Nature

MERAVIGLIA

“Gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori: per esempio i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli astri, o i problemi riguardanti la generazione dell’intero universo. Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere; ed è per questo che anche colui che ama il mito è, in certo qual modo, filosofo: il mito, infatti, è costituito da un insieme di cose che destano meraviglia. Cosicché, se gli uomini hanno filosofato per liberarsi dall’ignoranza, è evidente che ricercarono il conoscere solo al fine di sapere e non per conseguire qualche utilità pratica”. (Aristotele, Metafisica)






A cura di Diego Fusaro

La meraviglia è il concetto che più di tutti si suole abbinare alla filosofia. A tal punto che, in sua assenza, mai gli uomini avrebbero cominciato a filosofeggiare. Sia il Teeteto di Platone, sia la Metafisica di Aristotele ci ricordano che se gli uomini cominciarono a fare filosofia, ciò dipese dalla meraviglia che li colpiva dinanzi a tutto ciò che li circondava. Lo splendore dell’essere, la magnificenza della natura, il mistero del reale: furono queste le “cause prime” che indussero gli uomini a interrogarsi sulle cause e sul senso, sullo scopo e sulle forme dei fenomeni. Siamo abituati a tradurre con “meraviglia” il termine greco “thauma”: in verità, il nostro italiano finisce per depotenziare il vocabolo greco, che poco o nulla ha a che fare con quella dimensione vaga e, a tratti, euforica che si esprime nella parola meraviglia. Il greco “thauma”, per parte sua, allude a un’esperienza tragica più che euforica: lo si potrebbe, forse, rendere con il termine shock. Quest’ultimo, se non altro, rende meglio l’idea di un trauma, di un’esperienza che profondamente scuote e perturba. La filosofia, in effetti, si origina dallo shock originario al cospetto di un reale che si presenta come enigmatico e misterioso: perché l’essere e non il nulla? Qual è il principio primo di tutte le cose? E qual è il senso ultimo dell’essere? Sono queste alcune delle primissime domande che la filosofia solleva. Come è evidente, si tratta di questioni dolorose e, in un certo senso, traumatiche: ci riguardano necessariamente e in forma essenziale. Ne va del nostro stesso essere. Non possono certo essere intese, come spesso superficialmente si fa, come domande tra le tante, che l’uomo si pone con la distaccata e quasi indifferente meraviglia di chi, per caso, sofferma lo sguardo su qualcosa che lo colpisce e che pochi istanti dopo dimenticherà per guardare altrove. Nella Metafisica, Aristotele non lascia adito a dubbi: gli uomini tendono per natura al conoscere. A differenza di tutti gli altri viventi, non possono stare nell’ignoranza: si adoperano per sapere e, dunque, per superare attivamente la condizione originaria di non-sapere. La filosofia – spiega ancora Aristotele – è essa stessa quell’“amore per il sapere” che si determina al cospetto dello shock originario scaturito dinanzi al reale: è un amore per il sapere che, per ciò stesso, pone in essere un moto di fuga dal non-sapere in cui in origine ci si trova. Per questo, la filosofia non è statica, ma dinamica: è tensione erotica verso qualcosa che vorremmo e di cui pure ci sappiamo privi. Ed è per questa ragione che, ancora, la filosofia è quella disciplina che porta l’amore nel suo stesso nome: significa “filein” la “sofia”, amare il sapere e, secondo il moto tipico dell’innamorato, il cercare in ogni maniera di avvicinarsi all’oggetto amato. Dinanzi allo shock originario, gli uomini provano, allora, a liberarsi dall’ignoranza: e lo fanno dapprima con il mito, su cui già ci siamo soffermati. La filosofia è anch’essa, alla stregua del mito, un tentativo di “fuggire dall’ignoranza”, come scrive Aristotele: ma, a differenza del mito, lo fa ricorrendo al “logos”, alla ragione e al suo procedere mediante concetti. Alla luce di queste considerazioni, mi pare di poter sostenere che finché vi sarà meraviglia, vi sarà filosofia: solo shock dinanzi a ciò che c’è potrà sempre di nuovo indurre gli uomini a quel domandare di tutto, senza nulla dare per scontato, che è la filosofia. Essa si caratterizza per il rifiuto dell’accettazione quieta e superficiale delle cose che ci circondano, assunte indebitamente come ovvie e scontate. La problematizzazione dell’ovvio è, sotto questo profilo, il movimento più proprio della filosofia come tentativo concreto di porre rimedio allo shock originario. In questo senso, tra i più temibili nemici della filosofia occorre senz’altro annoverare l’indifferenza, ossia la perdita di interesse per la questione della verità. L’indifferenza potrebbe anche essere intesa come il depotenziarsi dello shock originario e, dunque, come l’accettazione della propria ignoranza e come la rinuncia a quel moto di fuga dal non sapere che, come si è visto, è l’essenza più propria del filosofare. È questo, temo, uno dei rischi più tipici della mia epoca. Tra stimoli costanti della tecnica e automatismi privi di pensiero del sistema mediatico, essa, con la tempesta di sollecitazioni a cui è costantemente sottoposta, tende a smarrire la sensibilità per lo shock e, più in generale, ogni tipo di meraviglia. L’indifferenza prevale su tutto il giro d’orizzonte e, con essa, si eclissa la volontà di sapere e di domandare. Chi ha ancora oggi il coraggio di chiedere “perché l’essere anziché il nulla?” o “qual è il principio primo?”. La rinascita del filosofare nel senso dei greci potrà aversi solo se l’uomo saprà spezzare il velo dell’indifferenza di un mondo tecnicizzato, in cui tutti calcolano e operano e nessuno pensa e domanda.

Citazioni

“Anche un’intera società, una nazione e anche tutte le società di una stessa epoca prese complessivamente, non sono proprietarie della terra. Sono soltanto i suoi possessori, i suoi usufruttuari e hanno il dovere di tramandarla migliorata, come boni patres familias, alle generazioni successive”. (K. Marx, "Il capitale", III)
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