Socrate

È accaduto in provincia di Torino: un 73enne, dopo un aspro diverbio, avrebbe travolto un gruppo di 6 ciclisti in retromarcia e poi sarebbe tornato indietro, investendone nuovamente alcuni e ferendone quattro. Successivamente, si sarebbe pentito e avrebbe chiesto scusa per l’increscioso accaduto. Questa vicenda appare sotto ogni profilo come rivelativa dello statuto dell’odierna società alienata, quella che, variando le grammatiche di Bauman, potremmo a giusto titolo definire la società livida. Nel tempo dell’ideologia evaporata, sopravvive soltanto la odiologia: tramontati gli ideali redentivi e le speranze ultraterrene, rimaste vuote le banche dell’Ira che capitalizzavano in senso sociale lo scontento, sopravvive soltanto la rabbia individualizzata degli atomi dal legame sociale infranto. È la società degli odiatori di professione, che con orrendo anglicismo si è soliti definire haters. La rabbia, naturalmente, viene sapientemente mantenuta imprigionata nel basso, in micro conflitti orizzontali che mai mettono a repentaglio e nemmeno menzionano per sbaglio il diagramma dei rapporti di forza. Ci viene, per questa via, restituita una immagine della caverna di Platone a cui nemmeno il suo ideatore originario aveva pensato: schiavi che, tra le ombre della spelonca, anziché cercare di liberarsi insieme, si prendono reciprocamente a pugni, per la gioia di chi, in alto, amministra la caverna, ossia i cavekeepers. In un’epoca come la nostra, in cui la miseria e l’oppressione basterebbero a giustificare dieci rivoluzioni come quella francese e venti come quella russa, accade che la rabbia resti imprigionata nella coscienza individuale e dia luogo soltanto a scontri orizzontali, senza mai organizzarsi socialmente verso l’alto, cioè verso coloro i quali ci odiano e hanno tutto l’interesse a mantenerci in lotta tra noi. Del resto, Spinoza docet, l’odio è la principale delle passioni tristi, quella che più di tutte depotenzia il nostro essere.

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