Basterebbe rileggere il mito platonico della caverna, nella “Repubblica”. È lì la chiave di tutto.





Citazioni

“Che orrore, avere un prezzo per il quale non si è più una persona, ma si diventa un ingranaggio. Siete voi i cospiratori, nell’attuale imbecillità delle nazioni, che vogliono soprattutto produrre il più possibile e arricchirsi il più possibile? La vostra causa sarebbe di presentare il conto di risarcimento: per le grandi somme di valore interiore che vengono buttate via per un tale scopo esteriore! Dove sta allora il vostro valore interiore, se non sapete più che cosa significhi respirare liberamente? Se non avete, neanche un poco, in vostro potere voi stessi?”. (F. Nietzsche, "Aurora")


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Di admin

11 pensiero su “Se il popolo si solleva, il gioco finisce”
  1. I popoli, istintivamente, naturalmente, credono nell’esistenza di leggi di natura e l’idea di Aristotele che l’uomo sia un animale sociale è un caposaldo della saggezza condivisa. L’eccesso di individualismo, il costruttivismo sociale esasperato che fa delle legislazioni la palestra per ribaltamenti drammatici del sentire comune destano sospetto, rancore, ansia, opposizione. Al contrario dell’uomo uscito dalla caverna di Platone, il quale si rende conto di non aver osservato che ombre scambiandole per la realtà, l’individuo liquido della globalizzazione vive tra le ombre e le confronta con il tempo in cui viveva in un universo più piccolo, ma chiaro, familiare, solido e tutt’altro che nemico o incomprensibile. Lo hanno sradicato dalla sua famiglia, ma risente il lancinante bisogno del padre, guida, giudice, accompagnatore e istruttore sul sentiero della vita ; si vede privato della Patria natale, poiché bisogna essere perennemente con la valigia in mano, tutto in un trolley e la casa in nessun luogo, pronti a “cogliere le opportunità” dovunque si presentino. Gli hanno ucciso anche Dio, ma senza trascendenza, non solo tutto è permesso, ma come scrisse Heidegger, l’esistenza è un vivere per la morte, un’agonia tollerabile solo inventando paradisi artificiali.

    No, l’uomo preferisce sicurezze più banali e la “sua” casa, la “sua” terra, la “sua” gente, il “suo” Dio significano moltissimo, gli aggettivi possessivi mio e nostro hanno un senso ed un valore intensamente morale, con buona pace dei marxisti e degli zingari dell’anima. Uomini e popoli che non riconoscono più il giardino di casa, che non riescono più a distinguerlo da quello altrui, o lo vedono occupato da nuovi venuti, attraversato, sfigurato da modi di vita estranei e sconosciuti, prima o poi reagiscono. Vogliono vivere a modo loro, perché è quel modo che amano e riconoscono. Riconoscere, insieme con il riflessivo riconoscersi, sono verbi importantissimi del vocabolario populista. L’identità che si smarrisce è, appunto, perduta.

    L’uomo non ragiona sui secoli, ma sul tempo della propria esistenza e di quella dei suoi figli, gli unici di cui veramente gli importi. I filantropi, anzi, sono personaggi di cui istintivamente diffida, così come non comprende lo slancio di alcuni nei confronti dei lontani e sconosciuti, rispetto all’indifferenza per i vicini.

  2. Il sistema complesso in cui viviamo è piramidale. Impossibile considerare popolo come unità. Impossibile sentirci egualmente defraudati di diritti e conquiste . Non ci consideriamo tutti allo stesso modo privati e sottomessi al sistema. Questo è il grado di consapevolezza che abbiamo.

  3. Il populismo, da Bannon a Dugin, ha mille sfumature diverse come i popoli che vuol rappresentare.

  4. Per far sollevare il popolino ci vuole solo una cosa: LA grana ,siete al Verde via smammare I cartelloni non si attaccano da soli gli oratori perdono LA voglia di parlare senza grana,e chi e’ che ha LA grana? Gli ebrei le loro banche e Hollywood sicuro al 2000%

  5. Per far risollevare il popolo ci vogliono valori ,oltre uomini con ideali superior…Pastori che comandano il gregge di pecore. Dunque pecore siamo.

  6. Condivido su tutto ma è antropolgicamente infondato che l uomo “istintivamente” e “naturalmente” crede alle leggi crede alle leggi di natura. La reale direzione dello sviluppo non va dall’individuo al sociale, ma dal sociale all’individuale. Specularmente, la società non deriva dall’interazione di individui già dati a priori, che si associano sotto l’impulso delle loro nature individuali. All’inizio, non c’è né l’individuo né la società, ma la “mutua coimplicazione di coscienza e intersoggettività”, ovvero un campo morfogenetico.

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Diego Fusaro