Socrate

La giornata odierna ci induce a riflettere sul significato profondo della Pasqua. Ossia della resurrezione di Cristo, morto e poi rinato a nuova vita. Lo Spirito, infatti, non si rattrista al cospetto della “mestizia del finito”, giacché sa che esso sopravvive nell’infinito: così – scrive Hegel – “guadagna la sua verità solo a patto di ritrovare sé nell’assoluta devastazione”, cogliendo il positivo nel negativo, la vita nella morte. Per questo, lo Spirito come processo del diventare se stesso mediante la via crucis del percorso dell’alienazione e della sua restituzione è – leggiamo nella “Fenomenologia dello Spirito” – la potenza che “sa guardare in faccia il negativo e soffermarsi presso di lui”, sfidandolo nella consapevolezza che esso non trionferà, perché la morte stessa è parte della vita infinita dell’Assoluto o, avrebbe detto Spinoza, dell’unica Sostanza divina. L’Assoluto è, hegelianamente, il processo in cui il finito si perde e si ritrova, si nega per poi negare tale negazione: per questa via, la mestizia del finito viene dialetticamente superata mediante la “beatitudine” – diremmo con Spinoza – di chi guadagna lo sguardo sub specie aeternitatis, cogliendo la relazione dinamica tra il Tutto e le parti. La morte e la resurrezione del Cristo esprimono nella cornice della “rappresentazione” (Vorstellung) religiosa una verità dialettica che solo la filosofia, mediante la potenza del “concetto” (Begriff), può disvelare nella sua attualità speculativa: solo per il tramite della negazione della morte, lo Spirito si arricchisce e si attua nella sua pienezza vitale. Lo Spirito è vita che nega la morte e che vive di vita eterna, sempre di nuovo oltrepassando il finito e la sua mestizia. Proprio come la nascita di Cristo, il divenire uomo di Dio, è rappresentazione religiosa dell’Idea che si “incarna” nel mondo, della ragione che lo abita in ogni sua determinazione (“il reale è razionale”), così la resurrezione cristica simboleggia rappresentativamente l’idealità del finito, ossia il suo essere parte dell’infinita vita attiva dello Spirito. Dio non è realtà celeste disgiunta dal mondo, ma è la vita stessa che permea ogni determinazione del reale (Deus sive natura), la divina Sostanza di cui tutto e tutti siamo articolazioni immanenti.

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