Libri di Diego Fusaro

Un anno fa, ci lasciava mio padre, Dario Fusaro. Quando una persona cara ci lascia, dovremmo forse imparare a pensare che sia solo uscita di casa per una lunga passeggiata e che non ci abbia davvero abbandonati per sempre. Prima o poi ci ricongiungeremo, perché tornerà o, più propriamente, la raggiungeremo, tornando all’eterno o al nulla da cui, come lei, proveniamo. Vi è una splendisa parabola sulla morte in “Così parlò Zarathustra” di Nietzsche: è la vicenda del funambolo precipitato al suolo. La folla che si era radunata attorno all’acrobata, si dilegua rapidamente quando questi precipita rovinosamente al suolo. Lo lascia morire in solitudine e subito lo dimentica. Non così Zarathustra, che assiste fino alla fine lo sventurato saltimbanco. E anche quando questi è deceduto, non lo abbandona: si carica il cadavere sulle spalle e procede, per andare a dargli degna sepoltura, collocandolo nel tronco di un albero. Nella parabola di Zarathustra, l’acrobata precipitato e defunto rappresenta magnificamente il tormento del lavoro del lutto: non possiamo liberarci anzitempo della presenza di chi non è più. Si dà, per così dire, una mancata sincronicità tra l’evento della morte e quello della sua metabolizzazione da parte di chi sopravvive: per lui, il morto non se ne va con la sua dipartita, ma continua a essere ancora più intensamente presente. A motivo di ciò, come Zarathustra con il funambulo dallo sventurato destino, continuiamo a portare con noi il defunto per il tempo, apparentemente interminabile, della lunga notte del lutto, fintantoché non spunta il sole di un nuovo giorno: solo a quel punto, riusciamo a separarci realmente dal defunto e torniamo a vivere non obliando chi non è più, ma portandolo sempre con noi e lasciando che la sua presenza, in noi, continui a illuminarci il cammino. Per questo, Zarathustra colloca la salma dello sventurato funambolo nel cavo dell’albero, rendendolo linfa vitale: la persona che ci ha lasciati, seguita a vivere con noi e, di più, feconda la nostra vita come fa il funambolo di Zarathustra con l’albero in cui viene depositato. Per questa via, il corpo morto si fa nuova vita: e la morte non riesce a essere l’ultima parola sulla vita.