlheim, e sempre Wahlheim, a produrre di queste rarità.
Sotto i tigli c'era una comitiva che beveva il caffè. Siccome non mi andava molto a genio, con un pretesto mi sono tirato in disparte.
Un famiglio è arrivato da una casa vicina e si è messo ad armeggiare attorno all'aratro che ho disegnato di recente, forse per rimettere in sesto qualcosa. Dato che mi piaceva, gli ho rivolto la parola, gli ho chiesto che cosa faceva; in breve tempo ci siamo presentati e, come al solito mi capita con questa gente, siamo diventati amici. Mi ha raccontato di essere a servizio da una vedova che lo tratta molto bene. Parlava così diffusamente di lei e ne tesseva lodi così altisonanti, che ben presto mi accorsi che le era devoto anima e corpo. La vedova non era più tanto giovane, disse, e il suo primo marito l'aveva trattata male, e lei non voleva più sposarsi, e da come raccontava si capiva chiaro e tondo quanto lei fosse bella e affascinante ai suoi occhi, quanto lui bramasse che lei facesse cadere la sua scelta su di lui, per cancellare il ricordo dei torti del primo marito, tanto che io dovrei ripetere parola per parola per darti un'idea dell'affetto assoluto, dell'amore e della devozione di quest'uomo. Anzi, dovrei possedere il talento di un grande poeta per poter rappresentarti l'espressione dei suoi gesti, l'armonia della sua voce, il fuoco sotterraneo dei suoi sguardi in tutta la sua vividezza. Ma che dico, non ci sono parole per descrivere la tenerezza che traspariva da tutta la sua persona e dalle sue espressioni, non direi che una goffaggine dietro all'altra se tentassi di farlo. La cosa che mi ha commosso di più è stato il timore che io potessi interpretare male il suo rapporto con lei e dubitassi della condotta irreprensibile della donna. Solo nel più profondo dell'anima riesco a ripetere l'incanto provato nel sentire come parlava della sua figura, del suo corpo che, pur privo delle seduzioni della gioventù, lo attirava e lo legava violentemente a sé. In tutta la mia vita non ho mai visto il dispiegarsi del desiderio e la calda, struggente bramosia d'amore in una simile purezza, anzi, direi proprio che in tanta purezza non l'avrei né supposto né sognato. Non sgridarmi se ti dico che al ricordo di questa innocenza e verità qualcosa prende ad ardere nel più profondo dell'anima e che l'immagine di questa devozione e dolcezza mi segue dappertutto, e che spasimo e languo come se io stesso fossi stato appiccato da quel fuoco.
Adesso vorrei al più presto vedere anche lei, no, anzi, a ben pensarci, voglio evitarlo. Molto meglio che continui a vederla con gli occhi del suo innamorato; forse vista con i miei non mi apparirebbe come la vedo adesso, e per quale ragione dovrei sciupare questa immagine così bella?
16 giugno
Perché non ti scrivo? Ti chiedi una cosa del genere e saresti quello che sa tutto? Dovresti indovinarlo da te che sto benissimo, cioè... insomma, ho fatto una conoscenza che interessa il mio cuore molto da vicino. Ho... chi lo sa.
Raccontarti per filo e per segno come ho conosciuto una delle creature più adorabili non è affare da poco. Sono contento, sono felice, quindi un pessimo storico.
Un angelo! uffa! questo lo dice ognuno della sua bella, no? Tuttavia non sono in grado di dirti quanto sia perfetta, perché sia perfetta; insomma, si è accattivata tutta la mia attenzione.
Una tale semplicità unita a una tale intelligenza, una tale bontà con tale fermezza d'animo, e la calma dell'anima aggiunta alla pienezza della vita e all'operosità.
Ma sono tutte ciarle insulse quelle che ti sto dicendo su di lei, mere astrazioni che non rendono giustizia a uno solo dei suoi tratti. Un'altra volta - no, non un'altra volta - voglio raccontartelo adesso, subito. Se non lo faccio adesso non lo farò mai più. Perché, detto fra noi, da quando ho cominciato a scrivere, sono già stato tre volte sul punto di buttare via la penna, far sellare il mio cavallo e via! Eppure stamattina presto ho giurato a me stesso di non uscire, ma continuo ad andare alla finestra a vedere a che punto è ancora il sole...
Non sono stato capace di resistere, dovevo assolutamente andare da lei. Eccomi qua di nuovo, Guglielmo, voglio mangiarmi il mio pane imburrato per cena e scriverti. Che gioia infinita è per me vederla circondata da quei simpatici e vispi bambini, dai suoi otto fratelli!
Se continuo così, alla fine ne saprai quanto all'inizio. Ascoltami bene, voglio sforzarmi a scendere in particolari.
Recentemente ti ho scritto di aver conosciuto l'intendente S..., e che lui mi ha pregato di fargli visita nel suo eremitaggio, o meglio, nel suo piccolo regno. Non ne ho fatto niente, e probabilmente non ci sarei mai capitato se il caso non mi avesse fatto scoprire il tesoro che giace nascosto in quei tranquilli paraggi.
I nostri giovanotti avevano organizzato un ballo in campagna, al quale volentieri avevo dato la mia adesione. Mi offrii di far da cavaliere a una ragazza buona, bella e del tutto insignificante, e si restò intesi che io avrei preso una carrozza con la mia ballerina e sua cugina per andare nel posto della festa e che strada facendo avremmo dato un passaggio a Carlotta S... «Conoscerete una bella ragazza,» disse la mia accompagnatrice mentre passavamo per la vasta e rada selva diretti alla casa di caccia. «Fate ben attenzione a non innamorarvene!» aggiunse la cugina. «E perché?» chiesi io. «È già stata promessa,» rispose quella, «a un uomo molto a posto che ora è via a sistemare le sue faccende, siccome suo padre è morto, e per sollecitare una carica importante.» La notizia mi lasciò alquanto indifferente.
Il sole aveva un altro quarto d'ora prima di scomparire oltre la montagna quando arrivammo davanti al portone del cortile. Il tempo era afoso, e le ragazze erano preoccupate a causa del temporale che sembrava annunciarsi nei tenebrosi nuvoloni grigiastri all'orizzonte. Dissipai la loro paura con presunte cognizioni meteorologiche, sebbene anch'io cominciassi a temere che la nostra allegria avrebbe subito un qualche inciampo.
Smontai, e una domestica venuta al portone ci pregò di voler attendere un attimo, la signorina Carlotta sarebbe arrivata subito. Attraversai il cortile dirigendomi verso la casa ben costruita, e, salita la scalinata e arrivato sulla soglia, mi si presentò lo spettacolo più affascinante che io abbia mai visto. Nel vestibolo si accalcavano sei bambini fra gli undici e i due anni attorno a una fanciulla dal bel personale, di media statura, con indosso un semplice abito bianco con dei fiocchi rosso pallido alle braccia e al petto. Teneva in mano un pane nero e a ognuno dei suoi piccoli tagliava un pezzo proporzionato all'età e all'appetito, porgendolo a ognuno con grande gioia, e ognuno, dopo aver a lungo agitato in alto le manine, gridava il suo spontaneo «grazie!» prima ancora che fosse tagliato e poi con la merenda scappava via esultante o, se di carattere tranquillo, si dirigeva verso il portone a vedere i forestieri e la carrozza che doveva portare via Lotte. «Vi prego di scusarmi,» disse, «se v'ho incomodato a entrare e se faccio aspettare le signore. Tra il vestirmi e le cento disposizioni per la casa durante la mia assenza, ho dimenticato di dare la merenda ai miei bambini e non vogliono nessun altro che gli tagli il pane al mio posto.» Le feci un complimento inconsistente, tutta la mia anima era fissata sulla sua persona, sul tono, sui modi, e feci appena in tempo a riprendermi dallo stupore che lei scappò in camera a prendere i guanti e il ventaglio. I piccoli mi stavano osservando un po' in tralice a una certa distanza, mi avvicinai al più piccolo, un bimbo di bellissime fattezze. Lui si tirò indietro, ma proprio in quel momento Lotte ricompariva sulla porta e diceva: «Luigi, stringi la mano al signor cugino.» Cosa che il bimbetto fece con molto garbo, e non seppi resistere alla tentazione di baciarlo affettuosamente, malgrado la candela che gli scendeva dal naso. «Cugino?» dissi io porgendole la mano, «crede che io sia degno di avere la fortuna di essere suo parente?» «Oh,» disse lei con un sorriso negligente, «il nostro parentado è così esteso, e mi dispiacerebbe proprio se fra tutti lei fosse il peggiore.» Partendo incaricò Sofia, la sorella più grande, una ragazza di circa undici anni, di badare scrupolosamente ai bambini e di salutare il papà quando sarebbe rientrato dalla cavalcata. Ai piccoli disse che dovevano ubbidire a Sofia come se fosse stata lei stessa, cosa che qualcuno di loro promise solennemente. Una biondina però, una saputella di circa sei anni, disse: «Ma non sei tu, Lottina, noi preferiamo te.» I due ragazzi più grandicelli si erano arrampicati sulla carrozza e dietro mia insistenza lei gli permise di arrivare con noi sino all'entrata del bosco, se promettevano però di non stuzzicarsi e di tenersi ben saldi.
Ci eravamo appena sistemati e le signore si erano date il benvenuto e scambiate le debite osservazioni sui vestiti, specialmente sui cappelli, e avevano passato bene a setaccio tutti quelli che ci stavano aspettando, quando Lotte fece arrestare la carrozza e smontare i fratelli, i quali le baciarono di nuovo la mano: l'uno, il maggiore, con tutta la tenerezza dei suoi quindici anni, l'altro con molto impeto e spensieratezza. Li incaricò di nuovo di salutare i piccoli e ripartimmo.
La cugina chiese se aveva finito il libro che le aveva prestato. «No,» disse Lotte, «non mi piace. Può riprenderselo. Non che quello precedente fosse meglio.» Rimasi di sasso quando le chiesi di che libri si trattava e lei mi rispose: ... Trovai che c'era molto carattere in quello che diceva, ogni parola era un nuovo incanto, vedevo nuovi raggi dello spirito illuminare il suo viso che a poco a poco pareva dispiegarsi alla contentezza perché lei sentiva che ero d'accordo con lei.
«Quando ero più giovane,» disse, «non c'era niente che mi piacesse più dei romanzi. Dio sa con che piacere di domenica mi mettevo in un angolino e trepidavo per la buona e cattiva stella di una qualche Miss Jenny. E non nascondo che per me questo genere non ha perso del tutto le sue attrattive. Ma adesso ho così poco tempo per leggere un libro che quando capita deve essere di mio gusto o niente. E l'autore che preferisco è quello in cui ritrovo il mio mondo, le cose e i fatti che mi succedono intorno, e le cui storie catturino il mio interesse e il mio cuore al pari della mia stessa vita domestica, la quale non è certo un paradiso, ma che è certamente fonte di un'indicibile felicità.»
Mi sforzavo di nascondere la mia commozione ascoltando queste parole. Ma non ci riuscii a lungo, si capisce: perché allorché la sentii discorrere così, come di sfuggita, ma con tanta pertinenza del Vicario di Wakefield di... e di..., non stetti più in me, le dissi tutto ciò che sapevo, e solo dopo un po' di tempo notai, visto che Lotte rivolse la conversazione verso le compagne, che costoro per tutto quel tempo se ne erano rimaste lì imbambolate con gli occhi sgranati, come se non esistessero neppure. La cugina mi guardò più di una volta con una smorfia ironica, della quale, peraltro, non m'importò granché.
La conversazione cadde sul piacere del ballo. «Anche se questa passione è riprovevole,» disse Lotte, «confesso che niente mi piace di più del ballo. E quando qualcosa mi va storto mi metto a strimpellare una contraddanza sulla mia spinetta ed ecco che tutto si sistema.»
Come mi sperdevo in quegli occhi neri durante la conversazione, come attiravano a sé tutta la mia anima quelle labbra tumide e quelle guance sbarazzine! immerso nella splendida sensatezza del suo discorso, spesso non sentivo neppure le parole con cui si esprimeva - conoscendomi, puoi benissimo fartene un'idea. Per farla breve, quando ci arrestammo davanti al padiglione smontai dalla carrozza come trasognato, ed ero così sperduto nei miei sogni, mentre il sole calava, che feci appena caso alla musica che risuonava sino a noi dalla sala illuminata.
I due signori Audran e un certo N.N. - ma chi si ricorda di tutti i nomi? - che erano i cavalieri della cugina e di Lotte, vennero allo sportello, s'impadronirono delle loro dame, e io salii di sopra con la mia.
Prendemmo a intrecciarci in minuetti; invitai una ragazza dopo l'altra, e solo le più antipatiche non si decidevano mai a porgere la mano e a farla finita. Lotte e il suo ballerino cominciarono una contraddanza inglese, e ti lascio immaginare la mia gioia quando vidi che anche lei veniva a mettersi in riga con noi. Bigogna vederla ballare! ecco, ci mette tutta l'anima, tutto il cuore, tutto il suo corpo è armonia, così disinvolta, così sciolta, come se il ballo fosse tutto, come se non pensasse a nient'altro, non sentisse altro; e in quei momenti certamente tutto il resto le scompare davanti agli occhi.
La invitai per la seconda contraddanza; lei mi accordò la terza e con la franchezza più amabile di questo mondo mi rassicurò che ballava il valzer con immenso piacere. «Qui l'uso vuole,» aggiunse, «che le coppie arrivate assieme rimangano unite anche nel valzer, e il mio cavaliere lo balla male e mi sarà grato se gli risparmierò questa fatica. La sua dama non è che se la cavi meglio, mentre ho visto che lei nella contraddanza inglese volteggia bene; se vuole farmi da ballerino nel valzer, allora vada a chiedere il permesso al mio accompagnatore e io andrò dalla sua dama.» Le strinsi la mano in segno d'intesa e rimanemmo d'accordo che nel frattempo il suo ballerino avrebbe fatto compagnia alla mia ballerina.
E via, attaccammo! e per un po' ci divertimmo con i più svariati intrecci delle braccia. Con quale grazia, con quale leggerezza si muoveva! e arrivati al valzer, prendemmo a ruotare attorno come sfere celesti; all'inizio ci fu, si capisce, un po' di confusione, dato che solo pochi erano capaci. Furbescamente li lasciammo sfogare, e, quando quelli negati ebbero sgombrato la pista, ci inserimmo noi, e, con un'altra coppia, Audran e la sua dama, ci demmo dentro. Mai mi sono sentito così a mio agio. Non ero nemmeno più un essere umano. Avere fra le braccia quell'amorevole creatura e vorticare con lei come un turbine, e ogni cosa che si dileguava intorno, e... Guglielmo, a essere sinceri, giurai che mai avrei permesso a una ragazza che amavo, sulla quale avessi una qualche prerogativa, di ballare il valzer altri che con me, anche a costo di rovinare ogni cosa. Il perché lo capisci.
Facemmo alcuni giri a passo nella sala, per riprendere fiato. Poi andò a sedersi, e le arance che avevo messo in disparte, le sole che erano rimaste, fecero un effetto straordinario, solo che ogni spicchio che lei, per cortesia, passava a una vicina impicciona, era per me una stilettata.
Alla terza contraddanza inglese noi eravamo la seconda coppia della fila. Mentre intersecavamo la schiera e io, Dio sa con quale piacere ero agganciato al suo braccio e ai suoi occhi, pieni del divertimento più spensierato e innocente, incontrammo una signora che mi aveva già colpito per l'amabilità del volto, benché non fosse più tanto giovane. Guardò Lotte sorridendo, alzò un dito in segno di riprovazione, e pronunciò il nome di Alberto con aria allusiva, sfiorandoci velocemente.
«Chi è Alberto?» chiesi a Lotte, «se non sono indiscreto.»
Lei stava per rispondere, quando dovemmo scioglierci per formare la grande quadriglia, e mi sembrò di scorgere un'ombra di preoccupazione sulla sua fronte mentre ci incrociavamo. «Perché mai dovrei nasconderglielo,» mi disse porgendomi la mano per la promenade, «Alberto è un bravo ragazzo al quale sono già promessa.» Infatti la cosa non mi era affatto nuova (le ragazze me l'avevano detto in carrozza), eppure mi colpì come una novità assoluta, perché io non l'avevo ancora messo in relazione con colei che in così pochi istanti mi era diventata tanto preziosa. Basta, mi confusi e andai a sbattere nella coppia sbagliata e ne nacque un bello scompiglio e ci volle tutta la presenza di spirito di Lotte perché, a forza di tirare di qua e di là, tutto ritornasse in ordine.
La danza non era ancora terminata che i lampi, che avevamo già da un bel pezzo visto brillare all'orizzonte e che avevo sempre scambiato per fenomeni della calura, presero a farsi sempre più forti e il tuono riuscì a sopraffare la musica. Tre donne corsero fuori dalla schiera seguite dai loro cavalieri; la confusione si fece generale e la musica cessò. È naturale che quando ci stiamo divertendo se siamo sorpresi da una disgrazia o da qualcosa di spaventoso l'impressione che ci fa è più forte che mai, sia per via del contrasto che si fa sentire con più violenza, sia perché, e forse ancor di più, i nostri sensi, una volta apertisi, sono più vulnerabili, esposti come sono a ogni emozione. A queste cause devo ascrivere le strane smorfie di parecchie signore. La più sensata si mise a sedere in un angolo voltando le spalle alla finestra e turandosi le orecchie con le mani. Un'altra cadde ginocchioni e nascose la testa nel primo grembo a tiro. Una terza s'infilò fra l'una e l'altra e abbracciò la sorellina mettendosi a piangere copiosamente. Qualcuna voleva andare a casa; altre, che sapevano ancor meno cosa stavano facendo, non avevano neanche senno sufficiente per destreggiarsi con l'ardita sfrontatezza dei nostri baldi giovanotti che si davano da fare come matti per cogliere direttamente dalle labbra delle belle in pena le preghiere altrimenti destinate al cielo. Alcuni dei nostri signori erano scesi dabbasso a farsi una pipata in santa pace; e la restante compagnia non disse di no quando la padrona di casa ebbe la buona idea di indicarci una stanza con imposte e tende. Vi eravamo appena giunti che Lotte si mise a disporre un cerchio con le sedie e, dopo che dietro suo invito la compagnia si era messa a sedere, prese a spiegare il funzionamento di un gioco.
Ne vidi parecchi che, allettati da una succosa penitenza, già protendevano le labbra a cuoricino e si stiravano tutti. «Giochiamo alla conta,» disse lei. «Adesso fate attenzione! Io faccio il giro da destra a sinistra, e voi conterete a ruota, ognuno il numero seguente, ma deve essere un fuoco di fila, e chi s'impappina o sbaglia, si prende una sberla, e così fino a mille.» Qui venne il bello. Lei andava intorno con il braccio teso. Uno, cominciò il primo, due, il vicino, tre, quello dopo, e così via. Poi lei prese a girare più velocemente, sempre più velocemente, uno si sbagliò e paff, uno schiaffo, e alla ridarella del vicino, paff, uno schiaffo anche a lui. E sempre più velocemente. Io stesso mi presi due ceffoni e credetti di sentire con segreto compiacimento che erano più sonori di quelli che assestava agli altri. Uno scoppio di risa e un pandemonio generale mise fine al gioco prima ancora che si fosse arrivati a mille. Quelli che erano più in confidenza si appartarono, il temporale era passato, e io seguii Lotte nella sala. Strada facendo lei disse: «Con le sberle hanno dimenticato il tempo e tutto il resto!» Non riuscii a rispondere niente. «Io, continuò, ero una di quelle che avevano più paura; è stato facendomi forza con tutta me stessa per dare coraggio alle altre che sono diventata intrepida anch'io.» Ci avvicinammo alla finestra. Ancora dei tuoni lontani, e una pioggerella deliziosa bisbigliava sulla campagna, e una fragranza ritemprante saliva fino a noi in tutta la pregnanza di un vento tiepido. Stava appoggiata sui gomiti, il suo sguardo scrutava il paesaggio, guardò il cielo e poi me, vidi che aveva gli occhi pieni di lacrime, appoggiò la mano sulla mia e disse: «Klopstock!» Subito mi tornò alla mente quell'ode stupenda a cui alludeva e m'inabissai nella corrente di emozioni che quella parola d'ordine aveva suscitato in me. Non riuscii a trattenermi, mi chinai sulla sua mano e la baciai in preda a un pianto carico di gioia. E guardai di nuovo nei suoi occhi. O poeta sublime, se a te fosse stato concesso di cogliere la tua apoteosi in questo sguardo e a me fosse concesso di non sentire più citare il tuo nome così spesso a vanvera!
19 giugno
Dunque, a che punto sono rimasto con il mio racconto? non lo so più; ricordo solo che erano le due di notte quando mi misi a letto e che, se invece di scrivere avessi potuto stare a chiacchierare con te, probabilmente ti avrei tenuto sveglio sino al mattino.
Cosa è successo al nostro ritorno dal ballo, non l'ho ancora raccontato, e non ho tempo nemmeno oggi.
Che alba magnifica, con il bosco gocciolante attorno e i prati rinfrescati dalla pioggia! Le nostre compagne si erano appisolate. Mi chiese se anch'io non volevo fare altrettanto, di non scomodarmi per lei. «Finché vedo aperti questi occhi,» dissi guardandola fissamente, «non c'è pericolo.» Ed entrambi siamo rimasti svegli sino al portone di casa sua, che la domestica socchiuse piano, e alle sue domande la rassicurò che il padre e i bambini stavano bene e che tutti stavano ancora dormendo. Allora la lasciai con la preghiera di poterla vedere quello stesso giorno, lei acconsentì, e ci sono tornato; e da allora sole, luna e stelle possono tranquillamente farsi le loro faccende, io non so più se è giorno o notte, e il mondo intero svanisce intorno a me.
21 giugno
Vivo dei giorni felici come quelli che Dio riserva ai suoi santi; e qualunque cosa mi succederà, non potrò più dire di non aver colto le gioie, le gioie più autentiche della vita. Sei al corrente del mio Wahlheim; mi ci sono stabilito definitivamente, da qui a Lotte ho soltanto mezz'ora di strada, là mi sento me stesso e provo tutta la felicità che sia concessa all'uomo.
Chi avrebbe mai pensato, quando scelsi Wahlheim come meta delle mie passeggiate, che si trovasse così vicino al cielo? Quante volte ho visto la casa di caccia che ora racchiude tutti i miei desideri, nelle mie lunghe escursioni, ora dai monti, ora dalla pianura oltre il fiume!
Caro Guglielmo, ho fatto ogni genere di riflessioni sulla bramosia dell'uomo di espandersi, di fare nuove scoperte, di vagare per il mondo; e poi sul recondito impulso a limitarsi volontariamente, a procedere nel solco dell'abitudine senza preoccuparsi di guardare né a destra né a sinistra.
È curioso il fatto che io sia arrivato qui e dalla collina abbia scorto la bella vallata, abbia sentito da ogni dove una specie di richiamo... Ecco laggiù il boschetto! Ah, potersi immergere nella sua ombra! e laggiù ancora la cima della montagna! Ah, poter contemplare da là la vasta regione! la catena delle colline e le nostre valli! Oh, se potessi sperdermi in esse! Poi sono corso laggiù e sono tornato senza aver trovato ciò che speravo. Oh, la distanza per me è come il futuro. Un tutto nebuloso giace davanti all'anima, la nostra sensibilità vi si smarrisce, i nostri sensi non bastano più e noi, ahimè, aneliamo a lasciarci andare con tutto il nostro essere per lasciarci colmare dalla voluttà di un unico, grande, splendido sentimento... Ahimè, e quando vi accorriamo, quando il «là» diventa «qui», tutto è come prima, ci ritroviamo nella nostra miseria di sempre, nella nostra limitatezza, e la nostra anima riprende a struggersi per quella promessa rinviata.
Per questo il vagabondo più inquieto alla fine sospira per la sua patria e trova nella sua capanna, accanto alla sua sposa, nella cerchia dei suoi figli, nello strapazzo per mantenerli, quella voluttà che ha cercato invano nella vastità del mondo.
Quando allo spuntar del giorno esco e m'incammino verso Wahlheim e là nell'orto dell'osteria raccolgo da me stesso i piselli e mi metto a sedere e li sgrano leggendo frattanto il mio Omero... quando nella piccola cucina prendo un tegame, ci metto il burro, i piselli, il coperchio e mi siedo accanto al fuoco per rimestarli di tanto in tanto, mi sento pieno di vigore come gli arroganti pretendenti di Penelope che da sé macellavano buoi e maiali, li squartavano e li arrostivano. Non c'è niente che mi dia una sensazione di calma, di autenticità, come queste usanze di vita patriarcale che io, grazie a Dio, intesso senza affettazione nella mia esistenza di tutti i giorni.
Come sono contento che il mio cuore sappia provare la semplice, ingenua delizia dell'uomo che mette sulla sua mensa un cavolo coltivato da lui stesso, e non il cavolo soltanto, bensì tutti i giorni belli, il bel mattino che lo piantò, le dolci sere che lo innaffiò, e la sua contentezza nel vederlo crescere di giorno in giorno: tutto si concentra in quell'istante.
29 giugno
L'altro ieri il medico è venuto dalla città a visitare l'intendente e mi ha trovato steso a terra fra i bambini di Lotte che mi saltavano addosso, che mi prendevano in giro, io che gli facevo il solletico e loro che facevano un gran baccano. Il dottore, che è una marionetta tutta mossa da dogmi e che quando parla continua a pizzicarsi le pieghette dei polsini e a lisciarsi una cravatta sterminata, trovò che ciò è indegno di un uomo dabbene, me ne sono reso conto dalle smorfie del suo naso. Il che non mi ha fatto né caldo né freddo, l'ho lasciato continuare nelle sue pedanti tiritere e ho ricostruito ai bambini le case di carte che avevano buttato giù. Inoltre è andato in giro a lamentarsi che i figli dell'intendente sono già abbastanza maleducati per conto loro, ci mancava solo quel Werther là per rovinarli del tutto.
Eh sì, caro Guglielmo, per me i bambini sono la cosa più preziosa del mondo. Quando li sto a guardare e vedo in quei piccoli esseri il germe di tutte le qualità, di tutte le energie che un giorno gli saranno tanto necessarie... quando scorgo nell'ostinazione la futura perseveranza e la fermezza di carattere, e nella loro petulanza il buon umore e la leggerezza per sgusciare fuori dai pericoli del mondo, e tutto in modo così schietto, integro, ripeto sempre, sempre le auree parole del Maestro degli uomini: «Se non diverrete come uno di loro...» E invece, mio caro, loro, i nostri simili, che dovremmo prendere a esempio, noi li trattiamo come dei sudditi. Non devono avere una loro volontà! Ma noi non ne abbiamo una, forse? E dove sarebbe il privilegio? Nell'essere più vecchi e più abili? O buon Dio del cielo, tu non vedi che bambini vecchi e bambini giovani e nient'altro; e di quali ti compiaci di più, l'ha già espresso tuo figlio tanto tempo fa. Però essi professano fede in lui senza ascoltarlo - vecchia solfa anche questa! - e crescono i loro figli prendendo a modello se stessi - adieu, Guglielmo! basta con questi vaneggiamenti.
1 luglio
Quello che Lotte deve essere per un ammalato lo sento dal mio stesso povero cuore, che si trova in condizioni peggiori di molti che si struggono sul letto di dolore. Trascorrerà alcuni giorni da una distinta signora che, a parere del medico, è prossima alla fine e che in questi ultimi momenti desidera avere Lotte accanto a sé. La settimana scorsa sono stato con lei a trovare il vecchio pastore di St..., un posticino sperduto sul versante del monte a un'ora da qui. Siamo arrivati verso le quattro. Lotte aveva preso con sé la seconda sorella. Quando siamo entrati nel cortile ombreggiato da due giganteschi noci, il buon vecchio stava seduto su una panca davanti alla soglia, e quando ha visto Lotte si è ringalluzzito tutto, ha dimenticato il bastone e si è alzato per andarle incontro. È stata lei a corrergli incontro, costringendolo a risedersi mettendosi accanto a lui; gli ha portato i saluti di suo padre, si è stretta al cuore il brutto, sporco figlio minore del pastore, il gracidare continuo della sua vecchiaia. Avresti dovuto vedere come si dava da fare con il vecchio, come alzava la voce per farsi sentire dalle sue orecchie semisorde, come gli raccontava di giovani robusti che muoiono improvvisamente, dell'eccellenza delle acque termali di Carlsbad, entusiasta della sua intenzione di recarvisi la prossima estate, e come era migliorata la sua cera dall'ultima volta che lo aveva visto. Nel frattempo io avevo reso i miei omaggi alla moglie del pastore. Il vecchio si era rianimato tutto, e quando non seppi trattenermi dal lodare quei magnifici noci, che ci facevano un'ombra deliziosa, egli prese a narrarcene la storia, seppure con qualche difficoltà. «Non sappiamo,» disse, «chi ha piantato il più vecchio, c'è chi dice questo pastore, chi quell'altro. Ma quello giovane laggiù ha tanti anni quanti mia moglie, cioè cinquanta a ottobre. Suo padre lo piantò la mattina, lei venne al mondo verso sera. È stato il mio predecessore in questo uffizio, e non si può dire quanto tenesse a quest'albero, e neanche che non sia la stessa cosa per me. Mia moglie stava seduta là sotto sopra una trave e faceva la maglia quando io arrivai qui in questa corte per la prima volta, da povero studente.» Lotte gli chiese della figlia: era andata nei campi col signor Schmidt a vedere i braccianti, e il vecchio riprese il filo del racconto: di quanto il predecessore avesse preso a volergli bene, e con lui la figlia, e che dapprima era diventato vicario e poi suo successore. Il racconto volgeva alla fine, quando la giovane figlia del pastore entrò nel giardino insieme al signor Schmidt: salutò Lotte con infinita cordialità e devo riconoscere che mi riuscì piuttosto simpatica; una brunetta scattante e ben fatta, quello che ci vorrebbe a qualcuno per trascorrere piacevolmente il tempo in campagna. Il suo fidanzato (visto che immediatamente si presentò come tale), un uomo distinto e tranquillo, non voleva metter parola nella nostra conversazione, sebbene Lotte ve lo invitasse continuamente. Quello che più mi diede fastidio fu che dai suoi lineamenti mi parve che stesse zitto più per caparbietà e malumore che per limitatezza di spirito. Il che poi divenne anche troppo evidente quando Federica e Lotte presero a passeggiare - anche con me, si capisce - e la faccia di quel signore, già di per sé così abbronzata, si rabbrunò così visibilmente che Lotte mi tirò per la manica e mi fece capire che ero stato troppo galante con Federica. Ora non c'è niente che mi dia più fastidio del vedere gli uomini tormentarsi a vicenda, specialmente se si tratta di giovani nel fiore della vita che dovrebbero invece essere disponibili a tutte le gioie e invece stanno lì a guastarsi quel paio di buoni momenti con le loro smorfie, e solo quando è troppo tardi si rendono conto dell'irreparabilità di questo sciupio. La cosa mi rodeva e non potei fare a meno, quando verso sera facemmo ritorno alla casa del pastore e ci sedemmo attorno a un tavolo per bere il latte e la conversazione cadde sulle gioie e i dolori della vita, di prendere la palla al balzo e di mettermi a parlare con molto impeto contro il cattivo umore. «Noialtri spesso ci lagniamo,» cominciai, «che i bei giorni sono così rari e così numerosi quelli brutti, e, a quanto sembra, quasi sempre a torto. Se il nostro cuore fosse sempre aperto e pronto a godere del bene che Dio ci accorda ogni giorno, avremmo anche sufficiente energia per poi sopportare il male quando arriva.» «Ma noi non siamo padroni del nostro umore,» replicò la moglie del pastore, «e quanto dipende poi dallo stato fisico; se uno non si sente bene, gli va storto tutto quanto.» Ammisi che ero d'accordo. «Vogliamo dunque,» continuai, «considerarla una malattia e chiederci se non c'è un rimedio?» «Questo sì che è sensato,» disse Lotte, «io, per me, credo dipenda molto da noi. Lo so per esperienza. Quando qualcosa mi dà fastidio e cerca di mettermi di malumore, balzo in piedi e canto un paio di contraddanze su e giù per il giardino e mi passa subito.» «È quello che volevo dire io,» replicai, «con la luna di traverso è come con la pigrizia, dato che è una specie di pigrizia. La nostra indole ci è molto portata, eppure, se sappiamo farci forza, ecco che il lavoro viene da solo e nell'attività troviamo un vero e proprio godimento.» Federica era tutta orecchi e il giovane mi obiettò che non si è padroni di se stessi e che ancor meno si può disporre liberamente dei propri sentimenti. «Ma qui si tratta di un sentimento sgradevole,» replicai io, «dal quale ognuno si libererebbe più che volentieri; e nessuno può dire fino dove arrivino le sue energie se non le ha messe alla prova. Si capisce, chi è malato andrà a consultare tutti i medici e si conformerà a tutte le rinunce e ai farmaci più amari pur di riavere la salute.» Notai che il buon vecchio tendeva l'orecchio per riuscire a prender parte alla nostra conversazione, e rivolgendomi a lui alzai la voce: «Si predica contro tanti vizi,» dissi, «ma non ho ancora sentito che ci si sia mai scagliati dal pulpito contro il cattivo umore.» «Questo lo devono fare i pastori della città,» disse lui, «i contadini non sanno neanche cosa sia il cattivo umore... Certo che ogni tanto ci starebbe bene, sarebbe una lezione per mia moglie e il signor intendente.» Tutti risero, e anche lui rise di cuore, fino a che non cominciò a tossire, il che interruppe il nostro discorso per un bel po', dopodiché il giovane prese di nuovo la parola: «Lei ha definito vizio il cattivo umore, mi sembra che sia esagerato.» «Niente affatto,» risposi, «esso merita questo nome quando nuoce a noi stessi e agli altri. Non è già abbastanza non riuscire a renderci felici, gli uni con gli altri, dobbiamo anche derubarci del piacere che ognuno di noi talvolta riesce a procurarsi? E mi dica chi è quell'individuo che ha la luna di traverso e che è malgrado tutto capace di nasconderla, di tenersela per sé, cioè, senza turbare ogni gioia attorno. O piuttosto non si tratta di un rancore represso per la nostra inferiorità, della consapevolezza della nostra pochezza sempre legata alla gelosia e aizzata da una sciocca vanità? Vediamo persone felici e non siamo noi a farle felici, e questo ci è insopportabile.» Lotte mi sorrise vedendo con quanto impeto parlavo, e una lacrima negli occhi di Federica mi spronò a proseguire. «Guai a coloro,» dissi, «che si servono del potere che hanno su qualcuno per derubarlo delle semplici gioie che spontaneamente vi germogliano. Tutti i regali, tutti i favori del mondo non potranno mai sostituire un attimo di gioia che ci è stato amareggiato dall'invidiosa inquietudine del nostro tiranno.»
Il mio cuore in quel momento era stracolmo; il ricordo di alcune cose passate presero a incalzare nella mia anima, e gli occhi mi si riempirono di lacrime.
«Bisognerebbe ripetersi ogni giorno,» esclamai, «che non si può fare niente per i nostri amici se non lasciar loro le loro gioie e moltiplicare la loro felicità condividendola con loro. Sei forse capace, quando la loro anima più intima è torturata da una passione angosciosa, di versarvi una goccia di conforto?
«E quando l'estrema, tormentosa malattia si abbatterà sulla creatura che hai martoriato quando era nei suoi giorni fiorenti, ed ora eccola lì nello sfinimento più miserevole, l'occhio spento rivolto al cielo, il sudore della morte gocciolante sulla fronte pallida, e tu stai accanto al letto come un dannato, intimamente persuaso che sei impotente malgrado tutti i tuoi averi, e l'angoscia ti divora dentro... allora vorresti dare tutto pur di infondere una stilla di energia, una scintilla di coraggio in quella creatura morente.»
Il ricordo di una scena uguale, a cui ero stato presente, mi assalì con violenza bruta. Portai il fazzoletto agli occhi e abbandonai la compagnia, e solo la voce di Lotte che mi gridava che dovevamo partire mi richiamò a me stesso. Oh, come mi ha rimproverato strada facendo, per la mia viva partecipazione a tutto quel che mi capita, dicendomi che avrei finito per rovinarmi, che dovrei avere più riguardo per me. - Oh, angelo! È per te che vivrò.
6 luglio
È ancora al capezzale della sua amica morente ed è sempre la stessa, assidua creatura che, ovunque giri gli occhi, allevia i dolori e rende felici. Ieri sera è andata con Marianna e la piccola Amalia a passeggio, io lo sapevo, le sono andato incontro e abbiamo continuato insieme. Dopo aver camminato per mezz'ora, ritornando verso la città, siamo arrivati alla fontana che mi è così cara e che ora mi è cara mille volte di più. Lotte si è seduta sul muretto, noi siamo rimasti in piedi davanti a lei. Mi guardai attorno e, ahimè, quel tempo in cui il mio cuore era così solo mi ritornò vividamente alla memoria. «Amata fontana,» dissi, «da allora non sono più venuto a riposare nella tua freschezza, a volte, passandoti davanti di fretta, non ti ho neppure vista.» Alzai lo sguardo e vidi Amalia che saliva, tutta indaffarata a tenere in equilibrio un bicchiere d'acqua. Guardai Lotte, e sentii tutto quello che lei rappresenta per me. Intanto arriva Amalia con un bicchiere. Marianna voleva toglierglielo. «No,» gridò la bambina con un dolcissimo cipiglio, «no. Lottina, bevi prima tu!» Rimasi così incantato dalla fermezza e dalla bontà con cui proferì quella preghiera che riuscii a manifestare la mia emozione soltanto sollevando di slancio la piccola da terra e baciandola con tanto ardore che cominciò a strillare e a piangere. «Ha fatto male,» disse Lotte. - Rimasi di sasso. «Vieni, Amalia,» continuò, prendendola per mano e scendendo i gradini, «lavati alla fontana, su, di corsa, non è niente.» Rimasi immobile a guardare con quale alacrità la piccola si sfregava le guance con le manine bagnate, persuasa che, grazie alla fonte miracolosa, avrebbe lavato via ogni impurità e avrebbe cancellato il pericolo che anche a lei crescesse una barba ignominiosa; mentre Lotte diceva: «ora basta,» e la bambina continuava a lavarsi lo stesso con grande zelo, come se la quantità rappresentasse una garanzia in più. Guglielmo, ti dico che non ho mai assistito con maggiore rispetto a un battesimo, e quando Lotte risalì, mi sarei volentieri gettato ai suoi piedi come davanti a un profeta che ha lavato via i peccati di un'intera nazione.
La sera, nell'esultanza del mio cuore, non potei fare a meno di raccontare l'accaduto a un uomo di cui mi fidavo perché credevo nel suo buon senso, dal momento che è intelligente; come mi sbagliavo! Disse che era imperdonabile che Lotte avesse fatto una cosa simile, che non bisogna raccontare fandonie ai bambini, che avrebbe portato a infiniti errori e superstizioni, dai quali invece si deve preservare i bimbi sin dalla più tenera età. Mi venne allora in mente che quell'uomo aveva avuto un battesimo una settimana prima, perciò lasciai correre e in cuor mio restai fedele alla seguente verità: dobbiamo comportarci con i bambini come Dio con noi, quando ci rende oltremodo felici lasciandoci vagolare nelle più rosee illusioni.
8 luglio
Come si può essere così bambini? Come si può cercare con tanta avidità uno sguardo? Come si può essere così bambini? - Eravamo andati a Wahlheim. Le signore erano in carrozza e durante la nostra passeggiata credevo che gli occhi neri di Lotte... sono un pazzo, perdonami! Dovresti vederli, quegli occhi... Visto che voglio essere breve (mi si chiudono gli occhi dal sonno), dunque, le signore rimontano in carrozza, e noi ci fermiamo attorno alla carrozza, cioè il giovane W., Selstadt e Audran e io. Esse si trattenevano a chiacchierare allo sportello con quei giovanotti che, si capisce, erano spumeggianti e spensierati. Io cercavo gli occhi di Lotte; ah, essi passavano dall'uno all'altro! ma su di me, che me ne stavo tutto solo e rassegnato, in attesa, su di me non si posavano! Il cuore le inviava migliaia di saluti. E lei non mi guardava! La carrozza ci sorpassò, e c'era una lacrima nei miei occhi. La seguii con lo sguardo e vidi la testa di Lotte sporgersi dallo sportello e lei si girò a guardare... verso di me? - Mio caro, oscillo in questa incertezza, è questa la mia consolazione: forse si è girata per vedere se c'ero. Forse! - Buona notte! Oh, che bambino sono!
10 luglio
La magra figura che faccio quando in qualche compagnia si parla di lei, dovresti vedere! Quando addirittura mi si chiede se mi piace - se mi «piace»! odio a morte questa parola. Che tipo è mai quello al quale Lotte «piace», al quale non riempie tutti i sensi, tutti i sentimenti! Se mi «piace»! Recentemente un tale mi ha chiesto nientedimeno se mi «piace Ossian»!
11 luglio
La signora M. sta molto male; prego per la sua vita, giacché anch'io soffro con Lotte. Ora la vedo solo di rado in casa della mia amica e oggi mi ha raccontato un caso curioso. Il vecchio M. è uno spilorcio di prima categoria che per tutta la vita ha angariato sua moglie, tenendola a stecchetto; malgrado ciò la donna è sempre riuscita a cavarsi d'impaccio. Qualche giorno fa, quando il medico non le ha dato più speranze, ha fatto chiamare suo marito (Lotte si trovava in camera) e gli ha fatto questo discorso: «Devo confessarti una cosa che dopo la mia morte potrebbe procurare confusione e dispiaceri. Fino a ora ho retto la casa con tutto l'ordine e l'economia possibili, ma dovrai perdonarmi se in tutti questi trent'anni ti ho ingannato. All'inizio del nostro matrimonio tu destinasti una cifra minima per le spese di cucina e per le altre uscite domestiche. Quando il nostro tenore di vita, insieme ai nostri affari, si ampliò, con te non c'è stato niente da fare per aumentare in proporzione il denaro per la settimana; in breve, tu sai che ai tempi in cui il tenore di vita era al massimo, pretendevi che riuscissi a cavarmela con sette fiorini la settimana. Li ho sempre presi senza protestare e il resto l'ho prelevato da me settimanalmente sugli incassi, dato che nessuno avrebbe mai potuto sospettare la padrona di casa di derubare la cassa. Non ho mai sperperato niente e sarei andata incontro all'eternità anche senza confessarti niente, se non fosse perché quella che dopo di me dovrà badare all'andamento della casa non saprebbe da che parte voltarsi e perché tu potresti insistere sul fatto che la tua prima moglie, invece, c'era sempre riuscita brillantemente.»
Ho parlato con Lotte di questo incredibile accecamento delle facoltà umane che impedisce loro persino il sospetto che, sotto, ci debba essere dell'altro quando sette fiorini bastano a sostenere una spesa probabilmente di due volte tanto. Ma io stesso ho conosciuto gente che, senza batter ciglio, crede di avere in casa l'orcio dall'olio inesauribile del profeta.
13 luglio
No, non mi sto ingannando. Nei suoi occhi neri leggo un'autentica partecipazione alla mia vita e al mio destino. Sì, lo sento, e in questo posso fidarmi del mio cuore che lei... oh, come osare, come esprimere tutto il paradiso di queste parole? - che lei mi ama!
Mi ama!... E che valore acquisto verso me stesso, quanto - a te lo posso dire, tu capisci queste cose - quanto mi adoro da quando lei mi ama!
Sarà presunzione o un sentimento di uno stato di fatto? Non conosco l'uomo dal quale, per il posto che occupa nel cuore di Lotte, temevo qualcosa. Eppure, quando parla del suo promesso sposo... con tanto calore, con tanto amore parla di lui che... mi sento come qualcuno che è stato destituito dalle sue cariche e dalla sua dignità e al quale viene confiscata la spada.
16 luglio
Ah, come tutte le vene prendono a pulsare quando il mio dito sfiora sbadatamente uno dei suoi, quando i nostri piedi s'incontrano sotto il tavolo! Mi ritraggo come se venissi scottato, e una forza misteriosa mi respinge in avanti - mi sento in preda a una vertigine che mi oscura la mente... Oh, e il suo candore, la sua anima spensierata non sente quanto mi facciano penare queste piccole intimità. Quando poi conversando la sua mano si posa sulla mia e nella foga del discorso lei si accosta tanto a me che l'alito celestiale della sua bocca raggiunge le mie labbra... ecco, credo di stramazzare come colpito dal fulmine. E, Guglielmo, se mai osassi... di questo paradiso, di questa fiducia... Capisci quel che voglio dire. No, il mio cuore non è così corrotto! È debole! Troppo debole! Ma non è questo un segno della corruzione già in atto?
Mi è sacra. Ogni desiderio in sua presenza tace. Quando sono con lei non so cosa provo; è come se l'anima si frantumasse e si disperdesse in ogni cellula nervosa. Conosce una melodia che suona alla spinetta con il vigore di un angelo, così semplice e così possente! È la sua canzone preferita e lei ha il potere di far dileguare ogni mio affanno, turbamenti e fisime, non appena ne cava la prima nota.
Niente di quanto è stato detto dell'antica forza magica della musica mi sembra inverosimile. Come s'impossessa di me quel semplice canto! E come lei sa farlo scandire a tempo, proprio nei momenti in cui avrei voglia di spararmi una pallottola in testa! Lo sbandamento e la tenebra della mia anima si lasciano distogliere, e io posso di nuovo respirare a pieni polmoni.
18 luglio
Guglielmo, cosa sarebbe mai per il nostro cuore un mondo senza amore? Una lanterna magica senza luce. Ma appena vi si introduce il piccolo lume, ecco che sulla tua parete bianca appaiono le immagini più sgargianti! E anche se non fossero che fantasmi evanescenti, la cosa ci fa pur sempre felici quando ce ne stiamo davanti come tanti ragazzini a guardarli e andiamo in estasi di fronte a quelle prodigiose illusioni. Oggi non sono potuto andare da Lotte, un impegno al quale non potevo mancare me l'ha impedito. Come rimediare? Ho spedito il mio servo solo per poi avere attorno una persona che oggi le si fosse avvicinata. Con quale impazienza sono rimasto ad aspettarlo, con quale gioia l'ho visto ritornare! gli avrei preso la testa fra le mani per baciarlo, se non mi fossi vergognato.
Si dice che la pietra di Bologna, se lasciata al sole, ne assorba i raggi e per un certo tempo torni a risplendere nell'oscurità. Mi pareva che fosse successa la stessa cosa al ragazzo. Il pensiero che gli occhi di Lotte si fossero posati sul suo volto, le sue guance, sui bottoni della giacchetta e sul bavero del soprabito, lo rendeva così sacro dalla testa ai piedi, così prezioso! In quel momento non avrei ceduto quel giovane per mille talleri. In sua compagnia mi sentivo così bene. - Dio ti guardi dal ridere di tutto questo, Guglielmo. Quando stiamo bene, è poi così importante che siano fantasmi o no?
19 luglio
«La rivedrò!» grido al mattino quando mi sveglio e sbircio pieno d'allegria il sole; «la rivedrò!» E poi per tutto il giorno non ho nessun altro desiderio. Tutto, tutto viene fagocitato da questa prospettiva.
20 luglio
La vostra idea non diventerà mai la mia, e cioè che dovrei andare con l'ambasciatore a ***. Non mi piace molto la subordinazione, e per giunta sappiamo tutti che quello è un individuo insopportabile. Dici che mia madre mi vedrebbe molto volentieri a far qualcosa: mi fai proprio ridere. E adesso non sono forse attivo? e non è in fondo la stessa cosa se conto piselli o lenticchie? Tutto a questo mondo va a finire in niente, e un uomo che per volontà altrui, senza che ciò corrisponda a una sua vera passione, a una sua esigenza, si strapazza per denaro o per onori o che so io, è sempre uno sciocco.
24 luglio
Visto che ci tieni tanto a che non trascuri il disegno, preferirei non risponderti neanche piuttosto di dirti che da un bel po' non faccio quasi niente.
Non sono mai stato così felice, mai prima d'ora ho sentito la natura così profondamente e con maggiore pienezza, fino alla pietruzza, ai fili d'erba, e tuttavia... Non so come dirlo, la mia forza immaginativa è così debole, tutto tremola e sfuma in me, tanto che non riesco a fissare un contorno netto; ma mi illudo che se avessi della creta o della cera riuscirei a dar corpo a qualcosa. Se continua così mi accontenterò della creta e mi metterò a impastare, anche a costo di fare delle torte!
Tre volte ho cominciato il ritratto di Lotte e tre volte mi sono avvilito; la cosa mi fa tanto più rabbia perché una volta azzeccavo ogni somiglianza con estrema facilità.
Allora ho fatto la sua siluetta e bisognerà che mi accontenti di questa.
26 luglio
Sì, cara Lotte, voglio svolgere tutti gli incarichi che Lei mi affida: me ne dia di più, molto spesso. La prego solo di una cosa: di non mettere più sabbia sui biglietti che mi scrive. Quello di oggi l'ho portato in fretta alle labbra e i denti hanno scricchiolato.
26 luglio
Già molte volte mi sono riproposto di non vederla così spesso. Sì, e chi ci riesce? Ogni giorno non resisto alla tentazione e mi riprometto solennemente che domani una volta tanto me ne resterò lontano, e quando viene mattina, ecco che daccapo trovo una ragione impellente, e prima ancora di rendermene conto sono già là, da lei. Altrimenti è stata lei a dirmi la sera prima: «Allora domani verrà?» e chi riuscirebbe a restarsene via? o mi dà un qualche incarico, e trovo più garbato essere io a portarle la risposta; o la giornata è bellissima, vado a Wahlheim, e una volta là, mi manca solo una mezz'ora per essere da lei! - Troppo vicino, ormai, quell'atmosfera prende ad agire e trac! eccomi là! Mia nonna sapeva una fiaba, La montagna magnetica: alle navi che si avvicinavano troppo venivano strappati tutti gli infissi di ferro, i chiodi volavano verso la montagna, e quei poveri sciagurati naufragavano in un accavallamento di assi sfasciate.
30 luglio
Alberto è arrivato e io me ne andrò; e anche se fosse il migliore, il più nobile degli uomini e io fossi disposto a considerarmi inferiore a lui sotto ogni aspetto, mi sarebbe intollerabile vedermelo davanti agli occhi in possesso di tante perfezioni. - Possesso! - Insomma, Guglielmo, è arrivato il promesso sposo! Un uomo bravo e simpatico, al quale non si può non voler bene. Per fortuna quando è arrivato io non ero là. Mi avrebbe straziato il cuore. Inoltre è così discreto, e in mia presenza non ha mai dato un solo bacio a Lotte. Che Dio lo rimeriti! E gli devo voler bene, non fosse che per il rispetto che mostra verso la ragazza. Lui mi vuole bene, e suppongo che sia più per opera di Lotte che per un suo sentimento personale; perché in queste cose le donne sono più abili, e hanno ragione: se riescono a far andare d'accordo due spasimanti, per quanto capiti di rado, il vantaggio è tutto loro.
Per ora non posso negare ad Alberto la mia stima. Il suo aspetto così calmo contrasta vivamente con l'irrequietezza del mio carattere, che non riesco a nascondere. È un uomo molto sensibile e sa cosa possiede in Lotte. Non sembra affatto lunatico, e tu sai che questo è il vizio che più di ogni altro detesto nella gente.
Mi considera un uomo pieno di senno; e il mio attaccamento a Lotte, la gioia ardente che provo per tutto quello che fa, accresce il suo trionfo e gliela fa amare ancora di più. Se poi ogni tanto la faccia penare con qualche piccolo guizzo di gelosia, è una questione su cui non voglio indagare, certo io al suo posto non sarei mica tanto tranquillo con questo diavolo sempre in agguato.
Faccia come vuole, tanto la mia gioia di stare vicino a Lotte è finita. Dovrei chiamarla follia o accecamento? Che importano i nomi? le cose parlano da sé. Sapevo già tutto quello che so adesso, prima ancora che Alberto arrivasse; sapevo che non potevo accampare nessun diritto su di lei, e nemmeno l'ho fatto - cioè, almeno fin dove è possibile non provare desiderio per un essere così bello. - E ora, ecco il povero sciocco che fa gli occhi così perché quell'altro è arrivato davvero e gli porta via la ragazza.
Digrigno i denti, e me ne rido della mia miseria, e me ne riderei due, tre volte di più di chi mi dicesse che dovrei rassegnarmi, e che non può essere altrimenti. - Fuori dai piedi queste marionette! - Giro per i boschi, e quando arrivo da Lotte, e Alberto le siede accanto in giardino sotto la pergola, non so più che fare, e mi abbandono a una stravaganza che vorrebbe essere allegria e invento ogni sorta di buffonate e di scherzi. «Per amor di Dio,» oggi mi ha detto Lotte, «la prego, basta scene come quelle di ieri sera! Fa spavento, lei, quando è così allegro.» Detto fra noi, aspetto il momento giusto quando lui ha da fare e via! sono già là, e mi sento proprio a mio agio quando la trovo sola.
8 agosto
Credimi, caro Guglielmo, non pensavo affatto a te quando mi lamentavo di quella gente che pretende da noi rassegnazione davanti a un destino inevitabile. Davvero non pensavo che questa fosse anche la tua opinione. E in fondo hai ragione. Con questa riserva, carissimo: che a questo mondo raramente si arriva a un netto aut aut; i sentimenti e i modi di agire si differenziano per tali e tante sfumature quanto quelle che passano fra un naso aquilino e uno camuso.
Non devi perciò avertela a male se ti passo per buone tutte le tue argomentazioni, però io da parte mia cerco di sottrarmi all'aut aut.
O, dici tu, hai delle speranze per Lotte o non ne hai. Ebbene, nel primo caso cerca di concretizzarle, di venire a capo dei tuoi desideri; nel caso contrario fatti forza e cerca di liberarti da un sentimento penoso che ti consumerà tutte le tue energie. - Mio caro, tutto ciò è ben detto - ma troppo alla svelta.
Come puoi pretendere dall'infelice, la cui vita si spegne lentamente a causa di una malattia che avanza senza sosta, che egli metta fine per sempre al suo tormento con un colpo di pugnale? Quel male che gli consuma le energie, non è anche quello che gli toglie il coraggio necessario per liberarsene?
È vero che tu potresti rispondermi facendomi un paragone analogo: chi mai non preferirebbe lasciarsi tagliare un braccio, piuttosto che mettere la propria vita a repentaglio tentennando e temporeggiando? Non so, davvero! - e non staremo mica qui ad accapigliarci per dei paragoni. Basta. - Sì, Guglielmo, di tanto in tanto avrei un attimo di coraggio sfrenato, di liberazione, ma poi... Se almeno sapessi dove andare! ci andrei subito.
sera
Il mio diario, che ho trascurato per un certo tempo, oggi mi è di nuovo capitato fra le mani, e sono stupito per come, passo dopo passo, deliberatamente, io sia potuto arrivare a questo punto. Per come abbia sempre visto chiaramente il mio stato e tuttavia abbia sempre agito come un bambino; lo vedo anche ora, chiaramente; e non c'è nessun sintomo di miglioramento.
10 agosto
Potrei fare la bella vita, felicissima, se non fossi un pazzo. Tante circostanze favorevoli come quelle in cui mi trovo io adesso non si combinano assieme facilmente per deliziare l'ani=ma di un uomo. Ah, una cosa è certa: che solo il nostro cuore fa la sua propria felicità. - Essere membro di una famiglia così amabile, essere amato dal vecchio come un figlio, dai piccoli come un padre e da Lotte! e poi questo Alberto, così leale, che non turba la mia felicità con nessuno sgarbo, nessun capriccio, che mi circonda della sua cordiale amicizia e per il quale, dopo Lotte, sono la persona più cara al mondo! - Guglielmo, è un piacere starci a sentire quando andiamo a passeggio e parliamo di Lotte: non è mai stato inventato niente di più ridicolo di questo rapporto, e tuttavia spesso gli occhi mi si riempiono di lacrime.
Mi racconta della virtuosa madre di lei, e di come in punto di morte abbia affidato a Lotte la sua casa e i suoi bambini e abbia raccomandato Lotte a lui, come da allora uno spirito completamente diverso abbia animato Lotte, come nella preoccupazione per l'andamento della casa e per la gravità del compito lei sia diventata una madre vera e propria, come non ci sia un momento del suo tempo che trascorra privo di amorosa operosità, senza fare qualcosa, e tuttavia, in tutto questo daffare, lei non abbia mai perso il suo brio e la sua indole giocosa. Io intanto gli cammino al fianco e strada facendo raccolgo fiori, li metto insieme molto accuratamente in un mazzo, e... li getto nel ruscello che scorre lì vicino e li seguo con lo sguardo sulla lenta corrente. - Non so se ti ho scritto che Alberto resterà qui e occuperà una carica dotata di un buon stipendio, datagli dalla corte, dove è molto benvoluto. In quanto a ordine e zelo negli affari raramente ho visto qualcuno capace di stargli al passo.
12 agosto
Indiscutibilmente Alberto è l'uomo migliore del mondo. Ieri ho avuto con lui uno scambio di opinioni piuttosto singolare. Sono andato da lui per prendere commiato, perché mi aveva preso la voglia di fare un giro a cavallo fra i monti, da dove ti sto scrivendo in questo istante, e mentre vado su e giù per la stanza, mi cadono improvvisamente sotto gli occhi le sue pistole. «Prestami le pistole per il mio viaggio,» dissi. «Per me,» disse, «se ti prendi la briga di caricarle. Qui da me stanno appese solo per bellezza.» Ne staccai una, e lui continuò: «Da quando la mia prudenza mi ha giocato un bruttissimo tiro, non voglio più aver a che fare con quella roba lì.» Ero curioso di conoscere la storia. «Per tre mesi e più,» raccontò, «mi sono trattenuto presso un amico in campagna; avevo un paio di terzette scariche e dormivo tranquillo e beato. Una volta, poi, un pomeriggio piovoso, costretto all'ozio, non so come mi salta in mente che avremmo potuto essere assaliti, che avremmo potuto avere bisogno delle terzette e che..., insomma, sai com'è. Così le diedi al servo da pulire e da caricare, e questo si mette a scherzare con le serve, vuole spaventarle, e Dio sa come, l'arma spara mentre c'è ancora dentro la bacchetta, la bacchetta va a conficcarsi nella mano destra di una serva e le fracassa il pollice. Mi toccò sopportare non solo gli strilli ma anche le spese per la cura, e da allora lascio scariche tutte le armi. Eh, caro mio, quando si dice che la prudenza non è mai troppa! Non si sa mai dov'è il pericolo! Cioè...» ora tu sai che quell'uomo mi è molto caro in tutto tranne che per i suoi cioè, dato che va da sé che ogni principio ammette delle eccezioni. Com'è pignolo quell'uomo! Quando pensa di aver detto qualcosa di troppo affrettato, di generico, approssimativo, ecco che poi non la smette più di riassestare, di modificare aggiungendo, togliendo, fino a che di una cosa non resta più niente. E in questa occasione esagerò la dose, io non lo stavo più nemmeno a sentire, fui preso dai miei soliti ghiribizzi e, con un gesto inconsulto, mi premetti la canna della pistola contro l'occhio destro. «Ehi,» disse Alberto tirandomi giù la pistola, «che ti piglia?» «Tanto non è carica,» dissi io. «E con ciò? che ti piglia?» replicò spazientito. «Non riesco a capire come un uomo possa essere così scemo da spararsi, solo a pensarci vado in bestia.»
«Ma è mai possibile,» esclamai io, «che voi uomini, per poter parlare di una cosa, dobbiate sempre dire: questo è stupido, questo è ragionevole, questo va bene, questo va male? Che significa tutto ciò? Avete forse individuato una volta per tutte i rapporti interdipendenti di un'azione? Sapete dunque dipanare con chiarezza le cause che l'hanno provocata, per le quali doveva accadere? Se fosse così, non sareste così sbrigativi con i vostri verdetti.»
«Mi concederai,» disse Alberto, «che certe azioni rimangono riprovevoli qualunque sia il motivo che le ha messe in moto.»
Feci spallucce e gli detti ragione. «Però, caro mio,» continuai, «anche qui esistono delle eccezioni. È vero che rubare è un peccato, ma l'individuo che va a rubare per salvare sé e i suoi da un'imminente morte per fame, si merita pietà o castigo? Chi oserà mai scagliare la prima pietra contro un marito che, in un accesso di legittima ira, sacrifichi la sua donna adultera e il suo ignobile seduttore? contro la ragazza che in un momento di smarrimento passionale si perda negli incontenibili piaceri dell'amore? Persino le nostre stesse leggi, così insensibili e pedanti, si commuovono e perdonano.»
«Ma questa è una cosa completamente diversa,» replicò Alberto, «perché un uomo trascinato dalle sue passioni perde ogni controllo e deve essere considerato come un ubriaco, un pazzo.»
«Ah, voi, gente così ragionevole!» gridai ridendo. «Passione! Alcolismo! Pazzia! Come ve ne state comodamente rilassati, voi, così senza essere coinvolti, voi uomini morali! Strapazzate l'ubriacone, disprezzate colui che ha perduto la ragione, passate via come il prete e come il fariseo, ringraziate Dio che non vi ha fatto come uno di loro. Io mi sono ubriacato più di una volta, le mie passioni non sono state molto lontane dalla pazzia e non me ne rincresce, perché nel mio piccolo sono riuscito a capire che tutti gli uomini straordinari, che hanno fatto qualcosa di grande, qualcosa che apparentemente sembrava impossibile, sono stati da sempre tacciati da ubriachi e da pazzi.
«E anche nella vita di tutti i giorni non se ne può più di sentir gridare dietro a qualcuno che abbia fatto anche solo qualcosa di appena libero, nobile, inatteso: quello è ubriaco, è matto! Vergognatevi, voi sobri! Vergognatevi, voi sapienti!»
«Ecco che ci risiamo con i tuoi soliti grilli,» disse Alberto, «tu la fai sempre più grossa di quel che è, e in questo almeno hai torto marcio, nel paragonare il suicidio, che è questo di cui si sta parlando ora, a grandi imprese. Non si può considerare nient'altro che una debolezza, ecco. È certo più facile morire che sopportare con fermezza una vita tormentosa.»
Stavo per troncare la discussione, perché non c'è niente che riesca a mandarmi fuori dai gangheri come quando uno arriva lì e ti spiattella un insignificante luogo comune quando io invece sto parlando con il cuore in mano. Tuttavia sono riuscito a contenermi, perché quell'argomento l'avevo sentito spesso di già e ancor più spesso me ne ero indignato, e ho ribattuto con una certa animosità: «E tu la chiami debolezza? Ti prego, non lasciarti ingannare dalle apparenze. Un popolo che geme sotto l'insopportabile giogo di un tiranno, puoi chiamarlo debole se, finito di fermentare, finalmente esplode e spezza le catene? Un uomo che, vedendo la sua casa invasa dal fuoco per lo spavento sente tendersi tutti i nervi e trascina via senza fatica pesi che a mente fredda non riuscirebbe nemmeno a spostare; uno che nel furore dell'onta subita si scaglia su sei e li sopraffà, questi qui possono mai dirsi deboli? E, accidenti, se lo sforzo è energia, perché lo straforzo dovrebbe essere il contrario?» Alberto mi ha guardato e ha detto: «Non volermene, ma mi sembra che gli esempi che mi stai facendo qui non c'entrino proprio.» «Può anche essere,» dissi, «me lo si è gia rimproverato spesso che il mio modo di associare le idee sfiora il delirio. E allora guardiamo un po' se in un altro modo riusciamo a immaginarci che cosa prova quello che prende la decisione di sbarazzarsi del fardello, di solito gradito, della vita. È solo nella misura in cui proviamo gli stessi sentimenti che abbiamo il diritto di parlare di una cosa.
«La natura umana,» continuai, «ha i suoi limiti: può sopportare gioia, dolore e affanno fino a un certo grado e crolla appena esso viene superato. Qui non si tratta più, dunque, di sapere se uno è debole o forte, bensì se è in grado di sopportare il peso del suo dolore, non importa se morale o fisico, e trovo che sia altrettanto stravagante dare del codardo a colui che si toglie la vita, quanto sarebbe bizzarro dare del codardo a colui che muore di febbre maligna.»
«Paradosso! che paradosso!» esclamò Alberto. «Non quanto credi,» replicai io. «Mi concederai che noi chiamiamo malattia mortale quella che attacca la natura in modo tale da distruggere in parte le sue energie, in parte da metterle fuori uso, cosicché essa non è più capace di rimettersi in sesto, di riprodurre con una felice rivoluzione il consueto corso della vita.
«E ora, mio caro, applichiamo per esempio questo allo spirito. Considera l'uomo nella sua limitatezza, come le impressioni agiscano su di lui, e le idee gli si radichino dentro, sino a che una passione in crescendo gli strappi ogni capacità di discernimento e lo travolga una volta per tutte.
«È inutile che l'uomo calmo e ragionevole cerchi di capire lo stato di quello infelice, inutile che gli dia dei consigli. Proprio come uno sano al capezzale di uno ammalato: non può trasfondere in lui nemmeno una stilla delle sue energie.»
Secondo Alberto tutto ciò era troppo generico. Gli ricordai una ragazza che era stata trovata annegata qualche tempo prima, e gli ripetei la sua storia. «Una creatura giovane, mite, che era cresciuta nello stretto ambiente delle occupazioni domestiche, del lavoro scandito esattamente giorno dopo giorno, che non aveva nessun'altra prospettiva di svago se non passeggiare la domenica con le amiche fuori porta, con dei vestitini messi insieme un po' per volta, forse partecipare a un ballo nelle grandi solennità, e per il resto passare qualche ora a chiacchierare con una vicina di un bisticcio o di qualche pettegolezzo, mettendoci tutto l'ardore di una cosa presa di petto... Un essere la cui natura focosa incomincia finalmente a sentire bisogni più intimi, accresciuti dalle galanterie degli uomini; i suoi piaceri di prima le diventano sempre più insipidi, fino a che non incontra un uomo dal quale è attratta da un sentimento irresistibile, sul quale ora ripone tutte le sue speranze, fino a dimenticare il mondo intero; non sente niente, non vede niente, non prova niente per altri che lui, l'unico, non brama che lui, l'unico. Non corrotta dalle vuote smancerie di una volubile vanità, il suo desiderio l'attira verso un solo scopo, diventare sua, legarsi eternamente a lui per cogliere quella felicità che le manca, godere all'unisono di tutte le gioie per le quali sospira. Promesse ripetute, che le suggellano la certezza di realizzare ogni speranza, carezze audaci che accrescono la sua voglia, imprigionano a poco a poco la sua anima; ondeggia in una coscienza offuscata, in un presentimento di tutti i piaceri, è tesa al massimo grado. Poi slancia finalmente le braccia per stringere tutti i suoi desideri - e il suo amante l'abbandona. Impietrita, incapace di intendere, è sospesa sull'orlo di un abisso; tutto è tenebra attorno a lei, nessun futuro, nessun conforto, nessuna risorsa! perché lui l'ha lasciata, lui che era il solo a dare un senso alla sua vita. Non vede il vasto mondo che le sta davanti, e neanche i numerosi uomini che potrebbero rimpiazzare quello che ha perduto, si sente sola, abbandonata dal mondo intero - e accecata, incastrata nella tremenda angoscia del suo cuore, si butta giù, per soffocare tutti i suoi tormenti nelle fluttuanti spire della morte. - Vedi, Alberto, questa è la vicenda di molta gente, e di' un po', non è la stesa cosa anche per la malattia? la natura non trova nessuna via d'uscita dal labirinto delle energie obnubilate e in conflitto fra di loro, e l'uomo deve morire.
«Guai a chi può assistere a una cosa simile e dire: povera pazza! se avesse aspettato, se avesse lasciato tempo al tempo, la disperazione si sarebbe certo placata, avrebbe certo trovato un altro per consolarla. Il che sarebbe come dire: povero pazzo, guardalo, muore di febbre! se avesse aspettato di recuperare le forze, che i suoi umori fossero risanati, il tumulto del sangue placato, sarebbe andato tutto bene, e lui adesso vivrebbe ancora!»
Alberto, al quale il paragone non era ancora del tutto chiaro, mi fece qualche obiezione, osservando fra l'altro che avevo parlato soltanto di una sempliciotta, che lui non capiva come si sarebbe potuto perdonare a un uomo intelligente, che non fosse così limitato ma capace di una visione più complessa e interdipendente delle cose, di... «Amico mio,» esclamai, «l'uomo è uomo, e quel po' di intelligenza che uno può o non può avere, conta poco o niente quando la passione infuria e lui si trova spinto agli estremi della natura umana. Tanto più che... ma ne parleremo un'altra volta,» dissi; e presi il mio cappello. Oh, avevo il cuore che scoppiava e ci lasciammo senza esserci capiti. Come di solito capita a questo mondo nessuno comprende facilmente l'altro.
15 agosto
È risaputo che non c'è niente al mondo che ci rende necessari, se non l'amore. Lo sento in Lotte, sento che mi perderebbe malvolentieri, e i bambini non riescono a concepire nient'altro se non che domani sarò di nuovo fra loro. Oggi sono andato ad accordare la spinetta di Lotte, ma non ne venivo a capo, i bambini mi perseguitavano perché gli raccontassi una fiaba, e Lotte stessa ha detto che li dovevo accontentare. Gli ho tagliato il pane della merenda, che ora essi prendono da me quasi con altrettanto entusiasmo che da Lotte, e gli ho raccontato la storia della Principessa servita da mani fatate. Imparo molto raccontando, ti assicuro, e sono stupito dall'impressione che fa su di loro. Siccome mi capita di inventare un qualche minimo particolare che ho dimenticato, loro me lo dicono subito, la volta prima era diverso, cosicché adesso mi esercito a recitargliela a menadito senza cambiamenti, come se fosse una cantilena. Così ho imparato che un autore con una seconda stesura della sua storia danneggia il suo libro, più di quanto lo abbia migliorato poeticamente. La prima impressione ci trova pronti a farla nostra, e l'uomo è fatto in modo tale che gli si può far credere le avventure più incredibili, che però si imprimono subito tenacemente, e guai a colui che vuole grattar via questa impressione e estirparla.
18 agosto
Deve proprio andare sempre così, che quel che fa la felicità dell'uomo deve essere anche la fonte della sua miseria?
Quel sentimento caldo e generoso del mio cuore per la viva natura, che mi inondava di tanta voluttà, che trasformava tutto il mondo attorno in un paradiso, adesso si sta trasformando in un carnefice intollerabile, un genio torturatore che mi insegue dappertutto. Una volta, quando contemplavo dalla rupe la fertile pianura e il fiume e oltre, fino a quelle colline, e vedevo tutt'intorno un germinare, uno sgorgare... quando vedevo quei monti, dai piedi alla vetta, coperti da alberi fitti, quelle valli nelle loro svariate curvature ombreggiate dai boschi più ameni, e il placido fiume scorrere fra le giuncaie bisbiglianti e le delicate nuvole rispecchiarvisi cullate dalla brezza serale... quando udivo gli uccelli attorno a me animare il bosco e i milioni di moscerini danzare impavidi nell'ultimo, rosso raggio di sole e il ronzante coleottero rivolto a quell'ultima luce liberarsi dall'erba, e un tramestio, un brulichio tutt'intorno mi faceva guardare verso il suolo, e il muschio che estorce il suo nutrimento alla dura roccia e gli arbusti che crescono laggiù sulle aride colline di sabbia mi iniziavano all'intima, ardente, sacra vita della natura... allora il mio cuore dirompente abbracciava ogni cosa, mi sentivo divinizzato in quella dilagante pienezza, e le splendide forme del mondo infinito si muovevano nella mia anima vivificandola. Enormi montagne mi circondavano, strapiombi mi si aprivano davanti, e i torrenti montani precipitavano, i fiumi scorrevano sotto di me, e foreste e montagne echeggiavano; e le vedevo agire e moltiplicarsi l'un l'altra nella profondità della terra tutte quelle energie imperscrutabili, ed ecco ora sopra la terra e sotto il cielo brulicare le generazioni di svariate creature. Tutto, tutto popolato da migliaia di forme diverse, e gli uomini si mettono al sicuro e si annidano nelle loro casupole ed ecco che secondo loro regnano sul mondo intero! Povero, stolto uomo che giudichi infima ogni cosa solo perché sei tu a essere così piccolo... Dalle montagne inaccessibili, passando sopra i deserti dove nessuno ha mai messo piede, sino ai confini dell'oceano ignoto soffia lo spirito dell'Eterno Creatore ed esulta per ogni granello di polvere che porta alla vita... Ah, quante volte allora ho desiderato volare con le ali della gru che mi stava sorvolando fino alle rive del mare sconfinato, bere da quel calice spumeggiante di infinito l'esaltante voluttà della vita e solo per un attimo sentire nelle poche energie del mio petto una stilla di beatitudine dell'essere che in sé crea tutto fuori da sé.
Fratello, al solo ricordo di quelle ore mi sento bene. Il solo sforzo di richiamare quelle ineffabili emozioni, di esprimerle di nuovo, innalza la mia anima sopra se stessa, per poi farmi sentire doppiamente l'angoscia del mio stato attuale.
È come se dalla mia anima si fosse scostato un sipario e la scena della vita senza fine si fosse tramutata davanti a me nel precipizio della fossa perpetuamente spalancata. Si può dire: questa cosa è, se tutto passa? se tutto sfreccia via con la velocità del fulmine per quanto raramente l'energia della sua esistenza duri inalterata sino alla fine per poi, ahimè, essere trascinata nella corrente, inabissata e sfracellata contro le rocce? Non esiste attimo che non divori te e i tuoi cari intorno, nessun attimo in cui tu non sia distruttore, in cui lo devi essere; la passeggiata più innocua costa la vita a migliaia di poveri vermi, un passo distrugge la stressante architettura di un formicaio e pigia quel piccolo mondo riducendolo a una tomba ignominiosa. Oh, non sono certo le grandi e intermittenti catastrofi del mondo, le inondazioni che spazzano via i vostri villaggi, i terremoti che inghiottono le vostre città, a impressionarmi: quello che mi logora il cuore è la forza distruttrice insita nell'essenza universale della natura, la quale non ha creato niente che non distrugga ciò che gli sta accanto e se stessa. Una vertigine carica di paura i miei pensieri. Cielo e terra, e il turbinio di queste energie che mi lambisce tutt'intorno: non vedo altro che un mostro che inghiotte eternamente, che eternamente rumina.
21 agosto
Invano tendo le braccia verso di lei, al mattino, quando emergo da sogni grevi, invano di notte la cerco nel mio letto quando un sogno felice e innocente mi ha illuso di essere seduto accanto a lei sul prato e di tenere la sua mano nella mia e di coprirla di una miriade di baci. Ahimè, quando ancora semi barcollante dal sonno brancolo verso di lei e d'improvviso mi sveglio... un torrente di lacrime sgorga dal mio cuore oppresso, e sconsolato piango su un oscuro avvenire.
22 agosto
Che sciagura, Guglielmo, la mia voglia di fare si è trasformata in una nervosa indolenza, non riesco a restare in ozio e nello stesso tempo non riesco neanche a muovere un dito. Non ho nessuno slancio creativo, nessun sentimento per la natura, e i libri mi fanno schifo. Quando manchiamo a noi stessi, ci manca tutto il resto. Te lo giuro, a volte vorrei essere un bracciante a giornata, solo per avere al risveglio al mattino qualcosa da far durare durante il giorno, una spinta, una speranza. Spesso invidio Alberto, che vedo immerso fino alle orecchie nelle sue pratiche e mi immagino che al suo posto starei bene! Più di una volta mi è venuta l'idea di scrivere a te e al ministro per chiedere quel posto all'ambasciata che, come tu mi assicuri, non mi sarebbe negato. Lo credo anch'io. Il ministro mi vuole bene da molto tempo e da altrettanto mi esorta a dedicarmi a una qualche attività; e mi sembra anche che per un po' lo farei volentieri. Però, a ripensarci, mi viene in mente la storia del cavallo che, insofferente della sua libertà, si lascia mettere sella e morso e viene cavalcato sino a esserne sfiancato - non so dove battere la testa... E, mio caro, questo struggimento interno per per un cambiamento della situazione presente non è forse una morbosa, radicata impazienza che mi perseguiterà ovunque?
28 agosto
È indiscutibile che se la mia malattia fosse curabile, queste persone ci riuscirebbero. Oggi è il mio compleanno, e di primo mattino ricevo un pacchetto da Alberto. Subito mentre l'apro mi cade sotto gli occhi uno dei fiocchi rosso pallido che Lotte aveva sul vestito quando la conobbi e che ripetutamente le avevo chiesto. Acclusi c'erano due volumetti in dodicesimo, il piccolo Omero di Wetstein, un'edizione che avevo spesso desiderato per non trascinarmi dietro quella dell'Ernesti. Vedi come essi prevengono i miei desideri, come snidano dalla loro amicizia tutte le minime attenzioni, mille volte più preziose di quei regali abbaglianti con i quali la vanità del donatore viene a umiliarci. Ho baciato questo fiocco migliaia di volte, e a ogni respiro centellino il ricordo di quella beatitudine di cui erano pieni quei pochi giorni felici, che non ritorneranno più. Guglielmo, è così, non sto brontolando: le gemme della vita sono solo apparenza! Quante passano senza lasciar traccia dietro di sé, quanto poche quelle che legano in frutto, e di questi frutti quanto pochi fanno in tempo a diventar maturi! Eppure ce ne sono in abbondanza; e tuttavia, o fratello mio, possiamo mai trascurare i frutti maturi, disprezzarli, lasciarli imputridire senza averli gustati?
Addio! L'estate è magnifica; spesso me ne sto seduto sugli alberi del frutteto di Lotte e con la pertica stacco le pere dalla cima. Lei sta giù e le prende man man che gliele lascio cadere.
30 agosto
Infelice! Non sei forse pazzo? Non ti stai ingannando a bella posta? Che significa questa furente passione senza fine? Non ho preghiere che per lei; alla mia immaginazione non appare altra figura della sua, e tutto il mondo che mi sta attorno non lo considero se non in rapporto a lei. E questo mi rende felice alcune ore - fino a che non devo di nuovo strapparmi da lei. Ahimè, Guglielmo, a cosa mai mi spinge il cuore? Quando sono rimasto seduto accanto a lei per due, tre ore e mi sono imbevuto della sua figura, del suo contegno, dell'espressione celestiale delle sue parole, i miei sensi a poco a poco si tendono, gli occhi mi si annebbiano, odo vagamente e mi sento stringere alla gola come dalla mano di un assassino e allora il mio cuore cerca di pompare ossigeno con battiti selvaggi ai miei sensi soggiogati, con il risultato di accrescerne lo sconcerto... Guglielmo, spesso non so nemmeno più di essere al mondo! E se talvolta la malinconia ha il sopravvento e Lotte non mi concede la magra consolazione di sfogare i miei affanni piangendo sulla sua mano, ecco che devo scappare, fuori! e prendo a vagare inoltrandomi nei campi attorno; la mia gioia, allora, è scalare un erto monte, aprirmi un varco in un bosco impraticabile, attraverso i rovi che mi feriscono, attraverso le spine che mi lacerano. Allora mi sento un po' meglio. Un po'! e quando dalla stanchezza e dalla sete mi fermo per strada, talvolta a notte fonda, quando la luna piena è fissa su di me, mi siedo nel bosco disabitato su un albero ricurvo per accordare un po' di sollievo ai piedi rigonfi e spossato mi lascio prendere da un sonno leggero che s'inoltra sino all'aurora. Oh Guglielmo! la solitudine di una cella, un ruvido saio e il cilicio sarebbero i refrigeri cui anela la mia anima. Adieu! Non vedo fine a questa miseria se non nella tomba.
3 settembre
Devo andarmene! Ti ringrazio, Guglielmo, di aver raddrizzato il mio vacillante proposito. Da quattordici giorni mi gingillo con il pensiero di lasciarla. È di nuovo in città da un'amica. E Alberto... e... devo andarmene.
10 settembre
Che notte, Guglielmo! adesso posso sopportare tutto. Non la rivedrò più. Oh, potessi volarti fra le braccia per dare sfogo con mille lacrime e slanci, carissimo, alle emozioni che assediano il mio cuore! Me ne sto qua seduto e cerco di riprendere fiato, di calmarmi, aspetto il mattino e i cavalli saranno pronti al levar del sole.
Ah, lei dorme tranquilla e non s'immagina che non mi rivedrà mai più. Mi sono svincolato da lei, sono stato abbastanza forte da non tradire il mio proposito per tutto un colloquio di due ore. E Dio, che colloquio!
Alberto mi aveva promesso di farsi trovare nel giardino con Lotte subito dopo cena. Me ne stavo sulla terrazza sotto gli alti castagni e guardavo il sole che per me calava per l'ultima volta sull'amorosa valle, il placido fiume. Tante volte mi sono trovato qui con lei a seguire questo estasiante spettacolo, e ora... Andavo su e giù per il viale che mi era così caro; un misterioso impulso carico di aspettativa spesso mi aveva fatto arrestare qui, prima ancora di conoscere Lotte, e come ci rallegrammo, all'inizio della nostra conoscenza, quando scoprimmo questa reciproca debolezza per questo angolo che è davvero uno dei più romantici che l'arte abbia mai creato.
Improvvisamente si spalanca fra i castagni l'ampio panorama - ma sì, certo mi sembra di avertene già scritto a lungo, di come le alte pareti dei faggi vadano poi restringendosi sino a chiudere la vista e di come poi un boschetto a ridosso scurisca sempre di più il viale, fino a sfociare in uno spiazzo recondito su cui convergono tutti i brividi della solitudine. Lo sento ancora quel senso di raccoglimento che provai entrandovi per la prima volta in pieno meriggio; avevo il remoto presentimento di quale teatro di beatitudine e di dolore di lì a poco sarebbe diventato per me.
Per una mezz'ora mi ero calato nel languido e dolce pensiero del distacco, del ritorno, quando li sentii salire verso la terrazza. Corsi loro incontro, con un fremito le afferrai la mano e gliela baciai. Eravamo appena risaliti che la luna si levò dalla collina cespugliosa, si parlava del più e del meno e senza rendercene conto ci avvicinammo al tetro padiglione. Lotte vi entrò e si sedette, Alberto accanto a lei, io pure; però la mia inquietudine non mi permise di restare seduto a lungo; mi alzai, mi parai davanti a lei, presi ad andare su e giù, tornai a sedere: ero in uno stato angoscioso. Lei ci fece notare l'incantevole effetto del chiaro di luna che in fondo alle pareti dei faggi illuminava la terrazza davanti a noi: una vista splendida, tanto più sorprendente per il buio crepuscolo che ci circondava. Tacevamo, e lei dopo un po' cominciò: «Non passeggio mai quando c'è la luna piena, mai senza che mi accompagni il ricordo dei miei defunti, che non mi assalga il pensiero della morte e del futuro. Noi saremo!» continuò con voce slanciata in una splendida certezza; «ma, Werther, ci ritroveremo ancora? ci riconosceremo? lei cosa crede? cosa ne dice?»
«Lotte,» dissi io, porgendole la mano mentre gli occhi mi si riempivano di lacrime, «certo che ci rivedremo! Quaggiù e lassù ci rivedremo!» Non riuscivo a proseguire - Guglielmo, doveva farla proprio a me una domanda simile, a me, che portavo in cuore questo angoscioso commiato?
«E chissà se i cari defunti sanno di noi,» continuò, «se sentono quando stiamo bene, con che caloroso amore ci ricordiamo di loro! Oh! ho sempre davanti l'immagine di mia madre quando, nella calma della sera, me ne sto seduta fra i suoi bambini, fra i miei bambini, e loro stanno raccolti attorno a me come erano raccolti attorno a lei. Quando poi con una lacrima di nostalgia guardo verso il cielo, mi auguro che lei possa guardare giù per vedere come mantengo la mia parola datale sul letto di morte di fare da madre ai suoi figli. Con che trasporto grido: «Perdonami, mia adorata, se non sono per loro quello che eri tu.» Ahimè, io faccio tutto quello che posso; sono vestiti, nutriti, e quel che più conta, oh, curati e amati. Se tu potessi vedere la nostra concordia, amatissima santa! glorificheresti allora con la tua gratitudine più profonda quel Dio al quale nelle lacrime estreme hai affidato i tuoi figli.»
Così disse! O Guglielmo, chi può ripetere quel che disse? Come possono le fredde e inanimate parole rendere giustizia ai celesti fiori dello spirito? Alberto la interruppe dolcemente: «Lei si sta commuovendo troppo, cara Lotte. So quanto la sua anima sia incline a questi pensieri, ma la prego...» «O Alberto,» disse lei, «io so che tu non hai dimenticato le sere in cui stavamo seduti attorno al tavolino rotondo, quando papà era via e avevamo messo a letto i bambini. Avevi spesso un buon libro, ma raramente ti riusciva di leggerne qualche pagina... La compagnia di questa anima meravigliosa non era forse superiore a tutto il resto? una donna così bella, così dolce, allegra e sempre attiva! Dio sa con quante lacrime spesso nel mio letto l'ho supplicato di rendermi simile a lei.»
«Lotte,» esclamai gettandomi ai suoi piedi, prendendole la mano e bagnandola di lacrime, «Lotte! la benedizione di Dio è su di te e sullo spirito di tua madre!» «Se l'avesse conosciuta,» disse stringendomi la mano, «era degna di essere conosciuta da lei!» Credetti di svenire. Mai frase così grande e sublime era stata indirizzata a me... e lei continuò: «E questa donna dovette andarsene nel fiore degli anni, quando il figlio più piccolo aveva appena sei mesi! La sua malattia non durò a lungo, lei era tranquilla, rassegnata, stava male solo per i suoi figli, specialmente per il neonato. Fino a che non si arrivò alla fine e mi disse: "Portameli su"; e quando glieli ebbi condotti, i più piccoli che non riuscivano a comprendere, i più grandicelli fuori di sé dal dolore, lì attorno al letto, lei alzò le mani e gli disse di avvicinarsi, e li baciò uno ad uno e li mandò via, e a me disse: "Fagli da madre!" Le diedi la mano! "Prometti molto, figlia mia," disse, "il cuore di una madre e l'occhio di una madre. Ho visto spesso dalle tue lacrime riconoscenti che sai cosa significa. Abbilo per i tuoi fratelli, e per tuo padre la fedeltà e l'ubbidienza di una sposa. Lo consolerai." Chiese di lui, era andato fuori, per nasconderci il suo dolore atroce poveretto, era sconvolto.
«Alberto, anche tu ti trovavi in camera. Udì qualcuno muoversi e chiese chi era, e ti disse di avvicinarti, e come guardò te e me, con quale sguardo di serena consolazione: che fossimo felici, felici insieme. Alberto le gettò le braccia al collo e la baciò e gridò: "E noi lo siamo! Noi lo saremo!" Il tranquillo Alberto era fuori di sé e io non sapevo dove ero.
«Werther,» prese a dire, «e questa donna doveva morire! Dio mio, quando penso che ci lasciamo portare via ciò che vi è di più caro nella nostra vita e che nessuno ne resta sgomento come i bambini, che poi continuano a lagnarsi per lungo tempo che gli uomini neri avevano portato via la mamma!»
Si levò in piedi, io ero ritornato in me e, profondamente commosso, rimasi seduto tenendole la mano. «Andiamo,» disse, «è ora.» Voleva ritirare la mano ma io la serrai piu forte ancora. «Ci rivedremo,» esclamai, «ci ritroveremo, ci riconosceremo sotto qualsiasi forma. Io me ne vado,» continuai, «me ne vado di mia spontanea volontà, eppure se dovessi dire che è per sempre, non saprei sopportarlo. Addio, Lotte! Addio, Alberto! Ci rivedremo.» «Domani, suppongo,» replicò lei scherzosa. Che effetto quel: domani! Ah, lei non sapeva, mentre ritirava la mano dalla mia... Uscirono dal viale, li seguii con lo sguardo nel chiaro di luna e mi gettai sulla terra e piansi tutte le lacrime che avevo in corpo, di scatto mi alzai, corsi sulla terrazza e vidi ancora, laggiù, in fondo all'ombra dei grandi tigli il suo abito bianco scintillare sulla porta del giardino; tesi le braccia, e svanì.
LIBRO SECONDO
20 ottobre 1771
Siamo arrivati qui ieri. L'ambasciatore è indisposto e dovrà riguardarsi per qualche giorno. Se almeno non fosse così sgarbato, tutto andrebbe bene. Vedo, eccome, che il destino mi sta riservando delle dure prove. Ma coraggio! Con animo lieve si sopporta qualunque cosa. Animo lieve? Mi fa ridere che questa parola esca dalla mia penna. Eh sì, un sangue un pochino più leggero farebbe di me l'uomo più felice del mondo. Ma come? mentre gli altri con quel po' di talento ed energia che hanno si pavoneggiano avanti e indietro con beato compiacimento, io sto qui a dubitare della mia forza, delle mie doti? Buon Dio, che mi hai dato tante qualità, perché non te ne sei trattenuto la metà dandomi in cambio la fiducia in me stesso e la capacità di accontentarmi di quelle che mi resterebbero?
Pazienza! Pazienza! andrà meglio. Hai proprio ragione tu, lascia che te lo dica. Da quando ogni giorno sono costretto a mescolarmi agli altri e vedo quello che fanno, e come riescono sempre a cavarsela, mi vado molto più a genio. Certamente, visto che siamo fatti in modo tale che confrontiamo ogni cosa con noi e noi con ogni cosa, la felicità o la miseria stanno negli oggetti ai quali dobbiamo continuamente riportarci, e niente è più pericoloso della solitudine. La nostra forza immaginativa, spinta dalla natura a innalzarsi, alimentata dalle fantastiche immagini della poesia, si crea tutta una serie di esseri sublimi di cui noi non siamo che la brutta copia, e tutto, salvo noi, ci sembra più splendido, ognuno più perfetto di noi. E ciò accade in modo del tutto naturale. Sentiamo così spesso che ci manca qualcosa e che proprio quella cosa che ci manca è proprietà di un altro, e a lui attribuiamo inoltre anche tutto quello che abbiamo di nostro e per giunta magari anche una certa disinvolta superiorità che... Ed ecco fatto il felice perfetto, da noi stessi creato.
Per contro, quando dobbiamo solo tirare avanti con strenua fatica e con tutte le nostre debolezze, molto spesso scopriamo che col nostro barcamenarci e bordeggiare si arriva più lontano di altri con tutti i loro remi e il vento in poppa... e... questo sì che è un autentico sentimento di rispetto verso se stessi: quando ci accorgiamo di procedere a modo nostro come gli altri o che addirittura li oltrepassiamo.
26 novembre
Comincio ad ambientarmi abbastanza bene qui. La cosa migliore è che c'è abbastanza da fare; e poi tutta questa gente così disparata, questi nuovi personaggi costituiscono per me uno spettacolo cangiante. Ho conosciuto il conte C... un uomo che ammiro ogni giorno di più, proprio un cervello fino, e che non è altezzoso proprio perché è di larghe vedute; la sua persona emana una grande sensibilità per l'amicizia e l'affetto. Si era interessato a me per via di una pratica d'ufficio e lui sin dalle prime battute ha capito che noi ci intendevamo, che con me poteva parlare meglio che con tanti altri. Non finirò mai di apprezzare il suo schietto comportamento nei miei confronti. Non c'è gioia maggiore e più confortante al mondo che vedere una grande anima aprirsi a un'altra.
24 dicembre
L'ambasciatore è proprio seccante, come avevo previsto. È lo scemo più pedante che si possa immaginare: tutto ordinatino e pignolino come una comare; un uomo mai contento con sé e che perciò è incontentabile. A me piace sbrigare il lavoro alla svelta, senza tanti gingilli, mentre lui è capace di restituirmi una relazione e di dirmi: «Va bene, ma controlli ancora una volta, si trova sempre una parola migliore, una particella più appropriata.» Mi sento sprofondare sino all'inferno dalla rabbia. Guai se mi resta nella penna una e, una congiunzione piccola piccola, ed è nemico giurato di tutte le inversioni che a volte mi scappano; se non gli si sgranano giù i periodi nella solita tiritera tradizionale, lui non ci capisce niente. Che strazio aver a che fare con un uomo simile.
La confidenza del conte von C... è ancora l'unica cosa che mi consoli. Ultimamente mi ha detto in tutta sincerità quanto sia contrariato dalle lungaggini e dalle cautele del mio ambasciatore. La gente rende la vita impossibile a sé e agli altri; ma, ha detto, bisogna rassegnarvisi, come un viaggiatore che deve valicare una montagna; ovvio che se la montagna non ci fosse, la strada sarebbe più comoda e breve; resta il fatto che c'è e che bisogna pure passare dall'altra parte!...
Il vecchio si rende conto benissimo delle preferenze che il conte manifesta nei miei confronti, il che lo irrita, e lui coglie ogni occasione di sparlare del conte davanti a me; naturalmente oppongo ogni resistenza e le cose non fanno che peggiorare. Ieri, addirittura, mi ha fatto andare in bestia, perché con le sue allusioni voleva prendere dentro anche me: che il conte va molto bene per le faccende mondane, che lavora con molta scioltezza e che possiede una buona penna, ma che in quanto a profonda cultura be' lasciamo perdere, come tutti i letterati. E ci ha aggiunto una smorfia come a voler dire: prendi e porta a casa.
Ma non con me non ha ottenuto l'effetto sperato; io disprezzo un uomo che può pensare e comportarsi così. Gli ho tenuto testa e, anzi, gli ho risposto per le rime. Gli ho detto che il conte è un uomo che bisogna stimare, sia per il suo carattere che per il suo sapere. Non ho mai conosciuto nessuno, gli ho detto, che sia riuscito così felicemente ad ampliare il suo spirito, a estenderlo a così numerosi interessi, mantenendo al contempo la sua attività quotidiana. Era come parlare arabo a una zucca, e mi accomiatai per non dovermi mangiare il fegato con un altro dei suoi sproloqui.
Siete voi i colpevoli, voi che a forza di ciarle mi avete messo sotto il giogo decantandomi tanto l'essere attivi. Attivi! Se chi pianta patate e poi va con la carretta a vendere il suo grano non è più utile di me, sono disposto a rompermi la schiena altri dieci anni su questa galera dove oramai sono incatenato.
E questa dorata miseria, la noia di questa gentaglia in perpetua mostra di sé! L'ossessione della precedenza fra di loro, come stanno sempre lì all'erta per poter scattare di un passettino più avanti, le passioni più meschine e miserabili messe in mostra nude e crude, senza straccetti di sorta. C'è una donna per esempio che parla a tutti del suo lignaggio e dei suoi possedimenti, tanto che ogni forestiero deve pensare che sia una matta alla quale abbia dato di volta il cervello per quel po' di nobiltà e per la fama di questi suoi possedimenti... ma c'è ancor di peggio: questa disgraziata è di qui, è figlia di uno scribacchino... Vedi, non riesco a capire come mai la gente abbia così poco cervello da prostituirsi così scopertamente.
E a ogni giorno che passa, mio caro, noto quanto sia da stolti riportare gli altri a noi stessi. E poiché sono così occupato con me stesso e il mio cuore è così burrascoso... ah, lascio volentieri che ognuno vada per la sua strada, a patto che lascino andare anche me per la mia.
Quel che maggiormente mi irrita, sono queste imbarazzanti convenzioni borghesi. Certo so benissimo come chiunque altro quanto siano necessarie le distinzioni di classe e quanti vantaggi ne ricavi io stesso, ma che non vengano a sbarrarmi il passo quando potrei godermi un po' di piacere, un balenio di felicità su questa terra. Alla passeggiata ho conosciuto recentemente la signorina von B..., una creatura amabile che ha conservato molta spontaneità pur in mezzo a questa genia inamidata. Ci piacque conversare insieme, e quando ci siamo separati l'ho pregata di concedermi di andarla a trovare. Mi fu accordato con tale cordialità che non stavo nella pelle aspettando il momento opportuno per andare da lei. Non è di qui e vive in casa di una zia. La fisionomia della vecchia non mi piacque. Le dimostrai ogni deferenza possibile, rivolsi quasi sempre a lei la parola, ma in meno di mezz'ora riuscii a intuire quanto poi mi venne confermato dalla signorina: che la cara zia nella sua vecchiaia versa in ristrettezze, non possiede un patrimonio passabile, non ha altra cultura né sostegno se non la sfilza dei suoi antenati, nessun riparo all'infuori della casa in cui si è barricata e nessuno svago oltre a quello di guardare giù dalla sua finestra le teste dei semplici borghesi. In giovinezza deve essere stata una bella donna e aver sprecato la vita in frivolezze, prima tormentando con i suoi capricci qualche sprovveduto giovanotto e poi, negli anni maturi, sopportando la tirannia di un vecchio ufficiale che in cambio di un discreto mantenimento trascorse con lei l'età del bronzo e morì. E adesso, in quella del ferro, si vede ridotta da sola e nessuno si accorgerebbe che esiste se non fosse per sua nipote che è così carina.
8 gennaio 1772
Ma che razza di gente è mai questa, che ha investito tutta l'anima nel cerimoniale, che per anni e anni consacra ogni pensiero e ambizione solamente sul come intrufolarsi a tavola occupando un posto più avanti? E non che non avrebbero altre cose di cui preoccuparsi: anzi, lasciano che il lavoro in arretrato si ammucchi, appunto perché questa piccola noia li distrarrebbe dal disbrigo di faccende ben più importanti. La settimana scorsa durante una gita in slitta ci furono degli alterchi, e tutto il divertimento andò in fumo.
Pazzi, che non vedono che non dipende affatto dal posto che uno occupa a tavola, e che raramente quello che sta a capotavola fa anche la parte del capo. Quanti re governati dal loro ministro, quanti ministri dal loro segretario. E dunque chi è mai il primo? quello che non guarda in faccia nessuno, direi, e ha tanto potere o tanta astuzia da far convergere le energie e le passioni altrui verso la realizzazione dei suoi piani.
20 gennaio
Devo scriverle, cara Lotte, nella saletta di una piccola locanda in cui mi sono rifugiato per mettermi al riparo dal tempaccio. Finché sono stato a trascinarmi in quello squallido buco di D., in mezzo a quei forestieri, estranei al mio cuore in tutto e per tutto, non ho avuto nemmeno un attimo, uno solo, in cui il mio cuore mi abbia ordinato di scriverle; e ora, in questa capanna, in questa solitudine, in questo raccoglimento, mentre pioggia e nevischio imperversano contro la mia finestrella, ecco che il mio primo pensiero è stata lei. Come sono entrato, la sua immagine, il suo ricordo, o Lotte, mi sono apparsi davanti, così sacri, così vivi! Buon Dio, finalmente un attimo di felicità!
Se mi vedesse, cara amica, in quel turbine dispersivo! come si inaridiscono le mie facoltà; mai che il cuore abbia un momento di pienezza, mai un'ora di dolce meditazione, niente, niente! Me ne sto là come se fossi davanti a una lanterna magica e vedo tutti quegli ometti e cavalli girarmi attorno e mi chiedo spesso se non si tratti di un'illusione ottica. Sto al gioco, o meglio, sono giocato come una marionetta e di tanto in tanto afferro chi mi sta vicino per la sua mano di legno e provo un brivido d'orrore. La sera mi ripropongo di godermi l'alba, e poi non mi muovo dal letto; di giorno spero di festeggiare il chiaro di luna, e poi resto nella mia stanza. Non so di preciso né perché mi alzo né perché mi corico.
Manca il lievito che metteva in moto la mia vita; il palpito che mi teneva sveglio di notte tace, quello che mi svegliava la mattina è scomparso.
Ho scovato una sola creatura femminile qui, una certa signorina von B., e le assomiglia, cara Lotte, ammesso che sia possibile somigliarle. Ohi! dirà lei, ecco che comincia a far complimenti galanti! Non è del tutto sbagliato. Da un certo tempo sono molto gentile, visto che non posso essere altrimenti, ho molto spirito, e le signore dicono che non conoscono nessuno che sappia adulare finemente come me (e, aggiungerà lei, dire bugie, visto che le due cose vanno a braccetto, no?). Volevo parlarle della signorina von B... Possiede un animo molto sensibile, il che traspare pienamente dai suoi occhi azzurri. Il suo ceto nobiliare le è di peso e non soddisfa nessuna delle aspirazioni del suo cuore. Vorrebbe tanto uscire da questo trambusto mondano, e trascorriamo molte ore a fantasticare di paesaggi campestri colmi di incontaminata felicità e, ah! a parlare di lei! Quante volte è costretta a renderle omaggio, cioè, non costretta, lo fa spontaneamente, sta così volentieri a sentir parlare di lei, le vuole bene, ecco.
Oh, potessi trovarmi ora ai suoi piedi, nella cara, fida stanzetta, mentre i nostri piccoli cari si rincorrono attorno a me, e, se le riuscissero troppo chiassosi, potrei sempre indurli a star buoni con una favola paurosa.
Il sole sta tramontando in tutta la sua magnificenza sul paesaggio scintillante di neve, la bufera è passata, e io... devo andare a rinchiudermi nella mia gabbia... Adieu! Alberto è lì? E come...? Dio mi perdoni questa domanda.
8 febbraio
Da otto giorni abbiamo un tempo orribile, e a me fa un gran bene. Tanto, da quando sono qui, non c'è ancora stata una giornata di cielo sereno che qualcuno non mi abbia rovinato o avvelenato. E adesso che piova o fiocchi o geli o sgeli... ah, penso, almeno, dentro in casa o fuori, non si può star peggio di così, per fortuna. Se la mattina il sole alzandosi promette bel tempo, non faccio mai a meno di gridare: ecco un altro giorno celestiale che cercheranno di rubarsi a vicenda. Non c'è niente che non si ruberebbero. Salute, reputazione, allegria, riposo! E il più delle volte per stupidità, ignoranza, grettezza mentale e, a sentir loro, sempre in assoluta buonafede. A volte mi verrebbe voglia di pregarli in ginocchio di non voler inveire così bestialmente contro le loro stesse viscere.
17 febbraio
Temo che il mio ambasciatore e io non ce la faremo a restare insieme ancora per molto. Quest'uomo è davvero insopportabile in tutto e per tutto. Il suo modo di lavorare e di trattare è così ridicolo che non posso fare a meno di contraddirlo per poi fare le cose di testa mia, a modo mio, il che, si capisce, non gli va mai bene. Per questo ultimamente si è lamentato di me a corte e il ministro mi ha fatto un rimprovero, molto blando in verità, ma pur sempre rimprovero, ed ero sul punto di rassegnare le mie dimissioni, quando ricevo da lui una lettera personale, una lettera davanti alla quale mi sarei buttato in ginocchio per rendere grazia a quello spirito eletto, nobile, saggio. Con quale tatto sa rabbuffare la mia eccessiva suscettibilità e valutare le mie idee radicali sull'essere efficaci, di esempio agli altri, risoluti negli affari, considerandole frutto dell'ardore giovanile, e però non cerca di estirparle, ma di ridimensionarle e di incanalarle là dove potranno avere una concreta possibilità di dispiegarsi con più forza e incisività. Adesso per otto giorni sarò su di morale e in pace con me stesso. Essere con l'anima in pace è una cosa meravigliosa, vuol dire essere contenti di sé. Caro amico, se solo questo gioiello non fosse tanto fragile quanto è bello e prezioso!
20 febbraio
Che Dio vi benedica, miei cari, e a voi dia tutti i giorni