AMAFINIO

 

Amafinio fu il primo a redigere un trattato filosofico in latino, sostenendo idee epicuree. Scrive Cicerone:

Opere rappresentative di questa filosofia, in latino si può dire non ne esistano: o, se mai, sono assai poche. Ciò è dovuto alla difficoltà della materia e al fatto che i nostri connazionali erano presi da ben altri problemi, e ritenevano inoltre che quelle non fossero cose da piacere a gente senza istruzione come erano loro. Mentre essi tacevano, venne fuori Gaio Amafinio: quando uscirono i suoi libri la gente ne rimase impressionata, e accordò notevolissimo favore alla dottrina di cui egli era rappresentante, per la facilità con cui si capiva, per l’attrazione esercitata dalle seducenti lusinghe del piacere, e anche perché, dal momento che non le era offerto nulla di meglio, prendeva quello che c’era. All’opera di Amafinio hanno fatto seguito, in gran numero, gli scritti dei molti altri partigiani dello stesso sistema, che hanno invaso tutta l’Italia: ora, è questa la miglior prova che le loro teorie non sono profonde, dal momento che si capiscono con tanta facilità e trovano credito presso chi non se ne intende. Per loro, invece, questo qui è il dato infallibile che conferma la bontà dei loro sistema. (Cicerone, Tusc. Disput., IV, 3)

E sempre in riferimento ad Amafinio, Cicerone scrive ancora:

Dico questo [si riferisce al proposito da lui stabilito di introdurre la filosofia in Roma seguendo rigore logico, buon gusto ed eleganza] perché ho sentito che libri [di filosofia] in latino ne esistono, e come: sarebbero libri scritti da quei tali che si fanno chiama e filosofi. lo questi libri - sarà perché non h ho mai letti - non è che li disprezzi: ma quando i loro stessi autori ammettono apertamente di non saper scrivere né con chiarezza, né con ordine, né con gusto, né con eleganza, io rinuncio senza rammarico a una lettura così poco attraente. Tanto, le teorie della loro scuola le sanno già tutti quelli che abbiano un minimo di cultura. Cosi, visto che poi non si preoccupano nemmeno loro del modo in cui scrivono, non vedo perché gli altri debbano andare a leggerli: che si leggano tra di loro, con quelli che la pensano in quel modo. Platone e gli altri socratici, coi filosofi che si ricollegano alla loro scuola, li leggono tutti quanti, anche quelli che non la pensano come loro o che non sono simpatizzanti del loro sistema: mentre Epicuro e Metrodoro li prendono in mano i loro seguaci e basta, si può dire. Così è per i libri di questi scrittori latini: li leggono solo coloro che prendono per vero ciò che essi dicono. Noi invece siamo dei parere che, qualunque cosa si scriva, si debba scrivere per il pubblico colto: e se non riusciamo a mantenerci sul piano adeguato, non dobbiamo per questo dimenticarcene. (Cicerone, Tusc. disput., II, 3)

Dunque, i libri di filosofia epicurea di Amafinio e dei suoi seguaci avevano un carattere fondamentalmente divulgativo; erano, cioè, diretti in prevalenza ad un pubblico non colto, e, probabilmente, si limitavano all’etica, o almeno puntavano soprattutto sull’aspetto pratico dell’epicureismo. Certo essi non dovevano disquisire sulle complesse questioni dell’atomismo, altrimenti quanto dice Cicerone non avrebbe senso. Pertanto, il movimento di Amafinio dovette avere carattere essenzialmente popolare.

La collocazione cronologica di questo movimento è purtroppo incerta. Si è pensato, da alcuni, che si possa collocare alla fine del I secolo a.C.; da altri, invece, agli inizi dei I secolo a.C.; infine c’è qualcuno che colloca il movimento negli anni immediatamente anteriori all’epoca in cui Cicerone ne fa menzione (46/45 a.C.).


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