Socrate

In un suo recente intervento, il codino biondo che fa impazzire il mondo, Donald Trump, l’imperatore a stelle e strisce, ha dichiarato che la nostra identità è in pericolo e che gli Stati Uniti d’America non saranno mai un paese comunista. Si tratta di dichiarazioni, more solito, deliranti e come tali devono essere interpretate. Per quel che riguarda l’identità, a Donald Trump, come a molti altri, sfugge il fatto che la nostra identità è oggi in pericolo non certo per la presenza di identità altre, bensì per un processo interno alla civiltà occidentale di autodistruzione. Detto processo, occorre insistervi, non è causato dalla presenza di identità differenti, ma dalla stessa pulsione al nulla e all’indifferenziato che contrassegna la civiltà turbomondialista. La cui dinamica di sviluppo si lascia anche inquadrare come una disidentificazione integrale, tale da ridurre tutto e tutti al neutro indistinto, al profilo omologato del consumatore apolide che parla inglese e che ha smarrito ogni sovranità culturale. Trump non lo sa e, proprio a cagione di ciò, è egli stesso alfiere di questa dissoluzione dell’identità, proprio quando si erge goffamente a suo paladino: non lo abbiamo certo dimenticato quando, qualche tempo addietro, posava entusiasta in una fotografia che lo ritraeva, insieme a Kennedy Junior, intento a degustare un panino sradicato di una nota multinazionale di World Food: come non mi stanco di sottolineare, la nostra identità non è messa a repentaglio dalle identità altrui, ma dai sacerdoti del nulla e dai colossi apolidi che provano a omologare l’intero pianeta. L’errore di Trump è, per inciso, lo stesso della regione Marche, che recentemente ha preteso scioccamente di difendere l’identità italiana dichiarando guerra a quelle altrui mediante l’estromissione dei negozi etnici dai centri storici. Per  quel che riguarda il collaudato e manicomiale anticomunismo in assenza di comunismo di Donald Trump, esso, alla stregua dell’antifascismo in assenza di fascismo, figura come una risorsa simbolica fondamentale per la riproduzione capitalistica: la quale dirotta le energie teoriche e pratiche verso realtà inesistenti in Occidente, come appunto sono il comunismo e il fascismo, con il solo obiettivo di produrre familiarità e adattamento al sistema liberal-imperialistico. Un attento osservatore potrebbe naturalmente rilevare che il comunismo è sempre stato scarsamente presente negli Stati Uniti d’America e dunque i timori di Trump sono infondati: nulla di più vero, naturalmente, ma non bisogna neppure dimenticare che, per i ditirambici cantori dell’ordine neoliberale, è indistintamente sinonimo di comunismo ogni tentativo di controllare politicamente il mercato e di far valere qualche barlume di giustizia sociale, con l’ovvia conseguenza per cui anche un moderato riformista come Keynes passa per comunista. Né si deve omettere il fatto che la lotta di Trump contro il comunismo è anche, nemmeno troppo larvatamente, una lotta simbolica contro la Cina: una lotta che, a onor del vero, Trump farebbe bene a evitare anche solo a livello propagandistico, considerato il fatto che l’economia socialista con mercato propria della Cina sta sotto ogni profilo surclassando quella puramente capitalistica americana.

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