Nell’odierna cornice di prometeismo tecnico scatenato, si impone quel principio del “posso tutto” che, oltre a essere l’emblema della ὕβϱις, è anche uno dei nomi della psicosi. È quanto messo a tema da Dostoevski per bocca di Ivan, il più raffinato dei fratelli Karamazov, in cui Berdjajev ravvisava il profilo del “filosofo del nichilismo e dell’ateismo”. Queste le parole di Ivan: “se Dio non esiste, allora tutto è possibile”, giacché non sussiste più alcuna figura del limite e della legge in ogni ambito, compreso il conoscere, che deve sapersi anch’esso finito e non onnipotente (con le parole di Agostino, si comprehendis, non est Deus). Sia pure da una prospettiva differente, la connessione tra giusta misura e divinità è centrale anche nella teologia di Platone. Ed è in questa prospettiva che deve essere interpretato il suo asserto, apparentemente sfingico, secondo cui ἀεὶ ὁ θεὸς γεωμετρεῖ, “la divinità geometrizza sempre”. Dio ama la misura e il limite, la proporzione tra le parti e la loro armonia con il tutto, disapprovando, invece, l’illimite in ogni sua figura.

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