JOHANN AUGUST ERNESTI

 

 

Johann August Ernesti (1707-1781), con le sue tesi in ambito ermeneutico, influenzò in maniera radicale l’ermeneutica successiva, dandole un’impronta indelebile. L’opera di Schleiermacher sarebbe, ad esempio, impensabile senza il contributo di Ernesti. Non a caso, Schleiermacher iniziò a insegnare a Halle nell’autunno del 1804 muovendo dal testo ernestiano Institutio interpretis Novi Testamenti. Il grande merito di Ernesti fu, tra i tanti, quello di introdurre nella cultura del suo tempo la lezione della filologia olandese, che si era già liberata da un pezzo dai condizionamenti teologici e aveva affermato come propria base scientifica lo studio grammaticale. Soprattutto tramite lo sviluppo di questo filone, e in particolare tramite lo studio comparato delle lingue condotto tramite il confronto etimologico, Ernesti arrivò a teorizzare la necessità di interpretare i testi tenendo conto esclusivamente dell’uso linguistico dei vari autori. Ma in che cosa consiste, in concreto, l’ “uso linguistico” a cui allude Ernesti? Non lo si può comprendere senza fare riferimento alla convinzione, diffusissima nel Settecento, secondo la quale il significato dei termini fosse convenzionale e che, per ragioni di economia, una stessa parola potesse ricoprire una pletora di significati. Ciò avrebbe portato con sé alla costituzione, all’interno di una stessa lingua, di cerchie linguistiche differenti, entro le quali l’uso delle parole sarebbe stato determinato da circostanze di carattere temporale, educativo, culturale, politico, sociale, religioso, e così via. Su questa base comune si sarebbe poi venuta a innestare la personalità del singolo autore, senza che tale componente individuale di arricchimento linguistico spazzasse comunque via l’elemento comune, su cui sarebbe stato possibile costruire l’interpretazione. Il compito ermeneutica dell’interprete sta allora, per Ernesti, nell’intendere ogni testo, ogni passaggio dell’autore da interpretare da un punto di vista grammaticale, considerando solo come strumenti ausiliari tutti gli altri elementi, che prima avevano avuto al contrario un peso decisivo, come ad esempio la natura dell’oggetto indagato, gli scopi perseguiti dal testo, ecc. Ernesti andò anche elaborando un metodo che consisteva nell’esame dell’aspetto grammaticale e, ancor più, lessicale del testo, fatto oggetto di attenta osservazione allo scopo di cogliere “che cosa ciascuna parola in una data epoca, in un dato autore, in una data forma del discorso significhi”. È su questo problema che Ernesti credeva di poter fondare l’intera ermeneutica, giacché i principi di quella disciplina, dai quali soltanto potevano poi essere inferite le regole, non erano per lui altro se non il prodotto di un’opera di astrazione praticata sulle osservazioni. Con questa acuta – benché unilaterale – attenzione per l’empirico, Ernesti veniva in questo modo a fondare quella che in seguito avrebbe ricevuto il titolo di “ermeneutica occasionale”, poiché fondata su osservazioni singole e prive di quell’aspetto sistematico che avrebbe pi contraddistinto l’ermeneutica di Schleiermacher. Per quel che riguarda la concreta applicazione di questi principi generali, appena enunciati, Ernesti distingue oculatamente tra l’interpretazione grammaticale e quella allegorica.         

 


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