Site icon Diego Fusaro

Su quelli che se ne vanno per paura di presenze fasciste…

Leggo di una forza politica dell’area detta genericamente del dissenso che si è all’ultimo tirata indietro, dacché nell’alleanza ha ritenuto di individuare “presenze fasciste”. Sarebbe difficile trattenere il sorriso, se solo la situazione non fosse così disperata nel Paese. Se realmente quella fosse la ragione, poco tempestiva sarebbe oltretutto la scelta di suddetta forza. A ogni modo, mi sia consentita soltanto una telegrafica considerazione su un tema che mi è caro: l’antifascismo in assenza di fascismo come protesi di consenso della civiltà neoliberale e del Partito Unico Liberista (fucsia a sinistra e bluette a destra). Ai tempi di Gramsci o di Gobetti, l’antifascismo era sacrosanto, giacché il fascismo esisteva ed era il “nemico principale”. Oggi l’antifascismo in assenza di fascismo è ridicolo e, di più, imperdonabile: e questo anche perché i cosiddetti neofascisti sono soltanto tribù liturgiche e folkloriche irrilevanti, buone solo a riconfermare la tesi neoliberale del pericolo fascista permanente, magari spaccando stoltamente qualche vetrina ampiamente assicurata con il nulla osta delle centrali del potere neoliberale. Insomma, i neofascisti svolgono la parte di pedine – inconsapevoli? – dell’ordine neoliberale proprio come – in tutt’altro contesto e, per fortuna, in forme pacifiche e inoffensive – i bonari neocomunisti che vengono esibiti su Rete4, a mo’ di specie in via d’estinzione come i panda, invitati giusto per permettere di sopravvivere alla narrazione berlusconiana secondo cui i comunisti esistono ancora e sono la fonte di ogni male. Funzionale al potere del neocapitalismo, l’antifascismo in assenza di fascismo serve soltanto a riallineare l’opinione pubblica in funzione neoliberale: in sostanza, a garantire che regnino sovranamente i banchieri come Draghi o Macron (non fascisti e dunque preferibili per definizione, in quanto “meno peggio”). E ciò mentre i capponi contemporanei, come quelli di Renzo, si beccano impietosamente tra loro anziché fare un fronte coeso contro chi li sta portando in pentola. Da parecchi lustri la sinistrash fucsia sceglie la via dell’antifascismo in assenza di fascismo per evitare accuratamente quella dell’anticapitalismo in presenza di capitalismo. Per questo, ripeto da tempo che condizione essenziale è il superamento della dicotomia destra/sinistra e delle sue varianti (antifascismo di sinistra e anticomunismo di destra). Finché non si saprà compiere questo passo – difficile quanto imprescindibile -, impossibile aprioricamente sarà la creazione di un fronte unitario del dissenso; o, per dirla à la Gramsci, di una superiore sintesi che unisca e raccordi tutte le forze giunte, per una via o per un’altra, alla protesta contro il fanatismo dell’economia di mercato, che chiama uguaglianza l’omologazione, internazionalismo la globalizzazione della miseria e dello sfruttamento. Quand’anche siano in buona fede, la simbologia folklorica delle stelle rosse e le rotture del fronte nel nome dell’antifascismo finiscono per porsi come il più grande “dono” (a meno che io non sia ingenuamente ottimista) al partito unico neoliberista. Esso giubila due volte: 1) nel vedere l’irresponsabile frammentazione di quello che dovrebbe essere il “partito del dissenso” (già così lo apppellavo in “Pensare altrimenti”, 2017); 2) nel trovare confermate le proprie mappe concettuali e, dunque, la propria egemonia anche presso il polo che dovrebbe respingerle, in particolare la mappa concettuale della dicotomia destra/sinistra e delle sue varianti. Non amo la categoria di gatekeeper (ho coniato la variante “platonica” di cavekeeper). E se, tuttavia, mi chiedessero di impiegarla e di segnalare chi in concreto risponda a questo profilo, non avrei dubbi: è oggi gatekeeper (o ne assume i connotati, in piena coscienza o meno), sul piano politico, chi frammenta il fronte del dissenso, magari uscendo dall’unione con la scusa del “fascismo eterno di ritorno” (U. Eco). Ed è egualmente gatekeeper chi, anziché promuovere la sintesi delle forze del dissenso, impiega con zelo tutte le proprie energie e la propria pur gracile struttura teorica e cognitiva per vibrare senza tregua colpi e attacchi contro altre forze dell’area del dissenso, di fatto assumendo queste ultime come nemiche ancor più del partito unico liberista.

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