Libri di Diego Fusaro
Nei giorni scorsi, ci ha lasciati Carlo Petrini, storico fondatore di Slow Food in Piemonte negli anni Ottanta. La sua figura merita di essere ricordata soprattutto in ragione della rivoluzione teorica e pratica che operò con la fondazione di Slow Food. Per la prima volta, in Italia, si prendeva coscienza dei pericoli della globalizzazione capitalistica in relazione all’alimentazione. Il tema oggi è ampiamente al centro del dibattito (si parla sempre più spesso di sovranità alimentare), ma possiamo dire senza tema di smentita che, negli anni Ottanta, Petrini fu letteralmente un pioniere. Il nome Slow Food richiama con tutta evidenza l’esigenza di invertire i ritmi alimentari della globalizzazione gastronomica o, meglio, gastroanomica, che si fonda sui ritmi accelerati anche a tavola, trovando il proprio paradigma nel fast food e nella subcultura onniomologante dell’hamburger. Petrini era perfettamente consapevole che la mondializzazione capitalistica era destinata a cancellare le tradizioni e le identità alimentari dei territori, sostituendole con una alimentazione omologata su scala planetaria e sempre più controllata dai grandi gruppi multinazionali del world food. È quella che, in un nostro recente studio, abbiamo qualificato come “dittatura del sapore”: il pensiero unico politicamente corretto si completa nel piatto unico gastronomicamente corretto, cosicché la dittatura del sapere si compie nella dittatura del sapore. Petrini fu il primo, in Italia, a cogliere la reale portata del problema e, inoltre, a proporre un serio programma per reagire a questa esiziale tendenza. La globalizzazione, insomma, non è un pranzo di gala. Il progetto di Slow Food, in fondo, si può con diritto intendere secondo questa chiave ermeneutica. Fu un progetto nobile e ambizioso da subito, ma solo oggi diventa pienamente comprensibile la sua reale importanza, dacché stiamo vivendo pienamente le tendenze che Petrini aveva individuato in anteprima negli anni Ottanta: la cancel culture sta travolgendo anche la nostra tavola, facendo strame delle pietanze tradizionali e riorganizzando il menù in senso globalista e deregolamentato, non solo con gli hamburger anonimi e le bevande polizuccherine delle multinazionali, ma anche con larve, insetti e grilli. Insomma, dobbiamo essere grati a Petrini per aver per primo identificato il problema e proposto una pista di emancipazione gastronomica. E dobbiamo difendere e sviluppare il suo magistero.