Nature

ETICA E MORALE

“Da un legno così storto come quello di cui è fatto l’uomo, non si può costruire nulla di perfettamente dritto”.
(I. Kant, Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico)






A cura di Diego Fusaro

Mi capita spesso di riflettere su cosa sia l’etica e su quali siano i suoi tratti essenziali. Come molti altri lemmi della filosofia, anche la parola etica rimanda al lessico dei greci. In particolare, deriva da ethos, che letteralmente significa “carattere”, “temperamento”. Nella sua determinazione più generale, l’etica coincide con quella branca della filosofia, la quale studia la condotta degli esseri umani e i criteri in base ai quali si valutano i comportamenti e le scelte. Grazie a questo studio, diventa possibile assegnare a specifici comportamenti umani un valore e ritenerli buoni, giusti e leciti, contrapponendoli a comportamenti di segno opposto, ossia ingiusti, illeciti, sconvenienti e cattivi. Specificamente, allude a un comportamento collettivo e sociale, legato alla concreta vita del popolo di cui ciascuno di noi è parte. È, se così vogliamo dire, una sorta di morale del popolo più che dell’individuo, dei comportamenti esteriori più che del sentimento interiore. Proprio in ciò sta la differenza tra la morale e l’etica, almeno così come le hanno tematizzate i moderni. La prima è un codice comportamentale legato all’individuo, che avverte in sé, quasi fosse una voce interiore, la necessità di agire in un certo modo, convinto che, così facendo, agirà bene. La seconda, invece, ossia l’etica in senso proprio, coincide con i costumi, le usanze, i princìpi che obiettivamente esistono, e come tali sono pubblicamente riconosciuti, all’interno di una comunità concreta e nel quadro di un popolo storicamente esistente. Questa distinzione non deve, tuttavia, indurre a ritenere che l’etica sia una realtà puramente esteriore, legata a usanze esterne rispetto al sentire dell’individuo. Se così fosse, si potrebbe anzi produrre un conflitto, nell’individuo stesso, tra l’agire etico riconosciuto pubblicamente come giusto e l’agire che egli, individualmente, in cuor suo, ritiene coerente con la giustizia. Al contrario, nella dimensione etica si coniugano armonicamente le due dimensioni: l’individuo aderisce al modo generale di agire pubblicamente riconosciuto come giusto, perché egli avverte individualmente, nel suo petto, che si tratta di un modo conforme alla giustizia. L’individuale e il collettivo si accordano, così, in forma compiuta: ciò dà vita a un’etica condivisa, che esiste esteriormente, negli usi e nei costumi di un popolo, ma alla quale, contemporaneamente, i singoli individui aderiscono, perché in essa si riconoscono appieno. In questo senso, l’etica, se correttamente intesa, non annulla la morale, ma la supera e, insieme, la conserva in una dimensione superiore: in forza della quale la morale si fa sociale e pubblica, valida appunto come l’etica di un popolo o, se preferiamo, come una morale che non vive solo nella coscienza dell’individuo, ma che, come si diceva, è pubblicamente riconosciuta nella sua piena validità. Nel presente, sembra assai ridotto lo spazio per l’etica. Ciò si spiega anche in relazione al fatto che, come si è sottolineato, l’etica è connessa a un agire collocato in una comunità e in riferimento ai costumi pubblici di quest’ultima. Ora, nell’epoca contemporanea tende a spezzarsi il legame sociale e, con esso, il senso della comunità coesa. In suo luogo, prevalgono inedite figure dell’individualità sciolta dalla comunità, secondo quella patologia a cui si è soliti attribuire il nome di individualismo. Perché possa risorgere l’etica, in tutta la sua maestà, mi pare quindi imprescindibile che torni a fiorire, in antitesi con l’individualismo dominante, una nuova comunità. Solo in futuro scopriremo se e in che forme questo sarà possibile.

Citazioni

"È povero non chi possiede poco, ma chi brama avere di più". (Seneca, "Lettere morali a Lucilio")
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Diego Fusaro