ORTEGA Y GASSET, LA RIBELLIONE DELLE MASSE

VI. Comincia la vivisezione dell'uomo-massa.

Com'è questo uomo?massa che oggi domina la vita pubblica - quella politica e quella non politica? Perché esso è così? Voglio dire, come si è prodotto? Conviene rispondere simultaneamente ad entrambe le questioni, perché si chiariscano a vicenda. L'uomo che ora tenta di porsi alla testa dell'esistenza europea è assai diverso da quello che ha diretto il secolo XIX, però è stato prodotto e preparato nel secolo XIX. Qualunque mente perspicace del 1820, 1850, 1880, poteva prevedere, con un semplice ragionamento a priori, la gravità della situazione storica attuale. Ed effettivamente nulla di nuovo accade che non sia stato previsto cento anni fa: "Le masse avanzano" diceva, apocalittico, Hegel; "Senza un nuovo potere spirituale, la nostra epoca, che è un'epoca rivoluzionaria, produrrà una catastrofe" annunziava Augusto Comte: "Vedo salire la marea del nichilismo!", gridava da un angolo roccioso dell'Engadina il baffuto Nietzsche. E' falso dire che la storia non sia prevedibile. Innumerevoli volte è stata profetizzata. Se l'avvenire non offrisse un fianco alla profezia, non potrebbe nemmeno essere compreso allorché si compie e diventa passato. L'idea che lo storiografo è un profeta a rovescio riassume tutta la filosofia della storia. Certamente accade soltanto di potere anticipare la struttura generale del futuro; però questo stesso è l'unica cosa che, in verità, comprendiamo del passato e del presente. Perciò, chi voglia penetrare la propria epoca, la osservi da lontano. A che distanza? Molto semplice: alla distanza giusta che gli impedisca di vedere il naso di Cleopatra.

Che aspetto conferisce la vita a quest'uomo moltitudinario, che con progressiva abbondanza il secolo XIX va generando? Anzitutto, un aspetto di illimitata facilità materiale. Mai l'uomo medio ha potuto risolvere con tanta larghezza il proprio problema economico. Mentre, in proporzione, diminuivano le grandi fortune e si faceva più dura l'esistenza dell'operaio industriale, l'uomo medio trovava ogni giorno più aperto il suo orizzonte economico. Ogni giorno aggiungeva un nuovo lusso al repertorio del suo standard vitale. Ogni giorno la sua posizione era più sicura e più indipendente dall'arbitrio altrui. Ciò che prima sarebbe stato considerato come un beneficio della sorte che ispirava umile gratitudine verso il destino, si tramutò in un diritto che si esigeva senza riconoscenza alcuna.

Dal 1900 comincia anche l'operaio ad ampliare e rendere sicura la sua vita. Tuttavia deve lottare per ottenerlo. Non trova, come l'uomo medio, un benessere posto dinanzi a lui con sollecitudine da una società e da uno Stato che sono un portento d'organizzazione. A questa facilità e sicurezza economiche si aggiungono quelle fisiche: il comfort e l'ordine pubblico. La vita scivola sopra comode rotaie, e non c'è possibilità che intervenga in essa nulla di violento e pericoloso.

Una situazione così aperta e libera doveva necessariamente decantare nello strato più profondo di queste anime medie un'impressione vitale, che poteva esprimersi con il detto, tanto grazioso ed arguto, del nostro vecchio popolo: "Ampia è la Castiglia". Cioè, in tutti questi ordini elementari e decisivi la vita si presentò all'uomo come priva d'impedimenti. La comprensione di questo fatto e della sua importanza si coglie automaticamente allorché si ricordi che questo slancio vitale mancò completamente agli uomini comuni del passato. A1 contrario fu per lui la vita un destino penoso - sia dal punto di vista economico che da quello fisico -. Sentì il vivere fin dalla nascita come un cumulo di difficoltà che era giocoforza sopportare, senza che ci fosse altra soluzione se non quella di adattarvisi, di stringersi nelle strettezze esistenti. Però appare ancora più chiaro il contrasto di situazioni, se dall'aspetto materiale passiamo a quello civile e morale. L'uomo medio, a partire dalla seconda parte del secolo XIX, non trova dinanzi a sé nessuna barriera sociale, vale a dire che nemmeno nelle forme della vita pubblica si trova dinanzi ad ostacoli e limitazioni. Nulla lo costringe a mortificare la sua vita. Anche qui "ampia è la Castiglia". Non esistono gli "stati" né le "caste". Non c'è nessuno civilmente privilegiato. L'uomo medio ha appreso che tutti gli uomini sono legalmente uguali.

Giammai in tutta la Storia l'uomo era stato posto in una circostanza o ambiente vitale che somigliasse neanche lontanamente a quello che queste condizioni determinano. Si tratta, effettivamente, di una innovazione radicale nel destino umano, che è fondata dal secolo XIX. Si crea un nuovo scenario per la esistenza dell'uomo, nuovo materialmente e civilmente. Tre principi hanno reso possibile questo nuovo mondo: la democrazia liberale, la scienza sperimentale e l'industrialismo. I due ultimi possono riassumersi in uno: la tecnica. Nessuno di questi princìpi è stato scoperto dal secolo XIX, ma anzi essi procedono dai due secoli anteriori. L'onore del secolo xix non consiste nella loro scoperta, bensì nella loro introduzione. Nessuno lo ignora. Però non basta il riconoscimento astratto, ma è necessario rendersi conto delle sue inesorabili conseguenze. I1 secolo XIX fu essenzialmente rivoluzionario. E questo suo carattere non è da ricercarsi nello spettacolo delle sue barricate, che sono cronaca, ma nel fatto che collocò l'uomo medio - la grande massa sociale - in condizioni di vita radicalmente opposte a quelle che sempre lo avevano circondato. Invertì l'esistenza pubblica. E la rivoluzione non consiste nella rivolta contro l'ordine preesistente, ma nell'introduzione di un nuovo ordine che capovolge quello tradizionale. Per questo non si fa nessuna esagerazione nel dire che l'uomo generato dal secolo XIX è, agli effetti della vita pubblica, un uomo a parte rispetto agli altri uomini della storia. L'uomo del secolo XVIII si differenzia, naturalmente, da quello dominante del secolo XVII, e questo da quello che caratterizza il secolo XVI, però tutti risultano legati da una parentela, sono affini e perfino identici nell'essenziale, se si con onta con essi questo uomo nuovo. Per il "volgo" di tutte le età, il concetto di "vita", significava, anzitutto, limitazione, obbligo, dipendenza; in una parola, pressione. Se si vuole, si dica oppressione, purché non si intenda con essa soltanto quella giuridica e sociale, dimenticando quella cosmica. Perché è quest'ultima che non è mancata mai da cento anni a questa parte, data in cui comincia l'espansione della tecnica scientifica - fisica e amministrativa - praticamente illimitata. Prima, anche per il ricco e il potente, il mondo era un ambito di povertà, difficoltà e pericolo.

I1 mondo che fin dalla nascita circonda l'uomo nuovo, non lo costringe a limitarsi in nessun senso, non gli intima nessun veto né alcuna repressione, ma, al contrario, eccita i suoi appetiti, che, per principio, possono crescere illimitatamente. Allora accade - e ciò è molto importante - che questo mondo del secolo XIX e degli inizi del XX non soltanto possiede la perfezione e le ampiezze che di fatto ha, ma inoltre ispira ai suoi cittadini l'assoluta sicurezza che domani esso sarà ancora più ricco, più perfetto e più vasto, come se godesse d'uno spontaneo e inesauribile accrescimento. Ancora oggi, nonostante alcuni segni che incominciano a fare una piccola breccia in questa fede rotonda, ancora oggi sono assai pochi gli uomini che dubitano che le automobili saranno fra cinque anni più comode e più a buon mercato di adesso. Vi si crede come nel prossimo sorgere del sole. E la similitudine è formale: ché in realtà, l'uomo comune, nell'incontrarsi con questo mondo tecnicamente e socialmente tanto perfetto, crede che lo ha prodotto la Natura stessa, e non pensa mai agli sforzi geniali di individui eccezionali che presuppone la sua creazione. E ancora meno s'indurrà ad ammettere che tutte queste facilità continuano a sostenersi su certe difficili virtù degli uomini, il cui minimo difetto volatilizzerebbe la magnifica costruzione.

Tutto ciò ci porta a disegnare nel diagramma psicologico dell'uomo?massa attuale due primi tratti: la libera espansione dei suoi desideri vitali, pertanto della sua persona, e la radicale ingratitudine verso quanto ha reso possibile la facilità della sua esistenza. L'uno e l'altro tratto costituiscono la nota psicologica del bimbo viziato. E, in realtà, non cadrebbe in errore chi volesse utilizzare la nozione di essa come una lente attraverso cui guardare l'anima delle masse odierne. Erede d'un passato vastissimo e geniale - geniale di ispirazione e di sforzi - il nuovo volgo è stato viziato dal mondo circostante. Viziare è non limitare i desideri, è dare l'impressione a un essere che tutto gli è permesso e che nulla gli è imposto. La creatura sottomessa a questo regime non ha l'esperienza dei suoi propri confini. A forza di evitarle ogni pressione dell'ambiente, ogni scontro con altri esseri, arriva a credere effettivamente che soltanto essa esiste, e si abitua a non tenere in conto degli altri, soprattutto a non considerare nessuno come superiore a se stessa. Questa sensazione della superiorità altrui gliela poteva dare soltanto chi, più forte di lei, l'avesse obbligata a rinunziare a un desiderio, a ridursi, a contenersi. Così avrebbe appreso questa disciplina essenziale: "Qui arrivo io e qui comincia altri che può più di me. Nel mondo, evidentemente, siamo due: io e altri superiore a me". All'uomo medio di altre epoche il suo stesso mondo insegnava quotidianamente questa elementare saggezza, perché era un mondo così duramente organizzato, che le catastrofi erano frequenti e non c'era in esso nulla di sicuro, di abbondante, né di stabile. E invece le nuove masse trovano un paesaggio pieno di possibilità e inoltre sicuri, e tutto ciò pronto, a loro disposizione, senza dipendere da un previo sforzo, come appunto troviamo il sole in alto senza che ce lo siamo caricato sulle spalle. Nessun essere è riconoscente ad altri dell'aria che respira, perché l'aria non è stata fabbricata da nessuno: appartiene all'insieme di "ciò che è qui", di ciò che chiamiamo "è naturale", perché non manca mai. Queste masse viziate sono poco intelligenti per non finire col credere che questa organizzazione materiale e sociale, posta a loro disposizione come l'aria, sia della stessa origine, dato che non sbaglia mai, apparentemente, ed è quasi perfetta quanto quella naturale. La mia tesi è dunque questa: la perfezione stessa con cui il secolo XIX ha dato un'organizzazione a certi ordini della vita, è la prima causa per cui le masse che ne beneficiano non sono disposte a considerarle come un'organizzazione, ma come natura. In tal modo si spiega e si definisce l'assurdo stato d'animo che queste masse rivelano; non sono preoccupate se non del loro benessere, e, nello stesso tempo, non si sentono solidali con le cause di questo benessere. Siccome non vedono nei vantaggi della civiltà una scoperta e una costruzione prodigiosa, che soltanto si possono mantenere a costo di grandi sforzi e cautele, credono che il loro ruolo si riduca a esigerle perentoriamente, come se fossero diritti nativi. Nelle sommosse che la carestia provoca, le masse popolari cercano di procurarsi il pane, e il mezzo a cui ricorrono suole essere quello di distruggere i panifici. Questo può servire come simbolo del comportamento che, in più vaste e sottili proporzioni, usano le masse attuali di fronte alla civiltà che le nutre.

VII. Vita nobile e vita volgare, o sforzo e inerzia.

Anzitutto noi siamo ciò che il nostro mondo c'invita ad essere, e i lineamenti fondamentali della nostra anima sono impressi dal profilo dell'ambiente come da una forma. Naturalmente: vivere non è altro che trattare con il mondo. La configurazione ch'esso ci presenta sarà la configurazione generale della nostra vita. Per questo insisto tanto nel far notare che il mondo, donde si sono originate le masse attuali, mostrava una fisionomia radicalmente nuova nella storia. Mentre, nel passato, vivere significava per l'uomo medio incontrare nell'ambiente difficoltà, pericoli, angustie, limitazioni del destino e soggezione, il nuovo mondo appare come un ambito di possibilità praticamente illimitate, sicuro, dove non si dipende da nessuno. Intorno a questa impressione primaria e permanente si forma ogni anima contemporanea, così come intorno alle opposte impressioni si formarono le antiche. Perché questa impressione fondamentale si converte in voce interiore, che sussurra senza posa come delle parole nel più profondo della personalità e insinua tenacemente una definizione della vita che è, nello stesso tempo, un imperativo. E se l'impressione tradizionale diceva: "Vivere è sentirsi limitato e, perciò stesso, dover fare i conti con ciò che ci limita", la voce nuovissima grida: "Vivere è non incontrare nessuna limitazione, pertanto abbandonarsi tranquillamente a se stesso". In realtà, nulla è impossibile, nulla è pericoloso e, per principio, nessuno è superiore a nessuno.

Questa esperienza basica modifica interamente la costante struttura tradizionale dell'uomo?massa. Perché questo si sentì sempre, nella sua costituzione, soggetto a limitazione materiale e a poteri sociali superiori. Ciò era, ai suoi occhi, la vita. Se riusciva a migliorare la sua condizione, se ascendeva nella scala sociale, lo attribuiva a un caso della fortuna, che gli era singolarmente favorevole. E se non proprio a ciò, a uno sforzo enorme ch'egli sapeva benissimo quanto gli era costato. Nell'un caso come nell'altro, si trattava di una eccezione all'indole normale della vita e del mondo, eccezione che, come tale, era dovuta a qualche ragione specialissima. Invece la nuova massa trova la completa libertà vitale come uno stato nativo e prestabilito, senza alcuna causa speciale. Nulla dal di fuori la obbliga a riconoscere limiti, e, pertanto, a dover fare i conti ad ogni momento con altre istanze, soprattutto con istanze superiori. Il lavoratore cinese, credeva fino a poco tempo fa, che il benessere della sua vita dipendeva dalle virtù private che possedeva l'imperatore. Pertanto, la sua vita era costantemente riferita a quella istanza superiore da cui dipendeva. Ma l'uomo che analizziamo si è abituato a non appellarsi a nessuna istanza fuori di se stesso. Egli è soddisfatto così come si trova. Ingenuamente, senza necessità d'essere vano, come la cosa più naturale del mondo, cercherà di affermare e dare per buono quanto trova in se stesso: opinioni, ambizioni, preferenze, gusti. E perché no, se, secondo quanto s'è visto, nulla e nessuno lo costringe a rendersi conto che egli è un uomo di seconda classe, limitatissimo, incapace di creare o di conservare l'organizzazione stessa che dà alla sua vita questa ampiezza e soddisfazione su cui fonda tale affermazione della sua persona?

Giammai l'uomo?massa avrebbe fatto ricorso a qualcosa fuori di se stesso, se la circostanza non ve lo avesse forzato violentemente. Siccome adesso la circostanza non l'obbliga, l'eterno uomo?massa, conseguentemente alla sua indole, cessa di ricorrere ad altri e si sente sovrano della sua vita. Invece, l'uomo scelto o eccellente è costituito da un'intima necessità di appellarsi continuamente a una norma posta al di là di se stesso, superiore a lui, al cui servizio si pone liberamente. Si ricordi che all'inizio di questo paragrafo distinguemmo l'uomo eccellente dall'uomo volgare, dicendo che il primo è colui che esige molto da se stesso? e quest'ultimo colui che non esige nulla, ma si contenta di ciò che è, e rimane ammirato di se stesso.

A1 contrario di quanto si suole credere, è l'essere selezionato, e non la massa, a vivere in essenziale servitù. Non ha per lui senso la vita se non la fa consistere a servizio di qualcosa di trascendentale. Per questo non considera la necessità di servire come un'oppressione. Quando questa, per un caso, gli manca, egli sente come un'insoddisfazione e inventa nuove norme più difficili, più esigenti, che lo opprimono. Tutto ciò è la vita come disciplina - la vita nobile -. La nobiltà si definisce per l'esigenza, per gli obblighi, non per i diritti. Noblesse oblige. "Vivere a proprio gusto è da plebeo; l'animo nobile aspira a un ordine e alla legge" (Goethe).

I privilegi della nobiltà non sono originariamente concessioni o favori, ma, al contrario, sono conquiste. E, per principio, il suo mantenimento presuppone che il privilegiato sarebbe capace di riconquistarle a ogni istante, se fosse necessario e se qualcuno gliele contendesse. I diritti privati o privilegi non sono, dunque, possesso passivo e semplice godimento, ma rappresentano il limite a cui arriva lo sforzo della persona. Invece, i diritti comuni, quali quelli dell'"uomo e del cittadino", sono proprietà passive, puro usufrutto e beneficio, dono generoso del destino con cui ogni uomo si incontra, e che non corrisponde a nessuno sforzo. Io direi, allora, che il diritto impersonale si possiede, e quello personale si sostiene.

E' veramente irritante la degenerazione sofferta nel lessico usuale della parola così ispiratrice quale "nobiltà". Perché, significando per molti "nobiltà di sangue", ereditaria, si tramuta in qualcosa di simile ai diritti comuni, in una qualità statica e passiva, e che si riceve e trasmette come una cosa inerte. Però il senso peculiare, l'etimo del vocabolo "nobiltà" è essenzialmente dinamico. Nobile significa "noto"; si intende chi è noto in tutta la società, chi è famoso, chi si è fatto conoscere eccellendo sulla massa anonima. Implica uno sforzo insolito che giustificò la fama. Equivale, dunque, nobile a valoroso o eccellente. La nobiltà o fama del figlio è già un puro beneficio. Il figlio è noto perché suo padre riuscì ad essere famoso. ~ noto per riflesso, e, in effetti, la nobiltà ereditaria ha un carattere indiretto, è una luce rispecchiata, è nobiltà lunare fatta con luci morte. Soltanto rimane in essa di vivo, autentico, dinamico, l'incitamento che provoca nel discendente a mantenere il livello dello sforzo che l'antenato raggiunse. Sempre, per quanto in questo senso alterato, noblesse oblige. I1 nobile originario obbliga se stesso, e il nobile ereditario è obbligato dall'eredità. C'è, ad ogni modo, una precisa contraddizione, nel trapasso della nobiltà, dal nobile iniziale ai suoi successori. Più logici i cinesi invertirono l'ordine di trasmissione, e non è il padre che nobilita il figlio, ma il figlio, conseguendo la nobiltà la comunica ai suoi progenitori. Illustrando con il suo sforzo la propria stirpe umile. Perciò nel concedere i ranghi nobiliari, essi si graduano dal numero di generazioni anteriori che rimangono innalzate, e c'è chi fa nobile solamente il proprio padre e c'è chi estende la sua fama fino al quinto o decimo proavo. Gli antenati vivono dell'uomo attuale, la cui nobiltà è effettiva, attiva, vale a dire, è, non fu.

La "nobiltà" non appare come termine formale fino all'Impero romano, é appare, appunto, in opposizione alla nobiltà ereditaria, già in decadenza. Per me, la nobiltà è sinonimo di vita impegnata, posta sempre a superare se stessa, a trascendere ciò che è, verso ciò che si propone come dovere ed esigenza. In questo modo, la vita nobile rimane contrapposta alla vita volgare o inerte, che, staticamente, si reclude in se stessa, condannata ad una perpetua immanenza, fino a quando una forza esteriore non la costringa ad uscire fuori di sé. Da qui la ragione di chiamare "massa" questo modo d'essere uomo - e non tanto perché sia moltitudinario, quanto perché è inerte.

Inoltrandoci nel cammino dell'esistenza, ci si va persuadendo che la maggior parte degli uomini e delle donne sono incapaci di fare altro sforzo se non quello strettamente imposto come reazione ad una necessità esterna. Allo stesso modo, rimangono più isolati e si ergono come monumenti nella nostra esperienza i pochissimi individui che abbiamo conosciuti capaci di uno sforzo spontaneo e lussuoso. Sono gli uomini selezionati, i nobili, gli unici attivi, e non solo reattivi, per i quali vivere è perpetua tensione, un'incessante disciplina. Disciplina = áskesis. Sono gli asceti. Non deve sorprendere questa apparente digressione. Per definire l'uomo?massa attuale, che è tanto "massa" come quello di sempre, ma che vuole soppiantare gli uomini "eccellenti", bisogna contrapporlo alle due forme pure che in esso si mescolano: la massa normale e l'autentico nobile impegnato.

Adesso possiamo procedere più speditamente, perché ormai siamo consapevoli di ciò che, a mio giudizio, rappresenta la chiave, o equazione psicologica, del tipo umano dominante oggi. Tutto quello che segue è conseguenza o corollario di questa struttura radicale che potrebbe riassumersi così: il mondo organizzato dal secolo XIX, nel produrre automaticamente un uomo nuovo, ha messo in lui formidabili appetiti e potenti mezzi d'ogni genere per soddisfarli - economici, corporali (igiene, salute media superiore a quella di tutti i tempi), civili e tecnici (intendo per questi ultimi l'enorme numero di conoscenze settoriali e di efficienza pratica possedute oggi dall'uomo medio e di cui il passato è stato sempre privo). E dopo l'aver accumulato in lui tutte queste potenze, il secolo XIX lo ha abbandonato a se stesso; e, allora, l'uomo medio, seguendo la sua naturale indole, si è chiuso dentro di sé. In tal modo, noi ci troviamo dinanzi ad una massa più forte di quella tradizionale, ermetica per se stessa, incapace di subordinarsi, a nulla e a nessuno, credendosi autosufficiente - insomma: indocile. Continuando le cose come finora, ogni giorno si noterà di più in tutta Europa - e per riflesso in tutto il mondo - che le masse sono incapaci di lasciarsi dirigere in nessun regime. Nelle ore difficili che stanno per scoccare nel nostro continente, è possibile che, improvvisamente angosciate, trovino la buona volontà di accettare, in certe materie particolarmente gravi, la direzione di minoranze superiori.

Però anche questa buona volontà è destinata a rovinare. Perché la struttura fondamentale della loro anima è fatta di ermetismo e di indocilità; poiché manca loro dalla nascita la funzione di guardare a ciò che è posto al di là di esse, siano fatti o persone. Vorranno seguire qualcuno e non potranno. Vorranno ascoltare, e scopriranno di essere sorde. D'altra parte, è illusorio pensare che l'uomo?medio vigente, per quanto abbia innalzato il suo livello vitale in confronto a quello delle altre epoche, possa reggere se stesso, il processo della civiltà. Dico processo, e non tanto progresso. Il semplice processo di mantenere la civiltà attuale è superlativamente complesso e richiede notevoli sottigliezze. E male può governarlo quest'uomo?medio che ha preso a usare molti strumenti della civiltà, ma che si caratterizza per l'assoluta ignoranza dei princìpi stessi della civiltà. Ripeto al lettore, che paziente abbia letto fin qui, la convenienza di non intendere tutte queste enunciazioni attribuendo loro immediatamente un significato politico. L'attività politica è, invece, l'ultima risultante da altre più intime e implacabili. Così, la indocilità politica non sarebbe grave se non provenisse da una più profonda e decisiva indocilità intellettuale e morale. Perciò finché non abbiamo analizzato questa, mancherà l'estrema chiarezza al teorema di questo saggio.

VIII. Perché le masse intervengono in ogni cosa e perché intervengono solo violentemente.

Siamo d'accordo che è avvenuto qualcosa di oltremodo paradossale, ma è anche vero che si tratta di un fatto naturalissimo: appena il mondo e la vita si sono mostrate all'uomo mediocre liberi e aperti, gli si è chiusa l'anima. Ebbene: io sostengo che in questa obliterazione delle anime medie consiste la rivolta delle masse, in cui, a sua volta, è da riconoscere il gigantesco problema che s'impone oggi all'intera umanità. So bene che molti di coloro che mi leggono non la pensano così. Anche questo è naturalissimo e conferma il teorema. Anche se, in definitiva, la mia opinione debba risultare erronea, sempre resterebbe il fatto che molti di questi lettori che non sono d'accordo non hanno meditato neppure cinque minuti intorno a questa materia tanto complessa. Come possono dunque pensare come me? Ma, nel credersi in diritto di possedere un'opinione su questo problema senza un previo sforzo per formarsela, palesano la loro esemplare appartenenza all'assurda maniera di essere uomo che ho chiamato "massa ribelle". Questo significa avere l'anima obliterata, ermetica. In questo caso si tratterebbe d'un ermetismo intellettuale. L'individuo si trova con un repertorio di idee dentro di sé. Decide di contentarsene e di considerarsi intellettualmente completo. Nella misura in cui non vuole considerare nulla al di fuori di sé, si installa definitivamente in quel repertorio. Ecco qui il meccanismo dell'obliterazione.

L'uomo?massa si sente perfetto. Un uomo selezionato, per sentirsi perfetto, ha bisogno d'essere particolarmente vanitoso, e la pretesa nella sua perfezione non è essenzialmente legato alla sua natura, non è genuina ma gli deriva dalla sua vanità, e perfino lui stesso serba un carattere fittizio, immaginario e problematico. Per ciò il vanitoso ha bisogno degli altri, cerca in loro la conferma dell'idea che vuole nutrire di se stesso. Sicché nemmeno in questo caso morboso, neppure se "accecato" dalla vanità, l'uomo nobile riesce a sentirsi veramente completo. Invece, all'uomo mediocre dei nostri giorni, al nuovo Adamo, non capita affatto di dubitare della sua propria completezza. La propria fiducia in sé è, come quella di Adamo, paradisiaca. L'ermetismo formatosi nella sua anima gli impedisce d'intuire quella che sarebbe la prima condizione per scoprire la propria insufficienza: paragonarsi con altri esseri. Paragonarsi significherebbe uscire un istante da se stesso e andare verso il prossimo. Ma l'anima mediocre è incapace di trasmigrazioni - sport supremo.

Noi troviamo, allora, la stessa differenza che eternamente esiste fra l'ottuso e il perspicace. Quest'ultimo si sorprende sempre a un pelo dall'essere ottuso; perciò fa uno sforzo per sfuggire all'imminente ottusità, e in questo sforzo risiede l'intelligenza. L'ottuso, invece, non ha dubbi: si ritiene avvedutissimo, e di qui deriva l'invidiabile tranquillità con cui lo sciocco s'abbandona e si installa nel suo torpore. Come quegli insetti che non si sa come estrarre dal nido dove abitano, non c'è modo di sloggiare l'ottuso dalla sua ottusità; di portarlo un po' più in là della sua cecità e obbligarlo a mettere a fuoco la sua torbida visione abituale con altri punti di vista più sottili. L'ottuso lo è a vita e senza respiro. Per questo diceva Anatole France che un imbecille è più funesto d'un malvagio: perché il malvagio qualche volta si riposa, l'imbecille mai.

Ma non si tratta che l'uomo?massa sia ottuso. Al contrario, l'uomo?massa attuale è più pronto, possiede maggiore capacità intellettiva di quella di altre epoche. Ma questa capacità non gli serve a nulla; a rigore, la vaga sensazione di possederla gli serve soltanto per chiudersi di più in se stesso e non usarla. Una volta per sempre consacra l'insieme dei luoghi comuni, dei pregiudizi, delle parvenze d'idee, o, semplicemente, dei vocaboli vacui, che il caso ha ammucchiato nel suo intimo, e li imporrà dovunque. Questo è ciò che nel primo capitolo indicavamo come caratteristica della nostra epoca: non già che l'uomo volgare creda d'essere eccellente e non volgare, ma che egli stesso proclama e impone il diritto della volgarità, o la volgarità come un diritto.

L'imperio che sulla vita pubblica esercita oggi la volgarità intellettuale è forse il fattore più nuovo dell'odierna situazione, il meno assimilabile a qualunque altro aspetto del passato. Per lo meno nella storia europea fino all'età presente, mai il volgo aveva creduto di possedere "idee" sopra le cose. Aveva credenze, tradizioni, esperienze, proverbi, abiti mentali; ma non si immaginava di possedere opinioni teoriche su quello che le cose sono o debbono essere - per esempio, sulla politica o sulla letteratura. - Gli pareva o bene o male quello che il politico proponeva o faceva; dava o negava la sua adesione, ma il suo atteggiamento si limitava a rispondere, positivamente o negativamente, all'azione creatrice degli altri. Mai gli capitò di contrapporre alle "idee" del politico le proprie; e tanto meno giudicare le "idee" del politico dal tribunale di altre "idee" che credeva di possedere. Lo stesso in arte e negli altri ordini della vita pubblica. Una innata coscienza dei propri limiti, di non essere cioè qualificato a teorizzare, glielo vietava completamente. La conseguenza automatica di ciò era che il "volgo" non pensava, neanche lontanamente, di decidere in quasi nessuna delle attività pubbliche che per la maggior parte sono d'indole teorica.

Oggi, invece, l'uomo ha le "idee" più tassative su quanto avviene e deve avvenire nell'universo. Per questo ha perduto l'uso dell'udito. Perché stare ad ascoltare se già possiede dentro di sé ciò che occorre? Ormai non è più questione d'ascoltare, ma, anzi, di giudicare, di sentenziare, di decidere. Non c'è questione della vita pubblica dove non intervenga, cieco e sordo com'è, imponendo le sue "opinioni".

Ma non è tutto questo un vantaggio? Non rappresenta un progresso enorme che le masse abbiano "idee", vale a dire che siano colte? Niente affatto. Le "idee" di questo uomo medio non sono autenticamente idee, né il loro possesso è cultura. L'idea è una partita a scacchi con la verità. Chi voglia avere "idee" ha bisogno prima di disporsi a volere la verità e accettare le regole del gioco che essa impone. Non vale parlare di idee o di opinioni laddove non si ammetta una istanza che le regoli, una serie di norme a cui ci si debba appellare nelle discussioni. Queste norme sono i princìpi della cultura. Non importa quali. Quello che dico è che non c'è cultura dove non ci sono norme a cui il nostro prossimo possa ricorrere. Non c'è cultura dove non ci sono princìpi di legalità civile a cui appellarsi. Non c'è cultura dove non c'è profondo rispetto per certe estreme disposizioni intellettuali a cui riferirsi nella disputa. Non c'è cultura quando le relazioni economiche non sono regolate dal regime sotto il quale si è garantito. Non c'è cultura dove le polemiche estetiche non riconoscono la necessità di giustificare l'opera d'arte.

Allorché mancano tutte queste cose non c'è cultura; c'è, nel senso più rigoroso della parola, barbarie. E questo è proprio - non facciamoci illusioni - quello che comincia ad accadere in Europa, sotto la progressiva ribellione delle masse. I1 viaggiatore che arriva in un paese "barbaro", sa che in quel territorio non vigono princìpi a cui possa ricorrere. Non ci sono in verità norme barbariche. La barbarie è assenza di norme e del loro possibile appello.

La maggiore o minore cultura si misura da a maggiore o minore precisione delle norme. Dove c'è poca cultura, queste regolano la vita soltanto grosso modo; dove ce n'è molta, le norme penetrano sin nei dettagli nell'esercizio di tutte le attività. La scarsità della cultura intellettuale spagnola, cioè del disciplinato esercizio dell'intelletto, si manifesta, non nel fatto che si sappia di più o di meno, ma nella abituale mancanza di cautela e cura per avvicinarsi alla verità che generalmente sogliono mostrare quelli che parlano e scrivono. I1 difetto dunque non sta nel fatto che non ci si avvicina alla verità - la verità non sta mai nelle nostre mani - bensì nella mancanza di cura nel compiere le operazioni elementari per avvicinarci ad essa. Continuiamo ad essere l'eterno curato di Aldea che trionfante confuta il manicheo, senza essersi preoccupato prima di verificare ciò che il manicheo pensa.

Chiunque può rendersi conto che in Europa, da qualche anno, hanno incominciato ad accadere "cose rare". Per dare qualche esempio concreto di queste cose rare ricorderò certi movimenti politici, come il sindacalismo e il fascismo. Non si dica che sembrano rari semplicemente perché sono nuovi. L'entusiasmo per l'innovazione è così ingenito nell'europeo, che lo ha portato a produrre la Storia più inquieta di quante se ne conoscano. Non si attribuisca, quindi, quello che questi nuovi fenomeni hanno di raro a ciò che hanno di nuovo, ma alla stranissima apparenza di questa novità. Sotto le specie di sindacalismo e fascismo appare per la prima volta in Europa un tipo d'uomo che non vuole dar ragione né vuole aver ragione, ma, semplicemente, si mostra risoluto a imporre le proprie opinioni. E' qui la novità: il diritto a non aver ragione, la ragione della non ragione. Io vedo in ciò la manifestazione più palpabile del nuovo modo d'essere delle masse, per avere esse deciso di dirigere la società senza averne la capacità. Nella sua condotta politica si rivela la struttura della nuova anima nella maniera più cruda e palese; però la chiave risiede nell'ermetismo intellettuale. L'uomo medio si ritrova con "idee" dentro di sé, però manca della funzione di pensare. Non sospetta neppure qual è l'elemento sottilissimo in cui le idee possono vivere. Vuole sentenziare, però non vuole accettare le condizioni e i presupposti dello stesso pensare. Da qui procede che le sue idee non siano effettivamente se non appetiti rivestiti di parole, come le romanze musicali. Avere un'idea equivale a credere di possedere le ragioni che la sostengono, ed equivale, pertanto, a credere che esiste una ragione, un modo di verità intellegibili. Pensare, ragionare, e la stessa cosa che appellarsi a questa istanza, assoggettarsi ad essa, accettare il suo codice e la sua sentenza, credere, infine, che la forma superiore della convivenza è il dialogo in cui si discutono le ragioni delle nostre idee. Però l'uomo?massa si sentirebbe perduto se accettasse la discussione, e d'istinto ripudia l'obbligo di accettare questa istanza suprema che si trova al di fuori di lui. Perciò il "nuovo" è in Europa "finirla con le discussioni", e si detesta ogni forma di convivenza che per se stessa implichi rispetto di norme oggettive, dalla semplice conversazione fino al Parlamento, passando per il territorio della stessa scienza. Questo vuol dire che si rinunzia alla convivenza regolata dalla cultura, che è una convivenza al riparo di norme, e si retrocede ad una convivenza barbara. Si sopprimono tutti i tramiti normativi e si ricorre direttamente verso l'imposizione di ciò che si desidera. L'ermetismo dell'anima che, come abbiamo visto prima, spinge la massa ad intervenire in tutta la vita pubblica, la porta anche, inesorabilmente, a un procedimento unico di intervento: l'azione diretta.

I1 giorno che si ricostruisca la genesi del nostro tempo, si avvertirà che le prime note della sua particolare melodia risuonarono in quei gruppi sindacalisti e realisti francesi intorno al 1900, inventori della maniera e della parola "azione diretta". Perpetuamente l'uomo s'è rivolto alla violenza; a volte questo ricorso era semplicemente un delitto, e qui non ci interessa. Però altre volte la violenza era il mezzo a cui ricorreva chi aveva esaurito ormai tutti gli altri motivi per difendere la ragione e la giustizia ch'egli credeva di possedere. Sarà cosa molto lamentevole che la condizione umana porti di tanto in tanto a questa forma di violenza, però è innegabile che essa significa il maggiore omaggio alla ragione e alla giustizia. Dato che questa siffatta violenza non è altro che la ragione esasperata. La forza era, effettivamente, l'ultima ratio. Un po' scioccamente si è soliti intendere con ironia questa espressione, che dichiara assai bene la previa sottomissione della forza alle norme razionali. La civiltà non è altro che un tentativo di ridurre la forza a ultima ratio. Adesso cominciamo a vedere tutto ciò con abbastanza chiarezza, perché l'azione diretta consiste nell'invertire l'ordine e proclamare la violenza come prima ratio, a rigore come unica ragione. Essa è la norma che propone l'annullamento d'ogni norma, che sopprime ogni azione intermediaria fra il nostro proposito e la sua imposizione.

E' la Charta Magna della barbarie. Bisogna ricordare che in ogni tempo, allorché la massa, per questo o quel motivo, ha agito nella vita pubblica, lo ha fatto in forma di "azione diretta". E' stato sempre, in verità, il modo di operare naturale alle masse. E la tesi di questo saggio è vigorosamente corroborata dal fatto patente che adesso, una volta che l'intervento diretto delle masse nella vita pubblica è passato, da causale ad episodico, ad essere normale, appare 1'"azione diretta" come norma riconosciuta. Ogni convivenza umana va precipitando sotto questo :nuovo regime in cui si sopprimono le istanze indirette. Nella pratica sociale, si sopprime la "buona educazione". La letteratura, come "azione diretta", si basa sull'insulto. Le relazioni sessuali riducono i preliminari.

Tramiti, norme, cortesie, usi intermediari, giustizia, ragione! Com'è che si inventò tutto questo? Com'è che si creò tanta complicazione? Tutto ciò si riassume nella parola "civiltà" in cui, attraverso l'idea di civis, il cittadino scopre la sua origine. Si tratta di rendere possibili mediante tutto ciò la città, la comunità, la convivenza. Per questo, se guardiamo dentro ciascuno di questi strumenti della civiltà che ho testé enumerati, troveremo in tutti una stessa sostanza interiore. Tutti, in realtà, presuppongono il desiderio radicale e progressivo di considerare ciascun individuo in rapporto agli altri. Civiltà vuol dire anzitutto volontà di convivenza. Si è incivile e barbaro nella misura con cui ciascuno non sente il rapporto reciproco con gli altri. La "barbarie" è soprattutto tendenza alla dissociazione. E così tutte le epoche barbare sono state epoche di dissipazione umana, un pullulare di piccoli gruppi separati e ostili.

La forma che nella politica ha rappresentato la più alta volontà di convivenza è la democrazia liberale. Essa porta all'estremo la risoluzione di comunicare con il prossimo ed è il prototipo dell'"azione indiretta". I1 liberalismo è il principio di diritto politico secondo il quale il Potere pubblico, nonostante che sia onnipotente, limita se stesso e procura, anche se a proprie spese, di lasciar posto nello Stato che esso dirige, perché vi possano vivere coloro che non pensano né sentono come lui, cioè, come i più forti, come la maggioranza.

I1 liberalismo, - è necessario oggi ricordare tutto questo - è la suprema generosità: è il diritto che la maggioranza concede alle minoranze ed è, pertanto, il più nobile appello che abbia risuonato nel mondo. Esso proclama la decisione di convivere con il nemico, e per di più, con il nemico debole. Era inverosimile che il genere umano avesse attinto un principio così bello, così paradossale, così elegante, così acrobatico, così antinaturale.

Per questo, non deve sorprendere se subito questo stesso genere umano sembri risoluto ad abbandonarlo. E' un esercizio troppo difficile e complicato perché si possa consolidare sulla terra. Convivere col nemico! Governare con l'opposizione! Non comincia già a sembrare incomprensibile una siffatta tenerezza? Niente denunzia con maggior evidenza la fisionomia del presente, come il fatto che diventino sempre di meno i paesi dove esiste l'opposizione. In quasi tutti una massa omogenea pesa sopra il Potere pubblico e schiaccia, annichila ogni gruppo d'opposizione. La massa - e chi lo direbbe a vedere il suo aspetto compatto e moltitudinario? - non desidera la convivenza con ciò che non si identifica con essa. Odia a morte ciò che non è essa stessa.

IX. Primitivismo e tecnica.

E' importante ricordare a questo punto che ci troviamo sommersi nell'analisi di una situazione -quella attuale - sostanzialmente equivoca. Per questo insinuai sin dall'inizio l'opinione che tutti i tratti odierni, e, specialmente la ribellione delle masse, presentano un doppio aspetto. Ognuno d'essi non solo consente, ma anzi esige una duplice interpretazione, favorevole e peggiorativa. E questo equivoco non risiede nel nostro giudizio, ma nella realtà stessa. Non è che possa apparirci per un lato un bene e per l'altro un male, ma è che in se stessa la situazione presente è potenza bifronte di trionfo o di morte.

Non è qui opportuno sorreggere questo saggio con tutta una metafisica della storia. Però è evidente che io vado costruendo sul cemento sotterraneo dei miei convincimenti filosofici, esposti o accennati in altri luoghi. Non credo nell'assoluta determinazione della storia. Al contrario, penso che ogni esistenza e, pertanto, quella storica, si compone di puri istanti, ciascuno dei quali è relativamente indeterminato rispetto a quello anteriore, di modo che in esso la realtà oscilla, pietine sur place, e non sa bene se decidersi per l'una o l'altra delle varie possibilità. Questa incertezza metafisica conferisce a tutte le manifestazioni vitali quella inconfondibile qualità di vibrazione e di trepidazione.

La ribellione delle masse può, effettivamente, costituire un transito a una nuova e singolare organizzazione dell'umanità; però può anche diventare una catastrofe nel destino degli uomini. Non c'è ragione per negare la realtà del progresso; però è necessario rettificare la nozione che ritiene sicuro questo progresso. Più conformemente ai fatti si può pensare che non c'è nessun progresso certo, nessuna evoluzione, senza la minaccia d'una involuzione o regresso. Tutto, è possibile nella storia - tanto il progresso trionfale e illimitato quanto la periodica regressione. - Perché la vita individuale o collettiva, personale o storica, è l'unica entità dell'universo la cui sostanza è il pericolo. Si compone di peripezie. E' rigorosamente parlando, un dramma.

Questo, che è una verità in generale, acquista maggiore intensità nei "momenti critici", come è l'ora presente. E così i sintomi di una nuova condotta che, sotto l'imperio attuale delle masse, vanno comparendo, e che noi raggruppavamo sotto la comune denominazione di "azione diretta", possono annunziare anche ulteriori perfezionamenti. i! evidente che ogni vecchia cultura travolge nel suo cammino caduchi tessuti e non poca zavorra di materia cornea, impedimento alla vita e residuo velenoso. Ci sono istituzioni morte, valori e giudizi di valore sopravvissuti e ormai privi di significato, soluzioni indebitamente complicate, norme che hanno rivelato la loro insufficienza. Tutti questi elementi di azione indiretta, della civiltà, richiedono un'epoca di fantasia semplificatrice. L'abito di gala e lo sparato romantici sollecitano una vendetta per mezzo dell'attuale deshabillé e dello stare "in maniche di camicia". Qui la semplificazione è igiene e un miglior gusto: pertanto, una soluzione più perfetta, come ogni volta che con meno mezzi si ottiene di più. L'albero dell'amore romantico esigeva anche un processo di potatura, perché potessero cadere le soverchie magnolie false infilzate ai suoi rami e quel furore di liane, avvolgimenti, intrecci e intrighi che non gli lasciavano vedere il sole.

In generale, la vita pubblica, soprattutto quella politica, richiederebbe con urgenza una riduzione a forme autentiche, e l'umanità europea non potrebbe fare il salto elastico che l'ottimista reclama da lei, se prima non si denudi, se prima non si alleggerisca fino alla sua pura essenzialità, fino a coincidere con se stessa. L'entusiasmo che sento per questa disciplina di denudamento, di autenticità, la coscienza che essa è imprescindibile per liberare il passo verso un futuro migliore, mi fa vendicare la piena libertà di pensatore di fronte a tutto il passato. E' l'avvenire che deve dominare sul passato, e da lui riceviamo la norma per la nostra condotta di fronte a quanto è trascorso. Ma è necessario evitare il maggiore difetto di coloro che diressero il secolo XIX: la manchevole coscienza della loro responsabilità, che non li fece mantenere all'erta e in perpetua vigilanza. Lasciarsi scivolare lungo la china favorevole che presenta il corso degli avvenimenti e avvilirsi per quel tanto di rischioso e di precario che anche l'ora più gioconda reca in sé, è precisamente mancare alla missione di responsabile. Oggi è necessario suscitare una iperestesia della responsabilità in coloro che siano capaci di sentirla, e sembra la cosa più urgente sottolineare il lato palesemente funesto dei sintomi attuali.

Non c'è dubbio che ad un esame diagnostico della nostra vita pubblica i fattori contrari superano di molto quelli favorevoli, se il calcolo si fa non tanto pensando al presente quanto a ciò che essi preannunziano e promettono.

Tutto l'aumento di possibilità concrete che ha sperimentato la vita corre il rischio di annullarsi a contatto con il più spaventoso problema sopraggiunto nel destino europeo e che formulo nuovamente: si è impadronito della direzione sociale un tipo d'uomo a cui non interessano i principi della civiltà. E non i prinàpi di questa o di quell'altra, ma,- secondo quello che adesso si può giudicare - i princìpi di nessuna. Gli interessano evidentemente gli anestetici, le automobili e altre cose ancora. Però questo conferma il suo assoluto disinteresse verso la civiltà. Giacché quelle cose sono soltanto un prodotto di questa, e il fervore che vi si mette fa risaltare più crudamente l'insensibilità verso i principi da cui nascono. Basti far notare questo fatto: dacché esistono le "nuove scienze", le scienze fisiche - pertanto, dal Rinascimento - l'entusiasmo verso di esse è aumentato senza sosta lungo il corso del tempo. Più concretamente: il numero di persone che in proporzione si dedicava a codeste pure investigazioni aumentava ad ogni generazione. I1 primo caso di regresso - ripeto, in proporzione, - si è prodotto nella generazione che oggi va dai venti ai trent'anni. Nei laboratori della scienza pura incomincia ad essere difficile attrarre discepoli. E ciò avviene quando l'industria raggiunge il suo maggiore sviluppo e quando i popoli mostrano maggiore desiderio per l'uso di strumenti e di medicine creati dalla scienza. Se non temessi d'essere prolisso, potrei dimostrare una incongruenza analoga nella politica, nell'arte, nella morale, nella religione, e nelle zone quotidiane della vita.

Che significa per noi una situazione così paradossale? Questo saggio pretende d'aver preparato la risposta a questa domanda. Significa che l'uomo oggi dominante è un primitivo, un Naturmensch emerso nel mezzo d'un mondo civilizzato. Civilizzato è il mondo, non già il suo abitante, il quale nemmeno vede in esso la civiltà, ma la usa come se fosse semplice natura. L'uomo nuovo desidera l'automobile e ne gode; però crede che è un frutto spontaneo di un albero edenico. Nel fondo della sua anima ignora il carattere artificiale, quasi inverosimile, della civiltà, e non estenderà il suo entusiasmo per gli strumenti fino ai principi che li rendono possibili. Quando testé, citando alcune parole di Rathenau, dicevo che assistiamo all'" invasione verticale " dei barbari, poté sembrare - come al solito,- che si trattasse d'una "frase". Adesso si vede che l'espressione potrà enunciare una verità o un errore, ma è, in realtà, l'inverso di una "frase", cioè: una definizione formale che condensa tutta una complessa analisi. L'uomo?massa attuale è, effettivamente, un primitivo, che dalle quinte è scivolato sul vecchio palcoscenico della civiltà.

A ogni momento si parla oggi dei progressi fantastici raggiunti dalla tecnica; però io non vedo che si parli, neanche presso i migliori, con una coscienza del suo avvenire abbastanza drammatico. Lo stesso Spengler, così sottile e così profondo - sebbene altrettanto maniaco - mi sembra a questo proposito troppo ottimista. Egli ritiene che alla cultura dovrà succedere un'epoca di "civiltà", sotto la cui denominazione intende soprattutto la tecnica. L'idea che Spengler ha della "cultura", e in generale della storia, è tanto lontana da quella presupposta nel presente saggio, che non è facile, neanche per rettificarle, trarre qui a commento le sue conclusioni. Solo evitando le distanze e le precisazioni, tanto per ridurre i due punti di vista a un comune denominatore, la divergenza potrebbe formularsi in questi termini: Spengler crede che la tecnica può continuare a vivere quando è morto l'interesse per i princìpi della cultura. Io non posso risolvermi a credere simile cosa. La tecnica è sostanzialmente scienza, e la scienza non esiste, se non interessa nella sua purezza e per se stessa, e non può interessare, se la gente non continua a entusiasmarsi per i principi generali della cultura. Se si spegne questo fervore - come sembra accadere - la tecnica potrà persistere ancora un momento, fintanto che duri la forza d'inerzia dell'impulso culturale che l'ha creata. Si vive con la tecnica, ma non della tecnica. Essa non si nutre di sé soltanto né respira se stessa, non è causa sui ma una conseguenza utile, pratica, di preoccupazioni superflue, astratte.

E giungo, quindi, a far notare che l'attuale interesse per la tecnica non garantisce nulla, e tanto meno, il progresso stesso o la persistenza della tecnica. E' giusto considerare il tecnicismo come uno dei tratti caratteristici della "cultura moderna", cioè, di una cultura che continua un tipo di scienza, il quale risulta materialmente vantaggioso. Per questo, nel sintetizzare la nuovissima fisionomia stabilita dal secolo XIX, io mi limitavo ad indicare questi due soli aspetti: democrazia liberale e tecnica. Ma ripeto che mi sorprende la leggerezza con cui nel parlare della tecnica si dimentica che le sue viscere sono scienza pura, e che le condizioni della sua continuità implicano quelle che rendono possibile la pura ricerca scientifica. Si è pensato a tutte quelle cose che devono continuare a vigere nelle anime, perché possano continuare ad esserci veramente "uomini di scienza"? Si crede sul serio che finché si hanno dollari si avrà senz'altro la scienza? Questa opinione, in cui molti si tranquillizzano, non è se non una prova di più del primitivismo.

Non è poca la qualità di ingredienti, i più disparati tra loro, che è necessario riunire e agitare per ottenere il cocktail della scienza fisico?chimica! Anche limitandosi a considerare la parvenza più accidentale e superficiale del tema, salta subito agli occhi un fatto chiarissimo, che cioè, in tutta l'ampiezza della terra e del tempo, la fisico?chimica è riuscita soltanto a costituirsi, a stabilirsi pienamente nel breve quadrilatero compreso tra Londra, Berlino, Vienna e Parigi. E anche a questo quadrilatero, solamente nel secolo XIX. Ciò dimostra che la scienza sperimentale è uno dei prodotti più incerti della Storia. Maghi, sacerdoti, guerrieri e pastori hanno pullulato dovunque e comunque. Però questa fauna dell'uomo sperimentale richiede, appunto, per prodursi, un complesso di condizioni più singolare di quello che genera l'unicorno. Una constatazione così sobria e così ovvia doveva far riflettere un po' sul carattere improbabile, evaporante, dell'ispirazione scientifica, S'illude chi crede che se l'Europa sparisse gli americani potrebbero "continuare" la scienza! Sarebbe assai importante trattare a fondo l'argomento ed esaminare con tutta minuziosità quali sono i presupposti storici, vitali, della scienza sperimentale, e, conseguentemente, della tecnica. Però non si speri che, anche se chiarita la questione, l'uomo?massa se ne darebbe per inteso. L'uomo?massa non bada a ragioni; e apprende solamente nella sua stessa carne.

Un'osservazione m'impedisce di farmi illusioni sull'efficacia di tali prediche, proprio perché razionali, dovranno essere troppo sottili. Non è troppo assurdo che nelle circostanze attuali non senta l'uomo medio, spontaneamente e senza prediche, un fervore superlativo verso quelle scienze e le sue congeneri, le biologiche? Si faccia attenzione alla situazione attuale: mentre tutte le altre cose della cultura son diventate problematiche - la politica, l'arte, le norme sociali, la morale stessa - ce n'è una che oggigiorno comprova nella maniera più indiscutibile e più adatta a fare effetto sull'uomo?massa, la sua meravigliosa efficienza: la scienza empirica. Ogni giorno essa offre una nuova invenzione, che quest'uomo?massa utilizza. Ogni giorno produce un nuovo analgesico, o vaccino, di cui l'uomo?massa benefica. Tutti sanno che, non venendo meno l'ispirazione scientifica, se si triplicassero o duplicassero i laboratori, si moltiplicherebbero automaticamente ricchezza, comodità, salute, benessere. Potrebbe immaginarsi una propaganda più formidabile e penetrante in favore d'un principio vitale? E perché, con tutto questo, non c'è la più lontana idea che le masse richiedano a se stesse un sacrificio di danaro e di attenzione per dotare meglio la scienza? Lungi da ciò, il dopoguerra ha tramutato l'uomo di scienza nel nuovo paria sociale. E resta inteso che mi riferisco ai fisici, chimici, biologi - non ai filosofi.- La filosofia non ha bisogno né di protezione, né di attenzione, né di simpatia da parte delle masse. Cura il suo aspetto di perfetta inutilità; e con ciò si affranca da ogni soggezione all'uomo?medio. Sa di essere per essenza problematica, e abbraccia allegramente il suo libero destino di uccello del buon Dio, senza chiedere a nessuno che l'accetti, senza raccomandarsi né difendersi. Se riesce di giovare sinceramente a qualcuno per qualcosa, ne gioisce per la semplice simpatia umana, però non vive di questo vantaggio che le è estraneo, né se lo propone, né lo spera. Come pretenderà che qualcuno la prenda sul serio, se essa stessa comincia col dubitare della sua propria esistenza, se non vive che nella misura in cui combatte se stessa, e si strugge? Mettiamo, allora, da parte la filosofia, che è un'avventura d'altro genere. Ma le scienze sperimentali hanno sì bisogno della massa, come è vero che essa ha bisogno di quelle, sotto pena di soccombere, giacché nel mondo se non ci fosse la fisico?chimica non potrebbe sostenersi il numero d'uomini oggi esistenti.

Che cosa i ragionamenti possono ottenere che non possa ottenere l'automobile, dove vanno e vengono questi uomini, e l'iniezione, che fulmina, miracolosa, i loro dolori? La sproporzione fra il beneficio costante e potente che la scienza procura a loro e l'interesse che per essa mostrano è tale, che non c'è modo di illudersi con speranze illusorie e di sperare altro che barbarie da chi si comporta così. Specialmente se, come vedremo, questa indifferenza verso la scienza come tale, appare, forse con maggiore chiarezza che altrove, nella massa dei tecnici stessi, dei medici, ingegneri, ecc., i quali sogliono esercitare la loro professione con uno stato d'animo sostanzialmente identico a quello di chi si accontenta d'usufruire dell'automobile o di comperare un tubetto di aspirina senza la minima solidarietà morale con il destino della scienza, della civiltà. Ci sarà chi si sente più sorpreso per altri sintomi di barbarie emergente che, essendo di natura positiva, di azione e non di omissione, saltano di più agli occhi e si materializzano in modo spettacolare. Per me è più paurosa questa sproporzione fra i vantaggi che l'uomo medio riceve dalla scienza e la gratitudine che le dedica. Riesco a spiegarmi questa assenza dell'adeguato riconoscimento, soltanto se penso che nel centro dell'Africa i negri vanno anch'essi in automobile e prendono l'aspirina.

L'europeo che comincia a predominare - questa è la mia ipotesi - sarebbe, in relazione alla complessa civiltà in cui è nato, un uomo primitivo, un barbaro emerso all'improvviso, un "invasore verticale".

X. Primitivismo e storia.

La Natura è sempre lì.Si sostiene da se stessa. In essa, nella selva, possiamo impunemente essere selvaggi. Possiamo anche risolverci a non cessare mai di esserlo, senza altro rischio che quello dell'intrusione di altri esseri che non lo siano. Ma in linea di principio sono possibili popoli perennemente primitivi. Ce ne sono. Breyssig li ha chiamati "i popoli della perpetua aurora", quelli che sono rimasti a un'alba ferma, congelata, che non avanza verso nessun mezzogiorno. Questo avviene nel mondo che è soltanto Natura. Però non così nel mondo che è civiltà, come il nostro. La civiltà non sta lì immobile, non si sostiene da se stessa. E' artificio e richiede un artista o artigiano. Se volete approfittare dei vantaggi della civiltà, ma non vi preoccupate di sostenere la civiltà stessa..., vi siete già stancati. Ci sono due probabilità su tre che voi rimarrete senza civiltà. Un momento di distrazione e quando vi guarderete intorno tutto si sarà volatilizzato! Come se avessero tolto degli arazzi che ricoprivano la pura Natura, e subito riappare ripristinata la selva primitiva. La selva è sempre primitiva. E, viceversa, tutto ciò che è primitivo è selva. I romantici di tutti i tempi erano sconvolti da quelle scene di stupro in cui il naturale e l'infraumano tornavano ad opprimere il pallore umano della donna, e dipingevano il cigno su Leda, il toro su Pasife, e Antiope sotto il caprone. Generalizzando trovarono uno spettacolo più sottilmente indecente nel paesaggio con rovine, dove la pietra civilizzata, geometrica, affoga sotto l'abbraccio della vegetazione silvestre. Quando un buon romantico osserva un edificio, la prima cosa che i suoi occhi cercano è, al di sopra del cornicione del tetto, 1'"erica gialla". Essa dimostra in definitiva tutto è terra, che dovunque rinasce la selva.

Sarebbe sciocco ridersi del romantico. Anche il romantico ha ragione. Sotto queste immagini innocentemente perverse si cela un enorme ad eterno problema: quello del rapporto fra la civiltà e ciò che rimane alle sue spalle - la Natura - fra il ragionevole e il cosmico. Rivendico, allora, la libertà di occuparmi di esse in altra occasione e di essere romantico al momento opportuno. Però adesso mi trovo al lato opposto. Si tratta di contenere la selva invasora. Il "buon europeo" deve ora dedicarsi a ciò che costituisce, come è risaputo, una grave preoccupazione dei governi australiani: impedire che i fichi d'india guadagnino terreno e buttino gli uomini a mare. Verso il '40 o giù di lì, un emigrante meridionale, nostalgico del suo paesaggio - Malaga, Sicilia? - portò in Australia un vaso con un piccolo nopale da nulla. Oggi i bilanci dell'Australia sono gravati da capitali onerosi destinati alla lotta contro il nopale, che ha invaso il continente e ogni anno guadagna più di un chilometro.

L'uomo?massa crede che la civiltà in cui è nato e che usa è tanto spontanea e primogenita come la Natura, e ipso facto si tramuta in primitivo. La civiltà gli appare selva. L'ho già detto: ma adesso bisogna aggiungere alcune precisazioni. I princìpi su cui si appoggia il mondo civilizzato - quello che bisogna sostenere - non esistono per l'uomo medio attuale. Non lo interessano i valori fondamentali della cultura, non si fa solidale con essi, non è disposto a porsi al loro servizio. Come è accaduto tutto ciò? Per molte cause; però adesso ne indicherò soltanto una. La civiltà, quanto più avanza si fa più complessa e più difficile. I problemi che oggi impone sono intricatissimi. Ogni volta è minore il numero di persone il cui intelletto sia all'altezza di questi problemi. Il dopoguerra ce ne offre un esempio assai esplicito. La ricostruzione dell'Europa - lo stiamo vedendo - è un'impresa troppo algebrica, e l'europeo "volgare", si rivela inferiore a così sottile compito. Non è che manchino i mezzi per la soluzione. Mancano le teste. Più esattamente ci sono alcune teste, molto poche, però il corpo volgare dell'Europa non vuole mettersele sopra le spalle.

Questo squilibrio fra la sottigliezza complicata dei problemi e la capacità delle menti sarà ogni volta maggiore se non si trova un rimedio, e rappresenta la più elementare tragedia della civiltà. Coll'essere fertili e sicuri i principi che la informano, aumenta il suo prodotto in qualità e in acutezza, fino a far traboccare la stessa recettività dell'uomo normale. Non credo che ciò sia mai accaduto nel passato. Tutte le civiltà si sono estinte per l'insufficienza dei loro princìpi. L'Europa minaccia di soccombere per il contrario. Nella Grecia e a Roma non fallì l'uomo, ma i princìpi; l'Impero romano decadde per la mancanza di tecnica. Giunto ad un grado demografico così alto, ed esigendo una così vasta convivenza la soluzione di certe urgenze materiali che soltanto la tecnica poteva trovare, il mondo antico cominciò a subire un processo d'involuzione, a retrocedere e consumarsi. Ma adesso è proprio l'uomo che rovina per non continuare a stare alla pari con il progresso della sua stessa civiltà. Fa pena sentir trattare i temi più elementari del giorno dalle persone relativamente più colte. Sembrano rudi operai che con dita grosse e tozze vogliono raccattare un ago posto su una tavola. Maneggiano, per esempio, i temi politici e sociali con un patrimonio di concetti ottusi che servirono duecento anni fa per affrontare situazioni di fatto duecento volte meno delicate.

Civiltà progredita è una stessa cosa che problemi ardui. Quanto maggiore è il progresso, maggiore è il pericolo. La vita è ogni volta maggiore; però, ben inteso, ogni volta si fa più complicata. E' chiaro che col complicarsi dei problemi, si vanno perfezionando anche i mezzi per risolverli. Ma è necessario che ogni nuova generazione s'insignorisca di questi mezzi progrediti. Tra questi - per precisare un po' - ce n'è uno, naturalmente unito col progresso di ogni civiltà, che è di portare molto passato sulle spalle, molta esperienza; insomma: storia. I1 sapere storico è una tecnica di prim'ordine per conservare e continuare una civiltà matura. Non perché dia delle soluzioni positive al nuovo aspetto dei conflitti vitali - la vita è sempre differente da ciò che è stata - ma perché evita di commettere gli errori di altri tempi. Però, se voi, al limite della vecchiaia, e, perciò, quando la vita comincia ad essere difficile, aveste perduto la memoria del passato e non potreste trarre profitto dalla sua esperienza, allora tutto avverrebbe a vostro svantaggio. Ed io ritengo che questa è la situazione dell'Europa. Le persone più "colte" di oggi sono affette da una ignoranza storica incredibile. Io sostengo che oggi il dirigente europeo conosce molto meno la storia che l'uomo del secolo XVIII, e anche del XVII. Quel sapere storico delle minoranze governanti - governanti sensu lato - rese possibile il progresso prodigioso del secolo XIX. La loro politica è diretta tenendo presente il secolo XVIII ad evitare gli errori di tutte le politiche passate, è ideata in vista di questi errori, e riassume nella sua sostanza la più lunga esperienza. Però già il secolo XIX cominciò a perdere "cultura storica", nonostante che durante il suo corso gli specialisti la fecero progredire moltissimo come scienza. A questo abbandono si debbono in buona parte i suoi particolari errori, che oggi pesano su di noi. Nell'ultimo terzo del secolo si iniziò - sebbene nel sottosuolo -l'involuzione: il regresso verso le barbarie, cioè verso l'ingenuità e il primitivismo di chi non ha dimenticato il suo passato. Per questo sono, bolscevismo e fascismo, i due tentativi "nuovi" di politica che nell'Europa e nelle sue immediate adiacenze si stanno facendo, due chiari esempi di regresso sostanziale. Non tanto per il contenuto positivo delle loro dottrine, che, isolato, ha naturalmente una verità parziale - chi nell'universo non possiede una particella di ragione? - quanto per la maniera anti storica, anacronistica, con cui pensano la loro parte di ragione. Movimenti tipici di uomini?massa, diretti, come tutti quelli che lo sono, da uomini spesso mediocri, estemporanei e senza lunga memoria, senza "coscienza storica", si comportano come se fossero già avvenuti, come se, pur realizzandosi nel presente, appartenessero alla fauna d'un altro tempo.

La questione non è quella d'essere o no comunista o bolscevico. Non discutiamo il credo. Quello che mi pare inconcepibile e anacronistico, è che un comunista del 1917 si getti a fare una rivoluzione che è, nella sua forma, identica a tutte quelle che si sono verificate prima e nella quale non si correggono per nulla i difetti e gli errori delle precedenti. Per questo mi pare che non sia storicamente interessante quel che è avvenuto in Russia; per questo mi sembra strettamente l'opposto di un inizio di vita nuova. E', invece, una monotona ripetizione della rivoluzione di sempre, è il perfetto luogo comune delle rivoluzioni. Fino al punto che non c'è frase fatta, delle molte che intorno alle rivoluzioni la vecchia esperienza umana ha ripetuto, che non riceve una deplorevole conferma quando si applica a questa. "La rivoluzione divora i suoi propri figli!"; "La rivoluzione comincia con un partito moderato, passa in seguito agli estremisti e comincia assai presto a retrocedere fino ad una restaurazione", ecc... ecc... E a questi luoghi comuni venerabili potrebbero aggiungersi altre verità meno note però non meno probabili, tra cui questa: una rivoluzione non dura più di quindici anni, periodo che coincide con il culmine vitale d'una generazione.

Chi aspira veramente a creare una nuova realtà politica e sociale, deve preoccuparsi prima di tutto che questi umilissimi luoghi comuni dell'esperienza storica rimangano invalidati dalla situazione ch'egli suscita. Per mio conto, riserverei la qualifica di geniale per il politico che, appena si metta ad agire faccia diventar pazzi tutti i professori di Storia degli istituti, nella maniera in cui tutte le "leggi" della loro scienza diventano caduche, frantumate e rese polvere. Invertendo il segno che caratterizza il bolscevismo, potremmo dire cose simili del fascismo. Né l'uno né l'altro stanno "all'altezza dei tempi", non portano dentro di sé la proiezione del passato, condizione indefettibile per superarlo. Con il passato non si lotta corpo a corpo. L'avvenire lo vince perché lo inghiottisce. Appena ne lascia alcunché fuori di sé, è perduto. L'uno e l'altro - bolscevismo e fascismo - sono due pseudo?aurore - non portano il mattino di domani, ma quello di un giorno antico, già sorto più d'una volta; sono primitivismo. E così saranno tutti i movimenti, se ricadono nel semplicismo di fare a pugni con questa o quella parte del passato, invece di procedere alla sua digestione.

Non c'è dubbio che sia necessario superare il liberalismo del secolo XIX. Però è proprio questo che non può fare chi, come il fascismo, si dichiari anti?liberale. Perché questo essere anti?liberale o non liberale, è quello che faceva l'uomo anteriore al liberalismo. E come già una volta questo ideale trionfò su quell'uomo, così ripeterà la sua vittoria innumerevoli volte, o tutto precipiterà - liberalismo e anti?liberalismo - in una distruzione dell'Europa. C'è una cronologia vitale inesorabile. In essa il liberalismo è posteriore all'anti?liberalismo, o, il che è lo stesso, è più vita di questo. Come il cannone è più arma che la lancia.

A prima vista un atteggiamento anti?qualcosa sembra posteriore alla cosa stessa, dato che significa una reazione contro di essa e suppone la sua previa esistenza. Però l'innovazione che l'anti rappresenta, svapora in un vasto gesto negatore e lascia come contenuto positivo soltanto un'"anticaglia". Colui che si dichiara anti?Pietro non fa, traducendo il suo linguaggio in un'attitudine positiva, che dichiararsi partigiano di un mondo dove Pietro non esiste, ma è proprio questo che accadeva al mondo quando Pietro non era ancora nato. L'anti?Pietrista, così invece di collocarsi dopo Pietro si colloca prima e fa retrocedere tutto il presente ad una situazione passata, alla fine della quale c'è inesorabilmente la riapparizione di Pietro. A. tutti questi anti accade quello che secondo la leggenda accadde a Confucio. Il quale nacque dopo suo padre; ma nacque già ottantenne mentre il suo progenitore non ne aveva più di trenta. Ogni anti non è altro che un semplice e vuoto no.

Sarebbe tutto molto facile se con un no puro e semplice potessimo annichilire il passato. Però il passato è per sua essenza revenant. Se si getta via, ritorna, ritorna irrimediabilmente. Per questo l'unico superamento possibile è di non rifiutarlo. Fare i conti con lui. Comportarsi in vista della sua presenza, per superarlo, per evitarlo. Insomma vivere all'"altezza dei tempi", con una ipersensibile coscienza della congiuntura storica. Il passato ha ragione, la sua. Se non gli si riconosce quella che ha, tornerà a reclamarla successivamente, a imporre quella che non ha. Il liberalismo aveva una ragione, e questa occorre lasciargliela per saecula saeculorum. Ma non possedeva tutta la ragione, e quella che non possedeva occorre che gliela si tolga. L'Europa ha bisogno di conservare il suo essenziale liberalismo. Questa è la condizione per superarlo.

Se ho parlato qui di fascismo e di bolscevismo non l'ho fatto che indirettamente, riferendomi soltanto al loro aspetto anacronistico. Questo è, a mio parere, inseparabile da tutto ciò che oggi sembra trionfare. Perché oggi trionfa l'uomo?massa, e, pertanto, solamente tentativi promossi da lui, saturi del suo stile primitivo, possono celebrare un'apparente vittoria. Però, a parte tutto ciò, non discuto adesso l'intima essenza dell'uno né dell'altro, come non pretendo di dirimere il perenne dilemma fra rivoluzione e evoluzione. I1 massimo che questo saggio si azzarda a stabilire è che la rivoluzione e evoluzione siano storiche e non anacronistiche.

L'obiettivo che perseguo in queste pagine è politicamente neutro, perché respira in un clima più profondo della politica e dei suoi dissensi. Non è più o non è meno "massa" il conservatore rispetto al radicale, e ciò che li differenzia-che in ogni epoca è stato molto superficiale - non impedisce neanche lontanamente che entrambi non siano uno stesso tipo umano: volgo ribelle. Per l'Europa non c'è salvezza, se il suo destino non sarà posto in mano a gente veramente "contemporanea" che senta palpitare sotto di sé tutto il sottosuolo storico, che conosca l'attuale altitudine della vita e respinga ogni espressione arcaica e silvestre. Abbiamo bisogno della storia integra per vedere se riusciamo a sfuggire da lei, non a ricadervi.

XI. L'epoca del "signorino soddisfatto".

Ricapitoliamo: il nuovo fenomeno sociale che qui si analizza è questo: la storia europea pare, per la prima volta, affidata alla decisione dell'uomo volgare in quanto tale. O, detto in forma attiva: l'uomo volgare, che per il passato si faceva dirigere, ora ha deciso di governare il mondo. Questa risoluzione di avanzare al primo piano sociale si è prodotta in lui automaticamente, appena arrivò a maturare il nuovo tipo di uomo che esso rappresenta. Se, badando agli effetti della vita pubblica, si studia la struttura psicologica di questo nuovo tipo di uomo?massa, si giunge a queste constatazioni: 1) una impressione nativa e radicale che la vita è facile, sovrabbondante, senza tragiche limitazioni; e perciò ciascun individuo medio ritrova in sé una sensazione di dominio e di trionfo che; 2) lo invita ad affermarsi così com'è, a riconoscere per buono e completo il suo patrimonio morale ed intellettuale. Questo appagamento di sé lo porta a chiudersi a ogni istanza esterna, a non ascoltare, a non mettere sulla bilancia del giudizio le proprie opinioni e a non far conto degli altri. La sua sensazione intima di dominio lo stimola costantemente ad esercitare un'azione di predominio. Agirà, quindi, come se soltanto lui e i suoi consimili esistessero al mondo; e pertanto, 3) interverrà dovunque, imponendo la sua volgare opinione, senza riguardi, senza complimenti, senza tramiti né riserve, vale a dire, secondo un regime di "azione diretta".

Questo insieme di caratteristiche ci ha fatto pensare a certi modi deficienti di essere uomo, come il "bimbo viziato" e il primitivo ribelle, cioè, il barbaro. (Il primitivo normale, viceversa, è l'uomo più docile a istanze superiori che sia mai esistito - religione, tabù, tradizione sociale, costumi -). Non bisogna stupirsi ch'io vada accumulando improperi su questa figura d'essere umano. I1 presente saggio non è altro che un primo tentativo d'attacco a questo uomo trionfante, e la denuncia a tutti quegli europei che s'accingono a ribellarsi energicamente contro le sue pretese di tiranneggiare. Per ora si tratta d'un tentativo d'attacco e nient'altro: l'attacco a fondo verrà in seguito, forse assai presto in forma molto diversa da quella che riveste questo saggio. L'attacco a fondo deve venire in maniera che l'uomo?massa non possa premunirsi contro di esso, e se lo veda dinanzi senza sospettare che quello, precisamente quello, è l'attacco a fondo.

Questo personaggio, che adesso bazzica in ogni parte e dovunque impone la sua intima barbarie, è, in effetti, il bimbo viziato della storia umana. Il bimbo viziato è l'erede che si comporta esclusivamente come erede. Oggi l'eredità è la civiltà - le comodità, la sicurezza, insomma, i vantaggi della civiltà. Come abbiamo visto, soltanto dentro l'agiatezza vitale che essa ha fabbricato nel mondo può sorgere un uomo costituito da quell'insieme di caratteristiche, ispirato da quel temperamento. E' una delle tante deformazioni che il lusso produce nella materia umana. Saremmo tentati di credere illusoriamente che una vita nata in un mondo comodo sarebbe migliore, sarebbe più vita e di qualità superiore rispetto a quella che consiste precisamente nel lottare con la scarsità. Però non è così: e per ragioni assai rigorose e arcifondamentali che qui non è il caso di enunciare. Adesso, invece di queste ragioni, basterà ricordare il fatto sempre ripetuto che costituisce la tragedia di tutta l'aristocrazia ereditaria. L'aristocratico eredita, cioè, trova attribuite alla sua persona alcune condizioni di vita che egli non ha creato, e perciò che non si producono organicamente congiunte alla sua esistenza personale e particolare. Si trova fin dalla nascita installato, immediatamente e senza sapere come, nel mezzo della sua ricchezza e delle sue prerogative. Egli non ha, intrinsecamente, nulla a che vedere con esse, perché non derivano da lui. Sono la gigantesca coperta di un'altra persona, di un altro essere vivente, il suo antenato. E deve vivere come erede, vale a dire, deve usare la coperta di un'altra vita. E allora? Che vita si accinge a vivere l'aristocratico ereditario, la sua o quella del primo avo? Né l'una né l'altra. E' condannato a rappresentare l'altro, e, pertanto, a non essere né l'altro né se stesso. La sua vita perde, inesorabilmente, d'autenticità, e si tramuta in pura rappresentazione o finzione di un'altra vita. La sovrabbondanza di mezzi che è obbligato a maneggiare non gli lascia vivere il suo personale destino, atrofizza la sua esistenza. Ogni vita è la lotta, lo sforzo per essere se stessa. La difficoltà in cui mi imbatto per realizzare la mia vita sono, precisamente, quelle che destano e mettono in movimento le mie attività, le mie capacità. Se il mio corpo non mi pesasse, io non potrei camminare. Se l'atmosfera non mi opprimesse, io sentirei il mio corpo come una cosa vaga, spumosa, fantasmatica. Così nell'"aristocratico" ereditario, tutta la sua personalità va svanendo, per mancanza d'uso e di sforzo vitale. I1 risultato è quella specifica insipienza delle vecchie nobiltà che non somiglia a nulla, e che, a rigore, nessuno ha descritto ancora nel suo interno e tragico meccanismo - l'interno e tragico meccanismo che conduce ogni aristocrazia ereditaria alla sua irrimediabile degenerazione.

E questo sia detto soltanto per contrastare la nostra ingenua tendenza a credere che la sovrabbondanza dei mezzi favorisca la vita. Tutto il contrario. Un mondo sovrabbondante di possibilità produce, automaticamente, gravi deformazioni e difettosi tipi di esistenza umana - quelli che si possono riunire nella classe generale di "uomo erede" di cui 1'"aristocratico" non è che un caso particolare, assieme a quello del "bimbo viziato", e a quello, molto più ampio e radicale, dell'uomo?massa del nostro tempo. (D'altronde, sarebbe istruttivo sviluppare più dettagliatamente l'allusione anteriore all'"aristocratico", mostrando come molti dei tratti caratteristici di quest'ultimo, in tutti i popoli e le epoche, si verifichino, in maniera germinale, nell'uomo?massa. Per esempio: la propensione a fare dei giochi e degli sport l'occupazione centrale della vita; la cura del proprio corpo - regime igienico e attenzione all'eleganza del vestito: mancanza di romanticismo nelle relazioni con la donna; divertirsi con l'intellettuale, però, in fondo, disistimarlo e farlo sferzare dai lacché e dagli sgherri; preferire la vita sotto una autorità assoluta anziché un regime di discussione, ecc.).

Insisto, quindi, con leale monotonia, a far notare che questo uomo pieno di tendenze incivili, che questo nuovissimo barbaro è un prodotto automatico della civiltà moderna, specialmente nella forma che questa civiltà adottò nel secolo XIX. Non è giunto di fuori nel mondo civilizzato, come i "grandi barbari bianchi", del V secolo, e nemmeno è nato dentro di esso per generazione spontanea e misteriosa come, secondo Aristotele, i girini nello stagno, ma, al contrario, è invece un frutto naturale. Bisogna formulare questa legge che la paleontologia e la biogeografia confermano: la vita umana è sorta ed è progredita solo quando i mezzi di cui si disponeva erano proporzionati ai problemi che sentiva. Questa è la verità tanto nell'ordine spirituale quanto in quello fisico. Così per riferirmi ad una dimensione molto concreta della vita fisica, ricorderò che la specie umana è germinata in zone del pianeta dove la stagione calda era compensata da una stagione di freddo intenso. Nei tropici l'animale?uomo degenera e, viceversa, le razze inferiori - per esempio: i Pigmei - sono state spinte verso i tropici da razze nate dopo di esse e superiori nella scala della evoluzione. Ebbene: la civiltà del secolo XIX è d'indole tale che permette all'uomo?medio di stabilirsi in un mondo sovrabbondante, di cui percepisce soltanto la sovrabbondanza dei mezzi, però non le limitazioni. Si trova circondato di strumenti prodigiosi, da medicinali benefici, da Stati previdenti, da comodi diritti. Ignora, viceversa, quanto sia stato difficile inventare quelle medicine e quegli strumenti e assicurare per l'avvenire la loro produzione; non si rende conto di quanto sia instabile l'organizzazione dello Stato, ed è un miracolo se sente dentro di sé qualche obbligo. Questo squilibrio lo falsifica, lo vizia alla radice del suo essere vivente, facendogli smarrire il contatto con la sostanza stessa della vita, che è un assoluto pericolo, radicale problematicità. La forma più contraddittoria della vita che può sorgere nella sfera umana è quella del "signorino soddisfatto". Per questo, quando diventa una figura prevalente, è necessario dare l'allarme e annunziare che la vita umana si trova minacciata di degenerazione, cioè, di relativa morte. Secondo ciò, il livello vitale che rappresenta l'Europa odierna è superiore a tutto il passato umano; ma se si guarda all'avvenire, fa temere che né conserverà la sua altitudine, né produrrà un altro livello più elevato, ma, al contrario, retrocederà e ricadrà a livelli inferiori.

Tutto ciò, mi pare, fa vedere con sufficiente chiarezza l'anormalità superlativa che rappresenta il "signorino soddisfatto". Perché è un uomo nato per fare quello che gli piace. Effettivamente, questa illusione se la fa il "figlio di famiglia". E sappiamo il perché: nel cerchio familiare, tutto, anche i maggiori delitti, possono rimanere, in definitiva, impuniti. L'ambito familiare è relativamente artificiale, e tollera nel suo interno molti atti che nella società, all'aria aperta delle strade, provocherebbero automaticamente conseguenze disastrose e ineludibili per il loro autore. Però il "signorino" è quello che crede di potersi comportare fuori di casa come in casa, quello che crede che tutto è fatale, irrimediabile e irrevocabile. Per questo ritiene di poter fare quello che gli piace. Equivoco grande! Non è che non si debba fare ciò che a uno piace; ma è fare se non quello che ciascuno deve fare, deve essere. Quello che capita è di non voler fare ciò che bisogna fare; ma ciò non ci lascia liberi di fare un'altra cosa che ci piaccia. A questo proposito, possediamo soltanto una libertà negativa di arbitrio: la non?volontà. Possiamo perfettamente disertare il nostro più autentico destino; ma è solo per cader prigionieri nei piani inferiori del nostro destino. Io non posso mostrare a ciascun lettore che cosa ha d'individualissimo il suo destino, perché non conosco ciascun lettore; ma è possibile farglielo vedere in quelle parti o aspetti del suo destino che sono identiche a quelli degli altri. Per esempio, ogni europeo attuale sa, con una certezza assai più rigorosa di quella delle sue idee e "opinioni" espresse, che l'uomo europeo attuale deve essere liberale. Non discutiamo se sia questa o quell'altra forma di libertà che deve esistere. Mi riferisco al fatto che l'europeo più reazionario sa, nel fondo della sua coscienza, che ciò che ha tentato di realizzare l'Europa nell'ultimo secolo con la nozione di liberalismo è, in ultima istanza, qualcosa di ineludibile, inesorabile, che l'uomo occidentale d'oggi possiede, voglia o no. Per quanto si dimostri, con piena e inconfutabile verità, che sono false e funeste tutte le maniere concrete in cui si è tentato finora di realizzare questo imperativo indefettibile di essere politicamente liberi segnato ormai nel destino dell'Europa, rimane sempre valido il fatto che il secolo passato aveva sostanzialmente ragione. E questa certezza agisce ugualmente nel comunista europeo come nel fascista, per quanti sforzi essi facciano per convincerci e per convincersi del contrario, allo stesso modo - lo voglia o no, lo creda o no - del cattolico che dia la più schietta adesione al Syllabus. Tutti "sanno" che, al di là delle giuste critiche con cui si combattono le manifestazioni del liberalismo, resta irrevocabile la sua verità, una verità che non è teorica, scientifica, intellettuale, ma di un ordine fondamentale distinto e più decisivo di tutto questo - cioè, una verità che appartiene al destino. Le verità teoriche non soltanto sono discutibili, ma tutto il loro significato o la loro forza risiedono nell'essere discusse; nascono dalla discussione, vivono in quanto si discutono e sono fatte esclusivamente per la discussione. Però il destino-quello che si deve essere o non si deve essere - non si discute, ma si accetta o si respinge. Se l'accettiamo, siamo autentici, se non l'accettiamo, siamo la negazione, la falsificazione di noi stessi. I1 destino non consiste in ciò che abbiamo voglia di fare; bensì si riconosce e mostra il suo chiaro, preciso profilo nella coscienza di dover fare ciò che non ci piace fare.

Ebbene: il "signorino soddisfatto", si caratterizza per "sapere" che certe cose non possono essere e, nonostante e anzi proprio per ciò, simula con i suoi atti e le sue parole la convinzione contraria. I1 fascista si mobiliterà contro la libertà politica, appunto perché sa che essa non mancherà mai sul serio, e anzi sta lì, irrevocabilmente, nella stessa sostanza della vita europea, e che ad essa si farà ritorno ogni volta che mancherà veramente, al momento della responsabilità. Perché proprio questa è la "costante" dell'esistenza nell'uomo?massa: il difetto di serietà, di responsabilità, lo "scherzo". Quello che l'uomo?massa fa, lo fa senza nessun carattere di irrevocabilità, come il "figlio di famiglia" compie le sue discolerie. Tutta questa fretta per adottare in tutti i piani della vita atteggiamenti apparente mente tragici, estremi, taglienti, è soltanto apparenza. Giocano alla tragedia perché credono che non è verosimile la tragedia effettiva del mondo civile.

Sarebbe bello che fossimo forzati ad accettare come l'autentico essere di una persona, quello che essa pretendesse mostrarci come tale. Se qualcuno si ostina ad affermare di credere che due più due fanno cinque e non vi è motivo per ritenerlo un demente, senz'altro mentirà per quanto gridi o anche se si lascia ammazzare per sostenerlo.

Una ventata di farsa generale soffia sul suolo europeo. Quasi su tutte le posizioni che si assumono e si ostentano sono interamente false. Gli unici sforzi che si fanno sono diretti a fuggire dal proprio destino, a chiudere gli occhi dinanzi alla sua evidenza e al suo pro fondo appello, a evitare ciascuno il confronto con quello che deve essere. Si vive umoristicamente, e tanto più quanto più tragica è la maschera adottata. C'è umorismo dovunque si viva di atteggiamenti precari in cui la persona non si conceda intera e senza riserve. L'uomo?massa non poggia il piede sulla stabilità inamovibile del suo destino, bensì vegeta sospeso fittiziamente nello spazio. Da qui la conseguenza che mai come adesso queste vite senza peso e senza radice - déracinées dal loro destino - si lasciano travolgere dalla più lieve corrente. E' l'epoca delle "correnti" e del lasciarsi "trascinare". Quasi nessuno oppone resistenza a quei gorghi superficiali che si formano nell'arte, nelle idee, o nella politica, o negli usi sociali. E per la stessa ragione più che mai trionfa la retorica. I1 superrealista crede di aver superato tutta la storia letteraria quando ha messo per iscritto (e qui c'è una parola che non è necessario scrivere) laddove altri scrissero "gelsomini, cigni e ninfe". Ma in tal modo non ha fatto che utilizzare quella retorica che finora giaceva nelle latrine. |

Può servire di chiarimento alla situazione attuale, avvertire, nonostante la singolarità della sua fisionomia, quel tanto che di comune presenta con altre del tempo passato. Così avviene che appena la civiltà mediterranea giunge al suo più alto vertice - verso il secolo III a. C.- fa la sua comparsa il cinico. Diogene calpesta con i suoi sandali pieni di fango i tappeti di Aristippo. I1 cinico diventò un personaggio pullulante, che si trovava ad ogni angolo e in tutte le occasioni. Ebbene: il cinico non faceva altro che sabotare la civiltà del suo tempo. Era il nichilista dell'ellenismo. Mai credette né fece nulla. La sua funzione era disfare - a dir meglio, tentare di disfare, perché neppure conseguì il suo proposito. I1 cinico, parassita della civiltà, vive negandola, mentre è convinto che essa non verrà mai meno. Che farebbe il cinico in un ambiente selvaggio, dove tutti, naturalmente e sul serio, fanno quello che egli, per farsa, considera come il ruolo personale? Uno come può dirsi fascista se non parla male della libertà, o surrealista se non vilipende l'arte?

Non potrebbe comportarsi diversamente questo tipo d'uomo nato in un mondo troppo ben organizzato, di cui soltanto sente i vantaggi e non i pericoli. L'ambiente lo vizia, perché è "civiltà" - vale a dire, una casa - e il "figlio di famiglia", non avverte nulla che lo faccia uscire dal suo clima capriccioso, che lo inviti ad ascoltare istanze esterne, superiori a lui, e tanto meno che lo costringa a prendere contatto con il fondo inesorabile del suo stesso destino.

XII. La barbarie dello "specialismo".

La tesi era che la civiltà del secolo XIX ha prodotto automaticamente l'uomo?massa. Conviene di non chiudere la sua esposizione generale senza analizzare, in un caso particolare, il meccanicismo di questa produzione. In tal modo, nel concretarsi, la tesi guadagna in forza persuasiva. Questa civiltà del secolo XIX, dicevamo, può riassumersi in due grandi dimensioni: democrazia liberale e tecnica. Consideriamo adesso soltanto quest'ultima. La tecnica contemporanea nasce dall'accoppiamento del capitalismo con la scienza sperimentale. Non tutta la tecnica è scientifica. Chi fabbricò nell'età preistorica l'ascia di selce, mancava di senso scientifico e tuttavia creò una tecnica. La Cina giunse a un alto grado di tecnicismo senza sospettare minimamente l'esistenza della fisica. Soltanto la tecnica moderna europea ha una radice scientifica, e da questa radice le deriva il suo carattere specifico, la possibilità di un progresso illimitato. Le altre tecniche - mesopotamica, nilota, greca, romana, orientale -, si dispiegano fino a un punto di sviluppo che non possono sorpassare, e, appena lo raggiungono, cominciano a retrocedere in una misera involuzione. Questa prodigiosa tecnica occidentale ha reso possibile la meravigliosa prolificità della casta europea. Si ricordi il dato statistico da cui è partito questo saggio e che, come facemmo notare, racchiude ~n germe tutte queste meditazioni. Dal secolo v al I800 l'Europa non raggiunge una popolazione maggiore di I80 milioni. Dal I800 al 1914 ascende a più di 460 milioni. Il salto è unico nella storia dell'umanità. Non si può dubitare che la tecnica - insieme alla democrazia liberale - ha generato l'uomo?massa nel senso quantitativo di questa espressione. Però queste pagine hanno cercato di mostrare che è anche responsabile dell'esistenza dell'uomo?massa nel senso qualitativo e peggiorativo del termine. Per "massa" - ed è un'avvertenza che facemmo fin dal principio - non si intende specialmente l'operaio; non designa qui una classe sociale, ma un tipo o un modo d'essere dell'uomo che si ritrova oggi in tutte le classi sociali, che per ciò stesso rappresenta il nostro tempo, su cui esso prevale e domina. Adesso andiamo a vedere ciò con la massima evidenza. Chi esercita oggi il potere sociale? Chi impone la struttura del proprio spirito all'epoca? Senza dubbio la borghesia. Chi, in seno a questa borghesia, è considerato come il gruppo superiore, come l'aristocrazia del presente? Senza dubbio il tecnico: ingegnere, medico, finanziere, professore ecc. Chi, dentro a questo ambiente tecnico, lo rappresenta con maggiore altezza e purezza? Indubbiamente l'uomo di scienza. Se un personaggio "astrale" visitasse l'Europa e, volendola giudicare, domandasse con quale tipo d'uomo, fra quelli che l'abitano, preferisse di essere giudicata, non c'è dubbio che l'Europa indicherebbe, compiaciuta e sicura di una sentenza favorevole, i suoi uomini di scienza. E, naturalmente, il personaggio "astrale" non domanderebbe di portare il giudizio su individui di eccezione, ma cercherebbe la norma, il tipo generico dell'"uomo di scienza", vertice dell'umanità europea.

Ebbene, dunque: risulta che l'attuale uomo di scienza è il prototipo dell'uomo?massa. E non per caso né per difetto personale di ciascun uomo di scienza, ma perché la scienza stessa - radice della civiltà - lo tramuta automaticamente nell'uomo?massa: cioè, fa di lui un primitivo, un barbaro moderno. La cosa è arcinota: innumerevoli volte s'è fatta constatare; ma, solamente articolata nell'organismo di questo saggio, acquista la pienezza del suo significato e l'evidenza della sua gravità. La scienza sperimentale s'inizia alla fine del secolo XVI (Galileo), giunge a costituirsi alla fine del XVII (Newton) e comincia a svilupparsi a metà del XVIII. Lo sviluppo di qualcosa è un fenomeno diverso della sua costituzione, ed è sottomesso a condizioni differenti. Così, la costituzione della fisica, denominazione collettiva della scienza sperimentale, obbligò ad uno sforzo di unificazione. Tale fu l'opera di Newton e di altre menti del suo tempo. Ma lo sviluppo della fisica produsse una tattica di carattere opposto a quella dell'unificazione. Per progredire, alla scienza occorreva che gli uomini di scienza si specializzassero: gli uomini di scienza, non essa stessa. La scienza non è mai specialista: altrimenti cesserebbe ipso facto d'essere vera. E nemmeno la scienza empirica, presa nella sua totalità, è vera, se la si separa dalla matematica, dalla logica, dalla filosofia. Però il lavoro in essa dev'essere - assolutamente - specializzato.

Sarebbe di grande interesse e di maggiore utilità di quanto non possa sembrare a prima vista, fare una storia delle scienze fisiche e biologiche, mostrando il progresso della crescente specializzazione nella fatica degli investigatori. Essa farebbe vedere come, da una generazione all'altra, l'uomo di scienza stè andato limitando, rinchiudendo, in un campo d'occupazione intellettuale sempre più ristretto. Però non è questo l'importante che questa storia ci insegnerebbe, ma, anzi, il contrario: come, cioè, in ogni generazione, lo scienziato, per dover sempre ridurre il suo ambito di ricerca, vada progressivamente perdendo contatto con le altre parti della scienza, vale a dire con una interpretazione totale dell'Universo, che è l'unica a meritare i titoli di scienza, cultura, civiltà europea.

La specializzazione comincia, precisamente, in un tempo in cui uomo civile è chiamato "enciclopedico". I1 secolo XIX inizia il suo destino sotto la direzione di creature che vivono in una atmosfera enciclopedica, anche se la loro produzione riveste già un carattere di specializzazione. Nella generazione successiva, l'equazione si è spo stata, e la specialità comincia a scalzare ne]l'intimo di ciascun uomo di scienza la cultura integrale. Quando nel 1890 una terza genera zione assume la guida intellettuale dell'Europa, ci imbattiamo con un tipo di scienziato senza esempio nella storia. E' un uomo che, di tutto ciò che occorre sapere per essere un personaggio intelligente, conosce soltanto una scienza determinata, e anche di questa scienza conosce bene soltanto una piccola parte di cui egli è investigatore attivo. Arriva a proclamare come una virtù questa sua carenza d'informazione per quanto rimane fuori dall'angusto paesaggio che coltiva particolarmente, e chiama dilettantismo' la curiosità per l'insieme del sapere.

E tuttavia, recluso nella ristrettezza del suo campo visivo, riesce effettivamente a scoprire nuovi fatti e a far progredire la scienza, che egli conosce appena, e con essa l'enciclopedia del pensiero, che coscienziosamente ignora. Come è stato ed è possibile una cosa simile? E' necessario ribadire la stravaganza di questo fatto innegabile: la scienza sperimentale ha progredito in buona parte mercè il lavoro di uomini assolutamente mediocri e anche meno che mediocri, vale a dire la scienza moderna, radice e simbolo della civiltà contemporanea, accoglie dentro di sé l'uomo intellettuale "medio", e gli permette d'operare con successo. La ragione di ciò consiste in un fatto che è, contemporaneamente, il maggior vantaggio e il più grave pericolo della scienza nuova e di tutta la civiltà che quella dirige e rappresenta: la meccanizzazione. Una buona parte delle cose che bisogna fare in fisica e in biologia è lavoro meccanico del pensiero che può essere eseguito, più o meno, da chiunque. Per effetto di innumerevoli ricerche è possibile suddividere la scienza in piccoli settori, rinchiudersi in uno di essi e disinteressarsi degli altri. La stabilità e l'esattezza dei metodi permettono questa provvisoria e pratica disarticolazione del sapere. Si lavora con uno di questi metodi come una macchina, e nemmeno è obbligatorio, per ottenere buoni risultati, possedere idee rigorose sul significato e fondamento del metodo. Così, la maggior parte degli scienziati danno impulso al progresso generale della scienza, chiusi nella piccola cella del loro laboratorio, come l'ape nel suo favo. Ma tutto ciò finisce col produrre una casta d'uomini oltremodo strani. Il ricercatore che ha scoperto un nuovo fenomeno della Natura deve per forza sentire un'impressione di dominio e di sicurezza nella sua persona. Con una certa apparente giustizia si considererà come "un uomo che sa". E, in realtà, in lui esiste un frammento di qualcosa, che, insieme ad altri frammenti che non esistono in lui, costituisce veramente il sapere. Questa è la situazione intima dello specialista, che nei primi anni di questo secolo è giunto alla sua più frenetica esagerazione. Lo specialista "conosce" assai bene il suo minimo angolo d'universo; ma ignora radicalmente tutto il resto. Ecco qui un preciso esemplare di questo strano uomo nuovo che ho cercato di definire, mediante l'uno o l'altro dei suoi aspetti. Ho detto anche che è una configurazione umana senza pari in tutta la storia. Lo specialista ci serve per individuare con energica concretezza la specie e perché ci fa vedere tutto il radicalismo della sua novità. Perché prima gli uomini potevano dividersi, semplicemente, in sapienti e ignoranti in più o meno sapienti e più o meno ignoranti. E, invece, lo specialista non può essere compreso sotto nessuna di queste due categorie. Non è un sapiente, perché ignora formalmente quanto non entra nella sua specializzazione; ma neppure è un ignorante perché è "un uomo di scienza" e conosce benissimo la sua particella d'Universo. Dovremo concludere che è un sapiente?ignorante, cosa oltremodo grave, poiché significa che è un tipo il quale si comporterà, in tutte questioni che ignora, non già come un ignorante, bensì con tutta la petulanza di chi nei suoi problemi speciali è un sapiente.

E, in realtà, questo è il comportamento dello specialista. In politica, in arte, negli usi sociali, nelle altre scienze, prenderà posizioni da primitivo, da ignorantissimo; ma le assumerà con energia e sufficienza senza ammettere - e questa è la cosa paradossale - "specialisti" di queste questioni. Nello specializzarlo, la civiltà lo ha reso ermetico e soddisfatto dentro la sua limitazione; però questa stessa sensazione interiore di dominio e di valore lo porterà a voler prevalere al di fuori della sua specialità. Dal che deriva che anche in questo caso, che rappresenta un maximum d'uomo qualificato - la specializzazione - e, pertanto, l'opposto dell'uomo?massa, il risultato è che si comporterà senza qualità e come uomo?massa in quasi tutte le sfere della vita. La constatazione non è vaga. Chiunque può osservare la stupidità con cui pensano, giudicano, e agiscano oggi in politica, arte, religione e nei problemi generali della vita e del mondo gli "uomini di scienza ", e, naturalmente, tra loro, medici, ingegneri, finanzieri, professori, ecc. Questa condizione di non volere "ascoltare", di non sottomettersi ad istanze superiori, che reiteratamente ho presentato come caratteristica dell'uomo?massa, arriva al colmo precisamente in questi uomini parzialmente qualificati. Essi simboleggiano, e in gran parte costituiscono, il dominio attuale delle masse, e la loro "barbarie" è la causa immediata della demoralizzazione dell'Europa. D'altra parte significano il più patente e preciso esempio di come la civiltà dell'ultimo secolo, abbandonata alla sua propria inclinazione, abbia prodotto questo rigurgito di primitivismo e di barbarie.

I1 risultato più immediato di questo specialismo non compensato è stato che oggi, proprio quando v'è un maggior numero di "uomini di scienza", che mai, ci siano molto meno uomini "colti", che, per esempio, verso il 1750. Ed il peggio è che con questi furetti della caccia scientifica neanche si può dire assicurato il progresso della scienza. Perché questa ha bisogno, di tanto in tanto, come organica regolazione del suo stesso sviluppo, di un lavoro di ricostruzione, e, come ho detto, questo richiede uno sforzo di unificazione ogni volta più difficile, che ricolleghi regioni più vaste del sapere totale. Newton poté creare il suo sistema fisico senza conoscere molta filosofia, però Einstein ha dovuto saturarsi di Kant e di Mach per poter attingere la sua acuta sintesi. Kant e Mach - e con questi due uomini soltanto si simboleggia la massa enorme di pensieri filosofici e psicologici che hanno influito sulla formazione di Einstein - hanno servito a liberargli la mente e a lasciargli la via libera verso la sua innovazione. Però Einstein non è sufficiente. La fisica entra ora nella crisi più profonda della sua storia, e soltanto potrà salvarla una nuova enciclopedia più sistematica di quella anteriore.

La specializzazione, dunque, che ha reso possibile il progresso della scienza sperimentale durante un secolo, si approssima ad una tappa in cui non potrà avanzare per se stessa, se una generazione migliore non si incarica di costruirle un nuovo paradigma più poderoso. Però, se lo specialista ignora la fisiologia interna della scienza che coltiva, molto più profondamente ignora le condizioni storiche della sua continuità, cioè, come la società e iI cuore dell'uomo debbano essere organizzati perché possano continuare ad esserci ricerche scientifiche. La flessione di vocazione scientifica che si osserva in questi anni - a cui abbiamo già alluso - è un sintomo preoccupante per chiunque abbia una idea chiara dell'essenza di una civiltà, l'idea che suole mancare al tipico "uomo di scienza", vertice della nostra civiltà attuale. E, inoltre, egli crede che la civiltà è tutta qui, semplicemente, come la crosta terrestre e la selva primigenia.

XIII. Il maggior pericolo: lo Stato.

In un buon ordinamento delle cose pubbliche, la massa è quella che non può agire da se stessa. Questa è la sua missione: essa è venuta al mondo per essere diretta, influenzata, rappresentata, organizzata -, fino a cessare d'essere massa, o, per lo meno, ad averne l'aspirazione. Però non è venuta al mondo per fare tutto questo da sé. Le occorre riferire la sua vita ad un'istanza superiore, costituita dalle minoranze eccelse. Si discuta quanto si vuole chi siano gli uomini eccelsi; però senza di essi, siano gli uni o gli altri, l'umanità non esisterebbe in ciò che ha di più essenziale: è un principio su cui è necessario non avere dubbi, sebbene per tutto il secolo l'Europa continui a mettere la testa sotto l'ala, come gli struzzi, per vedere se riesce a non guardare una così luminosa evidenza. Perché non si tratta d'una opinione fondata su fatti più o meno frequenti e probabili, ma su una legge della "fisica" sociale, molto più incommutabile delle leggi della fisica di Newton. I1 giorno che in Europa ritorni a dominare un'autentica filosofia - l'unica cosa che possa salvarla - si ritornerà a capire che l'uomo è, ne abbia piacere o no, un essere obbligato per costituzione a cercare un'istanza superiore. Se ottiene di trovarla da se stesso, vuol dire che è un uomo eccelso; se no, vuol dire che è un uomo?massa e ha bisogno di riceverla da quello.

Pretendere che la massa operi da se stessa è, dunque, ribellarsi contro il proprio destino: e, poiché è quello che fa adesso, ecco perché io parlo di ribellione delle masse. Giacché, in definitiva, l'unica cosa che sostanzialmente e realmente si può chiamare ribellione, è quella che consiste nel non accettare ciascuno il proprio destino, nel ribellarsi contro se stesso. A rigore, la ribellione dell'arcangelo Lucifero non lo sarebbe stata meno se invece di pretendere d'essere Dio - il che non era il suo destino - si fosse abbassato a voler essere il più infimo degli angeli - il che non era neanche il suo destino.- (Se Lucifero fosse stato russo come Tolstoi, avrebbe forse preferito quest'ultimo stile di rivolta, che è contro Dio né più né meno che l'altro tanto famoso). Allorché la massa agisce da se stessa, lo fa soltanto in una sola maniera, perché non dispone di nessun'altra: il linciaggio. Non è affatto causale che la legge di Lynch sia americana, dato che l'America in un certo modo è il paradiso delle masse. Né tanto meno potrà stupire che adesso, nel momento che le masse trionfano, trionfi la violenza e si faccia d'essa l'unica ratio, l'unica dottrina. E' da molto tempo che faccio notare questo progresso della violenza come norma, Oggi è arrivata al suo massimo sviluppo, è questo un buon sintomo, perché significa che automaticamente si inizierà il suo declino. A1 giorno d'oggi la violenza è ormai la retorica dell'epoca; i retori, gl'imbecilli, la fanno propria. Quando una realtà umana ha compiuto la sua storia, ed è naufragata, ed è morta, le onde la rigettano sulle coste della retorica, dove, ormai cadavere, sopravvive a lungo. La retorica è il cimitero delle realtà umane; o tutt'al più ne è l'ospedale degli invalidi. Alla realtà sopravvive il suo nome, che, per quanto sia soltanto una parola, nulla più che una parola, conserva sempre qualcosa del suo potere magico.

Ma, anche quando non sia impossibile che abbia cominciato a diminuire il prestigio della violenza come norma cinicamente stabilita, continueremo a subire il suo regime, benché in altra forma. Mi riferisco al pericolo maggiore che oggi minaccia la civiltà europea. A1 pari di tutti gli altri pericoli che minacciano questa civiltà, anche questo è nato da lei. Di più: costituisce una delle sue glorie; è lo Stato contemporaneo. Noi troviamo, quindi, una ripetizione di ciò che nel capitolo anteriore s'è detto a proposito della scienza: la fecondità dei suoi principi la spinge verso un meraviglioso progresso, ma esso impone inesorabilmente la specializzazione, e la specializzazione minaccia di soffocare la scienza. Lo stesso accade con lo Stato.

Si ricordi che cosa era lo Stato verso la fine del secolo XVIII in tutte le nazioni europee. Ben poca cosa! I1 primo capitalismo e le sue organizzazioni industriali, da cui si diparte inizialmente il trionfo della tecnica, quella razionalizzata, avevano prodotto un primo incremento della società. Apparve una nuova classe sociale, la più forte in numero e potenza delle preesistenti: la borghesia. Questa indegna borghesia possedeva, anzitutto e soprattutto, una cosa: talento, un talento pratico. Sapeva organizzare, disciplinare, dare continuità e articolazione allo sforzo. In mezzo ad essa, come in un oceano, navigava rischiosa la "nave dello Stato". La nave dello Stato è una metafora ripresa di nuovo dalla borghesia, che si sentiva oceanica, onnipotente e gonfia di procelle. Quella nave era una cosa da nulla o poco più: era molto se possedeva soldati, se disponeva d'una burocrazia, se aveva denaro. Era stata costruita nel Medioevo da una classe di uomini assai diversi dai borghesi: i nobili, gente ammirevole per il loro coraggio, per la loro virtù di saper comandare, per il loro senso di responsabilità. Senza di loro non esisterebbero le nazioni europee. Però, nonostante tutte queste qualità d'animo, i nobili vivevano, hanno sempre vissuto, con una insufficienza mentale. Di intelligenza molto limitata, sentimentali, istintivi, intuitivi; insomma "irrazionali ". Per questo non poterono sviluppare nessuna tecnica, che è la cosa che obbliga alla razionalità. Non seppero trovare neanche la polvere da sparo. S'annoiarono. Incapaci d'inventare nuove armi, lasciarono che i borghesi - portandola dall'Oriente o da altrove - s'impadronissero della polvere, e con essa automaticamente, vincessero sul campo il nobile guerriero, il "cavaliere", coperto stupidamente di ferro che a mala pena poteva muoversi nella mischia, e al quale non era mai passato per la mente che l'eterno segreto della guerra non consiste tanto nei mezzi della difesa, quanto in quella dell'aggressione. Segreto che avrebbe riscoperto Napoleone a. Dato che lo Stato è una tecnica - di ordine pubblico e amministrativo - 1'"antico regime" arriva alla fine del secolo XVIII con uno Stato debolissimo, sospinto da tutti i lati da un'ampia e irrequieta società. La sproporzione tra il potere dello Stato e il potere sociale è tale in questo momento, che, confrontando la situazione con quella vigente al tempo di Carlo Magno, lo Stato del secolo XVIII appare come una degenerazione. Lo stato carolingio era, naturalmente, molto meno autoritario di quello di Luigi XVI; però, in cambio, la società che lo circondava non aveva nessuna forza. L'enorme dislivello tra la forza sociale e quella del Potere pubblico rese possibile la rivoluzione, anzi, le rivoluzioni, fino al 1848.

Però, attraverso la Rivoluzione, s'impadronì del Potere pubblico la borghesia e applicò allo Stato le sue innegabili qualità, e in poco più d'una generazione creò uno Stato forte, che la fece finita con le rivoluzioni. Dal 1848, cioè, da quando s'inizia la seconda generazione dei Governi borghesi, non ci furono in Europa vere rivoluzioni. E non certamente perché non ci fossero motivi per farle, ma perché non c'erano i mezzi. I1 Potere pubblico si livellò con il potere sociale. Addio, rivoluzioni, per sempre! Da allora in Europa non accadde che il contrario: il colpo di Stato. E tutto quello che in seguito poté darsi l'aria della rivoluzione, non fu altro che un colpo di Stato con la maschera. Nel nostro tempo, lo Stato è arrivato ad essere una macchina formidabile che funziona prodigiosamente, d'una meravigliosa efficienza per la quantità e precisione dei mezzi. Piantata in mezzo alla società, basta toccare una molla perché le sue enormi leve agiscano e operino fulmineamente sopra qualsiasi pezzo del corpo sociale.

Lo Stato contemporaneo è il prodotto più visibile e notorio della civiltà. Ed è molto interessante, e rivelatore, capacitarsi dell'atteggiamento che dinanzi ad esso assume l'uomo?massa. Questi lo vede, l'ammira, sa che sta lì, mentre gli assicura la vita; però non ha coscienza che è una creazione umana creata da alcuni uomini e sostenuta da determinate virtù e presupposti che ieri vissero nel cuore degli uomini e che domani potranno svanire. D'altra parte, l'uomo?massa vede nello Stato un potere anonimo, e, al pari di quello, sente se stesso anonimo - volgo - e crede che lo Stato sia una cosa propria. Immaginiamo che intervenga nella vita pubblica d'un paese una qualsiasi difficoltà, conflitto o problema: l'uomo?massa tenderà ad esigere che immediatamente se lo assuma lo Stato e che s'incarichi direttamente di risolverlo con i suoi giganteschi ed incontrastabili mezzi.

Questo è il maggior pericolo che oggi minaccia la civiltà: la statificazione della vita, l'interventismo dello Stato, l'assorbimento di ogni spontaneità sociale da parte dello Stato; vale a dire, l'annullamento della spontaneità storica che, in definitiva, sostiene, nutre, sollecita il destino degli uomini. Allorché la massa avverte qualche sventura, o semplicemente qualche forte aspirazione, è una grande tentazione per lei questa permanente e sicura possibilità di ottenere tutto - senza sforzo, lotta, dubbio, né rischio - senza fare altro che premere la molla e far funzionare la portentosa macchina. La massa si dice: "Lo stato sono io", il che è un perfetto errore. Lo Stato è la massa soltanto nel senso che può dirsi di due uomini che sono identici perché nessuno dei due si chiama Giovanni. Stato contemporaneo e massa coincidono solo nell'essere anonimi. Però il caso vuole che l'uomo?massa creda effettivamente ch'esso è lo Stato, e tenderà ogni volta di più a farlo funzionare con qualsiasi pretesto, a schiacciare per suo mezzo ogni minoranza creativa che possa perturbarlo - che possa perturbarlo in qualsiasi ordine: nella politica, nelle idee, nell'industria.

I1 risultato di questa tendenza sarà fatale. La spontaneità sociale rimarrà violentata di volta in volta dall'intervento dello Stato; nessuna nuova semente potrà fruttificare. La società dovrà vivere per lo Stato; l'uomo per la macchina del Governo. E poiché alla fin fine non è che una macchina, la cui esistenza e il cui proseguimento dipendono dalla vitalità circostante che è capace di mantenerla, lo Stato, dopo aver succhiato alla società il tetano, rimarrà tisico, scheletrico, ucciso da quella morte ferruginosa della macchina, assai più mortale di quella dell'organismo umano.

Questo fu l'infelice destino della civiltà antica. Non c'è dubbio che lo Stato imperiale creato dai Giulii e dai Claudii fu una macchina mirabile, incomparabilmente superiore come "artificio" al vecchio Stato repubblicano delle famiglie patrizie. Però, curiosa coincidenza, appena esso arrivò al suo pieno sviluppo, ecco che comincia a decadere il corpo sociale. Già ai tempi degli Antonini (secolo II) grava con una "antivitale" supremazia sulla società. E questa comincia ad essere resa schiava, a non poter vivere più che al servizio dello Stato. La vita intera si burocratizza. Che accade? La burocratizzazione della vita provoca la sua assoluta deficienza - in tutti gli ordini. La ricchezza diminuisce e le donne partoriscono poco. Allora lo Stato, per sovvenire alle proprie necessità, forza di più la burocratizzazione dell'esistenza umana. Questa burocratizzazione alla seconda potenza equivale alla militarizzazione della società. L'urgenza maggiore dello Stato è il suo apparato bellico, il suo esercito. Lo Stato è, anzitutto, produttore di sicurezza (la sicurezza da cui nasce l'uomomassa, non si dimentichi). Per questo è anzitutto, esercito. I Severi, di origine africana, militarizzarono il mondo. Fatica vana! La miseria aumenta, le matrici si fanno ogni giorno più sterili. Mancano perfino i soldati. Dopo i Severi, l'esercito deve essere reclutato fra gli stranieri. Si avverta, dunque, qual è il processo paradossale e tragico dello statismo? La società, volendo vivere meglio, crea, come utensile, lo Stato. Dopo lo Stato si sovrappone, e la società deve cominciare a vivere per lo Stato. Ma, in sostanza, lo Stato si compone ancora degli uomini di quella società. Ben presto non è sufficiente sostenere lo Stato con questi e bisogna chiamare gli stranieri: dapprima, dalmati; poi germanici. Gli stranieri diventano padroni dello Stato e coloro che restano della società, del popolo iniziale, devono vivere come schiavi di quelli, sotto gente con cui non hanno nulla a che vedere. A siffatte conseguenze porta l'interventismo dello Stato: il popolo si converte in carne e pasta che alimentano il mero "artificio", o macchina che è lo Stato. Lo scheletro consuma carne che gli sta intorno. La intravatura esterna diventa proprietario e inquilino della casa.

Quando si sa questo, fa un po' spavento sentire che Mussolini predica con esemplare petulanza, come una prodigiosa scoperta fatta ora in Italia, la formula: Tutto per lo Stato; nulla fuori per lo Stato; nulla contro lo Stato. Basterebbe questo per scoprire nel fascismo un tipico movimento di uomini?massa. Mussolini si trovò con uno Stato mirabilmente costruito - non da lui, ma precisamente dalle forze e idee ch'egli combatte: dalla democrazia liberale. Egli si limita ad usarlo con incontinenza e, senza permettermi adesso di giudicare i particolari della sua opera, è indiscutibile che i risultati ottenuti fino al presente non possono paragonarsi a quelli raggiunti nella funzione politica e amministrativa dello Stato liberale. Se qualcosa ha ottenuto, è di così poca entità, tanto poco visibile e priva di effettivo amore, che difficilmente può compensare il cumulo di poteri anormali che gli consentono d'impiegare quella macchina in forme estreme.

Lo statismo è la forma superiore che assumono la violenza e l'azione diretta costituita a norma. Attraverso e per mezzo dello Stato, macchina anonima, le masse agiscono da se stesse. Le nazioni europee hanno dinanzi a sé un cammino di grandi difficoltà nella loro vita interna, problemi economici, giuridici e di ordine pubblico oltremodo ardui. Come non temere che sotto l'imperio delle masse s'incarichi lo Stato di soffocare l'indipendenza dell'individuo, del gruppo, e inaridisca così, definitivamente, l'avvenire ?

Un esempio concreto di questo meccanismo lo riscontriamo in uno dei fenomeni più allarmanti di questi ultimi trent'anni: l'enorme aumento in tutti i paesi delle forze di Polizia. L'incremento sociale ha obbligato irrimediabilmente a questo. Per quanto abituale esso sia, il nostro spirito non deve dimenticare il terribile carattere paradossale che ha il fatto che la popolazione di una grande città odierna, per camminare pacificamente e accudire ai propri affari, ha bisogno, senza rimedio, d'una Polizia che regoli la circolazione. Ma è un'ingenuità degli uomini d'"ordine" pensare che queste forze d'"ordine pubblico", create per l'ordine, si accontentino di imporre sempre ciò che essi vogliono. L'inevitabile che finiscano per definire e decidere esse stesse l'ordine che vogliono imporre, e che sarà, naturalmente, quello che a loro converrà.

Bisogna servirsi dell'attrito di questa materia per far notare la diversa reazione che di fronte a una necessità pubblica può sentire questa o quella società. Quando, verso il 1800, la nuova industria comincia a creare un nuovo tipo di uomo - l'operaio industriale più criminale del tradizionale, la Francia si affretta a creare una numerosa Polizia. Verso il 1810 sorge in Inghilterra, per le stesse cause, un aumento della criminalità, e allora gli Inglesi si rendono conto di non avere Polizia. Governano i conservatori. Che faranno? Creeranno una Polizia? Nulla di ciò. Si preferisce sopportare, finché si può, il delitto. "La gente si rassegna a far posto al disordine, considerandolo come lo scotto per la libertà". "A Parigi - scrive John Ward - hanno una Polizia meravigliosa; però ne pagano a caro prezzo i vantaggi. Preferisco vedere sgozzati ogni tre o quattro anni mezza dozzina di uomini in Ratcliffe Road, anziché sottostare a visite a domicilio, allo spionaggio e a tutte le macchinazioni di Fouchè". Sono due idee distinte dello Stato. L'inglese vuole che lo stato abbia dei limiti.

(Ortega y Gasset)