Libri di Diego Fusaro
E adesso il prode Luigi Di Maio si professa pentito per aver pronunciato la celebre e indimenticabile frase “abbiamo abolito la povertà”. Con tutta evidenza, la povertà resta là dov’era e, anzi, cresce al crescere della globalizzazione neoliberale, quella che abbiamo proposto di qualificare come glebalizzazione turbocapitalistica. Abbondano, d’altro canto, gli studi di economisti che pongono in relazione indissolubile la globalizzazione neoliberale e la disuguaglianza, suo necessario portato. Da Stiglitz a Piketty, è tutto un fiorire di studi documentatissimi che svelano questo segreto di Pulcinella: la deregulation planetaria, la finanziarizzazione dell’economia, la mondializzazione del mercato del lavoro e degli scambi mercantili potenziano sempre più la miseria e la disuguaglianza, colpendo impietosamente le classi lavoratrici e ilotizzando i ceti medi. La società contemporanea del capitalismo globale figura come la più asimmetrica dell’intera storia umana, producendo oltretutto l’inedita figura dei working poor, ossia di coloro i quali, pur lavorando, rimangono comunque sotto la soglia della povertà. E gli organi della propaganda vorrebbero pure spiegarci quanto siamo fortunati a essere abitatori di questo meraviglioso mondo, che nemmeno Pangloss sarebbe stato in grado di celebrare con tanta enfasi pittoresca. Sia pure tardivamente, anche il prode Di Maio lo ha compreso e fa una goffa retromarcia rispetto alla sua celebre dichiarazione di qualche anno addietro. Ora che, come sappiamo, è divenuto professore a Londra – a proposito di meritocrazia neoliberale -, potrà anch’egli spiegare ai suoi fortunati studenti che la globalizzazione non fa rima con democrazia e con abolizione della povertà.