Libri di Diego Fusaro
Ha dichiarato il generale Vannacci che “il femminicidio non esiste”. Apriti cielo! Si è sollevato, come prevedibile, un polverone immenso, dovuto al fatto che il generale ha toccato un punto saldissimo del pensiero unico politicamente corretto ed eticamente corrotto. Ho già ricordato infinite volte che del generale non condivido il liberismo, l’atlantismo e il posizionamento secondo lo schema dicotomico di destra e sinistra. Ciò non di meno, quando egli dice qualcosa di sensato, non si può non essere d’accordo e sarebbe disonesto intellettualmente negarlo. Ma procediamo con ordine e, direbbe il vecchio Cartesio, lumine naturali. Di per sé, la parola femminicidio indicherebbe l’uccisione di un essere umano di sesso femminile e si contrapporrebbe quindi a “maschicidio”, ossia all’uccisione di un essere umano di sesso maschile. Non basterebbe dunque la parola omicidio per alludere all’uccisione di un essere umano in quanto tale, a prescindere dal sesso? Proprio qui si innesta subdolamente l’ideologia del capitalismo contemporaneo, il quale lascia intendere, per un verso, che gli uomini uccidano le donne e in tal guisa prova a dirottare lo sguardo dalla lotta di classe tra sfruttati e sfruttatori verso una inesistente lotta di genere orizzontale tra maschi e femmine, dove i maschi diventano gli sfruttatori e le femmine le sfruttate. La visione manicomiale sottesa a questo discorso è quella per cui ogni essere umano di sesso maschile sarebbe un femminicida in pectore. Ovviamente siffatta concezione manicomiale trascura il fatto, di per sé evidente, che una grande parte degli esseri umani di sesso maschile è contraria agli omicidi e alla violenza in genere e, a maggior ragione, di genere. Esistono d’altro canto anche episodi, non rarissimi, di donne che uccidono uomini. Come se non bastasse, questa concezione demenziale lascia intendere che gli esseri maschili in quanto tali dominano sulle donne in quanto tali: eppure, sappiamo che in ogni società realmente esistita le donne delle classi abbienti hanno avuto più potere degli uomini delle classi subalterne, e ciò a cagione del fatto che il conflitto, da che mondo e mondo, è tra sfruttati e sfruttatori, uomini o donne che siano gli uni e gli altri. O qualcuno è così ingenuo o in cattiva fede da ritenere che oggi i salariati e i precari di sesso maschile abbiano più potere di Ursula von der Leyen e della signora Lagarde e magari anche esercitino violenza su di loro? Per un altro verso, l’ideologia capitalistica prova scioccamente a istituire una gerarchia tra le vite umane, lasciando intendere che la vita di un essere umano di sesso maschile valga meno di quella di un essere umano di sesso femminile: se infatti il femminicidio è più grave del normale omicidio e, dunque, del “maschicidio”, ne segue sillogisticamente che la vita di una donna vale più di quella di un uomo e questo è assolutamente paradossale, giacché ogni vita umana è egualmente sacra, che sia di un uomo o di una donna, di un bianco o di un nero. L’obiettivo malcelato è quello di annientare l’unità del genere umano producendo un differenzialismo radicale, buono ad alimentare conflitti orizzontali all’interno della medesima classe e buono altresì a negare l’esistenza dell’odierna lotta necessaria del genere umano unitariamente inteso contro il sistema capitalistico. Finché una donna sfruttata penserà che il suo nemico sia l’uomo anche lui sfruttato e non invece lo sfruttatore che sfrutta entrambi, uomo o donna che sia, il capitalismo trionferà in contrastato. Di tutto questo discorso ovviamente non vi è traccia nelle parole del generale Vannacci: come spesso accade, egli critica gli effetti del mondo al rovescio di cui condivide tuttavia le cause, in questo caso il capitalismo e il neoliberismo annesso.