Libri di Diego Fusaro
Viktor Orban ha perso le elezioni in Ungheria, peraltro con un distacco notevole rispetto al vincitore. Aveva dichiarato, alcuni giorni prima, che temeva una manipolazione del voto. Non sappiamo se detta manipolazione sia avvenuta, ma sappiamo che Orban ha perso. Dopo aver governato per una lunga fase l’Ungheria, amministrandola in direzione ostinatamente contraria rispetto alla tecnocrazia repressiva e depressiva di Bruxelles, Orban lascia lo scranno al suo rivale e un tempo braccio destro, Péter Magyar. Festeggiano e giubilano Bruxelles e il guitto di Kiev, l’attore Nato Zelensky: e ne hanno ben donde, dacché Orban era fieramente contrario alla governance dell’Unione Europea e ai suoi scellerati sostegni alla guerra irragionevole del guitto di Kiev. La svolta europeista dell’Ungheria potrebbe essere decisamente problematica: crolla quello che resta, insieme con la Slovacchia di Fico, l’ultimo presidio di resistenza alle follie liberiste e atlantiste di Bruxelles, l’ultimo fortilizio di opposizione alla guerra d’Ucraina e di ricerca di un multipolarismo in grado di dialogare anche con la Russia. Il ridicolo sostegno portato a Orban dai sedicenti Patrioti italiani, in realtà totalmente genuflessi a Washington, non ha portato bene all’Ungheria. La vera colpa di Orban, se vogliamo trovarne una, risiede a nostro giudizio nel suo totale supporto a Israele. Per quel che riguarda Péter Magyar, nuovo presidente dell’Ungheria, egli è un conservatore di destra europeista. Il fatto che in Italia le sinistre festeggino per la sua vittoria la dice lunga su quanto esse siano miopi e, di più, accecate da un europeismo folle, che le porta ad apprezzare perfino esponenti della destra purché europeisti. La vera partita non è più tra destra e sinistra, ugualmente interne al paradigma neoliberale: è tra sostenitori del capitalismo finanziario e imperialistico, di destra o di sinistra che siano, e oppositori alle sue logiche. Pur non essendo noi ciechi sostenitori di Orban, del quale critichiamo la vicinanza a Israele e il modello economico non estraneo al liberalismo, non abbiamo alcun dubbio nel dire che egli fosse decisamente preferibile al nuovo presidente, totalmente europeista, liberista e atlantista.