Socrate

Si è scatenato un vero e proprio linciaggio mediatico a reti unificate contro alcuni giovani del Partito Democratico che hanno coraggiosamente preso posizione contro la guerra e addirittura celebrato il comunismo storico novecentesco. Nel loro intervento, alcuni di questi ragazzi disallineati rispetto al verbo unico della globalizzazione neoliberale si sono detti contrari alla guerra contro la Russia e hanno addirittura dichiarato di essere pronti a organizzare la diserzione. Come se non bastasse, violando l’etichetta di quel Partito Democratico che rappresenta non già la continuazione, bensì la tomba del pensiero e dell’azione di Marx e di Gramsci, hanno fatto professione di comunismo, rinnegando in toto l’ordine simbolico neo-liberale dominante. Che la destra li abbia derisi e scherniti, non stupisce: essa vede il nome del comunismo come Superman vede la kryptonite. È, da sempre, la parte che supporta la società così com’è. Che anche larga parte della sinistra abbia agito egualmente, dovrebbe destare qualche riflessione critica: come non mi stanco di sottolineare, la sinistra, o meglio la sinistrash, facendosi indistinguibile dalla destra stessa, ha aderito al pensiero unico della globalizzazione liberale e imperialistica. È divenuta ciò che un tempo combatteva, facendosi in tutto e per tutto guardia arcobaleno della globalizzazione neoliberale. A cagione di ciò, oggi la sinistra appare, se mai è possibile, ancor più spregevole della destra: quest’ultima, in quanto parte della apologia dello status quo, non ha deluso, rivelandosi sempre all’altezza delle aspettative. La sinistra, invece, ha rinnegato ciò che era per diventare ciò che combatteva, assumendo lo sguardo di chi, in alto, ci odia. Sentire dei giovani che ripudiano la guerra e che ugualmente respingono il discorso unico della globalizzazione neoliberale ci segnala incontrovertibilmente che l’encefalogramma della società non è ancora del tutto piatto e che qualche bagliore di speranza, dopo tutto, sopravvive. L’opposizione alla guerra e all’imperialismo è un punto saldo, a cui tutti dovrebbero aderire, soprattutto i cittadini comuni, quelli che, per inciso, in caso di guerra, verranno mandati al fronte a sacrificarsi per i sacri valori dell’Occidente, cioè il mercato, la competitività, il nichilismo. Per quel che riguarda, poi, il richiamo al comunismo, esso potrà apparire vintage e naturalmente la parola non gode oggi, nell’epoca post1989, di grande forza attrattiva: lo si potrà, allora, chiamare comunitarismo, socialismo o in molti altri modi ancora, ma, mutato nomine, resta la sostanza, ossia la sacrosanta esigenza di una rettifica della società iniqua in cui siamo incagliati, vale a dire il desiderio di migliori libertà e di ulteriorità nobilitanti rispetto alla lotta per la sopravvivenza innalzata a solo stile di vita. Con le parole di Bertolt Brecht, è la semplicità che è difficile a farsi.

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