Socrate

Non ho mai condiviso pressoché nulla del marxismo deleuziano e antihegeliano di Toni Negri, peraltro sfociante nella teorizzazione dell’impero moltitudinario e globalizzato che Dio solo sa come, quando e perché dovrebbe tradursi nella società socialista. L’interpretazione che Negri dà di Marx è massimamente distante da quella che, nel mio piccolo, do io, collocando Marx sulla scia di Hegel, di Fichte e dell’idealismo tedesco. Ciò detto, ritengo che le cose più belle Negri le abbia scritte nei suoi due lavori su Spinoza (L’anomalia selvaggia) e su Descartes (La ragionevole ideologia), lavori a tratti geniali, che ci restituiscono, per un verso, uno Spinoza che preme verso il socialismo e la rivoluzione e, per un altro, un Descartes che fonda la ragionevole ideologia del sistema capitalistico nascente. Lì Negri ha portato contributi davvero essenziali e innovativi e credo abbia colto il cuore della questione. Per un verso, Descartes mette a tema il soggetto formale-astratto borghese, senza comunità e senza storia, tutto ripiegato nella propria solinga attività cogitante di rappresentazione esatta del mondo, con annesso uso della natura in qualità di suo “signore e possessore”. Per un altro verso, Spinoza reagisce al percorso di esaurimento della metafisica avviato da Descartes (e compiuto da Kant), proponendo, al di sopra della ragione scientifica, la scienza intellettiva in grado di cogliere il nesso tra le cose e la totalità coincidente con il Dio-Tutto: la democrazia radicale della moltitudine che si governa senza mediazioni rappresenta il necessario completamento politico dell’ontologia fondamentale di Spinoza, in cui i modi non sono se non articolazioni immanenti dell’unica sostanza. Descartes e Spinoza, dunque, come alternative radicali del moderno: da un lato, la sistematizzazione filosofica del nascente capitalismo e, dall’altro, l’albeggiare della coscienza infelice borghese, in cerca dell’universalismo reale, negato dal sistema capitalistico.

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