LA DIDATTICA DELLA STORIA

 

Dal volume TEORESI E PRASSI DELLE SCIENZE UMANE

di Antonietta Pistone

Edito da Bastogi, editrice italiana nel mese di marzo 2009

 

 

Nel testo Problemi e metodi di storia antica lo storico Finley sostiene che in Grecia Tucidide, Senofane, Senofonte, Polibio, Ecateo e Strabone consideravano come fonti proprie per la ricostruzione degli avvenimenti, il racconto tramandato per tradizione orale e la narrazione, ascoltata da altri, di fatti e accadimenti. La teoria di Croce-Veyne ritiene, come riferisce Finley che «[...] dai Greci a noi l’intelligenza della storia si è arricchita: non già che noi conosciamo i principi o i fini degli avvenimenti umani, ma di essi abbiamo acquisito una casistica assai più ricca[...]». E questo, proprio per il fatto che gli storici successivi hanno potuto disporre di una maggiore quantità di fonti e di una tradizione scritta che i loro predecessori non possedevano. Inoltre di un metodo di raccolta ed analisi dei dati, che tiene conto anche dei progressi delle più moderne e sofisticate tecnologie a disposizione, e di un’esperienza storica che si è andata, nel tempo, accumulando. La prima forma di tradizione storica è, dunque, orale e risiede nella memoria collettiva dei popoli. E sulla consuetudine si fonda la legislazione, che non è scritta ma basata sull’abitudine, quell’habitus di cui parla Aristotele nella sua Etica nicomachea, e che forma l’agire in un determinato modo. Tradizione orale, memoria collettiva e consuetudine, ma anche fede imprescindibile nei racconti ascoltati, e nella credibilità del testimone. Inoltre «inventiva e immaginazione dello storico» come sostiene Meyer, sono indispensabili per colmare le lacune con fantastiche e avvincenti avventure. La cultura greca è cultura del dialogo e della dialettica, come è ampiamente dimostrato dalle filosofie di Socrate, Platone, ma anche dai Sofisti, che puntano la riuscita della loro professione sul potere trascinante dell’argomentazione retorica. E Aristotele mira al raggiungimento della verità attraverso l’enunciato, vero o falso che sia. L’antichità si prospetta, insomma, come una civiltà della parola e della narrazione orale, capace di trascinare e di affascinare, come fosse una metafisica della natura, dove gli elementi sono ad un tempo interpretati come forze vive ed energetiche. È la storia del mito, dove la verità appare e si disvela sotto forma di poesia. Quando il diritto comincia ad apparire nella sua forma positiva, come stesura organica di un corpo di leggi, le Dodici Tavole dei Romani, cambia e si modifica anche l’idea di storia, perché mutano i rapporti tra gli individui. La civiltà romana è caratterizzata dal concetto di cittadinanza, come appartenenza ad un organismo statale, sia nella forma repubblicana che in quella dell’impero, fortemente improntata al possesso di determinate qualità individuali, che rendono gli uomini degni di rivestire ruoli determinati all’interno dell’urbs. La città si circonda di mura, e pietrifica il diritto e la memoria. Sallustio, Livio, Tacito, Cesare, sono gli storici dell’imperialismo romano. Essi narrano la storia come vicenda umana scevra da qualsivoglia forma di tipizzazione, ed al contempo come aspirazione ad ideali quali il potere personale e l’esaltazione della guerra che già Aristotele giustificava come strumento di dominio territoriale e di appropriazione di spazi. Cicerone, con le sue lettere offre uno spaccato dell’epoca e Virgilio mostra una visione ancora poetica delle origini. L’impero si crea attraverso l’espansione territoriale. Così Finley riferisce «[...] era universalmente accettata nell’antichità l’idea che la guerra fosse una condizione naturale della società umana». La guerra di allargamento dei confini è privilegiata rispetto all’azione bellica difensiva. Il dominio della nazione, le personalità dei condottieri, possono emergere in battaglia. Ma la guerra è anche intesa come strumento di purificazione, una sorta di purga dell’umanità che elimina con semplicità agghiacciante il diverso e ciò che è fonte di imbarazzo sociale. La democrazia del dialogo greco viene soppiantata dall’aggressione dell’esercito imperiale romano. Le fonti sono scritte perché devono testimoniare la grandezza delle imprese e degli eroi che hanno combattuto con valore per lo stato e per Roma. Di conseguenza si pone il problema della loro decodificazione. Scrive Finley, sempre a proposito dell’implementazione contemporanea dell’intelligenza storica «Un’interpretazione storica è un complesso di risposte ad un insieme di domande. La documentazione non propone nessuna domanda. È lo storico stesso a farlo, e ora egli possiede un idoneo apparato di concetti per la costruzione di ipotesi e di modelli esplicativi». Ovviamente questo lavoro diventa più semplice quanto maggiore è il numero dei dati a disposizione, anche se poi complica la problematicità stessa della loro interpretazione. Ad ogni modo, tutto il mecenatismo augusteo altro non è che la giustificazione, colta e filosofica, di un potere imperiale. Inoltre, nell’Eneide di Virgilio vi è la favolosa avventura dell’eroe troiano che giunge sulle coste laziali per fondare Albalonga. Nasce così il mito delle origini. La grandezza e la potenza egemonica dei militari si fonde con la narrazione delle mitiche origini del popolo. Il crollo dell’impero romano, che per Pirenne cade in seguito all’invasione islamica, e che per Lombard è causato dalla debolezza economica delle città occidentali, che importano più prodotti di quanti non ne esportano, svela l’impossibilità di tenere insieme, governandolo con capacità, un vasto impero e culture così distanti le une dalle altre. Il 476 segna l’inizio del Medioevo, epoca chiamata in tal modo quasi a voler significare una sua presunta irrilevanza storica, come se fosse solo un periodo di passaggio tra l’imperialismo romano e la rinascita dell’Umanesimo, che torna a riconfermare il potere dell’uomo

sulla terra. Duby nel Sogno della storia, sostiene che prima della fine dell’Impero romano un grandioso evento ha segnato in modo indelebile l’umanità. Il cristianesimo, e la nascita di Cristo sono un fenomeno dalla portata rivoluzionaria in ambito culturale. La stessa storia lineare ha impostato le sue periodizzazioni distinguendole in epoche prima e dopo Cristo, il cui anno di nascita definito anno zero significa un tale capovolgimento di valori culturali da far ritenere che addirittura la storia cominciasse, in modo del tutto diverso, dopo di Lui. Scrive Duby «Per i cristiani [...] vi sono due storie: una storia dell’umanità carnale, discendente, e una storia della salvezza, ascendente. Il Cristo le assume entrambe: è morto nell’abiezione, è risuscitato nella gloria. Ed è questo avvenimento storico – la resurrezione la mattina di Pasqua – a rappresentare il punto zero di ogni cronologia». Prima il senso carnale, del negativo e del peccato, annullato poi nella salvezza. La caduta dell’impero romano assume, in questa prospettiva, il tramonto dell’onnipotenza dell’imperatore, che pretendeva di essere adorato come un dio. Difatti, le invasioni barbariche e l’arrivo dei Musulmani, hanno minato le strutture imperiali almeno quanto i valori evangelici, le crisi economiche e demografiche, le mutazioni climatiche. Contro l’idea della guerra come mezzo di dominio si andava affermando sempre più il peso delle ideologie, delle scuole, del pensiero filosofico e teologico. È la rivoluzione delle idee che la Chiesa, divenuta istituzione, ha temuto e frenato imbrigliandola nei tribunali dell’inquisizione e negli indici dei libri proibiti. Questi sono certo gli aspetti meno nobili dell’evo oscuro. Ma non si deve dimenticare che Medioevo fu anche sinonimo di sapere universitario, sviluppato proprio dalla tradizione amanuense dei monaci e delle abbazie. Che oltre alla feudalità curtense che per Duby è «caratterizzata dall’asservimento dell’uomo all’uomo», ed è dedita alla produzione per il consumo, si sviluppa anche una civiltà signorile e cittadina attraverso la realtà dei comuni, che apre la strada a nuove forme di guadagno e di economia. La ricchezza della terra viene gradualmente sostituita dalla concezione del capitale che si deve accumulare e reinvestire su nuovi mercati. Le crociate per Le Goff, contrariamente a quanto crede Villari, «hanno alimentato l’antisemitismo, e fomentato il fondamentalismo islamico, attraverso [...] il concetto di purezza del sangue che [...] condurrà alle teorie razziali, uno dei grandi demoni dell’Europa». La stessa tesi sostiene anche Runciman, che ritiene le Crociate responsabili di aver distrutto la cultura musulmana. Tuttavia, gli spostamenti marittimi verso l’oriente, hanno aperto e sfondato quelle mura comunali, consentendo ai traffici mercantili di approdare verso nuovi porti. E le città marinare, costituendo in oriente i propri fondaci, contro la concorrenza ebraica, hanno dominato la scena dei traffici che si sono, infine, espansi in tutta l’Europa. Tanto che lo stesso Le Goff giunge poi a sostenere che il Medioevo, che termina proprio nel 1492 con la scoperta dell’America, ha fondato lo spirito europeistico, anche attraverso la costituzione delle monarchie nazionali, come poteri che si vanno a sostituire a quelli locali, nella fase espansiva dell’economia in ripresa «L’Occidente medievale conosce, soprattutto a partire dal X secolo, ma forse addirittura dal VII, una fioritura economica che non sarà realmente interrotta neppure dalla crisi del Trecento [...] più di crescita che di declino [...] La popolazione cresce di tre volte [...] da 15 milioni a 50 milioni di abitanti [...] Il Portogallo s’era staccato dalla Spagna [...] antiebraica e antimusulmana, costituendo una facciata atlantica dell’Europa rivolta verso l’Oceano, verso l’Africa occidentale e, con Cristoforo Colombo, verso la futura America (1492)». Sono proprio i nuovi traffici, infatti, l’aspettativa del viaggio e il desiderio di scoperta che porteranno i Portoghesi in America. La storia medioevale era cantata dai trovatori e raccontata in forma di favola avventurosa, come la chanson de geste dei cavalieri. Il dolce stil novo di Dante della Divina Commedia rende in poesia il terrore dei medievali per il peccato e la pena dell’aldilà. Nel Quattrocento la filologia umanistica ha come preciso obiettivo l’accertamento della verità dei documenti. Tuttavia Gabriele Pepe, insigne studioso medioevale, sosteneva l’importanza dello studio dei diplomi imperiali, ritenendoli fonti storiche già prima che la diplomatica diventasse una vera e propria scienza. Cosa che accade solo nel 1861 con la pubblicazione del De re diplomatica libri sex da parte del Mabillon. La storia si pone nell’ottica dell’accertamento dei fatti, attraverso la veridicità sostanziale dei documenti, e molti risultano apocrifi come la Donazione di Costantino dimostrata falsa da Lorenzo Valla. Nel Cinquecento fioriscono le utopie politiche. La storia è costruita su tipi ideali il cui richiamo è Platone unitamente agli altri storici greci. Ma queste utopie vengono tacciate di antistoricismo. Sono ancora l’espressione di una storia più vicina ad una favola stupefacente ed ideale, sebbene vi sia un costante richiamo ed uno spiccato interesse per l’amministrazione politica cittadina. Anche l’espressione artistica deve trovare una sua validità pratica nella gestione della cosa pubblica, esempi in tal senso sono il Guicciardini, e Machiavelli con il suo Principe. Ma è, paradossalmente, la Rivoluzione scientifica del Seicento ad aprire nuove prospettive per la ricostruzione storica. Il costante richiamo all’osservazione empirica e all’esperimento si pone contro le pretese metafisiche e dogmatiche di saperi, già messi in discussione nel Quattrocento e durante tutto l’Umanesimo rinascimentale, come la stessa interpretazione dogmatica del pensiero di Aristotele strumentalizzata, peraltro, dalla chiesa medioevale. Viene messo al bando tutto quanto si propone come autorità indiscussa, ponendo in primo piano l’interesse per l’uomo come individuo appartenente alla sua storia. Vengono abbattute le aspettative di assolutismo scientifico dogmatico della scienza, intesa non più come mero razionalismo idealistico, ma in quanto insieme di ipotesi sulla realtà, che nascono da problemi pratici del quotidiano, dove la contraddizione è sempre pronta ad emergere sulla lineare consequenzialità del procedere logico assiomatico. L’uomo è ritenuto unità inscindibile di corpo ed anima. Individuo fallibile e peccatore per la Chiesa, ed essere finito destinato ad un’esistenza limitata nel tempo e nello spazio. Vico, con i corsi e ricorsi storici, con la ciclicità dell’esperienza che incontra costantemente la contraddizione come possibilità dello smacco, della perdita, dell’errore, contro la linearità rigorosa del procedere deduttivo inferenziale della logica e della metafisica classiche, scopre la problematicità dell’esistenza. Nel sostenere che il vero corrisponde al fatto egli anticipa le strutture spazio temporali di Kant, in quanto forma dell’esperienza possibile e verosimile. Mentre Giannone, Sarpi, Muratori, Filangieri, Galiani e Genovesi riconoscono tra le cause dell’arretratezza del meridione rispetto al nord d’Italia la presenza della Chiesa e del malgoverno spagnolo. Entrambi, con l’intolleranza fomentata dall’antisemitismo e dalla lotta contro

gli islamici, hanno ingessato nella fissità dogmatica delle pretese metafisiche la possibilità storica dell’uomo che si attualizza nella concretezza. Ritengo che il secolo dei lumi abbia principiato la storia moderna, come prodotto dell’umana ragione, libera e autonoma di farsi nella scelta, sebbene da quella limitata e vincolata. L’individuo esprime il coraggio di pensare e di essere le sue proprie alternative, il suo se stesso autentico, rompendo gli schemi, fidando nel progresso e nella scienza, senza la pretesa di giungere a verità metafisiche ed indistruttibili. Da un lato vi è il senso del progresso lineare della storia, dall’altro è comunque in agguato la possibilità dell’errore, dello smacco e dell’involuzione. Ogni caduta è messa nel conto. Le battute d’arresto sono previste. E vi è una differente maturità della ragione, che corrisponde ad un modo nuovo di pensare l’uomo. La ragione critica non è scettica, perché ripone fiducia nelle sue possibilità, ma non è nemmeno dogmatica, perché sa di essere fallibile, cioè storica. Dopo Kant l’uomo acquisisce la precisa consapevolezza di contrarre esperienze limitate nel tempo e circoscritte nello spazio. La storiografia non è cosa distinta e altra dalla didattica della storia. Non è possibile insegnare storia senza rappresentare le idee di coloro che hanno materialmente scritto quella storia. I giovani devono sapere chi hanno davanti, quale opinione esprime il testo che leggono. Per Vico è l’uomo comune che fa la storia. I suoi autori prediletti sono Platone, che anticipa la tipizzazione ideale di Weber; Tacito, che descrive l’uomo reale; Grozio per il suo giusnaturalismo come richiamo costante alla legge naturale dei popoli; Bacone, perché ipotizza una comunità scientifica aperta, capace di lavorare in équipe e di rendere pubblici i risultati delle sue attività di ricerca. Insomma, Vico pensa ad una storia costruita con attenzione scientifica, cioè rigorosa, come frutto di lavoro interdisciplinare. Bisogna farla finita con la storia monumentale degli storici, che narrano le vicende dei popoli, delle nazioni, degli eroi. Che fanno la storia delle guerre, e dividono i popoli tra vittoriosi

e sconfitti. Ma anche la storia categoriale dei filosofi è perdente. Non si può pensare di sistematizzare e classificare gli uomini, designandoli concettualmente in schemi prestabiliti. Bisogna combattere la violenza, al pari di qualsivoglia preteso dogmatismo. Le false categorie, gli schemi concettuali, che mortificano la vita nell’illusione di produrre falso sapere. Etichettando l’uomo, e alienandolo senza conoscerlo. Insomma, bisogna fondare una Scienza nuova. Che non abbia pretese di asettico scientismo, senza tuttavia essere dogmatica. Oggi non si può pensare ad una didattica della Storia che non tenga nel debito conto la storiografia. Si può ben dire che entrambe le discipline coincidano. Insegnare storia deve voler dire essere capaci di proporre ricerche e indagini. Poter utilizzare gli strumenti di ricognizione delle fonti che anche lo storico usa. Dimostrare abilità nella scelta e nella selezione dei documenti. Nello studio e nell’analisi critica che si conduce. Saper indirizzare i giovani, insegnando loro a porsi domande ed interrogativi sensati. La storia è fatta da noi tutti. Ogni cosa che appartiene all’uomo è storica, in quanto, come direbbe Husserl, ne è una sua sustruzione, mentre lo spazio disegnato è la sua conformazione. La città parla dei suoi abitanti, a cominciare dalle costruzioni, dalla edilizia urbana, fino a giungere ai monumenti. Bisogna smetterla con il considerare storia l’evento, il fenomeno eclatante ed eccezionale. Storia è la vita quotidiana di un popolo, la sua cultura di pace, il modo di avvicinarsi agli estranei, a tutto ciò che rappresenta qualcosa di altro da sé. La banalità delle scelte di ogni giorno, la loro finitezza, conchiusa e limitata nel tempo preciso dell’arco di una vita. Questa coscienza della propria intrinseca storicità i giovani devono impararla perché, possedendola, possano cominciare da tale consapevolezza ad affrontare la vita. Così la storia diventerà maestra del senso, al pari della filosofia. Non per risolvere i problemi, ma per imparare a vederli nella loro giusta dimensione, per poterli gestire e dominare. Consapevolmente, senza presunzione alcuna di verità. Per l’appunto, in modo critico. Come si può negare il senso storico dell’Illuminismo? Direi piuttosto che l’uomo comincia ad acquisire il valore critico della propria storicità proprio nel Settecento. Il progresso scientifico e le rivoluzioni, quella industriale inglese e quella culturale francese, portano al rafforzamento degli stati nazionali. Nel pensiero filosofico si insinua nuovamente il germe dell’onnipotenza. E alla storia provvidenziale e cristiana del Manzoni si sovrappone la necessità ideale dello spirito hegeliano come incarnazione razionale del destino nella storia. All’incessante fluire del divenire eracliteo si sostituisce la potenza della necessità dell’essere e del pensiero di Parmenide. Hegel concepisce nella sintesi l’esistenza della contraddizione logica, così come la possibilità necessaria del suo superamento. Ma le categorie di Hegel, al pari di quelle kantiane, si mostrano astruse, vuote e asettiche. Nel panlogismo che tutto

il reale giustifica in nome di una razionalità superiore, esse sono negazione dello spazio e del  tempo empirici, rivalutati poi dall’esistenzialismo come possibilità e determinazione nella scelta in quanto contraddizione materiale e storica. Interprete di questa istanza dialettica della storia, come continua contrapposizione e sviluppo, è il marxismo, chiamato anche materialismo storico. Marx intende la storia come costante fluire e defluire di conflitti, che si generano tra le classi sociali sulla base delle reciproche differenze economiche. Ciascuna classe, in particolar modo il proletariato, deve prendere coscienza della sua appartenenza ad una specifica categoria sociale, e portare avanti le proprie ragioni. Per forza di cose, derivando un conflitto di interessi, le classi entrano in competizione tra loro. I conflitti, che sorgono sempre per motivi materiali sfociano nelle rivoluzioni, che fungono da valvola di sfogo delle energie sociali e del malcontento e costituiscono una purga, perché eliminano il surplus impulsivo della società lasciando sopravvivere il meglio. Finley scrive in Problemi e metodi di storia antica «Per Marx [...] la guerra è una forma “naturale” del comportamento umano [...] il fattore di base della crescita economica e di conseguenza della trasformazione della struttura sociale». Questa visione interpretativa della storia risulta parziale. È pur vero che gli interessi economici sono un movente imprescindibile nella valutazione dei fatti storici. Ma si possono ridurre l’uomo e le sue scelte alla sola gestione dell’economia? Per amor del vero bisogna richiamare con forza l’attenzione al nostro presente, nel quale la classe operaia è ben lungi dal subire lo sfruttamento degli imprenditori dell’epoca di Marx, né le donne sono sottoposte a maltrattamenti e i bambini ad orari di lavoro massacranti. Questa realtà raccapricciante, che pure ha fatto storia, fortunatamente non esiste più. Dunque il materialismo di Marx oggi pare anacronistico e fuori luogo, qualora lo si voglia presentare come unico criterio interpretativo della storia. Ad ogni modo gli si deve attribuire il merito di aver saputo proporre una visione reale dell’idealismo hegeliano che nella sua pura idealità giustificava i regimi totalitari, come la stessa dittatura del proletariato di Marx. Di contro a questo tipo di storiografia il positivismo di Vailati, Villari e di Salvemini propone per lo studio della storia i metodi propri delle scienze esatte. Osservazione empirica, raccolta dei dati e loro classificazione sistematica, verificando puntualmente il ripetersi del fenomeno, in assenza o presenza di determinate componenti strutturali. Lo storico deve possedere intuito e deve essere capace di inferire da pochi elementi indiziari la conclusione ipotetica di un fenomeno. Con il fiuto di un investigatore, dagli elementi raccolti deve giungere a stabilire la verità dei fatti. Questa metodologia di ricerca applica alla storia il rigore della sociologia, e la interpreta come l’instaurarsi di situazioni prevedibili, al verificarsi di determinate condizioni. La regolarità dei fenomeni sociali che si susseguono è verificata con cadenze predeterminate, tipiche delle ipotesi costruite dalle scienze naturali, come già Bacone faceva con l’induzione. Mill e Comte, con la fisica sociale, propongono un siffatto approccio. Ma l’Ottocento è il secolo della storia e della storiografia filosofica. Proprio per questo motivo, fioriscono dappertutto studi che indicano la strada da intraprendere per lo studioso, interessato al problema. La grande scuola dello storicismo tedesco, rappresentata da Dilthey con l’Introduzione delle scienze dello spirito e con la loro Fondazione nel 1905, introduce alla storiografia contemporanea, e segna l’inizio della didattica storica del Novecento. Essa si pone come frattura nei confronti delle categorie kantiane, perché le ritiene astratte e vuote; dell’idealismo hegeliano che giustifica i totalitarismi attraverso la concezione del dispiegarsi della ragione assoluta nella storia; del marxismo e del materialismo storico, rifiutandosi di interpretare la storia alla luce dei conflitti di classe e dei movimenti economici di una società; del positivismo che intende studiare l’uomo alla stessa stregua delle scienze della natura, attraverso causalità meccaniche. Per Dilthey la storia è prodotto umano. È cultura e civiltà, dirà poi Spengler nel Tramonto dell’occidente. Essa si oppone alla natura, che è necessità, con il suo dinamismo organico, con la sua vitalità empirica. Le scienze della natura devono essere spiegate attraverso meccanismi causali. Il fine dell’uomo è il suo dominio sulla realtà. E la storia è connessione dinamica evolutiva. Spengler ritiene che le civiltà, come prodotto storico, sono destinate al tramonto. La storia, diversamente dalla natura, non si ripete. Essa può soltanto rivivere nella memoria di chi la ricostruisce. Le fonti devono essere selezionate sulla base di interessi propri dello storico. Mentre per Ranke è possibile una storiografia oggettiva, Droysen, Zeller, Burckhardt, Mommsen, Niebuhr ritengono che lo storico selezioni i materiali rispettando i personali interessi e la sua visione del mondo. Questo tipo di approccio storiografico, porta per un verso allo scetticismo di Simmel. D’altra parte Troeltsch e Meinecke, come Rickert riconoscono, nei valori di riferimento dello storico, l’esistenza di un richiamo costante ad una verità assoluta, quasi religiosa. Windelband, invece, distingue le scienze in nomotetiche, della natura, e idiografiche, cioè storiche. Insomma, lo storicismo tedesco ha sottolineato che vi è necessità di un differente approccio alle scienze dello spirito, e che la scientificità della storia non è assolutamente paragonabile a quella delle scienze naturali, che possono essere descritte attraverso un intrinseco meccanicismo causale con metodi di categorizzazione sistematica, evidenziando la regolarità dei fenomeni. Il mondo della natura è mondo di necessità, laddove quello della storia è mondo di libertà. Tuttavia Max Weber, respingendo lo psicologismo di Dilthey propende per un’interpretazione ideale dei tipi storici. Quasi

tornando alle categorie filosofiche, egli ritiene che lo storico possa, nel fenomeno specifico, estrapolare una razionalità ideale tipizzandolo, un po’ come faceva Platone col suo metodo utopico. Attualmente, si propende per una storia econometrica, sul tipo di quella proposta da Jones, demografica e statistica, come prospetta Lucia Valle nella sua Didattica modulare della storia «La demografia storica testimonia il passaggio della ricerca dalla “Grande Storia” alla piccola storia [...] Non è storia d’élite, ma piuttosto […] storia della vita quotidiana di un popolo “muto”, sfornito di segni storici evidenti, impegnato in un duro rapporto di adattamento/trasformazione rispetto alle risorse economiche disponibili e alle condizioni ambientali [...] La nozione di storia demografica viene trattata didatticamente per far emergere il concetto di storia strutturale, a completamento ed integrazione della storia narrativa[...]». Ma è importante anche una storia sociale sul modello proposto dagli annalisti francesi Febvre e Bloch. Una storia, cioè, che tenga conto di tutte le dimensioni dell’uomo. Che sia psicologica, sociologica, antropologica. Che comprenda il sentimento religioso di un popolo, della sua civiltà culturale. Che si preoccupi del modo di educare i fanciulli e delle strutture scolastiche, in rapporto al territorio e alla sua gestione politico amministrativa. Una storia economica, dei partiti e dei movimenti ideologici. Degli spostamenti delle masse sul territorio. Delle variazioni demografiche. Della modificazione degli spazi nella loro occupazione abitativa, e del tipo di sfruttamento che si fa del suolo. È cambiato, nel tempo, il concetto filosofico di uomo. L’esistenzialismo, il personalismo, la fenomenologia, hanno posto l’accento sulla sua storicità esistenziale. Gli annalisti francesi hanno empiricizzato le categorie kantiane dello spazio e del tempo. Le hanno arricchite perché le hanno riempite dell’uomo, conferendo ad esse un senso ed un valore sperimentale che il formalismo di Kant non poteva annettervi. L’ermeneutica di Gadamer ha puntualizzato come l’uomo sia, in ogni sua attività, comprensione ed interpretazione del mondo. Il pregiudizio che Bacone voleva eliminare, per purgare la mente, oggi viene ritenuto precondizione indispensabile per la precomprensione del fatto storico. L’uomo è storia delle sue esperienze attuali e pregresse. Anche quando fa scienza, sia nell’analisi che nella sintesi della ricostruzione, non può tralasciare la sua propria umanità storica, i suoi pregiudizi, la sua visione del mondo. Fare storia vuol dire interpretare il passato, comprenderlo attraverso una ricostruzione seria e puntuale dei fatti e dell’accaduto. Ma l’atto della ricostruzione è già, implicitamente, un’interpretazione come sostiene Gadamer in Verità e metodo. La mente non è tabula rasa, e la storia propone e progetta un senso ed un valore, nella conservazione della memoria storica e nel rispetto dell’alterità dell’altro, presentandosi come possibilità di interazione dialogica tra individui. Contro le tentazioni dell’onnipotenza costruttivista, la Favola delle api di de Mandeville ci mostrava, già in epoca illuminista, come fosse possibile verificare storicamente il susseguirsi di effetti imprevisti ed inintenzionali per cause intenzionali. Il caso, l’imprevisto, in storia sono la regola. L’uomo non è prevedibile come la natura. Vi è, in Gadamer, un richiamo costante all’esperienza, ritenuta il banco di prova della verità del fatto storico. In essa, tuttavia, non bisogna ricercare la conferma delle ipotesi pensate, come faceva Aristotele e come vogliono i neopositivisti. Questi ultimi, con il loro verificazionismo induttivo, falsano la sperimentazione empirica, costringendo i fatti a rispondere alle loro previsioni mentali. Popper, attraverso il realismo ed il razionalismo critico, rifiuta questa interpretazione della scienza. Per lui, come per Gadamer, l’esperienza autentica, direbbe Heidegger, è negativa, e si risolve nello smacco, mostrando la falsificabilità dell’ipotesi formulata. Cosa significa questo? Bisogna diventare scettici sotto il profilo scientifico, e ritenere che non siano possibili, per l’uomo una scienza ed una metafisica? Ovviamente, contro il nichilismo nietzschiano, la morte dei valori e lo scetticismo, si propone una visione adulta del mondo e della storia. Essa è una nuova filosofia realista, proprio perché non scettica. Ma critica, cioè consapevole della sua storicità, del fallibilismo intrinseco in ogni ipotesi scientifica o storica che sia. Vattimo nel suo scritto Il pensiero debole evidenzia come non sia possibile, oggi, pensare in senso forte alla maniera dei filosofi dell’antichità, costruendo grandi sistemi di pensiero. La debolezza propria dell’uomo contemporaneo è, ad un tempo, sintomo della sua grandezza, come soggetto della razionalità critica e storica. Bisogna, però, evitare che la storia diventi un problema di linguaggio, come accade per gli analisti, e come lascia intendere lo stesso Heidegger, il quale ritiene che l’intuizione umbratile della realtà è la sola verità possibile per l’uomo, che costruisce poi la sua metafisica nel linguaggio. È pur vero che senza lo strumento linguistico non si potrebbe dominare il mondo circostante, e che l’uomo ha bisogno di conferire all’oggettualità un nominalismo concettuale, capace di organizzare, ordinandolo, il reale. Come sostiene Ricoeur l’uomo ha bisogno di simbolizzare. Ma personalmente mi trovo a dare ragione a Popper e ad Emilio Betti, quando sostengono che l’ermeneutica non deve diventare una presunta costruzione razionale dell’oggetto nel linguaggio, attraverso il conferimento del senso e del valore. L’oggetto resta confermato nella sua realtà. Il fatto storico, come tale, esiste. Il soggetto si fa carico, consapevolmente, della sua precomprensione e della predisposizione a conoscere, intesa come apertura spirituale. Ma mentre Betti ritiene che sia possibile conoscere ed interpretare la totalità del reale, Popper propende per una conoscenza sempre parziale, limitata nel tempo e nello spazio. Il fine rimane l’uomo, nella comprensione della sua totalità olistica, inteso come la persona di cui parla Mounier, sebbene attraverso esperienze pur sempre parziali. Ricoeur, però, polemizza con la falsa coscienza che hanno costruito il materialismo storico, la volontà di potenza nietzscheana, l’io freudiano come sintesi di es e super-io. Popper aggiunge alla lista Hegel e gli idealisti, Platone che ha pietrificato la

società, immobilizzandola nella sua repubblica utopica, Socrate che si presenta come possessore della verità, Eraclito, il cui divenire è diventato necessità stocastica paragonabile all’essere di Parmenide, insieme ad ogni totalitarismo, dogmatismo, e assolutismo politico. Popper propende per una sola verità, e ritiene che lo storicismo abbia diviso l’uomo. Dilthey ha separato le scienze della natura da quelle dello spirito, creando una doppia verità. Da un lato la necessità della natura, dall’altro la libertà umana della storia. Vi è, perciò, necessità di costruire un nuovo concetto di scienza. È possibile una metafisica trascendentale, in senso kantiano. L’uomo può e deve conferire senso e valore alla sua esperienza storica e scientifica. Sia la storia che le scienze devono essere sottoposte al criterio di falsificazione. Pur riferendosi entrambe ad una realtà fattuale ed oggettuale, esse sono costruzioni razionali dell’uomo, ed in quanto tali risentono della storicità esistenziale, spaziale e temporale. Ogni teoria è scientifica perché si rappresenta una visione del mondo, ma lo studioso deve lavorare con la costante consapevolezza della sua superabilità storica. Deve accettare la possibilità della contraddizione, non intesa come mera possibilità logica, bensì come falsificabilità metodologica. La storia non è lineare, ma problematica, come sostiene Furet. Ciononostante si deve superare sia l’induzione per enumerazione, essendo la possibilità dell’esperienza potenzialmente illimitata, sia quella per eliminazione, per lo stesso motivo che falsifica l’induzione per enumerazione. Ogni ricerca muove da problemi, e procede per risoluzione di problemi, interrogando la realtà circostante e le fonti. L’osservazione del reale, che è comunque di tipo induttivo, non può prescindere da una sua inscindibile interpretazione teorica, attraverso la formulazione di ipotesi mentali, di congetture razionali, che devono essere comprovate sul piano empirico sperimentale, perché la comunità scientifica possa accettarle come consacrate teorie. Ciò non toglie che lo studioso si debba muovere con la precisa consapevolezza della validità storica della sua tesi, il che implica ad un tempo la possibilità futura di un suo superamento. Il nuovo paradigma di Storia che si intende portare all’attenzione dei giovani si basa sull’idea che il passato sia un processo problematico da ricostruire. La sua conoscenza stimola il senso critico ed educa la coscienza civica delle future generazioni, perché esse possano giungere a sapere, saper vivere con gli altri, saper essere. Questo concetto di Storia presuppone il suo insegnamento disciplinare come fondamentale per la formazione umanistica. Abbandonata l’idea di una Storia che si racconta nel suo dispiegarsi lineare e favolistico, ci si pone il problema di far comprendere ai giovani lo spessore culturale della tradizione orale e scritta, e l’importanza ed il peso che le fonti assumono, nell’ambito di tale ricostruzione. Perché, così come per la Filosofia, l’obiettivo principale che la scuola intende raggiungere, con l’insegnamento della Storia, lungi dall’essere un sapere mnemonico dei fatti, è la formazione e la maturazione delle coscienze. I giovani devono sì possedere la cognizione materiale degli avvenimenti, ma soprattutto devono saper discernere dalla narrazione i fondamenti concettuali, come strutture portanti del pensiero critico attraverso cui si snodano i fatti. E padroneggiare al contempo nozioni basilari di metodologia della ricerca storica, per essere in grado di ripercorrere mentalmente il cammino di indagine dello

studioso, e poter leggere i contenuti con acutezza e spirito di riflessione. La ricostruzione del processo storico non può prescindere dalla raccolta dei dati disponibili. Essa si esplica attraverso la catalogazione seriale e la sistemazione statistica degli elementi utili, ai fini della interpretazione degli accadimenti in chiave ermeneutica. Il che comporta una lettura ed un’analisi delle fonti in termini sintattici e semantici, per il loro significato letterale, e la loro collocazione contestuale. Una significazione del dato storico, quindi, compreso alla luce del suo proprio senso intrinseco, e al contempo collocato nel contesto di riferimento euristico precedente, oltre che in quello di inserimento logico e sequenziale successivo. Questa interpretazione è data dallo storico in dipendenza dell’uso che fa dei documenti. Perché la storia non sia solo un’interpretazione antiquaria delle “reliquie” del passato, né un’esposizione monumentale dei modelli della realtà, ma affinché diventi osservazione critica dei fatti accaduti, essa deve avere come suo imprescindibile presupposto la lettura delle fonti. Le fonti storiche a disposizione si distinguono in primarie e secondarie. Primarie sono tutte le testimonianze dirette di un avvenimento. Secondarie sono le fonti interpolate, e comunque manomesse in precedenza dal narratore. Anche il tempo è un selettore delle fonti storiche, poiché determina l’usura o lo smarrimento dei documenti. Gli storici poi apportano ad essi un ulteriore taglio, scegliendone alcuni e scartandone altri, ai fini della loro collocazione contestuale. Lo studioso rinviene le fonti in tutti i documenti scritti, nella tradizione orale dei popoli, ed in tutte le testimonianze monumentali e paesaggistiche che possono raccontare qualcosa del passato e degli uomini che hanno occupato quei siti. La sintassi letterale del documento è primo ed imprescindibile compito dello storico, ma per una ricostruzione seria del

passato è altrettanto indispensabile conoscere i luoghi che hanno visto nascere quei segni dell’umanità. Ogni espressione dell’uomo non può essere scissa dal suo ambito di gestazione. La cultura è una sovrastruttura. Essa rappresenta il tentativo dell’umanità di tenere a freno le forze selvagge ed incontrollate della natura. Di porre ordine e sistematizzare. Il segno dell’uomo ha un referente nel suo luogo di nascita, ed in quel luogo va collocato per comprendere il suo più intimo

significato. La scrittura è un mezzo di comunicazione che deve essere integrato da altre forme espressive. Esistono i segni verbali, non verbali e scritti. Ma vi sono anche i simboli, come l’insieme di tutte le edificazioni monumentali, e le divisioni territoriali, con cui i popoli, per abitare uno spazio geografico, hanno scritto la loro storia. Lo studioso deve essere capace di ritrovare ed interpretare le fonti materiali del passato, ma altresì deve essere abile nel saper convertire in fonte ogni indizio territoriale che gli parli di un popolo. L’uomo, difatti, è storia perché vive in un tempo preciso e determinato, ma questa esistenza, proprio perché temporale, si estrinseca in uno spazio geografico, che finisce per parlare il linguaggio del popolo che lo occupa, facendolo divenire suo proprio e circoscritto territorio. Bisogna, pertanto rivalutare il rapporto della fonte con il suo luogo di ritrovamento. Ed al contempo, soprattutto nelle scuole secondarie superiori, testimoniare l’importanza del territorio, come spazio geografico, per conferire ad ogni avvenimento storico un preciso valore contestuale. Far comprendere ai giovani che se un determinato fatto si è svolto con modalità tipiche, ciò è dovuto anche al suo dispiegarsi in quello specifico ambiente, oltre che al suo svolgersi in quel preciso momento. Coinvolgendo in prima persona i discenti nel percorso di ricerca, e muovendo dal manuale solo per apprendere la basilare cronologia degli eventi e lo svolgimento dei fatti accaduti. La capacità del docente si rivela sostanzialmente nel saper instillare negli animi dei giovani le motivazioni a procedere in modo autonomo, ponendosi domande e azzardando risposte plausibili per ogni ipotesi formulata. Insomma, creando quelle motivazioni che inducono l’interesse critico per la materia scolastica. La Storia dell’umanità comincia dal graffito che un antropoide ha scalfito su una roccia. Ma quel segno è il primo tentativo dell’uomo di assoggettare e modificare uno spazio territoriale, dopo averlo occupato. Ogni ambiente finisce per parlare del popolo che lo abita, perché l’uomo comincia a fare Storia nel momento in cui comincia

a comunicare, a parlare di sé, e a far parlare di sé le cose e gli spazi che lo circondano. La Storia nasce da un’impronta che l’uomo lascia sulla pietra, consegnandola al tempo ed ai posteri. Un segno sulla parete rocciosa, attraverso il quale il primitivo si offre, proponendosi ai suoi figli con tutta l’angoscia dell’ignoto, la disperazione della morte e la paura del limite. Un’orma che grida per affermare l’esistenza, che graffia per superare il dolore della sua fatuità. Si comprende, così, se ci si vuole riappropriare fino in fondo delle autentiche radici culturali, il valore didattico della storia locale. Il discente, aiutato dall’insegnante, deve imparare a conoscerla e a ricostruirla. Il metodo privilegiato è quello delle esercitazioni scolastiche, di laboratorio, attraverso la ricerca sistematica

delle fonti, la loro selezione e catalogazione seriale, la lettura statistica dei dati risultanti. Infine la  riflessione e la conclusione critica, individuale o di gruppo, che inducono a supportare un’ipotesi interpretativa. Questo modo di insegnare la Storia, avvicina la materia alle esigenze pratiche di comprensione del territorio in cui il giovane vive, rendendola meno astrusa e distante dai suoi più immediati interessi. La didattica così impostata prevede l’uso delle più avanzate tecnologie, dalla fotografia, al documentario, alla mappa concettuale, all’ipertesto. Ogni avvenimento resta inserito

in un contesto spaziale e concettuale, che gli conferisce un senso più completo e globale. Il  giovane può così collocare le sue conoscenze in una rete di informazioni, aventi significato multi ed interdisciplinare. Ciò comporta e garantisce, a livello didattico, l’implementazione dell’esperienza culturale e valoriale, facilitando, sia per l’insegnante che per l’allievo, il feedback e la retroazione, nel percorso formativo. In accordo a questo metodo si allineano le indicazioni dei Programmi Brocca. Il manuale, che per anni è stato ritenuto la fonte privilegiata di insegnamento della materia, viene ad assumere una valenza strumentale. Esso fornisce lo spunto ad approfondire i contenuti di partenza, dai quali deve prendere le mosse il lavoro di ricerca vero e proprio. La conoscenza critica della propria realtà locale, dal punto di vista storico e sociale, favorisce nel giovane la formazione di un atteggiamento di curiosità riguardo al passato, con l’intento di rapportarlo al suo presente. Al contempo produce il rispetto delle diversità culturali, la tolleranza dell’alterità dell’altro, chiunque esso sia, e contribuisce alla formazione di una cultura umanistica in senso lato, poiché stimola il desiderio di confronto eclettico con le altrui esperienze. Il sapersi rapportare all’altro, mettendosi in discussione, il ritrovarsi nell’altro attraverso il dialogo, che ricompone le differenze nella comune umanità, è il fine morale che la Storia, come disciplina scolastica, si propone di perseguire. Il presupposto teorico di siffatto obiettivo didattico è nel binomio uomo-natura, direttamente proporzionale a quello tempo-spazio. Di queste categorie ideali ne rappresenta l’attuazione concreta, nel fluire della vita. Il tempo interiore umanizzato nella durata diviene quello naturalizzato degli istanti scanditi nello spazio, allorché l’uomo uscendo da sé, deve misurare la sua continuità psichica con la frammentazione del territorio esterno. E così come l’uomo finisce per dominare la natura, allo stesso modo il tempo modifica gli spazi, costringendoli a parlare di lui. L’altro è perciò la sua storia perché vive il suo tempo, ed è la sua natura perché per vivere il suo tempo deve modificare il suo spazio. E lo si ritrova nel suo tempo solo quando si può

comprendere come ha assoggettato il suo spazio. La Storia così intesa rappresenta sia il fluire che l’avvicendarsi problematico del pensiero. Questo pensiero che muove le masse e determina gli  orientamenti di un popolo si estrinseca nella sua azione sul territorio. Il suo inarrestabile ed inafferrabile corso, si è d’un tratto cristallizzato. E immobilizzato in forme che lo hanno reso immortale ed eterno, si è fatto interprete della tensione umana verso l’assoluto, costringendola a dare delle risposte esaurienti, sebbene non definitive. L’uomo e la sua storia hanno un senso ed un valore. Questo senso e questo valore devono essere riscoperti, e ritrovati. Umanizzando le scienze, contro ogni pretesa assolutizzante degli scientisti, così come degli analisti. La tecnica ed il linguaggio sono mezzi, e non possono e non devono diventare fini. Qual è il futuro della storia, e della sua didattica, allora? Mi piace intenderlo come presentazione ai giovani dei fatti, attraverso le loro molteplici interpretazioni storiografiche, mostrandole come sintesi di un lavoro interdisciplinare.

Educare al senso della storia, a partire da quella della propria individualità, fino alla storia familiare, scolastica e sociale in senso lato. Sviluppare un rapporto costante con la memoria e la tradizione, a partire dalla famiglia, come prima forma di socializzazione. Per poter poi proporre la storia come ricerca sul campo, muovendo dalla ricostruzione di piccoli aspetti della storia locale, e rimaneggiando le fonti, per azzardare interpretazioni. Utilizzare le moderne tecnologie informatiche, il computer ed internet, per ricerche individuali e di gruppo, e per rendere il lavoro sistematico. Proporre il concetto di eredità culturale della storia, per sostituirlo a quello di causalità.

Difatti, oggi interessante e vivace è il dibattito sulla ereditarietà storica o sulla pura causalità dei  fatti più significativi che regolano la vita del nostro tempo. Il problema che attualmente affligge gli studiosi, nel momento in cui si accingono ad esaminare le paure dell’Occidente, riguarda l’uso indiscriminato delle moderne tecnologie. Il Medioevo è stato caratterizzato dal timore delle guerre,

delle carestie e delle pestilenze, quasi fossero un presagio della fine del mondo e del castigo che Dio infliggeva agli uomini. L’Occidente teme oggi una catastrofe ambientale. Il Medioevo, storicamente tormentato dalle invasioni barbariche, e filosoficamente oscurato dalla confusione del paradigma gnoseologico con quello metafisico, viveva nella asfittica chiusura della cultura monastica e della economia curtense. Nel timore di aprirsi all’ignoto, di varcare le Colonne d’Ercole della conoscenza e di commettere il peccato di superbia contro Dio creatore, riteneva la Bibbia libro di scienza oltre che di fede, accettando senza discernimento critico la sua autorità. La società post-industriale ha confuso tra loro il paradigma scientifico e quello tecnologico. La ragione è asservita alla tecnica, al solo fine di ricavarne vantaggi economici e politici. La cultura è stata massificata e resa schiava dei regimi e delle mode. Nel Medioevo la cultura della Chiesa impediva alla Scienza di progredire, sciolta dai vincoli dogmatici, sul suo cammino verso l’emancipazione dell’umana ragione. Oggi la totale assenza di valori e di punti di riferimento basilari, fa della Scienza una tecnica arida e distante dall’uomo, in quanto portatore di valori spirituali, perché incapace di interpretarlo come suo soggetto. La Scienza ha un suo senso specifico nel servire l’umanità. Non è pensabile una ricerca che sia fine a se stessa. Dovendo assolvere a questo suo nobile compito, ponendosi al servizio dell’uomo, essa non può misconoscere i valori morali ed etici

che la rendono, per questo, finalizzata al progresso della vera razionalità. Una razionalità che tenga in conto la globalità dell’uomo, radicata nella natura degli istinti, e nobilitata nella sovrastruttura del pensiero, che si fa cultura. Dal passato, il presente ha ereditato la mancanza di vera libertà intellettuale e scientifica. Assistiamo, oggi, all’illusione di una ragione libera da vincoli

dogmatici. In realtà, se prima essa era asservita al potere della Chiesa secolarizzata, oggi si presenta inaridita dalla tecnologia capitalistica, usata come è a fini politici. Una ragione davvero libera è, purtroppo, tuttora un’utopia. Essa deve ancora essere liberata. Ma la sua emancipazione non può che passare per l’uomo. Solo una rivalutazione dell’umanesimo integrale, delle filosofie personalistiche, basate sul riconoscimento dell’altro, del tu dialogico, dell’alterità olistica, può concretamente “liberare” la ragione. Una ragione libera deve assumersi la propria responsabilità nei confronti della natura, che deve poter dominare senza distruggere. Deve tenere presente l’uomo come fine della sua ricerca, e capire che preservare l’equilibrio ecologico equivale a proteggere anche l’uomo e le specie animali. Deve rivalutare l’arte come espressione della vita. La dimensione psichica come elemento della spiritualità. I valori come punti di riferimento per la Scienza. L’etica come salvaguardia critica per le tecniche ed il loro uso. In una parola, per liberare la ragione bisogna umanizzare la Scienza, assecondando quella ricerca del senso cui già Husserl

faceva riferimento nella Crisi delle scienze europee. Tra gli anni ’50 e gli anni ’60, si assiste al boom economico, industriale e demografico del dopo guerra, che incrementa gli agi e la condizione di benessere, inducendo la errata convinzione che la felicità possa essere acquistata al supermercato. Se si tiene conto che questo fenomeno segue alla povertà e agli stenti dovuti al collasso economico del periodo bellico, è anche comprensibile come ciò sia potuto verificarsi agevolmente. Il mito americano del facile consumo, si è poi radicato per imitazione, passando oltre i beni di prima necessità, portando la gente a credere che anche il potere e il successo, si possano

apprendere e trasmettere come un’arte. Sicché vivere diventa un produrre velocemente per consumare in fretta. E la velocità diventa il mito di ogni forma della ragione. C’è la velocità della produzione, quella del consumo, quella del pensiero, e quella delle macchine. E la velocità diventa superficialità, a scapito della profondità. Ovviamente, la ricchezza concentrata nelle mani di pochi

detentori del potere determina l’implementarsi delle aree di povertà e di emarginazione, sia  economica che culturale. Il ‘68, con le sue lotte studentesche ed operaie, mira a ristabilire proprio quest’ordine e questo equilibrio, che sono stati infranti. È il pensiero divergente che irrompe nella Storia, contro l’ordine precostituito ed apparente dei regimi di potere. Così, gli anni ’70 saranno caratterizzati dalla cultura di massa, dove tutto viene omologato. E se da un lato anche la cultura si fa merce massificandosi, dall’altro emergono i gruppi settari dei Figli dei fiori, degli Indiani metropolitani, insieme a nuove filosofie, che inneggiano allo spirito di libertà individuale. E mentre la cultura si globalizza e si specializza alle culture e l’economia si apre all’Europa, comincia a manifestarsi il bisogno di emergere, tipico dell’individualismo. Difatti, quanto più ci si confronta con gli altri, attraverso un dialogo economico, politico e culturale aperto, tanto più si ritorna ad implementare la propria personalità e ad esaltare la propria tradizione locale. La libertà dai vincoli dogmatici, prima imposti dalla Chiesa, porta, negli anni ’80, a ritenere che non esista una verità assoluta, sia in ambito morale, sia in ambito scientifico. Viviamo perciò, oggi, in un’epoca dominata dal relativismo nichilistico, dalle filosofie esistenziali, che convergono attorno al pensiero debole, in una costante incertezza, priva di riferimenti validi, alla ricerca, come Peter Pan, dell’isola felice. Abbiamo ereditato dal passato l’illusione della ragione, troppo vincolata ed asfittica quella del Medioevo, troppo anarchica ed amorale la nostra. La ragione non può asservirsi alle verità di fede, perché queste sono intuitive, laddove quella, nel suo procedere per inferenze deduttive, è coerente con gli assunti del processo logico, e si rimette alla teoria della dimostrazione matematica. Non può asservirsi alla tecnica, in quanto strumento materiale, essendo essa il fine. Non può essere strumento del capitale, perché essa non è merce, e non si vende. Non deve corrompersi al servizio del potere politico, perché essa rifugge i lacci del servilismo, rappresentando, nella sua forma pura, la massima espressione di libertà dello spirito. Urge, oggi, una nuova ragione, sia filosofica che storica. La valorizzazione della totalità e della globalità dell’uomo, muovono dal recupero del suo tempo storico come categoria ereditaria, come patrimonio di cui riappropriarsi. Ma se importa il riafferrare il tempo come eredità del passato, bisogna al pari rafforzare le identità territoriali, poiché la storia mondiale si produce a partire da quella locale. La coscienza dell’appartenenza al territorio diventa appropriazione dell’identità culturale, ed al contempo vivo senso di partecipazione alla propria cittadinanza. Il passato è, perciò, eredità culturale e valoriale, di cui riappropriarsi, attraverso la categoria del tempo storico, a partire da quella dello spazio territoriale nel quale si vive. Muovendo, cioè, dalla conoscenza consapevole delle dinamiche della storia locale. Ovviamente questo discorso va affrontato con serietà e competenza, sia metodologica e didattica, che contenutistica, nelle aule scolastiche. Perché la Storia divenga una disciplina a forte spessore educativo, ed acquisisca la dignità di sapere per categorie concettuali, in grado di modificare il pensiero, nel suo porsi a contatto con la realtà. Ma è possibile, oggi, il presente come storia? Dalla tesi di Alberto De Bernardi, docente di Storia contemporanea presso l’Università di Bologna, che si occupa di problemi riguardanti la didattica, si evince che la preoccupazione maggiore degli studiosi riguarda, oggi, il modo di fare storia sugli argomenti della nostra contemporaneità. La questione tocca in particolare il millennio che si è ormai chiuso. Terminando il ventesimo, comincia il ventunesimo secolo. Dunque è legittimo che gli storici si occupino del Novecento come categoria

storiografica. Ma è complesso guardare al presente con il distacco necessario a garantire una  qualche pur minima presunzione di veridicità. La storia si distingue dalla cronaca, perché mentre quest’ultima è pura narrazione dei fatti accaduti nel tempo della contemporaneità, essa è, invece, memoria degli accadimenti del passato, lontani dallo sguardo dello studioso, sia nel tempo che nello spazio. Il presente, come categoria temporale, meglio si presta ad un’analisi cronachistica di tipo descrittivo. Manca, difatti, la giusta distanza temporale, per permettere all’osservatore di sedimentare le rilevanze morfologiche che lo caratterizzano. L’insegnante di storia, infatti, suole presentare gli argomenti attraverso una sistematica strutturazione in blocchi logici significativi. A questo approccio didattico ben si prestano le metodologie modulari. Esse, smontando la disciplina nelle sue componenti logico-sintattiche, oltre che significativo-semantiche, consentono al docente di progettare percorsi programmati attraverso unità, assolutamente indipendenti tra loro, sebbene

sequenzialmente collegate. Ogni unità, in quanto blocco significativo, esprime una rilevanza, cioè una tappa necessaria allo svolgimento della programmazione nel suo complesso, costituendo un’area di sviluppo potenziale che l’allievo può raggiungere, attraverso l’istruzione in quel compito preciso, per l’acquisizione dell’abilità prevista come obiettivo. Ovviamente l’abilità pragmatica matura anche attraverso l’acquisizione di capacità critiche del pensiero, che consentano al giovane di muoversi con destrezza nella realtà sua propria, utilizzando categorie interpretative, tipiche della lettura storiografica che ha esaminato nei suoi percorsi formativi. L’insegnamento della storia ha, difatti, come sua precipua e diretta finalità, quella di promuovere lo sviluppo del pensiero critico, e la formazione di abilità sociali, oltre che di una coscienza civica che sia davvero libera, consapevole e matura. L’attuale didattica della storia suole sottolineare il valore di queste unità tematico-morfologiche, che esplicitano le rilevanze della disciplina predilette dal docente per la costituzione dei percorsi strutturali. Difatti, non si impartiscono informazioni, ma si tracciano percorsi progettuali di ricerca. La lezione è un cammino finalizzato all’apprendimento significativo

per scoperta. Per insegnare storia, bisogna saper fare storia. L’argomento che si intende affrontare deve essere individuato proprio attraverso queste cosiddette rilevanze, che si evincono dall’insieme dei fatti più significativi, che caratterizzano un’epoca, e che contribuiscono a sistematizzare la sua categorizzazione concettuale e sostanziale. Grazie a questo metodo di presentazione didattica, diventa facile determinare le pregnanze fondamentali di un periodo storico, definendole, come abitualmente si fa, con pochi termini essenziali. Queste rilevanze storiche che il docente propone ai giovani, per disegnare un percorso facilmente accessibile, che sia alla portata di tutti, costituiscono la morfologia strutturale della disciplina, cioè la sua fondazione epistemica. La storia è, infatti, scienza, perché la ricerca viene affrontata con tutti i metodi propri della investigazione, classificazione, selezione e categorizzazione delle fonti siano esse primarie

o secondarie. Ma quanto più ci si avvicina alla contemporaneità, tanto più l’osservazione scientifica assume i connotati propri di una ricerca sociale, che utilizza i metodi delle scienze umane in senso lato, per appropriarsi di quelle memorie che costituiscono parte integrante della propria continuità culturale, territoriale e locale, fino ad assumere la portata di un recupero delle personali radici familiari. E qui rientra il discorso dell’educazione al senso storico, che travalica di gran lunga il valore della singola lezione fatta nell’aula scolastica, perché abbraccia l’intero uomo nella sua significatività sostanziale di tempo e di spazio. Il problema che pone una ricostruzione storiografica che sia molto vicina, appunto, nel tempo e nello spazio, riguarda proprio il concetto di distanza mentale dai fatti che si vogliono rappresentare. Lo spessore culturale della storia non viene messo in discussione, ma gli accadimenti devono decantare. Lo storico deve poter praticare da essi il distacco teoretico. Perché le categorie concettuali vanno sedimentate. Deve cioè costruirsi, attorno ad una specifica interpretazione storica, la sua coscienza collettiva. Che equivale a pretendere, per ogni tesi, che questa venga accreditata dalla comunità scientifica, per poter essere adottata come criterio comprovato e valido di interpretazione storiografica. È proprio questa sedimentazione che viene a mancare quando un concetto non decanta nel tempo. La notevole mole numerica, e la varietà polimorfa delle fonti, che ci offre la contemporaneità, prospetta l’ulteriore problema legato alla loro conoscenza e selezione. È più semplice disporre di una fonte già accreditata, piuttosto che andarne alla ricerca. Purtuttavia, è proprio questo il compito più arduo cui deve sottoporsi la professionalità docente, se si vuole tracciare un percorso significativo che abbracci la post-modernità. I giovani, infatti, si sentono più coinvolti se vengono motivati allo studio di questioni attuali. Senza voler, con ciò, sminuire la portata epistemica degli eventi del passato. Si deve ricordare che la memoria delle esperienze pregresse costituisce un ottimo filtro interpretativo, e una chiave di lettura sempre valida per il presente. Quelle rilevanze che vanno oggi modificandosi, rispetto al passato, riguardano la gestione del potere e dei nazionalismi. Il nostro mondo non è privo di contraddizioni. Mentre procede, per un verso, alla globalizzazione che si attua con l’abbattimento delle frontiere doganali e l’unificazione monetaria, commerciale, linguistica e culturale, va poi intensificando il decentramento fiscale ed amministrativo, a livello regionale, nell’ambito delle nazioni. Incentivando l’iniziativa privata e la politica dei capitali e del consumo. L’accentramento dei poteri nazionali va sempre più scomparendo, mentre nell’accettazione tollerante e pacifica delle alterità e delle diversità culturali, si vanno strutturando le identità ideologiche e riemergono le idealità nazionali. Ma la difesa dell’appartenenza culturale allo spirito di una nazione, unitamente alla orgogliosa consapevolezza della propria origine in una ben nota territorialità, non si fanno spregio dell’accettazione del diverso. Le discriminazioni razziali, culturali ed economico-sociali, non hanno più alcun senso. Scomparendo il legame con la territorialità immediatamente percepibile, la distanza si è abbreviata a scapito della scomparsa fisica della realtà. Ciascuno, oggi, possiede le stesse identiche potenzialità, navigando sulla rete. È come avere in pugno il mondo. Un mondo dove, distrutte le gerarchie monocentriche, ogni punto della rete resta immediatamente collegato con altri infiniti punti del globo. Dove ogni nuovo nodo sequenziale può rappresentare il vertice di una differente gerarchia, per diventarne poi, a sua volta, la base. Ma annullando le distanze spaziali, l’uomo rischia di compromettere seriamente il rapporto con la sua corporeità, e con quella dell’altro. La velocità, insomma, a scapito della profondità. Una miriade di stimoli virtuali, di informazioni sempre nuove in viaggio nella rete mondiale, smarriscono all’uomo il senso della sua esistenza e del rapporto con i suoi simili. Qui andrebbe affrontato il discorso dell’uso razionale e ragionato delle tecnologie. Apparentemente liberi, gli uomini potrebbero trovarsi minacciati da nemici virtuali, potentissimi, perché capaci di sconvolgere le coscienze e di strumentalizzarle. Il capitalismo del Novecento ha prodotto merci materiali e macchine di ausilio al lavoro dell’uomo. Esso ha rappresentato l’espressione più forte del taylorismo e del fordismo. Il Socialismo ha lottato contro l’alienazione del lavoro e la mercificazione strumentale. Oggi il pericolo è quello di un’alienazione delle coscienze. La civiltà della globalizzazione produce idee. Sotto questo aspetto potrebbe apparire come la più intellettuale delle società. Fino a quando le ideologie di chi lavora e ricerca metodicamente non verranno strumentalizzate dagli organi di potere, per ottenere il consenso, o finalizzate al mercato ed alla rapida e costante riconversione industriale. Viene da chiedersi, con terrore, se oggi ci siano ancora veri intellettuali, disposti a morire per le proprie idee. Penso, piuttosto, che a tener gonfio il portafogli importi molto a tutti. Anche a scapito della propria coscienza. Il prossimo Hitler potrebbe

essere un terrorista informatico, un pirata, esperto programmatore di computer. La sua guerra sarebbe la più subdola che esista. Ci vincerebbe tutti con un lavaggio del cervello, modificando le strutture gerarchiche del world-wide-web. Riconvertendo la produzione. Come a dire, pulendo il mondo a colpi di mouse. Altro che verdi!

 

BIBLIOGRAFIA

 

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AA.VV., Concorsi a cattedre, edizioni Simone, Napoli, l999.

Alberto De Bernardi, relazione universitaria “Il presente come storia”

 



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