Il vero segreto oggi non corrisponde con una verità celata, tenuta nascosta da pochi a molti, in modo che, occultata, risulti invisibile.
Al contrario, nell’attuale congiuntura il segreto sembra corrispondere perfettamente al dispositivo narrativo della “lettera rubata” di Edgar Allan Poe: il segreto è qualcosa che tutti hanno sotto gli occhi ma pochi vedono. È, per molti versi, l’equivalente di quanto Hegel intendeva dire nella Fenomenologia dello Spirito, sostenendo che il noto, proprio in quanto tale, non è conosciuto.
Propongo di compendiare l’essenza dell’odierno noto che non è conosciuto in una formula, volutamente icastica: il mondo dell’industria culturale di cui siamo abitatori – il regno animale dello Spirito portato su scala globale – proclama estinta la violenza proprio quando essa è, più che in ogni epoca del passato, il cuore segreto della società.
Nell’ordine della manipolazione organizzata di cui siamo abitatori, è invalsa la moda di pensare che la violenza in quanto tale sia una forma estinta, appartenente esclusivamente a un passato definitivamente trascorso.
Si tratta di una maniera – tutto fuorché ideologicamente neutra – di innocentizzare il presente, creando la grandiosa illusione – la falsità organizzata di adorniana memoria – secondo cui l’oggi sarebbe esente dalla violenza. Sotto i gelidi raggi della ragione strumentale risplende il pallido sole di un nuovo totalitarismo che nasconde senza tregua il proprio volto.
Il messaggio dell’ideologia dominante è forte e chiaro: la violenza è solo del passato (in una indecente riduzione del Novecento a museo degli orrori, a semplice teatro delle “idee assassine”) o, quando esplode nel presente, è legata a singoli episodi di pazzia individuale, come nel caso del pazzo di Oslo, qualche anno fa.
Un simile modo di impostare la questione è falso e, di più, ideologicamente connotato, perché cela il fatto che la violenza oggi è il cuore segreto della società, sia pure in una forma diversa rispetto a quella a cui ci ha abituati il Novecento, con la sua terribile “estetica dei supplizi”, secondo la felice formula di Foucault. Oggi la violenza è invisibile, perché è economica.
Sono questi gli arcana imperii dell’ordine globalizzato. Il mancato rinnovo dei contratti di lavoro dovuti all’inflessibile ordo oeconomicus, così come l’innalzamento dell’età pensionabile, il taglio selvaggio degli stipendi, i sacrifici dei popoli in nome del mercato (nel 2011 è stato il turno di quello greco, immolato sull’altare di Monsieur le Capital), e, più in generale, l’esproprio forzato del futuro come dimensione progettuale per il nuovo “esercito industriale di riserva” dei giovani ridotti alla schiavitù formalmente libera del lavoro flessibile e precario: sono tutti segnali che rivelano in modo adamantino non soltanto che la “mano invisibile” del mercato è tale perché non esiste, ma anche che l’economia è, insieme, politica e violenza.
L’ideologia, in quanto falsa apparenza
socialmente determinata, rende segreta l’essenza del nostro tempo, contrabbandandola come l’opposto di ciò che è (il mondo della libertà realizzata, che esiste solo nei roboanti slogan del pensiero unico che dice in forme plurali sempre e solo la stessa cosa).
La retorica ripete compulsivamente che la violenza è una categoria politica del passato, dei totalitarismi fortunatamente estinti, o, nel presente, di singoli individui impazziti, mai della società in quanto tale, delle perverse norme dell’economia che sacrifica impietosamente sul suo altare le vite umane, in nome dello spread, del debito, della crescita del PIL e delle mille altre realtà sensibilmente sovrasensibili dell’odierno nomos dell’economia.
Quest’ultima, in nome del progresso, espropria l’umanità del futuro, secondo quello che già Kant, nel suo saggio sull’Illuminismo, qualificava come un “crimine ai danni del genere umano”. L’economia, oggi, è scienza del dominio e, insieme, scienza dominante: è la teologia della disuguaglianza sociale, difesa strenuamente dal laicismo che tuona contro tutti gli assoluti che non siano quello del mercato trasfigurato in solo monoteismo consentito.
Il segreto dell’odierna società di mercato sta nel non imporre con la violenza l’accettazione delle regole del funzionamento sistemico, secondo il modus operandi delle tradizionali formazioni totalitarie, bensì – mediante la dittatura della pubblicità e le prestazioni dell’industria culturale – nel far sì che i cittadini le desiderino essi stessi, incapaci di percepirne il carattere vincolante e indotti dalla manipolazione organizzata a concepirle come compimento della sola libertà possibile.











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Di admin

2 pensiero su “Il noto non conosciuto: gli arcana imperii e il segreto del potere”
  1. Mi sembra una eccellente replica a chi criminalizza ogni obiezione col termine di “complottismo”.
    Infatti ,denunciare un complotto significa rivelare qualcosa di segreto, tenuto nascosto, nell’ombra, mentre il potere assoluto dominante -come qui descritto efficacemente da Diego Fusaro- compie le sue “espropriazioni” alla luce del sole, palam, apertamente e in modo pericolosamente ovvio.
    Non mertitano nemmeno l’accusa di complotto (che invece è stato pur perpetrato ma molto tempo addietro).
    Complimenti.

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Diego Fusaro