Nature

MENZOGNA

“Si dice menzogna ogni affermazione fatta con l’intenzione d’ingannare”. (Agostino, De mendacio)






A cura di Diego Fusaro

Quante volte ci siamo trovati nelle condizioni di domandarci se il nostro interlocutore stesse mentendo? E in quanti casi siamo stati noi stessi colti dal desiderio di mentire? Che cos’è, dunque, la menzogna? E cosa vuol dire mentire? Già Agostino di Ippona, nel suo trattato “Sulla menzogna” (“De mendacio”), ci metteva in guardia: troppo spesso chiamiamo a cuor leggero “menzogna” cose che, in realtà, andrebbero altrimenti definite, giacché anche la menzogna ha un suo campo specifico, che deve essere concettualmente delimitato. Se dovessi provare a darne una definizione abbastanza generale ma almeno in parte soddisfacente, direi che la menzogna è un atto di alterazione, quando non di completa falsificazione, della verità; atto che viene compiuto con piena consapevolezza dal soggetto. Da una diversa prospettiva, mente chi fa un’affermazione in consapevole contraddizione con ciò che egli sa o crede vero. Nel XIX secolo, il filosofo italiano Rosmini sostenne che la menzogna non consiste in altro, se non nel dire ciò che non si ha nell’animo. La menzogna, dunque, produce una dissociazione tra il sapere della coscienza e la sua esposizione ad altri. Occorre, a tal riguardo, prestare molta attenzione sull’elemento della consapevolezza, che è centrale per la definizione della menzogna: mente chi dice altro rispetto a ciò che ha nell’animo, ben sapendo ciò che, in tal maniera, sta facendo. Ove non vi sia la consapevolezza, non v’è, propriamente, la menzogna: se, a un passante che mi chiede la strada, do un’indicazione sbagliata, pensando però io stesso che sia corretta, non si tratta di menzogna, ma di errore. Analogamente, a proposito dell’investitore di borsa che sostiene essere il mercato globale una realtà giusta e buona, diremo che la sua non è menzogna, ma ideologia, nel senso già chiarito. A rigore, si potrebbe addirittura ipotizzare il caso di chi, mentendo, dice accidentalmente il vero: immaginiamo che, per depistare il viandante che ci chiede indicazioni, gli indichiamo una strada che riteniamo sbagliata e che, invece, è quella giusta. Abbiamo, paradossalmente, detto una verità mentendo. Ma la nostra resta, in ogni caso, una menzogna, poiché è tipico del concetto di menzogna l’intenzione di ingannare l’interlocutore. L’Occidente ha pressoché unanimemente sottoposto la menzogna a una severa condanna morale: dire la verità è in sé giusto e buono, là dove mentire è proprio del maligno e, nella tradizione cristiana, del diavolo. Ma possiamo davvero dire che ogni menzogna sia in quanto tale malvagia? Già Platone, nella “Repubblica”, parlava di una possibile “nobile menzogna”, ossia di una menzogna orientata al bene. Che dire, ad esempio, del medico che mente al paziente sull’esito della sua malattia, per non privarlo della speranza della guarigione? V’è un esempio classico, che attraversa l’intera storia della filosofia occidentale: come dobbiamo comportarci dinanzi a degli assassini che giungono alla nostra porta e ci chiedono se abbiamo visto la persona che essi stanno inseguendo e che noi stiamo segretamente ospitando in casa nostra? È moralmente illecito mentire? O è, al contrario, doveroso farlo? Se si esclude la posizione di rigorismo estremo di Kant, per il quale sempre bisogna dire il vero (quand’anche ciò costi la morte dello sventurato amico che stiamo ospitando), credo che sia difficile negare il carattere “nobile” di una menzogna che salva la vita degli uomini. È, tra gli altri, il caso di Jacob “il bugiardo”, che nel ghetto di Varsavia mentiva spudoratamente, inventandosi bollettini e dispacci mai esistiti, al solo fine di tenere alto il morale della comunità. Alla luce di quanto detto, credo dobbiamo riconoscere che la questione della menzogna non possa essere affrontata solo dal punto di vista “teoretico” della conoscenza del vero, ma anche da quello “morale” dell’agire giusto. Se, in generale, la menzogna è riprovevole, vi sono, non di meno, eccezioni in cui essa è moralmente doverosa.

Citazioni

“Noi potremmo chiamarci la Congregazione degli Apoti, di ‘coloro che non le bevono’, tanto non solo l’abitudine ma la generale volontà di berle è evidente e manifesta ovunque”. (G. Prezzolini, lettera, pubblicata su “La Rivoluzione liberale”, n. 28, 28 settembre 1922)
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Diego Fusaro